di Donato Salzarulo
CHE COSA CI SERVE RICORDARE PER AFFRONTARE I PROBLEMI DEL NOSTRO PRESENTE? PER UNA POLITICA DELLA MEMORIA.
Su come ho vissuto gli anni Settanta ho scritto tre lunghi articoli leggibili in Rete: il primo «In mare aperto: tra revisioni e revisionismo» (qui), del settembre 2011, fa il punto sul mio “romanzo di formazione” teorica e sui miei orientamenti a quella data; il secondo «Il mio Sessantotto: il respiro della libertà» (qui), del gennaio 2018, è una testimonianza sulla mia partecipazione al movimento studentesco dell’Università di Torino, dove studiavo; il terzo «I miei anni Settanta a Cologno» (qui e qui), del giugno 2019, racconta la mia esperienza nel Gruppo operai-studenti e in Avanguardia Operaia…
Li ho riletti per questa occasione e li trovo ancora validi. Se vi capita, potete leggerli.
Dico subito che, scrivendo quei testi, non rispondevo ad un’esigenza di ricostruzione storica complessiva di quel periodo. Sono interessato a una “politica della memoria” o, se preferite, a “un uso pubblico della storia”. A questo fine ritengo proficuo il concetto di “passato utile”. La domanda centrale, in questo caso, diventa: che cosa ci serve ricordare per affrontare i problemi del nostro presente? Nel caso specifico, credo che gli storici dovrebbero darsi da fare per combattere o, almeno, ridimensionare quella sorta di equivalenza per cui gli anni Settanta sarebbero stati prevalentemente “anni di piombo” e/o di “terrorismo rosso”. Su quello “nero” si sorvola e sullo “stragismo” ancora di più.Già lo facevo nella mia ricostruzione. In questa occasione lo ribadisco con maggiore decisione: questa etichetta va respinta. Gli anni Settanta non furono “anni di piombo”. A Cologno, come in tutta Italia. Per quanto mi riguarda furono anni:
a) Caratterizzati dal fenomeno delle migrazioni interne, in particolare dal Sud verso il Nord. Una città come Cologno passò in vent’anni, dal 1960 al 1980, da 6.664 abitanti a 47.428. Più di 40.000 in più ad un ritmo di oltre 20.000 a decennio. Questa sì che fu un’invasione! Oggi Cologno Monzese ha gli stessi abitanti del 1980.
b) Di protagonismo dei giovani (in particolar modo degli studenti, fino a vagheggiare in un primo momento una sorta di “potere studentesco”), degli operai (l’autunno caldo del ’69 si prolungò abbastanza per tutto il decennio fino alla sconfitta della Fiat) e delle donne (dall’emancipazione alla liberazione, alla nascita e affermazione del pensiero femminile e femminista della “differenza”)
c) Di conquiste sociali: dall’abolizione delle “gabbie salariali” al Contratto nazionale, allo Statuto dei lavoratori, alle 150 ore, alle lotte contro la nocività sul lavoro e nell’ambiente; l’affermazione di diritti civili come il divorzio e l’aborto; la riforma del diritto di famiglia, l’inserimento dei disabili nelle scuole, la chiusura dei manicomi, l’istituzione degli Organi collegiali e lo Statuto giuridico dei lavoratori della scuola, l’istituzione del tempo pieno nella scuola dell’obbligo, l’abolizione del Patronato scolastico, la riforma della sanità, ecc. La parola riforma significò in quegli anni davvero riforma e non “schiforma” o controriforma come è capitato negli anni successivi.
d) Di redistribuzione del reddito a favore dei ceti più deboli e delle classi lavoratrici. Furono anni di inflazione a due cifre. Per fortuna c’era la “scala mobile”, cioè l’adeguamento automatico di salari e stipendi rispetto all’aumento del costo della vita. La Confindustria e le altre associazioni padronali, dopo la marcia dei 40 mila alla Fiat nel mese di ottobre del 1980, fecero pressioni sui Governi per abolire questo strumento di difesa e Craxi col “decreto San Valentino” nel 1984, tagliò tre punti. L’anno successivo ci fu il referendum abrogativo. Vinsero i No. Questa vittoria rappresentò una grave sconfitta politica della sinistra e dei lavoratori.
