Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Marco Cavedon (5)

Serata anni ’70

di Marco Cavedon

Una bella serata, sì. Grazie quindi a chi l’ha voluta organizzare e, in particolare, da parte mia, a chi ha pensato che le canzoni, del gruppo Yu Kung e non solo, potessero essere una rappresentazione dello spirito dei tempi. Eravamo giovani, ingenui e generosi. Oggi siamo vecchi, qualcuno ancora ingenuo e generoso. Io sono sicuramente ingenuo: buonista, pacifista, ecologista, gentile …. consapevolmente ingenuo, perché chi si dice realista e afferma che non si può cambiare il mondo ha torto. In realtà è esattamente il contrario: non si può non cambiare il mondo: ogni decisione che prendiamo, ogni parola detta, o non detta, ogni voto dato, o non dato, ogni acquisto fatto, o non fatto, ogni sorriso, ogni vaffanculo cambiano il mondo; di poco, certamente, siamo 8 miliardi! Ma lo cambiano. Quindi la scelta non è fra cambiare o non cambiare, ma se cambiare in meglio o in peggio, ed è una scelta che facciamo cento volte, ogni giorno.
Io credo che ritrovarsi abbia questo senso qui: guardarsi in faccia e ripromettersi di andare avanti su questa strada di responsabilità consapevole. Oggi più che mai.
Su quegli anni non ho nostalgia, né rimpianti, ma neppure pentimenti: sono stati il nutrimento su cui ho costruito la mia vita, come dice molto meglio di quanto sappia scrivere io, in un articolo di 10 anni fa (che vi condivido) Carlo Rovelli, il più grande fisico italiano, insieme a Giorgio Parisi, oggi entrambi impegnati, non a caso, contro fossili e nucleare.

 

Carlo Rovelli (dal Corriere della sera, 2017)

Il movimento è stato l’espressione di uno dei grandi sogni che hanno spazzato non l’Italia ma il mondo intero per il breve ventennio che va dagli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta. Sono stati anni in cui una parte considerevole della gioventù del mondo intero ha sognato e sperato intensamente di poter cambiare la realtà sociale in modo radicale. Non è stato certo un movimento di pensiero strutturato e coerente, anzi, era disperso in rivoli. Ma nonostante le grandi diversità, tutti questi rivoli sentivano di appartenere allo stesso fiume, dalle piazze di Praga alle università di Città del Messico, dal campus di Berkeley a piazza Verdi a Bologna, dalle comuni hippie rurali e urbane della California ai guerriglieri sudamericani, dalle marce cattoliche per il terzo mondo agli esperimenti dell’antipsichiatria inglese, da Taizé a Johannesburg, nella strepitosa differenza di atteggiamenti specifici, c’era il riconoscimento di appartenere allo stesso grande fiume, di lottare per un mondo molto diverso.
Era il sogno di costruire un mondo dove non ci fossero forti disparità sociali, non ci fosse dominio dell’uomo sulla donna, non ci fossero confini, non ci fossero eserciti, non ci fosse miseria. Era il sogno di sostituire la collaborazione alla lotta per il potere, di lasciarsi alle spalle i bigottismi, i fascismi, i nazionalismi, gli identitarismi, che avevano portato le generazioni precedenti a sterminare cento milioni di esseri umani durante le due guerre mondiali.
Solo a nominare oggi queste idee sembra di parlare di deliri. Eppure eravamo in tanti a crederci, in tutto il mondo. Di questo parlavamo i miei amici e io in quegli anni. Non certo della paura del precariato. Se vogliamo ricordare qualcosa di quelli anni, è questo che io ricordo.
È stato inutile sognare? Non credo. Per due motivi. Il primo è che per molti di noi quei sogni hanno rappresentato il nutrimento fertile su cui costruire la vita. Alcuni di quei valori sono rimasti radicati dentro di noi e ci hanno portato. La libertà di pensiero estrema di quegli anni, in cui tutto sembrava possibile ed esplorabile e qualunque idea sembrava modificabile, è stata la sorgente per cui molti di noi hanno fatto quello che poi hanno fatto nella vita Il secondo motivo non so se sia credibile o no. Ma esiste lo stesso. Spesso nella storia i sogni di costruire un mondo migliore sono stati sconfitti. Ma hanno continuato a lavorare sotterraneamente. E alla fine hanno contribuito a cambiare davvero. Io continuo a credere che questo mondo sempre più pieno di guerra, di violenza, di estreme disparità sociali, di bigottismo, di gruppi nazionali, razziali, locali, che si chiudono nella propria identità gli uni contro gli altri, non sia l’unico mondo possibile. E forse non sono il solo.

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