Archivi categoria: RIORDINADIARIO

Riordinadiario su Michele Ranchetti (1)

 appunto 1 (1995-1997)

di Ennio Abate

Michele Ranchetti, dopo Franco Fortini, è stato per me un altro dei “padri impossibili”. (Poi ci sono stati anche i “fratelli impossibili”, di cui qualcosa ho detto e dirò altrove). Ma anche in questo rapporto con Michele – tardivo, saltuario, forse intiepiditosi dopo la prima fase del “riconoscimento” da parte sua con l’ Introduzione alla mia “Salernitudine” (Ripostes 2003) di un pezzo della mia ricerca poetica e troncato d’improvviso dalla sua morte nel 2008 – ho imparato che si può volere bene anche ai “padri impossibili” e continuare la propria strada. [E. A.] Continua la lettura di Riordinadiario su Michele Ranchetti (1)

Riordinadiario 1989 (2)

di Ennio Abate

quella torsione violenta
del bulbo oculare e dell’intera testa

come in una marionetta!

fu il padre-prete
a condurre il suo sguardo
all'occhio tremendo di Dio
nel triangolo della stampa appesa al muro
nella stanza 

così  fu interrotta la visione
del seno materno
e il bimbo diventò uno strabico spione
che guardava di soppiatto e di traverso
il corpo desiderato
e se lo fingeva altrove

lontano sull’orizzonte del mare
invadeva la finestra assolata

l'esperienza recisa l'inseguì
nelle scaglie di pesce morto
o - più tardi - sul foglio bianco


(16 ottobre 1989)

Riordinadiario 1989 (1)

di Ennio Abate

OCCHETTO: “SIAMO UNA FORZA SOCIALISTA”

e sei servito/
nell’isolamento/
assieme a vecchi elefanti moribondi/
notte nera/ buio nel cuore/
coi morti /
e non c’è più tempo d’imparare/
quello che sai/ ti resta
i giovani compagni/
presto saranno/
soltanto amici irriverenti/ e distanti/
nel discorso che scrivi e rileggi/
conteranno i vuoti/ i silenzi/
da cui ripartiranno loro/
per dove, non sai più/

(4 novembre 1985)

Netanyahu: “Siamo in guerra”

Riordinadiario

7 ottobre 2023

 

A. LA NOTIZIA

Massiccio attacco di Hamas contro Israele: migliaia di missili lanciati da Gaza e irruzioni militari. 250 i morti israeliani e 1400 feriti, decine gli ostaggi. Netanyahau: “Siamo in guerra”. E ordina la rappresaglia: 232 morti e oltre mille feriti tra i palestinesi. Hezbollah cerca di sconfinare da nord

(https://www.rainews.it/maratona/2023/10/attacco-contro-israele-missili-da-gaza-e-irruzioni-militari-morti-e-feriti-d0475654-0b54-4d79-9004-28919ec99e08.html)

 

Continua la lettura di Netanyahu: “Siamo in guerra”

In morte di Luigi Manzi. Un omaggio

di Ennio Abate

Rimando all’articolo e ai commenti del 4 agosto 2013 sul blog POESIA E MOLTINPOESIA

QUI

e aggiungo questo  mio appunto:

RIORDINADIARIO DI E. A./

A PROPOSIO DI LUIGI MANZI

12 marzo 2013

A G. Linguaglossa:

La poesia di Luigi Manzi è una bella poesia, ma non aiuta a chiarire l’uso equivoco che fai del termine «piccola borghesia». Ora anzi parli addirittura di «essenza «piccolo borghese»; e cioè sottrai la categoria al piano storico, l’unico per me valido per non sfondare verso una sorta di “metafisica sociologica”.
Se ci atteniamo a tale piano, sarà chiaro che possiamo ( o si poteva almeno fino agli anni Settanta del Novecento) parlare con una certa precisione di piccola borghesia. Era la classe intermedia (e tutto sommato secondaria) tra la borghesia e il proletariato, le due protagoniste del conflitto “fondamentale” nella società capitalistica. Era la visione classica marxista, che in certe sue ripetizioni scolastiche ha, quando erano forti i partiti della sinistra socialista e comunista, alimentato purtroppo atteggiamenti moralistici e di svalutazione nei confronti della reale piccola borghesia e da parte degli stessi intellettuali piccolo borghesi, spesso tra I più più sensibili al “conflitto di classe”. Conflitto che pareva imponesse loro di di stare, appunto, o con i dominatori (borghesi) o con i dominati (proletari o operai).
Questo residuo moralismo, oggi di segno ribaltato per il crollo di quelle ideologie, mi pare emerga nel tuo commento quando parli di Giovanni Giudici ed ironizzi sul «mandato catto-comunista di attenzione alla vita quotidiana degli “umili”, cioè i piccoli borghesi che edificavano a quel tempo la nazione».
Non mi pare poi che regga neppure la contrapposizione netta che vedi tra Manzi e Giudici o tra la poesia di Manzi e quella di Giudici.
Non so quale sia l’estrazione sociale di Manzi, ma non credo sia troppo diversa da quella di Giudici o da quella nostra; cioè di appartenenti al ceto medio (in via d’impoverimento) che possiamo considerare l’erede della piccola borghesia del secondo Novecento. Quindi, sul piano strettamente sociologico, piccolo borghese era Giudici e piccolo borghese all’incirca sarà anche Manzi.
Ma spostandoci sul piano simbolico, ti pare che l’attenzione «alla Attualità, al Quotidiano, al Privato» possa essere un attributo esclusivo di una poesia “piccolo borghese”? E dove stanno allora Manzi e la sua poesia, ammesso che riescano a prendere «le distanze da tutto» – (un inspiegabile “mistero” per me, se Manzi vive in questo nostro povero Paese) – o non siano «né di destra né di sinistra» e non puntino « al centro, né al cielo della cielità né alla terra della presunta terrestrità»?
Posso ammettere che la sua sia « una poesia senza mandato, senza mandatario», ma «senza messaggio»? E poi davvero «non si rivolge a nessuno né vuole convincere nessuno»?
Resto alquanto scettico. A me pare che, per correggere le distorsioni di una certa poesia “impegnata” o “propagandistica” di anni passati, si finisca per attribuire l’etichetta di «grande poesia» solo a quella che ha perso o cela i suoi legami con la storia e la realtà. (E sia chiaro che qui non mi sto pronunciando né su questa poesia di Manzi né su di lui).

