
Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (3)
di Lorenzo Galbiati
Gli anni della lotta armata sono finiti con una sconfitta per tutti.
I lottarmatisti hanno ammesso la sconfitta pubblicamente. I militanti delle formazioni extraparlamentari (Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Manifesto e poi Autonomia operaia) riconoscono che la rivoluzione comunista a cui aspiravano non si è realizzata. Molti di loro criticano i lottarmatisti per aver danneggiato il Movimento con gli omicidi politici, altri pensano che l’esito finale non sarebbe cambiato.
In ogni caso, riconoscere di avere fallito è cosa ben diversa dal fare autocritica.
Se l’analisi del fallimento si limita sostanzialmente a evidenziare che il contesto socio-economico non era ancora maturo per la rivoluzione proletaria, si ammette soltanto di aver sbagliato i tempi, rivendicando la giustezza politica del proprio agire sia a livello strumentale (la violenza politica, eseguita o preventivata) che finale (il raggiungimento del comunismo tramite una rivoluzione leninista).
Mi sembra che gli ex lottarmatisti o militanti del Movimento che – legittimamente – si proclamano ancora comunisti, siano per lo più rimasti fermi alla “lezione di Lenin” cioè alla logica violenta sottesa alla presa del potere, logica che riduce la democrazia liberale (se non “borghese”) a strumento del capitalismo che può e deve essere sovvertito – senza alcuna riflessione sul perché la violenza politica di destra sarebbe eversiva mentre quella di sinistra rivoluzionaria. La prassi che prevede l’uso della violenza porta inevitabilmente a escludere ogni pluralismo, a esaurirsi in una manichea contrapposizione tra un Noi – coloro che si attribuiscono il monopolio della violenza legittima – e un Loro – quelli la cui violenza è sempre ingiustificata. Non ci sono spazi per la mediazione, infatti chi si è dissociato dalla lotta armata viene percepito dalla maggioranza dei comunisti che ho incrociato finora come un rinnegato, uno che ha abiurato (termine di origine religiosa), se non direttamente come un traditore o un infame (impressionanti per violenza, diffamazione e calunnia sono state alcune reazioni alla morte di Alberto Franceschini da parte di molti singoli o gruppi comunisti).
Negli ultimi anni mi ha stupito leggere su alcune bacheche di Facebook, o siti di sinistra, numerosi commenti a difesa degli omicidi politici compiuti dalle Brigate Rosse, come se ancora oggi si possa considerare legittimo uccidere a sangue freddo fascisti, giudici, forze dell’ordine o giornalisti. Insomma, molti a sinistra non ammettono che le persone comuni si sentivano in pericolo negli anni Settanta-Ottanta, che i brigatisti e i piellini sono partiti come aspiranti rivoluzionari per poi degenerare in fautori di un terrorismo urbano. Lauro Azzolini raccoglie ancora un certo consenso quando commenta su Facebook (sulla pagina dell’avvocato Davide Steccanella) sostenendo che quella delle BR era “lotta armata di classe” – marxista, dunque?
L’autocritica richiederebbe la messa in discussione di alcuni assunti teorici di Marx e della prassi comunista così come si è storicamente determinata in Europa – per esempio il concetto di lotta di classe, la dialettica struttura-sovrastruttura, la questione dell’etica (spesso relegata a moralismo), nonché la relazione tra mezzi e fini ossia la presunta legittimità della violenza politica. Ma è proprio questa eventuale messa in discussione che risulterebbe ai più eretica, uno spergiuro – un ab-iurare.
D’altro canto, gli ex comunisti che hanno riconosciuto gli errori commessi dai lottarmatisti e dai militanti della Sinistra Extraparlamentare, di norma hanno abbandonato il marxismo, negano che vi sia stata una “Resistenza tradita” e tendono a considerare i lottarmatisti come una scheggia impazzita estranea alla tradizione comunista che sarebbe stata debellata dallo stato democratico, l’unico vero vincitore. La Sinistra che ha abbandonato ogni radicalità e si è adagiata sul riformismo conformista ha trasformato i partiti occidentali, dai democratici americani a quelli nostrani, dai socialisti ai verdi europei, in una forza sostanzialmente neo-liberista, atlantista, guerrafondaia – e in ultima analisi anche giustificazionista del genocidio di Gaza. Una forza molto simile a quel “partito radicale di massa” che aveva presagito già Pasolini nel suo ultimo discorso – letto postumo al Congresso radicale del 1975.
Questa lettura riformista non mi soddisfa in alcun modo, sia perché minimizza le cause sociali che hanno portato al fenomeno della lotta armata, che non è stato il delirio di pochi esaltati (ma nemmeno una “guerra civile”), sia perché esalta il trionfo dello Stato sui cosiddetti terroristi. Rivedendo le puntate de “La Notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, mi sono accorto quanto fosse trionfante, in quegli anni, la retorica sulla vittoria dello Stato, della democrazia, della legalità sul fenomeno del terrorismo rosso o nero. Eppure, Aldo Moro è stato sacrificato pur di non trattare con le Brigate Rosse, la Costituzione è stata tradita con le carceri speciali, strumenti di oppressione e tortura degne delle peggiori dittature. L’ho scritto all’inizio: non credo alla vittoria dello Stato, la lotta armata ha lasciato solo sconfitti. Lo Stato semmai ha avuto la tardiva intelligenza, a metà anni Ottanta, di produrre la legge Gozzini e la legge sulla dissociazione.
