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	<title>Corriere della sera &#8211; POLISCRITTURE</title>
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		<title>Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ennio Abate]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Mar 2018 23:30:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ennio Abate 1. Che fatica dopo cinquant’anni! Cancellato un futuro possibile, appena intravisto, è – ahimé – ancora: uno sputo catarroso/ il sessantotto/ non la calamita onniprensile/ che emergeva/ attraeva/ oggi si delira/ sotto puteolenti compromessi/ e su una montagna di surrealistica spazzatura/ famelici nouveaux philosophes/ rivendicano/ saccheggiano/ impacchettano/ quel nostro facile operaismo da pop-artisti &#8230; <a href="https://www.poliscritture.it/2018/03/17/da-renzo-tramaglino-meridionale-a-samizdat-scavando-nel-mio-68/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Da Renzo Tramaglino (meridionale) a Samizdat. Scavando nel mio ’68</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p style="text-align: justify;">di <strong>Ennio Abate</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1. Che fatica dopo cinquant’anni! Cancellato un futuro possibile, appena intravisto, è – ahimé – ancora:<span id="more-6251"></span></p>
<blockquote>
<pre><em>uno sputo catarroso/ il sessantotto/ non la calamita onniprensile/ che emergeva/ attraeva/ oggi si delira/ sotto puteolenti compromessi/ e su una montagna di surrealistica spazzatura/ famelici nouveaux philosophes/ rivendicano/ saccheggiano/ impacchettano/ quel nostro facile operaismo da pop-artisti della politica/ dimostratosi sterile lievito nelle fabbrichette di periferia/ e che ora in vaghi ghirigori viene offerto/ strenna drogata/ in mezzo a macerie/ recenti macerie</em></pre>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">E a ben poco sono serviti studi e rituali celebrazioni allo scoccare dei precedenti decennali. Sarebbe forse meglio dimenticarlo il ’68 invece di continuare con il suo vilipendio, cominciato purtroppo con Pasolini e proseguito da troppi suoi sputazzanti nipotini. Una burletta di rivoluzione? Un dannoso arrembaggio di “<em>semicolti</em>” distruttori dell’università, della cultura, della stessa tradizione marxista? Una rivolta dei “<em>figli di papà</em>”? Nessun assalto al cielo o contestazione dei saperi di <em>Das Kapital</em> ma solo fisiologica modernizzazione americanizzante? Basta. Non ne posso più. Fatemi invecchiare scavando nel mio ’68.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Avevo 27 anni allora. Alle spalle «<em>un passato/ orecchiato sommerso/ sprofondato assieme/ alla gente magramente contadina</em>». E un contorto percorso che, nel ’62, mi aveva portato, interrompendo gli studi universitari a Napoli (primo anno di Lingue e letterature straniere), da Salerno alla Milano del <em>boom</em> economico; e poi a Cologno Monzese (la «<em>Milano, Corea</em>» degli immigrati di Danilo Montaldi o, per me, «<em>il guanto rovesciato del Sud</em>», «<em>Colognom</em>»). Altre contorsioni subito dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Licenziatomi nel ’63 dal Comune di Milano dove ero stato assunto come impiegato, tornai per breve tempo studente di liceo artistico per inseguire una mia soffocata passione. («<em>Vissi d’arte, vissi d’amore,/non feci mai male ad anima viva!</em>»). Ottenni, nel ’65, l’abilitazione in disegno e poi l’ammissione all’accademia di Brera nel corso di scultura di Marino Marini. Ma l’anno prima ero già sposato. Avemmo subito un bimbo (1966) e una bimba (1967); e disponevamo soltanto del magro stipendio della mia giovanissima moglie, anche lei immigrata da Taranto. Che feci allora? Troncai pure gli studi artistici appena cominciati; e accettai, per la seconda volta, il primo lavoro che mi capitò: operaio notturnista alla SIP di Milano (poi Telecom). Qui altra contorsione. Incitato da colleghi studenti lavoratori, dal ’66 ripresi l’università riscrivendomi alla Statale di Milano, però a Lettere con indirizzo storico. Nel frattempo – tra il ’67 (morte di mio padre) e il ’68 (morte di mia madre) – la mia famiglia d’origine si disfaceva e l’unico mio fratello di qualche anno più giovane, saliva a Milano pure lui in cerca di lavoro. Venduto l’appartamento dei genitori veniva meno anche il legame materiale più solido con la Salerno della mia prima giovinezza.</p>
