di Ezio Partesana
Fare fronte comune, ossia lasciare da parte alcune differenze per affrontare insieme un pericolo che si giudica, al momento, il principale e il peggiore; si uniscono le forze per sventare una minaccia che sovrasta tutte le altre, i conti si faranno dopo.
Per fare fronte comune è sufficiente identificare l’avversario da combattere e chi, tra le forze sul campo, ha interesse a una alleanza. La decisione non fa scomparire le differenze, è un patto che scade una volta raggiunti gli obbiettivi prefissati, è necessario perché il nemico può distruggere a uno a uno i suoi oppositori, ma tutti insieme in un sol colpo no.
Le ragioni di un fronte comune, dunque, devono occupare uno spazio e un tempo definiti esplicitamente. Non basta un astratto futuro o un fraterno mondo che verranno a unire uomini che sono divisi da solchi in ogni aspetto dell’esistenza.
Se un incendio minaccia un paese, la grande azienda agricola e i piccoli contadini hanno davvero lo stesso interesse a fermare le fiamme, ma su quali coltivazioni debbano essere rase al suolo per creare una barriera contro il fuoco, veementi andrebbero allo scontro l’amministratore e il bifolco.
Il “qui e ora” del fronte comune deve, insomma, essere concreto – reale e razionale a un tempo, come sognò Hegel del suo “Spirito” – ma anche ideale, condiviso, giusto.
Le forze scatenate dal capitalismo sono reali e razionali ma i rapporti sociali non hanno più alcun fine – fossero anche quelli, speranzoso, della salvezza delle anime o, senz’anima, di una crescita infinita del valore – e questa contraddizione, questo smarrimento universale, è oggi il problema di ogni fronte comune.
La confusione è alta sino al cielo, le rovine sono evidenti, ma la situazione è pessima lo stesso, per sua propria forza. Quando il termine “imperialismo” non rimanda più a una conquista militare, economica e culturale, ma evoca un sentimento vago di affinità con gli impotenti, trapassa, nonostante ogni cautela, dal regno delle categorie politiche a quello della immedesimazione emotiva. Imperiale diventa ogni cosa che non comprendiamo, riassunto dello sterminato timore di ogni dominio che ci fa servi senza sapere dove, quando e come.
Il precetto ebraico, secondo il quale quello che farete al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me, si è ribaltato: la mia condizione è misura di tutte le cose – non l’uomo, non la speranza, ma l’individuo immediato. – quello che offende me offende il genere umano intero. In questa forma il nemico, che ogni giorno mi impedisce di avere quel che mi spetta, fa sfoggio di sé e si nasconde, come si dice facessero un tempo i seduttori.Le
categorie politiche, così pensate, non soltanto rispettano l’aristotelico principio del “terzo escluso” ma anche scambiano un limite per una forza; nella sfera di vetro, il pesce rosso è un sovrano assoluto. “Impero” – nonostante quanto cercarono di spiegare Negri e Hardt – diventa allora non un concetto politico (“vivente”, avrebbero detto gli hegeliani), bensì un protocollo di verifica, un paradigma, che non accetta alcunché sia non interpretabile dai parametri stabiliti.
Come la famosa mappa perfetta del territorio che sarebbe grande quanto il territorio stesso, l’incubo di una società dominata da una funzione anonima si trasforma in riassunti semplici, chiari e distinti. “Sono un servo che i servi hanno disarmato”, scriveva Fortini nel 1961, dispettoso e preveggente; alcuni servi oggi sono in armi.
Nel racconto “La panne” (1956) un uomo uccide se stesso al termine di una messa in scena – ruolo per ruolo, categoria per categoria – di un processo. Dürrenmatt non ha alcuna difficoltà a esibire i meccanismi giuridici, e psicologici, che portano il protagonista, il commerciante Alfredo Traps, a togliersi la vita. Lascia però cadere l’alternativa dello smascheramento: in nessun momento Traps si rende conto che gli altri stanno giocando mentre lui prende tutto sul serio. È il contesto, cioè ancora una volta lo spazio e il tempo, che fanno difetto al malcapitato rappresentante Traps e che lo condannano a non capire, ben prima della sentenza emessa dai suoi ospiti.
Qualsiasi trappola funziona quando promette quel che non mantiene: cibo, riparo, salute. L’uso della categoria “imperialismo” come strumento universale per montare e smontare il dominio assicura la vittoria prima ancora che i pezzi siano disposti sulla scacchiera. Poiché quasi non esiste entità politica, o religiosa, che non sia stata “imperialista”, la scelta del bersaglio è libera e sufficiente per attrarre qualunque compratore. La conferma precede la teoria, le categorie, che pure furono storiche e politiche, diventano gli aneliti di un movimento che non esiste più.
L’insoddisfazione e l’impotenza rimosse, mostrava il tardo Freud, sono a disposizione di qualunque uscita purché si ristabilisca un equilibrio; non è qui la ragione a identificare l’apparentemente indefinito campo del dominio, ma una scissione: i termini della contraddizione interna vengono separati e proiettati in luoghi che sarebbe difficile vedere sopra una cartina geografica. Quello che non so è il prodotto di quel che dovrei sapere, ne va della mia vita, non di quella altrui.
La verità di un mondo regolato da una volontà senza altro fine che se stessa – Schopenhauer l’aveva pur ripetuto – si appiana in una rappresentazione serafica, finalmente collocata fuori del Soggetto e dunque vita indegna di essere vissuta. Il Fronte comune si allarga – sino alla denuncia di complicità – e si restringe – infantile ostracismo – a piacere per chi non ha altro da perdere che se stesso.
