Articolo recuperato. Data: novembre 2005
Le pallottole di carta non fanno male
(cardinale Camillo Ruini)
di Ennio Abate
Ah sti-ntellettuali ex sessantottine
cumm’a mme pensionate, ma accussì stunate
addurmute, ca capa cionna
ncoppa a vrasera re rivvoluzione astutate!
Che d’improvviso ti sobbalzano
al crepitio scintillante delle faville
sgomenti de la violence:
Uuuh mamma mie, les banlieus, le casseurs !
Chiste songhe les neveux
de l’homme de la serpe
(Fanon docebat!) e allore
attacchamme subbite che litanie:
Ah, come son belle le democrazie
che pur ci donano un FUTURO
«per quanto esso possa essere
di merda» (e di guerra)!
ah, quel Santa Maria Goretti
come noi pensionato
che s’è fatto uccidere
per la “sua” vergine automobile!
Ah quel ma-Scalzone
che confonde il nostro Blair-Cofferati
con gli sbirri più efferati!
Ah, Walter Benjamin, che cazzata
contro gli orologi sparare
e nel Jetzeit sperare!
*
Ah, questi intellettuali ex sessantottini | come me pensionati, ma così stonati | addormentati, con la testa coindoloni | sul braciere delle rivoluzioni spente! || Che d’improvviso ti sobbalzano | al crepitio scintillante delle faville| sgomenti della violenza: | Uuh mamma mia, le periferie, i vandali! || Questi sono i nipotini dell’uomo della roncola | (Fanon lo diceva!) e allora | attacchiamo subito le litanie: | Ah come sono belle etc….
Archivi categoria: SAMIZDAT
vonne fà l’amerikane…
a cura di Samizdat
BOLOGNA – ABDERRAHIM FAKIR (2026 | QUELLI DI GRENADA (NOVEMBRE 1983)
«Qualche sera fa i miei connazionali che avessero guardato il telegiornale (ma, debbo credere, milioni di uomini negli Stati Uniti e nel mondo) avrebbero potuto vedere come a più riprese alcuni militari americani a Grenada strascicavano per i piedi i corpi di militari o di civili dell’isola (o di Cuba o di chissà che altro luogo) che essi avevano ucciso nel corso di una difesa della libertà occidentale. Li trainavano a lungo per terra, la faccia in basso, a “mordere la polvere”; anche quando avrebbero potuto sollevarli, distando non più di una ventina di metri dal luogo dove si allineavano, già sigilllati nei sacchi di plastica, corpi di altri uccisi; né tutt’intorno erano in corso combattimenti»
(F. Fortini, Quelli di Grenada, in Insistenze, Garzanti, Milano 1985)
Ripasso di un’illusione
di Ennio Abate
Pubblico questo mio “samizdat colognom n.5, settembre 1998 foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate” per metterlo accanto al saggio di Giulio Toffoli (qui) e all’articolo di Lorenzo Merlo (qui) . L’intenzione è fare il punto – ammesso che sia possibile – su cosa sentiamo-pensiamo delle guerre e dei massacri in corso, che continuano, si estendono, non hanno che pause provvisorie. Rileggendomi, non mi dà alcuna soddisfazione aver capito e polemizzato già allora con le posizioni ambiguamente revisioniste e da sessantottino pentito di Erri De Luca, oggi al centro di polemiche che mascherano disastri forse irreparabili di tutta la cultura di sinistra (anche comunista). Anzi non credo neppure che possa valere il messaggio di resistenza minima che allora esprimevo. Oggi, nel 2026, siamo stati tutti ricacciati sempre più – dal 2022, inizio della guerra in Ucraina; e poi, dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele, la distruzione di Gaza, il genocidio dei palestinesi, l’attacco USA-Israele all’l’Iran, la recente invasione israeliana in Libano – nel silenzio o in una denuncia che nulla smuove. [E. A.]
“La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo
ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle
Giovedì 17 settembre [1998] a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato Miljencko Jergovic e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.
Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).
Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia! Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (Jergovic) o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj (da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.
Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.
Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra ninna nanna e i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). E, perciò, sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!
- Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.
Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel complice pubblico (intellettuale, ovvio! chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra ;e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione. Un brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro soltanto giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa Valle (globalizzata) di lacrime.
Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo. Siamo in un paese che ha avuto pensatori come Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?
- Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa (a fare cosa?).
E’ un rimprovero serio? E va rivolto solo agli intellettuali (di professione)? La critica vera da fare agli intellettuali, più o meno prestigiosi (Bobbio in primis), e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud, che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli. Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico. Perché la guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania o del Vaticano o dell’Europa o degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi qui da noi. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. E non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”). E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella nel Golfo Persico lo Stato italiano aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua – (dirò poi perché) – azione simbolica del volontariato.
- Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause dicibili, in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia, è stato quasi zero.
Una ricerca in talsenso è stata evitata o tenuta ai margini o condotta in modo reticente o dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o una chiacchiera poco generosa. Altri hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o che resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio da noi si è associata gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano,[1] Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstoj[2] e il giovane Jergovic. Essi non «si misurano» con la guerra endemica tra i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. Loro «si misurano» col Destino, il Mistero, l’Indicibile. Chi chiarirà, dunque, più almeno le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette della guerra giusta e della pace ideale?
- Lo scrittore impegnato oggi dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte queste oscurità dicibili della storia contemporanea.
Lascio perdere i grandi scrittori di un passato oggi ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si potrebbe pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno così com’è oggi proposto: la scrittura impegnata è ridotta ad autoterapia; il volontariato (degli «italiani del Nord» – precisazione sintomatica di De Luca) – è azzoppato in partenza. Mi spiego meglio: una parte della scrittura (o letteratura) del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht. Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo». Ben vengano i mille diari della scrittura autoterapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei ghetti e nelle prigioni o nei manicomi e nei bassifondi e ha scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano. Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a limitazioni da medioevo oscurantista o stalinista e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. Il fatto è che in prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre]. Jergovic e De Luca non sembrano essere di questa spregevole o svagata truppa. Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia», senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza (Come il volontariato di cui dirò poi). Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?Ci parlino di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto) l’uomo (un brav’uomo!). E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti». Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi. Chissà quante illlusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).
- Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno ridotto a supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).
Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli. Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica). Cari amici cattolici, dichiarati o di fatto, non illudetevi troppo sull’amore che vi ispirerebbe. La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti ed è anzi ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo. Leggete qui di seguito:
… è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo.Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…
E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove.[3]
(R. Rossanda, Gratuità a Montegiove, il manifesto 19 ag. 1998)
Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia non contro il volontariato ma contro quest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegno. Le energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione? Inoltre questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del Potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il Potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti. La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni sociali negati fa acque da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente in alto i Potenti, che sono i Custodi della Diga, ne aprono altri cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania. Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore Jergovic vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori. Meglio allora alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio cattolicamente) l’impotenza umana? Ora, se non ci restasse che testimoniare, facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle tragedie. Un consiglio allora a scrittori e lettori: Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.[4] (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)
COLOGNO MONZESE 22 SETTEMBRE 1998
Note
[1] Per De Luca le guerre non si fermano. La rivoluzione russa non fermò la prima guerra mondiale? Sì, ma – lui subito obietta – poi è seguita la guerra civile, lo stalinismo, i gulag.Ecco il catastrofismo a senso unico dei buonisti.
[2] Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile! Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile, no! Lasciamolo fare a certi preti. e a certi intellettuali Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente. O che se le smazzi Dio. O la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).
[3] E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti».
[4] Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e improgrammabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»
Contro la guerra. Ci si prova…

Oltre cento organizzazioni scendono in piazza il 24 maggio per sostenere pace e disarmo, criticando la militarizzazione.
