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In morte di Pietro Andujar

di Ennio Abate

18 febbraio 2023

Pietro Andujar
Nelle mie esplorazioni casuali on line, a partire dai nomi di persone che conosco o ho conosciuto in passato, mi sono ricordato del sito a cui partecipa Pietro Andujar, INCONSCIO E CIVILTA’. Mi accorgo che i testi da lui pubblicati si fermano al 2018. E allora  cerco su  Google ‘Pietro Andujar’ e mi accorgo che ha scritto un libro sulla sua esperienza di psicanalista:
I mondi dentro. L’esperienza personale e professionale di uno psicoanalista nella sua attività di studio e di cura (2022). E’ in e-book a 5 euro e lo compro. Ho fatto una prima rapida scorsa delle pagine. Grande capacità sintetica.



11 ottobre 2026

Vengo a sapere che Pietro Andujar è morto. Notizia del 23 giugno 2026
https://www.facebook.com/ilRuolo/posts/pfbid02dBZN3FCp3faoqvLYiYx157MmCC3VDENMDcvtPAHpR496XCWgkkh1NKDEiu4qJpwMl

Scriverò sulla sua figura più in avanti. Per ora ripubblico l’intervista delll’11 gennaio 2008 comparsa sul numero 4 – maggio 2008 – di Poliscritture, scaricabile da qui



Disagi d’oggi: pratiche e interrogativi di uno psicanalista

E.

Cominciamo dalle esperienze di disagio che approdano al tuo studio. Sono cambiate rispetto al passato?

Le esperienze di malessere, da dieci quindici anni a oggi, sono cambiate in modo molto netto, se devo riferirmi a dei criteri ortodossi, classici.

Cosa succedeva una volta, quando si presentavano dei pazienti al nostro studio?  Potevamo esserci richieste d’aiuto da parte dei pazienti cosiddetti ‘nevrotici’, che avevano sofferenze più o meno riconducibili, secondo le vecchie categorie, al tema edipico piuttosto che alle strutture familiari.

Dominava l’opinione che il paziente potesse essere catalogato secondo la triade tipologica di perversione, psicosi o nevrosi, perché questi erano i criteri di lettura, di derivazione sicuramente psichiatrica. Tendenzialmente si pensava che la cura potesse essere di ordine relazionale, o più propriamente rivolta alla rilevazione di contenuti inconsci, o anche di supporto, perché con certi pazienti psicotici a volte si trattava di fare un lavoro di sostegno, dove lo psicoterapeuta assumeva spesso una funzione di io vicario, come si usava dire allora.

Fin da allora io non ero dell’idea che la divisione imposta dalla trilogia patologica fosse esauriente, oggi sono assolutamente convinto che sia una topologia insufficiente.

Non si può più usare un criterio di questo genere, perché i pazienti che ci si presentano adesso manifestano modalità di disagio molto più complesse. Tanto che, oggi, noi non possiamo pensare semplicemente che abbiamo una specie di psicogenesi del sintomo, di storia sintomatica che possiamo far risalire a un inadeguato tipo di sviluppo nel decorso della crescita del giovane, del ragazzo, della ragazza, ecc; oppure che siano avvenuti eventi traumatici specifici, fatti sociali, condizioni economiche scatenanti che giustificano il malessere psichico [fin d’allora consideravamo un’ampia serie di cause].

Dicevo che oggi vediamo situazioni di patologie molto complesse, dove appaiono elementi psicotici abbastanza importanti e gravi: grosse fissazioni, deliri, componenti paranoiche abbastanza marcate o componenti maniacali molto forti. Quelli  che una volta potevano rientrare nella vecchia patologia psichiatrica e che costituivano, magari, il nucleo del sintomo cosiddetto psicotico e una sorta di invalidità della persona sofferente.

Oggi vediamo spesso persone che hanno una sofferenza abbastanza grave non innestata in quella che si pensava fosse una struttura di disturbo grave, ma innestata su una personalità magari perfettamente adattata alla realtà e che, secondo i criteri sia sociologici – che io non ho mai amato molto – sia   psicologici – che amo ancora di meno –  può corrispondere alla definizione di personalità normale.

Quando dico normale, non lo dico per una mia personale valutazione ideologica, ma  mi attengo alle letture della sintomatica quotidianamente in uso.

Se uso, ad esempio, il DSM IV, che è il sistema di diagnosi ufficializzato in tutto il mondo e condiviso dagli psicologi così come dai medici, e seguo i criteri ad albero, le diramazioni, le molteplicità patologiche,  potrei riscontrare che i pazienti hanno dei disturbi di una certa gravità su un asse, ma non hanno affatto dei disturbi corrispondenti su  un altro asse. Posso quindi ipotizzare che ci sia stato un particolare disturbo familiare, di conflittualità e quindi presumere che ci siano delle  carenze, dei disturbi, su un altro piano, anche se non ci sono affatto.

Vediamo la composizione di questa psicodiagnosi, usando magari la SWAP 200, una scala che in Italia ha divulgato Vittorio Lingiardi [uno psichiatra e psicoanalista junghiano molto vicino alla psicanalisi della relazione] nel tentativo di approfondire la vaghezza e l’approssimazione del DSM IV.

Da pochi anni si usa in Italia questa specie di tecnica complementare di valutazione, composta da 200 item della scala, che lo psichiatra, lo psicanalista, lo psicoterapeuta, lo “psico-qualche-cosa” deve sottoporre a se stesso in relazione a ciò che ha rilevato del suo paziente, dopo che ha fatto una batteria di almeno quattro o cinque colloqui con lui. Se voglio fare una valutazione anamnestica, diagnostica e prognostica di un paziente, dovrei, dopo che l’ho visto un mese,  rispondere a queste domande e provare a pianificare una valutazione.