<p style="text-align: justify;">3. Nel ’68 dunque, più anziano di moltissimi studenti, riapprodavo in un’università che stava diventando di massa. Lavoratore studente (o studente lavoratore) alla SIP, conobbi Francesco Forcolini. Si occupava del sindacato, praticava una strana cosa per me – l’entrismo nella CGIL – ma presto fu il fondatore di uno dei primi CUB, quello della SIP appunto. Le riunioni sul contratto dei postelegrafonici, alle quali m’invitò, non mi attiravano. Ci capivo poco o niente. Sempre lui mi introdusse, quasi come in una Carboneria ai suoi inizi, nel giro dei futuri fondatori di «<em>Avanguardia Operaia</em>». In Via Ausonio, dalle parti di Sant’Ambrogio, dove allora c’era la sede di una rivista che si chiamava «<em>Falce e Martello</em>», si tenevano un po’ di riunioni. Ad una si affacciò anche Giangiacomo Feltrinelli in compagnia di una donna elegantissima che portava al guinzaglio un levriero ancora più elegante. Quel clima da Carboneria che si respirava in quegli incontri un po’ mi attirava ma ero a disagio. Certi operai sindacalizzati, che rispettavo e un po’ temevo perché sapevo bene di essere un ignorante sulle questioni sindacali ed economiche, diffidavano di me. Sì, ero un lavoratore, un proletario, ma studente, e cioè un po’ una pecora nera nel loro ambiente. E così non legai molto. Fui, invece, immediatamente attratto dalle prime iniziative studentesche che portarono poi all’occupazione della Statale. L’occupazione, l’occupazione! Controllo sul <em>Web</em>: alla Statale iniziò il 23 febbraio 1968, mentre, tra gennaio e marzo ’67, a Milano c’era stata già quella di Architettura; e il 17 novembre, sempre del ’67, quella della Cattolica .</p>
<p style="text-align: justify;">4. Ricordo non la data esatta ma alcuni particolari della prima manifestazione a cui partecipai nell’autunno del ’67: una veglia per il Vietnam, allora sotto i bombardamenti degli Stati Uniti. Di sera e fino a tarda notte in una cinquantina di studenti o più occupammo simbolicamente la Statale. Mentre si svolgevano trattative col rettore, rimanemmo tra i corridoi, l’atrio e il bar interno, che era in un sottoscala. Per la prima volta mi fu facile chiacchierare con studenti che prima mi erano del tutto estranei. Un piacentino, rimasto per me senza nome, aveva con sé <em>Verifica dei poteri</em> di Franco Fortini e mi consigliò di leggerlo. Un altro mi parlò de <em>L’uomo a una dimensione</em> di Marcuse. Conobbi anche Giuseppe Manenti, studente pure lui di Piacenza. Era dello Psiup e mi prestò la copia di una rivista a me ignota: il numero speciale sull’America latina che i «<em>Quaderni Piacentini</em>» avevano fatto insieme alla redazione di «<em>Quaderni Rossi</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">5. Franco Fortini – lo scrittore italiano di cui ho poi letto, credo, tutti i libri finora editi, che ho conosciuto di persona negli anni Ottanta e che molto ha influito sul mio orientamento politico e culturale – lo vidi per la prima volta proprio alla Statale occupata da pochi giorni. Doveva essere il 29 febbraio. Al pomeriggio c’erano stati attorno a via Festa del perdono scontri tra studenti e fascisti con l’intervento della polizia. Mi accostai a un capannello di studenti che all’ingresso dell’università commentavano le aggressioni. C’era un adulto che discuteva con loro e colsi al volo una sua frase:«<em>Non bisogna strusciarsi addosso ai giovani</em>». Mi parve una raccomandazione rivolta ad altri ma anche a se stesso. Seppi più tardi che era Fortini.</p>
<p style="text-align: justify;">6. Nei mesi dell’occupazione mi sentii un meridionale Renzo Tramaglino  alle prese con un tumulto che gli era piovuto addosso inaspettato e che sconvolgeva le regole – innanzitutto quella del rispetto per le autorità – a cui era stato educato fin da ragazzo. In una delle prime assemblee in aula magna, quando fu votata l’occupazione, venne il rettore in persona per rabbonire e dissuadere. Appena cominciò a parlare e pronunciò la frase: «<em>Noi spezziamo per voi il pane del sapere</em>», fu sommerso da ululati e fischi e dovette allontanarsi. Ero incredulo. Non fischiai né urlai, ma provai un improvviso e ambivalente sentimento di forza e di rivalsa. Sempre durante l’occupazione, qualche mese dopo, quando a uno dei baroni più in vista, il terribile Cazzaniga, professore di latino, che prima del ’68 durante gli esami si concedeva ampie libertà specie con le studentesse (me lo raccontò un’amica), fu imposto di tenere gli esami di gruppo alla presenza degli studenti del movimento, provai di nuovo quel sentimento. Ragionandoci adesso, quella mobilitazione collettiva veniva incontro alle mie difficoltà materiali di studente costretto a lavorare e a partecipare alla gara universitaria portando addosso un fardello che gli altri studenti non avevano. E tuttavia allora ero combattuto tra la vecchia e la nuova morale che pareva delinearsi. E così mi trascinai a lungo un senso di colpa per quell’esame di latino “<em>agevolato</em>”, tanto che anni dopo, agli esami di abilitazione all’insegnamento, rifiutai di concorrere alla prova di latino, proprio perché l’avevo studiato in modo insufficiente. Non so, dunque, quanto sentissi giuste tutte le azioni dissacratorie e comunque di forza del movimento studentesco. Eppure partecipavo convinto alle sue iniziative.</p>
