Sugli anni ’70 a Cologno Monzese: Antonio Tagliaferri (8)

di Antonio Tagliaferri

Il mio impegno sociale nasce da: valori cristiani (doposcuola popolare e disponibilità verso gli altri) e da valori rivoluzionari più vicini al marxismo (condizioni di vita nelle periferie, lotte studentesche, situazione internazionale, Vietnam, Cile, Cina di Mao).
C’era un forte legame fra la scuola al Molinari (lotte che contestano l’organizzazione scolastica: caro mensa, le lezioni di officina) e le lotte legate alla condizione sociale delle nostre famiglie. I nostri genitori lavorano alla Magneti Marelli, Alfa Romeo, OM, Breda o nelle piccole fabbriche colognesi) e, anche se con loro esplodono i conflitti generazionali tipici di quegli anni (la libertà di uscire alla sera o di vestirsi in un certo modo con i capelli lunghi), rimane comunque un legame valoriale collegato alla condizione economica e sociale.

1974, anno cruciale. Vince il NO all’abrogazione del divorzio. Rivoluzione dei garofani in Portogallo, Torna la democrazia in Grecia. Sono gli anni della battaglia contro il compromesso storico proposto dal PCI come risposta al golpe in Cile, mentre i gruppi della sinistra extraparlamentare propongono il governo delle sinistre. Noi viviamo questi avvenimenti come segnali importanti e positivi che ci spronano ad organizzare lotte e a intravvedere una vicina svolta “rivoluzionaria” anche in Italia.
Sono anche gli anni che seguono la crisi petrolifera e l’“austerity economica” per il risparmio energetico. Quante discussioni, anche feroci, con i compagni del PCI e della FGCI sul documento di Berlinguer “L’austerità è una via obbligata”.

A Cologno, sempre quell’anno, ci fu una grande manifestazione antifascista. Centinaia di persone bloccano via Quattro Strade dove c’è la sede del MSI e il deputato Franco Servello stava tenendo una riunione. Servello scappa scortato da carabinieri e polizia. L’antifascismo militante era una delle iniziative più importanti, dalla controinformazione su alcuni neofascisti colognesi che frequentavano P.za S. Babila allo “smontaggio” dei tabelloni elettorali assegnati al MSI durante le campagne elettorali.

Ho vissuto in quegli anni la vicenda di Sergio Ramelli che conoscevo perché la sua classe era vicina alla mia e ogni volta che i fascisti compivano azioni violente a Milano lui veniva regolarmente cacciato dalla scuola.
Il tema della violenza è stato uno dei nodi più spinosi di quegli anni. A partire dalla difesa dei cortei e dal ruolo dei servizi d’ordine che in molte occasioni si affrontavano direttamente in nome dell’”agibilità politica” di questo o quel gruppo o movimento.
Nel pomeriggio si andava al “Centro Studi” a stampare volantini e scrivere Tazebao da usare nelle lotte contro il carovita (i mercatini dove vendevamo generi di prima necessità), la mobilitazione contro l’apertura del Supermercato GS in viale Lombardia, l’autoriduzione degli affitti al Quartiere Stella e nelle “Case Bogliardi” in Via Trento, l’autoriduzione delle bollette dell’ENEL, le lotte per un trasporto pubblico decente contro gli autobus “carri bestiame” e gli autisti che deviavano portandoci nella Caserma dei CC per farci identificare dal Maresciallo Mauro Noce che ci chiamava per nome e cognome minacciando denunce.

La nascita del Circolo La Comune per me coincide con la maturità e l’iscrizione all’Università.
A Milano nascono molti Centri sociali come il Leoncavallo. Noi vogliamo uno spazio nostro, autogestito per organizzare spettacoli e il tempo libero. Un luogo di aggregazione giovanile.
L’esperienza del Circolo La Comune è stata dirompente. Nel 1975/76 è stato il più importante luogo di aggregazione giovanile a Cologno. A parte i frequentatori abituali (prevalentemente militanti di Avanguardia Operaia e poi di Democrazia Proletaria), vi transitavano molti altri giovani provenienti dai vari quartieri cittadini e dai vicini paesi dell’Hinterland. E’ stato un punto di riferimento culturale e politico a livello metropolitano. I concerti che organizzavamo con i principali gruppi legati al movimento giovanile (Area, PFM, Yu Kung, Intillimani, Stormy Six, Nuovo Canzoniere Internazionale) richiamavano un pubblico vastissimo così come gli spettacoli teatrali, fra i quali il Teatro dell’Elfo di Elio De Capitani e Gabriele Salvatores.

La nostra vita sociale e politica si divideva fra due spazi: Il Circolo La Comune dove si trascorreva il tempo libero e il Centro Studi di via Lombardia dove si svolgevano le riunioni, si organizzavano le lotte in fabbrica e nei quartieri e si “approfondiva il marxismo-leninismo” in lunghissimi seminari di studio (non a caso i militanti di AO erano chiamati dagli altri gruppi “i professorini”).
Ho iniziato gli anni ’70 da adolescente e li ho conclusi da adulto. Sono stati gli anni di un viaggio immaginario. Quando uno parte è carico di speranze, di progetti, di voglia di vivere, sente dentro sé stesso una grande forza che gli farà superare qualsiasi ostacolo. Così i primi anni di questo decennio sono stati gli anni dell’impegno politico, della militanza, della “rivoluzione dietro l’angolo”.

