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	<title>idea &#8211; POLISCRITTURE</title>
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	<title>idea &#8211; POLISCRITTURE</title>
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		<title>&#8220;Obscurandum&#8221; e tre spartiti di musica contemporanea</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ennio Abate]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 08:06:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ZIBALDONE POESIA E MOLTINPOESIA]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Fabio Strinati Poter scorgere l’Assoluto ( o fine supremo ) dentro “ un noi “, ch’è richiamo verus in un oscuro barlume a volte, birifrazione del nostro pensiero tutt’altro che mera parvenza. Anziché avvertire dentro, come una scienza in stato di burbero zelo, in sé, au-delà di un’anima com’essa al di fuori si &#8230; <a href="https://www.poliscritture.it/2018/03/10/obscurandum-e-tre-spartiti-di-musica-contemporanea/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">&#8220;Obscurandum&#8221; e tre spartiti di musica contemporanea</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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		</div><p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/Strinati-sergio_albano.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-6238 size-full" src="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/Strinati-sergio_albano.jpg?resize=604%2C596&#038;ssl=1" alt="" width="604" height="596" srcset="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/Strinati-sergio_albano.jpg?w=608&amp;ssl=1 608w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/Strinati-sergio_albano.jpg?resize=300%2C296&amp;ssl=1 300w" sizes="(max-width: 604px) 100vw, 604px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabio Strinati</strong></p>
<p>Poter scorgere l’Assoluto ( o fine supremo )<br />
dentro “ un noi “, ch’è richiamo verus<br />
in un oscuro barlume a volte,<br />
birifrazione del nostro pensiero<br />
tutt’altro che mera parvenza.<br />
Anziché avvertire dentro,<br />
come una scienza<br />
in stato di burbero zelo, in sé,<br />
<em>au-delà </em>di un’anima<br />
com’essa al di fuori si mostra,<br />
gli occhi del tragitto sulla strada<br />
della conoscenza.<span id="more-6233"></span></p>
<p>L’attimo, spiraglio vero e vario<br />
che in noi si manifesta<br />
come resultato molteplice d’idea.<br />
L’attimo che si dilegua,<br />
che sfuma in un baleno certo<br />
nell’incertezza della scelta,<br />
o poter capire il <em>laudator tèmporis acti se puero </em><br />
come al volgere di uno spasimo lontano.</p>
<p>Siamo invischiati dentro un’ora di tempo<br />
e giacché vita si mostra nell’istante<br />
in cui viene sottratta l’aria al suo bavaglio,<br />
pensiamo alla percezione o illusione<br />
di cosa senilità ci dica piangendo<br />
avvolta in lacrime di pioggia.<br />
Siamo i nostri ricordi:<br />
materia conchiusa in una frase<br />
che nell’immediato, spesso si sfarina<br />
ma che nel sapido pensare assòlve,<br />
il suo compito ch’è <em>quidditate </em>( in parte )<br />
di un atlante che si modifica<br />
senza scegliere la scelta.</p>
<p>Siamo anche noi riflessi in uno specchio,<br />
in tal guisa,<br />
un oggetto che dicesi bianco<br />
poiché alle cateratte, spesso l’ombra<br />
come briciola o maceria<br />
che vi si manifesta: siamo molti e singolari!<br />
Mai inessenziali, nemmeno quando<br />
<em>abstractio &#8211; onis</em>,<br />
procede priva della sua intelaiatura<br />
in un decorrere di spazio senza tempo<br />
né misura. Pensiamo,<br />
all’estrinsecazione chirurgica d’un pensiero<br />
ché universale! Un io riflesso in sé,<br />
che vive e scompare prima nel suo interno,<br />
dipoi quasi estraneo al suo passaggio<br />
sulle tante rive parallele,<br />
che tra fuori e dentro sempre<br />
un sollécito permane.</p>
<p>Poter vedere oltre l’apparenza,<br />
come sete s’aggrappa forte in gola,<br />
e sulle pareti, scivolano pensieri<br />
rinchiusi ( alienati ) ma da un didentro mentale,<br />
ampliamente generati&#8230;. Poter vivere, ovverosìa,<br />
l’omonìmia di se stessi che pian piano<br />
si prosciuga sottotraccia, oppure, scindersi<br />
generando ombre eguali, come goccioline<br />
di condensa assomigliano al quadrato<br />
e alla radice nella scossa della forma:<br />
eccola, l’elettricità!</p>
<p>Siamo l’esito di una manna tangibile. Frutto,<br />
acerbo ed insoave è così l’uomo,<br />
che della sua esistenza persino disapprova!<br />
L’uomo viziato, momentaneo,<br />
che asseconda il suo prurito<br />
quando luce abbonda e lo acceca,<br />
quando per paradosso, si nasconde alla rinfusa<br />
o per dappocàggine voluta, necrotizza<br />
il suo nido, dapprima disertificato.<br />
L’esito come prima scelta: e l’ingegno, pavido,<br />
all’oscuro di tutto ma non dalla supèrbia<br />
che se attecchisce terra, non sarà negletta<br />
né facilmente sradicabile.</p>
<p>Il momento è a volte <em>resupinus</em>, giace e poi,<br />
si sbroglia allorché pensiero d’anguilla<br />
rapido s’insinua. Inedita l’idea è avvoltolata<br />
all’ombra di se stessa, come il serpente contorto<br />
lento si srotola appiattato, frutto del guizzo<br />
suo pensiero capitanio, scintilla riposta<br />
nel suo schizzo condottiero. <em>Momentum</em>,<br />
frazione remuneratoria che da una lenza<br />
vi deriva, come ogni sentimento<br />
risorge e si risveglia privo di vergogna,<br />
seppur vive internato nel suo lume di vita,<br />
vive a sua volta ai bordi di un palato fine.<br />
