Ovvero Li Yu e la guerra
Pubblico questo saggio ben ragionato sulle cause della guerra di Giulio Toffoli. Chiaro e condivisibile è il punto di vista su una questione così bruciante. Amaramente il saggio Li Yu così la riassume: «la guerra per tutto il XX secolo, sarà doloroso dirlo e forse qualcuno si strapperà le vesti, ma è la verità: è stata il volano dello sviluppo mondiale». Avverto che, per complicazioni intervenute, l’autore non ha potuto rielaborare ulteriormente il testo del novembre 2025 come prevedeva di fare, ma convinto della sua importanza, lo faccio circolare in questa versione, comunque ricchissima di spunti e di spessore storico. [E. A.]
di Giulio Toffoli
1 – Introduzione
“Che mattina meravigliosa – iniziò a dire Li Yu mentre guardava fuori dalla finestra sorgere lentamente il sole – Mi aspetta proprio una giornata deliziosa. Ho un buon programma di lavoro e il tempo si annuncia favorevole. Sono proprio buoni auspici”.
Aveva così iniziato la sua giornata e dopo i classici riti di preparazione si era andato a sedere sulla sua poltrona nella sala grande che gli permetteva di vedere il ciliegio vecchio che dava i segnali di una prima vitalità. Aveva fra le mani un documento dei primi anni della Repubblica che un amico gli aveva portato e si era messo a leggerlo trovandolo pieno di interesse, così era rapidamente passato il tempo quasi senza che se accorgesse e ad un certo punto sentì qualcuno che bussava alla porta.
Non aveva voglia di alzarsi e aspettò; fu la sua compagna C’ing che andò ad aprire:
“C’è alla porta un delegato del Partito che vorrebbe parlarti. Lo faccio entrare?”
“Abbiamo forse dimenticato le norme di un giusto comportamento. Accoglilo e fallo venire qui senza che debba attendere …”
Vide venire un giovane vispo, vestito in modo sbarazzino. “Maestro Li Yu, sono qui a nome del Partito latore di una missiva ufficiale. Mi hanno detto di attendere una sua risposta”.
“Allora – aggiunse Li Yu facendogli un gentile sorriso – conviene che ti sieda perché io sono lento a leggere e ho bisogno di tempo per pensare … Vuoi gradire qualche cosa? Se desideri una tazza di tè fattela preparare, intanto io leggo”.
Lacerata la busta prese in mano il documento, che era indiscutibilmente un atto ufficiale con tanto di protocollo e firmato da una personalità piuttosto in vista nella città.
“Compagno Li Yu
da molti settori dell’opinione pubblica della nostra città si chiede di dare vita a una serie di incontri sui temi legati alla situazione internazionale con particolare attenzione alle tensioni che sconvolgono in questo frangente il mondo. La gente è preoccupata e vorrebbe capire. In particolare abbiamo inteso che si chiederebbe di sentire la voce di una personalità fuori dal coro, libera e svincolata da interessi di parte e istituzionali. Dopo una lunga discussione abbiamo pensato che tu, per l’età, l’autorevolezza e l’esperienza storica di cui sei portatore puoi essere la persona che cerchiamo.
Il Partito ha deciso pertanto che tali conferenze saranno da te gestite nella massima libertà, sia nella scelta dei temi sia nella loro articolazione e non ti viene chiesto nulla, nessuna forma di disciplina ideologica se non quella che nasce dal tuo cuore e dalla tua esperienza. Si è anche pensato che il corso, che si svolgerà nella sala grande della Casa del Popolo, qui in città, sarà costituito da cinque incontri di un’oretta l’uno, serali, che se lei sarà d’accordo potranno anche essere teletrasmessi. Ma su questi e altri aspetti tecnici, ove ci pervenga un suo assenso di massima, se ne potrà parlare con maggior precisione più avanti.
Ovviamente per la tua fatica le verrà corrisposto un compenso che certo non potrà mai corrisponde al lavoro e alla fatica che ti costerà dare forma a questi incontri ma rappresenterà, assieme all’applauso del popolo, un segno della devozione dei tuoi concittadini.
Abbiamo pensato che, se pure non delicato, potesse essere non irragionevole chiederti subito un assenso di massima. Se sei d’accordo con la proposta che ti facciamo informa il messo.
Infine si è pensato che il periodo migliore per realizzare questo breve corso possa essere maggio, il che ti consente di avere un ragionevole lasso di tempo per preparare il tuo lavoro.
Firmato
Il segretario del Partito …”
Li Yu si fermò a pensare. Poi disse fra sé: “Certo molto si è perduto rispetto alle grandi attese dei primi anni che avevano visto il popolo, acquistata la libertà, credere di poter mutare il mondo, ma forse qualche cosa di nuovo e di importante si è consolidato, secondo i ritmi della storia che non sono quelli del desiderio umano, dando vita a una società diversa, ben diversa da quella ormai morente dell’inizio del XX secolo.
Ogni volta che ci si espone in pubblico si corre un rischio, ma forse conviene dire con grande libertà quello che si pensa. Le istituzioni offrono questo spazio. Si tratta di occuparlo. Il rischio è minimo e la ricompensa può essere buona”.
Alzò gli occhi e si mise a fissare il giovane rappresentante del Partito.
Era la nuova generazione che girava per la città con telefonini e ogni altro aggeggio in mano, un mondo incomparabile con quello del 1940 quando Li Yu aveva più o meno gli stessi anni.
Sorridendo fra sé e sé si mise a dire: “Compagno se tenessi una serie di conferenze sul problema della pace e della guerra lei verrebbe a sentirmi? O – sia chiaro che non ti biasimerei – penseresti di spendere meglio il tuo tempo con una ragazza o con gli amici”.
“No di certo. C’è il tempo per la ragazza e gli amici ma non è l’unico tempo che si vive in questo mondo. E’ un pregiudizio quello che ci descrive schiacciati solo sul presente. Sarebbe un’occasione per dialogare che certo non perderei”.
“Bene – concluse Li Yu – allora riferisci ai tuoi superiori che accetto. Per le questioni di natura tecnica io sono sempre qui. Mettiamoci d’accordo”.
Li Yu si alzò e accompagnò il giovane fino alla porta salutandolo, poi rivolto a C’ing, che era rimasta in religioso silenzio, disse fra il serio e il faceto:
“Mi sono messo in uno dei miei soliti casini e questa volta può essere una bella gatta da pelare anche per te. Terrò una serie di conferenze e sembra che vogliano perfino riprenderle. Dovremo rispolverare i miei vestiti migliori e controllare che siano ancora decenti, non vorrei proprio dover spendere per simili stupidaggini. Certamente la prima volta mi piacerebbe andare davanti a quei signori indossando l’abito che portavo alla fine degli anni sessanta, sperando che abbia resistito al duro lavoro delle tarme”.
C’ing, con i suoi soliti modi gentili, stava sorridendo, ma si vedeva che si tratteneva a fatica: “Quando mai nelle lunghe decadi che abbiamo vissuto assieme ti sei posto problemi di abiti? Siamo vissuti in una monastica povertà. Non hai mai guardato l’esteriorità. Hai portato abiti che ti si sono logorati addosso e guai se te lo facevo notare. Ora mi parli di una divisa di panno che ha la bellezza di almeno mezzo secolo. Non so neppure se esiste ancora o se ne abbiamo fatto stracci.
Visto che sei diventato improvvisamente matto è proprio la buona occasione per recarsi una volta nella vita nei grandi magazzini al centro della città. Io ogni tanto li visito e compero qualche cosa, lo so che te ne accorgi e non dici nulla perché pensi: “E’ una donna ed è giusto che ci tenga”. Ora però è la tua volta, andremo a conoscere il nuovo mondo. Non puoi fare conferenze sulle tensioni che sconvolgono il mondo avendo come unico orizzonte un albero di ciliegio e uno di mandorle. E’ ora che ti apra alle contraddizioni del nuovo! Che bello …”
Li Yu la guardò un poco sconvolto ma aveva poco da aggiungere, si era lanciato all’interno di un maelstrom e doveva nuotare per poterci uscire senza perdere le penne. Avrebbe perfino affrontato le delizie e le insidie del mercato moderno. Era in gara e si trattava di uscirne con dignità … come sempre forse non vittoriosi ma mai completamente vinti.
2 – I paradossi della guerra
La sera stabilita Li Yu, venne preso, assieme a C’ing, da una vettura ufficiale e portato davanti all’ingresso della Casa del Popolo. La preparazione della serata era stata particolarmente laboriosa poiché Li Yu aveva tenuto duro sulla sua idea di entrare vestito con un abito tradizionale, simile a quello usato negli anni sessanta. Pensava di averlo conservato ed era invece finito agli stracci, talmente logoro da non tenersi più insieme. Avevano allora visitato i grandi empori di recente costruzione e Li Yu era stato costretto ad acquistare due abiti nuovi. Entrare in uno di quei negozi gli aveva destato uno stato meraviglia. Si era trovato in una specie di “paese dei balocchi” e aveva girato i diversi settori come un bambino affascinato, provando una serie contrastante di sentimenti: grande fascinazione ed insieme disagio per un mondo che non era più il suo. Nel settore abbigliamento avevano acquistato un abito tradizionale, abbastanza modesto, ma C’ing aveva tanto fatto e brigato che lo aveva costretto alla fine a comperare anche un bell’abito di foggia occidentale, con tanto di camicia bianca e di cravatta rossa. Li Yu si era guardato a lungo allo specchio, il suo corpo rinsecchito dagli anni avvolto in un oggetto così diverso da quelli a cui era culturalmente aduso. Alla fine aveva ceduto alle insistenze della sua compagna che ne magnificava la bellezza.
Ma era ancora insoddisfatto e aveva un suo punto d’onore: voleva, la prima volta, portare l’abito tradizionale. Nessun negozio nemmeno gli ambulanti e i rigattieri erano riusciti a soddisfare questo desiderio. Sicché C’ing decise di comperare un pezzo di stoffa, abbastanza simile a quella di quegli anni, andare da un sarto e far fare a Li Yu un abito su misura. Nulla di più pazzo. Il costo era più alto e la qualità del manufatto non granché migliore di quelli che si potevano comprare in negozio ma Li Yu quando si vide allo specchio si dimostrò soddisfatto: “Ecco questo è l’abito per la prima sera”.
Così, con la sua divisa, quasi tradizionale, sceso dalla macchina di rappresentanza si avviò verso la grande sala. Sapeva che avevano fatto una notevole pubblicità per far conoscere alla cittadinanza la riunione e il tema che sarebbe stato trattato ma non si aspettava di essere accolto da una marea di gente che era già convenuta per tempo. Quando entrò fu ricevuto dal segretario del Partito e dalle altre autorità mentre gli spettatori applaudivano, con cortese misura. Indi lo fecero salire sul palco e sedere al centro su una poltrona rossa, molto comoda, ma Li Yu, piccolo come era, sembrava sprofondarci dentro.
Appena giunto sul palco si guardò intorno. Il locale era pieno in ogni ordine di posti e gli dissero che qualcuno aveva perfino dovuto essere invitato a tornare a casa perché era impossibile accogliere altri spettatori. L’uditorio era molto eterogeneo, accanto a persone anziane molti erano i giovani e, con grande soddisfazione, Li Yu aveva notato una significativa presenza femminile, fra l’altro molte erano le giovani ragazze che sorridevano felici.
L’incontro iniziò con la prolusione del Segretario che narrò, con molta obiettività, la genesi del ciclo di conferenze, le caratteristiche che si erano convenute e prima di tutto la piena libertà che Li Yu aveva avuto di preparare il suo intervento senza che nulla gli venisse richiesto. Ne aveva sottolineato la levatura morale e culturale provata in decenni di lavoro spesso oscuro e modesto ma sempre prezioso per la comunità. Sottolineò inoltre l’importanza del momento, la grande crescita che il paese aveva realizzato in pochi decenni e le grandi sfide che si trovava di fronte.
Aveva poi passato la parola a Li Yu.
“Carissimi Concittadini e Concittadine, Compagni e Compagne e Amici
Sono venuto qui sapendo che avrei affrontato una difficile sfida e mentre vi ringrazio per l’attenzione che mi rivolgete debbo aggiungere che sono commosso e insieme preoccupato.
Il tema che ho deciso di affrontare, su invito del gentile Segretario e della autorità tutte, è davvero tale da far tremare le vene e i polsi, soprattutto nella tragica contingenza che viviamo all’inizio di questo nuovo millennio. Ha fatto bene chi mi ha preceduto a sottolineare le sfide che la nostra giovane nazione, pur carica di una storia millenaria, si trova ad affrontare e spesso mi sono chiesto se la scelta della mia umile persona fosse la più opportuna. Ho accettato nonostante tutto pensando che non sarebbe stato male guidarvi un poco a zonzo per il XX secolo e cercare lì le cause remote di ciò che voi giovani dovete vivere oggi e che segnerà l’esistenza delle generazioni future.
Perciò ho pensato che un breve accenno a una lunga avventura quale è stata la mia potrebbe essere un buon inizio per poi sviscerare, nei diversi incontri che sono stati programmati, aspetti singoli di questo problema.
Vi aggiungo che essendo anziano faccio fatica a leggere e mi trovo come un naufrago fra le onde in procinto di affogare quando qualche amico mi informa delle ultime notizie che giungono, come un flusso continuo, sui vostri tablet e sui vostri telefonini. Di recente per prepararmi a questi incontri la mia compagna me ne ha regalato uno. Davvero una macchina diabolica, ma vi assicuro che non mi dichiaro sconfitto voglio capirne la logica. La sfida del nuovo va vinta e se non ci convince è il nuovo che deve essere piegato ai nostri bisogni e non noi alla logica del profitto che spesso sottende queste innovazioni.