Al posto della “vocazzione”

 Tabea Nineo, R dormiente, disegno 1978

Riordinadiario 28 aprile 1978/2002/2023

 di Ennio Abate

Da giovane l’ho desiderato. Ma i miei pochi tentativi di lavorare professionalmente come scrittore o come artista sono sempre falliti.  E ho accettato senza troppi drammi di fare altri lavori (impiegato, operaio notturnista alla SIP, insegnante) per mantenermi e mantenere la famiglia che mi ero fatto, continuando però sempre – sia pur da isolato –   sia a  scrivere (soprattutto) e, più episodicamente, a disegnare o dipingere. Continua la lettura di Al posto della “vocazzione”

Sulla guerra in Ucraina. Rileggere, rileggersi (1)

Riordinadiario del 4 aprile 2022

di Ennio Abate

Senza un ordine preciso rileggerò e selezionerò le cose scritte da vari autori (quasi tutti incrociati su FB) sulla guerra in Ucraina dal momento del suo scoppio (la mia prima reazione del 23 febbraio 2022 qui). Questo è il primo appunto. Continua la lettura di Sulla guerra in Ucraina. Rileggere, rileggersi (1)

Appunti da dattiloscritto. Seminario arcivescovile di Salerno

Riordinadiario 26 dicembre 1977

di Ennio Abate

I primi pensieri e ricordi che poi svilupperò in A vocazzione in corso di stesura e  pubblicazione qui su Poliscritture. 

accettai come medicina/ da mani amiche/ nauseante clausura/

a decenni di distanza e d’esperienza/ con tremito di nuova/breve sconfitta [1]/ ho fotografato la mia prigione di una settimana nel tiepido autunno del 1951/

con quanta imperizia da bambino/ palpai frastornato le immagini del mondo che mi avevano assegnato/ loro/ i filosofi oscuri/ i parenti sfuggiti alla guerra/(e non potevano morire/ senza gravarci del viscido ossequio/ ai gestori dell’angoscia e della morte?)/ sono riusciti nell’impresa educativa/ quel loro linguaggio sta ancora nel nostro linguaggio/ pericolosa permanenza/ e fa disperata la  scommessa nel futuro/ anche se evitasse puerilità e imbecillaggini/

e la vergogna di sfilare nella  parata dei seminaristi teste rasate?/ l’orrore delle pulci nella brandina sconosciuta?/ la prepotenza in  sguardi e gesti di chi  è abituato al comando del capo sala?/ l’esempio intravisto – (ribellati anche tu!) – del fuggitivo riacciuffato? [2]/ il cibo scarso?/ la solitudine in mezzo a sconosciuti?/ peccati?/ e che peccati?/ l’indisponibilità al gioco/ lo sfottò negli sguardi della gente/ la dipendenza da consapevoli-inconsapevoli torturatori/ angoscia pesantissima e inesprimibile allora in parole / compagni (di sventura)/ uno si chiamava Tisi Aldo/

