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critiche, dissensi, piraterie

Ridotto a “insopportabile leggerezza delquotidiano”?



Il comunismo nel buio (15)

di Ennio Abate

Ho ritrovato  questa mia nota polemica del 1995. Riguarda uno scritto di Luciano Amodio, letto quando frequentavo la redazione milanese di Manocomete. Conferma  – oggi cosa evidente e amara –  che lo “spostamento”,  teorizzato da un’area della intellettualità  di sinistra nella Milano degli anni ’90,  era un abbandono  definitivo della questione del comunismo.

1. Meglio morto che ridotto a Quotidiano. Meglio bandire la parola comunismo dal vocabolario piuttosto che triturare “la Cosa”, “la Causa”, “la Possibilità”, facendo così del comunismo – da secoli (da sempre, forse) questione di profondità – una questione “di superficie”.1 (E col massimo rispetto per il Quotidiano – s’intende – che “puro” appare mostruoso quanto il “puro” comunismo!). Così vorrei sintetizzare la mia prima, sconsolata e polemica, impressione dopo la lettura di «Il comunismo o “l’insopportabile leggerezza” del quotidiano» di Luciano Amodio (Manocomete, 1, giugno 1994).

2. Col rischio di apparire custode di ortodossie o amministratore, da nessuno delegato, di lasciti storici, pongo un problema: il comunismo è innegabilmente ridiventato un’incognita, una questione sprofondata. Ma – fossimo nell’epoca della morte del comunismo o – come altri sostengono – del suo massimo occultamento – come di esso si deve parlare? Lo consideriamo ancora tra le questioni “di profondità”? Perché non mi pare affatto una questione “di superficie”. E vorrei che lo affrontassimo da palombari. O almeno da archeologi (se lo classifichiamo fra le “civiltà sepolte”). Anche su questo argomento, perciò, da Manocomete mi sarei aspettato, certo, uno spostamento – come scrive Majorino nell’Avvio- “dal campo tanto caotico, quanto amministrato che le meccaniche culturali e pseudoculturali ininterrottamente costituiscono”. Lo spostamento di Amodio per sfuggire il “colorito millenaristico (del comunismo) nella nebulosa culturale italiana”, mipare rientrare, invece e per vie traverse, proprio in una meccanica di liquidazione.

3. Vado con ordine e faccio una premessa, perché il saggio di Amodio eccede tanto in finezze terminologiche e dotte allusioni che – per intenderlo – mi sono imposto una traduzione in volgare di massa. Il suo succo, infatti, del suo discorso a me pare questo: persino Bobbio permane in un atteggiamento di tenerezza verso un concetto di comunismo, viziato di “millenarismo”2 e lontanissimo dal pensiero di Marx (quello dei Grundrisse), al quale viene riconosciuto il merito di aver inteso “il lavoro come bisogno”. Oggi, però, “col mutamento generazionale, genetico e ideologico, il lavoro non è più fondamento dei rapporti fra gli uomini”;3 e, invece della “novità dei rapporti umani” auspicata da Fortini e altri “millenaristi” come lui, ci troviamo dentro una società disossata, che amministra “puri rapporti umani” di utenti e consumatori. Non ambiva proprio a questo il comunismo? Ebbene, l’abbiamo ottenuto. E in forma di “insostenibile leggerezza del quotidiano”, cioè senza il “fastidio della compassione” e senza neppure il “senso di responsabilità”. Crollato il principio proprietario, “l’economia come sistema degli scambi rimane senza regole”. E, di fronte al “disastro comunista”, al “fallimento dell’ultima orgogliosa torre babilonese”,4 non ci resta che auspicare un ritorno a fondamenti aristotelici: media, norma e attesa dei “migliori”.5