Ciò detto faccio fatica a seguire gli intensi dibattiti polemologici che si svolgono oggi e soprattutto dopo la caduta dell’URSS; mi ha sempre ampiamente annoiato il discutere delle tecnologie belliche, un settore che detesto di cuore, e infine provo disagio quando leggo di geostrategia perché mi sembrano spesso un narrare a vuoto, un tentativo di dimostrare verità che vengono stracciate dopo quattro giorni. Perciò vi parlerò assai poco della situazione odierna. Mi sono convinto che non aveva tutti i torti la mia compagna quando mi ha detto: “Ma come fai a parlare di ciò che succede nel vasto mondo quando lo guardi dalla veranda della nostra casa e vedi un il ciliegio vecchio e il mandorlo in fiore?”
Però c’è un pregresso che conosco bene e può forse esservi utile. Tanto per concludere queste prime note aggiungo che di tanto in tanto cercherò di darvi qualche informazione statistica, ma sono dati vecchi spesso anzi vecchissimi e sarei davvero felice se qualche giovane studioso, nel prosieguo del nostro discorso potesse o aggiornarli o se è il caso perfino contestarli.
Vi aspetto alla prova.
Bene. Sono nato all’inizio del secolo XX e fin da giovane ho provato un forte senso di disagio di fronte alle ingiustizie, alla mancanza di libertà, alle violenze e alla miseria che mi circondava. Allora mi sono unito al movimento dei giovani che nel periodo iniziale della nostra Prima Repubblica si poneva come una delle punte di diamante del movimento rinnovatore. Insomma, senza andare per le lunghe, una voce amica, erano gli ultimi anni trenta, mi ha informato che ero stato identificato dalla polizia come un pericoloso sovversivo e correvo il rischio di essere arrestato e forse perfino di sparire per sempre.
Io, che allora ero così ingenuo e inoffensivo. Per fortuna chi fa del bene trova sul suo percorso anche dei buoni amici e i compagni del Partito, io allora come oggi ero un’anima alla ricerca della verità abbastanza aliena alla disciplina, mi informarono che erano disposti a darmi una mano. Così una sera ho raccolto le mie quattro cose, ho salutato i parenti e mi sono avviato verso l’ignoto. E’ stata davvero, come dicono gli occidentali, una vera odissea, mesi e mesi vivendo di stenti e della solidarietà, la preziosa solidarietà, di compagni che erano disposti a mettere in pericolo la loro stessa vita per salvarmi. Ad essi debbo un’eterna riconoscenza. Poi sono salito a Hong Kong su un battello come mozzo e ho praticamente quasi circumnavigato il globo arrivando alla fine a Le Havre.
Capirete un ragazzotto cinese, quale ero io, che non aveva mai abbandonato la sua provincia e la casa paterna letteralmente scaricato in un porto occidentale pieno di vita, un caos indescrivibile, una babele di lingue … La fortuna fu che trovai rapidamente un compagno che, informato del mio arrivo, mi fece salire su un treno ed arrivare alla periferia di Parigi. Inutile che vi dica lo stupore e la paura. Non sapevo nulla, ma proprio nulla di nulla, ero di una ignoranza assoluta e mi trovavo a vivere nella capitale culturale del mondo. Vi assicuro che è stato un vero calvario, ci sono stati momenti in cui mi sono quasi perso d’animo ma non ho mai desistito da quell’impegno che mi ero imposto abbandonando la patria: lottare per la libertà. Ricordate, non si può lottare senza prima conoscere, conoscere molto e conoscere bene. Ecco perché nel prosieguo della vita mi sono dedicato all’insegnamento. Non vi è nulla di più importante per la crescita di una nazione che l’educazione dei giovani.
Ho dovuto superare degli handicap davvero grandi, la lingua, le abitudini così diverse dalle nostre, ma mi sono adeguato e soprattutto ho passato due anni studiando dieci ore al giorno, lavorando nelle ore libere e dormendo pochissimo. Dopo qualche mese, avendo imparato più che decentemente il francese, mi sono avventurato all’università, la famosa Sorbonne. Allora chiunque poteva entrare e ascoltare le lezioni. Mi sedevo nelle aule alle otto, con accanto a me una borsa piena di carte e una grossa baguette, e uscivo verso le quattro di pomeriggio. Passavo da una lezione all’altra. Allora c’erano maestri di prim’ordine ed ero letteralmente affamato di sapere. Bastava che leggessi sui programmi dei corsi di studio i nomi di Platone, Kant, Hegel e Marx per fiondarmi a sentire, prendere appunti e leggere i testi originali. E’ stata quella che oggi voi chiamate una full immersion che mi ha mutato radicalmente.
In questo contesto di grande vitalità intellettuale, eravamo proprio fra il 1937 e il 1938 continuava in Francia, ma in qualche misura nell’intera Europa, un intensissimo dibattito intorno agli esiti della prima guerra mondiale, quella che viene anche chiamata la Grande Guerra, e come è ovvio i segni di una possibile nuova guerra erano particolarmente forti. Le pretese dell’Imbianchino, le sbruffonate di Napoloni, sicuramente sotto questi soprannomi intuite chi si cela, stavano avvelenando l’aria. E’ in questo clima che ho vissuto mesi intensi discutendo della guerra ed è a quella tradizione che spesso mi richiamo. Voi mi direte che il quadro generale è molto cambiato e io ve lo concedo ma come continuo a ripetere quando mi capita di polemizzare con i cosiddetti critici di Marx: se guardate bene e non vi fate incantare dai sensi la superfice è diversa, assolutamente diversa. Ponete l’occhio verso ciò che conta, verso le strutture profonde, ed allora scoprirete che l’oceano è più o meno lo stesso.
Quello che avevamo imparato dalla tremenda lezione del primo macello mondiale è che le guerre del capitale, nella forma più alta, quale si è venuta strutturando nel XX secolo, non sono più episodi che hanno una durata necessariamente limitata, qualche mese o perfino solo qualche settimana. Possono e anzi è cosa buona che continuino all’infinito e, altra grande novità, possano spostarsi da zona a zona innescando sempre nuovi focolai.
Ci capitò di leggere le opere di un grande reazionario come Joseph-Marie De Maistre. Leggete le opere dei reazionari con attenzione, spesso sono più illuminanti di quelle di autori che cercano di farsi amare e perciò dicono solo mezze verità. De Maistre riferiva una risposta che lo aveva particolarmente colpito del grande generale russo Michail Illarionovič Goleniščev-Kutuzov, il vincitore di Napoleone. La domanda che gli era stata posta era almeno all’apparenza semplice: “Quando una battaglia si può dire perduta?”
Pare che Kutuzov sia rimasto un momento in silenzio e abbia poi replicato, fra lo stupore degli astanti: “Se proprio volete che vi dica la verità mica lo so. – poi dopo una breve interruzione aveva aggiunto – Probabilmente solo una battaglia che si crede di avere perduta!”
Ecco la prima grande novità della scienza bellica della nuova era, se non vi è la persuasione di una delle due parti una guerra può continuare quasi all’infinito. Questo è il motivo per cui la prima guerra mondiale è continuata quasi senza soste per oltre mille e cinquecento giorni. Nessuna delle due parti si è mai convinta, fino a che non sono emersi degli elementi di incontestabile disfacimento di uno dei due contendenti, di aver perso. Ma attenzione anche in quella ultima ed estrema fase era tutt’altro che chiaro chi fosse davvero lo sconfitto e forse il processo sarebbe potuto continuare ancora a lungo.
La spiegazione di questo incredibile esito si poteva leggere ancora nelle pagine di De Maistre quando lo stesso Kutuzov, ulteriormente stimolato a rispondere, pare abbia aggiunto: “Un uomo quando si batte con un altro è vinto quando è ucciso o atterrato, mentre l’altro è ancora in piedi. Non è la stessa cosa fra due eserciti; l’uno non può essere ucciso mentre l’altro resta in piedi. Le forze tendono ad equilibrarsi come il numero dei morti e da quando la polvere ha messo maggior eguaglianza nei mezzi di distruzione, una battaglia non si può più perdere materialmente: cioè a dire che vi sono più morti da una parte anziché dall’altra. Federico II di Prussia, che di queste cose se ne intendeva un poco, diceva che vincere significa avanzare. Ma oggi chi è che avanza? Solo colui che ha coscienza o il cui contegno fa indietreggiare l’altro”.
Se ci pensate in queste parole è contenuta, due secoli dopo, una verità che, mutate le forme esteriori, rimane valida, anzi è oggi più valida che mai. Infatti le tecnologie belliche possono senza difficoltà compensare le perdite ed essendo difficile, anzi difficilissimo, avanzare su un terreno nemico per cui non è mai possibile dire se uno ha davvero vinto consolidando definitivamente la propria supremazia. Se qualcuno di voi ha studiato la prima guerra mondiale, come capitò di far a me in quei due anni, si sarà certo reso conto di quella specie di infinita tragica farsa per cui il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg, carta geografica alla mano, era convinto di aver ormai vinto e si chiedeva come mai non si potesse concludere la guerra. Nel contempo i suoi avversari, Inghilterra, Francia, Italia, avevano altrettanti buoni motivi per pensare di essere loro che stavano per prevalere.
Insomma con la guerra tecnologica, ove non si arrivi alle forme estreme dell’olocausto nucleare, si può ben dire che i sentimenti di vittoria militare o di sconfitta hanno subito strani processi di crisi, quasi una eclissi. Nessuno è davvero mai sconfitto; la guerra, come ha detto, in modo che mi consentirete di definire blasfemo un presidente USA sul finire del secolo scorso, può davvero essere: “infinita”.
Attenzione vi è un ulteriore elemento che ha reso le guerre del XX secolo del tutto peculiari nella storia sociale della guerra staccandole da ogni altra esperienza precedente. Dal punto di vista demografico queste guerre possono, almeno in teoria, continuare per tempi indefiniti. In sostanza il problema è lo stesso di una qualsiasi attività industriale che ha bisogno di materie prime. Per le guerre la materia prima è il materiale umano, o meglio visto il complicarsi della tecnologia, si può dire che una fra le materie prime indispensabili è l’uomo. Ma di individui da gettare nella fornace di una guerra, sia essa convenzionale, non convenzionale o mista, ce n’è sempre più che a sufficienza. Basta che il numero medio delle perdite non superi eccessivamente la quantità di uomini che si possono chiamare con le varie classi di leva. Se ci si pensa bene, in genere queste guerre e guerricciole vedono un picco di perdite all’inizio poi però tendono a stabilizzarsi, su numeri del tutto accettabili. Anzi nel corso della guerra si ha la possibilità di avere un incremento della consistenza degli eserciti nella vana speranza che possano cambiare lo stato delle cose grazie a nuovi arruolamenti oppure l’acquisizione di volontari, cosa che a una persona di buon senso può sembrare assurda, ma vi sono individui che spesso scelgono di arruolarsi per i motivi più strani anche se quello che domina su tutti è come sempre il soldo, la paga.
Un caso a parte è quello dei cosiddetti eserciti di liberazione nazionale, preferisco non parlarne; ragionare su di esse ci porterebbe troppo lontano, ma se si guardasse la cosa controluce probabilmente anche in quei casi si finirebbe per individuare un meccanismo che ci ricollega alla regola generale.
Non affronto neppure e lascio alla vostra libera meditazione il tema delle modificazioni che si sono verificate, proprio negli ultimi decenni, in quelli che si autoproclamano “stati democratici”, degli eserciti di leva in eserciti volontari o per essere più chiari mercenari. Ovviamente si tratta anche in questo caso di una modificazione genetica della massima importanza che ha sgravato il cittadino da un dovere, spesso sentito come un peso, ma che lo menoma di una responsabilità civica importante. Per quanto si sappia fin dal 1848 che gli eserciti nazionali sono macchine tutt’altro che degne di fiducia l’esercito nazionale rappresentava almeno idealmente un segno del potere popolare. Oggi le cose sono cambiate ma il quadro che andiamo delineando, se ci pensate, però muta di poco. Si riduce il numero dei cittadini-soldati ma cresce in misura più che significativa il costo della macchina militare complessiva.
L’aumento delle dimensioni degli eserciti sottende un altro fattore che si presenta in modo del tutto nuovo nel modello polemologico del capitalismo monopolista ovvero la militarizzazione della popolazione. Come avremo occasione di verificare in un prossimo incontro gli eserciti sono dei meravigliosi strumenti di spreco e distruzione di ricchezze e producono fiumi di profitti. Quando eravamo giovani si rimaneva sorpresi pensando al numero delle bombe che in un solo giorno, il primo, vennero sparate dal tedeschi contro i francesi nella battaglia di Verdun, un milione! Ma i nostri maestri ci ricordavano che pochi mesi dopo gli anglo-francesi sulla Somme ne spararono nello stesso lasso di tempo ben mezzo milione di più. In entrambe i casi il bombardamento non servì quasi a nulla, puro spreco. Tutto lavoro umano ottenuto tramite la militarizzazione della vita sociale di una nazione e finito in fumo. Come se non bastasse forse conviene che vi rammenti come le forze inglesi sul continente fossero, nonostante il numero sostenuto di perdite, costantemente rifornite di nuovo materiale umano non grazie alla costrizione ma con un afflusso di volontari convinti della bontà del “lavoro” che andavano a svolgere.
