Sraffa e il valore

di Franco Romanò

PIERO SRAFFA
Esergo
“Tutte le epoche in regresso e in dissoluzione sono soggettive, mentre tutte le epoche progressive hanno una direzione oggettiva.” W. Goethe nei colloqui con Eckermann
«La posizione consapevole significa che lo scopo precede il risultato. Questo è il fondamento dell’intera società umana» (14). 14     Ont. II, p. 739. Lukacs

Sraffa dopo Graziani di Emiliano Brancaccio
L’interpretazione del sistema sraffiano suggerita da Augusto Graziani  può essere intesa non come un’alternativa ma come un possibile complemento delle analisi tradizionali di tipo classico-keynesiano. La chiave di lettura grazianea sembra particolarmente adatta a descrivere la dura realtà del comando capitalistico contemporaneo e pare suggerire una interpretazione dello schema di Sraffa in chiave “rivoluzionaria”, critica verso le concrete possibilità del riformismo politico.

Premessa
Il punto di partenza scelto, per ricostruire l’opera di Piero Sraffa, sono Le note di lettura sulle teorie avanzate del valore. Si tratta del resoconto trascritto delle sue lezioni, alternate da altre note e riflessioni. Si tratta di un corpus fortemente magmatico, spesso colloquiale, non sempre chiaro. Il testo su cui ho lavorato è quello che si trova in rete a questo link:
Sraffa Papers Trinity 2.0 Arrangement D2/4 Lecture Notes on the Advanced Theory of Value, 1928-31. Arrangement and Transcriptions by Scott Carter*
Il primo problema da affrontare riguarda naturalmente la traduzione e questo a sua volta presuppone una riflessione preliminare sullo stile di Sraffa, che mette a dura prova per le sue caratteristiche fortemente ellittiche, che contraddistinguono peraltro la sua intera opera, a parte Produzione di merci a mezzo merci, che tuttavia sarà scritto nel 1960, dopo un lungo peregrinare fra teoria economica, urgenze politiche e crisi personali. Sraffa inizia spesso un discorso per poi abbandonarlo con improvvise mosse del cavallo che portano in un’altra direzione, le quali non sembrano avere nessi con quella precedente. In realtà non è così, c’è sempre uno scopo che pian piano viene alla luce, ma seguirlo nelle sue peregrinazioni implica sempre il rischio di perdersi. Considerando l’insieme della sua opera, l’immagine migliore che mi viene in mente è quella di un grande laboratorio, non troppo diverso dai Grundrisse e, come in quel caso, è tempo perso soffermarsi sulle contraddizioni – che è scontato si trovino – ma bisogna piuttosto cercare d’individuare i percorsi diversi e gli intrecci possibili che ne possono o derivare e di cui il libro del 1960 costituisce di certo un punto fermo per Sraffa, ma non necessariamente per chi si dedica all’insieme della sua opera. Tuttavia, per cominciare bisogna per forza fare delle scelte e ho pensato che tradurre tutto sia troppo dispersivo, anche perché alcuni passaggi sono poco chiari e lo stesso trascrittore si trova in difficoltà. Ho deciso allora di operare per tagli – a volte molto lunghi. Le parti tradotte sono seguite da riflessioni e commenti sul testo. La versione inglese trascritta, tuttavia, viene pubblicata per intero come appendice, suddivisa in capitoli, così che ognuno potrà, volendolo, avere un’idea completa del testo alla fonte Il criterio seguito per arrivare a tale suddivisione è molto semplice: quando è Sraffa medesimo a dire con chiarezza che si cambia argomento. Leggendolo si capirà per quale ragione lo stesso trascrittore Scott Carter sia costretto a continue note redazionali, cui pure io ho dovuto fare ricorso.