4. Questa liquidazione del comunismo (e non solo di quello “millenaristico”), tramite addirittura il Marx dei Grundrisse, è accettabile? Ne dubito e elenco un po’ di motivi:
– il Marx di Amodio somiglia troppo ad un nobile apologeta del Lavoro (non dico ad un sindacalista CGIL!);
– la critica del Lavoro (sotto Capitale, che è diventato ormai l’Innominato) con le annesse utopie di un Lavoro liberato, se non del Non-Lavoro, qualche connessione dovrebbe pur avercela anche col Marx dei Grundrisse (e il comunismo);
– il “puro quotidiano” (esiste poi?), che Amodio sembra attribuire al comunismo, lo vedrei operante – come ideologia – sia nelle esperienze di “comunismo reale” sia – vista la somiglianza sfacciata – in quelle del nostro quotidiano metropolitano;
– può darsi che nel corso del ‘900 il Capitalismo (e la Democrazia) si sia così infettato del virus del comunismo da avercelo realizzato a livello mondiale sotto i nostri occhi, magari in forma degradata. Ma allora perché prendersela esclusivamente col comunismo e coi “millenaristi”? Attacchiamo, quantomeno capitalisti e millenaristi insieme, il Padrone e il Servo, no?
– in sostanza, dobbiamo davvero condannarci – riconoscenti e rassegnati – a ripensare un’Etica del Lavoro (con annessa, e inevitabile, proprietà privata, che permetterebbe ancora misura e scambi)?

5. Queste rozze – me ne accorgo – obiezioni tradiscono una sobria speranza: che si possa affrontare in altro modo questo discorso. E, per cominciare, suggerirei di abbandonare o almeno di problematizzare l’immagine di comunismo tutta da guerra fredda su cui Amodio ripensa la storia del ‘900.6 E di svecchiare anche la stessa definizione, datata, di comunismo che egli ha utilizzato.7

6. Quanto al Quotidiano – rispettabilissimo concetto – non vorrei che si confondesse col suo gemello o doppio ideologico odierno: il Postmoderno. Alcuni studiosi (Jameson, Harvey, ad esempio) danno per certa una condizione postmoderna, ma trovano indigesta l’ideologia postmoderna che l’avvolge. E, per quel che capisco, concordo. Non mi pare che tale distinzione eluda i problemi d’oggi. Eventi imprevisti e sconvolgenti hanno mutato i paesaggi, la nostra azione possibile e impongono ripensamenti, revisioni, drastiche pulizie nei cassetti dell’ideologia, dei saperi, delle scienze di riferimento. Ma l’implosione del famigerato “Teatro (comunista) di Mosca” , su cui, pur in modo unilaterale, insiste Amodio, non sta spingendo un po’ tutti ad arruolarsi in fretta nel “Teatro [postmoderno] di Oklahoma”, che pur si svela fatiscente e zeppo di spettacoli cannibalici? In altri termini, il tema del Quotidiano (su cui ha avuto inizio la riflessione di Manocomete) non ci sta facendo slittare in un ambiguo connubio con l’ideologia del Postmoderno, in attesa – magari disincantata – della “società trasparente” alla Vattimo?

7. E poi insisto: il Quotidiano “puro” non ce l’avrebbe regalato (solo)il comunismo. Cerchiamo, per favore, posizioni meno unilaterali. Ad esempio, Marcello Cini, nel suo recente bilancio su scienza e tecnologia nelle società complesse, scrive: “La fabbrica dell’ottimismo ha chiuso i battenti. Si è rotta la macchina che produceva certezze: la certezza delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Umanità, la certezza del Sol dell’Avvenire, la certezza del nuovo paradiso terrestre che la Scienza e la Tecnica ci promettevano di ritrovare….Il paradiso nel qualecredevamo…è svanito: più presto ce ne accorgeremo, meglio sarà”.8

8. Non è caduta solo l’ultima Torre di Babele Comunista, insomma. Prendiamo pure atto che il comunismo ha perso l’aura, vivaddio! Ma, se Amodio dal corpo a corpo con il tetragono Lukács9 della sua giovinezza e con le residue perplessità di Bobbio, per evitarci le ebrezze e i facili cortocircuiti fra comunismo e Quotidiano, ci riconduce sotto l’egida di babbo Aristotele, mi viene la tremarella. Perché a me Aristotele pare un “anticomunista” all’antica, se fustigò i “millenaristi” anti litteram del suo tempo antico, che miravano alla “spartizione egualitaria delle terre”.
Amodio si scandalizzerà: Ma come! Quelli non afferravano che l’ “incremento della popolazione” li avrebbe costretti a una spartizione perpetua e che, così facendo, avrebbero inceppato la “concezione etica e culturale della polis, basata anche sulla misura”. E più avanti, mi farà notare che: “Oggi lo stesso problema si ripropone per un ordinamento stabile dell’occupazione, estraneo al parassitismo dell’indeterminato posto di lavoro”.