Infine, visto che si è fatto tardi vi invito a fermare l’attenzione su un ultimo punto. C’era verso la fine dell’Ottocento qualche anima bella che pensava che le guerra dovessero concludersi perché la macchina bellica avrebbe estenuato l’economia e reso evidente l’insensatezza dell’intera faccenda. Invece una lunga e terribile esperienza ci ha ormai insegnato, senza alcun dubbio, che l’economia orientata verso la produzione bellica contiene al suo interno elementi che non solo non la distruggono ma anzi la rafforzano. Ciò che sarebbe potuto sembrare un paradosso agli economisti classici si è invece realizzato come la più avanzata frontiera di una economia che produce non solo ricchezza ma nel contempo un costante principio di distruzione dei beni prodotti.
Insomma l’economia del capitale, sia esso privato, monopolistico-globalizzato o semi statalizzato, non solo non porta ad estinguere la guerra, come pensava gli ingenui che avevano preso alla lettera, almeno fra gli eserciti dell’Intesa, lo slogan pubblicitario con cui i politici l’avevano sdoganata: “La guerra che avrebbe fatto finire tutte le guerra”.
All’opposto, porta a intensificarla e a rivivificarla secondo forme e modelli sempre più vari, orrendi e distruttivi.
E’ evidente che le considerazioni che vi ho fin qui espresso costringono coloro che credono nella libertà a ragionare a mente freddissima sulla logica che presiede la guerra nella nuova epoca, senza con ciò voler mai abdicare al principio stabilito dal nostro grande maestro J. J. Rousseau che chi subisce un torto ha il diritto, anzi direi il dovere di reagire e, se appena gli riesce, ristabilire una condizione di superiore giustizia.
Vista l’ora tarda mi fermo scusandomi per la lunghezza dell’intervento e vi invito, se la cosa vi ha in qualche misura incuriosito, a tornare la prossima volta …”
3 – La società del capitale? Una società plasmata per la guerra.
Li Yu si sedette, giusto una settimana dopo la prima conferenza, al suo posto al centro del grande palco nella Casa del Popolo. Il suo primo intervento aveva ottenuto valutazioni contrastanti; sul giornale locale qualcuno lo aveva definito troppo vago e generico, ma la gente che incontrava per la strada lo salutava con affetto.
Si era aspettato una diminuzione della presenza di pubblico, in fondo ormai non era più una novità, ed invece non solo sul palco c’erano tutte le autorità ma anche la grande sala era piena in ogni ordine di posti.
Con assoluta puntualità Li Yu iniziò a dire:
“Grazie ancora una volta per la vostra attenzione.
Avevamo concluso l’incontro precedente, sono certo che ve lo rammentate, scoprendo che il XX secolo ci ha lasciato un’immensa e tragica eredità. La società del capitale nella sua forma odierna ha generato un modello produttivo che si fonda su un semplice presupposto, la crescita economica è favorita da quella che abbiamo chiamato, rifacendoci ad illustri precedenti: la “guerra infinita”.
In questo incontro cercherò di mostrarvi quale è il meccanismo che ha favorito il consolidarsi di tale esito paradossale, ovvero il fatto che il più evoluto e alto sistema economico che l’uomo ha creato e che teoricamente dovrebbe consentire pace e benessere si è trasformato in una micidiale arma di distruzione che si avvita su se stessa alimentandosi dalla sua stessa potenza produttiva.
Ho trovato fra le mie cose un quadernetto di appunti degli anni di Parigi e di lì ho tirato fuori qualche numero, sono statistiche vecchie anzi, viste con gli occhi di oggi, vecchissime, ma forse ancora utili.
Pensate che paradosso. Quando Marx ha iniziato a studiare la struttura del capitale, per realizzare il primo volume della sua immortale opera, si è dovuto rinchiudere al British Museum e, con un’opera da certosino, cercare di individuare dei numeri, dei dati statistici al fine di fondare le sue analisi su un terreno minimamente solido. Un lavoro infernale che lo ha fiaccato non poco, infatti allora tutto nel mondo della teoria economica era indefinito e quelli che studiavano questi problemi si muovevano come pionieri. Oggi chiunque fra di voi ha un tablet può, in pochi istanti e senza nessuna difficoltà, raggiungere una miriade di centri studi, di uffici economici sparsi per l’intero globo e impegnati, si potrebbe dire a tempo continuato, a fornire statistiche. Anzi, avendo conservato un poco di spirito critico, sarebbe più esatto dire: a dare i numeri. Perché se la povertà, come ci è tristemente noto, tarpa la mente l’estrema ricchezza fiacca il corpo e confonde l’intelletto.
Spesso leggendo quelle cifre ci si chiede se corrispondano a una minima veridicità o siano una forma di ideologia, una potente e nuova arma culturale e psicologica che, rivestita del paludamento della sacralità della scienza e dell’oggettività, ha invece la finalità di manipolare le coscienze.
Per questo motivo vi invito a leggere le cifre che vi presenterò con prudenza.
Un’ultima notazione non di poco conto. I dati che vi forniscono si riferivano all’Europa di allora, il centro del capitale ma vista con gli occhi di oggi quella era davvero una ben misera cosa. Noi qui in Cina allora eravamo l’estrema periferia del mondo. Oggi tutto è cambiato, epicentri economici e relazioni commerciali, infatti noi siamo diventati uno dei volani dell’economia mondiale. Ciò non vuol dire che non permangano grandi zone del mondo che sono ancora marginali, inoltre le metropoli di un secolo fa hanno, almeno in parte, mutato il loro volto e rafforzato, almeno esteriormente, il loro primato. Sono tutte cose di cui si deve tener conto. Io le considero in parte scontate e vi propongo un modello teorico complessivo, sta a voi poi precisare le sfumature.
Vi è un dato assolutamente inoppugnabile da cui è possibile partire: dal momento in cui è scoccata l’alba del XX secolo la popolazione mondiale è cresciuta in una proporzione assolutamente imprevedibile. Nelle società tradizionali, quale era la nostra in quell’epoca, ma non fatevi illusioni un poco dappertutto fino all’avvio del processo dell’industrializzazione e dell’esplodere del monsone dell’imperialismo, la grande massa della popolazione era impegnata nel lavoro produttivo e spesso era legata a modelli di vita ampiamente autarchici. Si produceva il necessario per sopravvivere e quel poco di più che era indispensabile per pagare le tasse imposte dallo stato. E’ proprio con l’affermarsi del nuovo modello produttivo, diciamo dopo il 1870, che in Europa si avvia un mutamento di stile nell’esistenza delle grandi masse che, sia pure lentamente, ha come esito una vera e propria rivoluzione strutturale dell’intero modo di leggere l’esistenza umana.
Se declinassimo il discorso da un punto di vista più approfondito scopriremmo che i due volani di questo mutamento sono sostanzialmente di natura economica: la guerra e lo sviluppo delle tecnologie belliche.
La prima guerra mondiale, la grande rivoluzione del 1917 e la rivoluzione del 1912 in Cina e poi il secondo conflitto mondiale hanno fatto da spartiacque.
Ora negli anni trenta in Europa era ormai acquisito, ma i pochi economisti che non si fermavano alla pura economia scolastica di tipo computistico-aritmetica se ne erano resi conto già da tempo, che la guerra aveva indotto un mutamento epocale nell’economia. Al posto dell’antico modello fondato sulla agricoltura che vedeva tutti, dalla prima infanzia, diciamo dai dieci anni più o meno, fino alla più tarda età, partecipare attivamente al mantenimento dell’economia famigliare, ora era sufficiente l’attività di una minoranza per produrre il surplus necessario a mantenere l’intera economia dello Stato.
Giunti a questo punto dobbiamo fermarci un attimo e chiarirci bene cosa si intenda per lavoro e in più quali siano le necessità dell’individuo e dello Stato. Si tratta di un tema immenso, vista la sede e le finalità di questi nostri incontri mi esprimerò quasi in modo apodittico, ben sapendo che ognuna dello cose che andrò dicendo può ed anzi deve essere discussa.
Il lavoro umano fin dalle sue prime espressioni è sempre stato un produrre con una finalità radicalmente pratica, produrre beni tali da poter mantenere in vita un soggetto e, visto che l’uomo è per eccellenza animale politico, altri individui facenti parte della sua comunità primaria. Sopravvivere è stata un’avventura difficile e carica di rischi, solo molto lentamente gli uomini sono riusciti a svincolarsi dall’incertezza del loro rapporto di parassitismo nei confronti della natura fino ad assumere una dimensione più attiva. E’ stato il processo di civilizzazione che ha condotto al superamento del bisogno immediato e alla creazione delle città, della società civile e dello Stato. In questo conteso gli uomini hanno iniziato a produrre, oltre a ciò che rispondeva alle necessità quotidiane, un surplus che è andato sempre crescendo. E’ questo surplus che ha generato, superando il semplice valore d’uso, tanto per fare un esempio il riso per sfamarsi, un valore di scambio e innescato un altro grande volano di espansione: la crescita dell’artigianato e del commercio.
E’ stata una lunga avventura che ha interessato fino all’altro ieri l’intera umanità. Tutti coloro che nascevano dopo pochi anni scoprivano di dover lavorare pena la morte per inedia, quelli più anziani fra di noi possono ricordarsi ben la tragicità di quella situazione, quando non si sapeva la mattina se ci sarebbe stato di che nutrirsi la sera.
La rivoluzione industriale ha però mutato radicalmente le carte in tavola. Ecco perché celebriamo fra gli altri sir Francis Bacon, J. J. Rousseau, Adam Smith, David Ricardo e Karl Marx. Perché ci hanno fatto afferrare quello che succedeva sotto i nostri occhi e che noi, nani ignoranti, non comprendevamo. Il valore d’uso dei beni prodotti, sia quelli di prima necessità sia quello dei manufatti, ha iniziato a diminuire sempre di più, grazie ad un aumento logaritmico della produzione e il valore di scambio è diventato il vero perno della nuova economia.
Sicché si è caduti nel paradosso opposto: produrre troppo realizzando forme di sovrapproduzione che non si sapevano più dove piazzare. Lavorare è diventato non più necessario. Immense masse di individui potevano essere espulse dal processo produttivo senza che venisse messa in discussione né la quantità di ciò che veniva prodotto né, sia chiaro, il privilegio di chi deteneva i capitali di ottenere profitti sempre più lauti. La cosa è spiegata con grande chiarezza nel capitolo XXIV del Capitale e ad esso vi rimando.
Potremmo dire che poi è venuta la guerra mondiale, la prima guerra globale, che ha scompigliato le carte e messo in gioco forze prima impensabili talché quando ero un giovane studente a Parigi si diceva, quasi come fosse un fatto ormai assodato, che era sufficiente il lavoro di un 39% della popolazione per mantenere il restante 61%, improduttivo senza correre il pericolo di vederlo morire di fame o trasformarsi in una massa pericolosa pronta a esplodere in sommosse o rivoluzioni.
Questo vuol dire che un lavoratore, oltre a sostenere se stesso, lavorava per mantenere 1 altro individuo improduttivo e ½.
Quelli fra gli economisti che avevano il cervello più fino, quelli che erano meno legati alle lobby di potere, andavano ancora più a fondo nella disamina, arrivando a fornirci dimostrazioni convincenti della paradossalità insita nel sistema fondato sul capitale e davano sempre più ragione al modello proposto da Marx. Si chiedevano infatti se si potessero considerare produttivi i grandi e medi proprietari terrieri o se non dovessero essere computati fra i percettori di redditi, insomma di coloro che sono improduttivi. Allora era ancora fiorente in larghe zone d’Europa una proprietà terriera costituita da grandi proprietari, medi e piccoli padroni delle terre, ovviamente questi ultimi sopravvivevano a fatica. Sono bastati pochi decenni, una vera inezia nel corso della storia, e se si vanno a vedere le statistiche oggi si rimane sbalorditi, quella che è stata per millenni la classe produttiva più numerosa, quella degli agricoltori, è quasi comparsa, ridotta a percentuali risibili.
Si poteva fare però lo stesso discorso per coloro che allora gestivano la rete dei trasporti di merci e ancora più in generale per i commercianti, una pletora infinita di grandi medi e piccoli trafficagnoli. Producono forse qualche cosa? Certo astrattamente svolgevano ed ancora oggi svolgono un lavoro utile, anzi non esito a dire utilissimo, ma certo non produttivo e potrebbero all’interno di una estrema razionalizzazione, ricordate sempre che il capitale è razionalizzazione da un punto di vista ontologico, perfino scomparire. In fondo il mercato virtuale, di cui avete assistito in questi ultimi anni alla nascita, non ne è che una pallida anticipazione.
Infine gli imprenditori, si ha un bel dire dello spirito d’impresa, della capacità di intrapresa ma ciò che è indubitabile è che anch’essi concretamente non producono nulla. Se sono abili e hanno fortuna, facendo lavorare altri, vedono crescere i loro profitti; se sono sfortunati, corrono il rischio di fallire e concludere la loro parabola nel lavoro dipendente. Insomma tutti, anche i migliori, geniali quanto si vuole, ma non produttivi nel senso proprio della parola.
Alla fine di una complicata sottrazione se ne poteva ricavare che al massimo un 29% della popolazione era rimasto realmente produttivo ed anzi alcuni affermavano che anche tale proporzione era troppo generosa bastando un 20% della forza lavoro per svolgere tutto il lavoro produttivo necessario a mantenere una società sviluppata.