Tuttavia anche tale criterio, permette di superare alcune difficoltà, ma non tutte. La prima consiste in questo: mentre teneva le Lezioni, Sraffa scriveva anche altro e altrettanto importante. Ho pensato allora che fosse necessario adottare anche una sorta di sguardo laterale che sarà rivolto ad alcune ricerche di chi ha già messo da tempo le mani nell’archivio di Sraffa, scegliendo però un approccio che, pur nella flessibilità necessaria, vuole essere il più possibile coerente e rigoroso: privilegiare quegli autori e quelle riflessioni e analisi che prendono in considerazione gli scritti di Sraffa coevi alle Lezioni, ma non sempre consonanti con le medesime. Infine, arriviamo alla terza e ultima difficoltà. La ricerca di Sraffa è segnata da una cesura temporale – gli anni che dedica alla cura dell’opera omnia di Ricardo – e dalla ripresa negli anni ’40, quando riparte dallo stesso punto dove si era interrotto, ma in una situazione molto cambiata. Anche la ripresa può essere suddivisa in due momenti distinti: la pubblicazione dell’introduzione all’opera di Ricardo del 1951 con un saggio altrettanto importante di Giorgio Gattei, infine Produzione di merci a mezzo merci del 1960. Anche in questo caso. è impossibile rivolgersi al testo del 1960 senza considerare il precedente. In sostanza, l’unico modo di approcciare un’opera così singolare come quella di Sraffa, è di aderire a propria volta a un metodo ellittico quanto il suo, fatto di accostamenti paratattici e analogie.
La convinzione che mi sono fatto è che la sua opera vada vista non solo come un ritorno all’economia classica e un rifiuto dell’aberrazione marginalista, ma come un tentativo grandioso e non importa se pienamente riuscito o meno, di fondare su basi diverse la scienza economica come strumento di riorganizzazione di una società piuttosto che come semplice critica dell’economia politica capitalistica; dunque un tentativo di sottrarre l’economico al giogo capitalistico per ricondurlo a strumento di organizzazione di una società. Un ulteriore chiarimento è forse necessario. Quando Sraffa parla di società o addirittura di comunità non intende un organismo armonico, sebbene l’armonia sia una delle sue aspirazioni. Sraffa non ignora che la società è terreno di conflitti e lo dice esplicitamente anche nelle note sulle lezioni. In Produzione di merci a mezzo merci e precisamente nel capitolo in cui sostiene che la ripartizione del reddito fra salari e profitti dipende dai rapporti di forza, si esprime a mio avviso in modo più che chiaro. In questo senso Sraffa a me pare si collochi nel solco di Marx, ma per andare oltre, ragionando cioè come un uomo, un pensatore e un economista che si trova già nella fase di transizione e non più solo in quella di messa punto degli strumenti di una critica dell’economia politica. Quello era stato il compito prevalente di Marx e dei primi che si posero anche il problema di coprire i vuoti o le aporie lasciate dal Moro, in primis Rosa Luxemburg. Sraffa, comunista anomalo, come lui stesso si definisce, va considerato a mio avviso come un pensatore della transizione dentro la transizione. L’attenzione dimostrata dalle sue continue discussioni con Keynes sull’Urss, nonostante l’insofferenza del secondo, sono un’ulteriore conferma del suo spirito, per niente solo accademico. Più andavo avanti a leggerlo e più mi domandavo se la ragione del suo interesse per il campo socialista fosse determinato dalla convinzione che la rottura del 1917 sarebbe stata irreversibile, come peraltro hanno creduto in tanti anche fuori dal campo comunista, oppure proprio il contrario! A livello di semplice ipotesi iniziale potrebbero essere vere entrambe, ma spero che nel percorso si chiarirà quale delle due abbia maggiore probabilità di esserlo.