8.E, no! Risparmiateci questi ritorni all’Antico! Oggi i nipotini di Aristotele, qui da noi o all’ONU, non dicono forse – cinesi (epoca Deng) plaudenti – che tutto sta nel fissare “un tetto della popolazione mondiale”? (Insinuerei: dei “senza tetto”, però)? Una “misura” – ohibò! – ci vuole sempre. Allora ci volle per realizzare la “concezione etica della polis”. (Insinuerei: degli aristoi, però). Oggi per il “progresso economico”. (Insinuerei: del Capitale). E, ovviamente e “classicamente” – un tocco di classico mai guasta nella cultura metropolitana – ci vorrà “compassione” e “senso della casualità dei destini umani”.

9. In queste considerazioni di Amodio annuso sgradevoli odori classicisti. E, deluso, smetto. Non prima di aver ancora domandato (ad Amodio, a noi, ad altri) e in compagnia non solo dei più patetici “rifondatori” del comunismo, ma in compagnia di quelli che, pur avendo quasi dismesso il termine comunismo, parlano comunque di Esodo (Virno e la rivistaLuogo comune),  e persino dello sfingico (e saggio nella sua perplessità) Norberto Bobbio: ma davvero non è più pensabile una Cosa che non sia il Quotidiano, questo Quotidiano? Davvero, se la democrazia (“quella democrazia vincente…di massa american-tocquevilliana”) “non può pretendere di più”?10 Davvero noi e tanti altri non possiamo pretendere di più?

Note

1 Il riferimento ironico è al sottotitolo di  Manocomete: “quadrimestrale di profondità e superficie”. rivista culturale fondata e curata da Giancarlo Majorino tra il 1994-1995.
2 Esemplificato sulla definizione, risalente al 1956, di FrancoFortini (cfr. MANOCOMETE, n.1, p.18).

3 Da Amodio connesso, non so quanto marxianamente, a proprietà e merito.
4 Con i (soliti) corollari: “presunzione di poter porre il sigillo finale della storia”, ” riduzione del vissuto a un tempo inerte, di sentimenti senza peso, di erotismo svagato, di spazi senza orientamento, di oscuri cieli solcati soltanto da lampi di odio lancinante”.
5 Che, (sarebbe troppo!..), non sono “i più forti”.
6 L’immagine del comunismo tutta da guerra fredda? Eccola: i “comunisti” sono millenaristi; provano “quel fastidio per il quotidiano”, tipico “costitutivo dell’intellettualità”; sono tali per senso di colpa e mossi da “un ‘bisogno’ primariamente giovanile di giocare la propria vita su di un ‘senso’.
7 Abbiamo, dello stesso Fortini, una definizione più recente, ben più densa e meditata sui fallimenti storici, di quella del 1956 citata da Amodio: Comunismo, in Extrema ratio, Garzanti 1990. Vi si afferma che “Il combattimento per il comunismo è già il  comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani –  e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante”. Si può trovare questa definizione troppo “generale” e anche non del tutto all’altezza dei problemi in cui siamo immersi. Ma di “millenarismo” ne vedo poco.
8 Marcello Cini, Un paradiso perduto, pag. 305 Feltrinelli 1994.
9 Quella vipera di Lukács! Voleva suicidarsi da giovane, poi s’è lasciato distrarre da Dostoewskij e dalla Giuditta hebbelliana e oltre a condannarsi ad una fedeltà al comunismo politico – certo “nella sua configurazione tragica” – e a impedirsi ogni pentitismo, ha traviato non solo la “insanamente individualistica e naturalmente contemporaneamente universalistica adolescenza” di Amodio ma anche la sua vecchiaia, costretta a giustificare freudianamente “la sempre ribadita superiorità in sede di filosofia della storia del principio del sistema socialista reale” del Seduttore della sua giovinezza.
10 Cito, pro domo mea, sempre Amodio, Storia e dissoluzione (da Manocomete 2) appena letto.

Nota di E. A.

– Sull’importanza degli studi di Luciano Amodio si veda la scheda al seguente link:
https://www.bibliotecabaratta.it/index.php/it/collezioni/141-fondi-speciali
–  Per un altro mio scritto su Luciano Amodio si veda:
https://immigratorio.wordpress.com/2011/09/28/su-luciano-amodioalcuni-saggi-apparsi-su-manocomete/
– Sulla mia esperienza in Manocomete si veda:
https://www.poliscritture.it/2020/06/28/appunti-e-disappunti/

Due colloqui del 1978

Appunti su Cologno Monzese dal 1964 ad oggi (1)

di Ennio Abate

Premessa. Questi appunti, che ho registrato nel mio Diario in vari decenni e che pubblico per ora a puntate e senza un ordine cronologico, presentano opinioni, discorsi e riflessioni su fatti e persone reali di questa città. Poiché intendo ragionare e far ragionare i lettori su cose vere (a volte anche amare) senza denigrare nessuno/a, ho reso – quando necessario – irriconoscibili o di fantasia alcuni nomi.