L’esito che dà certezze sempre, della battaglia,<br />
l’unica che regna eterna dove il mondo<br />
si nutre di una guerra spesso ringuainata ( riciclata ),<br />
è soltanto l’amore, che vi potrà subvenire.</p>
<p>Mera e benevola è la volontà di agire,<br />
quando resolutezza<br />
ha padronanza dei suoi mezzi, agévoli, snelli,<br />
durévoli nel tempo destinati a rallegrarsi,<br />
qualsivoglia timbro e tonalità, o colorito<br />
dell’istante che sembra talora latitare,<br />
come per taluni, l’inanità della misologia<br />
riposta con sapienza nel Fedone.<br />
Cosa possiamo disconoscere<br />
senza comprensione, se non l’ammirazione<br />
per il dubbio dove con certezza <em>de intro </em><br />
vi risiede la verità o il suo indubbio benessere?<br />
Cos’è veramente irriconoscibile<br />
se non l’idea quando si sforma a causa<br />
di qualsiasi inclinazione?</p>
<p>Momenti come giusta ispirazione. Fatti,<br />
che compiono un tragitto per dovere,<br />
che incidono, pur assottigliandosi a mano a mano<br />
nel momento in cui pure l’albatro con la podràga,<br />
riesce ad alzarsi in volo col peso dell’autopalpazione.<br />
Volontà intesa come <em>corollarium </em><br />
assortito di pace e sofferenza. Attingere dal pratico<br />
o per pretesa di cognoscere l’astuzia,<br />
come preludio o ciò che debba dirsi giusto,<br />
il faro del cavillo, o l’<em>apotheosis </em>della scelta.</p>
<p>Poter vedere l’inconveniente<br />
dietro al suono di una eco, col pensiero mordace<br />
di far risuonare la campana alla domenica<br />
o poter capire cosa ci sia dietro un epigramma<br />
finché al di là del verso, si celi un’ombra<br />
saggia e letterata come in un partèrre<br />
di odori ringalluzziti dagli elogi.<br />
Poter capire la lìbera pazienza:<br />
sentire oltre la dogana, aquile libere<br />
volare fra il letargo di una folla<br />
e lo spiraglio seppur sibarìtico,<br />
di un risveglio nell’aria o il cadere<br />
di una ghianda.</p>
<p>Siamo come in mezzadria,<br />
l’altra metà o la prima scelta; vino di Falerno<br />
o l’antico Abbuoto ( quest’ultimo<br />
per festeggiar la morte di Cleopatra ) ,<br />
che di color rosato si tinge<br />
e col passar del tempo, pure la morte<br />
invecchia e mai che si stranisce!<br />
Siamo soliti pensare all’aldilà come a un luogo<br />
di anime che vivono ignare<br />
di un mutare fisico a causa dell’infrolliménto.<br />
Pensiamo all’abbellimento di un colore<br />
scuro in viso, come monetato, o per noncuranza,<br />
un posto doppio deplorevole e troppo<br />
presto sotterrato!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Spartiti</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-25276633_10212410015218900_652150547_n.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" class="alignnone wp-image-6235 size-full" src="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-25276633_10212410015218900_652150547_n.jpg?resize=604%2C877&#038;ssl=1" alt="" width="604" height="877" srcset="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-25276633_10212410015218900_652150547_n.jpg?w=661&amp;ssl=1 661w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-25276633_10212410015218900_652150547_n.jpg?resize=207%2C300&amp;ssl=1 207w" sizes="(max-width: 604px) 100vw, 604px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-2-24992190_10212379323051615_1624572293_n.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" decoding="async" class="alignnone wp-image-6236 size-full" src="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-2-24992190_10212379323051615_1624572293_n.jpg?resize=604%2C877&#038;ssl=1" alt="" width="604" height="877" srcset="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-2-24992190_10212379323051615_1624572293_n.jpg?w=661&amp;ssl=1 661w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-spartito-2-24992190_10212379323051615_1624572293_n.jpg?resize=207%2C300&amp;ssl=1 207w" sizes="(max-width: 604px) 100vw, 604px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-finale.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-6237 size-large" src="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-finale.jpg?resize=604%2C712&#038;ssl=1" alt="" width="604" height="712" srcset="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-finale.jpg?resize=869%2C1024&amp;ssl=1 869w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-finale.jpg?resize=254%2C300&amp;ssl=1 254w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-finale.jpg?resize=768%2C905&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-finale.jpg?w=1208&amp;ssl=1 1208w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2018/03/9-mar-2018-Strinati-finale.jpg?w=1812&amp;ssl=1 1812w" sizes="auto, (max-width: 604px) 100vw, 604px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fabio Strinati</strong> ( San Severino Marche 1983 ) Poeta, scrittore, aforista, pianista e compositore. Nasce a San Severino Marche e vive ad Esanatoglia, un paese della provincia di Macerata. Molto importante per la sua formazione musicale l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci, grande pianista ed interprete della musica contemporanea. Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Sue poesie sono state tradotte in romeno e in spagnolo. È inoltre il direttore della collana poesia per <em>Il Foglio Letterario</em> e cura una rubrica poetica dal nome <em>Retroscena</em>, proprio sulla <em>Rivista mensile del</em> <em>Foglio Letterario</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Pubblicazioni:</p>
