di Ennio Abate
Pubblico questo mio “samizdat colognom n.5, settembre 1998 foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate” per metterlo accanto al saggio di Giulio Toffoli (qui) e all’articolo di Lorenzo Merlo (qui) . L’intenzione è fare il punto – ammesso che sia possibile – su cosa sentiamo-pensiamo delle guerre e dei massacri in corso, che continuano, si estendono, non hanno che pause provvisorie. Rileggendomi, non mi dà alcuna soddisfazione aver capito e polemizzato già allora con le posizioni ambiguamente revisioniste e da sessantottino pentito di Erri De Luca, oggi al centro di polemiche che mascherano disastri forse irreparabili di tutta la cultura di sinistra (anche comunista). Anzi non credo neppure che possa valere il messaggio di resistenza minima che allora esprimevo. Oggi, nel 2026, siamo stati tutti ricacciati sempre più – dal 2022, inizio della guerra in Ucraina; e poi, dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele, la distruzione di Gaza, il genocidio dei palestinesi, l’attacco USA-Israele all’l’Iran, la recente invasione israeliana in Libano – nel silenzio o in una denuncia che nulla smuove. [E. A.]
“La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo
ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle
Giovedì 17 settembre [1998] a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato Miljencko Jergovic e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.
Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).
Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia! Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (Jergovic) o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj (da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.
Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.
Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra ninna nanna e i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). E, perciò, sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!
- Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.
Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel complice pubblico (intellettuale, ovvio! chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra ;e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione. Un brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro soltanto giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa Valle (globalizzata) di lacrime.
Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo. Siamo in un paese che ha avuto pensatori come Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?
- Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa (a fare cosa?).
E’ un rimprovero serio? E va rivolto solo agli intellettuali (di professione)? La critica vera da fare agli intellettuali, più o meno prestigiosi (Bobbio in primis), e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud, che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli. Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico. Perché la guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania o del Vaticano o dell’Europa o degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi qui da noi. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. E non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”). E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella nel Golfo Persico lo Stato italiano aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua – (dirò poi perché) – azione simbolica del volontariato.
- Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause dicibili, in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia, è stato quasi zero.
Una ricerca in talsenso è stata evitata o tenuta ai margini o condotta in modo reticente o dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o una chiacchiera poco generosa. Altri hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o che resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio da noi si è associata gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano,[1] Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstoj[2] e il giovane Jergovic. Essi non «si misurano» con la guerra endemica tra i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. Loro «si misurano» col Destino, il Mistero, l’Indicibile. Chi chiarirà, dunque, più almeno le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette della guerra giusta e della pace ideale?
- Lo scrittore impegnato oggi dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte queste oscurità dicibili della storia contemporanea.
Lascio perdere i grandi scrittori di un passato oggi ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si potrebbe pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno così com’è oggi proposto: la scrittura impegnata è ridotta ad autoterapia; il volontariato (degli «italiani del Nord» – precisazione sintomatica di De Luca) – è azzoppato in partenza. Mi spiego meglio: una parte della scrittura (o letteratura) del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht. Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo». Ben vengano i mille diari della scrittura autoterapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei ghetti e nelle prigioni o nei manicomi e nei bassifondi e ha scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano. Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a limitazioni da medioevo oscurantista o stalinista e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. Il fatto è che in prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre]. Jergovic e De Luca non sembrano essere di questa spregevole o svagata truppa. Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia», senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza (Come il volontariato di cui dirò poi). Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?Ci parlino di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto) l’uomo (un brav’uomo!). E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti». Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi. Chissà quante illlusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).
- Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno ridotto a supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).
Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli. Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica). Cari amici cattolici, dichiarati o di fatto, non illudetevi troppo sull’amore che vi ispirerebbe. La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti ed è anzi ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo. Leggete qui di seguito:
… è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo.Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…
E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove.[3]
(R. Rossanda, Gratuità a Montegiove, il manifesto 19 ag. 1998)
Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia non contro il volontariato ma contro quest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegno. Le energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione? Inoltre questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del Potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il Potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti. La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni sociali negati fa acque da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente in alto i Potenti, che sono i Custodi della Diga, ne aprono altri cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania. Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore Jergovic vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori. Meglio allora alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio cattolicamente) l’impotenza umana? Ora, se non ci restasse che testimoniare, facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle tragedie. Un consiglio allora a scrittori e lettori: Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.[4] (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)
COLOGNO MONZESE 22 SETTEMBRE 1998
Note
[1] Per De Luca le guerre non si fermano. La rivoluzione russa non fermò la prima guerra mondiale? Sì, ma – lui subito obietta – poi è seguita la guerra civile, lo stalinismo, i gulag.Ecco il catastrofismo a senso unico dei buonisti.