La cosa curiosa è che gli esiti del protocollo della SWAP 200 debbano essere parametrati in modo tale che le patologie dei pazienti vengano commisurate secondo certi canoni quantitativi. Ancora più interessante è, per esempio, che tra gli elementi di valutazione compaia la dicitura di «buon funzionamento» che può, come dire, compensare, e ri-parametrare la nostra patologia.

Dato che per scelta ho sempre lavorato con una vasta gamma di pazienti – persone di tutti gli strati sociali, economici culturali e di tutte le età – ho provato per conto mio a  guardare cosa succedeva applicando questi nuovi e “più raffinati” modelli diagnostici. Dunque, per esempio, ho avuto anni fa fra i miei pazienti un uomo di scienza con una componente altissima di malessere narcisistico grave, un intelletto sicuramente di alto funzionamento (come si suol dire) con trascorse patologie di dipendenza, con un malessere evidente. Questa persona, parametrata con la SWAP 200, risultava con tre o quattro aree patologiche significative; però ri-parametrando la diagnosi con  l’altissimo funzionamento intellettuale, il grado di inserimento e di capacità di autoaffermazione,  la patologia presunta viene ri-normalizzata.

Un’altra paziente, una ricercatrice universitaria, era stata diagnosticata schizofrenica da alcuni colleghi: appariva come una pseudo anoressica, dico ‘pseudo’ anche se pesava 32 chili, perché ritengo che la patologia conclamata grave non fosse il sintomo anoressico  dal quale si è riavuta in un tempo relativamente breve. Applicando i criteri di lettura della SWAP 200 ne risulterebbe una patologia media trattabile

La patologia media trattabile corrisponde a questa persona, che quando è venuta da me si somministrava 20 clisteri al giorno, oltre a mangiarsi un vasetto di  marmellata lassativa di tanto in tanto, oltre a prendere cinque ordini di farmaci diversi, perché non sapendo come diagnosticarla, i medici le avevano prescritto un neurolettico (perché psicotica?),  un S.S.R.I. – il classico farmaco antidepressivo,(perché bipolare?), uno stabilizzatore dell’umore che è un vecchio antiepilettico (perché depressa organica?); e  un paio di Benzodiazepine diverse una per l’ansia e una per il sonno (perché nevrotica e ansiosa?).

Con questo tipo di patologia la paziente ha avuto una polidiagnosi, potendo risultare relativamente poco o molto malata, secondo la valutazione.

Per questo dico che oggi il criterio di valutazione è discutibilissimo. Poi, se andiamo a misurare altre situazioni, quello che si trova  in queste letture diagnostiche è che è talmente difficile stabilire oggi, anche agli occhi ufficiali dello psichiatra, dello psicoterapeuta, dello psicologo, che cos’è la gravità di una patologia. In realtà  si tende a mettere assieme una quantità di parametri che prima  non si consideravano…

Quello che noi vediamo è che arrivano persone, che sono magari relativamente ben inserite nel loro lavoro, non hanno particolari difficoltà scolastiche, possono essere studenti, possono essere lavoratori che fanno piccoli corsi di vario tipo per imparare qualcosa, fanno lavori interinali, ecc. Queste persone  riescono a funzionare, però possono avere delle fissazioni di matrice psicotica, dipendenza da sostanze come la cocaina, che è diffusissima, o polidipendenze;  e, soprattutto, non sono più rispondenti alle categorie  di struttura mentale che noi consideravamo fino a pochi anni fa.

Se noi pensiamo ad es. a quello che era considerato da Freud il tema classico dell’isteria, il desiderio inconscio rimosso, come veniva chiamato, o consideriamo l’aspetto ossessivo  (oggi li chiamano compulsivi, la compulsione), cosa succede? Succede che noi non vediamo più nel compulsivo un fobico nascosto, un soggetto immerso nell’angoscia, una paura profonda nascosta che agisce con reazioni di contenimento o di controllo, perché c’è una dimensione “inconscia” censurata possibile, ma vediamo magari un bel delirio  dietro a una compulsione, ma un delirio visibile, non criptato…

Ho un paziente – una persona di grande intelligenza –  giovane relativamente  bravo  nel suo lavoro, che si presenta dicendo: – Io ho dei disturbi del pensiero… È vero che ha dei disturbi, ma ha un pensiero perfettamente funzionante. Per essere preciso, intervengono nel suo pensiero dei disturbi. E cosa succede?  Vedete questi tendoni, che non ho messo per dare un’aria particolarmente importante e barocca allo studio. Le due tendine centrali non coprivano bene il vetro. Allora ho montato questi due tendoni laterali. Così, quando lui arriva, è tutto chiuso e assolutamente invisibile all’esterno. Arriva sempre almeno 5 minuti in ritardo, perché  teme che qualcuno possa vederlo entrare. Poi qui oltre ad oscurare, a volte devo togliere quel panno, se si stende sul divano… perché gli può dar fastidio.. oppure  le forme circolari rimandano a vissuti inquietanti…  Questa persona è  “perfettamente funzionante”.

Altre persone che fanno dei lavori di servizio o che hanno attività di una certa importanza, invece, fanno uso costante di cocaina.  Ce n’è una diffusione fitta…non sono poche.

Or.

Si parla di  persone giovani?

Anche quelle giovani.  Un ragazzo che considero giovane ha 28 anni e una ragazza di 25 anni, anche questa cocainomane.  Lei dice di non esserlo, perché, secondo il suo parere “una volta alla settimana, non  si è cocainomane”. Invece, l’emivita della cocaina nel sangue è di  circa sette giorni. Quando uno ne fa uso una volta alla settimana, è già dipendente. La persistenza della sostanza – non dell’effetto – è di una durata analoga a quella degli antidepressivi serotoninergici. Gli americani avevano chiamato il famigerato Prozac “bye-bye Blues” e ne facevano uso nei week-end: lo prendevano a fine settimana quando iniziava a calare la concentrazione della sostanza attiva. Non avevano neanche tutti i torti a chiamarlo “addio, tristezza!”, perché l’effetto di ripresa dal malessere melanconico funzionava veramente nei fine settimana! Purtroppo la droga, invece, non è un regolatore dei neurotrasmettitori, e non si può liberarsene con la stessa semplicità e rapidità con cui ci si separa dal Prozac!

