di Donato Salzarulo
1.- La poesia d’apertura dell’ultimo libro di Franco Arminio (L’incredibile non si può dire a tutti. Poesie d’amore, Rizzoli, 2026) è senza titolo, come tutte le altre novantacinque sorelle. Composta da venticinque versi liberi, con un’escursione metrica che va dal senario iniziale («Ci sarà un giorno») a due versi di dodici sillabe (v. 16 «e stropicciato da ogni parola storta», v. 24 «sulla lavagna del buio, disegnava»), con una netta prevalenza di decasillabi (sette), endecasillabi (cinque) e novenari (sei), contiene una sorta di profezia che l’Io poetico rivolge a un Tu femminile: «Ci sarà un giorno / in cui penserai meravigliata.»
E cosa penserà questo Tu? Penserà alla stranezza di quel «tempo iroso / in cui nessuno stava calmo / e ognuno pensando al giorno dopo / perdeva le sue ore liete / e fiorivano non viste le rose / della vita.»
Il “tempo iroso” può essere quello vissuto da una coppia, ma può anche essere un tempo sociale caratterizzato dall’ira, sentimento per lo più improvviso e violento e, secondo la religione cristiana, uno dei sette peccati capitali. Il risultato di questo “tempo iroso” è di sprecare o di vedersi sottratte le eventuali ore liete che si potrebbero vivere e, diventati prigionieri di una simile passione triste e impulsiva, non accorgersi neanche delle “rose della vita”, cioè delle sue bellezze. A cos’altro penserà quel Tu femminile? Riconoscerà che «Era la stagione / in cui il re del nero / ogni mattina inventava una guerra / e chi aveva uno spirito gigante / si sentiva in esilio, faticava / a camminare tra le macerie / di quegli anni.» Il tono è un po’ fiabesco, ma a cosa allude la fiaba mi sembra chiaro: la stagione è quella dei nostri anni, in cui “il re del nero” – veramente i re del nero sono parecchi – ogni mattina trova le ragioni per fare una guerra. E, se non le trova, come nella favola del lupo e dell’agnello, le inventa e fa piovere missili e bombe su palazzi e popoli inermi.
Il poeta (e i poeti) un po’ “spiriti giganti”, come gli albatri della famosa poesia baudelairiana, si sentono espulsi dal mondo e faticano a camminare tra rovine e macerie, tra questa «pestilenza delle anime», come Arminio scrive in un’altra poesia.
«Quanto ci stanca / questo tempo che si arma. / Appena ti vedo / mi getto nelle tue mani, / sono una via di mezzo / tra un rudere e un fantasma.» (p. 108)
In una situazione simile anche il corpo di quel Tu – non solo il suo si capisce – risulta «Infiammato dai dolori / e stropicciato da ogni parola storta». E le parole storte, non portatrici di verità, che si dicono nel tempo delle guerre e dei re del nero sono tante.
«Il cuore dei ricchi era leggero / come una foglia morta.» La leggerezza, in questo caso, è un sentimento deresponsabilizzante, complice e mortuario. «L’orrore partoriva altri orrori.» Fino ai genocidi e agli stermini consumati nell’indifferenza e complicità delle democrazie occidentali.
Come può essere vissuto un amore nella stagione degli orrori e delle guerre? L’amore non può non essere «pieno di paure». Ma, per quanto impaurito, è ostinato, è luogo e relazione di speranza, è abbraccio contro il buio della storia: «ma quando chiudevi / le braccia intorno a me / veniva a trovarci una luce / sulla lavagna del buio, disegnava / il luogo esatto della gioia.»
«Un vero abbraccio fonda l’avvenire», si intitola una delle undici sezioni del libro in cui tutte le poesie vengono distribuite, ad eccezione della quinta, quasi centrale e in prosa, interamente dedicata al Canto del corpo.
Con questa composizione di apertura e con altri testi che si possono leggere all’interno, mi pare che Arminio raffiguri le coordinate storiche in cui queste poesie d’amore germogliano, evidenziando «la profonda inimicizia / di quest’epoca / verso i nostri sogni», che non sono solo sogni o storie d’amore, ma dinamiche di relazioni interpersonali più o meno riuscite, gioie, paure, tremori e tormenti, intensità emotive ed allarmi del corpo-mente che cerca di traslocare sulle pagine il pieno o il vuoto di realtà in cui è immerso.
«Ricordati che la scrittura arriva da sotto,
attraversa qualcosa che è morto.
La scrittura ti raggiunge
quando sei un ombrello
rotto dal vento.
Sei tu la pioggia
che sbatte sulla terra.» (p.105)
2.- La seconda poesia ha per protagonista l’Io poetico. In undici versi liberi – escursione metrica da sette a dodici sillabe, con prevalenza di endecasillabi e dodecasillabi – evoca il suo lungo e costante processo di preparazione fisica e spirituale per riconoscere il Tu femminile e, soprattutto, per riconoscere in lei «la grazia umanissima di chi è tutta / e per niente in questo mondo.» Questi due versi vanno sottolineati. Chi legge deve comprendere che la donna con cui l’Io entra in relazione non ha soltanto una «grazia umanissima», quindi una condizione di eleganza, fascino, bellezza superlativa; ha, in un certo senso, una marcia in più, perché ha qualità e virtù tipiche di chi è un essere mondano o terrestre e appartiene del tutto a questo nostro mondo, ma anche di chi è così eccezionale da non appartenervi per niente. Essere trascendente, perciò; essere umano al di là di questo mondo, di un altro mondo forse.
