L’inverno del Sessantuno

 il Pratomagno con la neve,  acquerello di Konrad Dietrich

 di Angelo Australi

Durante l’inverno del ‘Sessantuno il nonno si ammalò con una certa frequenza, e siccome era già molto vecchio la sorella di mio padre veniva spesso a trovarci perché immaginava la sua morte in ogni momento del giorno. Ricordo con lucidità che la voce della zia Gianna era esile e riservata come quella di una suora, spesso e volentieri diventava appena un sospiro che non capivo standole a un passo. Era cuoca all’ospedale, con le sue levatacce sicché si addormentava la sera sul nostro divano stanca morta, russando e scoreggiando senza rimpianti. Certe volte, quando non era in compagnia di suo marito, le fischiavo con forza negli orecchi, così lei sobbalzava e si abbracciava il petto mastodontico.
– Dio mio, per poco non muoio d’infarto – ci diceva ridendo.
Io ero piccolo ma zia Gianna mi restava proprio simpatica. Certe sere lei e il marito facevano un tratto di strada insieme, lo zio Remo ci salutava urlando un olé a tutti noi dalla rampa delle scale per poi precipitarsi al bar, dove lo aspettavano un gruppo di amici per giocare a carte o a biliardo.
Una sera le chiesi il motivo della sua corpulenza. Senza cattiveria, solo per pura curiosità.
– Non ti piaccio, brutto scricciolo maleducato?!
Il tono permaloso alla sua voce non venne bene, così sembrava più comica del solito.
– Sei la donna più bella del mondo!
Sorrisi, inscenando una danza tribale lì davanti a lei.
– … Come Elena la troia.
Mio padre mi diede uno scappellotto, ma cominciò a ridere e sicché non lo presi come un rimprovero.
Quella che all’inizio sembrava una delle tante riunioni di famiglia la zia la occupò a spiegarci che la sua grassezza era frutto di una deformazione professionale. Che quella definizione non fosse la più consona lo capii quando volle spiegarmi che era costretta a fare quattro pasti al giorno, due nella cucina dell’ospedale, e gli altri due a casa, per non lasciare il marito da solo a tavola. A questo ritmo il suo metabolismo era andato seriamente in confusione. Ci spiegò come avrebbe fatto un dottore che il suo fegato lavorava a ciclo continuo, senza mai fermarsi. Era entrata in una sorta di paranoia o stress alimentare, ma lei lo aveva chiamato deformazione professionale perché il cibo era strettamente collegato alla sostanza del suo lavoro.
– Alla tua età ero forse più magra di te. A guardarmi di profilo sembravo trasparente.
Che fossi magro lo dicevano in molti, a cominciare da mia madre, però non riuscivo ad immaginare che in tempi lontani zia Gianna fosse stata sottile come uno stecco.
– Ti stai trasformando in una melanzana, dai fianchi in giù – le disse nonno Rutilio, in preda alle convulsioni di un attacco di tosse.
– Ho anche il colesterolo quasi a trecento – lo informò lei.
– La vita è tua, non lo sai?
– Anche se decido di non mangiare, i cibi che cucino dovrò pure assaggiarli.
– Ma tu ti allargheresti anche solo ad annusarli, quei cibi che prepari per i pazienti dell’ospedale – disse il nonno.
– Sai quanto pesa una scoreggia? – le domandò lei ridendo.
– Che, sei scema!
– No, babbo caro, … è che ragiono in un modo scientifico: il gas che abbiamo in corpo è come l’aria, se lo butto fuori dovrei pesare qualcosa di meno.
– Se trattieni il respiro, però – disse mio padre ridendo. – Altrimenti tanta aria esce, tanta ne entra, … dal naso o dalla bocca.
E la zia Gianna lì a insistere di gusto sulle sue teorie.
– Facciamo l’ipotesi – disse smanacciando con le mani, – … sì, facciamo l’ipotesi di fermare il tempo proprio nel momento in cui l’aria mi esce dal culo. Sì, … così. Tutto fermo, prima di fare l’ennesimo respiro. A quel punto il mio corpo peserà sì o no, qualcosa di meno?
– Certe gente con la lingua taglia e cuce le parole come più gli fa comodo – disse Rutilio.
– Non dico tanto. Un grammo. Mezzo grammo. Un millimetro di grammo. Insomma, … quell’aria gassosa peserà pure qualcosa!
Mentre tutti parlavano di obesità e come difendersi dall’aria gassosa, mi ricordai di alcuni bambini denutriti che avevo visto sfogliando una rivista alla quale il nonno era abbonato, in una fotografia scattata nei sobborghi di Napoli alla fine delle seconda guerra mondiale, così fui assalito dal terrore che anche la zia da piccola fosse stata in quelle condizioni, o che potesse diventarlo nel momento che la costringevamo a mettersi a dieta.