PARTE PRIMA: LE LEZIONI E LE NOTE DI LETTURA
La prima citazione, dopo i saluti di rito e alcune indicazioni su testi contemporanei di economia, sembra a prima vista solo un preambolo colloquiale:
Poi, naturalmente ci sono gli Economisti Classici. La miglior cosa da fare sarebbe di leggerli in originale – sono sicuro che li trovereste più leggibili e meno astrusi dei moderni economisti. Tuttavia, suppongo che ci siano poche probabilità che qualcuno si senta indotto a farlo. In mancanza di questo, una lettura eccellente è quella del professor Cannan: Storia delle teorie della Produzione e della Distribuzione nella Politica economica inglese dal 1776 al 1848. Se leggete questo libro vi invito a una certa cautela riguardo ai commenti del professore, assai critico verso gli Economisti Classici; anzi, pensava che fosse tutto un nonsenso …
Sraffa fa abbondantemente uso dell’ars retorica in questo passaggio, ma nel suo nucleo, se posso usare questa metafora, compare – sotto traccia – ciò che in una partitura musicale si definisce come chiave. Il contesto è decisivo. Sraffa ha già scritto alcune delle equazioni (probabilmente nel 1927 se non addirittura prima), che entreranno in ‘Produzione di merci a mezzo di merci‘ decenni dopo e le ha già sottoposte a Keynes; ma, cosa ancor più importante, è già convinto che il marginalismo – che nel brano citato viene indicato come moderni economisti – non sia una nuova teoria economica ma un’aberrazione. Tuttavia il marginalismo è dominante in ambito accademico e non solo. D’altro canto, su alcune questioni nevralgiche – per esempio la teoria del valore lavoro – Sraffa ha molti dubbi e si trova dunque in una posizione assai scomoda: rifiuta il marginalismo, ma un semplice ritorno ai classici e a Marx non gli sembra possibile. L’ars retorica viene allora in soccorso, ma non è un escamotage. Non è difficile pensare che molti di quegli studenti cui si rivolgeva siano andati poi a leggerli in originale i classici ed era proprio quello che voleva. Lo voleva anche per sé, sebbene una direzione chiara su dove andare probabilmente non l’avesse affatto in quel momento. Tuttavia, questo non gli impedisce di affrontare le questioni di petto come si evince subito dal passaggio successivo.
‘La teoria generale del valore essendo intesa in modo da rendere conto delle caratteristiche comuni e delle diverse condizioni in base alle quali i valori delle diverse merci sono determinate, è necessariamente astratta nei suoi caratteri. Essa si muove a partire da un ristretto numero di assunti e da esse deduce il modo in cui si arriva a raggiungere un equilibrio. Inoltre, potrebbe sembrare a prima vista che tale teoria sia una costruzione puramente logica e dunque che l’attitudine da tenere nei suoi confronti al fine di comprenderne le implicazioni, sia prima di tutto quella di cercare in che misura corrisponda ai fatti, dal momento che le conclusioni saranno rappresentative nella stessa misura; solo in un secondo tempo si seguirà il processo logico di deduzione. Se così è, avere contezza della storia delle dottrine, avrebbe un valore in sé, ma non sarebbe affatto richiesto per la comprensione della teoria in quanto tale. La storia sarebbe semplicemente il report di una serie di errori che sono stato corretti successivamente. Alcuni fra coloro che hanno scelto tale strada hanno stabilito definitivamente che la storia delle dottrine economiche dovrebbe essere solo una storia delle dottrine veritiere …. Ovviamente un punto di vista come questo implica una fede assoluta nella finalità delle dottrine attuali; inoltre esso sorvola sul fatto, almeno così penso, che le dottrine economiche, sia quelle antiche sia moderne, non sorgono soltanto dalla curiosità intellettuale, di scoprire le ragioni di ciò che accade dentro una fabbrica oppure nel mercato. Esse sorgono da problemi pratici che si presentano alla società e alla comunità e che richiedono di essere risolti. Ci sono interessi opposti che supportano una soluzione o l’altra e cercano teoricamente – è un dato universale – argomenti per provare che la soluzione da essi indicata è conforme alle leggi naturali, o all’interesse pubblico generale, oppure all’interesse della classe dirigente o qualunque sia l’ideologia in quel particolare momento dominante’.
Questo brano è più che sufficiente per togliere di mezzo tutta una serie di sospetti su Sraffa, duri a morire, primo fra tutti l’accusa di avere scritto una teoria algida e sostanzialmente asettica, quasi una trasposizione nella teoria economica dei procedimenti delle scienze dure. Vero è che alcune affermazioni e scelte di studio di quegli anni possono fuorviare – risale a quel periodo l’interesse di Sraffa nei confronti della fisica di Poincaré – ma si vedrà successivamente come tale interesse dipende sia un problema specifico – la necessità di avere a disposizione strumenti matematici più sofisticati per la soluzione dei problemi economici – ma più in generale per la vastità dei suoi interessi culturali. Non è il caso di discuterne qui, almeno per il momento, ma prima o poi bisognerà pure prendere in considerazione l’influenza che le discussioni con Wittgenstein ebbero su di lui e viceversa. Inoltre, Sraffa ha ben chiaro, come si evince dal brano citato, che l’economia e la politica economica sono necessariamente oggetto di controversie e di scontri politici ed è impossibile separare la scienza dagli interessi che si coalizzano intorno a una teoria o a un’altra, come ribadisce anche nel prosieguo.