Salerno? manicomio clericale/ capitalismo?/ ma se eravamo ignari leccaculo di un sindaco democristiano e del parroco?/ ci salvò il risveglio sessuale/ si ribellò da solo il corpo/ l’intelligenza non poteva/ nessun pensiero allora se non di salernitudine/ manco un figlio di comunista tra i coetanei/ la voglia di amicizia/ claustrofobia/ poche fanciulle/ quali punti di appoggio per liberarsi ed esprimersi?/ anche fuori dal seminario/ così fortunosamente attraversato e sfuggito dopo quella settimana/ le amicizie erano solo quelle/ le strade  solo quelle/ aggirarsi sentendosi traditori/ fra stessi preti e stesse bigotte/ non aver soddisfatto le loro attese/ loro restavano ancora i potenti/ avevano centri d’organizzazione e autorità/ riaccolto come simpatizzante/ ora che era sfuggita la vocazzione/ persa la via più luminosa per addestrati ambiziosi/

non servirono le immagini paesane raccolte  a Barunisse da  piccolo/ (non fummo mai primitivi, però)/ me le avevano già spazzate via/ arrivato a Salerno ero purificato come un impiccato di Villon/ cavia volenterosa per gioie possibili solo in città , in parrocchia e nei dopoguerra/ poche speranze/ scampate ma in esilio [3]/ scampate ma per ribellione delle mie visceri/ (marchiato comunque/ sì, ma ribelle comunque)/

da dove venivo/ veniamo compagni?/ da questo marcio/ marcio visibile per voi/ addosso dentro sotto la pelle per noi/ anni passeranno/ studi amicizie letture altre ribellioni impercettibili/ e soltanto per prendere le distanze/ soltanto per poter fotografare/ ancora un po’ la mano tremante/ quella prigione/ non reliquia/ quel seminario arcivescovile/ mentre la DC già perdeva voti/ diminuivano le vocazioni/ su Epoca conoscevo le prime illustrazioni a colori degli impressionisti/ conoscevo il primo comunista/ imparavo a cercare nei libri i segni di un mondo più respirabile/ altro che conoscenza libresca!/ per me i libri erano un oggetto di lusso da rubare/ incontravo gente/ carte assorbenti per me/ assorbivano un po’ i miei spurghi d’angoscia/  i miei innamoramenti da Guerrin Meschino [4]/

gente gente gente/ impiegati operai studenti/ incontri che tornano ad essere pochi/ e saltuari/ e difficili/ basterà mai essere fuggito in esilio?/ e quelli che restarono in quel seminario e sono oggi preti?/ per un pezzo scartato/ quanti riusciti?/ e uno scarto è sempre uno scarto/ porta il segno di un progetto diverso nel suo corpo/ non basta l’invettiva a trasformarlo/

ora siamo scampati a un seminario rosso [5]/ anche qui appena in tempo e non senza danni/ le carte ancora scompaginate/ l’osservatorio lì in alto/ che doveva permettere una visione unitaria del passato e del mondo/ è più in basso che mai/ ai piedi della montagna/ manco a metà strada/ ci si deve rimettere in cammino/ nuovo esilio/

vederci ancora ragazzi/ quasi proletari/ vittime di un’istituzione cattolico borghese/ perché il cattolicesimo riguarda i proletari/ la parte più sguarnita dei proletari/ ma basta?

Note


1. Riferimento alla militanza in Avanguardia Operaia (1969-1976).
2. Uno dei ragazzi era scappato dal seminario ed era stato poi ritrovato per le strade di Salerno e riportato tra di noi.
3. Riferimento alla mia “fuga” a Milano nel ’62.
4. Di questa figura della tradizione cavalleresca a me arrivò ragazzo solo il nome e qualche suggestione attraverso la lettura di un fumetto. Non saprei dire  se apparso sui primi numeri usciti nel dopoguerra de Il Vittorioso. Mi aveva colpito un’espressione che il cavaliere rivolgeva al suo cavallo: “la mia salvezza è affidata ai tuoi garretti”.  Che non riuscivo a decifrare ignorando il significato di ‘garretti’. Mi accorgo soltanto oggi che è una corposa opera  scritta intorno al 1410 da Andrea da Barberino. (Wikipedia)
5. Ancora riferimento alla mia militanza in Avanguardia Operaia.

Prove di narratorio 1982

 

Tabea Nineo, Maschera del sospetto, disegno anni ’80

Riordinadiario  gennaio-febbraio 1982

di Ennio Abate

Gennaio 1982

Di fronte agli adolescenti

Quelli i temuti giudici delle sue azioni e parole. (O osservatori occasionali?). Della loro attenzione nei suoi confronti, del resto, era lecito sospettare. Come fantasmi, però, c’erano. Per lui. Nessun dubbio.  E non rinunciava a interrogarsi e a interrogarli.  Lo gidicavano troppo protettivo? Piccoli episodi quotidiani parevano una conferma. Non aveva coi figli abbuonato spesso e a loro vantaggio i turni pattuiti per le piccole faccende domestiche? Aveva persino accompagnato in auto la figlia E. fino alla lontana discoteca, malgrado non ne avesse voglia. E si era dato da fare per le difficoltà scolastiche di D., coetanea di E., correggendole i compiti di latino e facendola ragionare al momento in cui lei voleva abbandonare la scuola . Quei piccoli fatti confermavano una sua disponibilità riottosa e burbera a ritrovarsi alleato dei giovani. Pur provando altre volte un vago sentimento – di “debolezza” lo definiva –  di contrapporsi  a loro. Continua la lettura di Prove di narratorio 1982