Se Dio muore, tutto diventa assoluto

Maurizio Ferraris racconta Nietzsche a Torino Spiritualità

di Donato Gervasio

 Quell’evento che Nietzsche chiama la “morte di Dio” non si è allontanato dal nostro orizzonte. Nietzsche è stato ossessionato da Dio per tutta la vita. Anche noi, oggi, ne siamo ossessionati, sebbene la nostra epoca si professi secolarizzata.

Ferraris parla al cinema Romano di Torino, all’interno della Galleria Subalpina. Siamo in un luogo simbolico, a pochi passi da via Carlo Alberto 6, dove Nietzsche prende alloggio nella primavera del 1888, in un appartamento al quarto piano. “È passato sotto questa Galleria migliaia di volte”, ricorda Ferraris. “Siamo più vicini a Nietzsche che mai.”
Nietzsche instaura un rapporto molto felice con la città, come testimoniano le sue lettere da Torino. “Ovunque la più limpida luce di ottobre, lo splendido viale alberato, che per circa un’ora mi ha condotto lungo il corso del Po, quasi non ancora sfiorato dall’autunno. Adesso sono l’uomo più colmo di gratitudine del mondo – con una disposizione d’animo autunnale nel miglior senso del termine: è il periodo della mia grande vendemmia.
Il soggiorno torinese sarà, infatti, freneticamente produttivo. Scrive cinque libri, tra cui Ecce Homo. Ferraris, con la sua consueta verve, lo definisce “un fantastico libro kitsch”, l’opera di un uomo che scivola nella follia per il terrore di non essere riconosciuto dal mondo.
Torino è anche la città in cui il filosofo vive i suoi ultimi giorni coscienti. Di lì a poco, all’inizio di gennaio del 1889, firma i cosiddetti “biglietti della follia” con i nomi dei redentori dell’umanità: “Dioniso” o “Il Crocefisso”.
Tra mitomania sempre più acuta e delirio teologico arriviamo alla fatale lettera a Jacob Burckhardt del 6 gennaio: “Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo.” E più avanti: “Quel che è spiacevole e che mette a prova la mia modestia è che in fondo io sono tutti i nomi della storia…”
Poco dopo, accompagnato dal filosofo Franz Overbeck, ex collega e amico, Nietzsche lascerà Torino per essere ricoverato in una clinica psichiatrica di Basilea. Da qui ripartirà, accudito dalla madre.

 La genesi di un’ossessione

Ferraris traccia un profilo psicologico preciso. Figlio di un pastore protestante morto quando lui aveva quattro anni, Nietzsche cresce idealizzando una figura paterna assente. Non idealizza, invece, la madre e la sorella Elisabeth, cioè le due figure femminili con le quali cresce e che considera come l’antitesi vivente del suo pensiero. (“Le ha sempre considerate come due cretine”, taglia corto Ferraris).
In un passo di Ecce Homo, che sarà censurato dalla sorella Elisabeth e in seguito riportato alla luce, Nietzsche scrive che la madre e la sorella sono la più profonda obiezione all’idea filosofica dell’Eterno Ritorno, nel senso che non vorrebbe che tornassero eternamente.
Iscritto a teologia per assecondare il volere di sua madre, a un certo punto abbandona per andare a studiare filologia classica, a Lipsia, al seguito del suo professore Friedrich Ritschl. Sua madre se la prende tantissimo.
Il ritratto del giovane Nietzsche è dissacrante: “Un ragazzo solitario, abbastanza brutto, poco capace a comunicare, miope, cresciuto nel rigore di un collegio dove il massimo della felicità era il bagno a Ferragosto: ovvio che se uno vive così, comincia a sognare Dioniso”.

La “morte di Dio” non è un’invenzione nietzschiana.