Una volta sorte così le teorie si sviluppano in un modo che è in una certa misura indipendente dagli interessi pratici che le avevano originate. Naturalmente questo è solo parzialmente vero e non segna la fine delle connessioni con le politiche pratiche: nella maggior parte dei casi una teoria che in origine fu usata per supportare una politica data acquisisce gradualmente un aspetto scientifico, cioè si distacca dal problema pratico da cui era sorta. Questa è la ragione per cui essa acquista una grande autorità e finisce per essere considerata come il risultato di ricerche imparziali. Ne consegue che, proprio in ragione dell’indipendenza e del prestigio che ne deriva, la sua solidità nel supportare oppure opporsi a una certa politica ne risulta ancor più accresciuta; perciò e inevitabilmente, la teoria diventa di nuovo oggetto di controversie di carattere pratico. C’è pure un’altra ragione per affermare la necessità della conoscenza della storia delle origini delle teorie economiche al fine di comprenderle. Ogni economista considera che il pubblico cui si rivolge abbia già scoperto, giusta o sbagliata che sia, una spiegazione dei fenomeni economici; perciò un larga parte del suo lavoro è volto alla correzione delle opinion popolari e a dissolvere la vastità dei pregiudizi … Quando poi la teoria si è cristallizzata e si sono dimenticate le modalità in base alle quali è cresciuta, siamo portati a sovrastimare l’importanza di certi elementi perché si sono scordate le ragioni storiche che determinano una larga parte dell’accettazione di una certa teoria. Un elemento di ulteriore disturbo è dato dal fatto che nel background di ogni teoria del valore c’è una teoria della distribuzione. Il problema reale da risolvere e cioè “Perché una merce si scambia con un’altra a una certa ratio?” si trasforma costantemente in un altro quesito: “In che modo il prezzo ricevuto si distribuisce fra i diversi fattori della produzione?” C’è il continuo tentativo di visualizzare nel microcosmo di una particolare merce un processo che invece avviene in tutte le merci, considerate simultaneamente, cioè in una società considerata come un insieme. Spesso le teorie della distribuzione, a loro volta, non sono prese in considerazione come un mezzo per analizzare il processo in base al quale il prodotto viene distribuito fra le diverse classi sociali, ma come un mezzo per dimostrare che il sistema è attuale è sbagliato e bisogna cambiarlo, oppure al contrario e che esso è giusto e deve essere conservato. In questo, invece di un’analisi di ciò che esiste le teorie diventano forme di propaganda …
Contemporanee a queste prime affermazioni affidate alle Lezioni, la ricerca di Sraffa corre su un binario parallelo, sul quale egli affronta di petto la teoria del valore-lavoro, espressione che – sia detto per inciso – Marx non ha mai adoperato. Su questa parte delle riflessioni del nostro, Neri Salvadori e Heinz Kurz hanno scritto un importante saggio di cui mi servirò, anche perché esso riporta citazioni di Sraffa, significative e in dialogo a volte concorde e a volte discorse, con le Lezioni medesime. Questo percorso parallelo confluirà nel libro del 1960. Nel capitolo quarto dell’Introduzione, intitolato La critica di Sraffa alla teoria del valore lavoro, Salvadori e Kurz ricordano che nella prima fase della sua ricerca, fino al 1929 e dunque coeva alle lezioni, Sraffa si oppose all’impiego del concetto di lavoro come quantità di nelle sue equazioni e insistette nell’affermare:
È l’intero processo di produzione che deve essere definito con “lavoro umano” e per questa ragione esso è causa di tutti i prodotti e di tutti i valori. Marx e Ricardo usano la parola lavoro in due diversi significati: il primo è quello già detto il secondo è considerare il lavoro come uno dei fattori della produzione (ore di lavoro, quantità di lavoro ecc). La confusione fra questi due diversi significati portò a un intreccio che considera il valore in termini di quantità proporzionali di lavoro incorporato mentre avrebbero dovuto dire “dovuto al lavoro umano), ma nel primo senso e cioè come quantità non misurabile o piuttosto per nulla una quantità.