<p style="text-align: justify;">7. Fui soprattutto un volenteroso apprendista politico. Ero incuriosito ma impacciato. Prima non avevo avuto quasi nessun interesse esplicito per la politica. A Milano, attraverso gli esami che davo, m’ero avvicinato alle questioni di storia in generale e di storia del movimento operaio e, dunque, un po’ anche all’opera di Marx e di vari marxisti, ma ora sentivo l’urgenza di esplorare al più presto un continente ignoto o censurato (al liceo classico di Salerno il professore di filosofia ci aveva fatto saltare Marx, perché “<em>non importante</em>”). E perciò bazzicavo spesso nelle due librerie milanesi della Feltrinelli e cominciai a comprare opuscoli politici e soprattutto riviste. Il loro linguaggio era oscuro e complicatissimo, ma non desistevo. Così, sotto l’influsso dei discorsi che ascoltavo, mi spostavo dai miei precedenti interessi letterari e artistici. Le nuove letture non avevano quasi più nulla a che fare con le mie precedenti di letteratura e arte, che nell’immediato passarono in secondo piano. Partecipavo poi a quasi tutte le assemblee e a diversi controcorsi. E riassumevo puntualmente con la stilografica prendevo appunto dei principali interventi degli oratori. Quasi fossi un cronista. Lo facevo per me, ma qualcuno, vedendomi così intento a scrivere, mi chiese una volta se fossi un giornalista. A casa poi li trascrivevo a macchina con la mia Olivetti lettera 42 aggiungendovi qualche mia impressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché tanto zelo? Ero d’un tratto di fronte a una miniera disordinata di temi – sociali, politici, economici, filosofici – trattati da persone in carne ed ossa, studenti o docenti attivi nell’occupazione e dai più diversi e spesso contrapposti punti di vista. In parte riuscivo ancora a collegarli ai miei nuovi studi storici. In parte debordavano anche da quelli. Infatti, la lettura quasi d’obbligo tra i partecipanti all’occupazione di vari quotidiani – dal «<em>Corriere della sera</em>» a «<em>L’Unità</em>» al neonato «<em>il manifesto</em>» – mi trascinava verso l’attualità più ribollente delle vicende nazionali e internazionali (Vietnam, Berkley, Pantere nere, il ’68 a Parigi o a Berlino). Almeno con la mente ero io pure scaraventato di forza, sempre sotto il pungolo dell’occupazione, nel villaggio globale. Però restavo sconcertato dalle contrapposizioni tra i vari gruppi studenteschi (del PCI, dello Psiup, dei marxisti-leninisti, dei situazionisti, dei “<em>capanniani</em>”) che in teoria avrebbero dovuto orientare uno come me. E non me la sentii mai di parlare nelle affollatissime e spesso burrascose assemblee. Di rado lo feci nei controcorsi. E spesso goffamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta m’infilai in un’aula non sapendo che c’era una riunione riservata a studenti psiuppini o simpatizzanti. Aprii la porta e mi affacciai mentre lo storico Stefano Merli aveva già cominciato a parlare; e mi trovai addosso gli sguardi diffidenti, suoi e dei presenti. Dall’imbarazzo mi salvò Manenti, dichiarando di conoscermi. Un’altra volta, durante un controcorso sulla questione dell’università, mi azzardai a suggerire la lettura di un saggio appena letto su «<em>Quaderni Piacentini</em>» (forse «<em>Contro l’università</em>» di Viale); e fui fulminato da un’occhiata di sprezzo di Cafiero, che presiedeva, e bloccato dal silenzio dei presenti. Provai comunque immediata antipatia per le posizioni sostenute dal rappresentante del PCI e distanza crescente dallo Psiup, malgrado la mia amicizia con Manenti. Poco mi convinsero pure i situazionisti. Maggiore attenzione diedi all’unico, pacatissimo, rappresentante dei «<em>Quaderni Rossi</em>». (Si chiamava Banfi, non ne ricordo più il nome, ma lessi anni dopo che aveva scelto di fare l’operaio all’Alfa Romeo di Arese). E ricordo con simpatia SalvatoreToscano, meridionale pure lui e tra i leader della Statale sicuramente il più cordiale e alla mano, col quale andai una volta insieme ad altri a incontrare dei delegati in una fabbrica di Milano (non so più dove).</p>
<p style="text-align: justify;">In altri momenti cercai approcci più individuali a caccia di suggerimenti. Ne chiesi a Stefano Levi Della Torre, che avevo ascoltato con interesse in una conferenza nazionale in aula magna, dove erano convenuti <em>leader</em>studenteschi da tutta Italia. Poi a Franco Della Peruta. Prima dell’occupazione avevo in mente di dare con lui, che insegnava Storia del Risorgimento, la tesi su Gramsci e gli intellettuali. In un colloquio gli confidai il mio interesse per un libro di Gorz appena uscito, <em>Il socialismo difficile</em>, e ne ricavai una delusione: non solo mi diceva di lasciar perdere quell’autore ma mi raccomandava la lettura di uno scritto di Stalin sulla questione della lingua.</p>