 

I due colloqui  con Vincenzo Martinelli e Ambrogio Picozzi, da me  trascritti nel 1978,  sono un abbozzo di raccolta di storia di vite, un modello di inchiesta – in diretta e alla pari con l’interlocutore –  che avevo imparato da Danilo Montaldi, autore di Autobiografie della leggera Militanti politici di baseMilano, Corea.

 

COLLOQUIO CON VINCENZO MARTINELLI

COLLOQUIO CON AMBROGIO PICOZZI

Nota

“Samizdat Colognom pseudo-narratorio 1977-82 con 6 disegni”, uscito nel 1983, Edizioni Celes, Via Cavallotti 20 Cologno Monzese, è stato il mio primo libretto di “poeterie” in cui parlavo di Cologno Monzese.

Oh, mamma mia | la neo-social-poesia!

* Commento di Samizdat all’articolo di Gilda Policastro su Le parole e le cose 2 QUI

Non riecheggiamo la vocina del Padrone

a cura di Samzdat

COMUNICATO STAMPA
SUL 22 SETTEMBRE ALLA STAZIONE CENTRALE DI MILANO
dei Fratelli Disobbedienti d’Italia


Gli estremismi (specie nei giovani) sono malattie infantili dei movimenti. Possono essere curati o demonizzati.
I giovani non nascono “facinorosi” o “teste di cazzo” o “mele marce”. Lo diventano. Anche con i rimproveri o gli insulti ciechi degli adulti nei loro confronti. O, in piazza, per il comportamento repressivo della Polizia, quando riceve dall’alto ordini preventivi di menare e creare gli “incidenti”.


Il 6 settembre 2025 il grande corteo in difesa del Leoncavallo non era entrato in Piazza Duomo, ingresso in un primo momento vietato da ordini dall’alto?
Il 22 settembre 2025 il grande corteo contro il genocidio dei palestinesi non poteva – con le debite trattative tra funzionari di Polizia e manifestanti – entrare in Stazione Centrale per un gesto simbolico, sì, di disobbedienza civile?
Non si sarebbero rotte vetrine, non ci sarebbero stati “incidenti”. Che servono – lo si è visto dai commenti di tutta la stampa – alla propaganda della Vocina del Padrone.

Moderati Obbedienti d’Italia, non demonizzate gli estremismi dei giovani. Prendetevene cura. Non fate alla Vocina del Padrone.

Étienne Balibar su Gaza

Prima lettura. 42 stralci miei

a cura di Ennio Abate

Questa lunga intervista al filosofo francese Balibar (in originale QUI ma accessibile in italiano aiutandosi con Google traduzione) è la riflessione più profonda e chiara che ho finora trovato sulla tragedia di Gaza. Andrebbe letta interamente ma penso sia utile pubblicare questi 42 stralci da me scelti per una lettura anche a lampi comunque importante. Preciso pure che la prima segnalazione l’ho avuta dalla pagina FB di Giso Amendola.
Continua la lettura di Étienne Balibar su Gaza

Speranza e violenza


Sulla replica di Beppe Corlito
(qui)

di Ennio Abate

Che il mondo potesse essere salvato dai ragazzini si è dimostrato impossibile. Che dopo il ‘68 potesse nascere in Italia un partito rivoluzionario come quello di Lenin è stata l’illusione delle generazioni che hanno fatto politica negli anni Settanta del Novecento. Che la riproposta della lunga marcia nelle istituzioni contenuta ne Il Sessantotto e noi di Luperini e Corlito sia sbagliata è la mia opinione che ho già argomentato.
Qui controbatto per punti alle obiezioni che Corlito ha mosso al mio Compianto sul Sessantotto https://www.poliscritture.it/2025/05/26/compianto-sul-sessantotto/

1. Affermi: «Come a dire che la violenza del potere borghese, che non abbiamo mai sottovalutato tanto meno ora in questa epoca di guerra, richiede inevitabilmente l’uso di un altrettanto potente uso della violenza rivoluzionaria.». Non esito a rispondere di sì. Dove si è vista mai una rivoluzione che non abbia dovuto contrapporre una violenza capace di spezzare la violenza dei dominatori?