Già Hegel, all’inizio dell’Ottocento, afferma: “Il sentimento fondamentale della nostra epoca è che Dio è morto”, intendendo la fine degli assoluti metafisici e l’inizio di un’era in cui l’uomo è consegnato al flusso della storia.
Nel 1797, in epoca rivoluzionaria, il giovane Hegel insieme a Hölderlin e al giovanissimo Schelling scrivono un saggio in cui si afferma che la vecchia mitologia è morta e bisogna crearne una nuova. Il “Dio è morto” di Hegel, tuttavia, non ha avuto le stesse conseguenze di quello di Nietzsche, anche perché in Hegel significava che Dio è ormai vecchio, come dire: sono passati duemila anni e continuiamo a tenerci quel vecchio Dio, sempre lo stesso assoluto?
Il tema della morte di Dio era dunque onnipresente. Anche eventi storici traumatici, come la decapitazione di Luigi XVI e la violenta scristianizzazione della Francia rivoluzionaria, sono vissuti come veri e propri deicidi.
Ferraris fa notare come questa secolarizzazione radicale abbia prodotto degli effetti sociologici bizzarri. La religione cattolica, al contrario di quanto accaduto in Italia, è stata quasi del tutto estromessa dalla vita pubblica francese, con un risultato singolare: i francesi vanno oggi tutti dallo psicanalista.
“E da quale psicanalista vanno? Ovviamente da un  lacaniano. Cioè da qualcuno che ha cattolicizzato il freudismo. In pratica, i francesi vanno a cercarsi una specie di prete e lo pagano pure profumatamente, solo perché la Rivoluzione ha tolto loro i preti gratis (o quasi) che avevano prima.”

Ma chi è quel Dio che muore?

Nell’aforisma 125 della Gaia Scienza, Nietzsche affida l’annuncio a un uomo folle che, accesa una lanterna nella chiara luce del mattino, corre al mercato gridando disperatamente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. Di fronte alle risate di scherno degli astanti, che in Dio già non credono più, il folle rivela la verità più tremenda: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso! Voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!”
Ma il Dio che muore davvero, afferma Ferraris, è precisamente il Dio del protestantesimo. Più rigoroso e interiorizzato, il protestantesimo fa di Dio una questione di pura coscienza individuale. Quando la fede vacilla, la coscienza crolla nel vuoto, non regge l’urto del nichilismo, della mancanza totale di senso. I cattolici, invece, sono più protetti dal vuoto nichilista:La morte del Dio cattolico importa pochissimo. Anzi, i cattolici sono contentissimi di vedere crocifissi (che non vedrete mai in una chiesa protestante), processioni e santi flagellati”. I cattolici sono più protetti perché, spiega Ferraris con una affermazione che ci lascia stupiti, già non credevano più in Dio. “E non ci credevano più per ottime ragioni teologiche: In Del papa, scritto nel 1819, in epoca di Restaurazione, il grande filosofo Joseph De Maistre afferma che il vero cattolico non crede in Dio ma nel papa. E lo dimostra giuridicamente: Dio ha dato al papa la sua eredità e questa eredità viene trasmessa di papa in papa. Per i cattolici, dunque, la morte di Dio non è un problema, nel senso che hanno il papa, e morto un papa se ne fa un altro”.

 Nichilismo e depressione di massa

Il nichilismo di cui parlava Nietzsche, e su cui Heidegger avrebbe versato fiumi di inchiostro negli anni Quaranta, è per Ferraris un fenomeno squisitamente europeo e borghese. Non ha sfiorato le culture orientali o islamiche. Non c’è stato nessun cinese che sia mai stato turbato dalla morte di Dio, nessun indiano, nessun islamico, nessun ebreo.
Per essere autenticamente nichilista bisogna assomigliare a Thomas Buddenbrook, il personaggio del romanzo di Thomas Mann: ricco, garantito, privo di bisogni materiali, comodamente seduto in una casa di Lubecca. Il nichilismo nasce come un lusso intellettuale e borghese. “Solo chi non deve lottare contro le bestie feroci o per il pane quotidiano può permettersi il lusso di essere nichilista e di chiedersi: “Ma perché diavolo sono sulla terra?”.