Come non cogliere in questa definizione un’eco del celebre sonetto dantesco, «Tanto gentile e tanto onesta pare»? Come non pensare al miracolo capitato a questo Io, che si era allenato da anni per questo riconoscimento?
Qualche pagina più avanti, nella sesta poesia, l’Io confessa di aver visto il Tu femminile camminare «nella pioggia / di una piccola città abruzzese.» Crede di non aver mai visto «una bellezza più ripida / e profonda» e, in clausola, aforisticamente scrive: «La tua bellezza è la passeggiata / di Dio nel mondo.» (p. 20). In un certo senso, siamo anche al di là di Dante. Non abbiamo a che fare con la donna angelicata che guida il poeta nelle sfere celesti del Paradiso. Qui si a che fare direttamente con l’incarnazione del Dio-infinito.
Gli effetti che un tale incontro producono sono a malapena immaginabili.
«Mi hai portato la grande commozione / di svegliarmi, di sentire / la tua voce che saluta le mie / e le tue labbra.»
Chi non vorrebbe vivere questa grande commozione? Chi non vorrebbe svegliarsi la mattina e udire la voce di una tale figura femminile che con un bacio saluta le mie e le tue labbra?…
Dopo questo riconoscimento, il presente emotivo e sentimentale dell’Io diventa un canto di gioia, un canto per questa donna eccezionale, piena di grazia, un canto al quale partecipa «anche il buio che c’è / nel bagno». Trasformandosi probabilmente in luce.
In chiusura si leggono i versi finali che danno il titolo al libro: «L’incredibile / non si può dire a tutti.» No, di dire, lo si può dire. Il problema è la credibilità, la verosimiglianza, il prestare fede o meno ad un evento così straordinario e stupefacente che si chiama innamoramento.
«Raramente la gioia è tersa. / Credimi, sono colpevole, / ma non ho mai avuto colpe / migliori di questa.» (pag. 93).
3.- Nella poesia a pagina 97, se ho contato bene, la numero 63, la voce poetante nei primi due versi sostiene che «Il ritorno al romanticismo / è urgente.» Dai versi successivi non è molto chiaro cosa intenda per romanticismo: sembra si tratti di un atteggiamento che un uomo debba avere nei confronti di una donna, cioè non pensare immediatamente a spogliarsi e a spogliarla. Il suggerimento (romantico?) è, invece, quello di aprire la finestra, di parlare, di guardare «cosa è scritto / nel bianco dei suoi occhi / prima di toccarla.» Galateo sentimentale, insomma. Buona educazione, acquisizione del consenso. Ma che c’entra il romanticismo? Forse qui si teme un suo smascheramento, una sua demistificazione: che vi possa essere, come canta Antonello Venditti, sesso senza amore. In fondo, fra adulti consenzienti, il sesso può essere esperienza piacevole e soddisfacente. Non so. Temo che il poeta non voglia andare a fondo, non voglia dirsi delle verità su questa nostra era post-romantica.
Personalmente il romanticismo lo vedo molto di più nella poesia numero 67, riprodotta in quarta di copertina: «Un amore è un uragano, / una fitta nebbia, / un cedimento, / un luogo incustodito / in mezzo al cuore, / è la vana pretesa di dare / un’ossatura all’infinito, / una perfezione all’errore.» Tempesta e assalto. Intimamente contraddittori questi versi segnalano da un lato la situazione turbolenta, passionale, d’ignoranza conoscitiva, di crollo della resistenza e della forza di volontà in cui finisce l’Io innamorato o in amore; dall’altro la molla, la posta in gioco che lo spinge: la pretesa vuota e priva di consistenza di dare “un’ossatura all’infinito”, cioè di vedere il Dio incarnarsi e, infine, la presunzione di dare “una perfezione all’errore”. Gli esseri umani, anche quando sono pazzamente innamorati, non possono essere perfetti. Questi versi “romantici” mi pare che rappresentino bene un’altra faccia di questo libro di poesie d’amore. Qui si depotenzia sia il romanticismo, sia il dolce stilnovismo di marca dantesca.
«Noi siamo creature dolenti,
ma ancora disponibili al fervore.» (p.54)
4.- Sarebbe vano inseguire, poesia dopo poesia, le tante definizioni di amore che il poeta regala a chi legge e sarebbe altrettanto vano indicare gli effetti benefici e malefici, i desideri e le frustrazioni che l’amarsi genera. Ancora più inutile indicare le caratteristiche ideali e reali dell’amata e dell’amato e le crepe che inevitabilmente si aprono nella loro storia («In certi momenti / ci amiamo allo stesso modo, / sono i momenti / in cui non ci capiamo», p. 83), la fenomenologia dell’amore è per sua natura viva e complessa. Queste poesie, in fondo, non fanno che ribadirlo con sensibilità, intelligenza e creatività.