[2] Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile! Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile, no! Lasciamolo fare a certi preti. e a certi intellettuali Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente. O che se le smazzi Dio. O la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).
[3] E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti».
[4] Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e improgrammabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»


Erri de Luca già non mi “sconfinferava” quando militava in LC. E oggi tutte queste sue “uscite” per me sono delle conferme.
@ Roberto Bugliani
De Luca è solo un esempio della trahison des clercs (sessantottini), ma ti “sconfiferano” allo stesso modo anche le “uscite” (guerresche) che la storia ci ha buttato in faccia? E’ su queste che vorrei ci pronunciassimo.
i clerici sessantottini che hanno ‘tradito’ sono semplicemente dei generali rimasti senza truppe…che quindi, parlando al vento, non si sentono neppure;
ricordiamo che il bello del 68 è che c’era una collettività di discussione-con tutti i suoi limiti ma una collettività- e quindi i clerici erano inseparabili dal volgo; quindi i vari Sofri, De Luca et al non sono più maestri di pensiero nè di azione, ma vecchi zii spesso rimbambiti. Lasciamoli, ove ne abbiano, alle loro badanti.
Per la guerre il discorso sarebbe assai lungo, ma una sola cosa voglio accennare: non facciamo l’errore di ricadere nell’hobbesismo dell’homo homini lupus e altre fanfaluche falsamente antropologiche (per Hobbes e Rousseau le pur opposte affermazioni erano puramente ideologiche, prive di sostanza scientifica), e torniamo a Graeber e Marx: la guerra, con tutti i suoi orrori, è figlia di un percorso che ha al suo centro la schiavitù da un lato e il capitalismo dall’altro..e non confondiamo i valori individuali propagati dall’Illuminismo col comportamento reale delle strutture sociali
Direi che la fase storica attuale, che si sta inaugurando dopo decenni di incubazione (le fratture nella storia avvengono dopo accumulazioni di elementi nuovi), sia caratterizzata da una situazione geopolitica che nel XX secolo, almeno fino al crollo d’un muro marcio da tempo e all’implosione dell’URSS, non era possibile “vedere”. Le guerre sono parte integrante di questa attuale conformazione in cui a dominare (momentaneamente?) è il caos, e se prevarrà un nuovo monopolarismo o un multipolarismo saranno le guerre a dircelo. Perché nessuna superpotenza mai s’è fatta da parte quando il suo tempo è scaduto, Naturalmente questo non è lo scenario che vorrei, ma mi pare lo scenario in cui si sta muovendo la storia.
Quello che noto, è che sono solo uomini che scrivono, commentano, guerreggiano, prevedono, si dolgono… Come donna mi sento estranea, coinvolta oggettivamente, ma estranea. Come sempre, come quasi tutte.
Per non sorvolare sul senso che hanno le polemiche dei “generali rimasti senza truppe” (ma con seguito ampio su sociale e mass media tradizionali) e per dire che ci sono donne che non si sentono “estranee”.
SEGNALAZIONE
Mai Indifferenti
Erri De Luca non è stato censurato
fermiamo la legge sull’antisemitismo
Anna Foa-da “la Stampa”
Grande confusione sotto il cielo, o più modestamente nei media e nei social
media italiani. Un noto scrittore, notoriamente collocato a sinistra, Erri de Luca,
prende posizione in un’intervista ad un giornale governativo israeliano su
due temi scottantissimi, “sionismo” e “genocidio a Gaza”, sostenendo “io sono
sionista” e “Non c’è genocidio a Gaza”. L’intervista viene ripresa, con tagli, sia da Il
Foglio che da Il Riformista, i due giornali che maggiormente sostengono il governo
israeliano in Italia. Si scatena un dibattito feroce da ambe le parti, e allo scrittore,
che doveva tenere prossimamente la prolusione iniziale al festival Salerno Letteratura,
viene richiesto di rinunciarci, ma invitato a partecipare fra gli interventi
programmati, scelta che respinge. Si parla di censura, gli intellettuali stessi “di
sinistra” si dividono tra chi in nome della libertà di espressione sostiene il diritto
di De Luca di tenere la sua prolusione e chi lo contesta.
Sui social, chi non ha ancora preso posizione viene invitato perentoriamente
a farlo. Una vera e propria guerra “delle parole”, mentre a Gaza e in Libano
cadono le bombe e in Cisgiordania si distruggono i villaggi palestinesi.
