
PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (4)
di Angela Villa
Quando metti piede sul molo di Marettimo, in una giornata di caldo afoso, percepisci subito un’aria diversa. Più a est, Favignana e Levanzo, vivono la vivacità del turismo e la vicinanza quasi rassicurante alla costa trapanese, tanto che gli abitanti spesso dicono: “vado in città” per indicare che stanno prendendo il piroscafo per Trapani, una distanza di circa quaranta minuti. Marettimo, la più occidentale, delle Egadi, vive da secoli un isolamento dolce e radicale: venti miglia di mare aperto, pochissimi residenti e la sagoma del Monte Falcone che punta verso il cielo con i suoi 686 metri.
La sua storia è millenaria. Hierà Nésos, la chiamavano i Greci, “isola sacra”, poi divenne Maritima per i Romani, forse per l’odore pungente del timo che cresce spontaneo.
Seguirono secoli bui, quando le minacce dei pirati costringevano gli abitanti a vivere rifugiati nelle grotte della costa. Solamente sotto i Borbone e con la rivoluzione economica e culturale portata in Sicilia dalla famiglia Florio, tra l’Ottocento e il Novecento, la gente abbandonò le caverne per edificare il paese.
Passeggiando tra le viuzze strette, ciò che colpisce prima di tutto è la gentilezza spontanea degli abitanti. Qui le case sono piccole e vicine, le finestre sembrano scambiarsi un saluto, per offrire un caffè a un vicino basta allungare un braccio sulla soglia dell’uscio. Gli abitanti ti incontrano per strada e anche se non ti conoscono ti dicono: bentornati. Ogni arrivo per loro è un ritorno.
L’isolamento, anziché rendere gli isolani schivi, ne ha affinato l’apertura verso l’altro.
Camminando verso il centro, la mia attenzione viene catturata da un’insegna che conduce a un ambiente raccolto, una piccola grotta. All’interno, un uomo si alza subito per salutare con una cordialità d’altri tempi. È Antonino Rallo che, insieme all’Associazione CSRT, si prende cura di questo luogo nato dalla volontà viscerale degli isolani di custodire la propria identità: il Museo del Mare e delle Tradizioni Marinare, in via Campi 6. Nel tempo hanno raccolto con cura tutto ciò che la gente del luogo ha donato, testimonianze storiche di ogni tipo con tantissima costanza e pochi fondi… «Bisogna sempre arrangiarsi e inventare modalità per andare avanti…» sussurra Antonino e si percepisce la fatica per tenere in vita questo luogo pregiato
All’ingresso in bella mostra lo scheletro di un delfino, cosa naturale in un museo del mare, ma poi guardando bene in giro, ci si accorge che in realtà si tratta del museo di comunità.
Attrezzi da pesca logorati dal sale, fotografie in bianco e nero e ritagli di giornale mostrano i volti affaticati di pescatori, agricoltori e artigiani, le dita nodose le ombre sul viso: pochi sorrisi preziosi, a volte imbarazzati. Una donna robusta, con le mani sui fianchi sembra sfidare la macchina fotografica. Un gruppo di suonatori invita a danzare, a ricordare che la musica, sia pure nei momenti più bui, nei luoghi più isolati, regala sempre un po’ di gioia.
Il museo testimonia anche momenti di abbandono. Quando il mare non bastò più a sfamare le famiglie, iniziò l’emigrazione. I pescatori di Marettimo si trasferirono in Portogallo, nel Nord Africa, in California nacquero vere e proprie comunità di marettimiani che conservarono intatte le tradizioni della madrepatria.
Passeggiare nei pochi metri quadrati di questo museo equivale a percorrere uno spazio molto più ampio. Si percepisce il peso del tempo e il coraggio di chi è rimasto o di chi vive lontano e non ha mai spezzato il filo della memoria. Capisci allora che difendere questa particolarità contro le difficoltà dell’isolamento è un atto di resistenza poetica. La storia di Marettimo ti lascia addosso un senso di profonda ricchezza: ti ricorda che lottare per non dimenticare le proprie radici è ciò che ci rende umani. Perché, in fondo, nessun uomo è un’isola, ma ogni uomo, ogni donna ha bisogno di un luogo a cui appartenere o far ritorno.
Mentre la scia del traghetto lascia una schiuma sul blu profondo delle Egadi, guardo lontano, eccola, è diventata un piccolo punto, saluto l’isola verde. Porto con me la certezza che la vera forza di questa terra non risiede unicamente nei suoi tramonti mozzafiato o nelle sue acque incontaminate, ma nel cuore ostinato dei suoi abitanti. Nel Museo del Mare non si visita soltanto una collezione di ricordi, si vive nell’urgenza della memoria. Finché ci sarà qualcuno disposto a raccontarle, queste storie di mare e di orizzonti lontani, continueranno a vivere. Marettimo resta lì, silenziosa e assolata, a ricordarci chi eravamo e dove possiamo sempre tornare.
Marettimo, Isole Egadi, luglio 2026