Non abbiamo esempi di nichilismo di massa prima dell’Ottocento. La melanconia era stata indagata nel Seicento da Robert Burton (Anatomia della melanconia), ma è solo grazie all’avvento dell’automazione e alla crescita della società borghese che il nichilismo diventa fenomeno di massa. La noia (“mostro delicato” come lo definiva Baudelaire), la malinconia, il male di vivere sono condizione umana e sociale molto diffusa a partire dal XIX secolo. Ferraris propone una equazione diretta: il nichilismo europeo descritto da Nietzsche nei suoi frammenti di Lenzerheide, oggi si chiama semplicemente depressione.
A questo proposito, Ferraris evoca un celebre aneddoto legato a Bertrand Russell. Il matematico e filosofo britannico si trovava a bordo di un idrovolante che si schiantò nel mare della Manica. Mentre nuotava disperatamente nell’acqua gelida per non annegare, Russell scoprì di essere improvvisamente guarito da tutte le sofferenze esistenziali e dalle profonde depressioni che avevano tormentato la sua vita fino a quel momento. Il motivo? Aveva finalmente un obiettivo concreto, biologico e immediato: raggiungere la riva e salvarsi la pelle.
Ferraris lancia una frecciata alla sua stessa categoria: se a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, la depressione viene curata in maniera alquanto efficace con gli antidepressivi, allora bisognerebbe sfoltire l’orizzonte filosofico da quelle cose che hanno soltanto un fondamento biologico e patologico.“Evitiamo di creare un intero sistema di pensiero sul nichilismo. Quando ero giovane – ricorda –  i miei professori scrivevano soltanto libri sul nichilismo. Se avessero pensato che esistevano gli antidepressivi, avrebbero scritto d’altro o non gliene sarebbe importato nulla”. 

I surrogati di Dio

Cosa succede, allora, quando lo spazio del divino resta vuoto? La soluzione di Nietzsche è semplice: si autonomina Dio. Comincia un processo di autodeificazione che lo porta a identificarsi prima con il profeta Zarathustra, poi con un dio sacrificato e morente e infine con il creatore.
Nietzsche ha avuto un destino veramente stranissimo: voleva a tutti i costi diventare importante e sostanzialmente è impazzito perché nessuno lo riconosceva. Poi, quando si manifesta la pazzia e lui non è più cosciente, il mondo comincia a tributargli una fama mondiale. Strauss gli dedica una sinfonia, D’Annunzio scrive un poema.
Voleva diventare importante come tanti, aggiunge Ferraris, per via di un assoluto tipico soprattutto dei figli maschi: la mamma. In una lettera alla madre dell’autunno dell’88 si legge: “Vedi, mamma, la tua vecchia creatura è diventato un uomo celebre, ricevo delle lettere da New York, da San Pietroburgo…”
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Certo, Nietzsche non poteva risolvere la questione relativa a Dio, ma nemmeno noi l’abbiamo risolta. Qual è il nostro assoluto? Con questa domanda Ferraris introduce l’ultima parte del suo intervento. La nostra epoca, afferma, come le epoche precedenti alla morte di Dio, ha bisogno di assoluti. Ognuno di noi ha il suo assoluto. La bellezza, per esempio. “Molti di voi avranno notato come la morte di Giorgio Armani sia stata un evento paragonabile alla morte di un Dio o di un re, con un profluvio di interviste a persone che, come succede nelle agiografie, dicono: io l’avevo conosciuto. Tra la morte di Giorgio Armani e Padre Pio non c’è stata nessuna differenza”.
Per dire il nostro bisogno di assoluto, Ferraris si serve di una citazione attribuita allo scrittore cattolico Gilbert Chesterton: “Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede a nulla: crede a qualunque cosa.”  Ferraris pensa che sia esattamente così, che dopo la fine di quell’assoluto che era Dio, siamo inclini a credere a qualunque cosa, a dei surrogati di assoluto. Il nazionalismo, per esempio. Prima non c’era, le etnie stavano mescolate le une con le altre. Poi diventa necessario essere “una d’arme, di lingua, d’altare” e cominciano le guerre nazionaliste, che si sono protratte fino al secolo scorso.
“Le grandi ideologie dell’Ottocento e del Novecento che cosa sono se non dei surrogati della morte di Dio? E gli psicologi, dai quali si va come si andrebbe da un cartomante, non sono esattamente il surrogato dei sacerdoti come mediatori nei confronti dell’assoluto?”
Ma l’assoluto più assoluto, continua Ferraris, di cui possiamo verificare l’onnipresenza negli ultimi due secoli, è quello amoroso. Con la modernità, l’amore diventa una religione per cui morire e per cui distruggere la vita. Una volta l’amore non era un assoluto. Certo, Eloisa ama Abelardo, ma si scusa con Dio perché ritiene empio il suo amore terreno.