Questa cosa è diffusissima tra i pazienti che vanno  dai 25 ai 35 anni e, attualmente, credo di averne cinque che ne fanno uso …

Ho due pazienti che stanno proseguendo un lavoro psicoterapico in qualche misura vicino alla psicoanalisi, cocainomani abusanti per molto tempo, con delle componenti che si potevano definire indirettamente perverse, mirate semplicemente a disturbare per telefono  le donne.  La loro terapia è sostenuta o autorizzata dal tribunale. Sono persone che svolgono attività di una certa responsabilità.  

Un altro paziente, con una diagnosi di schizofrenia a proposito della quale sono in disaccordo con la psichiatra che lo segue, è una persona entrata in uno stato di dipendenza molto forte dalla cocaina. Poi ha virato la dipendenza soprattutto su un abuso di hashish. L’hashish oggi è fortissimo, a volte viene proposto tagliato, a volte anche con la cocaina.  Può produrre una dipendenza molto forte anche perché contiene una quantità di sostanza attiva, il delta-9-tetraidrocannabinolo, molto alta, dato che vengono coltivate piante selezionate allo scopo. Rispetto agli “spinelli” degli anni andati, la concentrazione di sostanze attive è altissima e il grado di dipendenza viene soprattutto dai tagli che contiene…

Questo ragazzo, ad esempio, è stato scoperto dalla madre, perché loro sono persone con mezzi economici proprio minimi: lei fa la domestica, lui lavorava in un grande magazzino; e quindi si fa presto a rimanere senza i soldi per pagare la bolletta della luce o del gas!  La mamma se n’è accorta e ha chiesto aiuto per il figlio. Contravvenendo alle regole psicoanalitiche, seguo la madre da un lato e il figlio dall’altro.  Il ragazzo è uscito dalla cocaina ed è arrivato ad un uso moderato dell’hashish, ha quasi ottenuto un lavoro stabile. Prima c’era anche un’instabilità lavorativa. Però si è dovuti passare attraverso il piano terapeutico psichiatrico per non pagare i farmaci costosissimi: la diagnosi psichiatrica, che a mio avviso è stata incongrua – “schizofrenia latente”- è stata consegnata, per iscritto, nelle mani del paziente.    

In realtà, la madre è una schizofrenica, paranoide però. Una schizofrenia paranoidea abbastanza complessa secondo alcuni clinici non coinciderebbe con la schizofrenia. Il figlio ha degli elementi deliranti di stile paranoideo, ma, secondo me, non ha assolutamente la cosiddetta Spaltung, la scissione emotiva e intellettuale  che di solito in uno schizofrenico di un certo tipo si può rilevare. Ha un grado di adattabilità molto forte, una buona capacità di relazione con l’altro, che non è poi finta o artificiale; ha un investimento di tipo ideale nelle figure maschili che si rivelano in una serie di questioni che ho rilevato nel lavoro con lui, e che ho potuto osservare seguendo anche la madre;  però viene diagnosticato schizofrenico…

[Ornella…]

Che ci sia una componente di fragilità, sì … In questo caso c’è una grande fragilità  e questo figlio è cresciuto da solo con la madre che definiamo schizofrenica. 

Una decina di anni fa Letizia Jervis Comba mi inviò una paziente già diagnosticata da altri psichiatri come schizofrenica. Con Bollas fummo invece d’accordo di riconoscerla come una psicosi isterica. Qualcuno la diagnosticava una psicotica conclamata. Beh, il complesso taglio con il mondo esterno, l’incapacità di stabilire dei contatti, dei rapporti, nonostante fosse stata aiutata, il tentativo di inserirla in attività lavorative, la pensioncina d’invalidità, tutta una serie di servizi che cercavano di coinvolgerla: tutto questo segnalava il riconoscimento di una grande fragilità. Questa persona si  assentava da qualunque attività di questo tipo. Non era in grado di stabilire dei rapporti con il mondo esterno, se non con personaggi molto importanti. Ricordo che un giorno ricevetti una telefonata da Franca Rame, esasperata da questa persona che la tormentava e che le aveva lasciato il mio recapito. La paziente aveva stabilito contatti con Dario Fo, con Franca Rame, col l’avvocato Pisapia, perché era stata molto attiva nell’area culturale e di ricerca della Libreria delle Donne di Milano. Pur essendo una piemontese, gravitava su Milano, tormentava il povero professor Franco Fergnani – dicendogli che anche lei era un’ebrea perseguitata come lui e cose di questo genere. Però un rapporto comune con persone di  pari grado, orizzontale, non esisteva  assolutamente.

In tutti i pazienti gravi che seguo non ce n’è uno invece, oggi, che non abbia una possibilità di correlazione orizzontale con altre persone, per cui è chiaro che tendenzialmente si dice che  il disturbo non è lo stesso, non c’è.

