Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (2)
di Lorenzo Galbiati
Nel precedente articolo1 ho sostenuto citando Davide Steccanella che gli anni della lotta armata non hanno portato al fallimento di una rivoluzione, quanto piuttosto a una “rivoluzione mancata”.
Come considerare allora le azioni di lotta armata, visto che non si sono svolte all’interno di una rivoluzione – o meglio, visto che volevano essere il preambolo di una rivoluzione che non si è mai verificata? I già citati Beppe Corlito ed Ennio Abate hanno parlato rispettivamente di “terrorismo” e di “piccolo gruppo anche, ma non subito, terroristico” e hanno inserito queste azioni di lotta armata “terroristica” all’interno di un movimento partito nel Sessantotto che hanno contribuito a stroncare. Di fatto, negli anni Settanta e Ottanta ci sono state molte decine di aggressioni armate omicide o invalidanti che non hanno portato a nessuna parvenza di condizione storica rivoluzionaria (e nemmeno pre-rivoluzionaria). A esser onesti e schietti, concretamente quelle aggressioni hanno portato soltanto alla morte o all’invalidità delle persone colpite. E le persone colpite, se le consideriamo nella loro irriducibile individualità, sono state scelte non solo (e forse non tanto) per il ruolo pubblico che ricoprivano, ma anche per una logistica organizzativa che dipendeva più dalla accessibilità dei soggetti che dal loro pensiero o operato politico. Il caso Moro è emblematico, in questo senso: nell’ideare il “colpo al cuore dello stato” le Brigate Rosse hanno deciso di sequestrare il presidente della Democrazia Cristiana perché, rispetto ad Andreotti e a Fanfani, il percorso in auto che compiva per recarsi in Parlamento era più periferico e facilmente attaccabile. Non si è trattato di una scelta politica, i brigatisti non volevano rapire Moro in quanto teorico del “Compromesso storico”, per loro non c’era alcuna differenza tra lui, Fanfani e Andreotti: erano tutt’e tre democristiani di prim’ordine che si erano distinti nel dare un indirizzo alle politiche governative italiane che confliggeva con i desiderata degli aspiranti rivoluzionari. Erano, semplicemente, tutt’e tre esponenti importanti del cosiddetto “Stato Imperialista delle Multinazionali (SIM)”.
Se quindi la violenza politica dell’epoca non è inquadrabile in un contesto di violenza rivoluzionaria, viene da chiedersi se non possa definirsi violenza terroristica, come ha sostenuto Corlito e, in parte, Abate.
Per rispondere a questa domanda prendo in considerazione le interviste a due personaggi che, secondo me, hanno prodotto riflessioni notevoli sulla lotta armata a partire da fronti opposti. La prima intervista è a un ex di Potere Operaio poi ex brigatista, tra i primissimi a dissociarsi dalla violenza rivoluzionaria.
Nel 2010, Valerio Morucci, risponde così alle seguenti domande2:
“Sei un ex-terrorista?
No, sono un ex rivoluzionario.
C’è differenza?
Il terrorista non vuol fare la rivoluzione, a volte la rivoluzione usa il terrorismo ma è un’altra cosa. Togliatti usava la parola ‘terrore’ nelle sue direttive ai Gap, voleva che i gerarchi fascisti fossero terrorizzati nell’uscire di casa ma non era certo un terrorista. La parola terrorismo è usata in ambito comunista come metodo di combattimento ma il terrorista puro non è un rivoluzionario.
In passato sei stato comunista?
Certo.
Adesso?
Bella domanda… Ora non c’è più niente. Sono ancora comunista perché ritengo che l’enorme potenza produttiva fornitaci dalla tecnologia debba essere usata per il benessere del popolo e non per il profitto dei capitalisti. Questo ragionamento minimale ha più in comune con le radici del comunismo che con il comunismo storico. È un comunismo delle società arcaiche che ha solo alcuni punti in comune con quello che conosciamo oggi.
Ti sei mai personalmente ispirato ad un politico?
Lenin sopra tutti, per la sua straordinaria intelligenza, capacità tattica per far sì che il suo progetto incontrasse la storia. Lo ammiro anche dopo che ho capito che era (in senso bonario) “il più grande figlio di puttana della storia”.
[…]
A 30 anni di distanza ti fai delle domande sul tuo passato? Cosa pensi di quello che fu il movimento rivoluzionario?