“Werther, invece, è solo contento di spararsi per realizzare l’assoluto. Pensate alla quantità di guai che vengono provocati da questa idea che ci debba essere un tale legame fra due persone per cui l’una è la divinità dell’altra. E quella stupida di Madame Bovary? Lei, sì, che è una vera “credente”. Passa da un assoluto amoroso all’altro con la stessa convinzione. E cosa spinge Anna Karenina a trovare grosse le orecchie del marito, se non l’assoluto amoroso che si incarna in Vronskij, che poi fra l’altro la molla?”
A giudicare da come ha trattato Madame Bovary e Anna Karenina, possiamo inserire Ferraris nella schiera dei filosofi seguaci della filosofia “anti-amore”, il cui esponente più autorevole potrebbe essere Schopenhauer, per il quale la passione amorosa non è altro che fonte di guai e un inganno biologico orchestrato dalla natura per perpetuare la miserabile specie umana.
Sulla scia di Rousseau, anche la natura intesa come fonte di ogni bene è un assoluto che risulta dalla morte di Dio.
Ai giorni nostri, tramontato l’amore romantico, l’assoluto è diventato il figlio. È lui l’idolo indiscusso, solo lui è al centro dell’universo, il perno attorno al quale ruota l’intero sistema valoriale ed emotivo delle famiglie. Nelle società tradizionali il figlio non era al centro dell’universo perché quel posto era occupato da Dio.
“Probabilmente”, aggiunge Ferraris avviandosi alla conclusione, “non è neanche detto che andare in chiesa a pregare Dio sia meno stupido di correre dietro la duchessa di Guermantes, come fa Proust nella Recherche.”
La “morte di Dio” non ha eliminato l’assoluto, lo ha solo frammentato in surrogati quotidiani. Nietzsche, in sintesi, coglie bene che l’assoluto è essenzialmente una mancanza costitutiva dell’essere umano che noi cerchiamo di riempire nelle maniere più varie.

 

 

 

 

