Chissà come fa Lucia a viaggiare in treno e ad arrivare a Pietra sempre con una nuova persona conosciuta, con cui ha parlato per tutto il viaggio. Un viaggio lungo.
Il treno è un diretto, il 3029. Lo stesso che prende spesso lei. Parte da Milano Centrale alle 14,25 e dovrebbe arrivare a Pietra Ligure alle 17,58. Ferma in tutte le stazioni incontrate sulla tratta: un lungo elenco. E il ritardo, almeno di un quarto d’ora, è assicurato.
In alternativa, c’è l’Intercity, ma ferma a Finale e nei fine-settimana, soprattutto in questo periodo, è sempre pieno e non si riesce a prenotare un posto. Io preferisco la macchina. Questa volta, però, devo prenderlo per forza e mi sono detto: «Disponi l’animo come quello di tua figlia e cogli l’occasione per una bella conversazione.»
Arrivo in stazione col treno già fermo sul binario 22 e le persone già in fila per entrare. É un treno che consente ai viaggiatori di portare anche le biciclette ed ha una carrozza attrezzata per il trasporto di passeggeri su sedie a rotelle. Per questo vi è pure l’idonea toilette nel vagone centrale: il terzo o il quarto. Sinceramente cammino senza contare le carrozze, in cerca soltanto della seconda classe.
Non vedo nulla e, ad un certo punto, entro. Chiedo e un signore mi risponde che la seconda è classe unica. Così trovo un posto nel quinto vagone forse. In questo treno si può prenotare il viaggio, ma non il posto. Allora mi sistemo in una sorta di “isola” di quattro posti, messi di fronte a due a due. Così, volendolo, possiamo conversare. Sulla sinistra ho il corridoio e, dopo il corridoio, un’altra “isola” all’aperto.
I miei compagni di viaggio mi rimarranno anonimi per tutto il percorso e, quando scenderanno, mi saluteranno. Tutti lo faranno prima di me. La mia fermata è la diciassettesima.
Sulla destra ho il marito con la moglie seduta di fronte; di fronte a me, invece, siede una signorina con capelli castani e un visino carino, indossa jeans, maglietta bianca e sopra un cardigan rosa.
Siccome, l’aria condizionata è a manetta, le prime frasi che ci rivolgiamo esprimono il nostro prevedibile disappunto. Quasi tutti prendiamo qualche precauzione: per quanto mi riguarda, avendo dato per scontato che avremmo avuto questo problema e avendo portato con me un golfino di cotone, lo indosso; il marito, piuttosto robusto, se ne sta al mio fianco a maniche sbracciate, mentre la sua signora chiede di prenderle un golf nel borsone. Cosa che il signore fa. E come se non bastasse, subito dopo si copre anche con un suo giubbino. Da parte sua, la signorina si sente già adeguatamente coperta.
Partito il treno, marito e moglie si rifocillano. Il primo mangia un bel tramezzino, la seconda una focaccina.
È, a questo punto, probabilmente che sarebbe stato utile una persona come mia figlia. Lei, per carattere, sembra conoscere il segreto per cominciare una conversazione: magari, avrebbe chiesto il loro nome, o avrebbe buttato giù qualcosa come: «Io vengo da Cologno, la città di Mediaset e della comunicazione, voi?…»
Non dubito che ci sia bisogno di curiosità, empatia, leggerezza. Io sono un orso ammodo. A domanda, rispondo. Se nessuno mi chiede niente, vado avanti coi miei monologhi interiori. Ne ho sempre qualcuno a disposizione. Fatto sta che nessuno dice niente e, un quarto d’ora dopo, i coniugi si abbandonano a un sonnellino ristoratore.
La signorina di fronte – sui trentacinque anni forse – continua a ricevere e a fare telefonate per tutto il percorso. Ha due cellulari. Anche se parla educatamente sottovoce, capisco che le comunicazioni sono tutte indirizzate a collaboratori per preparare adeguatamente un atto immobiliare da firmare. Il linguaggio della signorina è spedito e ben articolato, ma non rifugge da cadute del tipo: “non rompere il cazzo”, “è uno stronzo, non so cosa voglia”, ecc.
Il treno è pienissimo. Ci sono persone che continuano a telefonare ad alta voce in inglese e sul lato sinistro ci sono due ragazze che la parlano fluentemente e utilizzano il computer. La signorina di fronte, all’inizio, tira fuori anche lei il computer. Infila la spina nelle prese, ma non c’è corrente.
«Potrebbero dare meno aria condizionata e un po’ di corrente! Questo è proprio un treno di merda…»
La signorina, che non sembra disdegnare le posizioni di centro-destra, sostiene chiaramente che Salvini in quattro anni «non ha fatto niente per migliorare i trasporti».
Lo dice rivolta ai coniugi in un momento di risveglio.