Poi c’è la questione grossa  delle identificazioni con altri modelli, altre immagini, quello che una volta si chiamava falso  Sé. Oggi si dovrebbe aggiungere un nuovo capitolo alla “Psicopatologia della vita quotidiana” che è improntata soprattutto al tema della perversione. Io credo che oggi la difesa che si può ben osservare nella psicopatologia della vita quotidiana è quella che Freud chiamava la “Verleugnung”, la negazione del perverso: io nego pur sapendo di negare, posso negare come se non sapessi. E’ una struttura di negazione, una difesa di negazione perversa, che fa parte della vita quotidiana.. quello che noi banalmente tanti anni fa chiamavamo falso Sé, Va ricordato che il termine è di derivazione inglese e potrebbe essere tradotto come un falso me stesso, non un Sé metafisico. Oggi  il falso me stesso è merce assolutamente comune. Anzi che uno non abbia una serie di falsi Sé è quasi raro. È il Sé del commercio insomma (generalizzando il concetto, quest’ultimo lo chiamerei un Sé metafisico in senso propriamente filosofico!).

Questo favorisce, secondo me, tutto un frullare di  vortici di falsa identità  talmente fitta, che  genera ovviamente una identificazione di falsa immagine, quella che il vecchio Lacan  chiamava sembiante, che è quasi impossibile frenare

E.

Il cambiamento nel tipo di reazione dei sofferenti ha una possibile spiegazione nel mutamento della società? Va cercata, insomma, una causa [esterna] oppure il problema dello psicanalista è innanzitutto quello di riconoscere la diversa varietà  delle patologie, poiché sono venute meno le precedenti categorie  d’interpretazione?

Dico queste cose, forse anche molto tecniche, giusto per far capire come si potrebbe collegare il lavoro di cura attuale ai nostri vecchi parametri culturali. Penso che il problema che abbiamo noi è moltiplicato cento volte.  Sul piano tecnico è difficilissimo oggi lavorare e sono formate malissimo le persone giovani. Anche quelle della mia generazione a volte sono formate proprio male, non capiscono assolutamente niente della contemporaneità.

È difficilissimo lavorare, perché il cambiamento che c’è è gigantesco e abbastanza totalizzante. Mediatico in primo luogo. Quello è il primo grandissimo cambiamento, che fa sì che qualunque cosa virtuale possa essere scambiata per reale. Ho la possibilità di aprire internet sul mio computer, dialogare con un’altra persona, prenotarmi un aereo piuttosto che comperarmi all’Outlet l’ultimo paio di Superga, che invece di costare 150 euro ora ne costano cinquanta, oppure posso sapere attraverso un blog cosa succede secondo l’opinione di ‘chiunque’, e posso comunicare attraverso questi mostruosi aggeggi continuamente. Ciò ha prodotto una serie di estensioni, se vogliamo comunicative, ma anche di  fraintendimenti fra ciò che è immaginario e ciò che è reale.

Qui c’è un gioco di scambio di  realtà, perché non si può nemmeno dare una disdetta al virtuale che pure appartiene al piano di realtà. Qualche anno fa assieme a Marco Riva, uno psichiatra che ha anche una formazione psicanalitica, avevamo condiviso una ricerca sull’immagine virtuale e i suoi effetti, anche positivi. Marco aveva proposto di proiettare dei video nelle sale d’attesa dell’ambulatorio psichiatrico dove lavorava. Le proiezioni  erano concepite per passare gradevolmente i tempi morti in alcuni luoghi-nonluoghi (come le sale d’attesa delle stazioni, degli aeroporti, degli ospedali, degli uffici pubblici, le fermate del tram, ecc.). Questi cortometraggi avevano semplicemente una valenza estetica e un libero flusso associativo caratterizzava il montaggio; erano stati girati dallo stesso Marco Riva che è molto appassionato e molto bravo. C’era anche l’intenzione di stimolare i pazienti, per incoraggiarli a prestare attenzione a qualche cosa di soggettivo che le circostanze un po’ fuori dal senso a volte ci aiutano a trovare.  Io mi sono dedicato alla parte un po’più teorica, dato che mi sono occupato per alcuni anni dello sguardo, della perversione, delle ottiche molteplici e sovrapposte, della pulsione scopica, di queste cose… Marco aveva sviluppato il materiale cinematografico in un modo molto interessante, evidenziando l’interazione dello sguardo con l’oggetto, la messa in moto di un’attività psichica soggettiva che prende in considerazione l’oggetto percepito e lo soggettiva. Non molti colleghi avevano capito bene  di cosa si trattasse, i colleghi  medici, ad esempio, non riuscivano a capire cosa c’entrasse con la psiche, con la sofferenza  questa cosa. Però, secondo noi, vedere in questo virtuale qualche cosa che può fare un effetto, accorgersene e poter pensare di gestirlo o di capire cosa ne deriva o interagire con queste cose ci sembrava un motivo molto importante.

È più attuale fare una cosa del genere che provare a vedere se lo psicotico è ancora psicotico, oppure se lo psicotico è un po’ perverso, oppure…  quello che  dicevo prima.  Questo però ci porta – almeno ha portato me personalmente – alla questione che io ritengo fondamentale che chiamo questione del soggetto. Per me, come psicanalista con una formazione filosofica di partenza – vengo da un’area umanistica, non medica – è la questione oggi più complessa e più difficile. Perché, secondo la psicanalisi, noi pensiamo necessariamente a cos’è il soggetto. Pensiamo al vecchio Freud, che io considero continuatore della tematica hegeliana dell’autocoscienza. Poi pensiamo a Lacan, l’altro che ha fatto, secondo, me un passo importante sul tema del soggetto: il soggetto sbarrato, lo stadio dello specchio*, lo scritto del 49  dove in qualche modo parla di questo soggetto illusorio,  nel quale io m’identifico  e che sono : il… me stesso, che io credo e desidero di essere. Da qui si scatena tutta una serie di strutturazioni, assieme all’impedimento al soggetto di raggiungersi in modo onnipotente e totale… Lì c’è la  prima visione lacaniana del soggetto.

