
DALLA CRONACA ALLA TEORIA
a cura di Ennio Abate
Pubblico questo scambio di opinioni su Facebook tra Alessandra Roman Tomat (di professione avvocato) e me. E’ nato da un recente fatto di cronaca: la vicenda dei gioilliere Ruggero, la sua condanna per aver ucciso dei rapinatori in fuga, la richiesta di grazia, l’immediato polarizzarsi delle tifoserie pro e contro, un fiume di chiacchiere, uno straripare sui sociali di “liquame morale”(F. Battistutta) . Oltre a permettere una riflessione tra modo “social” e “modo libro” di parlarne, l’aspetto che più mi ha colpito è questo: dinanzi ad una cronaca così manipolata e umorale anche chi, come Alessandra, vuole uscire dal fatto singolo e ragionare può soltanto – dico io – ricordare la Legge, lo Stato di diritto vigente. E allora, come superstite di una generazione che ha vissuto tempi in cui una visione marxista e comunista anche sul problema dei delitti e delle pene non era finita nel buio di questo eterno presente (capitalistico), tocca a mia volta ricordare un autore, ignoto al grande pubblico e messo da parte dagli studiosi accademici. Si tratta di Evgenij Bronislavovič Pašukanis (1891 – 1937), che fece discorsi “strani” e “folli” sull’estinzione del Diritto Li ritengo – guarda un po’! – ancora oggi indispensabili e da studiare. Ultima nota: questo mio – non posso più dire nostro – antenato, giurista e poi commissario del popolo per la giustizia dopo la rovoluzione del 1917, scomparve nel gorgo dello repressione stalinista. [E. A.]
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Pubblico questo scambio di opinioni su Facebook tra Alessandra Roman Tomat (di professione avvocato) e me. E’ nato da un recente fatto di cronaca: la vicenda dei gioilliere Ruggero, la sua condanna per aver ucciso dei rapinatori in fuga, la richiesta di grazia, l’immediato polarizzarsi delle tifoserie pro e contro, un fiume di chiacchiere, uno straripare sui sociali di “liquame morale”(F. Battistutta) . Oltre a permettere una riflessione tra modo “social” e “modo libro” di parlarne, l’aspetto che più mi ha colpito è questo: dinanzi ad una cronaca così manipolata e umorale anche chi, come Alessandra, vuole uscire dal fatto singolo e ragionare può soltanto – dico io – ricordare la Legge, lo Stato di diritto vigente. E allora, come superstite di una generazione che ha vissuto tempi in cui una visione marxista e comunista anche sul problema dei delitti e delle pene non era finita nel buio di questo eterno presente (capitalistico), tocca a mia volta ricordare un autore, ignoto al grande pubblico e messo da parte dagli studiosi accademici. Si tratta di Evgenij Bronislavovič Pašukanis (1891 – 1937), che fece discorsi “strani” e “folli” sull’estinzione del Diritto Li ritengo – guarda un po’! – ancora oggi indispensabili e da studiare. Ultima nota: questo mio – non posso più dire nostro – antenato, giurista e poi commissario del popolo per la giustizia dopo la rovoluzione del 1917, scomparve nel gorgo dello repressione stalinista. [E. A.]
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USCIAMO DAL FATTO SINGOLO E RAGIONIAMO?
Questo fatto famoso che non nomino perché attira gli haters come mosche sul miele, mi ha ricordato una cosa che spesso devo dire anche ai miei assistiti ma che non sempre viene capita.
Un imputato può difendersi come crede, anche mentire o raccontare gli eventi in modo molto “soggettivo”, diciamo secondo la sua individuale sensibilità.
Non gli viene chiesto nessun “giuramento” o impegno, non è un testimone.
Se però racconta delle cose contraddittorie o “ai limiti della realtà” (anche nel caso famoso che non nomino pare sia andata così), cioè che non hanno una EVIDENZA nei fatti percepibili, delle due, una: o riesce a dimostrare, con qualche elemento di prova (oltre le sue sole parole) che le cose sono andate come dice lui (perché, certo!, per carità, a volte capitano anche le cose inverosimili), oppure finisce per rafforzare la convinzione dei giudici che, se sta dicendo delle apparenti fanfaluche e non ha trovato di meglio, le cose siano andate nel modo banale e prevedibile indicato dall’accusa.