Questo spingeva i nostri maestri, che sia chiaro non erano dei radicali incalliti o ancor peggio dei comunisti presi della hybris della ideologia, ma spesso dei bonari borghesi, vestiti eleganti con tanto di giacca e panciotto che ci parlavano fumando un puzzosissimo sigaro e usavano il più sano e piano buon senso, a dire che si era realizzata, senza quasi ce ne avvedessimo, non solo una modificazione dell’economia, che nessuno poteva immaginare, ma anche una rivoluzione copernicana della vita umana. Sorridendo ci facevano notare come nel giro di circa cinquemila anni, ovvero di poco più di 250 generazioni, non fatevi spaventare dai numeri sono invero ben poca cosa, un’inezia se si tiene conto della vita del nostro pianeta, accettando per buona l’idea che una generazione si sussegua alla precedente nel giro di circa vent’anni, si è passati da un lavoro produttivo che interessava quasi 100 individui su 100 a uno che a malapena viene svolto da 1 singolo individuo che mantiene con lo sfruttamento della sua forza lavoro oltre a se stesso altri 4 esseri viventi della sua specie, che sono improduttivi.
Sarei propenso a credere che tale proporzione sia ancora valida anche per i paesi ad altissimo sviluppo industriale, quelle che restano nonostante tutto le metropoli del mondo, e nel contempo penso che anche il nostro paese si stia avviando verso una forma di sviluppo similare.
Ma attenzione non è che l’altra parte della popolazione sia propriamente improduttiva. Semplicemente non è più necessaria secondo la logica della produttività capitalistica classica o trova il modo di “lavorare” in territori che costituiscono quell’ampia alea che oggi circonda gran parte dei manufatti trasformandoli da oggetti d’uso a oggetti “emozionali”, destinati a rapida deperibilità.
Da un punto di vista teorico però possiamo affermare, con buona ragionevolezza, che in caso di estrema necessità esisterebbe un surplus di circa un 30% della popolazione che potrebbe essere senza difficoltà arruolata nella popolazione attiva e produttiva, fatte tutte le tare possibili, individui inabili, popolazione inferiore ai 14 anni e superiore ai 60.
Se da tale cifra complessiva eliminassimo gli uomini e le donne che possono essere impiegati nella leva militare o in altre attività indispensabili legate al ciclo militare, ricordando che anche nei casi estremi nel XX secolo tale settore non ha mai raggiunto una percentuale superiore al 10% del totale della popolazione, resterebbe un 40% che ha tutte le caratteristiche per essere attivo, ovvero poter senza difficoltà essere utilizzato per produrre manufatti.
Così però giungiamo a dimostrare che metà di questa popolazione “attiva” non viene impiegata perché risulta corrispondere a una vera e propria eccedenza di forza lavoro; il capitale ha bisogno solo di una frazione minima del lavoro umano potenziale per produrre ampi profitti, solide rendite e insieme mantenere una certa stabilità sociale.
Facciamo ora uno sforzo di immaginazione e ipotizziamo che tutta la popolazione potenzialmente attiva fosse d’incanto sfruttata secondo i modelli della più alta razionalità industriale. L’esito sarebbe un aumento di non meno del 100% della produzione industriale in ogni suo settore e in subordine la possibilità di imporre tributi che andrebbero a rimpinguare le casse dello Stato. Insomma un processo virtuoso allo stato puro.
Sappiamo, per una dimostrazione storica abbastanza cogente, che ciò non è praticamente possibile perché una crescita della produzione secondo un modello di altissima razionalità porterebbe il sistema a un inevitabile crollo finale. Lo spettro della crisi definitiva del modello produttivo aprirebbe la prospettiva di una futura dimensione economica socializzata e liberata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Introduciamo allora una piccola variabile ovvero ipotizziamo che lo Stato entri in prima persona nel processo produttivo, in parte in forma attiva e in parte attraverso forme surrettizie, stimolando guerre e guerricciole, favorendo conflitti tramite opere di destabilizzazione politica e vendita di armi, come le più raffinate pratiche di triangolazione, dove non si capisce mai quale è la mano che muove il gioco ma il business si allarga a dismisura, oppure, ed è il modello più semplice, ampliando le dimensioni del proprio esercito e accrescendo di tanto in tanto la sua forza tecnologica. Ecco che allora questa maggiore produzione potrebbe trovare un suo spazio di consumo. Se poi gli stati si impegnano in prima persona in qualche guerra o avventura militare ecco che il gioco è fatto.
Non scordate che la guerra è l’attività produttiva che non solo distrugge per sua natura beni e ricchezze ma genera anche consumi sempre più grandi e sempre più costosi. Le armi costano sempre di più e si fanno sempre più complicate, l’esercito è per sua intima natura una macchina che produce sprechi come nessuna altra. Quando si è in guerra chi pensa a risparmiare? Il materiale militare, sia quello tecnico sia quello umano, è destinato ad essere usato e consumato e nessuno guarda per il sottile.
Insomma una guerra è come una grande discarica in cui si gettano beni e uomini che si sa verranno necessariamente logorati fino a diventare inutilizzabili, anzi prima si consumano meglio è perché così la produzione può continuare ed anzi crescere all’infinito.
Quella che un tempo era chiamata l’“arte della guerra”, sottintendendo che avesse una sua qualche forma di “bellezza”, sia nel disegno strategico sia nel confronto umano sul campo, come dimenticare l’immortale scritto L’arte della guerra del nostro grande Sun-tsu, si è trasformata nella più avanzata delle industrie del capitale, anzi ne è quasi l’espressione teoreticamente più perfetta.
Pensate ai generali della prima guerra mondiale, quelli dello Stato maggiore tedesco, il più preparato del mondo, ed anche i loro avversari francesi ed inglesi; avevano passato anni e anni ad affaticarsi sulle carte cercando di prevedere tutto. Avevano usato la più avanzata scienza matematica, una mirabile logica per realizzare delle vere e proprie programmazioni puntuali, giorno per giorno, di quanto sarebbe costata la guerra che avevano in mente e di cui stavano elaborando le tappe secondo un disegno geometrico perfetto. Si trattava di coniugare l’arte della guerra con la precisione della scienza con il rigore della tecnologia.
Nel giro di due mesi, agosto e settembre del ’14, quel mare di numeri e di carte, che avevano visto all’opera le migliori menti dei diversi paesi belligeranti ed erano costate decenni di sudate fatiche, furono letteralmente cestinati.
Non solo, rammentiamolo, gli esiti di una guerra sono sempre imprevedibili. Si può decidere quando iniziarla, si può ipotizzare uno scopo per cui sembri ragionevole combatterla ma nessuno può mai prevedere in anticipo come andrà a finire.
Tutte le guerra del XX secolo ne sono la dimostrazione palmare.
Qualcuno in sala potrebbe però alzarsi e dirmi: “Fin qui tutto abbastanza ragionevole ma se come hai detto la guerra è diventata ormai quasi sono una questione economica è stato fino ad ora eluso un problema, anzi il problema principale: chi la paga?”
Avete ragione, sembrerebbe questo il vero scoglio che non può essere superato: “Chi è lo sconsiderato che getta i suoi denari in una impresa che è solo distruttiva?”.
Può sembrare impossibile ma questo scoglio è stato abilmente aggirato da oltre un secolo con grande beneficio non solo per l’economia in generale ma soprattutto per le tasche detentori del capitale o se volete, in modo più raffinato, anche di tutti coloro che in un modo o nell’altro riescono a lucrare profitti.
Quale è il meccanismo che è stato individuato per risolvere questo problema, che a prima vista sembrerebbe insolubile? Si è trattato semplicemente di realizzare, tramite un’abile campagna di sensibilizzazione la mobilitazione generale dell’intera popolazione in nome dei superiori interessi dello Stato presentati come interessi che incidono sulle carni di ciascun individuo: ovvero quella che è stata definita la “nazionalizzazione delle masse”. Lo Stato è riuscito a convincere, in quei fatidici mesi del 1914, che era in gioco qualche cosa di imponderabile, tale da poter mettere in pericolo non solo la stabilità esistenziale di ogni singolo cittadino, fondamentale per un’esistenza umana dignitosa, ma la sua stessa sopravvivenza fisica. Se le prove che vengono portate sono cogenti o almeno tale da dare l’impressione che siano tali il gioco è fatto. Badate bene non è necessario che siano prove oggettive e inconfutabili ma basta giocare sulla leva psicologica, usare bene quelli che sono noti come gli “strumenti di manipolazione di massa” che nel 1914 erano abbastanza primitivi ma hanno funzionato egregiamente e che oggi hanno raggiunto forme di raffinatezza estrema.
Basta lanciare, questa fu la carta vincente in quel frangente, un Prestito Nazionale in difesa dei sacri interessi della Patria.
Non vi è stata nazione che negli anni successivi al 1914 non abbia usato tutti, ma proprio tutti, gli strumenti per convincere la sua popolazione a impegnare le proprie sostanze, anche i piccoli capitali che si erano faticosamente riusciti a risparmiare, nella grande gara di solidarietà della guerra nazionale.
Il risultato fu allora un vero miracolo, superiore alla più rosee previsioni.
I danari che erano stati così raccolti servirono per sovvenzionare la produzione industriale e, essendo organizzata in un momento di eccezione per quello che era visto come un superiore interesse nazionale, non si stava certo a guardare per il sottile su quale fosse il prezzo di un singolo sistema d’arma, di un equipaggiamento, dei materiali che dovevano essere indirizzati verso i fronti per approvvigionare i soldati.
L’esito di questo giochetto non sto neanche a dirvelo.
Alla fine della guerra, nei vari paesi, o almeno in quelli vincitori, gli altri si trovarono in bancarotta con tutto finito in fumo, si levarono voci che parlavano di speculazioni intollerabili e di indegni profitti ma il tutto venne, come è normale nel sistema del capitale, tacitato, messo a sopire con un abile lavoro di disinformazione e poi dimenticato.
Voglio rammentarvi quale sia la differenza fra il giocare in borsa, puntando i propri denari su una impresa piuttosto che sull’altra, e la condizione di chi sottoscrive un Prestito Nazionale. Nel primo caso si presuppone che chi ha deciso di mettere a rischio le sue sostanze sia ben informato sull’intero meccanismo in cui ha scelto liberamente di mettersi e sappia che è fondato sul rischio, c’è chi vince e lucra c’è invece chi perde e resta nudo.
Ben diverso è il caso di un Prestito Nazionale …
Qui qualcuno potrebbe interrompermi e dirmi: “Questo ragionamento mi pare presenti una specie di peccato originale, trasforma tutto in un meccanismo economico di fatto svilendo completamente ogni discorso ideale. Facciamo un esempio: l’identità nazionale è un valore per un popolo che non può essere sminuito. Camuffandolo così invece lo si trasforma in qualche cosa di vuoto, pura ideologia se non peggio …”
Questa è una domanda a cui non è facile rispondere ma è parimenti dovuta una risposta.
Cercherò di sgomberare il campo da questo dubbio. Io come il mio ideale interlocutore siamo convinti, anzi credo convintissimi che le tre grandi parole d’ordine del 1789, uguaglianza, libertà e fratellanza, siano valori che non si possono smarrire né su cui si può mercanteggiare. Ma anche le più grandi idee, i più sacri valori possono vivere delle mutazioni impreviste.
Ciò che non si valuta mai a sufficienza è la capacità del sistema del capitale di realizzare, come nessun altro modello economico precedente, una vera e propria trasformazione delle sue forme. Si è dimostrato un vero mutante, con una abilità unica nel modificare gran parte della sua struttura cromosomica o almeno di adeguarla alle nuove esigenze. Senza per altro mai mettere in discussione il principio per cui tutto, ma proprio tutto, altro non è se non business.
Il vero manifesto identitario del capitale è: “business is business”.
Se le merci, fra le prime le armi, si vendono e si possono vendere a tutti, non ultimi i propri nemici, quelli che pochi secondi dopo che gliele hai vendute le imbracceranno contro di te, quale può essere la difficoltà se si tratta di vendere delle idee? Esiste un unico limite, che producano profitto!
E’ qui che si è realizzata la vera coupure fra la tradizione borghese e la nuova pagina nella storia della coscienza umana di cui è stato pioniere Karl Marx e che i suoi eredi hanno spesso e volentieri tradito. Il filosofo di Treviri ci ha infatti insegnato, o almeno ci avrebbe voluto insegnare, a ragionare e agire secondo un diverso punto di vista.
Si tratta di un punto di vista impegnativo che non offre facili ricompense ed anzi richiede grandi sacrifici ma soprattutto non dà quei profitti puntuali, in carta moneta, che invece il capitale mette come una carota costantemente davanti alla nostra faccia: il punto di vista critico dei ceti subordinati, del mondo del lavoro, di chi da sempre è emarginato.
E’ una strada in salita ma è la nostra strada.
Ora, per riprendere il discorso, cosa fa lo Stato dei denari che gli sono stati dati dai cittadini grazie al Prestito Nazionale? Sostanzialmente ti promette di restituirteli in un futuro più o meno lontano con un modesto interesse, che costituisce una specie di piccolo incentivo. La ricchezza costituita dal risparmio dei produttori (ed ovviamente non solo di essi anche di speculatori e rentier), che si trasforma in certificati di reddito non è altro, in ultima istanza, che un titolo a godere sul lavoro prodotto dalle generazioni future.
Se il meccanismo è ben funzionante non esiste nei fatti alcun intoppo perché il processo si prolunghi all’infinito. Anzi più lo stato di tensione bellica si estende meglio è. Potrebbe all’opposto risultare una vera e propria sciagura se un evento bellico si concludesse troppo rapidamente. Infatti in quel caso potrebbe verificarsi una vera e propria crisi finanziaria.
Alla caduta della produzione e alla parallela crisi delle entrate fiscali potrebbe corrispondere per i politici lo spettro di dover trovarsi d’improvviso davanti alla necessità di iniziare a ripianare i debiti dello Stato e restituire parte del monte danari allegramente mandato in fumo.