Nel comunicato in cui gli organizzatori del festival spiegano e difendono la loro
scelta, si fa riferimento al diritto degli organizzatori di un’iniziativa privata a
scegliere chi la introdurrà e a richiedere una almeno generale consonanza di idee e si nega di aver operato una censura.
Anche perchè DeLuca aveva detto espressamente, nella sua intervista, che non avrebbe mai diviso un tavolo con chi sosteneva l’esistenza di un genocidio a Gaza. Questi in sintesi i fatti, almeno finora. Prima di esprimermi sulla questione della libertà di espressione vorrei però entrare nel merito delle affermazioni fatte da De Luca.
Come lui stesso ha affermato in un nuovo intervento di parziale rettifica di quanto detto, proclamando di essere “sionista” voleva dire di essere a favore dell’esistenza di Israele e contrario alla sua distruzione, come auspicata da Hamas, da Hezbollah e dall’Iran. Ma essere sionista, se ha assunto anche questo significato, ne ha molti altri e questo è minoritario ed estremo. Essere antisionista, in questo contesto, vuole anche e soprattutto dire essere contrari alla politica del governo israeliano, o se si vuole
guardando con occhio critico al passato come fa molta parte della storiografia
israeliana, alla politica di molti dei governi israeliani, non all’esistenza dello
Stato di Israele. Non nego che un discorso assai radicale sulla “legittimità” dello
Stato stia emergendo sempre più sull’onda della politica di Netanyahu e dei suoi
ministri, ma è per ora ancora molto minoritario. Ancora più confuso il discorso
di De Luca sul genocidio, che riprende tale e quali le affermazioni dell’Idf sostenendo
che non di genocidio si tratta perché se avessero voluto gli israeliani
avrebbero potuto uccidere tutti i gazawi nelle loro città e invece li hanno spostati.
Se per l’Idf si tratta di malafede, a De Luca suggerisco invece di (ri)guardare la definizione di genocidio adottata dall’Onu nel 1948.
Personalmente, dopo molte esitazioni, ho scelto di usare il termine “genocidio”
dopo che in una conferenza stampa del luglio 2025 le ONG israeliane B’etselem
e Medici per i diritti umani lo hanno pubblicamente accettato, dopo che lo stesso
ha fatto David Grossman, con pesanti conseguenze per i suoi libri e la sua libertà di espressione, molto più pesanti di quelle che limitano la libertà di De Luca, e dopo aver visto le immagini di tante manifestazioni in Israele aperte da grossi cartelli che dicevano: “Fermate il genocidio!”.
Ma il problema, mi si dirà, non è questo, bensì il diritto di esprimere liberamente
le proprie opinioni, diritto che l’esclusione di De Luca dalla prolusione di apertura del festival sembra ignorare. A proposito di libertà, vorrei ricordare che è attualmente in discussione alla Camera italiana una proposta di legge sulla lotta all’antisemitismo veramente liberticida, che lo equipara all’antisionismo, e che se approvata impedirebbe qualsiasi dibattito, fin le discussioni universitarie di dottorato, sull’antisionismo e l’antisemitismo, proposta di legge contestata da centinaia di docenti di ogni ordine e grado. Molti di coloro che appoggiano la libertà di De Luca in questa vicenda, e fra loro ahimé molti amici di Sinistra per Israele, la sostengono. Chiedo loro pubblicamente di togliere il loro appoggio alla legge, come è successo in Francia per una legge simile, che è stata ritirata proprio in seguito alle proteste. La libertà di opinione non può servire solo a sostenere il governo israeliano.
Ma una cosa vorrei aggiungere.
Anche se parlare di “censura” in questo caso è molto discutibile, resta il
fatto che nell’opinione di una parte almeno dell’opinione pubblica la percezione
è stata quella. Non credo che questo abbia fatto bene a nessuno dei contendenti.
Questa vicenda, nata come banale, ha contribuito a incrementare l’odio e la violenza del dibattito. Avrei preferito una scelta diversa da parte del Festival, forse quella di un contraddittorio con De Luca. Capisco che questo avrebbe snaturato il festival, centrandolo solo sulla questione palestinese, e creato forse anche problemi
di sicurezza. Ma non si sarebbe arrivati, su questa questione, a fratture che certo non giovano a chi ogni giorno nelle vie delle città israeliane si batte contro i crimini del governo e avrebbe bisogno di tutto il nostro appoggio. Ma mi rendo conto della difficoltà di ogni presa di posizione e anche della parzialità del mio punto di vista, che più che al festival guarda alla Palestina e ad Israele. In ogni caso, anche se è una scarsa consolazione, meglio una guerra delle parole che una guerra tout court.