Volevo raccomandarle di restare sempre grassa, ma una voce dalla strada urlò il nome di mia madre e mi trattenni.
– Giulia, ti stanno cercando – disse mio padre.
– A quest’ora?
– Dovrai affacciarti.
Mio padre la fissò.
Fu un assenza a dir poco telegrafata, e al suo ritorno ci disse che la volevano al telefono. Siccome ancora non avevamo la linea, alla bisogna i parenti di mia madre si appoggiavano al numero telefonico di questi nostri vicini.
Mio padre appoggiò alla sedia prima una, poi l’altra scarpa, finì di allacciarsi le stringhe e si grattò la fronte.
– Chi fa l’ambasciata? – le chiese.
– Demetrio.
– Ti preoccupi prima del lecito.
– Vieni con me?
Nel supplicarlo mia madre gli sorrise timidamente.
Quando mi affacciai alla finestra la vidi rivolgersi freneticamente a mio padre. Lui la teneva a braccetto, e la sua testa eretta fissava un punto preciso lì davanti a loro. Non riuscivo a capire quanto fosse distante quel particolare che i suoi occhi avevano preso di mira.
Di solito ci andavo pazzo per i film di fantascienza, quello che trasmettevano in Tv invece era più noioso di quando stavo a letto con la febbre, dove avevo davanti agli occhi solo la parete bianca su cui giganteggiava l’armadio a muro. Da lì immancabilmente uscivano delle blatte nere come il carbone che si nascondevano sotto il tappeto, ai piedi del mio letto, e quello che non mi faceva proprio dormire era il pensiero che potessero salirci sopra, finirmi nello stomaco, se dormivo a bocca aperta. Nella noia di attendere il rientro dei miei genitori avevo coltivato la possibilità di fare paura alla zia Gianna perché sobbalzasse di nuovo, ma lei e il nonno si stavano rinfacciando un mucchio di difetti.
Appena tornati mia madre si precipitò in bagno a lavarsi la faccia, uscì e altrettanto velocemente si nascose in camera. Non ci stavo capendo un fico secco, come colpito da un’amnesia mio padre si avvicinò alla finestra, per osservare nel buio le case rischiarate in uno strano vortice dai bagliori lunari.
– Dobbiamo prendere il treno.
Parlò senza che nessuno, in qualche modo, ce lo avesse costretto, ripiegando su se stesso il tono della voce.
Nonno Rutilio gli andò davanti, lo guardò dal basso in alto e disse: – Si tratta di una disgrazia?
Con il suo silenzio mio padre ci fece capire di sì.
– Era chiaro come il sole che non doveva trattarsi di uno scherzo, chi è quel cretino che viene a cercarci a quest’ora della notte con nulla di serio.
– Perché invece non vai in macchina? – gli chiese zia Gianna, sfiorando con una mano la spalla di mio padre.
– Non mi fido a guidare con il buio… Seneca ha avuto un incidente con la moto, il sangue gli ha invaso il cervello e ancora non sanno se passerà la notte.
– Com’è potuto succedere?!
Zia Gianna si asciugò una lacrima di grasso con la mano.
– Ci mancava il tempo di chiedere e il vecchio sembrava troppo agitato – disse mio padre. – Ha saputo dirci che le speranze restavano attaccate ad un filo.
Nonno Rutilio spense il televisore quando il film di fantascienza stava giungendo nella fase culminante: ormai miliardi di insetti, saliti in superficie grazie alla voragine creata da una tremenda scossa di terremoto, avevano assediato una stazione di ricerca isolata sulle montagne del deserto californiano. Erano insetti simili a degli scarafaggi, nati con l’istinto di uccidere, che non distruggevano né il fuoco né l’acqua. Addirittura sembravano comandati da un’intelligenza superiore, nascosta chissà dove.
– Non posso accettare che un bambino e una donna viaggino da soli a quest’ora di notte – continuò mio padre.
– Porterai via anche Spartaco?
– Sì.
– Lascialo qui con me – disse il nonno.
– È vero, forse non è bene che veda… – disse zia Gianna.
– E allora non vedrà…
– … sono momenti che non si controllano molto bene nella mente di un bambino – lei continuò.
– È febbraio babbo, che ci faccio in campagna?
-Tua madre si trattiene solo pochi giorni, non so quanto, ma vuoi lasciarla sola?
– Resti anche tu?
Glielo chiesi anche se già intuivo quello che mi avrebbe risposto.
– Solo per il viaggio. Però mi raccomando a te, fai il buono… queste non sono vacanze di piacere.

