Augusto De Angelis – il dimenticato  

di Emma Pretti

Di solito i poeti e gli amanti della poesia vengono descritti come persone lievemente svagate, silenziose e assorte in profonde riflessioni. Poco amanti dell’azione, prediligono letture filosofiche, impegnative, disdegnando i generi di intrattenimento anche se basati su solide costruzioni e intriganti labirinti mentali, quali potrebbero essere per esempio i libri gialli – Sbagliato, lo trovo un semplice luogo comune: personalmente non solo mi appassionano questi tipi di romanzi ma ritengo abbiano diverse caratteristiche che non possono non attrarre le persone meditative. Prima di tutto il mistero, l’enigma, un elemento che riesce a emanare una valenza ipnotica a ogni latitudine del globo, sia  tra gli scenari indolenti e surriscaldati di remote isole asiatiche quanto sepolti sotto la superficie di un lago ghiacciato in Finlandia, senza tralasciare grattacieli miliardari  e sordidi quartieri di area metropolitana: i retroscena della politica, la vertigine del denaro, rapporti personali inquinati e inquinanti –  In seconda battuta sicuramente gioca l’intreccio di personaggi enigmatici o indifesi ma tutti in scena con le loro psicologie e motivazioni spesso insospettabili, e in terza base le passioni e le frustrazioni che li scuotono, la follia umana che dilaga rovinosa e inarrestabile. Come resistere, come non gettarsi in un gioco così fuorviante, nel suo turbine magnetico, ingannatore, disorientante…Un vero e proprio balzo al di fuori della piatta quotidianità dentro atmosfere comunicanti con fameliche e ammalianti voragini, attraverso lo “stargate” di un’immaginazioni analitica.

L’unico rammarico consiste nel vedersi circondati da innumerevoli pubblicazioni di romanzi gialli, thriller, noir o spy story di autori stranieri, che riempiono fino all’ ultima mensola gli scaffali delle librerie, lasciando spazi esigui agli scrittori nazionali, che occhieggiano timidi dalle pile di libri, titubanti anche nelle trame, sempre ansiosi di mantenersi all’interno del politically correct, nella convinzione che questo assicuri la vendita e recensioni positive. Ultimamente la nostra produzione di romanzi gialli è di certo aumentata ma la si dovrebbe meglio definire come genere poliziesco-malavitoso con ampie incursioni sul terreno, fin troppo mitizzato, delle mafie e loro varie connivenze. Senza dubbio riflettendo sul percorso storico del genere e il suo scarso sviluppo a monte potremmo trovare diverse motivazioni, non ultima una ragione storico-politica che ha contribuito a determinare l’atteggiamento piuttosto esitante nei confronti di un filone considerato dagli stessi scrittori un sottoprodotto letterario, con poca attenzione alla qualità del linguaggio, tutto concentrato sulla trama per un risultato di puro intrattenimento. Scavando nelle sue origini, il percorso letterario e editoriale del genere in Italia risulta indicativa e illuminante se si considera la vicenda personale, giornalistica e creativa di Augusto de Angelis.

Per rintracciarne le sorgenti, potremmo spingerci al lontano 1852 quando fu pubblicato per i tipi dell’editore Rossi di Genova Il mio cadavere di Francesco Mastriani, una vicenda cupa, dai toni decisamente noir e con le caratteristiche tipiche del romanzo d’appendice, genere letterario ampiamente frequentato dall’autore per diversi anni e che lo farà ricordare per alcuni titoli di grande successo come la cieca di Sorrento.  Accanto all’adesione tipica dell’Ottocento per il pensiero analitico e l’interesse per le scoperte e lo sviluppo scientifico e medico, Mastriani si distingue per l’attenzione che riserva alle classi popolari, ritratte però in chiave verista, senza abbellimenti, mettendo in luce, nel caso, miseria e grettezza.