<p style="text-align: justify;">2014 Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo. Il Foglio Letterario<br />
2015 Un’allodola ai bordi del pozzo. Il Foglio Letterario<br />
2016 Dal proprio nido alla vita. Il Foglio Letterario<br />
2017 Al di sopra di un uomo. Il Foglio Letterario<br />
2017 Periodo di transizione. Bibliotheca Universalis Bucarest<br />
2017 Aforismi scelti Vol.2 Il Foglio Letterario<br />
2018 L’esigenza del silenzio Con Michela Zanarella. Le Mezzelane Casa Editrice.</p>
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		<title>Appunti politici (10): Su &#8220;Comunismo di F. Fortini&#8221;. Una polemica con Cristiana Fischer</title>
		<link>https://www.poliscritture.it/2017/09/10/appunti-politici-10-su-comunismo-di-f-fortini-una-polemica-con-c-fischer/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Ennio Abate]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Sep 2017 09:28:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ennio Abate Replico  ai commenti lasciati da Cristiana Fischer sotto i post che ho  dedicato a «Comunismo di F. Fortini» (qui, qui e qui). [E. A.] 1. No, non credo si tratti  di pignoleria ma semplicemente di anticomunismo quasi viscerale (che è per me il peggiore). I tuoi commenti svelano, infatti, molto del tuo &#8230; <a href="https://www.poliscritture.it/2017/09/10/appunti-politici-10-su-comunismo-di-f-fortini-una-polemica-con-c-fischer/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Appunti politici (10): Su &#8220;Comunismo di F. Fortini&#8221;. Una polemica con Cristiana Fischer</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="display:flex; gap:10px;justify-content:flex-start" class="wps-pgfw-pdf-generate-icon__wrapper-frontend">
		<a  href="https://www.poliscritture.it/tag/idea/feed?action=genpdf&amp;id=5568" class="pgfw-single-pdf-download-button" ><img src="https://www.poliscritture.it/wp-content/plugins/pdf-generator-for-wp/admin/src/images/PDF_Tray.svg" title="Generate PDF" style="width:auto; height:45px;"></a>
		</div><p style="text-align: justify;"><a href="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2017/09/lenin-statue-3.jpg?ssl=1"><img data-recalc-dims="1" loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-5572 size-large" src="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2017/09/lenin-statue-3.jpg?resize=604%2C409&#038;ssl=1" alt="" width="604" height="409" srcset="https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2017/09/lenin-statue-3.jpg?resize=1024%2C694&amp;ssl=1 1024w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2017/09/lenin-statue-3.jpg?resize=300%2C203&amp;ssl=1 300w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2017/09/lenin-statue-3.jpg?resize=768%2C521&amp;ssl=1 768w, https://i0.wp.com/www.poliscritture.it/wp-content/uploads/2017/09/lenin-statue-3.jpg?w=1180&amp;ssl=1 1180w" sizes="auto, (max-width: 604px) 100vw, 604px" /></a></p>
<p>di <strong>Ennio Abate</strong></p>
<p>Replico  ai commenti lasciati da Cristiana Fischer sotto i post che ho  dedicato a «Comunismo di F. Fortini» (<a href="https://www.poliscritture.it/2017/02/09/appunti-politici-3-comunismo-di-f-fortini/">qu</a>i, <a href="https://www.poliscritture.it/2017/02/09/appunti-politici-3-comunismo-di-f-fortini/">qui </a>e <a href="https://www.poliscritture.it/2017/08/09/appunti-politici-4-bis-comunismo-di-franco-fortini/">qui</a>). [E. A.]</p>
<p style="text-align: justify;">1.<br />
No, non credo si tratti  di pignoleria ma semplicemente di anticomunismo quasi viscerale (che è per me il peggiore). I tuoi commenti svelano, infatti, molto del tuo atteggiamento verso Fortini, un autore che conosci poco, e il suo marxismo. Rigettano, infatti, in un sol colpo il concetto e la parola ‘comunismo’ e l’interpretazione che ne dà Fortini nell’articolo in questione. E hanno un intento preciso: sbarazzarsi dei problemi che quell’idea e quella storia (novecentesca) potrebbero ancora riportare a galla.<br />
<span id="more-5568"></span><br />
2.<br />
Come hai scritto, a te «va bene la visione “materialista” complessiva di Ennio, nel senso che è largamente comune e condivisibile». Va bene anche «partire dalla analisi concreta della situazione concreta, cioè dalla nostra storicità nel capitalismo» o «accettare la nostra fragilità e mortalità », « svelare la servitù delle “cose dette spirituali”» eccetera. Ma soltanto per meglio liquidare ogni ulteriore interrogazione su una faccenda che, come altri, dai sepolta per sempre. Infatti, chiedi: «perché chiamare tutto ciò comunismo, anziché per esempio appello agli uomini di “buona volontà”». Fai, cioè, astutamente rifluire l’idea di comunismo in quella di cristianesimo. (Inciso: come fa un po’ anche Partesana, riconducendo il comunismo di Fortini al suo giovanile protestantesimo o alla Bibbia o al suo rinnegato ebraismo). Nella tua ottica le innegabili venature religiose e utopiche del Fortini giovane vengono scollegate dal pensiero, comunque novecentesco, di Bloch e fatte regredire al “millenarismo religioso”: «La forte carica utopica di Fortini […] affilia il comunismo al millenarismo religioso».  Quanto di quelle sue venature religiose siano rimaste intatte e consistenti o si siano ridimensionate e trasformate dopo la sua adesione al marxismo è un problema che salti completamente.</p>
<p style="text-align: justify;">3.<br />
