La decadenza non risparmia nessuno, nemmeno i santi. Sabato due maggio una folla eterogenea ha assistito al miracolo di San Gennaro, nel Duomo di Napoli: turisti e curiosi capitati di passaggio durante un tour della città, armati di macchine fotografiche e telecamere; giornalisti freelance, pronti a postare sui social in tempo record; amanti dello spritz, seduti sulle gradinate del Duomo (negli ultimi tempi, d’altronde, le sprizzerie sono nate come funghi in ogni quartiere). In mezzo a questo caos si scorgono i fedeli, assorti nelle preghiere con la coroncina di San Gennaro tra le dita.
Nonostante la folla chiassosa, forse un po’ distratta dal “cosa c’è ancora da vedere”, il culto resiste. La sua forza continua a parlare a tutti, trasformandosi nel tempo in una sintesi perfetta di opposti: sacro e profano, nobiltà e popolo, aristocrazia e folklore. In esso, l’anima laica e quella religiosa della città si fondono. Tre piccole donne sedute di fronte alla statua del Santo, resistono ad ogni forma di decadenza e mantengono vivo il rituale più arcaico. Sono le custodi dei canti antichi delle litanie e delle preghiere in onore al Santo: le “Parenti di San Gennaro”. Mentre i turisti scattano foto, loro invocano il Santo con compostezza e rigore.
L’origine di questa tradizione è avvolta nel mistero. Alcuni dicono che la prima fedele fosse davvero una consanguinea del martire, o forse una donna di nome “Januaria”. Altri ipotizzano legami con Eusebia, la nutrice che raccolse il sangue dopo il martirio. Il nome stesso, Ianuarius, rimanda alla gens Ianuaria e al dio Giano, il dio bifronte delle soglie. Eppure, al di là della genealogia, ciò che conta è il legame spirituale: queste donne si sentono parte di una famiglia.
Ogni anno, il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre, queste signore siedono in prima fila con i medaglioni al collo. Il loro è un ruolo fondamentale, tutto al femminile: sono madri e maestre che esortano il Santo a “darsi da fare”. A compiere il miracolo per il bene della città. Ogni volta la funzione del miracolo avvicina il Santo alla città. Se il sangue non si scioglie sono guai, il Santo è arrabbiato con il suo popolo, e annuncia una catastrofe imminente. Ecco perché le Parenti invocano con trasporto e passione.
La particolarità del loro approccio sta nel linguaggio. Non sono preghiere sussurrate, ma incitamenti corali, talvolta in rima. Si rivolgono a San Gennaro chiamandolo confidenzialmente “Faccia Gialla” (per via del busto bronzeo ingiallito). Il tono è quello di una madre con un figlio distratto: lo invocano, lo incitano e, se il miracolo tarda, arrivano a rimproverarlo aspramente.
Durante la funzione, l’anziana del gruppo sembra quasi dirigere le operazioni, interpellando il pastore della Chiesa o sgridando chiunque si frapponga tra lei e la statua: «Ci dobbiamo guardare in faccia, io e lui, toglietevi davanti». Sgrida i turisti che si affannano a riprendere la statua del Santo. Se una compagna sbaglia un verso, viene subito corretta, l’altra alza le spalle: non importa, nessuno noterà l’errore in questo marasma, l’importante è che il miracolo avvenga. E che il Santo, attraverso il sangue, riprenda il legame con la città, un legame carnale, viscerale.
Quando il Cardinale finalmente solleva l’ampolla e il sangue appare liquido, la pace è fatta, l’annuncio è segnato dallo sventolio del fazzoletto bianco, di un membro della Deputazione, l’organo laico che da secoli custodisce il Tesoro. Fondata dai rappresentanti dei sedili nobiliari (Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova) e dal popolo, la Deputazione è ancora oggi il simbolo di quella Napoli duplice che governa il culto: sacro e profano religione e laicismo. Ma oltre gli applausi, oltre l’oro dei paramenti e lo sventolio dei fazzoletti, resta la voce di quelle donne: una voce antica, che sa di tufo e di secoli, un canto che non cerca il consenso dei social ma il cuore di un martire. Il miracolo si è compiuto la processione va verso Santa Chiara. Il fiume umano scorre e sopra ogni cosa, domina «’a muntagna bella», il gigante addormentato, sospeso tra mare e cielo, dorme dal 1944, su un tappeto di case vicoli e speranze. Cosa accadrà quando si sveglierà? Secoli fa portarono in processione il Santo per fermare la lava, chi ci crede e chi no. Fino ad allora la città continuerà a celebrare miracoli di ogni tipo, per strappare un altro giorno di vita, all’ombra del Vesuvio.
Napoli, 2 maggio 2026
Gianni Aversano – Canto delle parenti di San Gennaro
https://www.youtube.com/watch?v=xEFDxLUQ0gU&list=RDxEFDxLUQ0gU&start_radio=1

Bello bello Angela!
Brava❤️