4 pensieri su “Se Dio muore, tutto diventa assoluto

  1. La più frequente interpretazione relativa al concetto nietzschiano di “Morte di Dio”, che la concepisce quale origine del nichilismo, non è a mio parere coerente con la linea di pensiero del filosofo tedesco.
    Linea di pensiero che raccoglie in una sorta di triplice unità, tre dimensioni umane disponibili a incarnarsi in noi soltanto contemporaneamente.
    Oltre alla Morte di Dio, ne fanno parte, la Volontà di potenza e l’Oltreuomo.
    Quest’ultimo si compie liberandosi dai vincoli del Dio esterno, quello creduto e descritto dal “Piccolo uomo”. Liberazione che a sua volta avviene a mezzo della consapevolezza della Volontà di potenza, sinonimo di consapevolezza dell’umano potere creativo che, tra l’altro, ha creato anche quel Dio di cui essere timorati. Una specie di ideologia cui attenersi. Oltreuomo a sua volta corrispondente all’”uomo compiuto”, ovvero disinteressato all’autoindulgenza, che vede in sé stesso l’assoluta responsabilità della propria condizione, incapace di vittimismo, capace di resilienza tout court.
    Nel discorso non può mancare il nichilismo, anzi i nichilismi. Uno negativo e uno positivo.
    Le zanne del primo mordono e possono mordere solo e soltanto il Piccolo uomo. Il più diffuso genere di individuo occidentale e non solo. È costui che cerca fuori da sé i rimedi per ciò di cui è carente, per ciò che gli dà malessere. È costui che crea e poi attribuisce al nemico la responsabilità della propria condizione. In sostanza che sperpera tutte le energie vitali in attenzioni inopportune alla migliore condizione di vita.
    È solo questo genere d’uomo che può precipitare nella perdita di senso, nel brutale disorientamento del nichilismo negativo.
    Il nichilismo di Nietzsche, è invece positivo in quanto l’Oltreuomo è totalmente consapevole della vacuità fondata sulla vanità e sull’apparenza delle opere fisiche e metafisiche umane. Agire come se queste avessero potere e valore universale, non è che la premessa al salto nel vuoto spirituale. Con tale consapevolezza l’Oltreuomo alza l’asticella della sua invulnerabilità, ovvero diviene capace di non disperdere più energia in vittimismi o di renderla disponibile per riprendersi dopo ogni caduta. Per divenire se stesso e smettere di identificarsi con le maschere dei ruoli.
    L’isolamento personale provocato dall’incomprensione generale nei confronti del suo pensiero, del suo Oltreuomo, della sua Volontà di potenza e della sua Morte di Dio, da un lato allude alla sua natura intellettuale-riflessiva, inadatta a incarnare le visioni che aveva colto e, dall’altro perciò, alle ragioni – quantomeno indiziarie – della sua decadenza psicologica.
    Ma, al discorso, manca di un tassello: l’Eterno ritorno. Come non osservare l’assoluta distanza da tale consapevolezza da parte del Piccolo uomo? Ovvero, come non poter trovare in tale concetto ciò che, invece, caratterizza l’Oltreuomo?
    Infine, non è nel Piccolo uomo l’origine della storia di conflitto e sofferenza in cui versiamo? Non è legittimo riconoscere nella natura dell’Oltreuomo il necessario per evolvere in un altro tipo di storia in cui Dio, cristicamente risorge in ognuno di noi?
    Non è comprensibile che Nietzsche abbia abbracciato il cavallo, non in quanto folle, ma in quanto avesse sentito il dolore che la frusta del cocchiere aveva provocato all’animale e, in questo, la distanza di sé stesso dal resto dell’umanità?

  2. NON RIESCO A CAPIRE DA QUALE NIETZSCHE ABBIAMO DA IMPARARE QUALCOSA.

    Dal Nietzsche-pop di Maurizio Ferraris (“Solo chi non deve lottare contro le bestie feroci o per il pane quotidiano può permettersi il lusso di essere nichilista e di chiedersi: “Ma perché diavolo sono sulla terra?”) o dal Nietzsche-cristico di Lorenzo Merlo (“Non è legittimo riconoscere nella natura dell’Oltreuomo il necessario per evolvere in un altro tipo di storia in cui Dio, cristicamente risorge in ognuno di noi”)?

  3. E’ tutta una storia di maschi. Io donna so di morire ma ho dato la vita – e dici niente! Quanto alla Politica (e al Piccolo Uomo) è, di nuovo, quasi sempre una storia di maschi (Trump? Netaniahu? Meloni (il) Presidente?). Che banalità, e non finisce!

  4. Proviamo a fare un ripasso e magari un bilancio quattro anni dopo?
    Questo scambio fra me e Cristiana del 4 dicembre 2022 aveva per oggetto la sua recensione al libro della Meloni (https://www.poliscritture.it/2022/12/05/la-rabbia-e-lamore/):