E però, se parliamo di soggetti, non possiamo più pensare  che il soggetto sia riducibile alla mamma buona, alla mamma cattiva, al papà, al codice fraterno, ecc. Franco Fornari, negli anni ‘70 era stato molto bravo, da questo punto di vista: aveva scritto delle belle cose sui codici familiari, i codici affettivi, le parentele, tutte queste questioni, che poi aveva esteso anche alla politica… Parlava, per esempio degli Usa come struttura psicopolitica dominata dal codice paterno, della Russia dominata dal codice materno, l’Europa era la zona della tragedia di Tieste.

Io credo, invece, che oggi troviamo una grande difficoltà a concepire  una fondazione del soggetto riconoscibile, perché con una mediatizzaizone complessiva, con questa scomposizione di tutto il collettivo sociale, che sembra scomparso, tu non hai più nessun polo di riferimento, di rispecchiamento, non hai più alcuna possibilità di deliberare alcunché ricevendo un riscontro convincente da parte dell’altro (il che sarebbe ciò che ti farebbe un po’, tra virgolette, innamorare dell’altro!). Ma hai continuamente delle protesi d’identificazione possibile, delle sembianze di similitudine, dei falsi noi che si creano e che sono anche difficili e a volte pericolosi da smantellare. Perché a volte ti ritrovi di fronte a persone che  hanno come strutturato un loro modo d’essere su quello che Lacan chiamava «sembiante», ma un sembiante complesso, con la sua quota di realtà –  che ti mette in una posizione di interazione abbastanza gravosa, dove io credo che si dimentichi per es. tantissimo… il corpo.

Christopher Bollas, che ho visto l’ultima volta a maggio, ha scritto un libro interessantissimo e non ancora tradotto nel 2002-2003 dove riprende il tema della libera associazione freudiana.  Lo tiene buono  come principio sul quale fa vedere come ci siano stati dei fraintendimenti colossali.  Sostiene che la libertà di pensiero associativo del soggetto sia una caratteristica indispensabile, per considerare correttamente la mente umana. Bollas di formazione è un letterato, è docente di letteratura inglese, è stato allievo di Donald D.Winnicott ed è membro ordinario della British Psychoanalytical Society.  Ha pubblicato nel 2007 un libro nuovo, The Freudian Moment (Il momento freudiano), che può sembrare  una tematica di vecchio stile; però i titoli dei capitoli sono molto significativi. Uno s’intitola Identificazione percettiva e qui il corpo c’entra qualche cosa. E il sapere inconscio a cui lui si riferisce viene chiamato Unconscious Known   cioè il conosciuto inconscio, il saputo inconscio.

C’è anche un gioco letterario, senz’altro, in questa cosa, perché il vecchio inconscio freudiano Unbewußt in tedesco, scomparità poi nella seconda topica freudiana dove farà capolino l’Es… in inglese abbiamo “Unconscious known” cioè “Unbewußt- Bewußt” ?!

E.

Fa pensare a quello che Majorino chiama l’ignoto del noto…

Si può chiamare anche così. Lui chiama quest’aspetto identificazione percettiva, perché è di cultura molto inglese… Pensa che lo stesso Winnicott ha scritto un saggio di psicoanalisi dal titolo Human Nature (La natura umana), tema tipico inglese. Siamo a Locke, ma più ancora siamo a Hume, siamo alla tradizione classica  inglese, che è sempre stata molto vicina alla percezione come fondamento della stessa coscienza. Poi qui, giustamente secondo me, andrebbe fatta fuori tanta cultura accademica, soprattutto italiana e anche francese. Gli inglesi pongono molto in luce l’aspetto percettivo della  coscienza. La coscienza non è composta di solo pensiero.  Per noi – e i francesi forse peggio di noi – la coscienza è pensiero. Direi, con l’evidenza della contemporaneità, che la coscienza è, forse prima di tutto, percettiva. Bollas mette in luce questa cosa molto bene, secondo me.

Poi scrive un altro capitolo interessante, che è What  is  theory (Cos’è la teoria); ed è una critica molto forte, cosa su cui ci siamo trovati molto d’accordo, che si ritrova nel capitolo “Sull’interpretazione del transfert come  resistenza alla libera associazione”. Cioè cosa va a dire?  In sostanza, che l’analista che comunica un’interpretazione del transfert al paziente impedisce e pone una resistenza alla potenzialità di associare liberamente. Dice in sostanza che, se io interpreto, ad esempio, che tu ti stai comportando così, perché  evochi attraverso il rapporto con me un rapporto conflittuale col padre, piuttosto che un’altra qualsiasi area inconscia attivata, blocco ogni lavoro di libera associazione, che è il pensiero creativo, che è la parte più significativa del soggetto Nonostante la sua piena formazione kleiniana, l’analisi con il grande Winnicott e la conoscenza di Bion lo hanno forse aiutato a spingersi oltre nelle critiche ai dogmi di certa psicoanalisi ufficiale. Per esempio, dice che chi interpreta l’attacco al seno buono, l’identificazione proiettiva, la controidentificazione, cosa fa? Ripete sempre lo stesso schema meccanico che è esattamente l’opposto del metodo psicoanalitico. Cioè fa un ritornello, una ripetizione continua, un loop, come si dice oggi, un atto perverso, dico io.

Sempre in questo testo afferma una cosa molto semplice e molto vera, che abbiamo sempre saputo tutti: il libero pensiero è una modalità tipica, strutturale dell’essere umano. Cioè non è un’acquisizione della psicanalisi o di chi ha fatto l’analisi, dunque teniamo conto che il soggetto umano è dotato di una capacità di libero pensiero! 

Qui lui non va in contrasto, anzi è abbastanza in sintonia, con certe acquisizioni delle neuroscienze. Pensiamo ad Antonio Damasio, al suo bel testo, Emozione e coscienza, dove ha la capacità di sostenere che esiste un soggetto biologico. Come esiste un soggetto nel senso filosofico comune del termine, c’è una soggettività, un’ individualità  biologica…

Secondo me, il passaggio teorico necessario in questo momento impone di pensare – da determinista, da costruttivista pluralistico, da strutturalista, o da qualunque altra posizione intellettuale si voglia sostenere –  a non negare più come indeterminato ciò che è invece soggettivo, individuale, peculiare. C’è un diritto di esistenza specifica, particolare del soggetto.