2. «Non è un caso che, pur nella sua precisione esegetica, Abate non citi mai direttamente la questione cilena, che è invece centrale nelle nostre conclusioni». Non mi sono soffermati perché davo per scontato che il caso cileno non sfugge affatto al principio storico che nessuna rivoluzione si è affermata senza violenza; e anzi ne è una incontestabile prova. Da chi ò stato sconfitto Allende? E non è stato sconfitto per non aver saputo o potuto avere a disposizione una violenza capace di sconfiggere quella degli Usa e di Pinochet, che hanno stroncato la sua “lunga marcia nelle istituzioni”?

3. Trascurerei «il passaggio teorico decisivo a cui [io e Luperini] dedichiamo un intero capitolo del saggio sul rapporto tra “democrazia e rivoluzione (pp. 101-108)». Non è così. Sull’importanza del « “pacifismo attivo”» che «non disarmava» non mi ero pronunciato; e ho precisato adesso che non ne nego il valore, pur non dimenticando il suo limite. Nel caso del Cile non disarmò, però non seppe fronteggiare il golpe di Pinochet. «Puntò alla mobilitazione di massa, e non escludeva come extrema ratio la difesa armata” (pp. 118-119)», Certo, ma quella extrema ratio restò teorica e il problema della costruzione di una forza militare autonoma venne, per la fiducia che Allende riponeva nell’esercito, rimandato a un futuro indefinito.

4. Trovo quasi offensiva questa tua affermazione sgangherata: «Gli ultimi tre paragrafi della recensione di Abate tendono in vario modo a giustificare il ricorso alla violenza e alla lotta armata, fino al punto da mettere sullo stesso piano tutte le variabili messe in campo dal movimento del ‘68 in poi. PCI, Democrazia Proletaria, Autonomia Operaia e Brigate Rosse sono tutte indistintamente state sconfitte e quindi perchè fare distinzioni? “Tutti sconfitti”, scrive Abate».
Sì, ripeto: tutti sconfitti. Ma con varie responsabilità. E le responsabilità degli uni ( i “lottarmatisti”) sono quelle di aver puntato esclusivamente alla lotta armata di piccolo gruppo (anche, ma non subito, terroristico), mentre quelle degli altri (sinistra storica e nuova sinistra) vanno cercate nella cancellazione o esorcizzazione della questione della violenza. E perciò, è ingiusto da parte tua parlare di «notte in cui tutte le vacche sono nere e si vede solo buio davanti agli occhi.». O di una intenzione da parte mia di «giustificare il terrorismo, che per noi è stata una delle due ganasce della tenaglia che ha stroncato il movimento.».
Quello che non vedi o non volete vedere è che il movimento, anche senza il “terrorismo”, non sarebbe andato molto più oltre. E lo dimostra proprio il fallimento della nuova sinistra (come quello ben più grave del PCI). E’ troppo comodo scaricare la colpa delle rispettive e distinte sconfitte sui “terroristi” e non interrogarsi – (anzi escluderlo a priori) – sulla possibilità di condizionare o influenzare quell’area politica estremista che era presente nel movimento. E, ancora oggi, limitarsi a dire: «sicuramente non servirono alla causa della rivoluzione. non mi pare che la lezione di Lenin fosse così indulgente verso i terroristi della sua epoca.». E senza neppure chiedersi e precisare da quali anni, in base a quali reazioni nei loro confronti, i “lottarmatisti” divennero “terroristi” o ci fu «il conseguente avvitamento sulla riproposizione acritica e dogmatica del modello insurrezionalista».

5. «Era possibile un recupero del potenziale rivoluzionario delle BR come tentarono alcuni leader di Autonomia Operaia? Direi proprio di no. Esse non erano fasciste (non lo abbiamo mai detto),probabilmente erano a rischio di essere infiltrate dai servizi segreti come tutte le organizzazioni clandestine, ma su questo non abbiamo ancora una “verità storica” accertata». E Lotta Continua non fu infiltrata? E Avanguardia Operaia non lo fu? Non lo furono o sono i partiti o i sindacati democratici? Non si capisce perché questo rischio delle infiltrazioni riguarderebbe esclusivamente le BR o le formazioni armate che sorsero in quegli anni.