Mia madre stava facendo le valige con una fretta davvero insolita. Era distratta e finiva per impiegarci il doppio di tempo. E quando si accorse di me sorrise in un modo che costrinse ad esplorare la sua grande agitazione. Sul letto c’erano i miei vestiti invernali, non quelle mitiche magliette a righe che mi portavo appresso in estate per andare in campagna da zio Seneca e zia Oria, i nonni materni e tutta la sfilza di parenti che stava insieme per lavorare la terra.
– Mi vesto così? – le chiesi con una vena di delusione, indicando il completo blu della cresima che aveva i pantaloni lunghi da omino e la giacca a doppio petto, la camicia bianca dai bottoni di madreperla e la cravatta rosso bordò. Roba da indossare solo nelle occasioni speciali. Invece lei mi passò dei pantaloni di velluto e un maglione a collo alto. Era scossa e non volevo che si arrabbiasse, ma proprio non mi andava di partire così all’improvviso, senza averci potuto riflettere nemmeno un istante.
– E il babbo non si cambia? – le chiesi.
– Non ha importanza quello che fa il babbo.
– Lo zio Seneca ha avuto un incidente?
Si ostinava a riordinare gli abiti nella valigia, senza rispondermi.
– Sta male?
– Spartaco, non sappiamo niente di preciso, ma quando arriviamo non fargli troppe domande. Mi raccomando, … lascia parlare me.
Mio padre ci domandò se eravamo pronti. Lei annuì. Disse che avrebbe preso l’indispensabile, soprattutto dei ricambi per me, visto che mi sporcavo facilmente. Li ascoltavo parlare così come si assiste impauriti all’urlo del terremoto. Vedevo tutti i gesti di mia madre entrare in confusione nel fare la valigia, si muoveva nella stanza come se fosse un’estranea, una persona in cerca di una via di fuga.
– A che ora è il treno?
– Mezzanotte, ma sono già le undici e venti.
– E va diretto al paese?
– Aspetteremo circa due ore alla stazione di Arezzo, prima che giunga la coincidenza.
– Così tanto?
– Potrai riposarti in sala d’attesa.
– Mi è passata la voglia, ci credi?
– Ti capisco.
– Se prendiamo la nostra macchina, non è meglio?
– Sono più di cento chilometri da fare di notte, e anch’io sono stanco morto, … dopo una giornata di lavoro.
– Ernesto, non riesco a crederci… mio fratello deve ancora finire quarant’anni.
– Adesso non precipitiamo le cose, ancora nessuno ci ha già dato una sentenza.
– Li conosci, non saprebbero metterci in allarme per una sciocchezza. Quando mio padre si operò di appendicite, lo sapemmo a cose fatte. Non scrissero, e non ci avvisarono in qualche modo. Lo seppi solo quando ci accompagnai Spartaco a passare l’estate.
– Con questo cosa vuoi dire?
– Che non sono persone da recarsi allo spaccio alle undici di notte per raccontarci al telefono che si è solo rotto il braccio.
– Ora come ora, stai solo esprimendo delle inutili supposizioni.
– Che ti ha detto mio padre?
– Niente che non sai. Lo avevano trasportato in ospedale, e in terra non c’era nemmeno una goccia di sangue. Questo però può essere anche un bene. Smetti di pensare al peggio. Tutto perché all’improvviso un maiale gli ha attraversato la strada.
– Temo che mia cognata faccia qualche pazzia.
– Dovrà appigliarsi a tutta la sua forza d’animo.
Salutai nonno Rutilio con un gesto della mano, proprio come tra adulti, mentre zia Gianna prima mi baciò sulla fronte e poi mi avvolse nel suo grasso abbraccio, sistemò il loden e strinse la sciarpa intorno al collo, stendendola in modo da coprirci la bocca e il naso. Mio padre per quella notte consigliò il nonno di far dormire la zia a casa nostra, visto che la febbre gli era abbassata solo nel pomeriggio.
– Non sono ancora da accompagnatrice – reagì nonno Rutilio.
La zia allora fece una smorfia di nascosto, poi li invitò a pranzo e a cena per quei giorni che io e la mamma saremmo mancati.
– Non farne un problema – disse mio padre. – Ci arrangiamo benissimo.
– Mi offendo sennò. Dopotutto sei mio fratello… e tu mio padre.
Nella strada vuota i nostri passi segnavano il ritmo di una marcia astratta al punto da sembrare impazzita. Camminavamo in compagnia delle nostre ombre, che ci sorpassavano o restavano indietro grazie alla posizione che tenevano i corpi rispetto alla luce dei lampioni. Andavamo di fretta, trattenendo ognuno i propri pensieri, come se ci dovessimo fare a piedi i cento chilometri, invece di raggiungere solo la stazione dei treni. Mia madre era davanti a noi, che seguiva chissà quale suo percorso mentale per immaginarsi, in assoluto silenzio, la sorte toccata a zio Seneca.
Alla stazione dei treni si giungeva percorrendo un viale di lecci. Tutto questo paesaggio era ormai fuori dal perimetro del paese antico, ma fino ad una certa distanza erano visibili le luci, che poi si sparpagliavano in un pulviscolo di stelle e di bagliori, prima di restare nascoste dalle chiome degli alberi più prossimi. Ancora non riuscivo a convincermi che lo zio fosse così grave, ma quella mi sembrava una notte strana, adatta soprattutto a lasciarti nel dubbio. Non c’era un alito di vento, e lo spazio intorno a me sembrava popolarsi di spiriti, ogni volta che osservavo quelle nostre ombre in movimento.