Il mio scopo personale coi pazienti da un po’ di anni a questa parte, ma particolarmente adesso, è proprio quello di essere su questa posizione etica di assoluta tutela, di diritto ad essere del soggetto e di potersi inventare  ed essere qualche cosa che non sia determinato da meccanismi. Per cui in qualche modo penso che anche il vecchio Edipo, per es.,  sia da assimilare un po’ alla strutturazione archetipica junghiana.  L’archetipo è come una struttura – d’accordo che io ho il cuore, i polmoni,  lo scheletro, l’apparato muscolare – ma non posso essere ridotto  a questa dimensione,  perché, se no, mi spiego che sono così perché ho questa struttura. Oggi una tale posizione è così palesemente falsa, inadeguata,  che non si può fare altro che passare  alla legittimazione di un soggetto che va facendosi, pur non avendo delle identificazioni sostenibili all’esterno. E questa è la contemporaneità freudiana autentica.

E.

Quello che dici mi pare abbia dei riscontri anche in campo politico (crisi dei partiti, nuove soggettività irricomponibili nelle categorie classiche della politica come nazione o classe, ecc.).

Bollas è assolutamente pluralista rispetto alle teorie psicoanalitiche: ritiene che siano integrabili l’una con l’altra, o meglio, che debbano essere coesistenti. Fra i colleghi milanesi ritengo che Carlo Viganò, allevo diretto di Lacan, sia pluralista e molto tollerante: è stato molto vicino a Basaglia e mantiene uno stile di psichiatria democratico. Bollas è forse più “ecumenico”, perché ritiene che oggi è impensabile che un analista abbia una formazione limitata a una scuola. E’ anche molto critico rispetto alla rigidità delle ortodossie. Ma sostiene che non puoi pensare di avere letto Freud e di non avere letto nulla di Winnicott o di Melanine Klein, di Jacques Lacan o di Wilfred Bion. E’ necessario appropriarsi di una vasta gamma di concezioni dell’inconscio per poter sostenere la teoria del soggetto. E ciò non significa nemmeno che si debba rinnegare una teoria dell’attaccamento, pensa a Bowlby e ai suoi seguaci. Bisogna far proprio ciò che proviene da questi punti di vista…

D.

È un po’ anche quello che avviene nella scuola. Oggi gli insegnanti non possono legarsi ad un modello a una teoria dell’apprendimento.  Sono costretti ad utilizzare diversi modelli.

E:

Siamo, dunque, arrivati al riconoscimento della pluralità anche nella psicanalisi?

Poco, poco…Diciamo, per esempio, che ci sono psicoanalisti come Carlo Viganò che è aperto da questo punto di vista. Lavoro con lui all’ex O.P.“Paolo Pini” da sei anni. Da dieci anni vi si tiene un seminario sulla costruzione del caso clinico. Il gruppo che ha organizzato il lavoro ha avuto la direzione di Salvatore Freni, uno psicoanalista della S.P.I. (Società Psicoanalitica Italiana), di impostazione bioniana, psichiatra e docente universitario, che ha dato spazio a Viganò, pur essendo lui un rappresentante della leva lacaniana. Ha dato la parola anche a me che considera abbastanza vicino all’area inglese winnicottiana, nonostante in Italia io mi senta forse più vicino all’area lacaniana. Sai che io ho percorso anche un lungo tratto di analisi con un analista junghiano. C’è anche qualche junghiano che partecipa alla discussione… 

Su queste rigidità di scuola rimango tuttora molto perplesso. Però diciamo che a Milano c’è questa realtà del Paolo Pini. E lì si può praticare ancora una forma di psicoterapia quasi gratuita, pagando semplicemente un ticket. Ciò vale per molte persone, per cui  si può dire che  c’è ancora quest’area pluralistica e aperta che continua. Però dire che c’è un’apertura alle varie scuole  è molto azzardato. 

Personalmente mi considero un po’ un poliglotta da un certo punto di vista, perché  avendo avuto la  formazione di base con dei freudiani ortodossi, la prima formazione clinica con Fornari, che allora era più bioniano che kleiniano, poi ho frequentato per molti anni gli junghiani  e altrettanto i lacaniani, so qual è il registro da cambiare quando tu vuoi parlare.

Una cosa interessante è successa con Bollas. Gli ho presentato in caso  di un paziente, figlio di madre suicida quando  lui aveva  16 anni.  Lui con una serie di malesseri gravissimi, ai quali si è aggiunto l’alcoolismo, insomma una situazione molto grave e allarmante. Un mio amico psichiatra voleva ricoverarlo ma abbiamo convenuto di  aspettare un po’ di tempo e il paziente ha accettato di assumere un po’ di antidepressivi, perché era il caso anche se ho fatto fatica a convincerlo. Siamo riusciti a non farlo ricoverare e a lavorare  abbastanza bene su queste cose.  Dopo tre anni di lavoro con lui, tante cose sono andate decisamente molto bene, su altre questioni c’è ancora molto lavoro da fare. Per mia curiosità intellettuale ho presentato proprio questo caso a Bollas  Volevo sentire lui che cosa mi diceva.  E la cosa interessante è stata questa, che  lui mi ha detto che la conduzione di questa psicoanalisi era assolutamente coincidente con la psicanalisi della relazione d’oggetto. Certo era stata condotta in modo rigoroso dal punto di vista del setting, delle regole analitiche. Ma il registro di lavoro da me adottato con il paziente era assolutamente diverso da quello che Bollas poteva riscontrare nel mio lavoro. La caratteristica comune era la scelta decisamente non interpretativa, il paziente stava steso sul divano, veniva due volte alla settimana e  attraversava una serie di contenuti associativi liberi.