In definitiva, mi pare che non vi siano vie di mezzo, nella Sinistra. O i lottarmatisti erano rivoluzionari leninisti di saldi principi che hanno anticipato i tempi, o erano terroristi che vivevano al di fuori della realtà. Da una parte la politica senza etica, il fine che giustifica i mezzi (che per loro natura non potrebbero essere immorali ma soltanto inadeguati o inefficaci), dall’altra parte l’umanità a scapito della politica, o meglio una politica ridotta alle dichiarazioni sul rispetto dei diritti umani individuali, senza alcuna visione collettiva di una nuova società verso cui tendere.
In questo senso, io mi trovo sommerso nel guado, rivendicando una radicalità politica e nonviolenta che non trova rappresentazione politica – se non nel percorso di chi da lottarmatista è diventato testimone della giustizia riparativa.
Credo che sia lo Stato sia la Sinistra non abbiano ancora fatto i conti con la spinta rivoluzionaria di matrice marxista che ha portato ai cosiddetti Anni di piombo. E credo che questo sia uno dei motivi dell’assenza di una vera sinistra radicale post-marxista.
Cosa può proporre oggi un marxista-leninista, se non il pazientare nell’attesa delle condizioni storiche (che a mio parere si allontanano sempre più) favorevoli alla tanto agognata rivoluzione?
Il 5 marzo 2024 ho visto Renato Curcio al Centro sociale Vittoria di Milano. Ha tenuto la presentazione del suo ultimo testo saggistico (“Sovraimplicazioni. Le interferenze del capitalismo cibernetico nelle pratiche di vita quotidiana”, Ed. Sensibili alle foglie, 2024), continuazione del suo “Il capitalismo cibernetico” (Ed. Sensibili alle foglie, 2022). Presentato dagli esponenti del Vittoria con una lunga introduzione sul genocidio in corso a Gaza, circondato da bandiere della Palestina, posto davanti alla scritta “Intifada fino alla Vittoria”, Curcio ha aspettato il suo momento con grande pazienza e sincero interesse per il lungo discorso a sostegno di Hamas (“Sappiamo che non sono come i compagni del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ma rappresentano la Resistenza palestinese e noi li sosteniamo”). Il Centro Vittoria, ha dichiarato uno dei responsabili, a Gaza gestiva un asilo dedicato a Vittorio Arrigoni che è stato distrutto. Sentire questo mi ha riportato indietro negli anni, a quando ho incontrato Vik proprio al Vittoria, prima che tornasse a Gaza. Ricordo ancora con commozione quando ci siamo abbracciati al termine della serata.
Renato Curcio scrive libri da sociologo nell’era globalizzata del capitalismo cibernetico. Parla con calma, in modo studiato ma piacevole. Infonde pacatezza pur nella descrizione dei pericoli digitali che corriamo. Ma di fronte alla domanda finale sul “Che fare, adesso?”, risponde che dobbiamo aspettare, che non c’è alcuna possibilità di mutamento. Possiamo parlare, incontrarci in piccoli gruppi di conoscenti/amici, senza l’ausilio di alcuna tecnologia, e confrontarci tra di noi. Incontro, parola: con chi ci è prossimo. Nell’era del lavoro digitale, delle videochiamate che annullano le distanze mondiali e permettono riunioni virtuali tra persone che abitano nelle più lontane zone geografiche, Curcio propone il porta-a-porta, la parola sussurrata da bocca a orecchio. Non dirò che questa soluzione rischia di essere reazionaria, un ritorno al chilometro zero, alle piccole comunità dell’economia agricola. Dirò che è una soluzione che finalmente pone al centro la persona umana e non i concetti astratti. Ma evita ancora di affrontare lo scontro con la parte (la “classe sociale”?) che confligge con la nostra idea di società. E manca la dimensione pubblica.


C’è però un ex brigatista che è andato oltre la piccola comunità, affrontando il conflitto di petto, inaugurando una nuova rivoluzione, senza rinnegare il suo passato, anzi affermando di credere ancora oggi nei valori (ma non nell’ideologia) che l’hanno spinto, diciannovenne, a prendere le armi e andare in clandestinità perché voleva cambiare il mondo – notate bene che, se crede ancora, non può aver abiurato.Era seduto nel pubblico di fianco a me, sabato 18 ottobre 2025, nell’Aula Magna dell’Università Cattolica, che ospitava l’evento “Parole e stili”. Si trattava il tema della pace e della riparazione. Tra i relatori c’erano Giovanni Grandi, professore di Filosofia Morale all’Università degli Studi di Trieste, e Claudia Mazzuccato, docente di giustizia riparativa e diritto penale. Entrambi sono andati a salutarlo: conoscono il suo percorso ventennale che l’ha portato a diventare amico di Agnese Moro. Lui è Franco Bonisoli, uno dei quattro brigatisti che il 16 marzo 1978 sparò sulla scorta di Aldo Moro in via Fani. Condannato a più di cent’anni di carcere, è uscito dopo quasi 25 anni grazie alla legge Gozzini e a quella sulla dissociazione. Ma come spesso afferma, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia italiana, sentiva di dover fare i conti con la propria giustizia interna, quella della coscienza, che l’ha portato a voler conoscere le vittime delle Brigate Rosse. Questa è la sua rivoluzione oggi, andare disarmato (in ogni senso) incontro alle vittime della violenza brigatista, in privato e in pubblico, arrivando così a una catarsi che prevede non solo la razionalità dell’analisi (Curcio) bensì la condivisione emotiva tra soggetti apparentemente antagonisti, nel tentativo di raggiungere quel punto di equilibrio che si chiama giustizia. Perché anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce. Quel 18 ottobre, al termine dell’incontro, Claudia Mazzuccato ha letto alcuni versi della poesia:
A COLORO CHE VERRANNO
Di Bertolt Brecht
Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.
Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.