L’excursus agli albori del romanzo d’indagine potrebbe continuare nel 1888 con il Cappello del prete, opera di Emilio De Marchi, che ben s’inserisce nella carrellata e appare tra le più interessanti dell’epoca. Il filone si afferma con sempre maggior vigore, soprattutto all’estero, ma ancora viene definito come poliziesco, d’indagine, mistery, thriller. Bisognerà attendere gli anni Trenta per assistere a una vera e propria fioritura e una crescita esponenziale dell’interesse intorno al genere con il moltiplicarsi delle pubblicazioni e delle vendite. Sull’onda di questo successo nel 1929 la casa editrice Mondadori inaugura la collana I libri gialli di Mondadori caratterizzata dall’ormai nota copertina giallo-ocra. La felice iniziativa editoriale unita a una vincente impostazione grafica segna la nascita in Italia del “giallo”, coniando il termine unico al mondo per indicare il poliziesco e il romanzo d’indagine. Se le origini strutturali risalgono all’Ottocento, il giallo moderno, così come lo conosciamo, s’impone e stabilisce le sue regole proprio in questi anni. Universalmente riconosciuto come il capostipite del giallo italiano lo scrittore Augusto de Angelis pubblica le sue opere durante il regime.

L’esistenza di Augusto De Angelis (1988-1944) racconta una storia intensa e tragica, inevitabilmente italiana, sottoposta a pressioni e restrizioni, gravata dagli ostacoli e impedimenti tipici di quel periodo controverso. Oreste del Buono ne ha ripercorso le tappe in modo approfondito nella presentazione a una fortunata riedizione del 1963 delle sue tre opere di maggior successo.

De Angelis inizia una brillante carriera giornalistica da inviato all’interno di testate importanti come Corriere della sera e Resto del Carlino, ma il regime pian piano si afferma e desidera costruirsi solide basi nel campo strategico dell’informazione, chiede consensi a cui De Angelis cerca di sfuggire mantenendo una posizione neutrale ed estranea. Non è esattamente ciò che viene richiesto, il regime pretende adesione e questo atteggiamento gli crea diversi ostacoli all’interno delle testate giornalistiche, dove comincia ad avere posizioni sempre più marginali: accetta restrizioni e cerca di lavorare moltissimo come autore indipendente, iniziando una produzione di libri e racconti esotico-avventurosi molto richiesti dalle riviste, affiancata da una produzione di biografie romanzate di personaggi storici. Con la frequentazione di questi generi di sicuro successo affina le sue capacità di scrittore verso quella particolare attenzione alle psicologie individuali che diventeranno il fulcro delle sue vicende e si prepara al grande salto verso il genere poliziesco. Dalla sua penna prende vita la figura dell’investigatore, il commissario De Vincenzi, una sorta di Maigret di stoffa meno ruvida, con spiccati interessi culturali, delicato umanista, amante della poesia, rigoroso ragionatore, attento e puntiglioso nelle documentazioni, nonché esperto e abile nello scandagliare i tormenti e le psicologie dei protagonisti delle vicende criminose dalle sfumature noir, una via di mezzo tra Maigret e Poirot. Con queste caratteristiche De Angelis getta le basi del giallo all’italiana, stabilendovi una costruzione di carattere seriale con funzione di supporto e linea guida, una struttura costruita intorno alla figura dell’investigatore e/o commissario, personaggio che regola, ordina e scagliona gli elementi e in cui il lettore si identifica; una composizione che funziona e arriverà sostanzialmente immutata fino al nostro Camilleri, senza per questo venire a noia producendo formule ripetitive con stanchi cliché, o penalizzare la creatività e l’inventiva degli autori. Sul terreno della scrittura a livello pratico, De Angelis non potrà rifiutarsi di sottostare a inevitabili concessioni al regime, che non amava il genere, ritenendolo in grado di influire negativamente sui lettori, corrompendo i costumi e i comportamenti sociali. A questo proposito la censura aveva istituito particolari restrizioni: i colpevoli non potevano essere italiani e gli ambienti del delitto dovevano essere stranieri o luoghi eccentrici in cui si muovevano figure stravaganti.

Dal 1935 inizia la sua attività di romanziere di libri gialli con Il banchiere assassinato, segue una serie di racconti polizieschi come Sei donne e un libro, Il candeliere a sette fiamme, La barchetta di cristallo e per i Gialli Mondadori L’Albergo delle Tre Rose; nel 1942 esce il suo terzo capolavoro, Il mistero delle tre orchidee.

