Zichilibò
Zichilibò era il cugino di Babbasciò. Stava più volentieri con gli animali che con la gente. Aveva un cane che si chiamava Tempesta nera. Lo presentò dalla coda a Babbasciò che ne era impaurito. Lo serrò fra le sue gambe, gli bloccò con le mani a tenaglia le fauci e invitò suadente il cugino: – Dai! Comincia a far amicizia con la coda. Poi ti farò conoscere il resto. Babbasciò vedeva questa coda nera, che si muoveva ora incerta e ora sfrenata, e Il buco del culo zigrinato a stella del cane. A tratti dalla parte del cane da lui temuta veniva fuori qualche ringhio. Ma Babbasciò era tranquillo. Di quella se ne curava Zichilibò e gliel’avrebbe svelata un’altra volta.
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Zichilibò era anche un crudele cacciatore. C’era una volpe che continuava a saccheggiare i pollai ed i contadini, malgrado numerosi appostamenti, se l’erano lasciata sempre sfuggire. Allora Zichilibò una sera si spalmò il corpo di cacca di polli e si acquattò in mezzo alle galline ormai appisolate. Quando quella notte – la luna ormai alta nel cielo – la volpe arrivò, lui se la fece in mezzo allo strepito scandalizzato delle galline. Un’altra volta s’arrabbiò a morte con una civetta che, per abbeverarsi, aveva preso l’abitudine di calarsi nel pozzo che stava dietro la casa a pochi metri dal portone di legno. Sbucando all’improvviso dalla siepe di sempreverdi?, l’aveva afferrata per la coda e l’aveva poi scaraventata con violenza in fondo al pozzo. Ripescatala ormai semimorta, la crocifisse sul portone come un trofeo contro il malocchio.
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Con parecchi animali Zichilibò era violento e in lotta perenne. Non sopportava che le rondini facessero i nidi sotto gli spioventi del tetto di casa. Quando se n’accorgeva, glieli distruggeva a sassate; e, se c’erano, sgozzava gli implumi precipitati o li dava in pasto ai gatti. Le mosche gli erano antipatiche. Ne catturava una a volo nel palmo della mano. La spogliava delle ali e la metteva sotto un bicchiere. Poi ne catturava altre e le torturava allo stesso modo. Per un po’ le poverette sotto il bicchiere marciavano come condannati a morte. «Vi riduco a formiche! – sibilava con ghigno crudele. E le formiche, appena ne scopriva un nido, le alluovionava con una sua pisciata, che aveva sempre pronta. Gli animali però non lo risparmiavano. Una volta aveva scoperto un nido di vespe dentro il tronco di un fico squarciato da un fulmine e ormai rinsecchito. Baldanzoso ed eccitato aveva capitanato la sua banda di ragazzotti scalzi: «All’assalto, miei prodi! Tu, Tex, a destra. E tu, Pecos Bill, tieniti pronto…». Ma ai primi lanci ben centrati di zolle brune e secche, dal foro dell’albero venne fuori velocissimo e rabbioso un nugolo di pellirosse a pungiglione. E la banda dei ragazzi fu decimata. Quel pomeriggio, mentre le cicale frinivano indifferenti, Zichilibò e diversi altri feriti si rotolarono febbricitanti e lamentosi sui letti in ombra delle camere da letto. Hai voglia tu di fare applicazioni d’aglio e di olio o di premere, seguendo le credenze della nonna, grosse chiavi di ferro sui bitorzoli spuntati sul collo o sui visi.
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Rispettava, invece, i ragni. Sapeva che la loro ragnatela, applicata su graffi e piccole ferite, cicatrizzava…era medicamentosa. Perciò, quando ne vedeva qualcuno nel cesso o tra le fascine ammucchiate a seccare, si metteva ad osservare incantato la sua immobilità o i rari movimenti. Anche con le galline e le mucche Zichilibò era a suo modo amoroso. Se la nonna nel budello delle galline ci ficca un dito per vedere se stanno per fare l’uovo – ragionava con Babbasciò – noi possiamo ficcarci il nostro uccello. Tanto galline sono loro e uccelli sono i nostri. Tra animali ci si intende, no? E di nascosto, lui e il cugino entrarono diverse volte nel pollaio come fosse un loro harem per corteggiare questa o quella pollastrella e congiungersi con le più belle. Con una certa delicatezza però. Zichilibò era affascinato dalle loro piume e dai loro coccodii che si attenuavano dopo gli strepiti al momento in cui ne afferrava una. Le lisciava il capino e non voleva farle male. D’estate, nel caldo del fienile, si contentava solo di tenere dolcemente il piccolo corpo caldo di qualche pollastrella in mezzo alle sue cosce. E come un innamorato quieto, se ne stava a lungo in silenzio osservandore le lame di luce che filtravano dalle tegole. Pure dalle mammelle delle mucche era incuriosito e invaghito. Le avrebbe volentieri succhiate come facevano i vitelli. Qualche volta le palpava. O, quando fuori il gelo del primo mattino si faceva sentire, vi si scaldava le mani e le guance. L’odore della merda di vacca gli piaceva. E l’osservava attento mentre usciva dal culo della vacca e scivolava giù accumulandosi nel letame. Sembrava soddisfatto come lo può essere un filosofo di fronte all’apparizione di nuove idee. Del resto le mucche gli parevano davvero delle filosofe: – Non vedi come ruminano a lungo? Ci riflettono su quello che mangiano. Non sono come certa gente, che si strafoca in fretta i bocconi e non sa dirti cosa ha ingoiato.
Ai cavalli, ai muli, agli asini si divertiva a stuzzicare il lungo e scuro batacchio dondolante con lunghi fili d’erba o bastoncini ricavati dai rami del nocciolo. Faceva interessanti paragoni […..]. Non sempre tutto filava liscio [……]. Non era come con Tempesta nera, che si faceva pizzicare, spulciare e togliere le zecche rassegnato come un bambino dal barbiere […..]. E neppure come il maiale che grugniva soddisfatto col suo roseo cazzetto a cavatappi.









































un racconto gustoso nella tradizione contadina di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno ma nella forma più arcaica e truculenta. Nessuna soluzione di continuità tra animali uomini e animali bestie, i primi della specie più violenta pronti alla tortura verso i secondi come a manifestazioni più ‘miti’, alla libidine e a sincera ammirazione e ‘affetto’ verso ogni aspetto fisico. Una sorta di riconoscimento alla comunione carnale . I primi animali i padroni e i secondi gli schiavi? O piuttosto entrambi schiavi di degradate condizioni di vita. Se vogliamo inorridirci pensiamo all’uomo sapiens che tortura i suoi simili, compie genocidi, devasta per sempre territori…Con questo però continuo a pensare che ogni specie animale merita il nostro massimo rispetto e saremo davvero sapiens tra i sapiens
Sul rapporto uomo-animale ho scoperto un libro che vorrei leggere:
Joanna Bourke, “Amare gli animali. Bestialità, zoofilia e amore postumano”. E’ uscito nella collana «Deviazioni» di Meltemi (pp. 207, euro 18, traduzione di Laura Matilde Mannino). Una recensione è uscita su il manifesto:
https://ilmanifesto.it/contraddizioni-interspecie