Insomma, nella propria difesa, si è aiutati da un difensore anche per stare con i piedi per terra.
Io ci tengo molto a questo.
Troppo, secondo alcuni colleghi, più propensi ad assecondare il cliente.
La legge non e un “sentimento” di giustizia/ingiustizia, ma un insieme di regole con una loro logica e ci si difende stando dentro quella logica, non fuori.
Tra l’altro queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli.
Io inorridisco sempre, quando, anche a sinistra, per un caso che pare ingiusto o che smuove i cuori, si comincia a dire: “cambiate la legge SUBITO!!!!”
Non so come dirvelo, ma sono certa che nessuno di voi si sentirebbe tranquillo, ad essere giudicato “in cuore e coscienza” da dei perfetti sconosciuti.
Meglio avere quattro regole generali dentro un arido codice e accettarle, anche quando non ci piacciono e ci sembra che proprio non facciano al (particolarissimo, straordinario, delicatissimo) caso nostro.
P.S.Ho scaricato, per ragioni professionali, la sentenza del caso famoso e, se mi sembrasse interessante, magari la commenterò.
Ennio Abate
Ennio Abate
UN APPUNTO. USCIAMO DAL FATTO SINGOLO E RAGIONIAMO. MA SULL’INTERO “CONTESTO”.
Mio commento al post di Alessandra Roman Tomat
·https://www.facebook.com/alessandra.tomat/posts/pfbid02qUeq2KyrGgHoDATUVGwfSmiEJa4UKeWwRGFiePTmQmEir2vg35Qdb8wUDaCqS2Uyl?locale=it_IT
“queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli. ” (Roman)
E però, anche se il dibattito d’oggi farà apparire marziana la mia osservazione, va ricordato che “qualcosa” non funziona in “queste regole” che “corrispondono ad una morale “standadizzata””. Non è più vero o fuori discussione che servono alla “convivenza tra i popolo”. Né nella vita quotidiana. Né nei rapporti tra Stati a livello internazionale. Ce lo ricorda la cronaca delle violenze quotidiane. Ce lo ricordano la guerra in Ucraina, il genocidio o comunque la distruzione di un’intera Gaza, ecc.
E se nel caso di cronaca, di cui tanto si parla, si è arrivati a contrapporre con protervia il ritorno alla “giustizia fai da te” alla Legge vigente (sulla carta), è perché anche a livello mondiale forse i Grandi, e non i semplici gioliellieri, hanno iniziato la danza “selvaggia”.
Il Vecchio Ordine non basta più. Il Nuovo Ordine non si vede ancora. Siamo in un caos da cui non sappiamo come usciremo o usciranno (i nostri figli o nipoti).
Cosa penso sul caso, l’ho già scritto in altri post e se avrò tempo farò un’analisi della sentenza per spiegare e per spiegarmi alcune cose che possono interessare in diritto. Non sono AFFATTO d’accordo, invece, con l’analisi che sponsorizzi, la trovo banale e forzata. Certamente il diritto è fonte (anche) di oppressione, riproduttivo dello status quo. Uh, che novità, guarda, che pensiero originale! Ci sono filosofi che lo dicono dalla notte di tempi. Ma dai!
Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo, la rivoluzione divora e crea, il diritto conserva. Detto ciò ci sono alcuni strumenti irrinunciabili che servono più o meno a noi tutti, a meno che non si abbiano le palle per l’anarchia dura, per il Far West vero, rischiando l’isolamento sociale, il carcere e anche la morte. Non conosco nessuno che viva così, sempre indipendente, sempre contro. Quindi, ciò che accomuna me, te, Roggero e la stragrande maggioranza fa sì che, non avendo fatto la suddetta radicale scelta, abbiamo bisogno di una base di diritti per sopravvivere: infatti, andiamo a scuola, andiamo in ospedale e pretendiamo di essere curati, chiamiamo la polizia se stanno per ammazzarci, ma anche se hanno parcheggiato di traverso sul marciapiede. Cose così, banali, se vuoi.