In questo modo siamo arrivati a delineare un vero e proprio modello economico ideale: tramite la “guerra infinita” è possibile realizza profitti infiniti, che si riproducono con facilità, non creano scorte o fenomeni di sovrapproduzione, basta che lo stato di guerra si estenda senza pause. Il fatto che la guerra abbia come suo naturale effetto la distruzione di ricchezze è il fondamento stesso della sua reddittività e poiché, se la guerra continua è necessario rifornire i militari, ecco che la macchina può funzione al massimo. Non bisogna poi dimenticare che, concluso il business della distruzione, rimane sempre in predicato quello della ricostruzione senza la quale nuove distruzioni non avrebbero ragione di essere. Anche per la ricostruzione si può, con modalità non molto dissimili dalle precedenti, chiamare l’intero popolo a offrire ciò che resta dei suoi risparmi sotto forma di Buoni del Tesoro o assimilati.
Un secolo di storia del capitale ci insegna che la legge del capitale monopolistico nell’era che ha visto una inedita commistione fra i settori industriale e militare è: “war is money, is big money”.
Se fate mente locale si tratta dell’unica grande formula, estrinsecazione dell’aspetto più profondo dell’etica del capitale, intrisa di una certa concezione religiosa e venata di un profondo fondamentalismo, che ha dominato l’intera storia degli Stati Uniti e la sua politica fin dalla fondazione delle colonie inglesi nel nord del continente americano nel lontano XVII secolo. E’ una regola che almeno fino ad oggi ha sempre funzionato, ha consentito a quel paese di allargare i suoi tentacoli sul mondo e che domina ancora, nel complesso incontrastata, il disegno politico dei suoi leader. Si tratta di una concezione che unisce una forte dose di laicità con uno spirito fortemente connotato da una certezza granitica di un proprio destino di supremazia. Il tutto è davvero ben raffigurato nell’occhio di Dio che potete ammirare guardando il retro di una carta moneta da un dollaro.
Al centro appare la scritta “In God we trust” ovvero “Noi fidiamo in Dio”, ma delle menti un poco più maligne potrebbero ben pensare a un significato recondito del tipo: “Noi fidiamo nel dio denaro”. Alla sinistra c’è raffigurato una specie di sigillo con al centro un tronco di piramide al cui sommo si impone un occhio, chiara raffigurazione di uno spirito divino, quello venerato della massoneria che guidò gran parte della élite dei coloni in rivolta contro gli inglesi e due scritte che possono essere tradotte con qualche esattezza con: “La provvidenza ha favorito il nostro impegno” e “Il Nuovo Ordine dei Secoli”. Certo un ulteriore indicazione di una grande fiducia nel favore della divinità e in una missione che si vuole universalistica. Quella che ha connotato l’imperialismo statunitense in tutto il XX secolo.
Credo di aver ampiamente abusato della vostra attenzione ed allora vi lascio con questa ultima considerazione che apre una finestra sulle tematiche che affronteremo la prossima volta …”.
4 – Accelerare la crescita? La guerra risolve tutto.
Era ormai il terzo incontro e Li Yu era quasi certo che entrando nella sala grande della Casa del Popolo avrebbe visto scemare la presenza del pubblico. Si era convinto di chieder troppo ai suoi uditori ed infatti alcune voci critiche si erano levate soprattutto per il livello che era parso troppo poco vicino ad un pubblico interessato ma non abituato a ragionamenti eccessivamente astratti.
Grande fu però il suo stupore a vedere ancora una volta la sala gremita.
Seduto al centro del palco all’ora stabilita iniziò a dire:
“Grazie per la vostra folta presenza e per la volontà che vi ha portato qui. Evidentemente molte idee preconcette non sono vere. Mi rifaccio in particolare a qualche voce che dice che bisogna essere semplici, didattici. Ciò è sempre ragionevole ma ci sono delle occasioni in cui semplificare vuol dire falsificare e allora è nostro dovere rifiutarci di accettare di barattare la verità con facili giochetti retorici.
Se vi rammentate, l’ultima volta, eravamo arrivati a scoprire quello che potremmo definire uno degli arcani del capitalismo in quella che è stata chiamata da Lenin la sua “fase suprema” ovvero la fase “imperialista”. Quanto questa formula sia corretta si potrebbe discutere ma essendo ormai una specie di classico la accettiamo. Semplicemente l’arcano è che il capitale non ha bisogno che di una parte della forza lavoro astrattamente disponibile sul mercato per realizzare la sua funzione di valorizzazione e produzione di profitti. Basta che una minoranza lavori e materialmente produca per mantenere l’intera struttura di una società sviluppata. Non solo si era aggiunta una seconda scoperta ovvero che il dogma tradizionale del liberismo, che ha teorizzato per tutto il XIX secolo la necessità che lo Stato restasse “leggero” ed estraneo alla dinamica economica, era una semplice ideologia per consentire a una minoranza di imprenditori di operare in piena libertà. Con l’inizio del XX secolo infatti gli Stati sono stati costretti, da un’imperiosa dinamica interna, a riconoscere che il debito di uno Stato può ed è perfino fisiologico che aumenti fino a forme estreme come quelle che conosciamo oggi.
Sia chiaro tutto questo parlare di debito va letto con occhio distaccato perché all’interno del concerto delle nazioni e dell’andamento dei meccanismi finanziari del capitale è naturale che si realizzino delle forme di equilibrio. La staticità non è la caratteristica di questo modello economico.
La particolare situazione di eccezione venutasi a creare nel trentennio fra il 1914 e il1945 ha consentito al capitale di sperimentare nuove, inedite e più avanzate forme di gestione della società e dell’economia che sono andate ben al di là di quanto poteva ipotizzare anche il più avveduto intelletto all’alba del primo conflitto mondiale. Quella esperienza ha aperto la porta a una nuova e originale fase del processo di razionalizzazione e valorizzazione del capitale. Ciò che è successo nei decenni successivi, letto con gli occhi di oggi, è stato la necessaria, anche se non inevitabile, evoluzione di quelle premesse. Il conflitto con il mondo “comunista”, la cosiddetta “decolonizzazione”, di cui vediamo ora tutte le ombre, e soprattutto un’ulteriore fase del processo di globalizzazione della “produzione e del consumo di tutti i paesi”, come avevano detto Marx ed Engels quasi due secoli fa, ha “trascina(to) nella civiltà anche le nazioni più barbare. I tenui prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui abbattere tutte le muraglie cinesi …”.
Cosa è questa se non l’esatta previsione di quello che sta succedendo da noi e poi succederà in India e di seguito nell’intero globo?
Perciò lasciatemi tornare con la mente ai miei anni parigini.
La mobilitazione militare e in ogni caso lo sviluppo dell’industria bellica, la collocazione di quella particolare merce non hanno mai creato grandi problemi, hanno invece favorito lo sviluppo dello Stato e la cosiddetta “crescita”.
Mi direte: “E’ da dimostrare e poi come può uno Stato favorire lo sviluppo sostenendo ciò che è per sua natura esattamente contrario a un miglioramento delle condizioni di vita del popolo? E’ cosa che non sta nel buon senso …”.
La risposta può sembrare paradossale ma invece è semplice … Tramite l’incremento dell’industria bellica è possibile aumentare le entrate dello Stato senza rendere più gravosi i sacrifici dei contribuenti. Che poi l’ignavia dei governanti possa essersi mossa e muoversi, per ignoranza e rozza abitudine, anche su quella via è altro paio di maniche.
L’esempio probante è proprio da individuare nel primo evento bellico di dimensione mondiale che davvero sviluppò una nuova dimensione del rapporto imprenditorialità-Stato-individuo.
La prima grande novità è stata costituita dal fatto che una parte della forza lavoro venne distratta forzatamente dalla produzione, infatti centinaia di migliaia di lavoratori, agricoli e industriali, finirono sotto le armi, consentendo di far occupare i posti lasciati liberi ed anche i nuovi posti di lavoro che si vennero a creare con una certa rapidità, a causa dell’aumento delle necessità produttive, da parte di individui che prima erano del tutto estranei al ciclo lavorativo. Contemporaneamente il carico di lavoro per singolo dipendente si ridusse di una unità (un singolo lavoratore non doveva più sostentare 5 ma 4 unità, il quinto era mantenuto dallo Stato) e ciò consentì di accrescere almeno tendenzialmente il reddito individuale di quelli che restarono sulla produzione visto che si era alleggerito il peso che dovevano sostenere, restando intatto il reddito complessivo. Tal miglioramento ha permesso allo Stato di aumentare a sua volta un poco le tasse ma non tanto da costringere i contribuenti a particolari sacrifici.
Ovviamente tale dinamica teorica deve poi essere commisurata all’andamento di ogni singolo Stato e a variabili molto differenti che in quel frangente si misero in moto: la maggiore o minore intelligenza dei governanti, la rapacità degli imprenditori, le singole contingenze belliche con i loro alti e bassi.
Potrò sembrarvi cinico ma la guerra ha per il capitale un’altra buona funzione, che non va sottaciuta, quella di ridurre la quantità di popolazione attiva e da questo punto di vista le due guerre mondiali hanno rappresentato una scrematura davvero interessante, le successive centinaia di guerre e guerricciole della seconda metà del secolo hanno svolto una similare funzione calmierante, sia pure del tutto insufficiente rispetto alle contraddizioni innescate dallo sviluppo demografico, a livello del resto del globo.
Attenzione, forse non lo avete notato, ma la parte della popolazione finita sotto le armi non costa, almeno nel breve periodo, nulla visto che è mantenuta dallo Stato e il tutto è finanziato a futura memoria.
La seconda novità è stata rappresentata dalla spesa per i materiali e gli armamenti. Una spesa su cui esisteva ed esiste anche oggi una specie di velo del silenzio, di omertà, che viene raramente squarciato e che permette di dire che si tratta di un settore dove non si appanna mai il sole del profitto.
C’è un bel film, per altro assai tragico, di un regista jugoslavo tale Emir Kusturica, Underground, che rappresenta in modo assolutamente efficace questa follia bellica che giunge al suo parossismo nella guerra civile, una forma di guerra che ha perso ogni ragione fino a ridursi a un puro delirio autodistruttivo.
Aggiungiamo che una guerra deve essere “seria” ovvero che guerre e guerricciole, che si esauriscono in breve tempo, sono un vero disastro perché non consentono di sviluppare tutte le potenzialità che una vera guerra offre. Rassomigliano a quelle imprese capitalistiche che si esauriscono e dichiarano fallimento dopo aver speso il denaro per gli impianti, il macchinario e poco altro senza entrare seriamente in produzione. La prima parte del XX secolo ha insegnato che una vera guerra non dovrebbe mai essere inferiore per durata a un quinquennio. Certo dopo il 1945 non è più stato possibile dare vita a un bel conflitto generale permanente ma attenzione il capitale ha scoperto che un pullulare di guerre locali, conflitti regionali, colpi di Stato militari e successivi massacri possono benissimo supplire all’assenza di una grande e bella guerra tra tutte le nazioni.
L’aspetto su cui voglio ora fermare la vostra attenzione è l’incredibile articolazione della tecnologia bellica. Nell’antichità, ma se ci pensate bene fino a tempi molto recenti, la guerra era combattuta con armi primitive, spade, lance, baionette ovvero lance di minori dimensioni più o meno appoggiate a dei supporti. L’introduzione di bombarde, colubrine e poi archibugi avevano cambiato in forma molto limitata la situazione. Certo le guerre napoleoniche avevano “democratizzato” qualcosina, come ci ha insegnato il grande Kutuzov, ma rammentiamoci che fino al 1866/1870, più o meno il momento dell’introduzione della canna rigata nei fucili e nelle pistole, quale fosse la traiettoria e dove finisse un colpo sparato da una di quelle armi, oltre i primi due metri di percorso, era cosa del tutto aleatoria da prevedere. Chi di voi pensa che nel West degli Stati Uniti ci fossero i duelli come li vede al cinema è un illuso. Per riuscire ad ammazzarsi dovevano arrivare quasi a toccarsi per mano!
E’ con la tecnologia del XX secolo, “visto che gli uomini sono animali progressivi e quindi non si sono potuti fermare alla spada e alla lancia” le cose sono drasticamente mutate. La nuova produzione rivoluziona l’intero sistema. Dai proiettili di tutti i calibri alle bombe caricate a gas, a quelle sganciate dagli aerei, agli stessi proiettili dei fucili, si tratta di una produzione destinata a essere usata in forme sempre più allargate e ad andare per la più parte in fumo senza produrre alcunché, anzi tale da costringere a ricostruire, con rapidità sempre maggiore le riserve, per non sguarnire i fonti di guerra.
Per far ciò era inevitabile che si creasse una crescita della domanda della forza lavoro e ciò non poteva che portare, se la guerra ha le caratteristiche che abbiamo delineato, a una crescita tendenziale dei redditi dei lavoratori individuali e complessivi. Ciò ovviamente in una situazione in cui le autorità predisposte alla gestione del dossier finanziario fossero all’altezza della situazione, ovvero sapessero come trovare i danari necessari e poi spenderli in modo non proprio dilapidatori. Vi assicuro che se durante la prima guerra mondiale i generali che furono all’altezza della situazione furono pochissimi, la più parte erano poco meno che criminali, dei veri macellai, e per la seconda le cose non andarono granché meglio, i ministri dell’economia e delle finanze non fecero, tranne pochissime eccezioni, una figura migliore. Un abile gestore di una economia è ben più difficile da formare di un generale e nell’economia delle nuove guerre ben più importante.
