Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Ornella Garbin (4)

di Ornella Garbin

Ciao a tutti,

Per chi non mi conosce, mi chiamo Ornella Garbin e ho fatto parte del gruppo On the road again che ha pubblicato il libro sulla nostra storia colognese di quegli anni e in quanto ideatrice e grafica l’ho anche costruito. Dopo di che, non soddisfatta, perché il mio baule dei ricordi era strapieno di materiali, e perché amo costruire libri e riviste, ne ho fatto uno tutto mio, più personale, che regalerò questa sera ad alcuni amici presenti e a CSD.  L’ho fatto solo per regalarlo ad amici, figli di amici che sapevo interessati e nipoti, due dei quali, ventenni, italo francesi, mi avevano confessato che erano molto dispiaciuti di non aver vissuto in quei tempi. Non sapevo quanto ne sapessero, oltre alla musica e ai viaggi in autostop, (è difficile farli parlare a lungo) e quindi ho provveduto.

Ho da poco compiuto 70 anni e sono stata e sono ancora, dentro, una ragazza degli anni settanta.                 Noi, all’epoca, abbiamo còlto un vento che veniva da lontano. Credo che una delle mie prime manifestazioni da studentessa sia stata contro la guerra in Vietnam, finita nell’aprile del 1975.                     Mi ricordo che ho molto sentito nell’animo quella guerra, perché pure io, classe 1956, mi sentivo nata nel dopoguerra essendo cresciuta con i paurosi racconti dei miei genitori e nonni. Meglio, di mia madre e di mia nonna, perché gli uomini erano più restii a parlare della loro guerra. Racconti di esplosioni e pezzi di corpi sugli alberi. E la gente che si rifugiava come topi e il rumore degli aerei di guerra sulla testa.

Poi c’è stato tutto il resto, lotte operaie, lotte studentesche, lotte sociali e femministe. Perché vi parlo soprattutto di guerra, perché credo, mentre scrivo questo testo si è votato per il referendum e ha vinto il nostro NO, credo, che questa affluenza al voto, soprattutto da parte delle nuove generazioni, sia anche grazie ad una spinta fortemente pacifista. I giovani oggi hanno mille problemi, molti più di noi, ma la paura più grande, io penso, sia immaginare, su di noi, la distruzione totale vista a Gaza e in Ucraina e ovunque nel mondo dove si combatte. Oggi, molti rischi li stiamo correndo anche per il clima, ma la stupidità e la violenza della guerra è veramente insopportabile.

Quindi sono molto felice quando leggo i reporter di NUOVA GENERAZIONE, per esempio, che io seguo in rete malgrado la mia età. E credo che in loro ci sia quella scintilla. La stessa che ci ha permesso di cambiare la società, con la consapevolezza di voler aderire ad un’idea diversa di mondo. Non certo in quel “Dio, Patria e Famiglia” che hanno tentato e tentano sempre di farci ingoiare. All’epoca non ci fu Democrazia cristiana che tenne, né prediche nel dì di messa.  Si votò in larga maggioranza per il divorzio e poi per l’aborto libero e sicuro e poi più avanti contro il nucleare e per l’acqua come bene comune.

Allora, come oggi, si percepiva una condizione di crisi, di estrema difficoltà. L’essere umano, soprattutto quello occidentale, industriale, si era eretto un muro tra sé e la realtà, tra sé e la Natura.

Noi invece eravamo naturisti e comunitari, perché spesso vivevamo in famiglie dove mancava l’aria e cercavamo altri luoghi dove sentirci a casa, più liberi. Infatti quello spazio, quel vecchio cinema all’aperto abbandonato, che fu poi chiamato Il Circolo la Comune, all’inizio lo chiamavamo semplicemente La Casa.

Come per il jazz, l’assolo esiste perché un INSIEME reagisce, sostiene, rilancia. Noi non ci sentivamo soli, eravamo appunto un NOI, che riuniva molte, infinite personalità, malgrado usassimo spesso gli stessi slogan e io penso e spero che questo miracolo si ripeta ancora e ancora…magari questi vitali, coraggiosi giovani che lottano oggi, anche in modo diverso dal nostro, non sono tantissimi, ma pure noi non eravamo tantissimi, però ci siamo fatti sentire. Eccome se ci hanno sentito.

Finisco con una frase che ho inserito nel mio libro MEMORY su quegli anni:

Far dialogare passato e presente fa sì che si possano reinventare sia l’uno che l’altro e da questa invenzione si produce il futuro.

 

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