Nella mia opinione (ma ci saranno eminenti giuristi che diranno il contrario) questa base di diritto non ha molto a che fare, a parte il nome, con il diritto internazionale e il grande inganno -per me- è stato pensare che potesse funzionare allo stesso modo. Questa base di diritto non ha niente di rivoluzionario (infatti alcuni principi sono uguali in Stati con sistemi politici DIVERSISSIMI) ma ci protegge. Questa base prevede che non ci si faccia giustizia da soli e quindi il nostro eroe del giorno, può stare più o meno simpatico, essere più o meno capito o compatito, ma andava NECESSARIAMENTE condannato. Tutto il casino che si sta facendo è solo fumo negli occhi delle masse.
E questo si, -ecco, questo si-, può avere a che fare con la politica internazionale, con le tragedie del mondo, perché invece di interessarci di questioni globali, stiamo qui a baloccarci con casi singoli affascinanti magari, ma davvero minimi nella storia universale: Garlasco, Roggero, la famiglia nel bosco …
ANCHE LENIN AVEVA STUDIATO LEGGE MA FECE UNA RIVOLUZIONE
Replico in ritardo e con queste precisazioni all’interessante commento di Alessandra:
1. Che il Diritto sia la ratifica (e non la fonte) di un dominio (che può avere, però, varie gradazioni repressive) sarà anche stato detto “dalla notte dei tempi”, ma non è che i problemi delle sue origini, della sua necessità, della sua efficacia o della sua riduzione a mero formalismo siano stati definitivamente sciolti. Non vedo, dunque, banalità in chi ancora oggi sottolinei quanto sia problematica l’esistenza reale dello Stato di diritto in Italia (o altrove) anche se la Costituzione lo presuppone.
2. Il diritto ratifica un certo ordinamento alla fine di fasi più o meno aspre di conflitto. È il caso dello Statuto Albertino o della Costituzione repubblicana italiana per stare alla storia del nostro Paese. Consideriamolo pure – ma solo in mancanza di meglio – uno strumento irrinunciabile. Quello che non mi sento di dire è che non sarà mai più modificabile e che serva” più o meno a noi tutti”. No, secondo me, è servito innanzitutto ai vincitori del conflitto contro il regime fascista (e la monarchia). E si può ammettere che è anche servito – ma non sempre o nella stessa misura in cui ner hanno goduto i vincitori – anche ad altri: gli sconfitti e i “neutrali” o quelli delle “zone grigie”. (Andrebbero studiati i vari casi della rivoluzione francese, russa, cinese, cubana o altre).
3. « Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo». Vero. Ma va chiarito che la rivoluzione non è una questione di scelta (individuale poi!) o di “palle” o di preferenze soggettive per l’Ordine o il Disordine (l’anarchia dura, il Far West vero). Il Diritto, ovvio, viene imposto anche ai riottosi o ai ribelli. Che, in determinate condizioni, se riescono a farsi portavoce di nuovi bisogni, potrebbero innestare processi che potrebbero metterlo in discussione e, al limite si troveranno di fronte ad un bivio: ratificare quei bisogni finalmente riconosciuti in un nuovo Diritto o mantenerli – ammesso che sia possibile – “in ebollizioni” o in uno stato di “incandescenza” (permanente?).
4. Lo Stato di Diritto – quello affermatosi in una certa contingenza storica – non permette che ci si faccia giustizia da soli. E fin quando ci sono maggioranze sociali che accettano (o subiscono) lo Stato di Diritto vigente, chi si fa giustizia da solo verrà condannato e la cosa non susciterà scandalo. Ma, se la società muta e muta anche il suo clima politico e mutano i bisogni sociali e i rapporti di forza tra le varie componenti (o classi) sociali? E se si arriva al punto che non vengono più soddisfatti almeno in una certa misura certi bisogni? E, cioè, «andiamo a scuola» e ci troviamo in un parcheggio senza prospettive (almeno di lavoro), «andiamo in ospedale » e, invece di essere curati, ci becchiamo altre malattie, « chiamiamo la polizia in caso di pericolo» e quella non arriva o agisce come hanno fatto i poliziotti al quartiere Pilastro di Bologna con il povero Farik?
