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Tra sconfitti. Frammenti di dialogo

il comunismo nel buio (16)

 

a cura di Ennio Abate

“Bisogna essere disposti a cambiare opinione e a fare scelte conseguenti. Questo è il punto; ognuno alla sua maniera, ognuno con le sue conclusioni, l’importante è non farsi ingabbiare troppo dalla ideologia e dalla organizzazione entro cui si opera. Vale per la politica, vale per il lavoro, vale per la cultura.” (Cereda)

Secondo me, sbagli a ridurre il problema dell’abbandono dell’ ”idea forza” del comunismo, a cui hai aderito in gioventù militando, come me ed altri, in Avanguardia Operaia, a un semplice o sano cambio di opinione. Non è così semplice e “logico”. Si tratta del cambio di una visione del mondo e andrebbe spiegata. Innanzitutto alla propria coscienza.
Non è il cambiare idee che mi scandalizza ma il modo approssimativo con cui lo motivi.
Faccio un esempio di un ex comunista approdato alla convinzione del fallimento del comunismo: Gianfranco La Grassa, di cui ho seguito il laborioso ripensamento. Ha abbandonato quell’idea ma ha scritto per decenni numerose opere in cui ha motivato le ragioni del suo passaggio dal PCI ad un marxismo-leninismo althusseriano, poi ad una revisione del pensiero di Marx (“Ripensare Marx”) e poi alla dichiarazione dell’insufficienza di Marx (e non solo del marxismo) per cercare un’altra via, che sostituirebbe la lotta di classe borghesia-proletariato con un conflitto tra visioni strategiche, secondo me con coloriture nicciane e geopolitiche.
Ha cioè motivato a fondo il suo “cambio di opinione”. Ha dichiarato la fine di ogni prospettiva comunista, Tu invece con troppa disinvoltura scrivi: “Dice qualcuno: ma le ingiustizie esistono ancora, le contraddizioni esistono ancora, i paesi sviluppati drenano risorse da quelli più poveri, ma ricchi di materie prime. Tutto vero. Ne discende l’importanza di una democrazia solidale.”
E non t’accorgi di dirlo in un momento in cui essa è davvero agonizzante! Esalti la tua “’opzione antidogmatica”, che ti verrebbe dalla “consuetudine allo studio critico della scienza e in particolare della fisica e della matematica”. E non t’accorgi che la storia non pare più seguire una logica e non è leggibile con la logica razionale.
Proprio oggi è morto Habermas e leggo su LPLC parole di una sua allieva italiana che danno un quadro tragico e “illogico” della storia umana:
“ [La notizia della morte di Habermas è arrivata]mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, e esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.”
https://www.leparoleelecose.it/ach-habermas/ )

 l’abbandono del comunismo non è stato un semplice cambio di opinione. Si tratta di un giudizio di tipo storico che non ho emesso io ma è la storia del comunismo ad averlo emesso con l’autoritarismo, con l’autoritarismo connaturato, con il dispotismo, i milioni di morti.
Diverso se vuoi è stato invece l’abbandono del socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale.
Tra i nostri io sono uno di quelli che ci ha riflettuto e ci ha scritto altri che ci accusarono di derive verso il PC ci sono poi approdati dopo aver gestito il fallimento di democrazia proletaria.

Non esiste alcun tribunale della storia che avrebbe ratificato per sempre la “morte del comunismo”. E neppure la “storia del comunismo” ha emesso questo verdetto. Né gli oppressi o i movimenti che dall’oppressione nascono hanno tenuto mai conto di simili verdetti. Noi stessi di Avanguardia Operaia, pur venendo dopo lo stalinismo – (non era “morte del comunismo” quella sua imbalsamazione dottrinaria e autoritaria?) – non accettammo quel verdetto, accolto invece dai PCI con qualche rimaneggiamento “progressivo”.
Avevamo fiducia nel futuro, nel possibile e avevamo la capacità di accogliere le spinte di mutamento di settori vivi della società. E siamo stati a nostra volta sconfitti. Abbiamo riflettuto sulla sconfitta e l’abbiamo dovuto farlo purtroppo nella condizione degli sconfitti. E siamo divisi tra quanti – come te e altri – hanno abbandonato “il socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale” e quanti continuano – come me e altri – a “proteggere le nostre verità” (Fortini) comuniste, pur sapendo che sono state sconfitte o che – come ho scritto in un tentativo di discussione su Poliscritture il comunismo è nel buio. Mentre tanti altri hanno del tutto abbandonato ogni riflessione o discussione. Chi ha ragione? Chi ha torto? Nessuno lo può dire.
Le accuse reciproche (“traditori”, “utopisti”) sono sterili e fuorvianti. Non basta “credere” nel comunismo per realizzarlo. Non basta “credere” nella “democrazia solidale” o in un “socialismo molto temperato” per realizzarlo. Sono entrambe posizioni che tentano di affermare a parole il proprio valore. Ma ad entrambe manca “qualcosa”, che non sappiamo oggi nominare. Quella “aderenza alla realtà in trasformazione” (o teoria?) che le faccia passare da credenza o fede o quasi fede, non dico a scienza ma a discorso capace di fronteggiare la tragedia delle guerre in corso? Solo chi riuscirà a nominare (anche solo in parte) questo ignoto “qualcosa” potrà forse tornare a dire: “abbiamo ragione noi”.

furio petrossi il 

 

Come sempre, caro Ennio, fai riflettere. Voglio però sottolineare il fatto che l’”adesione in gioventù” al comunismo per alcuni (non nati in ambiente comunista) segue, non precede il desiderio di giustizia sociale. Si presenta – per alcuni – come adesione strumentale, originata da una esigenza di radicalismo, ovvero di ricerca delle radici dell’ingiustizia (radici sociali, perché su quelle psicologiche hanno già discusso Freud ed Einstein).
Personalmente il mio radicalismo è passato da una ideologia democraticista ad una post-conciliare, poi socialista e comunista, solo in seguito divenuta migliorista e solidamente riformista (ed ora? Ahimè, tutto vacilla…). Il mio desiderio di giustizia ha origine più che dalle origini familiari modeste (ma resilienti), dalla conoscenza del quartiere (soffitte e cantine) e dagli odiosi eventi internazionali.
Via via ognuna di queste “interpretazioni”, di teorie, non bastava a rendere efficace una prassi, per cui si diventa (o almeno io divento) eclettici senza essere schizofrenicamente sincretici.
Così il marxismo, per me: da guida della prassi (ma la teoria del valore non funzionava, né l’idea di scienze e tecnologia come lavoro morto…), a studioso del surplus (Sweezy), ad essere autoconvinto di avere in mano una Scienza della Storia (Althusser prima dell’uxoricidio), affascinato e spaventato dalla Cina…
In sintesi, per farla breve: ci vuole davvero un grande lavorio interno per abbandonare il marxismo come teoria, conservandone il desiderio di liberazione?

 

NOTA
Per contestualizzare questi frammenti di dialogo e conoscerne lo spunto,  vedi: “perché è importante essere disposti a cambiare opinione” Pubblicato il 20 Aprile 2016 da Claudio Cereda a questo link QUI