di Roberto Galofaro
Non volevamo morire democristiani.
Ci rivediamo con qualche ruga in più e qualche certezza in meno, ma con quella memoria ostinata che non ha mai voluto farsi archiviare. Noi veniamo da un tempo in cui pensavamo davvero che il mondo fosse malleabile, che bastasse organizzarsi, studiare, lottare — e sì, anche sbagliare — per piegarlo verso la giustizia.
Il ’68, in realtà da noi tutto cominciò nel 1969, non è stato una fotografia in bianco e nero buona per i documentari. È stato un laboratorio vivo: culturale, sociale, economico. E se oggi vogliamo essere onesti fino in fondo — con noi stessi prima ancora che con la storia — dobbiamo anche dire cosa ha lasciato di positivo, cosa ha cambiato davvero, cosa resiste ancora sotto le macerie di questi decenni.
Prima di tutto, abbiamo rotto il silenzio. Può sembrare poco, ma non lo è stato. Abbiamo gridato. In un’epoca di conformismo, anche alle future generazioni che l’autorità non è sacra, che può essere contestata, criticata, persino sfidata. Nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche: abbiamo aperto spazi di parola dove prima c’era solo obbedienza. Dopo è diventato normale discutere un professore, contestare un capo, chiedere conto a chi governa. Prima non lo era
Devo anche riconoscere che molte cose stanno tornando. È un segno della nostra sconfitta, non essere riusciti a far diventare “normale” la contestazione del potere.
Abbiamo allargato i diritti. Non solo sulla carta, ma nella vita concreta. Il lavoro è diventato — almeno per un periodo — meno arbitrario, più contrattato. Le condizioni nelle fabbriche sono cambiate anche grazie a quella spinta. La scuola e l’università hanno iniziato a essere meno elitarie, più accessibili. Non era la rivoluzione, certo, ma era una trasformazione reale.
Dubbio: a volte mi viene il dubbio che siamo stati delle mosche cocchiere. Come una mosca posata sulla spalla del cocchiere e pensa che sai lei a guidare la carrozza. L’episodi che più mi fa venire questo dubbio è la storia di Franca Viola. Franca Viola fu rapita e violentata nel 1966 in Sicilia (io avevo 13 anni) e, cosa inaudita all’epoca, rifiutò di sposare il violentatore e lo denunciò. Ricordo una discussione a casa mia, che era frequentata solo da operai ex contadini e pochissimi avevano la licenza media. Eppure la discussione era limpida e unanime : “La ragazza havi raggione”. Lo dicevano tutti. I tempi erano maturi, le persone erano mature per il cambiamento.
E poi c’è stata una rivoluzione culturale, forse la più profonda. Abbiamo messo in discussione i ruoli, le gerarchie familiari, i rapporti tra uomini e donne. Abbiamo aperto la strada a battaglie che altri hanno portato avanti con più lucidità e continuità — penso al movimento femminista, per esempio — ma senza quella scossa iniziale, senza quella crepa, molte di quelle conquiste sarebbero arrivate molto più tardi, o in forme più deboli.
Abbiamo anche cambiato il linguaggio. Può sembrare una cosa da intellettuali, ma il linguaggio è potere. Abbiamo introdotto parole nuove, modi nuovi di raccontare il mondo: sfruttamento, alienazione, partecipazione, autonomia. Parole che oggi magari suonano logore, ma che allora erano strumenti per leggere la realtà, per non subirla passivamente.
E soprattutto, abbiamo restituito dignità all’idea che la politica non fosse solo delega, ma partecipazione diretta. Che non bastasse votare ogni tanto, ma che bisognasse esserci, nei luoghi in cui la vita accade. Questa è una lezione che è stata tradita, svuotata, trasformata in rituale — ma resta una delle eredità più importanti.
Certo, non voglio raccontarla come una stagione senza ombre. Non lo è stata. Ci sono stati errori, rigidità ideologiche, illusioni di purezza. E qualcuno ha imboccato strade che hanno fatto male, molto male. Sarebbe disonesto non dirlo. Ma sarebbe altrettanto disonesto lasciare che siano solo quelle ombre a raccontare tutto. Noi, intendo il nostro gruppo di Cologno non siamo stati toccati dal terrorismo. Nessuno di noi ha ucciso, nessuno ha usato violenza. Non è poco per chi ha attraversato quei tempi.