Del resto, Arminio ha al suo attivo altri libri specificatamente dedicati al tema come Studi sull’amore (Einaudi, 2022) e l’argomento attraversa tutta la sua opera. Sotto questo profilo la sua è un’esperienza poetica che meriterebbe maggiore attenzione critica sia per contestualizzarla rispetto ad altre esperienze di poeti e poetesse che scrivono d’amore, sia per rilevarne i tratti originali ed esemplari. Mi sembra interessante, ad esempio, questo recupero da un lato della tradizione dolce stilnovistica e del mito romantico dell’amore per i loro aspetti di sacralità, poeticità, sogno chimerico e dall’altro il contemporaneo depotenziamento. Un amore intenso e per sempre sarebbe bello, ma si sa già che è impossibile perché tutto è provvisorio. Sarebbe bello un amore che ci permettesse di autorealizzarci, ma si sa «l’amore è il posto giusto per farsi male.» (p.100). La contraddizione, il paradosso, l’ossimoro, la spirale, la ripetizione e la variazione, il labirinto, il circolo, il ritorno continuo sui punti mi sembrano elementi caratteristici di queste poesie corporee, perché è il corpo, come canta e vuole il poeta, a svolgere il ruolo di primo motore.
In chiusura mi interessa accennare all’attenzione che, in questa occasione, Arminio riserva alle istituzioni metriche e ai suoi tentativi di diversificare il formato delle sue composizioni: un flusso di settenari, un sonetto, un’enumerazione per asindeto, delle poesie di tre versi («A turno uno di noi / sia cielo / e l’altro muto arcobaleno») e altre più lunghe, se non lunghissime fino ad apparire dei poemetti. Mi riferisco all’ultima sezione, intitolata L’euforia, composta da una sola poesia di 131 versi liberi, una sorta di confessione in cui l’Io poetico espone le sue credenze e il suo modo di essere, le sue conoscenze e le sue scelte, i suoi dissensi e i suoi rifiuti, le sue accettazioni e i suoi piaceri: «Io credo veramente a una forma dell’umano / che sia una breve ma intensa / passeggiata nell’impensato. […] C’è questo amatissimo stare qui / e mi piace, mi piace scrivere, / immaginare, scaraventarmi / fuori dalla trama; / fuori dalle mie rughe, / fuori dalla vena senza sangue / in cui fanno le leggi e le guerre / e i commerci e anche gli amori.»
Il piacere di scrivere è così intenso che viene sicuramente prima di tutto. Anche forse prima, durante e dopo gli orgasmi. Arriva nel cuore e nella mente come un “tamburo di spine”, come un amore dolcissimo, con la consapevolezza che se veramente la bellezza eccezionale della donna amata potesse renderlo felice, l’Io del poeta se ne andrebbe a soffrire altrove.
25 giugno 2026

QUATTRO APPUNTI CRITICI
1.
Non è vero che le guerre se l’inventano a capriccio questo o quel leader (o un “re testa calda” iroso magari come Trump). Le guerre sono l’esito di contraddizioni economiche, politiche e culturali “normali” nelle società capitalistiche. Sono esse che, non essendo risolvibili senza mettere in discussione il sistema su cui si reggono tali società, portano alla selezione di leader “guerrafondai”. Che sono più gli “esecutori” che i “decisori”delle guerre.
Vedi “Della tragicità di una coazione a ripetere” di Giulio Toffoli
https://www.poliscritture.it/2026/05/30/della-tragicita-di-una-coazione-a-ripetere/
2.
«Il poeta (e i poeti) un po’ “spiriti giganti”, come gli albatri della famosa poesia baudelairiana, si sentono espulsi dal mondo e faticano a camminare tra rovine e macerie».
Non raccontiamoci balle. E non rifugiamoci nei nostri “sentimenti-sentimentalismi”. Quelli che sono «espulsi dal mondo e faticano a camminare tra rovine e macerie» non sono i poeti ma gli abitanti di Gaza, dell’Ucraina, dello Yemen bombardati e sterminati dai Paesi complici delle guerre, in cui i poeti vivono più che tranquillamente.
3.
Non è possibile nessun ritorno né al romanticismo né al classicismo né all’avanguardismo o altro ismo. Chi parla di ritorni rischia di porsi in una posizione reazionaria.
4.
« queste poesie corporee, perché è il corpo, come canta e vuole il poeta, a svolgere il ruolo di primo motore»
Non ho mai capito cosa significhi ‘poesia corporea’ o come il corpo (di Tizio o Caia) possa funzionare (da solo poi?) come «primo motore». Temo che la metafora, specie se non dichiarata,sia un alibi: allude (ma senza chiarirlo) a un processo mentale-emotivo che però rimane oscuro; e, anziché aiutare a chiarirlo, finisce per sostituire il necessario e più rischioso approfondimento.