Su Romano Luperini (2)
Due ricordi e qualche spunto di ricerca
di Ennio Abate
Questa è la versione estesa dell’articolo che, con il medesimo titolo, è stato pubblicato il 26 aprile 2026 su Sinistra Sindacale (qui).
Inizio questo scritto con due ricordi.
Primo ricordo. Gli ultimi decenni di vita di Romano Luperini sono stati segnati dalla malattia e da numerosi ricoveri per interventi chirurgici.[1] In questi passaggi da una clinica a un’altra, – così mi scrisse nel 2012 – «per combattere l’insonnia feroce», compose una manciata di versi – (per modestia li chiamò «versicoli») -, intitolandoli «Poesie. Reparto di oncologia». Di essa riporto questi:
Le stagioni
Dopo i rulli dei tuoni
nel trambusto del cambio turno, all’alba,
sui cornicioni scroscia la pioggia.
Da una clinica all’altra
ho sentito passare le stagioni
senza sentire sulla pelle l’aria,
la brezza della primavera, il solleone d’agosto.
Ora è l’autunno, e fosse solo suono e concetto,
non lama, non scalpello!
Il secondo ricordo è la testimonianza dell’ultima visita di Luperini a Franco Fortini ammalatosi e poi deceduto nel 1994:
Tornavo dall’estero e dall’aeroporto di Milano mi sono fatto portare a casa sua in taxi. Sapevo della gravità della sua malattia, delle due operazioni che già aveva subito. Sulla porta mi abbracciò. Con gli anni era diventato assai meno rigido e duro, e addirittura si mostrava con me, nonostante qualche inevitabile urto, veramente affettuoso.
Mi apparve più magro e più bianco. Ma parlava come sempre, lucido e inarrestabile. Stavo per partire per il Canada e non sapevo se l’avrei mai più rivisto. Eppure ragionammo di cose da fare, di libri usciti, di articoli che avrebbe scritto per “Allegoria”. Richiesto, accennò alla propria malattia, ma con distacco e consapevolezza, evitando i particolari e qualsiasi indulgenza per aspetti che avrebbero potuto sembrare patetici. Pensai per un attimo al suo ribrezzo per la scompostezza e per la visceralità, e a quanto aveva dovuto ferirlo, anche dentro, nel buio dell’inconscio, quel tipo di male. Ma subito mi distrassi: la sua voce mi chiamava ad altro.[2]
Se, come ha sottolineato Emanuele Zinato su Jacobin, «nell’ultimo ventennio del secolo [Luperini] si è trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e simili a un’azienda»,[3] non dovrebbe stupire l’avere messo in primo piano due momenti che rimandano al dolore, alla fragilità della vita , alla necessità di «guardare in faccia il “biologico”, l’“irrazionale”, l’“inconscio” [per] dargli luogo nella nostra prospettiva [politica]». [4] Si tratta – diceva Franco Fortini – di aspetti di «un ordine di verità, che non si risolve nell’ambito dell’ideologia politica del movimento operaio»;[5] e che Luperini ha sempre tenuti presenti: sia nei momenti più intensi della sua partecipazione alla vita politica e letteraria dell’Italia del secondo Novecento e ancor più nella fase estrema della sua vita.
Militante[6] e studioso formatosi con Luigi Russo e Sebastiano Timpanaro, Luperini esordì con studi sulla narrativa di Verga («Pessimismo e verismo in Giovanni Verga», 1968), rompendo con lo storicismo progressivo della cultura di sinistra del dopoguerra. Proseguì con ricerche d’impostazione marxista sugli scrittori vociani e su Montale, Tozzi, Pirandello, Fortini e Svevo, ma sempre in aperto confronto con le correnti più significative del pensiero novecentesco, dallo strutturalismo alla psicoanalisi all’ermeneutica. Fu fondatore e direttore di riviste letterarie[7] e professore di Filologia e critica letteraria per quarant’anni all’Università di Siena.[8] E, infine, a partire dal 2002, fu narratore.[9]
A metà strada fra impegno politico e impegno su temi esistenziali e antropologici sta «L’incontro e il caso» (2007), una profonda analisi tematica dei testi dei grandi narratori europei tra Otto e Novecento; per Zinato «forse il suo lavoro più ardito» e, secondo me, punto di svolta nella sua produzione e preludio alla riscoperta, non a caso in coincidenza con la crisi della funzione di critico letterario come l’avevano praticata i suoi maestri e lui stesso, della sua vena narrativa. Tanto che mi sento di dire che, come in questo libro complesso e originale Luperini ha teorizzato che dopo il 1848 nella letteratura borghese evapora l’esperienza e si privatizza il concetto di destino, qualcosa di simile accade anche
per la sua scrittura. Con un avvitamento verso il tragico di un «composita solvantur» di un’intera cultura ,che l’accosta ancora più ai suoi due dichiarati e pur tra loro dissonanti maestri: Sebastiano Timpanaro e Franco Fortini.
Nelle tappe di questo percorso fatto di opere e di scelte – dalla tesi su Verga alla partecipazione ai moti del Sessantotto, dalla carriera di docente universitario e critico letterario alla riemersione nella narrativa del lato esistenziale – mi pare possibile suggerire un filo unitario, che mi pare distingua Romano Luperini dagli intellettuali “universali” della tradizione. E l’ho colto proprio in un suo breve saggio del 1986, «La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini», dove Luperini coglieva nitidamente le differenze di fondo tra Fortini – poeta dell’inibizione, del controllo formale e del distanziamento critico – e Pasolini – poeta dell’esibizione, della visceralità e dell’eccesso vitalistico.