Certo che mi pongo domande e mi rispondo che abbiamo preso una cantonata assoluta. Portati da circostanze avverse, probabilmente avverse solo per “qualche metro”, quella distanza minima che è diventata incolmabile, ci ha portato ad una disfatta storica. Abbiamo agito in un’epoca storica applicando gli strumenti della precedente e questo è stato un errore madornale. Non è successo tuttavia per la nostra incapacità.
Agire con strumenti delle epoche precedenti è il classico difetto di ogni movimento politico e rivoluzionario che, ogni volta, utilizza strumenti già vecchi. In un movimento enorme, come quello della stagione degli anni di piombo, è stato già tanto fare qualcosa, mettere mano ad un progetto e non seguire semplicemente l’onda.
[…]
Se per pura ipotesi, tra gli anni ‘70 e ‘80 ci fosse stata la rivoluzione proletaria e Valerio Morucci fosse diventato Presidente del Consiglio, come avrebbe riformato l’Italia?
Avrei fatto un sacco di stupidaggini, sarei stato il “Brunetta” della situazione. Avrei agito pensando che con la volontà e con l’imperio si potessero risolvere i problemi che, in Italia, sono secolari.
Non c’è uno Stato in questo Paese, non è mai stato fondato. Lo Stato Italiano è un’idea, una finzione che non esiste ancora nella realtà. […]
Detto questo, non ci credo che durante le riunioni della colonna romana dele Br non ci fosse qualcuno che avesse idee sul cosa fare una volta preso il potere…
Io non ci pensavo e come me non credo lo facessero gli altri.
Ma almeno pensavate di vincere?
Sì. Alla lunga immaginavamo fosse possibile, anche se in realtà è più bello e più affascinante essere perdenti. Vincere vuol dire governare e il rivoluzionario non è adatto a governare. Anche il “Che”, ad un certo punto, ha lasciato perdere la sua carica di Ministro a Cuba ed è ritornato a fare quello che sapeva fare meglio. C’è un motivo per cui, alla fine, le rivoluzioni sono tutte fallite: i rivoluzionari, una volta giunti al potere e non sapendo governare, hanno lasciato spazio ai politici più avvezzi e smaliziati che hanno riportato tutto allo status quo precedente, magari con un diverso colore politico che però, nei fatti, annichiliva la rivoluzione.
I rivoluzionari hanno un grande fuoco rivoluzionario ma sono inadatti a governare, gli “altri” non hanno fuoco rivoluzionario ma sono adatti a governare. È ovvio allora che le rivoluzioni falliscono.
Prendiamo Che Guevara come esempio: non voleva governare o non era in grado di farlo?
Non era in grado, non sapeva scendere a compromessi e agli equilibri che governare richiede. Un rivoluzionario agisce proprio per rompere la mediazione politica, gli riesce difficile una volta al potere, fare quello che per una vita ha tentato di distruggere.
[…]
Perché avete ucciso l’on. Moro? Da vivo, egli avrebbe certamente contribuito (molto di più di qualsiasi colonna brigatista) al disfacimento di quella politica che odiavate…Questa è la giustificazione politica che usammo io e Adriana Faranda con Moretti. Io personalmente non lo volevo uccidere, perché Moro era un prigioniero ed un prigioniero, soprattutto se hai letto le sue lettere dal carcere, non si uccide: è un principio etico fondamentale.
Se uccidi un prigioniero sei un criminale, non un rivoluzionario.”
L’intervista di Morucci è ricca di spunti e riflessioni. Pur avendo criticato l’operato dei lottarmatisti e aver condannato le tante azioni violente omicidiarie o invalidanti delle Brigate Rosse (parlando talvolta anche di “terrorismo” nel suo libro “La peggio gioventù”, Ed. Rizzoli3), Morucci rivendica ancora la spinta iniziale che l’ha mosso, ossia il voler fare la rivoluzione – così come ancora oggi un altro dissociato, Franco Bonisoli, nei suoi incontri di giustizia riparativa con i liceali, afferma: “Volevamo cambiare il mondo”.
Il rivoluzionario non è un semplice terrorista perché ha come obiettivo il cambiamento della società, usando all’occorrenza anche mezzi terroristici. Così come mezzi terroristici sono stati usati nelle lotte di liberazione anticoloniali (avviene oggi in Palestina) e nelle lotte di liberazione dall’invasore straniero – è successo perfino nella Resistenza partigiana.