<p style="text-align: justify;">8. In quell’anno ogni studio approfondito che potesse risolvere in un senso o nell’altro le mie incerte simpatie, che ora andavano ai discorsi sul potere operaio ora a quello sul potere studentesco, era intralciato e impossibile. A causa dell’incalzare degli eventi, degli scontri coi fascisti e la polizia, delle numerose manifestazioni per le vie centrali di Milano e della tensione e euforia che respiravo ovunque. Malgrado il lavoro di notturnista, gli esami e la tesi da preparare, la cura dei bambini, le rimostranze di mia moglie che si sentiva trascurata, fui presente in alcune fluviali manifestazioni di piazza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo un enorme corteo di operai che partendo dalla Magneti Marelli di Sesto San Giovanni si spinse a piedi fino a piazza Duomo; e che, dopo il comizio, Pizzinato, uno dei dirigenti della CGIL, si affannò a dirottare lontano dalla Statale occupata. Diversi operai però disobbedirono e alla fine, in aula magna, si tenne una improvvisata ma sparuta assemblea di studenti e operai. Partecipai pure ad alcuni picchettaggi in appoggio ai primi scioperi operai. Ho dimenticato le date ma una volta mi alzai alla 5 del mattino per andare sul mio motom da Cologno Monzese a fare picchetto davanti a una fabbrica milanese (forse la Ferro Tubi?) vicina al Parco Solari. Un’altra mattina, sempre con altri studenti della Statale, andai alla Innocenti di Lambrate per rinforzare un picchetto che doveva impedire agli impiegati, che si rifiutavano di scioperare, di entrare nella loro palazzina separata dallo stabilimento. I picchetti erano un’occasione di sfida e di scontro, ma paradossalmente anche di confronto. Fui presente anche in un’occupazione del rettorato della Statale, da cui i poliziotti ci sgombrarono trascinandoci di peso fuori uno ad uno; e nella protesta del 7 giugno – la data la desumo oggi ancora dal <em>Web</em> – quando il movimento degli studenti di Milano bloccò l’uscita del «<em>Corriere della sera</em>» dalla tipografia vicino via Solferino. Si volle denunciare la faziosità di quel giornale nel dare la notizia dell’attentato di un estremista di destra contro Rudy Dutskhe, il <em>leader</em>del SdS a Berlino (11 aprile 1968). E accadde che, uscendo con amici a mezzanotte dalla sede della SIP in Piazza Affari alla fine del nostro turno di lavoro, vedemmo una marea di studenti che bloccavano il traffico in piazza Cordusio e nelle vie adiacenti. Il corteo si dirigeva lentamente verso la sede del «<em>Corriere della Ser</em>a» per duplicare in Italia la protesta fatta dagli studenti di Berlino contro il giornale di Springer. Dopo un po’ iniziarono gli scontri. Una fila di poliziotti avanzava verso l’incrocio tra via Pontaccio e Corso Garibaldi picchiando ritmicamente i manganelli sugli scudi, che allora erano ancora metallici. Sbandamento della folla. Persi di vista i miei amici, mi ritrovai in mezzo a un gruppetto organizzato. Seppi che erano di «<em>Potere Operaio</em>» e venivano da Roma. Uno di loro, per evitare che i poliziotti ci localizzassero, centrò con mira formidabile la lampada del lampione che illuminava la stradina in cui, inseguiti, ci eravamo rifugiati. Per la prima volta tirai anch’io qualche sasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque mi andò bene. Non mi trovai mai coinvolto in scontri fisici diretti né con la polizia né coi fascisti, anche se ne fui sfiorato almeno in tre occasioni: la sera dell’accerchiamento del «<em>Corriere della sera</em>»; il pomeriggio in cui ero all’interno della Statale al momento in cui i fascisti l’assaltarono dall’esterno (probabilmente doveva essere in quel 29 febbraio che ho già nominato); e ricordo che accompagnai un’amica che doveva telefonare all’apparecchio a gettoni posto nell’atrio della Statale vicinissimo all’ingresso mentre sul pavimento arrivano i sassi scagliati da fuori, ma riuscimmo a uscire in un momento di tregua; una mattina presto quando per i corridoi della Statale erano in giro ancora pochi studenti favorevoli all’occupazione e un gruppo di fascisti penetrò dal cortile del Filarete; ma fu respinto nell’atrio davanti l’aula magna, grazie alla prontezza di Cafiero, che ci fece disporre in cordone.</p>
<p style="text-align: justify;">9. Tra legami coi dissidenti del PCI che poi confluiranno in «<em>Avanguardia Operaia</em>», assemblee e controcorsi nella Statale occupata e manifestazioni di piazza, imboccai senza troppe teorizzazioni una traiettoria, che oggi mi è chiarissima: da un atteggiamento a-politico o impolitico alla militanza politica; dalle suggestioni del potere studentesco a quelle del potere operaio; dalle intenzioni di scrivere la mia tesi di laurea su Gramsci e gli intellettuali con Della Peruta alla scelta di farne una in storia contemporanea con Franco Catalano sulla vicenda recentissima dei «<em>Quaderni Rossi</em>». La preparai alla svelta e con affanno, come tante cose che allora si potevano fare solo così; e in una università ancora in subbuglio. La discussi davanti a Catalano e ad un distrattissimo Carlo Salinari che, ascoltandomi, non si risparmiò una battuta contro l’”<em>oscurità</em>” del linguaggio di Raniero Panzieri.