Infatti il ministro deve saper gestire con maestria la leva delle tasse, in modo da avere un regolare afflusso finanziario senza pesare eccessivamente sul contribuente e senza fargli crescere l’idea che il suo lavoro e i suoi sacrifici siano inutili. Ciò non è difficile se si sanno usare e dosare nel modo giusto i profitti che si ricavano dall’impiantarsi di nuove imprese e dall’aumento, relativo ma generale, dei salari di base, anche se poi i risultati pratici dei vari ministeri, almeno per ciò che concerne quell’esperienza storica furono spesso fra i più deludenti.
Vi è però una terza fonte che non va dimenticata. Una crescita anche minima dei salari e l’ingresso nella produzione di individui che prima erano marginali e senza reddito offre lo spazio per le nuove attività produttive, il bisogno di nuove merci dà il destro per la realizzazione di nuove imprese, nuova produzione e nuovi redditi per lo Stato.
Insomma ancora una volta si dimostra che la guerra genera distruzione ma paradossalmente ha anche in sé gli anticorpi che consentono al sistema di avviare processi di riparazione del tessuto economico. Un organismo, che è dedito alle pratiche più distruttive e come tale sembrerebbe incarnare ciò che di più folle l’uomo ha creato, si presenta come una specie di corpo vivo capace dalla morte di generare nuova vita con una potenza inaudita. Anzi si può aggiungere che l’esperienza ci ha insegnato in modo inoppugnabile che la guerra è un magnifico strumento atto ad accelerare l’evoluzione economica.
In sintesi e per non tediarvi, oltre l’ora che ci eravamo dati per terminare il nostro incontro, eccoci alla sintesi: uno Stato può gestire, anzi tutti gli Stati hanno gestito le guerre grazie a tre fonti che sono entrate in sinergia virtuosa fra di loro. La prima è la riduzione della popolazione improduttiva e una tendenziale eliminazione dell’eccesso demografico; la seconda è lo sviluppo inaudito dell’industria bellica passata, da una dimensione quasi artigianale quale era ancora nel XIX secolo, a punta di diamante dell’intero sistema economico. Infine la terza fonte è costituita dallo sviluppo di una serie di attività produttive di beni di consumo, non strettamente necessari alla mera sopravvivenza individuale, che hanno mutuato novità tecniche proprio dalle sperimentazioni belliche e che hanno invaso il mercato del vivere quotidiano.
Insomma la guerra per tutto il XX secolo, sarà doloroso dirlo e forse qualcuno si strapperà le vesti, ma è la verità: è stata il volano dello sviluppo mondiale.
Penso che convenga per ora fermarsi qui. Vi aspetto per il prossimo incontro giusto tra una settimana”.
5 – Nulla è più eccitante di una bella guerra.
“Siamo così giunti al penultimo passaggio del nostro duro vagare per la più tragica contraddizione del XX secolo: alla presa d’atto che la guerra, per quanto ciò possa suonare duro per una coscienza morale, è diventata il centro della crescita dell’economia del capitale.
Un’idea di questo tipo era totalmente estranea alla scienza economica del XIX secolo infatti ancora J. Stuart Mill nel suo Principle of Political Economy affermava che l’industria bellica, caratterizzata da una insita tendenza alla distruttività, era un pericolo per il naturale ed organico sviluppo dell’economia. Costruire industrie belliche voleva dire distrarre il capitale da più ragionevoli e profittevoli attività. Le ricchezze sottratte alla produzione utile e indirizzate verso l’industria bellica non facevano aumentare la ricchezza complessiva di una nazione ma piuttosto portavano a una rarefazione delle merci presenti sul mercato e a un inevitabile aumento dei prezzi, della qual cosa non poteva che soffrire il consumatore.
Analizzata questa situazione però lo stesso autore aggiungeva che l’industria non riesce sempre a utilizzare tutto il capitale potenzialmente disponibile sul mercato. Infatti rimangono costantemente masse di capitale inoperoso o per lo meno non impegnato in misura incessante nel processo di valorizzazione e creazione di nuovo profitto.
Si possono senza fatica individuare almeno tre settori dove ciò si verifica. Il primo è quello insito nel processo produttivo stesso dove nonostante i fenomeni di razionalizzazione la produzione si scontra con naturali e imprevedibili resistenze di sistema; secondo quello della distribuzione dove il modello ideale del “just in time” non è ancora stato realizzato; infine vi è una naturale e forse ineliminabile tendenza alla tesaurizzazione che conserva del capitale accumulato ma non lo rimette in circolo, costituendo così un blocco al processo di crescita complessivo del sistema economico.
La guerra e più in generale la gestione del dossier bellico da parte degli stati invece favorisce, anche qui gli esempi storici non mancano, fenomeni di forte razionalizzazione. Diminuiscono i punti di attrito fra i singoli momenti del processo produttivo, lo spirito di impresa è più vigile ed aggressivo puntando a prevenire le necessità piuttosto che intervenire secondo i bisogni e ha insita la tendenza a ridurre al minimo le giacenze vista anche la rapidissima obsolescenza dei prodotti destinati ad una usura che non è paragonabile con quella dei beni rivolti al mercato ordinario.
Insomma è questo capitale superfluo giacente che gli Stati hanno imparato a usare. Una parte di tale ricchezza è stata impiegata nei momenti di crisi e per poter compiere grandi imprese collettive, dove non è sufficiente l’azione del singolo privato. Non c’è Stato, fra quelli sviluppati, che non sia intervenuto nella costruzione di grandi infrastrutture, prima fra tutte ovviamente una rete ferroviaria nazionale.
Anche qui il XX secolo ha aperto le porte e nuove forme di razionalizzazione fondate sul controllo della produzione privata da parte di organi collettivi consensuali – trust, monopoli, cartelli e ogni altra possibile variazione sul tema – e/o con la partecipazione statale. La leva statale si è mostrata durante le guerre e crescentemente nel secondo dopoguerra di una inaudita potenza incamerando la ricchezza giacente e usandola secondo il proprio disegno prima distruttore, poi ricostruttore e infine, sia pure in forme più raffinate, ancora destinato alla distruzione, come è emerso chiaramente negli ultimi decenni.
Ciò che vi ho detto fin qui non presenta nulla di particolarmente eterodosso infatti proprio J. Stuart Mill aggiungeva: “Vi è un’altra via attraverso la quale i governi possono creare nuove industrie. Essi possono creare capitali, possono imporre tasse e impiegarne l’ammontare produttivamente. Essi possono mettere tasse sul reddito o le spese ed applicarne i proventi per il pagamento dei debiti”.
E’ tramite questo meccanismo che gli Stati del XX secolo, pur con infinite variazioni sul tema, hanno individuato nella guerra “l’igiene del mondo”, ovvero l’unico strumento che ha una forza magica di moltiplicare la ricchezza nel momento in cui la distrugge. La guerra invece che mostrarsi ingorda e vorace dissipatrice di capitali e di industrie, come si pensava nel secolo precedente, funziona come mezzo artificiale per aumentare la domanda, impiegare capitali e occupare almeno una parte della popolazione che altrimenti rimarrebbe ai margini nel processo produttivo. Si tratta di un aumento della produzione e della ricchezza che, ove si escludano crisi economiche particolarmente accentuate, sopravvive alla guerra e si trasmette alla successiva fase di pace.
Insomma bisognerà rendersi conto che il denaro non è vera ricchezza se non nei limiti in cui conferisce una disponibilità di beni diretti consumabili o di beni strumentali e per essere ancora chiari di capitali da impiegare nel processo di valorizzazione.
Vi è poi un’altra voce che però dobbiamo ben rammentare. Vi è infatti un’attività umana produttiva media che si trova comunemente diffusa fra gli uomini e che è naturalmente spinta ad essere valorizzata. Non si tratta solo della forza del lavoratore, che si presenta sul mercato affermando di avere un diritto a lavorare, ma anche quella di chi si butta a produrre, punta a intensificare i ritmi di lavoro accrescendo la ricchezza esistente e trasformando così la società in una grande miniera a cielo aperto.
“La vera ricchezza è l’attività combinatoria e trasformatrice dell’uomo”. Anche questa è una delle leggi del capitale che dobbiamo ben rammentare e che vivifica e dinamizza costantemente il sistema.
Una reale difficoltà potrebbe verificarsi nel momento in cui tutta la ricchezza sociale fosse investita ma ciò non è possibile nel sistema fondato sul primato del capitale e dell’iniziativa privata. Fino a che manchi un piano unitario della produzione e non sia indirizzata secondo un criterio di interesse generale si verificheranno sempre momenti di incertezza e di arresto dei processi produttivi, insomma quelle che conosciamo come le crisi cicliche di sovrapproduzione. Ciò è nella natura stessa del sistema. Solo in una società dove operi un modo di produzione superiore, noi lo chiamavamo comunista ma non è un problema nominalistico ma di sostanza, quando si produrrà secondo un disegno razionale – destinato a soddisfare veri bisogni e non a distruggere – e si impegneranno nel modo più razionale le forze produttive esistenti non si avranno capitali inoperosi o dediti a pratiche speculative distruttive, un’altra forma se volete di guerra che si sta sperimentando, su larga scala, proprio in questi decenni e su cui bisognerebbe fermare l’attenzione per la sua grande importanza nel ridisegnare nuovi aspetti del conflitto fra i capitali.
Per questo motivo e nonostante tutto resta fondata l’opinione dei socialisti che, fin dall’origine del loro movimento, hanno sottolineato come una società socialista sarebbe per sua intima natura contraria alla guerra.
Il mondo del capitale invece, ce lo insegna l’intero XX secolo e forse in modo ancora più tragico questo primo scorcio di questo XXI, è caratterizzato da un fenomeno diametralmente opposto: ha bisogno della guerra.
Da ciò ne deriva, in modo logico e consequenziale, che è vera – e con questo concludo e vi invito al nostro prossimo e ultimo incontro – l’opinione dei socialisti secondo la quale una reale tendenza alla pace non si ha se non all’interno di un processo di costruzione di una società socialista che interessi l’intera umanità …”.
6 – La vera globalizzazione? La guerra infinita!
“Mentre sono qui davanti a voi per questo ultimo incontro sento il bisogno di dirvi che provo in questo momento molti e contrastanti sentimenti. Il primo è di gratitudine perché anche questa volta riempite questa grande sala in ogni ordine di posti. Non mi sarei mai atteso tanta attenzione per un tema che, affrontato come l’ho affrontato, non è certo né facile né avvincente. Nel contempo sento che mi sto sgravando di una fatica che alla mia età si è dimostrata davvero molto grande.
Vi annuncio che forse questa volta sarò un poco lunghetto ma spero che alla fine direte: “Ne valeva la pena!”.
Più o meno oltre la solita prolusione introduttiva vi offrirò un riassunto generale una specie di schema di quello che si è detto in questi nostri incontri e poi un saluto.
Ora, visto che è impensabile che si possa realizzare un “bellium omnium contra omnes” come lo teorizzava il filosofo inglese Thomas Hobbes, che parlava però di un ipotetico stato di natura originario, è abbastanza evidente che i contendenti sullo scacchiere mondiale hanno la tendenza a unirsi in coalizioni. Abbiamo visto questo modello operare per tutto il XX secolo e sicuramente non verrà abbandonato facilmente oggi.
Ciò crea interessanti e originali fenomeni di migrazione dei capitali che troppo spesso non vengono messi in luce. Sono processi complessi e a loro modo molto ambigui. Cercherò di mostrarvene il funzionamento in modo semplice e perciò necessariamente riduttivo. Si tratta però di un aspetto del discorso che non possiamo dimenticare.
Un paese impegnato in una guerra è destinato fatalmente a vivere, almeno in una prima fase un deflusso di capitali rivolto a coprire esigenze nuove e impreviste. Ciò favorisce la crescita delle economie più forti e spesso di quegli Stati che si dichiarano neutrali. Per ovviare a questa situazione in genere si realizza una rapida crescita del circolante, tramite la stampa di carta moneta e ciò innesca un percorso inflattivo …
Attenzione però ciò che succede veramente in questi casi, se si esclude un primo effetto psicologico, che pur ha un suo peso, è che nessun paese è una monade in sé chiusa, anche quelli che paiono essere avvantaggiati dalla guerra, basta che la guerra non sia disgraziatamente troppo breve, entrano in un complesso processo di acquisti e vendite che non si può interrompere. Così di fronte all’afflusso di moneta forte il paese che vende materiale bellico conosce un processo inverso di perdita del valore della sua moneta e di deflazione. In questo frangente i detentori del capitale si trovano a dover valutare se non sia più interessante far affluire le proprie ricchezze verso paesi dove la loro moneta è più apprezzata. Un esempio per intenderci: un paese A nei primi mesi di una guerra, ma sia chiaro questo stesso meccanismo può valere anche in caso di crisi sociale e di tensioni forti del mercato, vede il valore medio della sua moneta diminuire, da un 100 teorico con la possibilità di comperare lo stesso controvalore merci a un 130, ovvero si possono acquistare con lo stesso controvalore più merci, mentre in un altro paese ad economia più forte con lo stesso valore 100 se ne acquistano sul mercato interno solo 95. Ciò genera una tensione sui mercati che spinge i detentori di capitali ad acquistare titoli di Stato, proprietà e merci del paese con cui si possono intrecciare migliori affari.
Ciò ci consente di dire che uno stato di guerra permanente, o se volete di tensione internazionale permanente, se è ben letto dalle autorità monetarie, è una condizione ideale per il capitale. Basta che ogni singolo Stato non fermi mai e per nessun motivo la sua attività di esportazione di merci rivolte a tutti i mercati che risultano ricettivi, e sia chiaro da questa lista non vanno assolutamente esclusi neppure i cosiddetti, perfino quelli che sono stati definiti negli ultimi decenni dagli USA i “rogue states” (stati canaglia). Ciò consente di rilanciare la produzione con un afflusso di denaro forte, la costruzione di nuove industrie e l’incameramento da parte dello Stato di crescenti tasse sulla produzione. Potenzialmente in questo modo in questo modo crescono anche i capitali da poter utilizzare per allargare la spesa pubblica.