Il 1976 è stato un anno di grandi cambiamenti. Finisce l’epoca della militanza a tempo pieno demolita dalla crisi dei gruppi politici della sinistra rivoluzionaria. Dopo il festival di Re Nudo al Parco Lambro arrivano i segnali che porteranno alla fine del Circolo La Comune: dallo spinello diventato simbolo della liberazione interiore alla deriva di alcuni che entrano nei gruppi dell’Autonomia Operaia e della lotta armata. Noi militanti di AO, confluiti nel cartello elettorale di Democrazia Proletaria, andiamo avanti con la nostra visione politica, entriamo nelle istituzioni (Parlamento e Consiglio Comunale), resistiamo ma il ‘77 si avvicina e, con il suo Movimento, ci travolgerà.
Io frequento l’Università e vivo l’esperienza del Movimento del 1977 che irrompe nella politica con metodi e parole d’ordine radicalmente diverse da quelle degli anni precedenti. Come sempre quello che accade a Milano arriva al Circolo, dove c’è chi si schiera con gli Indiani metropolitani, espressione dell’ala creativa del Movimento e chi, invece, rimane legato alle posizioni rigorose di Democrazia Proletaria.
Il Movimento del 77 dura meno di un anno. Inizia con l’assalto al comizio del segretario della CGIL Luciano Lama, all’Università di Roma e si chiude con il Convegno di Bologna contro la repressione con 100.000 persone in corteo e lo spettacolo di Dario Fo e Franca Rame. In mezzo ci sono gli assassini da parte della polizia di Francesco Lorusso a Bologna e di Giorgiana Masi a Roma. Il movimento nasce come contestazione dei partiti tradizionali e come critica ai gruppi della sinistra extraparlamentare, entrati in crisi con lo scioglimento di Lotta Continua e l’arroccamento di Democrazia Proletaria, divisa al suo interno e incerta sulle risposte da dare alle nuove esigenze dei movimenti femminista, ecologista e studentesco.
Una differenza sostanziale tra il Movimento del ’68 e quello del ’77 dipende dalla diversa origine sociale dei loro aderenti. Negli anni ’60 le Università erano frequentate prevalentemente dai figli della borghesia. L’Università nel 1977 è molto più di massa ed è diventata, un parcheggio che non offre molti sbocchi lavorativi.
Io ho vissuto il movimento del ’77 alla facoltà d’Agraria. Qui il movimento degli studenti è ben organizzato ed interviene sulla didattica, contestando i contenuti di molti corsi considerati non aderenti alla realtà agricola italiana. Si cercava di coniugare le spinte e le rivendicazioni del Movimento con una visione del mondo agricolo che contestava duramente l’agricoltura chimicizzata e capitalistica.

Fare un bilancio della mia esperienza negli anni ’70 significa rileggere le tante cose fatte, le occasioni mancate e collegarle alla vita vissuta negli anni successivi perché si è consolidato un legame tra gli anni giovanili e l’età adulta. Ho iniziato un percorso pieno di speranze, illusioni, sogni che non si realizzeranno ma la passione e la voglia di cambiare il mondo mi hanno dato la forza per superare le delusioni e gli anni del “riflusso”, come è stato chiamato il periodo iniziato negli anni ’80 quando, molti giovani si sono rinchiusi nell’individualismo o hanno inseguito le sirene dell’”edonismo reaganiano” che trasformò la città cupa e spaventata degli anni del terrorismo e della repressione poliziesca nella Milano “da bere”. L’impegno per la politica, motivato spesso dall’illusione di un cambiamento rapido e radicale della società, viene messo in discussione e i destini collettivi e individuali prendono strade diversissime, tragiche in alcuni casi.
La mia formazione universitaria e la mia attività lavorativa non sarebbero state le stesse senza quel filo rosso con l’esperienza giovanile.
Molti di noi hanno intrapreso carriere professionali importanti ricoprendo ruoli di responsabilità. Qualcuno si è perso per strada. Ci sono stati lutti, scomparse precoci, vite smarrite ma anche storie di successo.
Ho portato nel mio lavoro i temi dell’Ambiente, della biodiversità e della natura sviluppati nell’esperienza del Circolo Legambiente fondato negli anni ’80, valori che mi sono serviti anche nell’esperienza di Assessore.

Le testimonianze e le riflessioni di stasera possono essere utili per chi, oggi, continua a credere che l’impegno sociale può tenere insieme idee, valori e sentimenti in un’azione collettiva su temi come l’antifascismo, la difesa della Costituzione, la solidarietà, l’inclusione dei migranti e altri ancora.

 

 

 

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