Perché la cosa è interessante? Perché indipendentemente dal riferimento teorico adottato, effettivamente fai parlare il soggetto! Ha importanza il soggetto non la teoria. E, se conosci le lingue in cui si parlano le varie teorie, la traduzione dall’una all’altra è possibile!

Sul piano teorico a me interessa il fatto che si possa passare da un linguaggio all’altro, perché – e qui riprendo Bion – i vertici sono tanti: puoi cambiare vertice  e guardare da un altro punto di vista  l’oggetto.  L’importante è ricordare che l’oggetto ha una sua esistenza di soggetto e che non prevalga la teoria.

La nostra psicanalisi,  in generale, è ancora molto dogmatica: adotta una vecchia meccanica ‘metafisica’.

[Ornella: legata all’orticello  .. come se non fosse un tutt’uno corpo anima e mente]

D.

Vediamo se ho capito…Diciamo che c’è una grossa difficoltà a individuare le nuove patologie, una difficoltà diagnostica rispetto alle patologie di un tempo ( isterie, nevrosi, psicosi e così via) oggi  esistono patologie molto più complesse  con un buon funzionamento ,, un buon adattamento alla realtà però  si hanno delle grosse difficoltà  che non vengono facilmente..  Due: c’è una grossa difficoltà da parte degli analisti,  per cui non è più facile utilizzare degli intenti teorici .. molti dei loro limiti e della loro inadeguatezza.. per cui  ti orienti verso un pluralismo delle teorie  per cercare comunque di aiutare  difendere il soggetto  o, come dicevi, di tutelare il suo diritto ad essere

 Questo tipo di rapporto rispetto all’altra questione  rispetto ad alcuni libri usciti negli ultimi anni …  avevo…  Le discussioni che avevamo fatto riguardavano 4 punti: 1) una ricognizione dei malesseri esistenti oggi e mi ero segnato una serie di libri  [elenco libri Donatoaggiungere, precisare o trattare altrove?] atti di convegni.. legati al disagio della cività..  in Psiche..  Itinerari del rancore..  Paranoie del politico…  Non sarebbe male  recensire  una seirie di libri che ci aiutino a fare una ricognizione dei malesseri della psiche.. famiglie scuole fabbriche uffici  legate a  forme di concorrenza sui luoghi di lavoro…  globalizzazione postfordismo.. è un filone di lavoro.. 2) poi c’era la difficoltà a d affrontare il disagio psichico e qui ci sono tutti i discorsi che vanno  dalle droghe, cocaina, psicofarmaci …il discorso dell’arteterapia.. manicomi..  bambini iperattivi..  dibattiti caldi rispetto al malessere che c’è; 3) gli orientamenti teorici: cognitivismo contro psicanalisi…  magari per concludere come dici tu: ragazzi, il viaggio non è finito.. dobbiamo continuare a lavorare, la società cambia, dobbiamo assumere atteggiamenti più complessi… ; 4) … esperienze come la tua o di persone che possono descrivere…  romanzieri, scrittori..

Sulla questione delle varie psicologie e psichiatrie che hai nominato, la cosa più importante da dire sarebbe che non si legge più la clinica; tu trovi molte formulazioni teoriche – forse le hai nominate tutte –  che portano esemplificazioni di “vignette” cliniche (adesso si usa chiamarle così) per comprovare l’attendibilità della teoria o della tecnica psicoterapica utilizzata. In questo senso, ripeto, le psicologie e le psicoterapie (psicoanalisi compresa) sono delle metafisiche dogmatiche e incongrue.

[D.

Sere fa stavo leggendo un libro..  della Comencini? Uno che ha la mia o la tua età…che si chiede perché il comunismo…e comincia un percorso… Avevo finito di leggerlo..Evitare le emozioni, vivere le emozioni…  imposta questo suo lavoro a partire dalla clinica perché vedo  che all’interno c’è molta casistica..  mi pare che sia bioniano..

Io dico però un’altra cosa e divento un po’ marxiano in questo. Prassi e teoria. La psicanalisi non può assolutamente, e non deve, evitare di basarsi sulla pratica.  Le cliniche che tu trovi nominate in quelle teorizzazioni… tutte quante, sono delle astrazioni formali  che non si fondano sulla casistica clinica.  Ti porto, invece l’esempio di due casi clinici di psicosi che sono stati presentati di recente*. Nel trattamento si espongono le complicazioni del caso, ciò che succede. Perché è importante prestare attenzione alla clinica?  Da un certo punto di vista rimango molto vicino alla posizione lacaniana del cosiddetto après coup, quello che succede dopo, l’evento. Ogni trattamento clinico procede per eventi e accadimenti. Non si può pensare che io prevedo e pre-dico l’accadimento.

Queste teorizzazioni, invece, cosa fanno? Incasellano tutto. Detto in parole povere, eliminano il concetto di inconscio completamente, eliminano  la lettura della terza topica lacaniana – il nodo dei tre anelli R.S.I. – quella del Reale, del Simbolico, dell’Immaginario, che sono sempre interconnessi. Perché il Reale è l’ineludibile, ciò a cui non mi posso opporre, il Simbolico è il linguaggio, l’Immaginario è il  come se. Bene, se tu guardi la questione da questo punto di vista, le teorie o s’incistano sul Simbolico o  sull’Immaginario o sul Reale.  I cognitivisti, i comportamentismi, i biologisti sul Reale. Gli psicanalisti di stile iperteorico – compresi molti lacaniani – sul Simbolico. Li ho criticati e me ne sono in parte allontanato, perché non ne potevo più di questa mitizzazione del simbolismo linguistico: la parola, la parola, il ragionamento sulla parola. Sì, il dominio del Simbolico, che diventa un’assolutizzazione di quell’anello topico. Gli junghiani e i kleiniani : Immaginario allo stato puro, il come se posto come uguale al Reale. Poi ci sono i fenomenologi che a furia di parlare di soggetto lo rendono oggetto all’estremo. Ci sono lavori interessantissimi di varia provenienza, ormai sono dei classici. Prendi Ronald Laing, che ha scritto il testo più bello, L’io diviso,  che è un esempio di fenomenologia straordinaria, ma anche di psicanalisi. Lui era allievo di Winnicott.  In Lacan ci sono cose splendide negli Écrits e, soprattutto, in alcuni dei Séminaires …