Il punto di vista qui espresso da Sraffa in merito alla quantità di lavoro è destinato a mutare, ma la parte più interessante dell’argomentazione, destinata a rimanere, sta nel definire l’intero processo di produzione come “lavoro umano” . L’affermazione ha un profondo senso antropologico e storico (e non vi è dubbio su questo, visto che proprio in quegli anni, Sraffa indirizzerà i suoi studi anche in quella direzione), ma si riferisce al lavoro dell’ente generico (Gattungswesen in Marx), su cui aveva scritto pagine mirabili anche Engels in Dialettica della natura, per esempio riferendosi all’evoluzione della mano. In questo senso è vero che si tratta di una qualità (o niente affatto di una quantità come scrive Sraffa) non calcolabile: non è possibile calcolare in quale momento preciso dell’evoluzione il pollice opponibile ha fatto compiere agli umani il salto che li separa dagli altri primati, oppure quando la mano capace di scolpire l’ossidiana ha scoperto che poteva fare la stessa cosa con il legno. Sappiamo che questo è avvenuto e appartiene all’umano come ente generico, cioè non specializzato, come lo sono invece le api o le termiti. Quando però si esamina cosa sia il lavoro nell’ambito del sistema capitalistico, esso non appare più soltanto come una prerogativa antropologica dell’ente generico, ma viene alienato nella produzione da un comando specializzato che si pone come automa dotato di tecniche specifiche in quanto detentore dei mezzi di produzione ed è in quel momento che diviene anche calcolabile come fattore della produzione. Il ragionamento di Sraffa ha dunque una sua pregnanza che lo porterà a cercare di definire in termini fisici i mezzi di sussistenza, che è uno degli aspetti – per molti – fra i più indigeribili della sua teoria, almeno se ci limitiamo a Produzione di merci a mezzo di merci. Anche il suo scrivere di sussistenza è stato equivocato, anche da me, che in un primo tempo ho pensato a un uso improprio della parola. Oggi sappiamo invece che Sraffa studiò proprio le società primitive: l’equivoco, in parte generato da lui stesso, sta nel fatto che le quantità indicate nelle prime equazioni non si possono riferire a una società primitiva. Sraffa lavora su un doppio registro e non sempre chiarisce quando usa l’uno o l’altro. Nel momento in cui scrive le equazioni ha in mente la nostra società, ma allora cosa cerca Sraffa nelle società primitive e perché parla di sussistenza in due accezioni diverse? Credo che la sua ossessione fossero l’equilibrio e persino l’armonia, che vengono invece sconvolte quando si produce un surplus. In effetti lo dice espressamente ed è questo che rende comprensibili le affermazioni che seguono:
…. Sono invece le quantità di mezzi di sussistenza destinati ai lavoratori ad avere un significato senza alcuna ambiguità, mentre tale ambiguità esiste rispetto al lavoro quantificato. …
Commentando quest’ultimo passaggio Neri Salvatori e Kurz scrivono:
Durante gli anni ’20 in tutte le note e gli scritti di Sraffa compare tale critica a Marx per poi ritornare a Petty e ai Fisiocratici … ‘Essi consideravano la produzione come un flusso circolare (come gli economisti austriaci), piuttosto che una sequenza unidirezionale che dagli originali fattori della produzione porta alle merci finali. …’
Neri Salvadori e Kurz hanno ragione a sottolineare questo passaggio, ma mi convince di meno, invece, l’affermazione che la mancanza di una quantificazione del lavoro, sia ovvia nelle equazioni a prodotto unico e senza surplus, dal momento che tale quantificazione non sarebbe affatto necessaria in quel contesto. Penso infatti che il problema sia da porre in altro modo e lo faccio ponendo un interrogativo: la parola lavoro ha lo stesso significato in una economia in equilibrio statico e in una in cui si produce un surplus? In ogni caso, anche nel caso in cui si decidesse di usare il termine, non si tratterebbe di lavoro salariato.

APPENDICE.
Il testo inglese qui di seguito è la trascrizione delle Lezioni di Sraffa sulle Teorie del valore. Si tratta di un testo laboratorio non sempre chiaro. Lo pubblichiamo per intero, a differenza della traduzione italiana, seguendo però l’ordine dei commenti e delle riflessioni contenute nel testo italiano tradotto.