Morucci, inoltre, con l’affermazione “Abbiamo agito in un’epoca storica applicando gli strumenti della precedente e questo è stato un errore madornale”, sembra evidenziare il fatto che la rivoluzione leninista non è più storicamente praticabile.
Se confrontiamo la risposta di Morucci sull’essere terroristi o rivoluzionari con il pensiero del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, troviamo una singolare e significativa convergenza; infatti, nell’intervista televisiva di Enzo Biagi (7 marzo 1981)4, alla domanda:
Chi è un terrorista? dalla Chiesa risponde dimostrando tutta la sua comprensione del fenomeno:
“Io vorrei azzardare una distinzione iniziale, tra terrorista ed eversore. Terrorista può essere anche un caso isolato, un anarchico, certamente non inserito in un processo che abbia alle sue spalle un retroterra culturale e davanti una strategia da condurre in porto. L’eversore invece lo vedo inserito, non solo in un retroterra, chiamiamolo ideologico, ma anche innestato in una strategia che, con la violenza, vuole affrontare, distruggere le istituzioni dello Stato.
Chi sono i terroristi che ha incontrato?
Ho conosciuto Peci e Barbone perché mi hanno mandato a chiamare.
[…]
Perché pensa che Peci abbia voluto vedere proprio lei?
Io penso che, diciamo, da eversore, da combattente su un fronte, abbia inteso andare alla ricerca di chi sull’altro fronte rappresentava qualche cosa per lui.
[…]
Il ’68 è stato o no una fabbrica di terroristi? Sono molti quelli che provengono dal mondo universitario?
Io ritengo che il ’68 non sia stato né una fabbrica, né l’unica matrice del terrorismo. È certo però che molti docenti universitari degli anni successivi, sono nati, provenivano dal ’68. E indubbiamente abbiamo avuto docenti che hanno insegnato, hanno prodotto sinossi, le hanno imposte ai loro studenti con il consenso, anche se tacito, della scala gerarchica, in cui si insegnava la guerriglia, si insegnava a rubare. E mentre questo accadeva, le aule magne delle università di Stato venivano usate dagli apologeti della forza e della violenza per istigare contro le istituzioni dello Stato, che concedeva le aule.”
Dalla Chiesa dunque non minimizza né delegittima il fenomeno della lotta armata, lo prende anzi sul serio nei suoi motivi fondanti. E di fronte a un Biagi che, rozzamente, insiste nel chiamare terroristi i lottarmatisti, dalla Chiesa manifesta un’attenta decifrazione delle dinamiche politiche e psicologiche intrinseche al costituirsi come militanti di formazioni armate rivoluzionarie.
D’altro canto, proprio perché prende sul serio i lottarmatisti, dalla Chiesa ricorda che l’agire rivoluzionario per le leggi democratiche della convivenza civile si configura come “eversione”, poiché mira “a distruggere le istituzioni dello stato”. Ne consegue che considerare la lotta armata portatrice di istanze rivoluzionarie significa abbracciare una prospettiva illegale ed eversiva. Davanti allo specchio della legalità, della giustizia somministrata in nome del popolo italiano, una “rivoluzione mancata” si riflette come una “eversione mancata”.
In altre parole, chi si professa a favore della creazione di un movimento che porti a una rivoluzione leninista, dovrebbe chiedersi se oggi, nelle democrazie occidentali (e non nella Russia post-zarista con un governo provvisorio in competizione con i soviet), quel movimento non si prospetti come un tentativo eversivo destinato a ridurre le libertà individuali e associative.
FONTI:
- https://www.poliscritture.it/2026/06/22/una-rivoluzione-mancata/
- Intervista a Valerio Morucci, 2010, https://www.poliziaedemocrazia.it/archivio/live/index-8083.html?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=2225
- Valerio Morucci, La peggio gioventù – Una vita nella lotta armata, Rizzoli https://www.amazon.it/peggio-giovent%C3%B9-nella-lotta-armata/dp/8817004367
- A. dalla Chiesa, “In nome del popolo italiano”, a cura di Nando dalla Chiesa, Ed. Rizzoli https://www.libraccio.it/libro/9788817858854/c.-alberto-dalla-chiesa/in-nome-del-popolo-italiano.html

Bello.