Sostenere, come fai, che, essendo oggi «la parola comunismo […] fortemente connotata» in senso negativo, non avrebbe senso «insistere sul nome» sembra a prima vista una osservazione giustificata. Perché, effettivamente, chi tenta ancora oggi di ragionare sia sull’idea che su quella storia si ritrova in estrema difficoltà. Con questi giri di luna populistici, liberaloidi e nazionalistico-patriottici prevalenti in Italia è impresa ardua e da marziani quella di riflettere &#8211; questo è il mio scopo! &#8211; su comunismo e storia del comunismo. Tanto più che da noi l’idea di comunismo, per il ruolo storico svolto dal PCI, è stata, specie nella seconda metà del Novecento, più teorizzata scolasticamente che praticata. Figuriamoci poi il ripensare entrambe le questioni in certi paesi &#8211; penso all’ex-Urss e agli ex- Paesi dell’Est, come si chiamavano una volta &#8211; dove si sono avute le tragiche esperienze di governo della società guidate da partiti che comunisti si dichiaravano. Ed è anche vero che dagli studi storici (penso a quelli che ho citato di P.P. Poggio) «emergono le mille facce del “comunismo” che, sia come metodo di lotta, sia come quadro di riferimento, non è unitario affatto».</p>
<p style="text-align: justify;">4.<br />
Eppure ritengo inaccettabile che persone colte, invece di discutere con il necessario rispetto i limiti effettivi che ci possono essere in questo scritto di Fortini, mirino esclusivamente a liquidarlo e a sbeffeggiarlo, presentandolo sbrigativamente come «un escamotage, per togliere al comunismo la sua reale asperità storica manifestata» (Fischer) o « una supercazzola paramistica» ( Buffagni). O, come fa Aguzzi, vedono nel comunismo esclusivamente una menzognera maschera per conquistare il potere alle spalle dei  gonzi.</p>
<p style="text-align: justify;">5.<br />
Sull’uso del nome ‘comunismo’ ho già detto: così si è chiamato ieri, quando pareva una prospettiva politicamente valida; e quel nome va ancora usato oggi, quando pare prospettiva irrealistica. Perché quel nome non conteneva soltanto “ideologia” o un appello alle coscienze dei cosiddetti “uomini di buona volontà”. Ha indicato, invece, per decenni un preciso programma di lotta per milioni di lavoratori inseriti in precisi rapporti sociali di produzione e per i loro potenziali alleati (intellettuali, contadini, ecc.). Oggi la deindustrializzazione ha fatto scomparire quel tipo di lavoratori e i loro figli e nipoti si ritrovano in pratiche di lavoro e di vita mutate, ma ritengo ancora, come ho già scritto, che «è proprio quella connotazione apertamente *anticapitalistica* [della parola ‘comunismo’] che è irrinunciabile».</p>
<p style="text-align: justify;">6.<br />
Quanti dicono «che il capitalismo non sia più quello dei tempi di Marx, che ce ne siano diversi (da studiare, da capire nei loro funzionamenti concreti anche in parte inediti)» hanno in parte ragione. Non possono però sostenere che ci troviamo di fronte ad un capitalismo o a dei capitalismo mutati, sì, ma in meglio. Almeno per buona parte delle società. Possono insistere a parlare di una realtà nuova e sfuggente da riconoscere, da capire meglio o di più. Ma non possono  affermare che sia giusto aderirvi, magari per migliorarla. Se si occupassero e analizzassero da vicino le condizioni di chi oggi sopravvive con il lavoro subordinato o  addirittura senza lavoro, dovrebbero riconoscere che sono gravemente peggiorate e che qualsiasi <em>che fare </em>dovrebbe essere ripensato a partire da queste realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">7.<br />
E allora quello che non si capisce è perché sbarazzarsi di quella idea di comunismo. Fosse pure diventata un semplice *calco* ormai svuotato dal suo corpo (sociale) che lo rendeva reale. O indicasse, al momento, soltanto una prospettiva vaghissima e non praticabile politicamente nell’immediato o chissà per quanti altri decenni. E, soprattutto, non si capisce perché assecondare quelli che, con cognizione ampia o abborracciata della teoria o delle teorie e della storia o delle storie del comunismo,  la vogliono liquidare. Perché non sono in grado di indicare altre prospettive, che la potrebbero sostituire. Qual è l&#8217;eventuale vantaggio in più per chi abbandonasse la prima e aderisse al loro liquidazionismo? Una critica <em>destruens</em> del comunismo è accettabile, secondo me, soltanto se lo  si sostituisce con altro. Se no è un invito romantico e ambiguo a andare *oltre* ma senza  saper delinearne qualche tratto fondamentale innovativo e costruttivo, che non si riduca ad un adeguarsi all’esistente, cioè alla reale supremazia dei vincitori del comunismo.</p>
<p style="text-align: justify;">8.<br />
Perché dovremmo poi disfarci della *nostra storia* e di quella *prospettiva* sia pur sconfitta e ridurci a quella che tu, scimmiottando Lenin e stralciandola dalla sua visione marxista e comunista, chiami «analisi concreta» o «procedere e processare criticamente»? «L’analisi concreta della situazione concreta»  ha un senso, se possediamo (vecchio o nuovo; più o meno esplicito; più o meno razionalmente fondato) un «criterio» non meramente occasionale e individualistico per  praticarla. Né possiamo cambiare i connotati alla *nostra storia* o addomesticarne i lati tragici. Soprattutto non possiamo sbarazzarcene con un colpo di spugna magari non nominandola più, come tu suggerisci. E perciò in un commento ho chiesto: « Siamo stati o no comunisti (per qualche mese, per alcuni anni)? Quella storia è in qualche misura diventata nostra o no?». Adesso che essa – assumiamo l’ipotesi più estrema – sarebbe del tutto esaurita o è stata condannata (nei vari libri neri del comunismo), come succede alle concezioni del mondo degli sconfitti, ed è stata cinicamente deformata e resa quasi invisibile ai più, ripudiarla, rimuoverla, metterci una pietra sopra è la scelta peggiore. Le sue tracce, le sue «rovine» ci sono ancora ed è un dovere studiarle. Perché anche la semplice interrogazione su di essa di alcuni storici o di gruppi dispersi di epigoni dovrebbe interrompersi? Se, come scrivi nell’ultimo commento, Vladimiro Giacché « si impegna a tenere aperta la riflessione sul comunismo», perché non potrei farlo io o non dovrebbe farlo Poliscritture? Lui farebbe «analisi concreta» perché «l’ultimo libro è sul pensiero economico di Lenin nel governo» e valorizzerebbe «ciò che è stato». E gli altri che, invece, secondo te si limiterebbero a immaginare «“altro” che non si è dato», cioè un “possibile”, sarebbero soltanto degli sciocchi o degli imbroglioni o dei venduti o dei “paramistici”?</p>