Ebbene, a me pare che Luperini sia stato l’intellettuale che più si è dibattuto tra le due polarità o personalità , da lui così ben rappresentate.
In politica, differenziandosi da Fortini, ha tenuto salda una critica radicale al terzinternazionalismo, difendendo anche nell’ultimo libro scritto assieme a Beppe Corlito, la spinta libertaria e utopica del Sessantotto.[10] In campo letterario si è mosso tra il rigoroso materialismo timpanariano e il marxismo critico di matrice adorniana e fortiniana, senza però ma trascurare – altro aspetto di ricchezza e inquietudine della sua ricerca – “lo spettro della psicanalisi».[11] Mentre nel campo dell’insegnamento ha individuato nella scuola un luogo di resistenza “gramsciana” alle – come si dice oggi – “derive neoliberali” in vista di un “ampliamento della democrazia”, con un’ attenuazione della interrogazione in Luperini ben presente sull’essere comunisti a favore di una interrogazione – più realistica o più rassegnata? – sull’essere democratici.[12]
Nella vicenda biografica, politica e letteraria di Romano Luperini sono presenti contraddizioni evidenti ma fertili: tra ricerca teorica e pratica politica, tra militanza e ruolo istituzionale, tra analisi critica e scrittura narrativa. Egli è stato certamente «il catalizzatore delle potenzialità altrui, il suscitatore di destini» (Pietro Cataldi, 12 aprile 2026), ma conservando una componente inquieta e tentata dal tragico, corroborata da una sintonia esistenziale e materialistica con la grande lezione di Verga (e Timpanaro) e in irrisolto contrasto con la sua partecipazione al ’68. Si può, dunque, parlare di una incompiutezza del Sessantotto che si riflette nel travaglio e nell’opera di Luperini, soprattutto se lo si confronta con Fortini e Timpanaro, i maestri da lui scelti? A me pare di sì. O almeno questa è la mia ipotesi che guida la mia riflessione su
Note
[1] Andrea Cortellessa, commemorandolo, ha ricordato che «un’operazione alla carotide gli aveva deformato la bocca e rovinato la voce».(Il manifesto, 12. 4. 2026)
[2] https://www.poliscritture.it/2023/09/30/se-tu-vorrai-sapere
[3] https://jacobinitalia.it/romano-luperini-l-eredita-di-un-maestro/
[4] F. Fortini, Un mezzo litro dopo «Sussurri e grida», in Disobbedienze I, pag. 51, manifestolibri, Roma 1997
[5] F. Fortini, idem, pag. 50
[6] Nel 1965 fondò a Pisa la rivista Nuovo impegno e partecipò attivamente alla contestazione del 1968, finendo per tre mesi in carcere nella primavera di quell’anno. Fu prima nel Potere operaio pisano con Adriano Sofri e Luciano Della Mea, poi nella Lega dei Comunisti, più tardi nella direzione del Quotidiano dei lavoratori e, dopo la fine dell’esperienza di Avanguardia Operaia nel 1976, fu dirigente di Democrazia proletaria.
[7] «L’ombra d’Argo» negli anni Sessanta, «Allegoria», che aveva come sottotitolo «per una teoria materialistica della letteratura» negli Ottanta, «Moderna» alla fine dei Novanta. Collaborò anche con «L’Immaginazione», edita a Lecce; e poi con «L’ospite Ingrato» del Centro Studi Franco Fortini di Siena.
[8] In questo campo vanno ricordate le sue opere: Il Novecento (1981), L’allegoria del moderno (1990), La scrittura e l’interpretazione, in collaborazione con Pietro Cataldi (1999), Breviario di critica ( 2002), Tramonto e resistenza della critica (2013).
[9] Con «I salici sono piante acquatiche», cui seguirono «L’età estrema» (2008), «L’uso della vita» (2013), «1968» (2014), «La rancura» (2016) e «L’ultima sillaba del verso» (2017).
[10] Romano Luperini e Beppe Corlito, Il Sessantotto e noi. Testimonianza a due voci, Castelvecchi, 2024
[11] Michele Ranchetti , Scritti diversi III , Edizioni di storia e letteratura, Roma 2000
[12] Si veda l’attività, iniziata, dal 2012, del blog «La letteratura e noi», da lui diretto. Ma mi permetto di rimandare anche alla mia critica all’ultimo suo libro, «Il Sessantotto e noi» (2024), scritto assieme a Beppe Corlito (qui) , tanto più sofferta perché non c’è stata più la possibilità di confrontarmi direttamente con lui.

Ottima riflessione. Le “contraddizioni” che tu, Ennio, individui e denunci “nella vicenda biografica, politica e letteraria” di Romano Luperini non sono però mai state tali da incrinare o inficiare la coerenza sostanziale della traiettoria politico-culturale ed esistenziale di Luperini. E non è poco, se pensiamo alla miserabile fine politica che hanno fatto molti leader politici sessantottini che alla coerenza hanno preferito il piatto di lenticchie offertogli dal potere.
@ Roberto
E infatti ho scritto: “Nella vicenda biografica, politica e letteraria di Romano Luperini sono presenti contraddizioni evidenti ma fertili: tra ricerca teorica e pratica politica, tra militanza e ruolo istituzionale, tra analisi critica e scrittura narrativa”.