I dubbi sulla efficacia di *questo* Stato di diritto crescono. E si ripresentano certe condizioni in cui il farsi giustizia da sé o il dar sfogo alle pulsioni omicide fino ad allora tenute sotto controllo possono diventare una tentazione diffusa, che può essere cavalcata o strumentalizzata da gioiellieri, generali in pensione o forze governative più o meno traballanti.
Si ripresentato cioè rischi di fascismi o neofascismi [APPENDICE 1]
5. La distinzione che fai tra Diritto nazionale e Diritto internazionale mi pare rischiosa o comunque tanto complessa che non mi sento di affrontarla qui.
6. Le mie obiezioni tendono (con una certa approssimazione) a vedere la questione dello Stato di Diritto come processo storico e in mutamento. E non, come mi pare tu faccia, a insistere sulla “utilità pragmatica” e sulla sua “immutabilità”. Vorrei che la questione restasse aperta e potesse essere approfondita. E perciò suggerisco la lettura di questo scritto di Giso Amendola su Pašukanis, Prefazione a “La teoria generale del diritto e il marxismo” https://www.euronomade.info/prefazione-a-la-teoria…/
Lo scritto tocca spinosi e complessi problemi (diritto “in transizione”, del diritto « che ha contenuti determinati dalla classe dominante» o che « è costitutivamente borghese, già nella sua forma», possibilità o meno di fare un « utilizzo transitorio di certi suoi dispositivi» o che sia possibile affermare « forme di regolazione altre rispetto a quelle incentrate sul diritto» ) niente affatto banali o trascurabili.
APPENDICE 1
Su “Noi e il fascismo” (libro del filosofo Franco Esposito)
È ingenuo vedere il fascismo come fenomeno prevalentemente ideologico.
La domanda da farsi non è come Mussolini o Hitler siano riusciti a convincere milioni di persone. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché milioni di persone abbiano desiderato essere convinte.
Il fascismo non conquista le masse esclusivamente perché controlla gli apparati dello Stato o gli strumenti della propaganda.
Prima ancora mobilita desideri, produce identificazionicon leader, promette appartenenza.
Non si limita a disciplinare i corpi ma, anzitutto, li seduce. E orienta e organizza le passioni-pulsioni della gente. Anzi trasforma la subordinazione in esperienza emotivamente gratificante: la sottomissione al capo viene compensata dalla possibilità di esercitare il dominio su chi occupa una posizione inferiore nella gerarchia sociale.
I l fascismo va pensato non soltanto come ideologia ma come macchina
Una macchina che organizza passioni. E che non appartiene esclusivamente al passato. Può funzionare anche oggi.
Le passioni-pulsioni che il fascismo ha mobilitato in passato nonsono mai state espulse definitivamente dalla storia. Non sono state cancellate con la caduta dei regimi fascisti che le hanno utilizzate.
Continuano a vivere anche nelle società moderne o contemporanee. Quindi, quei modi di desiderare, obbedire e appartenere a un’ organizzazione, che provarono uomini (e donne) in passato, possono essere vissute ancora nel presente.
È una illusione che il fascismo sia stato definitivamente neutralizzato e relegato nel museo delle ideologie sconfitte. E il ritorno di certi simboli o parole d’ordine fasciste ( es. Vannacci) è il sintomo del ripresentarsi in parti della società di quelle passioni-pulsioni mai eliminate. Perché se persistono certe condizioni antropologiche – ma anche materiali (differenze di reddito, d’istruzione, di decisione) – è sempre possibile che la gente o parti della società appoggino le soluzioni fasciste anziché democratiche di risolvere i problemi.