Piccola dimostrazione


di Ezio Partesana

L’uso del termine “bambino” per indicare qualunque vittima di violenza abbia meno di diciotto anni sfrutta una definizione giuridica – la “maggiore età” – per intendere una condizione di innocenza. La scelta lessicale è compiuta con l’intenzione di suscitare un grado massimo di indignazione e consenso. Lo si fa – l’impersonale grammaticale è politico – per competere con un qualche successo nella confusione odierna. La parola “bambino” suscita una reazione emotiva maggiore rispetto a, poniamo, “soldato” o “maniscalco”. Allo stesso modo gli aggettivi ricorrenti “giornalista”, “padre”, “pastore” e via dicendo, posposti alla conta dei morti, fanno intendere una opposizione grammaticale, che non esiste, tra una qualunque posizione nella società contemporanea, e la partecipazione a un movimento armato. Perché mai un chimico non dovrebbe fabbricare esplosivi per gli insorti, se ritiene che gli insorti abbiamo ragione?
Aggiungere a ogni resoconto di guerra il numero delle vittime civili (sovente indicandone il sesso e l’età) non solo fa dei militari individui (anonimi) che è normale vengano uccise – identificando ruolo e persona – ma prepara anche l’idea di una “guerra pulita”, dove solo chi deve muore; un soggetto senza attributi, se non quello di indossare una divisa, diventa sostanza universale di tutte le morti. L’opposizione non potrebbe essere più netta: da una parte la madre piangente, dall’altra gli esecutori di irrazionale crudeltà. Ma poiché i soggetti semantici collettivi non sono reali, l’immagine può essere facilmente rovesciata: le belle donne in armi nelle fotografie, seducono alla “giusta” rivolta armata più di qualsiasi ragionamento; l’organizzazione del discorso ha espulso la critica a favore dell’estasi: “Non sono io, sono loro”.
Lo spostamento è reso possibile dalla sostituzione di un concreto – chi combatte, contro chi e contro cosa – con una immagine sussunta non da un insieme di osservazioni (e già questo sarebbe complicato) bensì dall’attribuzione a un medesimo Soggetto di qualità che in nessun concreto potrebbero stare insieme senza generare contraddizione: “Il lavoro rende liberi” o “La guerra è pace”. Che il linguaggio renda possibile questo è evidente quanto la scelta di approfittarne; l’ascolto è suscitato, non persuaso.
La grammatica emotiva in auge ha come conseguenza non solo la ripetizione ma sopra tutto l’enfasi. Se l’abbattimento di un filare di pioppi in un viale cittadino è una “strage”, allora la morte dei capi di bestiame in un allevamento diventa una “strage orribile” e i decessi per carenze sanitarie “orribile strage inumana”, e così di seguito sino a generare frasi che contengono sempre più aggettivi enfatici e sempre meno subordinate causali o finali, che dovrebbero essere l’indice di una riflessione che non smuove però più nessuno.
“Restare umani”, imperativo che dovrebbe far riferimento a una pietà universale e comune anche nei momenti più cruenti di uno scontro, diventa (anche contro le migliori intenzioni) un appello alla commozione separata da qualsiasi da qualsiasi riconoscimento dell’altro; chi non “resta umano” non è più, appunto, umano, e dunque può essere sostituito da un qualunque attributo: “complice”, “traditore” o “idiota” che sia.
La regressione del linguaggio si misura nel trascorso dalla funzione simbolica della negazione – “Immagina che non sia così” – all’urlo, o sussurro, di riconoscimento, e impotenza.
L’ideologia non pervade il linguaggio quando un comandante supremo incita dal balcone la folla nella piazza a eliminare tutti i nemici del popolo, ma ogni volta che le parole vengono impiegate per riconoscersi tra simili, e sospirare.


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