<p style="text-align: justify;">9.<br />
Certo, questo atteggiamento di responsabilità di fronte alla storia dei comunisti può non essere condiviso da chi ad essa mai si sia avvicinato. Prendo atto, pertanto, di quanto dici e della tua personale estraneità,  quando scrivi: «Credo di non essermi mai definita comunista perché temevo un mondo o una società che vuole e conosce il bene di tutti. Il bene di tutti gestito da una parte». Ma le tue obiezioni o convinzioni non impediranno ad altri di pensarci o di lavorare in quella direzione. Posso, perciò, riconoscere che oggi l’ipotesi comunista da programma politico di partiti organizzati si sia ridotta a una semplice idea kantiana, orientativa o regolativa o persino solo ad etica privata o amicale. E che non si possa con chiarezza individuare, tra gli odierni conflitti in corso, nessuna chiara «lotta per il comunismo», come scriveva Fortini nel 1989; e che non s’intravvede nessun soggetto sociale portatore di precise istanze comuniste o ricollegabili ai punti più alti e migliori delle esperienze comuniste del Novecento. Ma – insisto &#8211; perché questa idea, e soltanto essa, non dovrebbe più essere pensata e rielaborata? Perché – coscientemente o per adesione allo “spirito del tempo” – imporre o imporci questo tabù? E soprattutto perché, nella odierna confusione di idee, <em>proteggere</em> questa idea ci renderebbe dei retrogradi o dei servi sciocchi o impedirebbe di distinguere tra il vero nuovo e il falso nuovo o di orientare una sia pur approssimativa « analisi concreta della situazione concreta»?</p>
<p style="text-align: justify;">10.<br />
Ultimo appunto. Da dove nasce poi il tono sprezzante e offensivo delle tue critiche a Fortini che ti ha fatto scrivere:«L’argomentazione [ di Fortini] è una narrazione totale, basata su un’etica laica, una versione indebolita e altrettanto fideistica della teologia politica retta dall’amore universale. A essere brutale vale come il due di coppe quando briscola è spade. Non c’è da stupirsi se molti preferiscono le antiche riflessioni religiose piuttosto che il secolarismo smart del ‘900»? E che ti ha fatto poi arrivare alla conclusione drastica: «ritengo lo scritto di Fortini un testo di idee (per non cadere in una versione riduttiva della parola ideologico), con matrici riconoscibili ma poco utili, proprio in quanto riferite a un idealismo etico astratto»? Forse – ma è discorso che qui non sviluppo – dalla tua pretesa di avere un’idea migliore – quella del femminismo – che dovrebbe sostituire (o per te ha già sostituito) quella di comunismo. E qui per ora mi fermo.</p>
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		<title>Amore per le diagnosi e poesia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ennio Abate]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Oct 2016 06:58:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Donato Salzarulo  1- Da diversi giorni conservo nella tasca sinistra del pantalone il foglietto fucsia di un post-it. Sopra è annotata la diagnosi della radiografia che Francesca ha fatto alla fronte. Si trattava di capire se i suoi mal di testa dipendessero dalla sinusite o da altro. Dovendo relazionarsi quasi quotidianamente con un gruppo &#8230; <a href="https://www.poliscritture.it/2016/10/05/amore-per-le-diagnosi-e-poesia/" class="more-link">Continua la lettura di <span class="screen-reader-text">Amore per le diagnosi e poesia</span> <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p style="text-align: justify;">di <strong>Donato Salzarulo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>1- Da diversi giorni conservo nella tasca sinistra del pantalone il foglietto fucsia di un post-it. Sopra è annotata la diagnosi della radiografia che Francesca ha fatto alla fronte. Si trattava di capire se i suoi mal di testa dipendessero dalla sinusite o da altro. Dovendo relazionarsi quasi quotidianamente con un gruppo di professori ai quali il consiglio più lieve che si possa dare è di cambiare mestiere, ero propenso a sostenere che questa fosse la causa principale dei suoi malori. Comunque, non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare del mio innamoramento per le diagnosi. Le leggo, le rileggo, le raccolgo. <span id="more-4370"></span>Quella di Francesca era l’ultima e alle mie orecchie suonava come una fonte di meraviglia: «Non focalità patologiche in corrispondenza dei segmenti scheletrici esaminati. Regolarmente pneumatizzati i seni paranasali. Nei limiti l’ampiezza della sella turcica. Regolari le rocche. Lieve deviazione destro convessa del setto nasale. Ipertrofia dei turbinati in particolare a destra.» Un linguaggio che non intende avere nulla di soggettivo, che non vuole tradire nessuna emozione del radiologo esaminatore, il cui fine è limitarsi a fornire il referto di