Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania ed uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi ed industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra. Un meccanismo classico di divisione, che per funzionare appieno aveva bisogno di un ‘tappo’ (come nelle ricorsioni), cioè di uno strato ultimo su cui riversare tutte le frustrazioni. E gli ebrei risolvono il problema della ricorsione: sono loro -per motivi sociali. religiosi e storici che non riprendiamo-il tappo ideale.
Ma gli ebrei stessi sono gli ultimi a vedere questo meccanismo. Anche quando trattano col tranquillo burocrate Eichmann le quote di emigrazione, sono il mezzo milione di ebrei tedeschi ad avere la precedenza; i milioni in Polonia e dintorni di ebrei e kazari convertiti (non sapremo mai quanti) là sono e restano.
Quando Piero del Giudice farà la sua tesi di laurea intervistando i reduci dai campi l’elemento comune che emerge è l’incapacità, anche decenni dopo, di capire cosa realmente fosse successo. Sarò solo ricorrendo a Marx e al plusvalore come percentuale della giornata lavorativa che si potrà attribuire ai campi la natura di estremizzazione di questo meccanismo (ricordiamo che nei campi si lavorava per Krupp, Messerschmitt, IGFarben…), quando la parte dedicata alla riproduzione del lavoratore diventa trascurabile e il plusvalore va quindi alle stelle. Che è anche un disvelamento plateale della natura disumanizzante della forza lavoro diventata merce.
Sarà solo nell’ultimo anno di guerra che questo meccanismo verrà eclissato dallo sterminio tout-court, ultima abissale esplosione delle frustrazioni della piccola borghesia proletarizzata.
Eclissato ma non annullato, chè i lavoratori specializzati-v.Primo Levi-verranno salvaguardati: non stranamente la stessa logica che orienterà gli inglesi quando nel Maggio ’44 il ministro degli esteri Anthony Eden rifiuterà la proposta nazista di scambio tra un milione di ebrei e 10.000 camion col motivo che in Palestina servivano solo lavoratori con abilità manuali e tecniche accertate..
Se all’inizio Israele è per gli inglesi un piccolo caposaldo del controllo del MedioOriente, la fine dell’impero inglese che inizia con la guerra lo trasforma progressivamente in portaerei del loro successore, l’impero americano; se dopo la fondazione dello Stato gli emigrati dai paesi mussulmani vengono collocati al gradino inferiore della società, è solo col crollo della cortina di ferro e l’arrivo dei nuovi immigrati dall’est che struttura sociale e funzione diventano un tutt’uno, con una somiglianza impressionante con la Germania post 34: i palestinesi sono i nuovi ebrei, il Nord Africa e Medio Oriente il nuovo LebensRaum.
Anche se, come tutte le portaerei, ha ancora bisogno dei rifornimenti d’OltreAtlantico.
Conviene sottolineare che come l’ideologia nazista era l’involucro sovrastrutturale di una forma di controllo sociale**, e la persecuzione degli ebrei parte essenziale di quel meccanismo, così il genocidio dei palestinesi è frutto diretto del ruolo di Israele come avamposto dell’impero; in continuità coi metodi del dominio inglese in India e Bengala, colle efferatezze di Leopoldo (il re scelto dai Rotschild) in Congo e tanti altri. E che questa continuità passi anche da carnefice a vittima ci fa solo meglio intravedere la natura reale dei rapporti di produzione capitalistici.
Segev ci ricorda che quando in Germania vennero promulgate le leggi razziali vi fu un grande dibattito- in tutto il movimento sionista ed anche in Palestina- che vedeva contrapposte due posizioni: prendere atto della situazione ed emigrare, oppure creare un movimento che con azioni di propaganda e boicottaggio difendesse i diritti degli ebrei sul suolo tedesco. Prevalse (forse inevitabilmente) la prima, rafforzando così il sionismo, che a poco a poco impose l’idea che il nuovo Israele era la patria di tutti gli ebrei del mondo. Ma così facendo infilando tutto l’ebraismo in un sacco senza via d’uscita.
Oggi sembra che i pochi ebrei umanamenti pensanti rimasti stiano riconsiderando questa scelta, non solo ripudiando il sionismo ma anche rivalutando un concetto quasi dimenticato con l’avvento degli Stati-nazione: che l’umanità non ha bisogno di frontiere, nazioni, (razze anche, ma queste già sappiamo che non esistono proprio), anzi ne può fare tranquillamente a meno; sono solo catene che si aggiungono a quelle sociali e di classe, e insieme a queste vanno distrutte.
*Tom Segev, Ha-milyon ha-shevii, Keter, Jerusalem 1991
**Ricordiamo come una recente ricerca ha evidenziato un elemento che rafforza quello che diceva Hannah Arendt sulla banalità del male: le SS,le camicie brune, più tardi i corpi speciali della repressione argentina dopo il golpe erano ‘dei cretini’ : ovvero persone sostanzialmente stupide ed incapaci, che entravano nei corpi speciali perchè solo lì riuscivano ad avere condizioni migliori ed avanzamenti di carriera. Ma se allarghiamo il discorso agli strati sociali, tutto il sistema si reggeva -come accennato- sulla stratificazione ; non c’era bisogno di essere ‘moralmente cattivi’: bastava che questa scelta se la accollassero in pochi; agli altri, per sopravvivere o stare meglio, bastava andare avanti come al solito. Il meccanismo a strati garantiva che per vedere il nemico si guardasse sempre solo più in basso.