 

giugno 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 pensieri su “L’inverno del Sessantuno

  1. Un racconto costruito con perfetta struttura circolare che unisce la vitalità caratterizzata dall’energia fisica della zia Gianna, all’inizio del racconto, con la parte conclusiva in cui viene dato spazio alla riflessione del giovane protagonista narrante che si avvia ad affrontare l’esperienza della perdita e del dolore, nel momento in cui deve partire con la madre per andare a trovare lo zio Seneca dopo un gravissimo incidente; l’autore suggerisce a chi legge quanto sia essenziale il saper trattenere nello scrigno della memoria le tracce, i frammenti di vita che pur nell’apparente semplicità del quotidiano, acquistano valore di senso, dando significato all’esistenza. di ognuno L’arte del racconto in questo caso è un ausilio fondamentale.

  2. Grazie Angela,
    in questo testo interessava mettere a fuoco, tra le pieghe del quotidiano colloquiare, il brusco cambio di scena tra il riso e il presagio di morte.

  3. Uno dei più bei racconti di Angelo Australi. Spassoso e tragico. Ammiccante e meditabondo. Denso e leggero. In poche righe è ricostruito un mondo, quello del boom economico, con il suo primo benessere e le sue prime insidie: il loden e il colesterolo, il telefono e gli incidenti sulle strade (Il sorpasso di Dino Risi è del 1962), le luci artificiali e le ombre. Tutto è sospeso, come in una fiaba: nulla si sa del nonno, dello zio Seneca; non c’è un vero inizio e una vera fine alla narrazione. Eppure tutto è concretissimo, tangibile, respirabile. Complimenti.

  4. Grazie Daniele, il racconto è giocato tutto sul quotidiano, sui colpi di scena che possono manifestarsi all’improvviso. In una prossima puntata chissà, forse racconterò il viaggio in treno nella notte, visto con gli occhi del bambino.

  5. Un bel racconto, quasi una meditazione in forma narrativa, sul destino in agguato, il fato che presenta il suo conto inaspettato e inspiegabile. E l’apparente, naturale indifferenza del bambino sembra l’indifferenza del mondo che, pur pieno di ombre, continua a girare.

    1. Grazie Paolo, è vero, nello scrivere il racconto pensavo in modo particolare alla naturalezza di un bambino che passa da una situazione divertente da lui ideata, ad una improvvisa esubita, che preannuncia l’incognita e il dolore.

  6. Un bel racconto dove il protagonista sembra essere il bambino, inizialmente al centro di una allegra riunione familiare dove è consentito prendersi in giro reciprocamente, data la solidità di un affetto circolare…poi, senza avviso alcuno, l’insorgere dell’imprevisto destabilizzante che fa irrompere la nostra umana precarietà terrena: il destino, il dolore, la morte…Il bambino non può chiedere spiegazioni agli adulti sul mistero della vita pertanto nella notte allunga lo sguardo sul cielo stellato…

    1. Proprio così Annamaria, il bambino, verso i misteri della vita che insorgono non può che essere un osservatore.

  7. Un “Angelo” diverso quello che qui ci porta nel crudo mondo del quotidiano sospeso fra la serenità di un tran tran familiare, dove i personaggi si possono toccare e ascoltare dal vivo, e uno scovolgente imprevisto che appare subito nella sua lucida tragicità.
    Un affresco di vissuto che invita alla riflessione sul destino di tuti noi.

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