quanto osservato sulla lastra, pullula di “lingua poetica”: l’ellissi dei verbi, le tante allitterazioni e le rime interne (esaminati/penumatizzati/ turbinati), le tante metafore come “segmenti scheletrici”, i “seni paranasali”, la “sella turcica”, le “rocche” i “turbinati”…Insomma, una vera lussuria. Richiamando le parole di un insieme di saperi, il radiologo riesce a descrivere con una certa oggettività la situazione di una parte corporea. Il lessico è una combinazione, un miscuglio di lingua comune (sella, deviazione, destra), di ottica (focalizzazione), di geometria (segmenti, seni, convessa, regolari), di anatomia (scheletrici, paranasali, nasale), di patologia (ipertrofia), di sistemi difensivi (rocche)…Alla base della rete metaforica si coglie l’idea di un corpo pronto a infiammarsi, che cova fuochi sotto la cenere, che si “pneumatizza” in modo più o meno regolare, pronto a deviare, a farsi ipertrofico, a disordinarsi. La medicina convoca tanti saperi per difenderci, per assicurarci la normalità/regolarità delle rocche corporee sempre sul punto di essere assaltate dall’interno e/o dall’esterno da agenti patogeni.</p>
<p style="text-align: justify;">2 – Ricordo quando cominciò il mio amore per il linguaggio delle diagnosi. Fu all’inizio dell’estate del 1972. Mia madre doveva compiere 49 anni. Io ne avevo 23. Sapevo fin da bambino del suo “mal di cuore”. Avevo quattro anni, quando alla nascita di mia sorella (nel 1953), ebbe il suo primo scompenso. La salvò un famoso medico del paese (don Michelino), praticandole un salasso. Io ho il ricordo di me bambino che, con le mani strette all’inferriata del balcone prospiciente la strada, piango e mi dispero «Cosa avete fatto a mamma mia?!&#8230;Cosa avete fatto?!&#8230;» Le persone che avrebbero potuto farle qualcosa erano le vicine che si affannavano al suo capezzale. Poi la crisi acuta passò. Poi tutto finì nell’oblio. Solo Lucia, la nonna materna, ogni tanto ci ammoniva: «Ricordatevi che vostra madre ha il mal di cuore!&#8230;». In quell’inizio d’estate del 1972 lo scompenso era ritornato. La ricoverammo d’urgenza all’ospedale di Vimercate. «Sua madre ha il cuore usurato» disse al primo colloquio con i parenti il vecchio primario. Usurato?!&#8230; E che vuol dire? Vuol dire vecchio, logorato, da buttar via. «Sua madre è come se avesse novant’anni.» Un dolore intenso, diffuso, inconsolabile. Non riuscivo a pensare a chi aveva dato origine al mio mondo come ad una vecchia da cui congedarsi per sempre. Ne parlavo con gli amici. Per fortuna Enrico usciva con la figlia di un primario di Niguarda. «La diagnosi… Qual è la diagnosi?&#8230;» Il padre della fidanzata del mio amico voleva conoscere la diagnosi. “Cuore usurato” era un sintagma generico, la metafora di un organo vitale logorato dall’uso. Come una macchina, un vestito, un pneumatico. Poteva essere paragonato a questi oggetti il cuore di mia madre?&#8230;Il mio rifiuto era istintivo. «Dottore, mi dica: qual è la diagnosi?&#8230; Cosa ha di preciso il cuore di mia madre?&#8230;» «Stenosi mitralica». La mia situazione psichica non migliorò. Il cuore di mia madre, comunque, non andava; comunque, funzionava sotto sforzo da anni. Dal punto di vista conoscitivo, però, il progresso era stato notevole. Avevo capito cosa produceva usura, logoramento: il restringimento della valvola mitralica. Certo, non si usciva dalla metafora del cuore-macchina, ma quel primario di Niguarda accese a tutti noi una luce. Sulla valvola mitralica si poteva intervenire allargandola o sostituendola con una protesi. L’operazione di allargamento fu fatta in autunno e mia madre si sentì ringiovanire.</p>
<p>3.- In quegli anni la spinta propulsiva del Sessantotto non si era ancora esaurita. La politicizzazione diffusa stimolava a compiere “analisi di classe” anche di atteggiamenti come quelli del vecchio primario di Vimercate. Per quale ragione non ci aveva detto fin dall’inizio la diagnosi? Perché non ci aveva prospettata la possibilità di un’operazione? Si trattava d’ignoranza o di una consegna? Pensava che fosse inutile intervenire sul cuore usurato di una casalinga povera di 49 anni? Meglio limitarsi a compensarla un po’ e poi abbandonarla alla Natura che avrebbe fatto il suo corso?&#8230;Avrei voluto porre queste domande a lui, ma non mi ricevette. Parlai, invece, con un medico più giovane. « Sì, il primario è un uomo della vecchia scuola, ma non si agiti, non si costruisca fantasie…Al momento delle dimissioni, glielo avremmo detto che sua madre poteva ricoverarsi a Niguarda, al Centro “De Gasperis” per un’operazione di stenosi…». Chissà. Continuo a pensare ancora oggi che se non avessi avuto l’occasione di politicizzarmi col Sessantotto e di conoscere amici come Enrico, la “medicina di classe” (come la “scuola di classe”) avrebbe selezionato mia madre e l’avrebbe abbandonata al suo destino prima del tempo. Nata in una famiglia povera di pastori, aveva trascorso buona parte della sua fanciullezza e adolescenza in alcune masserie del Tavoliere Pugliese, affetta spesso da febbri malariche che avevano compromesso il regolare funzionamento della sua valvola mitralica. Chi se la sente di sostenere che questa storia individuale non sia anche una storia sociale? Davvero i destini del singolo non stanno all’interno di quelli generali di una collettività? Davvero si pensa che non si incrocino?&#8230;Mia madre è morta il 18 aprile del 1999. Dopo l’allargamento della valvola avvenuto nel 1972, si sottopose nel 1978 all’intervento di sostituzione. Le fu impiantata la protesi valvolare di Björk. Durò un po’ di anni, poi subì un terzo intervento per risistemarla ed esplorare l’atrio e la valvola aortica. Sono convinto: lotte sociali e politiche per il diritto alla salute e la realizzazione di un sistema sanitario nazionale, sviluppo delle scienze, delle tecnologie mediche, della cardiologia e cardiochirugia regalarono a mia madre altri 26 anni di vita. Come si fa a negare tutto questo?</p>