</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo su quelle mie scelte molto influirono i legami con le persone frequentate quotidianamente. E forse la mia “<em>svolta</em>” operaista maturata proprio durante l’occupazione mi rese più pronto a cogliere una richiesta che stavolta mi venne proprio da Cologno Monzese. Degli operai che conoscevano mio suocero, lui pure operaio in una piccola fabbrica di plastica, gli chiesero di incontrarsi con qualche studente che avesse partecipato alle occupazioni delle università a Milano. Misi su così un «<em>Gruppo operai-studenti</em>». E, dato che di contratti, di salario o di cottimo, come già detto, capivo poco, mi rivolsi a Luigi Vinci (di lì a poco diventerà uno dei principali dirigenti «<em>Avanguardia Operaia</em>»), che ci aiutò a fare un’analisi meticolosa delle buste paga degli operai metalmeccanici della Bravetti e della Panigalli, due piccole fabbriche metalmeccaniche di Cologno Monzese, coi quali avevamo cominciato a riunirci. Un altro milanese, Roberto Cerasoli, cominciò a tenere lezioni sul <em>Manifesto</em> di Marx e il <em>Che fare</em> di Lenin. Ci riunivamo nel sottoscala di un bar. E così diventai il tessitore di rapporti tra questi giovani operai di piccole fabbriche, alcuni studenti delle scuole superiori di Milano (VII ITIS, Molinari), che abitavano a Cologno, e «<em>Avanguardia Operaia</em>». Ma questa è già storia del ’69.</p>
<p style="text-align: justify;">10. Su questo mucchietto di ricordi del ’68 torno spesso un po’ da storico e un po’ da narratore:</p>
<p style="text-align: justify;">Dal fiume erano usciti nuotando in due, lo storico e Samizdat. Lo storico si era asciugato e poi se n’era andato in disparte sotto un albero. Aveva inforcato gli occhiali e, aperta la borsa ancora gocciolante, aveva cominciato a riordinarne il contenuto: volantini, giornali, documenti, cassette con le registrazioni delle voci di quegli anni. La sua mente ora lavorava, non del tutto insensibile al fluire che continuava; ma ormai sopportava senza preoccupazione la separazione dall’elemento acquoso e torbido nel quale fino a pochi attimi prima era immerso.</p>
<p style="text-align: justify;">Samizdat invece era rimasto sotto un’arcata in ombra, che immetteva in una grande sala illuminata dal neon. Temeva il convegno. Appena ascoltò le prime voci al microfono che cominciavano a rievocare i fatti tremendi di quegli anni, fu preso dal desiderio di ritirarsi in un cerchio di solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, vista l’aria che tira oggi, a cinquant’anni dal ‘68, non so più se parlarne possa servire a qualcosa o a qualcuno. E allora, come il mio personaggio, sono tentato io pure di ritirarmi «<em>in un cerchio di solitudine</em>» a riflettere e a farmi domande per conto mio: feci bene a partecipare a quella rivolta di studenti? feci bene a orientarmi verso l’operaismo? perché non avvenne una vera saldatura tra noi in basso e i <em>leader</em> del movimento, i fratelli politici (a volte maggiori di età e a volte minori) ai quali mi accompagnai? perché non arrivai a prendere la parola in quei luoghi (assemblee, controcorsi) che venivano presentati – ed in effetti furono – più liberi e democratici delle istituzioni partitiche o degli organismi studenteschi pre-‘68? soltanto per limiti miei e resistenze legate alla mia precedente educazione o alla mia condizione di periferico? o troppe idee e cose “<em>straniere</em>” entrarono di botto nella mia mente e nel mio cuore in quell’anno eccezionale e quell’accelerato apprendistato politico non bastava? ci fu un limite effettivo di democrazia nelle nuove forme di organizzazione (assemblee, controcorsi, manifestazioni di piazza) che non erano in grado di reggere all’urto di bisogni e desideri insoddisfatti e tendevano a chiudersi (come sostenne Elvio Fachinelli in <em>Gruppo aperto e gruppo chiuso?</em> e come dimostrò pure l’esperienza del femminismo subito dopo)? erano di gran lunga più potenti e insidiose le sotterranee manovre dei partiti di destra ma anche di quelli di sinistra per bloccare la rivolta e non si fu in grado di respingerle? ci fu un limite di autorità, come sostenne Fortini ne<em> Il dissenso e l’autorità</em>? e perché buona parte di quelle <em>élites</em>, i nostri compagni, che sembravano i nuovi portavoce di noi intellettuali di massa e degli operai, si riciclarono così presto nei posti di potere mentre tanti di noi si dispersero rassegnati e delusi nelle filiere dell’insegnamento medio o superiore o nel basso lavoro impiegatizio o altrove? Eccetera, eccetera.</p>
<p style="text-align: justify;">11. Queste domande le lascio a un eventuale lettore vecchio come me, che avesse capito meglio di me il significato di quell’anno, in cui a me parve che «<em>l’azzurro respirato dai padri</em>» nella Resistenza o nell’ Ottobre del 1917 potesse ricomparire tra la nuvolaglia buia e opprimente della storia. Invece, a un meno probabile giovane lettore di queste mie note, che voglio immaginare precario o disoccupato e non “<em>figlio di papà</em>”, oltre a ricordare i famosi versi di Brecht: «<em>pensate a noi/ con indulgenza.