Io, come molti di voi, dicevo che non sarei mai morto democristiano. Poi abbiamo visto il riflusso, l’ascesa dell’individualismo, il berlusconismo che ha trasformato la politica in spettacolo e il cittadino in spettatore. E oggi, diciamolo senza giri di parole, vediamo riaffiorare fantasmi che pensavamo sepolti, con una leggerezza che fa impressione. Se all’epoca ci avessero detto che Quelli del Movimento Sociale avrebbero guidato il governo ci saremmo messi a ridere. Eppure siamo qui.
E allora viene facile il disincanto. Viene facile pensare che sia stato tutto inutile. Ma non è così. Perché, ripeto, molte delle libertà che oggi diamo per scontate sono figlie anche di quella stagione. Il problema è che le conquiste non sono eterne: se non vengono difese, si svuotano, si normalizzano, si perdono.
Forse il nostro errore è stato credere che la storia avesse una direzione garantita. Non ce l’ha. Ogni generazione deve ricominciare da capo. Noi abbiamo fatto la nostra parte, nel bene e nel male. Non perfetta, ma necessaria.
Oggi non siamo più quelli dell’assalto. Siamo quelli che possono ancora raccontare cosa significa non accettare il mondo così com’è. Non per nostalgia, ma per responsabilità. Perché se c’è una cosa che il ’68 ci ha insegnato davvero è che nulla è immutabile — nemmeno ciò che oggi sembra inevitabile.
Non rinnego nulla di quegli anni. Ma non li mitizzo più. Erano pieni di contraddizioni, come noi. Ed è proprio per questo che erano vivi.
Certo eravamo spesso irragionevoli, impazienti ed arrabbiati. Ora siamo pazienti, ragionevoli e calmi. In un parola: peggiori o, forse, solo più vecchi.
Alziamo pure i bicchieri, allora — non alla giovinezza perduta, ma a ciò che abbiamo mosso e che, in qualche forma, continua ancora a muoversi. Perché finché resta anche solo una traccia di quella inquietudine, vuol dire che la storia non è finita.
E che, forse, non abbiamo ancora detto l’ultima parola.

Obiezioni a Roberto Galofaro
1.« Non volevamo morire democristiani». E’ slogan circolato già quando la sconfitta del movimento del ’68-’69 stava maturando. Tappa finale: la marcia degli impiegati contro la Fiat occupata dagli operai nel 1980. Piccola ricerca: La celebre frase “Non moriremo democristiani” fu utilizzata come titolo di prima pagina dal quotidiano il manifesto il 28 giugno 1983. […]Autore/Ideatore: La frase è attribuita a Luigi Pintor, giornalista e politico, figura storica de il manifesto. Gli slogan della fase ascendente erano ben altri.
2. « Abbiamo allargato i diritti. Non solo sulla carta, ma nella vita concreta.». Sì, ma per quanto tempo? E perché non siamo «riusciti a far diventare “normale” la contestazione del potere»? Son domande a cui bisognerà rispondere. Quali fattori, quali posizioni politiche più influenti delle nostre hanno portato alla sconfitta? Solo i nostri errori o le nostre “fantasie” di rivoluzione? Davvero pensavamo che « la storia avesse una direzione garantita»?
3. «a volte mi viene il dubbio che siamo stati delle mosche cocchiere». Ma perché accogliere nel proprio pensiero ancora oggi questa accusa che ci veniva mossa dai nostri avversari (specialmente dal PCI)? Se, come sostiene Roberto, « i tempi erano maturi, le persone erano mature per il cambiamento», vuol dire che più di altri (PCI, PSI) avevamo colto la “maturità dei tempi” e tentato di agire in essa. Le mosche cocchiere non fanno questo.
4. « Abbiamo aperto la strada a battaglie che altri hanno portato avanti con più lucidità e continuità — penso al movimento femminista». Il movimento femminista la strada se l’è aperta da solo e in buona parte contro le posizioni della sinistra e della nuova sinistra. La lotta al patriarcato è cosa diversa dalla lotta di classe. Specie nelle posizioni estremizzate. (Discorso complesso da fare).
5. « Ci sono stati errori, rigidità ideologiche, illusioni di purezza. E qualcuno ha imboccato strade che hanno fatto male, molto male.». Detto così, si resta troppo nel vago. Bisogna essere precisi.
6. «Ma sarebbe altrettanto disonesto lasciare che siano solo quelle ombre a raccontare tutto. Noi, intendo il nostro gruppo di Cologno non siamo stati toccati dal terrorismo. Nessuno di noi ha ucciso, nessuno ha usato violenza. Non è poco per chi ha attraversato quei tempi».
D’accordo che gli anni ’70 non debbono essere ridotti ad «anni di piombo». Ma esorcizzare il problema della violenza nella storia (e non solo degli anni ’70) è davvero troppo comodo.(Altro discorso complesso da fare).