6. Affermi «Non trovo “oscuro” ciò che avvenne, se per questo intendiamo il passaggio alla lotta armata clandestina di quale esigua frazione del movimento. Mi sembra che è scritto chiaramente nel libro: fu il frutto di un errore di valutazione della fase, che non era rivoluzionaria e quindi imponeva realisticamente di privilegiare la lotta legale su quella illegale (è ancora la lezione leninista)». Ma con lato oscuro del 68 intendevo alludere proprio all’atteggiamento ambiguo e di rimozione della violenza nella storia da parte di sinistra storica e della nuova sinistra. Voi insistete a voler indicare la ragione della sconfitta nell’uso della violenza e in particolare accusate la tradizione terzinternazionalista, che l’avrebbe teorizzata e praticata in modi da stravolgere l’idea stessa di comunismo. Sugli stravolgimenti si tratta di ragionare su analisi storiche precise. E non mi sento di sorvolarli. Ma il punto decisivo della polemica è che dalla critica ad un uso terroristico (e romantico) della violenza voi passate alla neutralizzazione e messa in mora del pensiero realistico sul fenomeno della violenza nelle vicende storiche -(quello che trovo ancora vivo nelle posizioni assunte negli anni ‘70 da Fortini e da pochi altri o altre) –; e che accogliete senza più remore la scelta di muovervi esclusivamente nell’orizzonte di una lotta democratica e “pacifica”, a meno che l’avversario non scelga la via “fascista”. Solo in quel caso vi dite favorevoli alla lotta armata. Non valutando, secondo me, che di fronte alla strapotenza militare certa del nemico (e torna ancora in mente l’esperienza cilena) non si farà mai più in tempo ad approntare una resistenza in grado di affrontare la violenza repressiva dei dominatori dispiegata in tutta la sua potenza.



Postilla

Aggiungo che Il Sessantotto e noi mi ha deluso anche perché ci vedo la cancellazione di ogni ipotesi comunista, a cui finora collegavo i nomi di Corlito, Luperini e altri della rivista Allegoria, sulla quale in passato pure mi sono formato.
Io continuerò a pensare e a lavorare in quella direzione. (Si veda il resoconto che ne ho fatto in Nei dintorni di Franco Fortini, gennaio 2025).
Quanto al messaggio di speranza alle nuove generazioni, mi chiedo che tipo di speranza viene alimentata da Il Sessantotto e noi, se non tiene conto della spada di Damocle, militare e repressiva, che pesa quotidianamente sui dominati e persino la Resistenza partigiana, in Italia e in Europa viene ridotta soltanto alla «difesa anche armata della democrazia» (119).
Lo mando io pure un messaggio di speranza, ma poggiato sul riconoscimento della sconfitta del ‘68, avvenimento non più mitizzabile, e di tutta la sinistra, [1] e svincolato, però, da un pacifismo o una concezione della democrazia che chiamerei di sudditanza.
Al di là della breve e sfortunata vicenda del ’68, comunque, il rompicapo della violenza resta: e si riproporrà in ogni tentativo dei dominati di emanciparsi dal dominatori.
Sarà anche poca cosa difendere o ribadire una interpretazione realistica della violenza non inquinata da eroicismi e volontà di potenza. E sicuramente oggi questa mia testimonianza apparirà paradossale, gratuita, intempestiva, inopportuna e anacronistica a molti, specie in un momento come l’attuale, in cui la possibilità di esercitare violenza costruttiva da parte dei dominati è ridotta a zero; e, anzi, sono venute meno persino le condizioni per difendere pacificamente alcuni elementari bisogni umani.
Eppure, tenere in debito conto l’asimmetria dei rapporti di forza tra dominati e dominatori, studiare bene le circostanze concrete, usare con intelligenza e magnanimità sia la lotta pacifica che quella violenta significa non farsi ghettizzare nella risposta pacifista e non rinunciare alla lezione dell’esperienza storica comunista. E questo è un tipo di speranza che ha il vantaggio di non illudersi e non illudere.