</em>», vorrei dire di come cambiò il mio modo di sentire in quell’anno. Ero rientrato all’Università dalla porta di servizio e prima dell’occupazione della Statale, quando a volte uscivo al mattino dal turno di notte alla SIP e andavo ad ascoltare qualche lezione, lasciando il motom incatenato a un palo della segnaletica vicino al muro di via Festa del perdono, non sopportavo gli studenti borghesi, impettiti ed eleganti che oziavano lì attorno; e lo stesso mi capitava quando a sera, sempre sul mio motom, andavo a lavorare alla SIP nel palazzone di Piazza Affari, passando davanti alla Scala illuminata per qualche concerto e sfiorando la dolce vita dei signori. Soffrivo solitudine e esclusione sociale. Con la partecipazione al ’68 un po’ ne uscii. Solo un poco. Perché mi accorsi presto – e ancora devo citare Brecht – che anche nel movimento degli studenti «<em>Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe!</em>» (<em>Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo!</em>). Quando poi s’interruppe quel frenetico ma fecondo lavoro di contrabbando intellettuale tra università e esterno (bisognerebbe informarsi sull’ormai dimenticata esperienza delle «<em>150 ore</em>» partite nel 1973!), mi accorsi che dal ’68 avevo imparato comunque che è possibile lottare assieme agli altri; e che potevo continuare a cercare compagni con cui farlo. Sì, «<em>sul fondo</em>», anche scrivendo da solo i miei poverissimi <em>samizdat</em> ciclostilati in proprio e distribuiti a poche persone.</p>
<p><strong>* Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta il 12 marzo 2018 <span class="byline">da <span class="author vcard"><a class="url fn n" title="Vedi tutti gli articoli di vivalascuola" href="https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/author/vivalascuola/" rel="author">vivalascuola</a> rubrica a cura di Giorgio Morale su<a href="https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2018/02/26/vivalascuola-217/"> LA POESIA E LO SPIRITO</a></span></span></strong></p>
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		<title>Poesia come gadget</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2016 08:33:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Marco Gaetani Il «Corriere della Sera» manda in edicola una serie di volumetti di poesia. La collana, «diVERSI», propone ogni settimana piccole antologie dedicate ciascuna a un poeta. Si va da Leopardi (che nel Marzo scorso ha aperto la collezione) a Borges, da Baudelaire a Catullo, da Kavafis a Dickinson, da Montale a Szymborska &#8230; <a href="https://www.poliscritture.it/2016/05/04/poesia-come-gadget/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Poesia come gadget</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p style="text-align: justify;">di <strong>Marco Gaetani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il «Corriere della Sera» manda in edicola una serie di volumetti di poesia. La collana, «diVERSI», propone ogni settimana piccole antologie dedicate ciascuna a un poeta. Si va da Leopardi (che nel Marzo scorso ha aperto la collezione) a Borges, da Baudelaire a Catullo, da Kavafis a Dickinson, da Montale a Szymborska – per un totale di trentacinque uscite. Come si vede, autori di ogni tempo e cultura.<br />
Ci si può chiedere perché un grande gruppo editoriale (in questo caso RCS), in un paese come il nostro e in un momento storico come quello presente, decida d’investire nella produzione e nella distribuzione di volumi di poesia. Si deve pensare che oggi, in Italia, esista un’effettiva domanda di poesia, che la poesia abbia attualmente un mercato, da cui potersi ripromettere dei profitti?<span id="more-3810"></span><br />
Una prima osservazione da avanzare subito, per quanto brutale, è che l’industria culturale – nello specifico quella editoriale – si rivolge a un mercato di lettori (reali o potenziali) sempre più segmentato, oltre che risicatissimo; all’interno di questo mercato ci si sforza di occupare anche le nicchie più minuscole e in apparenza marginali, ‘coprendo’ in tal modo tutto lo spettro della possibile domanda. Da questo punto di vista, meramente economicistico, non c’è molta differenza (se non probabilmente nella tiratura) tra una collezione di poesia, una di fumetti, un’enciclopedia di cucina, una collana di CD o DVD, un corso di lingua o un album di figurine. Si tratta semplicemente d’intercettare (stimolare, produrre) i ‘bisogni culturali’ di ogni potenziale acquirente. L’effetto complessivo – all’interno di un’offerta che per essere completa risulta estremamente variegata – è naturalmente quello di appiattire tutto, di neutralizzare implicitamente ogni differenza e ogni valore. In nome della libertà di scelta, dell’ostentato rispetto per la pluralità dei gusti, in omaggio apparente agli interessi e alle inclinazioni individuali, Rilke vale il cabarettista alla moda, la biografia dell’ultima vedette televisiva la saggistica più impegnata, l’‘instant book’ scandalistico il catalogo della mostra di Antonello, la Shoah Barbapapà.<br />