    4 DICEMBRE 2022

    Ennio a Cristiana

    Cara Cristiana,
    pubblicherò come sempre ma ti anticipo il mio dissenso. Scrivi: «In questa leader non prevista, che mette in chiaro quello che finora era il sotterraneo ma rassicurante filone di valori tradizionali, espressi dalla formula Dio Patria e famiglia, molti hanno hanno sentito di poter avere fiducia e la hanno mandata al governo». Dunque, anche tu, pur non avendola votata? A me pare un cedimento intellettuale, un adeguarsi al mainstream (costruito) che ha raccolto l’insofferenza giustificata contro la politica piddina-5stelle e ha prodotto solo una successione Draghi-Meloni che prosegue la medesima politica filostatunitense, filoUE, guerrafondaia e anticlassista (vedi abolizione di quella “elemosina” che era il reddito di cittadinanza. (Il cedimento lo vedo nella stessa sovrabbondanza di citazioni delle parole della Meloni, solo in minimi punti contraddette…).
    Che condividessi la politica sull’immigrazione, anche questa non tanto dissimile da quella piddina di Minniti mi era chiaro e ci litigammo (ricordi?), ma mi chiedo se la critica all’ideologia gender non possa distinguersi (o non si sia già distinta: su questo ho un vuoto non seguendo attentamente il dibattito) da quella della Meloni. E poi, come fai a credere sia pur «in sintesi» che « il successo politico di Giorgia Meloni sia dovuto alla forza della sua personalità, alla capacità di essere una leader, alla chiarezza con cui propone le sue posizioni»? Mi pare una pericolosa decontestualizzazione (per me resta indispensabile) del “ruolo del singolo nella storia” dai problemi sociali, politici, economici, che vengono dimenticati o occultati.
    Perché farsi ipnotizzare da questo successo elettorale che ha raccolto senza dubbio malumori e insofferenze sociali, ma di che segno? Perché non interrogarsi sulle cause reali che hanno costruito nel tempo questa “nuova” leader? Solo perché gli altri non lo fanno più? Solo perché a riflettere su questi aspetti occultati dalla società dello spettacolo siamo rimasti in pochi e isolati?
    Queste le mie impressioni a caldo.

    P.s.
    Notazione marginale. Quando scrivi:« (Una breve nota: Meloni ha chiesto di essere chiamata “il” Presidente del Consiglio. Le cariche, come le professioni, sono intese da molti come neutre, indipendenti dal fatto che a esercitarle sia una donna o sia un uomo. Ma in italiano il neutro come genere grammaticale non esiste e si declina al maschile. Quindi Giorgia Meloni “sono una donna, sono una madre” indica se stessa… come un uomo.)», ti si potrebbe obiettare che è una forzatura…

    Cristiana a Ennio

    Caro Ennio, ho cercato di vedere “da fuori” il perché del successo politico della Meloni.
    Rispondo però per punti alle tue critiche:
    1 con le parole “sotterraneo ma rassicurante filone di valori tradizionali” prendevo appunto le distanze dal nostro paese, che è in maggioranza di destra;
    2 sugli ultimi governi mi pare di avere detto qualcosa di vero: astensione crescente, nuova classe dirigente inadeguata, non è così? certo che poi cercano di commissariarci con Draghi, e infatti Meloni prosegue le sue linee, per sopravvivere.
    3 sull’immigrazione spero che si possa intendere il lungo periodo in cui gli accordi con alcuni stati africani e un’immigrazione legale si potrà istaurare. E’ però sicuro che si sta ignorando bellamente che i trafficanti di uomini libici, in accordo con mafiosi siciliani (c’è la prova) fanno il loro lavoro… chiedo anche: al servizio di chi? e per che scopo?
    4 sempre perché la maggioranza del paese è di destra, o neghi questo?, Meloni vince per le sue capacità liederistiche più che per il suo programma (ammesso che si possa fare una distinzione… ma sì, si può). A destra sono sempre i leaders che ipnotizzano e spingono alla identificazione/subordinazione.