<p>4– Abbandonare il linguaggio comune, generico ( “mal di testa”, “mal di cuore”, “cuore usurato”) e formulare una diagnosi è il primo problema di un medico. A volte è relativamente facile da risolvere, altre no.</p>
<p style="text-align: justify;">Tre anni fa – come passa il tempo! &#8211; , alla ripresa autunnale, una certa sera, togliendomi le calze, mi ritrovai la caviglia destra gonfia. Quando noto qualcosa d’irregolare nel corpo,  non è mia abitudine correre dal medico il giorno dopo. Aspetto un po’. Spero che l’allarme rientri, che tutto ritorni al suo posto, che la normalità (per quanto la sappia illusoria) riprenda il sopravvento.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa volta, invece, la gamba continuava puntualmente a gonfiarsi. Una sera, due, tre…Dopo una decina di giorni, Giuseppina che conosce la mia pigrizia e il mio fatalismo, prese un appuntamento col medico. Valentino è un amico. Mi cura da quasi mezzo secolo. Diede un’occhiata al piede, posò tre o quattro volte l’indice sulla superficie della tibia e mi spedì di filato a fare un eco-color-doppler agli arti inferiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Una settimana dopo, il 14 dicembre, la data è segnata sulla cartella coi risultati dell’indagine, ero steso su un lettino d’ambulatorio. Lo specialista di chirurgia vascolare, dopo avermi spalmato le gambe di gel, passava sopra una sonda e guardava sullo schermo le immagini delle mie vene. Ogni tanto mi suggeriva di respirare a pieni polmoni o di sforzarmi come se dovessi andare a gabinetto per svuotarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al termine: «Sig. Salzarulo, la sua situazione è grave!&#8230;Lei ha una trombosi venosa in corso, rischia un’embolia polmonare…Deve recarsi subito dal suo medico curante e cominciare la terapia anticoagulante con eparina e coumadin…Deve anche utilizzare una calza stringente fino all’altezza della coscia… ».</p>
<p style="text-align: justify;">Rassicurato da Valentino («Non ti preoccupare!&#8230; Cominciata la terapia, il pericolo è abbastanza ridotto…L’unico problema che avrai è il dosaggio del coumadin per regolare il Tempo di Protrombina…»), potei dedicarmi alla lingua del referto, passandola e ripassandola:</p>
<p style="text-align: justify;">«A SINISTRA Pervietà del circolo femoro-popliteo-gemellare con buona comprimibilità venosa e flusso fasico con gli atti respiratori. Fisiologica risposta alle manovre di attivazione muscolare. Non reflussi significativi. Non segni di TVP in atto.</p>
<p style="text-align: justify;">Pervietà e normocontinenza dell’ostio safeno-femorale. Pervietà e normocontinenza della vena safena interna che risulta di calibro regolare, lungo tutto il decorso. Pervietà e normocontinenza della vena safena esterna che risulta di calibro regolare.</p>
<p style="text-align: justify;">A DESTRA pervietà della vena femorale comune, della vena femorale profonda in assenza di segni di TVP. Pervia la vena femorale superficiale che presenta diffuso ispessimento parietale ma risulta essere ben comprimibile con flusso modulato con gli atti del respiro. Trombosi della vena poplitea che risulta occupata da materiale ipo-anecogeno ed incomprimibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Pervietà e normocontinenza dell’ostio safeno-femorale e della vena safena interna. Pervietà con normocontinenza della vena safena esterna che risulta essere ectasica verosimilmente con funzione vicariante.»</p>
<p style="text-align: justify;">Il lessico è prevalentemente medico-anatomico. Ma non mancano parole e sintagmi di registro comune: ovviamente “vena” , “calibro regolare”, “decorso”, “in assenza di segni”, “flusso” “atti del respiro”, ecc. Le parole ricorrenti  sono “pervietà”, “normocontinenza” e “vena”. Quest’ultima, accoppiata con “safena esterna” o “safena interna”, oltre a farci conoscere il nome di alcuni nostri fondamentali vasi sanguigni, produce un sintagma musicale con rima interna e allitterazione. Non male neanche i sintagmi “vena femorale comune”, “vena femorale superficiale” e “vena femorale profonda”. Ritmo e musicalità vengono  regalati da: «Pervia la vena femorale / superficiale che presenta / diffuso ispessimento parietale / ma risulta essere ben comprimibile / con flusso modulato / con gli atti del respiro». Doppio novenario iniziale, due endecasillabi centrali (il primo piano, il secondo sdrucciolo) e doppio settenario finale. Un bel circolo all’interno del quale il flusso sanguigno si modula e armonizza con gli atti del respiro. Certo, per la comprensione del significato di diversi sintagmi fui costretto a ricorrere al dizionario: mi riferisco, in particolare, a quel “materiale ipo-anecogeno” che, occupando la vena poplitea destra, mi procurava di fatto la trombosi. O anche a quell’attributo “ectasica” della mia vena safena esterna… Capii che “anecogeno” significa letteralmente che “non genera eco” o che ne genera “ipo”, cioè poco. Si tratta, quindi, di formazione liquida quasi certamente benigna, formazione che l’ecografo vede sullo schermo di colore nero. È meraviglioso scoprire che ogni parte del nostro corpo ha un suono o rimanda un’eco trasformata in colore dalla macchina.