Insomma come dice il poeta latino Lucano, con una formula che è assolutamente chiara, in un’opera chiamata Pharsalia: “multis utile bellum”, ovvero “la guerra è utile a molti”.
Infatti, “la natura o il disegno finissimo delle menti spietate che muovono i capitali a livello mondiale, se si vuole muoversi su un versante morale, sono sovranamente ciniche e costruiscono volentieri coi cadaveri marciti la fortuna degli individui e delle collettività”.
L’unico intoppo è stato che per molti decenni le autorità monetarie dei vari stati, non avendo per tempo intuito questa inedita opportunità, hanno cercato di risparmiare comprimendo il commercio e rendendo sempre più dura la vita delle popolazioni con privazioni e cadute del tenore di vita, spesso anche radicali, mentre sprecavano infinite ricchezze. Avrebbero invece dovuto lasciare libero sfogo all’impresa. Sarebbe bastato eliminare i divieti favorendo quello stato di “guerra infinita” di cui abbiamo parlato ormai innumerevoli volta.
Invero dopo la fine della prima guerra mondiale i capi di Stato, o almeno i più svegli fra di loro, hanno iniziato a intuire la lezione della guerra, lasciando crescere i debiti e favorendo uno stato di endemica tensione militare. La nuova regola aurea è così diventata che chi riesce a far fare guerra per procura, a innescare guerre civili e guerricciole varie, che interessino regolarmente gli altri Stati, vendendogli un mare di armi a prezzi sempre più astronomici, è davvero il più bravo. In fondo triangolazioni, vendite in nero e altre partiche che astrattamente vengono definite del tutto illegali dalle norme internazionali sono la prassi usuale di quasi tutti gli Stati oggi. Certo vi ricordate il film Lord of War, merita di essere segnalato perché descriveva con grande e terribile finezza la vita di uno di questi mediatori legati al traffico internazionale di armi e uniti a filo doppio con Stati e potentati di ogni tipo. Grazie a loro il business può allargarsi virtuosamente, superando barriere artificiali, falsi moralismi e soddisfacendo le brame di imprenditori, fornitori di Stato e anche, se è il caso dei patrioti di professione.
Tutto quello che abbiamo detto fino ad ora costituisce davvero quella montagna che Yu Kung, vi ricordate certo l’antica favola che si racconta ai bambini, deve superare. Allora ho pensato che uno schema riassuntivo non avrebbe fatto poi male. Le sintesi sono necessarie per la mente umana se ci si ricorda quale è la loro funzione e non le si confonde poi per le verità che celano.
1 – Intorno alla metà del XVIII secolo in qualche landa sperduta di quell’isola lontanissima da noi che è l’Inghilterra, per motivi storicamente appurabili ma insieme anche in qualche misura per un imperscrutabile disegno del destino, alcuni individui, sufficientemente danarosi e soprattutto davvero spericolati, hanno iniziato a convertire le loro attività tradizionali in opifici. Non era del tutto una novità ma, genialità o caso, a loro iniziò ad andare bene e si misero a produrre manufatti durevoli con qualità e prezzi molto interessanti. Mi ha sempre colpito che colui che per primo ha colto, da un punto di vista concettuale questo processo, fosse un Adam, lo scozzese Adam Smith con la sua Inquiry into the nature and causes of the wealth of nations. Come probabilmente sapete Adam era un nome comune, prima di diventare proprio, di origine ebraica ed etimologicamente vuol dire semplicemente “uomo”, non solo potrebbe basarsi su un ben più arcaico termine accadico adamu (“fare”, “creare”), con il significato di “che è stato creato”, “creatura”. Insomma, giocando un poco sulla parola si potrebbe dire che Smith è colui che ha creato il capitale, almeno come concetto!
2 – Insita nella natura stessa di questa nuova modalità di produzione, nella sua struttura cromosomica, sta il fatto che i beni prodotti debbano essere rapidamente acquistabili, fruibili e sostituibili, in modo da sostenere la fabbricazione di nuovi manufatti. Ciò in origine era relativamente facile. In una società vissuta da sempre nella più ampia povertà un maggiore afflusso sul mercato di generi di prima necessità, di piccoli manufatti non poteva che generare una corsa al consumo. Un’ansia di consumo.
3 – Con il passare del tempo, ma sia chiaro per il capitale il tempo assume una natura completamente diversa da quella tradizionale infatti ogni secondo è tempo che si perde, e con l’aumento della produzione dovuto alla concorrenza, molti hanno preso al volo l’occasione e sono passati a produrre manufatti nuovi, stimolando la naturale caratteristica del sistema ovvero che il ciclo produttivo si accorci e che soprattutto il consumo diventi sempre più veloce, anzi velocissimo. Infatti solo la rapidità è garanzia che i profitti possano crescere, ogni sosta è una perdita di valore. Di qui la necessità di combattere la pigrizia umana, indotta da una mentalità tradizionale che non vedeva il senso di lavorare oltre i limiti del necessario per garantire la sopravvivenza dell’individuo.
4 – Per stimolare questa crescita è risultato necessario favorire il consumo e creare la figura stessa del consumatore. Ciò è stato possibile, con una certa facilità, allargando la sfera tradizionale di coloro che, detenendo denari, anche pochi denari, hanno avuto la possibilità di accedere al mercato. E’ quello che è stato realizzato sia pure con qualche resistenza e una certa lentezza, ma anche qui capitemi si tratta di termini un poco impropri, in occidente nel corso del XIX secolo. Sono stati così “creati” nuovi consumatori pronti a rispondere positivamente di fronte ai nuovi bisogni indotti dal capitale. Il processo si è poi allargato fino a generare il consumatore compulsivo di oggi …
5 – Se l’antico regime si basava su sociali regole abbastanza stabili e rodate non è così per il capitale che nasce sotto il segno di una autocontraddizione originaria, un poco come nella narrazione biblica si dice che Adam è spinto al mangiare la mela … Ed è essa che, generando nuovi soggetti, plasmati sulle necessità della produzione, innesca anche una conflittualità sociale mai sperimentata prima. Questo è il peccato originale che il capitale deve affrontare ad ogni passo della sua strada e che gli è coessenziale.
6 – L’intero XIX secolo è stato segnato da una costante crescita della produttività e perciò dal bisogno di individuare nuovi mercati. I detentori dei capitali trasformati in merci iniziarono quasi subito a rendersi conto che, se d’un lato la merce come prodotto di scambio è tutto oro che luccica, vi è però un rischio imprevisto che può mettere in forse il funzionamento dell’intera macchina che la fortuna ha messo nelle mani dei detentori del capitale: lo spettro della crisi. Una crisi che può essere congiunturale, perciò momentanea e legata a qualche singolo settore, in quel caso è una gatta da pelare per certi produttori e non di tutti i detentori del capitale, ma può diventare anche una crisi generale. E qui ovviamente il problema diventa più difficile da risolvere.
7 – Infatti se d’un lato il capitale è interessato a limitare la crescita dei salari dall’altro si trova sottoposto a una formidabile tensione: come vendere se non ci sono sul mercato soldi per comperare? La risposta più naturale sembrerebbe essere di aumentare i salari. Anche questa soluzione genera rischi da non sottovalutare. Chi è sempre stato trattato col bastone potrebbe improvvisamente rendersi conto che il nuovo sistema si basa su un arcano che poi non è tale e potrebbe intuire che gran parte della propria fatica è inutile: ha poco senso faticare perché una parte dello sforzo del lavoro si disperde in una forma di distruzione di energia che non migliora la vita dei più ma si incanala solo nelle tasche di pochi, quando non è del tutto superflua.
8 – Si è trattato allora di individuare nuove strade. Sia chiaro senza dimenticare che è fisiologico per il capitale usare contemporaneamente tutte le possibili strumentazioni presenti sul terreno senza gettarne via alcuna. Da quelle vecchie se non vecchissime, retaggio di un mondo che sembrerebbe morto, a quelle di assoluta avanguardia. Invero il mondo del capitale è un immenso suk dove tutto si mischia. La soluzione in ogni caso che viene individuata all’inizio del XX secolo, e che sostanzialmente è quella che domina il mondo anche oggi, è l’arruolamento della scienza e della tecnologia, in forme sempre più massicce, al servizio della produzione. Di qui la formidabile articolazione della manifattura che di decennio in decennio inonda la vita della gente di beni più o meno necessari, plasmandone i ritmi secondo le esigenza del profitto. E’ quello che voi state sperimentando circa un secolo dopo i nostri vicini europei. Sia chiaro che non è poi molto, in fondo 2 o 3 generazioni e poco più.
9 – Qui però arriviamo al centro del discorso che abbiamo fatto fino ad ora e vi chiedo davvero uno sforzo di attenzione maggiore perché passiamo dal livello piano della descrizione di ciò che è successo a un livello di maggiore astrazione. Il capitale si è trovato di fronte a un problema immenso: cercare di trovare un manufatto che potesse incarnare nella forma più pura la metamorfosi ideale del “prodotto capitalistico”, ovvero alto contenuto tecnologico, alto valore, massima deperibilità una volta uscito dal ciclo produttivo ovunque venisse messo, sul mercato oppure stoccato in depositi. Non solo, si è trattato di individuare un manufatto che potesse entrare in un mercato particolare, non quello normale segnato dalla volubilità e dalla aleatorietà dei desideri individuali, per quanto anch’essi ampiamente plasmabili. Un mercato contrassegnato da una volontà superiore, imperiosa ed extra individuale, collettiva e costituita da “bisogni insindacabili”: l’interesse della nazione. Ecco perché ho posto tanto l’accento sull’esperienza della prima guerra mondiale. Ne sono profondamente convinto: è nato tutto da lì. Si è tratto del terreno di una formidabile sperimentazione, sociale e tecnologica, ed è funzionato oltre ogni aspettativa. Certo ha generato anche delle grandi contraddizioni ma queste sono, come abbiamo detto prima, coessenziali alla natura stessa del capitale. Ecco la necessità di dare vita a una “nazionalizzazione” sempre più spinta delle masse che, nata nel 1789 come una chiave per dare voce alla contraddizione fra nobiltà e terzo Stato, diventa ora un “embrassons nous” universale nel tentativo di negare l’esistenza delle contraddizioni esistenti in seno al popolo.
Il bello è che la cosa è riuscita pienamente.
Giunti a questo punto possiamo svelare ciò che tutti avete già capito: il manufatto ideale del capitale è l’arma, nella sua estrinsecazione pratica, lo sviluppo di un bel ciclo di guerre.
In tal modo si è quasi raggiunta la circolarità perfetta: garanzia di profitti infiniti in una produzione che dovrebbe avere la qualità ideale di non fermarsi mai. Distruggere e produrre, indurre in modo surrettizio la necessità di ricostruire riserve e infine riconoscere il principio che tali beni debbono circolare oltre ogni frontiere e in barba ad ogni legge o norma internazionale.
Ecco quale è la necessità oggettiva per il capitale delle guerre che nessun moralista e nessun pacifista potrà mai comprendere a pieno. Ecco anche il motivo per cui il socialismo si è fatto, fin dalla sua origine, portavoce di una concezione del mondo che si basa sull’imperativo di escludere definitivamente la guerra dall’orizzonte della vita umana. Ma sconfiggere il disegno del capitale è cosa della massima difficoltà e impone un’infinita superiore virtù e saggezza che sfortunatamente non sempre si è trovata nella faretra dei socialisti.
E’ questa la scommessa che le future generazioni dovranno necessariamente affrontare.
Sono così quasi giunto alla naturale conclusione del mio percorso e mi rendo conto di aver vagato nelle lande della memoria più che nei territori dove voi vi attendavate elementi di chiarificazione e delle risposte. Ma ve lo avevo già detto non posseggo ricette e non sono, per cultura, formazione e lunga esperienza la persona che riesce a fornire quelle risposte fulminanti e quasi profetiche che alcuni invece, sia chiaro molto rari, hanno la capacità a volte di elaborare.
Non voglio però lasciarvi senza aver detto proprio nulla su quelle che sono le mie sensazioni quando ogni mattina mi alzo e leggo certe notizie. Sono, come ho detto, semplici impressioni che dovete prendere come uno stimolo al vostro ragionamento critico piuttosto che come verità scientifiche, ammesso che tali verità esistano in qualche campo. Lo faccio anche per ringraziarvi della meravigliosa solerzia con cui avete seguito questi incontri e per sdebitarmi nei confronti di chi quando mi incontra, anche per strada, mi ringrazia e mi riempie di lodi.
Allora, se noi guardiamo con attenzione le analisi di alcuni grandi centri studi, soprattutto quelli che hanno sede in diverse prestigiose università statunitensi, che grazie a forti finanziamenti, realizzano ricerche molto fondate e rigorose abbiamo la possibilità di farci un quadro della situazione sufficientemente chiaro e distaccato. E’ ovvio che le loro parole vanno prese con le molle, parlano di libertà, ma cosa si nasconda davvero dietro questa parola sta a noi deciderlo, parlano di diritti umani più o meno violati, ma anche qui è bene essere sempre accorti nel leggere. Come ci ha insegnato una cultura millenaria, la nostra e quella che abbiamo, nell’ultimo secolo, imparato ad apprezzare dei nostri vicini europei, la parola è una severa maestra. Può dire il vero ma può benissimo velare la verità.