Disgregato ogni ordine di valori – non solo estetici –, crollate le agenzie socialmente deputate a stabilire e tramandare rango e gerarchie all’interno della cultura comune, l’individuo ridotto a consumatore si trova solo di fronte (o meglio in mezzo) al forsennato turbinio mercantile, in balia di se stesso – dei propri impulsi, di una storia personale sovente alienata – e quotidianamente bersagliato da mille appelli all’acquisto. Chi non ha fine ultimo se non quello di vendere la propria mercanzia si guarda bene dall’offrire anche minimi strumenti di orientamento, di valutazione – bussole, curve di livello. Si limita a rassicurare sul fatto che ciascuno debba seguire narcisisticamente il proprio ego, assecondare il proprio desiderio, senza perplessità o anacronistici sensi di colpa.<br />
La poesia non fa eccezione: è una merce che periodicamente ritorna sui banchi del mercato (e infatti non è la prima volta che un grande quotidiano, e lo stesso «Corriere», ne offre ai suoi lettori un’intera collezione), nella speranza che possa quanto meno incuriosire, interessare, attrarre.</p>
<p style="text-align: justify;">Si vorrebbe contribuire a confutare la tesi di quanti (più o meno scoperti apologeti del mercato) ritengono un’iniziativa come quella del «Corriere» per principio positiva; perché – questi in genere, e in breve, gli argomenti addotti – «se non altro» permetterebbe a persone che probabilmente mai avrebbero potuto farlo di accostarsi alla poesia, di scoprirla e forse anche di apprezzarla.<br />
Va detto, intanto, che in una collana come quella proposta oggi dal «Corriere della Sera» già la scelta degli autori da includervi non è certo casuale. Si deve, verosimilmente, non solo e non tanto al curatore (Nicola Crocetti) ma a professionisti del marketing; è effettuata, altrettanto verosimilmente, in base a una mescolanza di considerazioni puramente logistico-commerciali (disponibilità dei diritti d’autore, delle traduzioni, ecc.), valutazioni strategiche (popolarità di taluni autori presso il target di riferimento, mode più o meno durature, memoria scolastica, ecc.) ed esigenze estrinseche d’ogni natura. Anche i criteri che hanno guidato la selezione dei testi da includere in ciascun volumetto andrebbero indagati con attenzione, induttivamente. L’insieme di tali scelte, infatti, incide sull’idea stessa di poesia che il pubblico degli acquirenti – o dei semplici interessati o curiosi, ‘esposti’ mediaticamente all’iniziativa – finisce col ritenere. Si assiste insomma a una sorta di canonizzazione commerciale.<br />
Ci avviciniamo così al punto che forse più di tutti ci preme toccare, e su cui torneremo rapidamente in conclusione. In una collana come quella del «Corriere» la figura del critico risulta quasi completamente scomparsa. L’opera di mediazione che lo studioso di letteratura tradizionalmente svolgeva – presentando l’opera, introducendone la lettura, accompagnandola da apparati filologici e note interpretative – è divenuta superflua. Appena qualche riga a mo’ d’introduzione e una telegrafica nota sull’autore, in fondo al volumetto. La poesia, ormai, viene offerta a una lettura selvaggia. Si presuppone che ciascuno possa accostarvisi (e, soprattutto, «goderne») senza alcuna preparazione, senza nessuna competenza, senza adeguato strumentario.<br />
C’è – dietro questo modo apparentemente democratico di presentare un testo al contrario non facilmente fruibile, com’è sempre quello poetico – una scaltra consapevolezza. Si sa cioè fin troppo bene che l’opera, per quello che essa veramente è o vuole essere, in realtà non verrà mai – non potrà mai essere – autenticamente fruita da un lettore medio per il quale è divenuta di fatto, per varie ragioni, inavvicinabile, proibitiva. Non è allora tale opera, propriamente, non sono davvero i testi poetici antologizzati in ogni libriccino, a essere l’oggetto primario dell’allettamento al consumo. Autentico depositario del senso non è il tessuto verbale in cui ogni poesia sempre s’incarna, ma in prima istanza la merce, l’oggetto-libro. Con l’alveo d’immaginario in cui esso viene strategicamente deposto, e che lo integra irrinunciabilmente. A contare assai di più, a valere quasi esclusivamente, è una certa ben precisa idea di poesia che l’operazione editoriale s’incarica di formulare e veicolare attraverso sofisticate scelte comunicative, coinvolgenti tanto il ‘prodotto’ quanto la sua commercializzazione (come si sa l’uno e l’altra, nell’attuale stadio del capitalismo, reciprocamente indistinguibili).<br />
Nell’elaborazione di questo immaginario – ideologicamente marcato – sulla poesia, la confezione, il ‘packaging’, costituisce un elemento decisivo. I volumetti proposti dal «Corriere» (e il confronto con operazioni simili presentate in passato, dallo stesso giornale o da altre testate, può riuscire illuminante rispetto ai progressi nel frattempo compiuti in termini di design editoriale e di produzione industriale dell’immaginario) sono in realtà altrettanti coloratissimi taccuini decorati. I grafici incaricati di ‘rinfrescare’ merce giacente in magazzino talora da molti decenni, di rivitalizzarla e renderla appetibile per un mercato sempre più esigente ed emotivo, hanno elaborato soluzioni non prive di eleganza e originalità. Il risultato complessivo, per chi contempli nel ‘piano dell’opera’ le copertine già disponibili, è decisamente ‘cool’, con un notevole effetto di varietà nell’omogeneità – il valore-base di quell’istinto del collezionista che si vuole evidentemente solleticare più di ogni cosa: la poesia ridotta a ‘collezionabile’.<br />