A luglio del 1992 la scala mobile fu definitivamente abolita. Questa è una vicenda storica che merita di essere ricordata proprio in periodi come questi in cui, a causa della guerra in Ucraina prima e in Iran adesso, i prezzi del petrolio sono schizzati in alto e l’inflazione in pochi anni ha tagliato il potere d’acquisto di salari e pensioni intorno al 20%
e) Della crisi energetica del 1973 dovuta all’aumento del prezzo del petrolio, a causa alle guerre arabo-israeliane del 1967 e del 1973, le petroliere furono costrette a circumnavigare l’Africa e i Paesi mediorientali aumentarono le royalty.
Quelli della mia età ricordano ancora piacevolmente le domeniche a piedi o in bicicletta per il divieto dell’uso delle automobili (in quel tempo io neanche ce l’avevo!); al di là del piano di austerità preparata dal governo Rumor dell’epoca, in quei giorni cominciò a circolare la parola “ecologia”; parola che, soprattutto per noi cittadini lombardi, si impose ancora più col “disastro di Seveso” nel 1976, quando la diossina si disperse in un vasto territorio per un guasto alla fabbrica ICMESA. Laura Conti (Udine,1921 – Milano,1993), nel ruolo di consigliera regionale del PCI condusse un’efficace campagna d’informazione e di denuncia dell’eccezionale gravità della situazione. Da qui l’origine nella normativa europea della “Direttiva Seveso”. Al suo notevole impegno si deve nel 1980 la formazione della “Lega per l’ambiente”, divenuta poi Legambiente. Il famoso disastro di Ĉernobyl avvenne nel 1986; forse molti non ricordano che nel marzo del 1979, in Pennsylvania (USA) nella centrale nucleare Three Mile Island si verificò una parziale fusione del nocciolo nel reattore N. 2 con il rilascio nell’ambiente di piccole quantità di gas radioattivi e iodio.
f) Fra pochi giorni ricorre il 25 aprile. In questa occasione, negli anni Settanta, il nostro slogan più ripetuto era: «La Resistenza è rossa non è democristiana». Lo slogan indubbiamente non corrispondeva alla realtà storica del CLN al quale partecipavano non soltanto i comunisti. Ma il senso di quella precisazione era chiaro. Una componente assai importante della Resistenza aveva connesso in un’unica battaglia antifascismo e anticapitalismo. In breve, lottava per una nuova società in cui il rapporto di produzione capitalistico non la facesse più da padrone. Di questa volontà sono rimaste tracce, ad esempio, nell’art. 42 Costituzione. Tant’è che Berlusconi ogni tanto la bollava come “sovietica” e “dirigista”. Nel recente referendum molti giovani probabilmente hanno difeso la Costituzione anche per questo. La democrazia è un progetto più ampio ed inclusivo di quello liberale e di quello populistico sbandierato dalla premier Meloni.
È chiaro che dagli anni Settanta ad oggi è cambiato quasi tutto. È cambiato il mondo in tante parti e per molti aspetti. Ritengo, però, che gli elementi ricordati siano utili per un nuovo protagonismo nel presente: è necessario lottare, riconoscerci, esprimerci solidarietà reciproca come avveniva negli anni Settanta. Abbiamo bisogno di lottare contro le guerre, gli stermini, i genocidi; contro le nuove schiavitù e per migliorare le nostre condizioni materiali, sociali e culturali. Abbiamo bisogno di un reddito di cittadinanza e di vedere aumentati i nostri salari, i nostri stipendi, le nostre pensioni: istituire una nuova “scala mobile” non sarebbe una cattiva idea. Occorre lottare contro la nocività degli ambienti e contro le tante morti per infortuni sul lavoro. Dobbiamo assolutamente dire addio al petrolio e ai fossili per città meno inquinate e salvaguardare il nostro pianeta. Abbiamo bisogno di eguaglianze sostanziali, di libertà non egoistiche, di fraternità nelle differenze. È necessario unirsi, fraternizzare, al di là delle generazioni, delle provenienze, delle etnie, delle religioni, delle culture. Abbiamo bisogno di una democrazia sostanziale, più ricca ed inclusiva e di una società non dominata dalla religione del denaro e del capitale.
21 aprile 2026