    La vera questione è che una sinistra non c’è, e che l’ideologia dominante liberal globalista non ha prodotto una nuova umanità. In questo vuoto il regresso è stato ovvio. Questo ho detto, altro che fascino della vincitrice!
    Temo che, se non si vuol vedere che manca una nuova idea del mondo, la conservazione occidentale abbia spazi sterminati.
    Certo che, sul breve periodo la posizione corretta è questa (allego pdf).
    Ho visto nel successo di Meloni un segno dei tempi: svolta conservatrice di un pezzo di mondo, quello occidentale, che è perdente.
    Credo anche che non sia possibile mantenersi in una -vecchia- posizione della sinistra che fu, perché politicamente oggi non esiste. Credo che la situazione mia e anche tua sia dura, non abbiamo un terreno su cui poggiare, del resto quelle di unadimeno avanzano foto di Meloni appesa a testa in giù come Mussolini! Possibile restare alla vecchia posizione di fascismo e antifascismo? Ma l’oggi, cos’è?
    ciao, e se credi rispondimi

    Ennio a Cristiana
    È questo “da fuori” che non mi convince (per le ragioni che velocemente ti ho scritto nella mia prima replica). Sempre con brevi note ora aggiungo le mie obiezioni alle nuove tue note:
    1. Non bastano queste parole. Non basta prendere le distanze da chi oggi riesuma i «valori della tradizione» (di destra). O pizzicare su questo o su quel punto la Meloni; e però dare l’impressione che “qualcosa di buono” e di “nuovo” ( non è forse la prima Presidente donna del Consiglio anche se lei si vuol far chiare Il Presidente?) in lei c’è. Dobbiamo – come dici più avanti – far fronte a un disastro: al vuoto lasciato dalla sconfitta dell’ipotesi comunista ma anche a quello di «una sinistra che non c’è».
    2. Qui siamo d’accordo e salto.

    3. Non è che sull’immigrazione il punto centrale sia che «si sta ignorando bellamente che i trafficanti di uomini libici, in accordo con mafiosi siciliani (c’è la prova) fanno il loro lavoro» (attenzione: questo è uno dei cavalli di battaglia di Salvini e Meloni), per cui, affrontato con decisione questo punto, placati i malumori o l’odio degli “italiani” per gli immigrati “invasori”, possiamo star tranquilli. Il problema è epocale e nessuno dei governi vuole o può affrontarlo non dico nel rispetto dei diritti umani (Ferrajoli, Di Cesare, Bevilacqua, ecc.) ma nei termini che chiamerei per brevità di convenienza socialdemocratica funzionali ad uno “sfruttamento ragionevole” di questa indispensabile forza lavoro. Anche su questa questione si tocca per mano il disastro di cui al punto 1. Ma, se ne siamo consapevoli, perché dovremmo cedere ad un falso rimedio, ad una misura propagandistica e di facciata come quella che fu di Minniti, di Salvini e che ora sarà della Meloni? Siamo isolati e impotenti, ma perché dovremmo approvare o farci impressionare da una proposta che sappiamo antiumanitaria e che proprio nel lungo periodo risulterà inefficace? (A parte il fatto che al massimo colpiranno qualche manovale della mafia siciliana e non hanno nessuna voglia di contrastare la Mafia).

    4. Non sono sicuro che «la maggioranza del paese [sia] di destra» ma è certo che la diffidenza verso gli stranieri, gli immigrati, i poveri e lo sconcerto per una gestione “caritatevole” dell’accoglienza (ma sul piano pratico approssimativa, in mano anche a clientele e cooperative corrotte o mandate allo sbaraglio) sono cresciute. E questo stato di disagio, di sofferenza in certi casi, di impossibilità di rapporto con degli estranei che rimangono ai margini o allo sbando, visto che «una sinistra non c’è» e quella “sedicente” fa la gnorri, può essere più facilmente rappresentato ( e strumentalizzato, perché soluzioni “vere” neppure loro ne hanno) da FdI e Meloni (e prima da Salvini). Con questo non nego le «capacità leaderistiche» della Meloni del tutto evidenti rispetto all’ingessato e quasi addormentato Letta. Ma puoi trascurare di chiederti leader, ipnotizzatrice, per quali scopi? E se mi sbagliassi a parlare di cedimento o di «fascino della vincitrice», resta il fatto il fatto che « manca una nuova idea del mondo» dovrebbe renderci più guardinghi nel parlare e giudicare quello che passa oggi il convento. Giusto vedere «nel successo della Meloni un segno dei tempi». Lo vedo io pure. Ma la svolta reazionaria più che conservatrice, che a me non pare solo del pezzo di mondo occidentale (e l’India ad es?, è cominciata ben prima. Io mi azzardo ancora a pensare ai suoi inizi alla fine degli anni ‘7° e poi con l’implosione dell’Urss.
    Dunque, concordo: se «una sinistra non c’è» e non c’è neppure « una nuova idea del mondo», non si può « restare alla vecchia posizione di fascismo e antifascismo».
    Che possiamo fare? Continuare a interrogarci, discutere se possibile con amici, semiamici, falsi amici. E raccogliere spunti. Su questo nostro “stato d’animo” di marasma ho trovato sulla pagina di Claudio Vercelli due articoli che aiutano:
    (https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid0W1mcipXHsGbXN9RoR6ww6fWkGQj86ZmhCJq839o43Uc6a9KMonGh2j8H1KGQnGmUl&id=100070172837452).