Nota

[1] Da un’intervista allo storico Enzo Traverso:
Quindi sì, l’emergere del post-fascismo si basa su questa crisi politica e strategica della sinistra. Ma non è solo questo. Questa crisi fa parte di un processo molto più lungo, di una sequenza di sconfitte storiche accumulate. Se guardiamo al lungo periodo, stiamo vivendo le conseguenze della chiusura di un ciclo storico, quello delle rivoluzioni del XX secolo. Si tratta di sconfitte di lungo respiro, i cui effetti continuano a condizionare il nostro presente. Le battute d’arresto del 2015 e del 2016 appartengono a una congiuntura particolare, ma allo stesso tempo si inseriscono in una tendenza strutturale, quella di una sconfitta storica dalla quale la sinistra – su scala globale – non è stata in grado di uscire con nuovi modelli.

 https://bresciaanticapitalista.com/2025/08/03/democrazia-nel-xxi-secolo-postfascismo-vincente-senza-strategia-enzo-traverso/?fbclid=IwY2xjawMMWptleHRuA2FlbQIxMQABHupgaehpFvethSO-iKdpvgbX4OeHXj-pbbEMkhlbhZmNRhTPD6xg90D_cH-p_aem_X3b8Oz7FzDcDjEtb6LqTQQ


Eppur si muove…

Ballata dei massacrati di Gaza

di Ennio Abate



Fratelli umani
Israeliani
nostri ben educati carnefici
per l’amara e breve vita
che lasciammo
nell’unico modo da voi consentito
non incolpatevi.

Ad esploderci
correndo incontro al piombo fuso
che per il futuro suo Bene
regalaste dai cieli a Gaza l’ingrata
fummo noi, da soli.

E voi Europei, brava gente
non affrettatevi.
Aspettate che il lavoro ben fatto
sia ultimato:
mamme e sorelle nostre
debitamente sventrate, i bimbi
fantocci impalliditi,
abbruciati i vecchi come tronchi
secchi,
gli arti troppo svelti dei giovani
divelti.

Alle rovine di Gaza l’ingrata
veniteci dopo
religiosamente silenti
come ad Auschwitz
i turisti  svagati e compunti.

Veniteci dopo e comprate
le reliquie di Gaza l’ingrata: 
i bambolotti insanguinati,
le coperte
da sporcizia escrementi e freddo
solidificate,
eppure intatte, di allora.

E le pietre, le povere fionde, le terribili
armi di distruzione di massa
con cui fingemmo di offendervi
classificatele meticolosamente
in lindi musei della memoria.

Imperdonati, a perire ci avete condotto.
Perdonatevi da soli, se potete.
(18 gennaio 2009)

essi coi malviventi, i sofferenti, gli impazienti

Il comunismo nel buio (4)

di Ennio Abate

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Nella notte, più o meno alle 2 italiane, le bombe americane…

DALLA PAGINA FB DI IDA DOMINJANNI

Nella notte, più o meno alle 2 italiane, le bombe americane sono esplose su Fardow e altri due siti nucleari iraniani. Le immagini del fungo di fumo sono spaventose e ricordano quelle di Hiroshima. Trump lo chiama “a spectacular military success”, un successo militare spettacolare che nessun altro paese al mondo sarebbe stato in grado di conseguire. Netanyahu ringrazia “l’alleanza indistruttibile” con gli Usa e termina il suo commento benedicendo l’America, come ne fosse lui il presidente. Tutti due, Trump e Netanyahu, dicono che ora sarà finalmente fatta la pace “attraverso la forza”. Sono pazzi. Non si sa come reagirà l’Iran. Non è chiaro se Putin abbia di fatto annuito all’operazione, e se sì a quale prezzo (ucraino). La Cina per ora tace, ma non si potrebbe restare stupiti se si sentisse a sua volta autorizzata a mangiarsi Taiwan. Né stupirebbe se la Turchia entrasse in qualche modo nel gioco delle “potenze intermedie” che a loro volta si sentono autorizzate dal comportamento di Netanyahu a fare ciascuna il proprio gioco. Ancora: il NYT titola senza mezzi termini “Gli Usa entrano in guerra contro l’Iran”, una parte della base MAGA si sente tradita dal presidente che aveva votato perché prometteva di non fare più guerre, l’associazione ufficiale dei musulmani americani lancia una protesta in grande stile. La guerra civile globale è una realtà già in atto come la terza guerra mondiale. Piccola notazione personale: ho seguito l’attacco in diretta di ritorno dalla manifestazione pacifista di Roma. Mai lo scarto fra la follia dei potenti e l’impotenza delle donne e degli uomini di buona volontà mi è stato più chiaro.