La sobrietà elegante e sovente monocroma di molte edizioni di poesia, specie novecentesche, è ben lontana dalla collana «diVERSI» – un’intera civiltà tipografica è in essa completamente obliterata. I volumetti del «Corriere» quasi perdono l’aspetto di veri e propri libri, e nel formato come in taluni dettagli (gli angoli arrotondati, per esempio) si avvicinano piuttosto a certe agende e taccuini di gran moda, specie tra i più giovani. Proprio a un pubblico giovanile – o di «giovani adulti», come usano dire ora gli analisti di mercato – la collana sembra appunto particolarmente ammiccare, col proposito non troppo velato di proporre la poesia come forma di espressione non obsoleta, per nulla paludata, non più ingrommata dalle pastoie scolastiche. La poesia al contrario è cosa contemporanea, attualissima: nel senso naturalmente di ‘dinamica’, giovanile, finanche ‘glamour’. Il design editoriale, di per se stesso, non solo suggerisce per essa modalità e tempi di consumo non convenzionali (in viaggio, en plein air, in-ogni-momento-della-giornata), ma soprattutto qualifica il libro di poesia alla stregua di uno dei tanti gadgets che oggi sono chiamati, prima ancora che a estrinsecare un loro precipuo valore d’uso, a marcare uno stile individuale, a rappresentare un accessorio personale tra gli altri: statement inteso a definire la personalità del possessore, marchio per l’ostentazione sociale e relazionale di uno ‘stile’.<br />
Va sottolineato inoltre che all’intervento volto a semantizzare direttamente il prodotto, la merce-libro, si congiunge, l’intera campagna promozionale a sostegno dell’iniziativa: il supporto mediatico, con l’irrinunciabile supplemento/rinforzo d’immaginario che fornisce, è parte integrante della merce, la costituisce come oggetto-del-desiderio. Anche la collana «diVERSI» (etichetta, quest’ultima, peraltro già pregna di ben precise prescrizioni ideologiche, che i testi disseminati da sagaci copywriter s’incaricano di rassodare) viene accompagnata da quella che sarebbe improprio definire, semplicemente, una campagna pubblicitaria. Dal momento che si tratta, più conseguentemente, di una strategia di comunicazione complessa, avvolgente (e multimediale: stampa, web, televisione), che integra il prodotto, s’incorpora alla merce, ne partecipa intimamente (probabile che i ‘creativi’ del milanese studio Dispari si siano incaricati di curare e, soprattutto, di coordinare tutti gli aspetti dell’operazione).<br />
Servirebbe un’indagine accurata, di carattere non meramente sociologico, per cercare di comprendere – attraverso una minuziosa disamina del materiale testuale (ibrido, multi-codico) prodotto attorno all’ultima collana di poesia del «Corriere» – l’universo cognitivo, assiologico, finanche patemico, evocato/attivato – attorno alla poesia e forse anche alle singole personalità dei poeti – grazie agli strumenti del contemporaneo marketing multimediale integrato. Un simile studio potrebbe sortire risultati non banali circa la vita storica della poesia nel nostro tempo.<br />
Vita – può facilmente ipotizzarsi – per gran parte apparente, fantasmatica. Nel momento in cui l’istruzione pubblica implode e s’immerda, e regrediscono largamente le abilità logico-linguistiche basilari; mentre l’esperienza umana stessa si depaupera e si adultera, si estingue nei termini in cui ci era più familiare – la poesia resta per la quasi generalità degli individui un oggetto anacronistico e muto. Ben pochi – tanto meno tra le generazioni più giovani – potrebbero oggi accostarsi a un Leopardi o a un Montale senza il supporto e la mediazione di un interprete speciale, non disponendo di un’intera e coerente pedagogia sociale.<br />
Iniziative editoriali come quella del «Corriere della Sera», oggi, hanno ben poco in comune con operazioni apparentemente analoghe, risalenti – nel nostro paese – soprattutto agli anni Sessanta-Settanta (dispense, opere a fascicoli, enciclopedie, ecc.), cui può essere effettivamente riconosciuta una qualche portata positiva – in termini di prima acculturazione per ampli strati sociali, ad esempio. Perché distribuire poesia, in una società che costantemente le nega ogni valore, che non ne promuove la conoscenza effettiva, che ne mortifica lo studio, che non riconosce tempi e modi di vita necessari a una sua comprensione reale, è esattamente come non farlo. O forse peggio – se si conviene che, in generale, sia meglio omettere che mistificare.</p>
<p><strong>*Nota</strong></p>
<p><strong>Una versione lievemente differente di questo scritto apparirà nella rivista “GenerAzioni”. Si ringrazia l’editore Milella di Lecce per averne consentito qui la pubblicazione.</strong></p>
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