Concentramento: ore 15 piazza Walter Bonatti Monza
INFORMAZIONI A QUESTI LINK
https://giornaledimonza.it/attualita/monza-si-mobilita-contro-la-guerra/?fbclid=IwY2xjawR9YmhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFBWm1YRUk0UUpnMjM4UE0xc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHnDJQSRE9o-Lcjzdz4u_tRO6zzz66r-2_svAykmTQLgEMr80nD8fshbdTrKC_aem_Q4EhZ_3zeRphhgMWLAcIpg
https://www.instagram.com/p/DYZi6kRDV0q/?igsh=MWJ2am1kbzM4aW5rYw%3D%3D
NON CI SIAMO PROPRIO. Riflessioni sul caso Brasacchio
Colognosità
di Ennio Abate
No, non si tratta soltanto di figuraccia del sindaco Zanelli o di giornalisti manipolatori stile iene. Negli ultimi giorni abbiamo avuto un’altra dimostrazione della mediocrità (o inesistenza?) dell’intero ceto politico (di destra e di sinistra) di questa città, che:
– ha finto di non vedere le infiltrazioni della camorra nel tessuto cittadino e nell’ambiente politico;
– per un anno e forse più non ha chiesto conto dell’assenza dalle sedute consiliari della consigliera Brasacchio:
– ha esitato e poi rinunciato a costituirsi parte civile, malgrado sventoli ogni poco la sua fede antimafiosa;
– anche ora, quando i brusii attorno al caso Brasacchio sono diventati tuono, continua a non parlare.
Si salva CSD con il Comunicato stampa del 13 aprile 2026? Si salva l’assessore Andrea Arosio con il suo proclama contraddittorio e giustificativo?
Non credo. CSD arriva in ritardo. L’intervento di Arosio leggetelo (Vedi sotto APPENDICE) ed è per me da criticare:
– «Cologno Monzese non è conquistata dalla Camorra».
Ma la camorra ha bisogno di “conquistarla” Cologno? Le basta infiltrarsi e contare sul silenzio – per paura o per vantaggi a noi ignoti – di politici o di cittadini (anche pochi) compiacenti;
– «Cologno Monzese è una città viva, consapevole, che reagisce. È una città dove ogni giorno si costruiscono anticorpi veri contro le mafie» ( E qui l’elenco: « insegnanti ed educatori.. associazioni… realtà come Libera, Libera Casa Contro le Mafie e Avviso Pubblico».
Ma come non vedere che, con tutta la loro buona volontà e con il loro doveristico «non voltarsi dall’altra parte», questi “anticorpi” svolgono al massimo un compitino collaterale e servono al ceto politico per sbandierare un consenso di popolo alla Legge, che – lo dimostrano i fatti, viene sempre dopo ed è praticamente inefficace?
– «la guardia deve restare altissima. Sempre».
Ah, si vede! Il silenzio sull’assenza della Brasacchio per un anno un anno o più da parte di tutti i “colleghi” (di governo e di opposizione) dell’Amministrazione vi sembra un esempio di vigilanza?
– «le amministrazioni comunali, pur essendo il livello istituzionale più vicino ai cittadini, non hanno accesso diretto agli atti delle indagini. Questo rende ancora più complesso intervenire tempestivamente su dinamiche che emergono solo attraverso il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine.»
Ma nessuno chiede ai politici di competere o sostituire i magistrati. Gli si chiede di fare i politici, cioè di inquadrare politicamente gli eventi che accadono a in città e fuori. Ma qui siamo al silenzio (progrmmato? imbarazzato? complice?).
– «ci sono tempistiche ormai scadute all’epoca dell’articolo per la costituzione. Le motivazioni sono quelle che hai riportato nel tuo articolo, se non sbaglio su Poliscritture, quindi il timore non fossimo titolati a farlo e che a livello comunicativo un rigetto del giudice avrebbe causato un boomerang comunicativo. È stato oggetto di discussione in giunta, coadiuvati dal Segretario Generale. (Commento di Arosio a una domanda nel suo post)
E, dunque, la non costituzione di parte civile sarebbe stata una buona scelta ? O una «scelta opinabile» perché avallata dalla Segretaria comunale o non si sa da chi? Non si può legittimamente pensare che queste «tempistiche» siano state LASCIATE SCADERE?