Su questo terreno è solo l’intelligenza individuale che può aiutare ciascuno di noi a muoversi nel pelago della vita. Ed aggiungo non dimenticate che ragionare da soli è avarizia, farlo insieme, cercando così di avere ragione delle difficoltà comuni, è solidarietà!
Io leggo con interesse le analisi fornite dal Centro per lo sviluppo internazionale e la gestione dei conflitti (CIDCM) dell’Università del Maryland che hanno per titolo Peace and Conflict. A global Survey of Armed Conflicts, Self-Dertemination Movements and Democracy. Sono incappato in questo centro studi e non escludo che ve ne siano altri forse anche migliori. Si tratta di ricercare e poi socializzare le informazioni. Nel caso in questione si tratta di un osservatorio annuale che pubblica delle lucide letture della situazione mondiale, la serie è iniziato con il nuovo millennio. Nel primo numero che sono riuscito a reperire, del 2001, per chi di voi “naviga” è facilmente rintracciabile anche su internet in sintesi e se proprio volete leggerli in esteso potete spingere le vostre biblioteche a ordinarne una copia in cartaceo, vien realizzata una interessantissima ricapitolazione dei conflitti che si sono sviluppati nel mondo fra il 1946 e il 2000. Si tratta di una serie di tavole geografiche e di tabelle davvero istruttive. Lasciamo da lato il fatto che molte di quelle considerazioni andrebbero riscritte, visto che si fondano su una struttura concettuale che vede nel mondo anglosassone la punta di diamante della civiltà e il resto, tutto ciò che esiste del mondo, viene declinato più o meno come una serie di forme sempre più lontane rispetto alla perfezione della “democrazia made in USA”. Ma noi teniamo conto dei fatti bruti. Si possono ricavare da tali lettura una grandissima serie di informazioni, anzi non mi sembra scorretto dire che si tratta di una miniera di conoscenze utili.
In sintesi cosa si legge? Che dalla fine della seconda guerra mondiale si è inanellate nel mondo una serie impressionante di conflitti. Possiamo allora riconoscere che la formula usata da G.W. Bush, sulla “la guerra infinita” come destino dell’umanità, che tanto ha scandalizzato i benpensanti, non era che la presa d’atto quasi notarile di un dato di fatto: di ciò che è successo per almeno mezzo secolo dopo la conclusione della seconda guerra mondiale.
Guarda caso in questa forma di conflitto latente, ma sempre pronto ad esplodere, con tutti gli esiti pratici di cui abbiamo parlato nei vari incontri, psicologici, demografici e materiali, gli Stati Uniti hanno sempre svolto la funzione di paladini della conservazione pronti a schierarsi con gli stati più terroristici e a difendere, ovunque fosse possibile, non solo i loro interessi ma anche le forme più ripugnanti di repressione tirannica. Ogni volta però, grazie a una abile campagna pubblicitaria, che nei decenni si è sempre più raffinata, lo hanno fatto, come ha scritto in un suo importantissimo volume di William Blum: Con la scusa della libertà.
Vorrei essere con voi ancora più schietto. Sapete bene che non sempre quello che succede nel nostro paese mi convince e mi sono sempre permesso il privilegio di dirlo. Qualche volta mi è costato un pochino ma mi ha salvato l’anima e posso dire di essere sempre stato libero. Bene, è davvero paradossale che il paese dove fino agli anni sessanta inoltrati del secolo scorso è rimasta in vigore una forme legalizzate di segregazione razziale, che ha tollerato per una buona metà della sua storia secolare la schiavitù legale e che ha difeso fino all’ultimo uno Stato come il Sud Africa, dove ancora quasi allo scadere del XX secolo c’era una segregazione razziale, che era solo una formula legale per nascondere un vera e propria schiavitù, si erga in ogni dove a paladino della libertà.
Se proprio volete, tanto per parlare proprio dell’oggi, non può che fare impressione il fatto che gli Stati Uniti sostengano politicamente e militarmente gli stati della penisola arabica, con in testa l’Arabia Saudita, che rappresentano sicuramente la forma più estrema e ripugnante di reazione presente al mondo.
Insomma, pur con tutte le possibili sfumature del caso, rimane davvero di fronte a noi il problema di uno Stato che ha puntato, se si vuole fin dalla sua nascita, ma certamente in modo cosciente dopo il 1917, a realizzare il dominio del mondo, allargando ovunque i suoi tentacoli, in una inedita ma tragica forma di sfruttamento fondata sul drenaggio delle ricchezze mondiali e la creazione di una vera e propria gerarchia del potere universale con al centro Washington.
Per una buona lettura della storia di quel grande e contraddittorio paese, tale da mettere in mostra tutti i possibili contrasti e le lacerazioni che ne hanno segnato lo sviluppo, e vi aggiungo non possono essere risolte secondo le classiche e banali formule della retorica liberale, in genere consiglio di leggere il volume di Howard Zinn, uno fra i più originali storici delle ultime generazioni, A People’s History of the United States. 1492 – Present.
Non ho idea se sia stata tradotto ma è assolutamente fondamentale perché permette al lettore di comprendere la storia di quel paese senza cadere in forme di pregiudizio, comprendendo come possa essere insieme una grande macchina di libertà e di espressione della genialità umana e un grande carcere.
Anche in questo caso vale l’adagio che i grandi mutamenti formali avvenuti nel 1917 e poi fra il 1945 e il 1949 e ancora con il 1989 non hanno che increspato la superficie della storia lasciando operative le grandi opzioni di fondo che si costruiscono non in un momento ma lentamente tramite un’opera politica sagace che tiene conto della logica dei tempi e delle contraddizioni insite nella natura umana.
Per non tediarvi oltremisura, mi sto rendendo conto che proprio questa sera finendo il ciclo degli incontri che avevamo programmato mi viene quasi spontaneo di recuperare il mio abito di vecchio insegnante e di darvi dei compiti per le vacanze … vi invito a leggere un articolo assai interessante, anzi direi del massimo interesse, che ha per titolo 11th September, 11 th and After, potete trovarlo anche su internet e poi mi dicono essere stato pubblicato assieme ad altri scritti dello stesso autore in un volumetto che ha un titolo assai significativo: La fine della libertà. Verso un nuovo totalitarismo. L’autore è Gore Vidal, un raffinato intellettuale e grande romanziere, che presenta anche una particolarità umana che non deve essere dimenticata: ha fatto parte per nascita dell’WASP, un orribile acronimo classista che indica l’élite White Anglo-Saxon Protestant (“bianco di origine anglosassone e di religione protestante”), insomma quella ristretta classe di eredi dell’antica tradizione dei colonizzatori anglosassoni della prima ondata che egemonizza ancora oggi una parte non piccola del potere, e si è presentato una volta perfino come potenziale candidato alla presidenza degli Stati Uniti. In quel suo saggio nelle ultime righe, dopo aver presentato una vera e propria lista di centinaia di guerre combattute dagli USA dopo il 1945 conclude: “In queste centinaia di guerre contro il comunismo, contro il terrorismo, il narcotraffico e a volte contro niente di speciale, tra Pearl Harbour e martedì 11 settembre 2001, siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo”. Tenete conto delle guerra che gli USA hanno iniziato dopo quella data e in cui sono immischiati fino ad oggi.
E’ un numero davvero impressionante.
Non solo, è altrettanto interessante confrontare la tabella elaborata da Vidal con quelle elaborate dall’Università del Maryland e con e quella, che però il lettore deve ricostruire con qualche sforzo, proposta da William Blum. Provate a fare questo esercizio, non è semplice e richiede un poco di tempo ma rischiara la mente e ci permette di comprendere quelli che sono oggi i giochi se si stanno svolgendo sul grande Risiko mondiale.
Sia chiaro a mio veder nulla di veramente nuovo. Le differenze non solo ci sono ma si fanno sempre più marcate, d’un lato c’è chi combatte per una vera libertà che si può ottenere solo quando giustizia, libertà ed eguaglianza si potranno veramente abbracciare e c’è chi invece si schiera costantemente dalla parte della conservazione dei privilegi e delle disparità fra gli uomini. Ben poco dal fatidico 1789 è mutato al mondo se si esclude che le parti di questa immane tragedia che è la storia dell’umanità sono, per chi ha un occhio illuminato, un poco più chiare.
Non posso concludere questo ciclo di incontri e salutarvi senza richiamare la grande anima del Presidente. Certo lui come tutti noi ha fatto errori, anche gravi errori che possono aver pesato, anzi, diciamolo senza timori, hanno pesato sulla vita di molti di noi, ma aveva una perspicacia e di tanto in tanto offriva delle intuizioni e delle direttive senza le quali una nazione è destinata a declinare in un’assoluta mediocrità.
E’ su un suo scritto che desidero richiamare la vostra attenzione, anzi uno di quelli troppo citati in certi anni lontani ma certamente meno meditati e rapidamente dimenticati. E’ destino delle grandi idee correre il rischio di trasformarsi in slogan che vengono ripetuti come litanie realizzando esiti opposti a quelli desiderati da chi ha ragionato con spirito critico e mente fredda.
Nell’ormai lontano luglio del 1956, conversando con due ospiti latino americani, il Presidente ebbe a dire che: L’imperialismo americano è una tigre di carta. Il testo fu in seguito reso pubblico e chiunque di voi può leggerlo, anzi dovrebbe leggerlo.
Cosa diceva in quelle righe?
Attenzione sembra un testo semplice, nulla di più banale di una conversazione con degli occasionali ospiti, ma bisogna leggerlo in controluce ed allora, io almeno ne sono convinto, si possono scoprire cose che ben descrivono una realtà che è poco diversa da quella con cui stiamo oggi confrontandoci.
Vi segnalo, rapidamente, le linee generali del suo ragionamento.
Partiva, ricordiamolo era il 1956, da un dato di fatto politico ben preciso: l’esistenza di un anticomunismo viscerale di cui gli Stati Uniti si ergevano a crociati. Poi però, ed è questo che ci interessa, proponeva una serie di argomentazioni che assumevano un tono universale realizzando una originalissima crasi fra l’antica nostra dottrina dello Yin e dello Yang e le teorie elaborate dal filosofo greco Eraclito del continuo mutamento della realtà, quello che aveva definito in una sua formula: “tutto scorre”.
Ecco le parole del Presidente: “Ogni cosa è soggetta a cambiamento. Le grandi forze in disfacimento cederanno il posto alle piccole forze emergenti. Le piccole forze diventeranno grandi perché la maggioranza degli uomini esige che le cose cambino”. Questo tema veniva poi declinato innumerevoli volte rifacendosi alla esperienza del nostro popolo. Veniva ricordato il successo della rivoluzione del 1912, il successivo fallimento della Repubblica di Sin Yat-sen, individuandone la causa nella insoddisfazione del popolo, perché “chi dispone di forze esigue ma è legato al popolo è forte”. Da tali premesse il Presidente giungeva a trarre alcune conclusioni che si esprimono nella formula: “L’imperialismo americano è molto forte, ma la sua non è vera forza … In apparenza è molto forte, ma in realtà non bisogna averne paura, è una tigre di carta. L’apparenza è quella di una tigre, ma è di carta, non resiste alle raffiche di vento e agli scrosci di pioggia … Verrà il giorno in cui le tigri di carta saranno distrutte”.
Dimostrava poi come questa formula non fosse una pura figura retorica fortunata e di sicuro impatto, fatta per colpire l’immaginazione dell’uditore, ma una immagine atta a far notare che sia a livello strategico, sia a livello tattico il confronto con le tigri di carta non va mai sottovalutato. Nel primo caso bisogna: “da un punto di vista complessivo disprezzarlo, ma in ogni situazione specifica dobbiamo prenderlo sul serio. E’ dotato di artigli e zanne. Per venirne a capo bisogna strappargliele una a una”. A livello tattico invece bisogna “combattere contro di esso prendendo sul serio ogni battaglia, ogni singolo aspetto”.
Se pensiamo a questi ultimi anni e alle guerra che sono state combattute dagli USA e in cui hanno portato solo distruzione e morte senza dimostrare un chiaro disegno strategico, Afghanistan, Iraq, vari stati africani e infine Libia e Siria, ci rendiamo conto di quale sia oggi il disorientamento della tigre. In molte di queste guerre sono ancora impantanati e quella afgana è la più lunga che abbiano combattuto da sempre senza riuscire nonostante tutto a vincerla, pur avendo di fronte un nemico chiaramente molto debole, almeno dal punto di vita militare.
La nostra sembra essere un’epoca algida su cui si impone solo una dimensione di pura distruttività che ben si incarna nelle bande di fanatici fondamentalismi che sognano di ridar vita ai fantasmi di morti stati teocratici. Bastano poche migliaia di deliranti dell’ISIS per mettere in fibrillazione le più grandi metropoli del mondo. A tanto è giunto il degrado del quadro internazionale indotto dal capitale schiacciato dalla sola hybris del profitto.
Ogni tanto mentre cerco di discernere le linee guida della politica estera del nostro paese vengo preso da momenti di perplessità, se non di scoramento, e mi chiedo:
“Certo molto e cambiato ma i nostri governanti si ricordano le sagge parole del Presidente?”
E spero fra me e me che sia così …
Ancora grazie di cuore a tutti voi per la fatica che vi è certo costata seguire le mie argomentazioni e l’attenzione costante che avete dimostrato e auguri a tutti di una lunga e felice vita da vivere sull’ardua via della libertà”.
Ciò detto Li Yu si alzò, con qualche fatica, dalla grande poltrona posto al centro del palco e si avviò con passo lento e un poco malfermo verso l’uscita …
