di Ennio Abate
ah, come l’ho imparata la lezione del gatto nero
che quand’ero bambino mangiò il passero
lasciando soltanto una zampetta stretta
nello spago con cui l’avevo legata
al piede d’una sedia di paglia
andò così: tanta cura avevo di quel passero
– dono di un mio intrepido cugino di campagna
d’animali più di me sapiente cacciatore
ma qualcuno – chi? – lasciò socchiusa una porta
ed ero assente quando arrivò rapido e furtivo
dal giardino assolato nella stanza in ombra
dopo lo scempio l’ inseguii a sassate e
per giorni quel maledetto gatto nero nero
(2017 | 12 giugno 2026)

Triangolo
L’uccelletto poveretto,
senza cielo e senza volo
stretto ad una zampetta
nella buia stanza maledetta,
venne fatto prigioniero,
ben nutrito e curato,
dal piccolo monello
e poi subitamente inghiottitto
per famelico istinto
da un gattone nero nero.
Il cucciolo d’uomo,
delle specie animali
il più feroce,
insegue a sassate
la belva irriverente
che il suo gioco
tenero-crudele
aveva interrotto
miseramente
Il racconto mi ha ricordato che pure io da bambina nel cortile della casa di ringhiera della vecchia Lodi dove vivevo (a piano terra l’osteria e al primo piano le nostre due stanze) insieme alla sorella e ad un’amichetta, avevamo sei sette anni, pensavamo di “educare” un povero gatto di tutti e di nessuno a fare le scale e a parlare come noi, cose che ignorava perché nessuno gliel’aveva insegnato: “non era giusto!”. Insomma gli intenti erano nobili, ma la bestiola fu martirizzata. Lo reggevamo per gli arti anteriori, come si fa con i bebé, e gli mostravamo a salire il gradino prima con una zampina, poi con l’altra. Purtroppo imparò. Invece i nostri sforzi per insegnargli le paroline più semplici non ebbero successo…per fortuna!