Ma su un punto centrale vorrei soffermarmi di più. Questo:
– « Cologno Monzese […] è una città che conosce i rischi e che, proprio per questo, lavora ogni giorno per contrastarli. E continuerà a farlo, con ancora più determinazione»
Non ne sono certo. Forse ci sarà la « comunità» (termine ricorrente nel lessico politico cetomedista, che può indicare al massimo l’area ristretta dei simpatizzanti dell’Amministrazione, più o meno un’area parrocchiale e piddina). Ma temo – ahi noi! – che la «citttà» (l’intera città o la sua maggioranza) non ci sia; e non soltanto per reagire contro la camorra ma anche su altri problemi reali.
Il buco è storico e politico. Questa città non è mai stata vera città. E non solo l’attuale Amministrazione Zanelli, ma tutte le precedenti, non sono riuscite a darle una sua identità. Complesse le ragioni. Ma il grave è che l’intero ceto politico di Cologno non vede o non sa leggere la città profonda. Non vede l’insoddisfazione, l’indifferenza politica, la rabbia, la disperazione di gran parte dei suoi cittadini. Dei loro “umori” prende atto e si lamenta ritualmente solo di fronte alle cifre record dell’astensionismo elettorale. Poi festicciole e inaugurazioni. E così occulta questi aspetti della realtà sociale col suo attivismo di facciata o col buon senso ( «la maggioranza [dei cittadini] è discretamente contenta di ciò che e’stato fatto, il che non significa fermarsi», Doriano Tarta). Poi, ogni volta che il marcio viene a galla, se la cava con l’omaggio alla magistratura. Succede oggi con il caso Brasacchio. Successe ieri – ricordate? era il febbraio 2014 – col caso Diaco & Cantalupo, l’uno assessore all’edilizia e l’altro vicesindaco e assessore all’ambiente.
Conclusione amara: per ricominciare a pensare e a costruire Cologno, dobbiamo liberarci dalla “colognosità” – questa montagna di retorica ottimistica che gli attuali politici ci versano continuamente addosso.
APPENDICE
No agli specialisti in indignazione
di Samizdat
Quando ancora esisteva una prospettiva comunista, Lenin definì l’estremismo (parolaio o nei fatti) “malattia infantile del comunismo”. Oggi, in tempi così mutati, quella di molti agguerriti commentatori dei fatti tragici e tremendi che stanno accadendo a Gaza o in Iran o in altre parti del mondo – (in Appendice ho scelto un esempio) – a me pare una “malattia senile”. E non del comunismo, che – l’ho detto e lo ripeto – è finito “nel buio”, ma di noi che sopravviviamo incazzati nel decrepito Occidente mostruosamente guerrafondaio.
Questa malattia si manifesta come “indignazione specializzata”. Vengono denunciate sistematicamente e in modi enfatici le malefatte (di Meloni, di Netanyahu, ecc.), il silenzio e la “indignazione selettiva” delle “istituzioni, Presidente della Repubblica compreso”, l’impotenza degli ““eroici” oppositori del melonismo”, ma una sorta di cecità cala sulla impotenza di queste denunce.
E allora chiedo: cosa serve continuare a gridare al lupo, al lupo, mentre il lupo o i lupi impazzano indisturbati? Come si fa a continuare imperterriti ad esaltare e a riproporre quasi fossero mosse politiche decisive le spontanee ma comunque politicamente miopi manifestazioni in piazza: per Gaza o “No Kings”? O riproporre l’azione simbolica della Flotilla?
E’ evidente che non fermano né i genocidi né le guerre. E’ evidente che non smuovono gli indifferenti (reali o supposti). E allora? E allora c’è bisogno di non consolarsi con l’indignazione o improvvisando false soluzioni. Ci proponi l’inerzia, la disperazione? No, di ragionare sulla realtà per capire come cambiarla. «Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere».