SEGNALAZIONE
dalla pagina FB di Canarutto
Massimo Amato
Ieri presso Editori Laterza (un ringraziamento sentito a Giuseppe Laterza) si è svolto qualcosa di molto interessante, legato alla presentazione del libro di Omer Bartov _Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele_, da parte dell’autore, con un commento di Anna Foa, che molti rivorrebbero in questa chat. Interessante per due ordini di ragioni.
Il primo, e al fondo il più importante, almeno per gli spiriti sgombri da pregiudizi, è legato alla presentazione dei contenuti del libro di Bartov. Sia l’autore sia Anna Foa hanno delineato un quadro estremamente lucido dell’abisso politico e morale in cui Israele è caduto, e che è ormai compatibile solo con due esiti: il primo, più probabile agli occhi di Bartov, è la definitiva trasformazione di Israele in una satrapia occidentale in Medio Oriente, basata sull’uso illimitato e scriteriato della violenza pura; il secondo è legato a una rigenerazione di Israele, che passa anche per l’abbandono del sionismo, ormai divenuto ideologia di stato. Solo questa rigenerazione aprirebbe alla possibilità di una pace basata su quella che molti giuristi chiamano “giustizia riparativa”. Riparativa dell’occupazione del 1967, ma anche della Nakba del 1948. Questa seconda soluzione esige però una pressione dall’esterno, proprio perché Israele non è più in grado: una pressione che passa per le sanzioni (“Israele deve soffrire”), fino al boicottaggio di università che si sono ormai schierate per il peggio (Bartov ha utilizzato il termine carico di storia “Gleichschaltung”).
Ovviamente il discorso di Bartov e Foa è stato molto più articolato, ma questa è, credo, una buona sintesi.
Ma l’evento si è rivelato molto interessante anche per il dibattito che ne è seguito. Molte delle domande non nascondevano intenti critici, che possiamo riassumere così: la tesi di Bartov è troppo unilaterale, perché il sionismo è molteplice e non unico, perché se Israele ha colpe ne hanno anche i palestinesi, che hanno perso tutte le occasioni che gli sono state offerte, se quello di Israele è genocidio lo è anche il 7 ottobre, e soprattutto di genocidio si potrà parlare solo dopo la sentenza della ICJ.
A fronte di queste prese di posizione, che raramente prendevano la forma di vere domande, sia Bartov sia Foa hanno deposto ogni diplomazia e hanno _parlato_.
Per prima cosa Bartov ha ricordato che dei libri si parla dopo che li si sono letti, cosa che per ammissione di alcuni di coloro che hanno preso parola non era stata fatta.
In secondo luogo, Bartov ha ricordato che il libro riconosce la pluralità dei sionismi storici, ma punta il dito sul fatto che sionismo oggi significa ideologia di stato, _e che questo è oggi il problema_.
In terzo luogo, sia Bartov sia Foa hanno respinto al mittente l’idea che si possa ragionare del rapporto fra Israele e palestinesi come di qualcosa di simmetrico. Bartov lo ha detto: smettiamola di parlare di guerra fra Israele e Hamas: almeno a far data delle operazioni a Rafah le azioni belliche di Israele non mirano più a obiettivi militari ma alla distruzione della pura e semplice possibilità di vita di un popolo. Ma soprattutto Anna Foa è stata chiara: non c’è paragone fra le colpe morali di Israele e gli atti anche feroci e criminali dei gruppi armati palestinesi: “in questo momento ciò che mi dà dolore e preoccupazione sono le colpe commesse dal mio popolo”.
In quarto luogo, il genocidio: Bartov ha semplicemente richiamato la lettera della Convenzione sul genocidio, che parla espressamente di _prevenzione_ prima che di punizione. La prevenzione non solo autorizza, ma obbliga tutti a parlarne e ad agire prima che il fatto si consumi. E questo è il tema politico di fondo.
Insomma, quando ci si leva i guanti in nome di verità elementari si diventa qualcosa di più di uno studioso accademico: si diventa una guida morale.
SION-NAZISMO?
“Un ebreo cresciuto tra tedeschi può assumerne le abitudini, le parole, essere completamente impregnato del fluido tedesco ma il nucleo della sua struttura spirituale resterà sempre ebraico perché il suo sangue, il suo corpo, il suo tipo fisico RAZZIALE sono ebraici”
Chi l’ha detto, un capo nazista? Potrebbe, in effetti, ma a dirlo è stato Vladimir Jabotinsky nel 1904, il padre del sionismo di destra a cui si sono ispirati alcuni ebrei sionisti tedeschi che hanno infatti applaudito l’elezione di Hitler (lo hanno applaudito anche alcuni ebrei integrati, antisionisti, per diversi motivi).
Eichmann ammirava Theodor Herzl, come ha dichiarato spesso, arrivando a studiare il suo testo principale, Der Judenstaat – Lo stato degli ebrei, la Bibbia del sionismo, e andando perfino in viaggio nella Palestina britannica quando si occupava del trasferimento degli ebrei in Palestina (ne La Banalità del Male, Arendt scrive che Eichmann parlava bene degli ebrei sionisti, che considerava “idealisti” come lui: volevano una terra basata sulla purezza del sangue.
Tornando a Jabotinsky, ricordo che è anche l’ispiratore di Netanyahu, il cui padre è stato segretario proprio di Jabotinsky.
Quindi, in realtà in Israele c’è forse è più sio-nazismo che nazi-sionismo.