Sraffa Papers Trinity 2.0 Arrangement D2/4 Lecture Notes on the Advanced Theory of Value, 1928-31. Arrangement and Transcriptions by Scott Carter* 
Then there are of course the Classical Economists. The best thing would be to read them in the original - I'm sure you would find them more readable and less abstruse than modern economists. But I suppose there is very little chance of inducing anyone to read them. Failing this, an excellent summary, with brilliant criticism, is given by Professor Cannan, History of the Theories of Production and Distribution in English Political Economy from 1776 to 1848. If you read this book you should be careful to take sys towards prof. Cannan's comments an attitude almost as critical as that which he takes towards the Classical Economists - in fact he thinks it is all nonsense. The general theory of value being intended to take into account the common characteristics of the most diverse conditions under which values of different commodities are determined, it is necessarily very abstract in character. It moves from a relatively small number of assumptions and deduces from them the way through which an equilibrium is reached. It might therefore appear at first sight that the theory is a purely logical construction and that the attitude to take towards it in order to understand its implications is simply first to find out to what extent its assumptions correspond to the facts, since the conclusions will be to same extent representative, and then to follow the logical process of deduction. If that were so, then acknowledge of the history of the doctrine would have an importance for its own sake, but it would not be required for the understanding of the theory as it stands. The history would be simply the record of a series of mistakes which have been successively corrected. Of course, this point of view implies an absolute belief in the finality of present doctrines; besides, it overlooks, I think, the fact that economic theories, whether ancient or modern, do not arise out of the simple intellectual curiosity of finding out the reasons for what is observed to happen in the factory or in the market place. They arise out of practical problems which present themselves to society the community and which must be solved. There are opposite interests which support either one solution or the other and they find theoretical, that is universal, arguments in order to prove that the solution they advocate is conformable to natural laws, or to the general public interest, or to the interest of the ruling class or to whatever is the ideology which at the particular moment is dominating. Once they have arisen in this way, theories transform and develop in a way which to same extent is independent from the practical interest from which they have originated. This however is only partially true. But this is not the end of their connection with the practical policies: in most cases a theory which in its origin was used in support of a given policy gradually acquires a scientific aspect, that is, it becomes detached from the practical problem out of which it has arisen. But for this very reason the theory acquires greater authority and comes to be regarded as the result of impartial inquiries. Then, by reason of this independence and of the prestige it derives from it, its effectiveness for supporting or opposing a particular policy is again increased, and thus inevitably the theory again becomes the object of controversies of a practical character. There is also another reason for the necessity of the knowledge of the history of their origin in order to understand economic theories. Every economist finds that the public to whom he addresses himself has already found for himself an explanation, whether right or wrong, of economic phenomena; and therefore a large part of his work is directed to correct popular opinions and to dispel widespread prejudices. Thus every economist tends to frame his theories in such a way that certain elements acquire in them an importance which is entirely out of proportion of the part they play in real life; but reflects the necessity of in which the economist has been of opposing obsolete theories or popular prejudices. And when the theory has crystallized and we have forgotten the way in which it has grown, we are often inclined to over-estimate the importance of certain elements simply because for long forgotten historical reasons they play a very large part in accepted economic theory. A further disturbing element is that in the background of every theory of value there is a theory of distribution. The real problem to be solved by a theory of value, that is: “Why is a commodity exchanged with another in a given ratio?” is constantly transformed into the entirely different one: “How is the price received for the product distributed between the factors of production?”. There is a continuous attempt at visualizing in the micro cosmos of any one particular commodity a process which takes place only in all commodities as a whole, considered simultaneously, that is in society as a whole. And often theories of distribution in their turn are meant not so much as a means to analysing the actual process through which the product is distributed between different classes as for showing either that the present system is wrong and should be changed, or that it is right and should be preserved. Thus from an analysis of what is, it the theory becomes a form of propaganda for what ought to be. Now, the influence of these disturbing elements can be traced in the works of all economists. We must remember that this fact tends to be obscured by the difference between our the modern notion of natural laws and the notion that Adam Smith had, which was typical of eighteenth century thought. We conceive a natural law as the way in which a particular class of events takes place, such that it is inconceivable that they could happen otherwise. But Adam Smith regards natural law as a sort of external force directed to beneficent and harmonious ends, to whose operation it is however possible to escape on condition of becoming liable to a sanction. Now this notion is very well suited when a particular policy, which is advocated, has to be represented as a natural law, in a way in which the modern conception could not possibly be used.

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