APPENDICE
Questa apoteosi bipartisan dell’ipocrisia ci ricorda una verità spaventosa: non usciremo da questa terribile crisi mondiale se non attivandoci in prima persona, con anima e corpo, come abbiamo fatto mesi fa quando milioni di persone nelle piazze italiane hanno pacificamente bloccato il paese dimostrando che il popolo unito e attivo detiene un potere superiore a quello delle armi e degli eserciti. È questa l’unica via, con buona pace di chi ama delegare per continuare a pensare esclusivamente ai fatti suoi, e la prossima ripartenza della Flotilla per Gaza sarà un banco di prova per l’umanità intera che non possiamo permetterci nè di ignorare nè di fallire.
Iran: odiare la nostra colta impotenza
di Samizdat
«IL MORBO INFURIA, IL PAN [la benzina] CI MANCA,
….e in Italia (culturaaalmente) si chiacchiera:«La recente polemica creatasi attorno alla figura di Vincenzo Schettini, con annessa partecipazione al Festival di Sanremo, apre una riflessione attorno alla figura del divulgatore culturale, che dalle prime (nobili) lezioni di Umberto Eco e Alessandro Baricco approda al ruolo degli influencer culturali, tra narcisismo, falso sapere e monetizzazione social»
SUL PONTE (in TV e sui social) SVENTOLA BANDIERA BIANCA»*
* Versi da L’ultima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato (1849).
VENEZUELA | TRUMP
Arminio non è la poesia
di Ennio Abate
Una mia veloce replica al messaggio di Franco Arminio su la Repubblica e ai commenti irridenti (vedi Appendice sotto) che da tempo lo bersagliano sui social.
TORRI DI PLASTICA (NON PIU’ D’AVORIO) E PALUDE
Sì, Franco Arminio è un po’ il Padre Pio della poesia italiana. Eppure, snobbarlo non è giusto e non serve. Bisognerebbe, invece, capire perché il Sud Italia d’oggi produce e apprezza soltanto o soprattutto questo tipo di poesia popolar-banal-religiosa. (Superfluo rimandare a quanto scriveva Marx sulla religione).
P.s.
Ho conosciuto e polemizzato in passato con Arminio attorno al 2010-2012 sul blog letterario Le parole e le cose, quando era ancora così “famoso”, in una fase ancora “rampante”. Ho cercato anche di spingerlo al confronto con la cultura alta, di ricerca. Invano. E non soltanto per colpa o sordità sua. E’ che – per ragioni politiche e generazionali – il rapporto fluido tra alto e basso, tra cultura critica e cultura di massa era già allora un ricordo del passato. Il filo di dialogo tra filosofo e tonto (come diceva Fortini) s’era spezzato. E oggi abbiamo i suoi frutti marciti: da una parte alcuni residui fortilizi dello snobismo di massa (qui), dall’altra la palude dove galleggiano le “merdacce”, come Stefano Azzarà chiama le vittime della “dittatura dell’ignoranza” che sadicamente sbeffeggia (ma inascoltato).
Nota
Il titolo che ho ho scelto per questo intervento (Arminio non è la poesia) allude a quello, ben più conosciuto, coniato da Fortini: “Pasolini non è la poesia “. E mi pare opportuno, pur con tutte le distinzioni necessarie tra Pasolini e Arminio, perché anche Arminio, come Pasolini, vive una contraddizione e oscilla, da “romantico”, tra il sacro e il laico, il mistico e il politico, smarrendo sempre più nella gestione compiaciuta e accattivante della sua immagine pubblica sui social, gli scopi seri e conoscitivi che, malgrado la crisi, altri tipi di poesia ancora perseguono.
APPENDICE
Sugli equivoci del buonismo di fine Novecento

Colognom. Eventi e documenti (1)
di Ennio Abate
Ripubblico – per ora nell’ordine in cui li rileggo e li recupero – un’antologia degli scritti riferiti alla vita sociale, politica e culturale di Cologno Monzese, dove – come detto – abito dal 1964. Questa lunghissima riflessione – ( e non me ne scuso affatto) – su scrittura e guerra è del 1998.
samizdat colognom
n.5, settembre 1998
foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate Continua la lettura di Sugli equivoci del buonismo di fine Novecento