Ossessionato dal timore di non poter scrivere e vedere pubblicate le sue opere a causa di ostacoli di natura politica, De Angelis segue con attenzione le limitazioni imposte, tuttavia queste non gli impediscono di costruire perfetti meccanismi d’indagine: si concentra sulla figura del commissario De Vincenzi, abile investigatore e acuto indagatore di personalità ambigue e sfuggenti, usando come contorno paesaggi esotici descritti con precisione, ambienti eccentrici e personaggi stranieri o dalle inusuali occupazioni. Nelle mani del commissario però la sua logica stringente riporta tutto a una consequenzialità molto naturale al punto da togliere il senso di stravaganza insito nelle descrizioni. Le basi teoriche dello scrittore nei confronti del giallo sono molto solide e rigorose: in una conferenza sul genere De Angelis spiega che il poliziesco è << il genere del presente – dal momento che – il suo dominio è l’azione pura…tesa, vibrante, frenetica, quanto più calcolata…la follia lucida è una stupenda creazione del paradosso uomo. È la vita che supera l’arte, perché ha vinto i confini della natura, che l’arte deve appunto ritrarre, deformandola…poiché se la rendesse integra non sarebbe più arte>>.

I romanzi di De Angelis ebbero un buon successo di pubblico, se si tiene conto di quanto il regime cercasse di ostacolare il genere poliziesco, anche attraverso una critica letteraria schierata politicamente che metteva in ombra, insabbiava con giudizi negativi, ne scoraggiava le pubblicazioni e la lettura.

Il suo atteggiamento renitente nei confronti del partito lo condurrà a una fine grottesca, assurda e quasi melodrammatica. Dopo l’8 settembre, la breve parentesi dell’instaurazione della Repubblica di Salò decretò una caccia selvaggia a partigiani e oppositori politici; in questo clima surriscaldato e feroce lo scrittore venne inserito nelle liste di prescrizione, cercò di nascondersi ma denunciato da una donna che lui quasi non conosceva, fu rinchiuso nel carcere Lariano a Como.  Ne uscì in condizioni di salute molto critiche.  Un giorno si trovò di fronte la donna che l’aveva denunciato, decisa a chiedergli scusa; di fronte al suo atteggiamento indifferente e noncurante la donna si inalberò, richiamando in questo modo l’attenzione del compagno, noto per la sua fede fascista e l’indole violenta. L’uomo colpì ripetutamente lo scrittore che sotto i colpi cadde a terra, fu ricoverato, ma dal pestaggio non si rimise mai più…

Potrebbe suonare abbastanza inspiegabile l’atteggiamento dell’editoria italiana che, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, si è sempre impegnata a recuperare e riproporre autori osteggiati e invisi al regime. Al contrario nei confronti di De Angelis ha dimostrato una totale indifferenza, al punto che le sue opere sono sparite dagli scaffali delle librerie. Senza dubbio negli altri paesi questo genere letterario, non costretto a restrizioni o vincoli di sorta, ha goduto di un maggiore impulso, sia dal punto evolutivo che di interesse da parte dei lettori. Proprio dal secondo dopoguerra in poi i gialli di De Angelis sono stati praticamente sommersi dalla produzione del mondo anglosassone e dalla monumentale figura di un Maigret francese balzato alla ribalta anche come protagonista di fortunate riduzioni televisive – Gialli, noi, thriller, fino alla più moderna spy-story, hanno in pratica invaso editoria, librerie e biblioteche sia pubbliche che domestiche ma decretando il monopolio di una produzione di autori stranieri.

Vero è come afferma Luca Crovi, che il giallo << È territoriale, perché racconta tutta l’Italia, città per città; ed è sociale, perché è in grado di restituirci mirabilmente l’evoluzione del Paese”, dunque non è giustificabile l’assoluta dimenticanza di un autore che può riproporci sotto molti aspetti la congerie di un’epoca ancora oggi così discussa e discutibile. Augusto De Angelis con il suo commissario De Vincenzi editorialmente rimane un vuoto di memoria, a cui la casa editrice Sellerio con la sua riproposta de Il mistero delle tre orchidee, corredata da una bella postfazione di Beppe Benvenuto, cerca ammirevolmente di rimediare.

 

 

 

 

 

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