    https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid0362KdUBeSeRVaboEUMGkFvFTxTmQqRGJ44hkn45ZGPt3VKaGr4jiKSbeoGYqg1vA3l&id=100070172837452

    Cristiana a Ennio
    […] Per il resto:
    1 “Non basta prendere le distanze da chi oggi riesuma i «valori della tradizione» (di destra)”: Allora bastonarli (a parole)? Premettere sempre e ritualmente che sono tradizionalisti? che sono di destra? Ma un po’ di realismo, questo è il governo, un altro non di destra non era possibile, anche se lo attacco chiunque mi potrebbe chiedere quale alternativa sto proponendo, a chi/cosa penso. Se la situazione è necessariamente così, se questo è il governo e non un altro, lo esamino come tale: visto poi che il suo programma è *patriottico* e quindi riguarda anche me, leggo spassionatamente che Meloni si appiglia ai piccoli e medi produttori, ha presenziato a Coldiretti e Confagricoltura, ha un progetto!, e poi -e la dico tutta- rispetto alla umili ancelle di sinistra una che piano piano, si impone e a un tratto diventa la prima PdC donna, be’ ti pare qualcosa di indifferente? Te la vedi la Serracchiani con i capelli a pagoda (che fra l’altro ha accusato la Meloni di essere al servizio dei maschi!…) che si impone quatta quatta e diventa PdC?
    Senz’altro la qualità leaderistica è una *questione* oggi in Italia: quel morto in piedi di Letta, quell’arruffone imbroglione di Conte, quei fantasmi elettrizzati di Renzi e Calenda (che non a caso puntano anch’essi a un fantomatico centro… destra) Insomma: un/una leader nasce nei momenti di disordine, perché rassicura, per identificazione e per sudditanza, scrivevo, non me né te, ma chi la vota e chi continua a darle favore: il suo apprezzamento cresce nei sondaggi, lo sai o no?

    3 il problema epocale dell’immigrazione non si risolve facendo arrivare un miliardo di africani e bengalesi in Europa. L’umanitarismo non serve a niente. La riorganizzazione dei continenti è il problema, degli Usa come dell’Europa. Vogliamo affrontarlo a questo livello o continuare ad avere pietà spicciola che salva molti (pochi) e non imposta nessuna soluzione? Non so se quei circoli mafiosi che si accordano con gli scafisti siano solo manovalanza… l’affare è grosso, e i soldi che i poveretti spendono per traghettare sono tanti. La questione per me è che il problema va posto e affrontato. Salvare i naufraghi sì, è fuori discussione, ma ridurre a questo il problema è folle.

    […]Certo che viviamo in un’epoca nuova, ed è difficile padroneggiarla col pensiero da parte di un occidente (in guerra fra le sponde atlantiche) nettamente in recessione di potere e popolazione. Fossi più giovane troverei la sfida eccitante, ma sono vecchia e nel bosco ci sto bene. Fin che la salute regge.

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