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ectasica”, invece, è una vena patologicamente dilatata. In breve, a causa del trombo formatosi nella poplite, la safena esterna, assumendo una “funzione vicariante”, cioè sostitutiva, si dilatava come non doveva. Da qui il mio gonfiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché una trombosi? Le ragioni possono essere diverse. Dopo aver fatto ulteriori esami, la mia è quasi certamente dipesa dalla vita che conduco. Non è salutare passare ore seduto sullo schermo di un computer o sulle pagine di un libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Studiando un referto si guadagna in poesia e conoscenza. Una ventina d’anni fa scrissi questi versi: «Il tuo piede greco / è il mio secondo cuore: / una straordinaria / macchina d’amore».  “Secondo cuore” era una precisa metafora, che coglieva il funzionamento reale della circolazione sanguigna degli arti inferiori. La trombosi è stata l’occasione per ripassare la lezione. Davvero le nostre gambe funzionano come un “secondo cuore”. Perché torni a ossigenarsi il flusso del sangue deve essere ripompato su, deve vincere la forza di gravità. Le valvole devono funzionare, evitare il riflusso.</p>
<p style="text-align: justify;">5– Con la mia trombosi venosa profonda (in sigla, TVP), tutto sommato, sono stato fortunato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è quando un bel giorno avverti un cambiamento nel timbro della voce e non sai spiegarti la ragione. Non sei intasato. Non è il cambio di voce indotto da un forte raffreddore o da un’influenza. Un po’ hai paura, un po’ cominci a tacere, a ridurre i tuoi colloqui, le tue conversazioni. Vai dal medico e ti dice: «Chissà!&#8230; Forse è un momento…Forse sei solo un tantino depresso…». Trascorre qualche mese e t’accorgi che neanche le dita delle mani rispondono a dovere. Non tieni bene la penna, fai fatica ad allacciarti le scarpe, senti impacciata quella che a scuola chiamiamo “motricità fine”…Dio mio, cosa mi sta succedendo?!&#8230;Ho una paralisi progressiva?&#8230; Qualche volta ho l’impressione di avere le vertigini. Perdo l’equilibrio…</p>
<p style="text-align: justify;">Si torna e ritorna dal medico. Comincia la lunga serie d’esami e accertamenti. Intanto, è passato un anno e mezzo e non hai risolto nulla. Non sai di che morte morire né di che vita campare. O meglio, di che vita lo sai: sempre in allarme rosso, col falco dell’ansia e del timore nella testa. Per il resto, non va, proprio non va. T’accorgi che non riesci più a guidare bene neanche la macchina. E continui ad articolare male le parole e le frasi. Anche la deglutizione non va come dovrebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">A maggio sei andato in visita dal primario di un reparto di neurologia. Qualche settimana prima hai fatto un elettromiografia nel primo ospedale che te l’ha prenotata. Diagnosi: «sofferenza di radicolopatia bilaterale.» Ma lo specialista non ne è convinto e al termine della visita ti scrive: «Il quadro non è del tutto convincente per una encefalopatia di tipo pseudobulbare, vanno escluse sia una sofferenza del motoneurone (emg di controllo) che, più probabile, una sindrome cerebellare o degenerativa  o paraneo (eseguire anticorpi anticervelletto, markers neoplastici).»</p>
<p style="text-align: justify;">“Encefalopatia”, “sofferenza del motoneurone”, “sindrome cerebellare o degenerativa”, “paraneo” le parole ti dicono che sei entrato in un tunnel. Lo specialista non si pronuncia, ancora non ti sa dire in quale tipo di tunnel sei entrato…ma qualcosa c’è che non va. Riguarda il cervello. Quando si comincia a parlare di questa massa misteriosa protetta dalla scatola cranica, le diagnosi si fanno sfuggenti. Dove c’è meno conoscenza anche la poesia perde mordente. Si accascia sulle parole comuni:“encefalopatia” è solo una parola dotta per dire “sofferenza del cervello”. Come il “mal di cuore” di mia madre. Ma cosa ha mai questo cervello che non mi fa più parlare come vorrei, che mi fa camminare allargando le gambe, che mi fa sentire addosso una debolezza inimmaginabile?&#8230;Non lo so e non lo sa neppure lo specialista.</p>
<p style="text-align: justify;">Certe diagnosi probabilmente risultano chiare peggiorando. Sottoposto sei mesi dopo all’elettromiografia di controllo e all’elettroneurografia,  la diagnosi muta. Ciò che prima era escluso, ora viene incluso: «sospetta malattia del motoneurone». La sicurezza non c’è ancora, ma il sospetto si. Tanto basta per finire in apnea, per dare una spinta al tuo capogiro.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi torna in mente zia Francesca. Fu la mia più grande illusione. Quando la parete dei neuroni cominciò a scrostarsi e l’Alzheimer avanzò come un cavallo al galoppo, la sua lingua pungente finì sotto i piedi e con lei l’orgoglio smisurato e il prato d’intelligenza di cui si sentiva ossessivamente regina. E se “anima”, “psiche”, “coscienza” fossero solo dei fragilissimi veli? Se fossero solo illusioni di quell’universo straordinario nascosto dietro la nuca?&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo tutti scatole cinesi<br />
magie di storie intrecciate.<br />
La tragedia è assicurata.<br />
Il lieto fine soltanto<br />
fantasticato.</p>
<p style="text-align: justify;"> L’amico del prodigio e mio fratello<br />
stanno male. Gli specialisti<br />
sospettano una malattia fatale.<br />
Non voglio vederli trasformati<br />
in statue di sale.</p>
<p style="text-align: justify;">3 dicembre 2014</p>
<p>&nbsp;</p>
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