Ecco su questo argomento potrei agganciarmi brillantemente e potrei sfoggiare la mia lettura della situazione politica e sociale del nostro Paese, dando prova di autentica socievolezza. Ma perdo il treno, mi limito a confermare l’imprecazione e rimango immerso in brusii, in rumori, nel vociare che sta invadendo tutto il treno.
Dopo un’ora passata così, senza far niente, sperando soltanto che qualcuno o qualcuna domandasse qualcosa o andasse al di là del fallimento di Salvini come ministro dei trasporti, mi metto a leggere prima L’INDICE del mese di giugno, poi LA REPUBBLICA e infine il CORRIERE DELLA SERA.
Mettersi a leggere in treno è come erigere una barriera nei confronti degli altri passeggeri. Ad un certo punto mi stanco. Dietro la mia spalla sinistra, c’è una signora dai capelli biondi e un po’ mesciati che sta in piedi dall’inizio del viaggio. Le offro di riposarsi un po’ le gambe sedendosi al mio posto. Io ho bisogno di sgranchirle.
Inizialmente si schermisce, poi si siede: «Dieci minuti…», continua a dirmi, «dieci minuti…».
Mentre lei sta seduta, vado alla toilette. Acqua dappertutto. Quando ritorno, la signora ha trovato un posto a sinistra, due “isole” più avanti. Sorridendomi, continua a ringraziarmi. Anche marito e moglie si spostano. A Genova Principe scendono diversi passeggeri e si mettono alla ricerca di una fila in cui soffi meno aria condizionata.
Da Genova a Pietra leggo Sette, il magazine del Corriere. Assai interessante l’intervista di Fiamma Tinelli al neuroscienziato Vittorio Gallese, autore di un libro intitolato «Il sé digitale». Si tratta di confrontare il “funzionamento” di un robot con quello di noi esseri umani.
Ecco alcune risposte:
«L’intelligenza umana non è un calcolo, si alimenta dell’effetto emotivo che l’incontro con il mondo ha su di noi. È il concetto di “simulazione incarnata”.»
«L’uomo accede al vissuto dell’altro attraverso un processo intuitivo: quando vediamo un amico che mentre pianta un chiodo nella parete si dà una martellata sul dito, intuiamo immediatamente il suo dolore, probabilmente proveremo anche un brivido. E questo non accade per un processo cognitivo, ovvero il semplice sapere che pestarsi un dito col martello fa male, ma perché i nostri circuiti cerebrali del dolore si attivano vedendo soffrire il nostro amico. La simulazione incarnata è una risonanza distintamente corporea, un “sentire l’altro”. E questo i robot non ce l’hanno.»
«Il robot può riconoscere un’espressione corrucciata su base computazionale. Quello che gli manca sono la soggettività e l’agentività, cioè la capacità di spiazzare l’altro con un comportamento creativo e originale. Ti vedo triste e mi metto a fare le bolle di sapone, ecco.»
«La soggettività è il riassunto della nostra vita, delle nostre memorie. La storia della macchina è solo ciò che è stato immagazzinato dall’esterno, organizzato da un algoritmo. Non è sua, non è personale.»
« (Il robot non può avere un “sé”), se intendiamo il “sé” come il nostro vissuto, costituito dall’incontro del corpo col mondo e con gli altri. L’uomo, per apprendere, ha bisogno di relazioni. Se qualcuno non ci insegna a parlare, siamo come il Kaspar Hauser di Werner Herzog, privi di parola. Il robot, no. Apprende anche da solo, chiuso in una stanza.»
Simulazione incarnata come modalità per accedere al vissuto dell’altro/a; soggettività come riassunto della nostra vita e delle nostre memorie; agentività come capacità di spiazzare l’altro/a; il Sé come prodotto del nostro vissuto e dell’incontro del nostro corpo-mente col mondo e con gli altri…Insomma, quattro importanti concetti per individuare la differenza fra noi e i robot.
Ho con me una bottiglietta d’acqua naturale. Ogni tanto la bevo. Ho anche un pacchetto di caramelle golia. La prima volta che lo tiro fuori, ne offro qualcuna alla signorina. Mi ringrazia e mi dice di no.
Tra una pagina e l’altra, rilettura e sottolineatura, verso le sei e venti, arrivo a Pietra. La signorina è scesa a Noli, augurandomi buon weekend.
Prendo il mio trolley e la mia borsa rossa a tracolla e metto i piedi a terra. Do un’occhiata in giro. Non c’è nessuno ad attendermi. A passo spedito mi avvio verso casa.
5 giugno 2026

Mio cugino Donato è un grande, sa relazionare qualsiasi azione vissuta, sempre orgoglioso leggerti, complimenti e un abbraccio
Bello il racconto.mi immagino bene le Scene varie