Serata sugli anni ’70 a Cologno – 21 aprile 2026
di Dana Perziano
Quando Antonio [Tagliaferri] mi ha chiesto una breve testimonianza sugli anni ‘70 a Cologno, mi sono venute in mente moltissime cose, troppe visto il poco tempo a disposizione, ho quindi deciso di concentrarmi solo sulle tre cose principali che salverei di quel periodo, con particolare riferimento all’esperienza del Circolo la Comune, tre cose che credo possano servire come spunti di riflessione per l’oggi e per il futuro. Ci saranno, o almeno lo spero, altre occasioni per confrontarci sul resto.
La prima cosa è facile da immaginare, ha a che fare con la partecipazione, la voglia di esserci, di contare, di far sentire la propria voce.
Sono arrivata al Circolo la Comune giovanissima, avevo 14 anni, talmente presto che ancora non si chiamava Circolo La Comune ma La Casa, come a sottolineare la dimensione affettiva, intima, di accoglienza, di apertura al mondo, che soprattutto nella fase iniziale ha caratterizzato quello spazio. Per me fu amore a prima vista.
Fu amore a prima vista perché lì ho trovato proprio quello che cercavo: uno spazio di libertà, senza adulti, senza le loro regole e imposizioni, un posto in cui incontrare altri giovani simili a me, fare amicizia, confrontarmi, ma anche ascoltare musica, giocare, innamorarmi… Uno spazio privo di adultità, come direbbero i sociologi di oggi. Il sogno di ogni adolescente che si rispetti!
Ma volevo anche dell’altro, volevo un posto in cui condividere gli ideali di uguaglianza che già mi frullavano per la testa, la volontà di lottare per una società migliore, la responsabilità del provare a farlo.
D’altra parte, ero figlia dello spirito dei tempi, anni di ribellione, di messa in discussione dello status quo, di grande cambiamento. C’erano già era stati il ‘68 con il movimento studentesco e il suo antiautoritarismo, le grandi lotte operaie, l’autunno caldo, le grandi conquiste sindacali, ecc., ecc.
Quel vento di rivolta spirava per ogni dove, nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle università, persino negli oratori.
Con il mio piccolo gruppo di amici, tutti giovanissimi come me, arrivavo al Circolo la Comune proprio da un oratorio, quello di Santa Maria, anche lì la dimensione dell’impegno sociale e politico era presente. Eravamo già fortemente orientati a sinistra: frequentavamo preti operai, leggevamo Don Milani e la sua Lettera a una professoressa, facevamo doposcuola ai ragazzini in difficoltà e molto altro ancora.
Ripenso con tenerezza alle domeniche pomeriggio in cui andavamo a piedi da Cologno a Cascina Gatti per sentire la messa di Don Cesare, un prete operaio che amavamo particolarmente. Lo facevamo con entusiasmo e passione, una sorta di precisa scelta d’appartenenza che ci faceva sembrare dei marziani agli occhi dei molti coetanei che preferivano cinema o festicciole danzanti.
La seconda cosa che terrei stretta è l’importanza che attribuivamo alla cultura, e al sapere.
Si potrebbe dire che galeotta fu la scuola o meglio alcuni insegnanti che abbiamo incontrato nel nostro percorso scolastico, e che hanno svolto un importante ruolo propulsivo in questo senso. Forse un po’ troppo ideologici e manichei, hanno avuto il merito di spingerci ad aprirci al mondo e alla conoscenza, convinti che la cultura fosse uno strumento formidabile di emancipazione personale e sociale. Ritenevano, e a ragione, che per noi ragazzi di periferia quello e non altro fosse l’essenziale.
Ricordo che capitava che alcuni di quegli insegnati girassero per le case a convincere i genitori a far proseguire gli studi agli studenti meritevoli. Tale era l’autorevolezza e il credito di cui godevano, che il più delle volte ci riuscivano. Incredibile a ripensarci oggi!
Eravamo frutto della scolarizzazione di massa. Per dirla come Guccini “Son della razza mia per quanto grande sia la prima che ha studiato” e insieme a me moltissimi altri, compresi i tanti studenti lavoratori che lavoravano di giorno e frequentavano le scuole superiori la sera e il sabato pomeriggio.