La ragione solo logistica per scegliere chi rapire tra più democristiani è confermata? Da chi? Dove? Grazie
La ragione principalmente logistica della scelta di Moro credo sia confermata da tutti i brigatisti che ne hanno parlato: Moretti, Morucci, Faranda, Bonisoli come minimo – ma credo anche altri, non ho letto tutte le autobiografie.
Morucci, a cui dobbiamo praticamente tutta la spiegazione dell’agguato di via Fani (il “memoriale Morucci”), in questo interrogatorio al processo Moro-ter del 1992 spiega che le BR hanno deciso di “scendere” a Roma e formare la colonna romana per rapire un personaggio di spicco della DC, “un cavallo di razza”. Si può sentire il tutto a partire dal 14’30” con termine al 26’30”. Ricorda che già nel 1974 andò a Roma uno dell’esecutivo delle BR per verificare la possibilità di effettuare il sequestro di Andreotti: si tratta di Franceschini, che l’aveva già scritto nella sua autobiografia del 1986.
Qui l’audio dell’interrogatorio: https://www.youtube.com/watch?v=v9qVQKXeMcs
Morucci torna spesso sull’argomento, nel suo “La Peggio Gioventù” del 2004 ne parla a pagina 121-122, aggiungendo molti dettagli. Scrive tra l’altro:
“I ‘grossi’ non erano poi molti. Due cavalli di razza e uno che i cavalli era abituato da sempre a sferzarli. Moro, Fanfani, Andreotti. Andammo al Trionfale a cercare Fanfani. La via intestata a un filosofo greco, mi par di ricordare. Il filosofo, o almeno il suo nome, era lì a piantonare la strada dalla sua garrita di marmo. Di Fanfani nemmeno l’ombra. Andreotti invece c’era. Eravamo diventati quasi intimi. Perché Adriana e io mangiavamo quasi ogni giorno in una trattoria di via Paola, di fronte a casa sua al corso Vittorio. Era gestita da un vecchio comunista e ai tavoli servivano dei ragazzotti dell’area di Autonomia. Ed era la stessa dove ogni giorno mangiavano gli uomini della sua scorta. E con questi eravamo arrivati a salutarci. […] Quando andavamo al buffet a prepararci qualche piatto ci scappava ogni tanto con loro un sorriso di convenienza. Mentre noi, cercando di non darlo a vedere, ci premevamo col gomito la pistola sul fianco.[…] Ma avevamo già lasciato perdere. Non solo perché era impossibile fare alcunché nelle vie del centro dove abitava. Difficile uscirne e troppa gente che rischiava di finire nelle traiettorie di una possibile sparatoria. Ma anche perché nel frattempo le priorità erano cambiate. La colonna cresceva.”
Bonisoli nei primi due minuti della sua intervista a Zavoli parla dell'”inchiesta” su Andreotti:
https://www.youtube.com/watch?v=o6wShOdbiW4&t=181s
Moretti, che rispetto a Morucci e Bonisoli non si è mai dissociato, e che era di fatto il capo, davanti a Zavoli ci tiene invece a far bella figura facendo passare il rapimento Moro come una scelta politica e infatti mente dicendo che solo anni prima le BR avevano pensato ad Andreotti (cioè nel 1974 con Franceschini).
https://www.youtube.com/watch?v=wDzpcQkl-5Y
(si veda al momento 11’45”)
La contraddizione però esce nel suo libro intervista a Carla Mosca e Rossana Rossanda, infatti quando motiva la scelta di Moro dicendo che “simboleggia l’intera storia della DC. Santo cielo, non è che debba spiegarti perché scegliamo Moro. E’ il presidente della DC ed è stato al governo per quarant’anni”, alla domanda-osservazione: “Se è per questo lo è stato anche Andreotti”, risponde: “Ai nostri occhi erano gemelli. Perché dovevamo distinguere tra Moro e Andreotti? Se fra i due c’erano differenze sostanziali, in quel momento a noi non apparivano; ci sembravano più chiare, ad esempio, le differenze tra Moro e Donat-Cattin, Moro e Fanfani. Anche su quest’ultimo avevamo raccolto informazioni preliminari”. (pagina 118)
Se ammette che avevano pensato a Fanfani, il sottinteso è che a maggior ragione avevano fatto un’inchiesta anche su Andreotti.