Certo, a quei tempi la scuola era tenuta in alta considerazione, l’ascensore sociale funzionava ancora, ma più che l’interesse verso il posizionamento sociale e la carriera, ci muoveva l’idea che la cultura ci arricchisse, ci migliorasse come persone e insieme a noi migliorasse la società.
L’ultima cosa che terrei non stretta, ma strettissima è il femminismo e la sua rivoluzione. Una rivoluzione che arrivò fino alla nostra grigia periferia.
Quando irruppe, il femminismo scombinò parecchie cose, fece saltare parecchi equilibri. Questo perché cambiò il paradigma di riferimento: anche gli sfruttati sfruttano, non solo gli sfruttatori. E chi sfruttano? Neanche a dirlo, le donne. La contraddizione principale si spostava così dall’asse capitale/lavoro a quello uomo/donna.
Non era questione di capitalismo ma qualcosa di molto più profondo e trasversale, che arrivava dalla notte dei tempi.
Nel collettivo femminista che avevamo messo in piedi noi ragazze del Circolo scoprimmo una cosa di grande impatto, destinata a cambiare le nostre vite: molti dei problemi, dei patimenti, delle insicurezze che ci portavamo appresso non dipendevano da noi e da nostre mancanze individuali, ma dalla differente distribuzione di potere tra uomini e donne nostra società.
“Il privato è politico”, era il nostro slogan d’elezione, la nostra cifra distintiva. Pensavamo che del privato bisognasse parlare e che sul privato si dovesse agire per scardinare il sistema patriarcale che ci opprimeva.
Fu un vero e proprio capovolgimento! Di recente, un amico parlando di quel periodo mi diceva: “Dovevamo chiedere il permesso di fare cose che avevamo sempre fatto senza chiedere niente”. Una sintesi illuminante, che ben descrive il cambiamento che sopraggiunse.
Non era evidentemente solo una questione di conquiste sociali quali il diritto al divorzio, l’aborto legalizzato, i consultori, nuovo diritto di famiglia e così via. Tutte conquiste ovviamente sacrosante, ma di un modo radicalmente diverso di percepire i rapporti uomo donna e di guardare al mondo.
Con il nostro femminismo volevamo cambiare gli stili di vita, le mentalità, i comportamenti e, almeno in parte, ci riuscimmo. Possiamo esserne fiere.
SEGNALAZIONE
Per Lia Cigarini
23 Aprile 2026
Di Francesca Re David e Michele Spera
https://www.officinaprimomaggio.eu/per-lia-cigarini/?utm_source=substack&utm_medium=email
Riguarda il 25 aprile ma forse anche il contenuto femminista del post di Dana Perziano:
SEGNALAZIONE
La libertà inizia il 26 aprile
di David Bidussa
Da molti anni, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, torno a riaprire un vecchio libro di Hannah Arendt, e a rileggere alcune righe. Le riporto qui:
“Liberazione e libertà non sono la stessa cosa: la liberazione può essere una condizione della libertà, ma è assolutamente da escludere che vi conduca automaticamente; il concetto di libertà implicito nella liberazione può essere solo negativo, e quindi l’intenzione di liberare non si identifica col desiderio di libertà. Tuttavia, se queste ovvietà vengono frequentemente dimenticate, è perché la «liberazione» è sempre apparsa come una cosa grandiosa e la fondazione della libertà è sempre stata incerta, se non del tutto inconsistente”.
[Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, p.25].
Nei processi di liberazione la prima cosa che accade è la rottura del vincolo di sudditanza che proviamo nella nostra vita quotidiana. È una condizione di felicità quella che dell’istante della liberazione.
Ma poi dopo, immediatamente dopo, si tratta di essere consapevoli che né ci si libera da soli, né la liberazione è un atto singolare. Ci si libera insieme, per pensare futuro migliore, per quante più persone possibile.
È importante sottolinearlo per non cadere nell’abbaglio della «liberazione contraffatta».
(https://fondazionefeltrinelli.it/pubblico/la-liberta-inizia-il-26-aprile/)