Anche alcuni colleghi hanno scritto anche cose eccellenti, ma indipendentemente dalla “scuola” di appartenenza. Per esempio ci sono delle cose intelligentissime scritte da qualche junghiano (pensa a Vincenzo Loriga, pensa a Cesare Viviani, o a Peter Schellenbaum). Non voglio dirti che gli psicoanalisti oggi siano stupidi, non voglio dire che siano da svalutarsi i loro scritti. Ma, quando tu estrapoli da queste teorie delle teorizzazioni e ne fai sistema, tu fai un tipo di riduzione alla logica sbagliata. La logica della psicanalisi è una logica clinica. Non è una logica della teoria. Da questa chiusura noi italiani non usciamo e pure i francesi fanno  molta fatica.

 E.

E perché?

Perché siamo prigionieri di una cultura molto vecchia…

[Ornella: l’esempio degli stranieri che partono  da…  assolutamente lontana dalla nostra..]

La teoria chiude tanto non ti dà modo di avere un’interazione libera, soggettiva e intersoggettiva, dico io.  Le teorie psicologiche o psicoterapiche sono veramente scatole cinesi.

E:

E però una teoria che fosse attenta alla varietà, pluralità e singolarità dell’esperienza  non potrebbe suscitare un maggiore attenzione verso di essa? Ci sono teorie sistematiche che chiudono il processo e lo rendono statico. Ma ci sono anche delle teorie che aprono alla varietà della vita e del mondo dell’esperienza. Non è che la teoria di per sé chiude soltanto…

Per chiarezza, vorrei dichiarare pochi dogmi del mio ‘catechismo’; prima Freud e poi Kafka. Allora, due cose. Nell’ ultima serie di lezioni, nell’Introduzione alla psicoanalisi  Freud nomina tre azioni la cui realizzazione corretta è impossibile ma a cui non si deve rinunciare: governare, educare e psicanalizzare [ curare, amministrare,  educare]. Sono d’accordissimo che non possiamo portare la bandiera del valore etico o intenzionale di ciò che stiamo facendo come giustificazione del nostro lavoro, eppure non possiamo prescindere dalla necessità etica di praticarlo. E l’altra cosa che Freud scrisse, sempre nella serie di lezioni: la psicanalisi non è una Weltanshauung (concezione del mondo). Importantissimo: la psicanalisi non è un modo di guardare al mondo, non è una visione del mondo. La psicanalisi è innanzitutto una pratica. L’errore protratto molto a lungo è stato quello di innescare questa continuità tra il pensiero accademico, filosofico  e la psicanalisi. Guarda che cosa hanno scritto i vari psicanalisti che si sono occupati di letteratura o di arte. Il Lavagetto, Francesco Orlando. Franco Fornari stesso ha scritto un bruttissimo libro su Agostino di Moravia. E comunque soprattutto la psicanalisi degli anni Settanta, cercando di attestare l’attendibilità teorica della psicanalisi. Invece che ispirarsi in modo creativo e curioso all’arte e alla letteratura, cogliendone gli stimoli preziosi e la capacità di intelligenza e di rappresentazione, una brutta psicoanalisi ha cercato di spiegare i tratti psicopatologici nascosti dell’artista o della sua opera. Per fortuna filosofi come Gilles Deleuze hanno fatto giustizia e chiarezza sull’arte di Francio Bacon, o semiologi come Roland Barthes ci hanno aperto gli occhi sulla lettura dell’immagine! Sembra sempre che la psicanalisi si senta sempre sorella minore della medicina, della filosofia delle scienze positive. E c’è ancora chi cerca di dire che è scienza, che è vera, è giusta e cura; e poi non ci credono davvero a quest’effetto di cura… C’è questo aspetto del sentirsi  schiavi della medicina e fratelli minori della cultura filosofica e intellettuale: uno psicanalista non si sente, in questo senso, né carne né pesce.

Secondo me la psicanalisi davvero non è una teorizzazione, ma ha bisogno di una pluralità di teorie.  Non credo  che noi possiamo dire che c’è una teoria psicanalitica, ma è anche sbagliato dire: c’è quella freudiana, quella kleiniana, quella lacaniana.  Ripeto: si può virare da una all’altra, se si conoscono i punti di snodo, ma la psicanalisi ha bisogno di una quantità di teorizzazioni  molto vasta.

Pensiamo ad Antonio Damasio o ai neuroscienziati che spiegando la funzione dei neuroni a specchio permettono di convalidare l’importanza dei processi inconsci di identificazione. Ciò significa, ad esempio, che guardando un paziente, ascoltando la sua voce e sentendo lui la mia, muovendomi e pensando certe idee, attivo un’area di arricchimento di comprensione e di conoscenza possibile che si potrebbe chiamare banalmente creativa… La scienza  mi dice oggi: quello che fai è attendibile, è vero che funziona. Come psicoanalisti l’abbiamo dato sempre per scontato,  ma dirlo non è così facile e scontato. Per questo compaiono la famosa empatia o le relazioni affettive rimosse, quasi a giustificare che fra due soggetti qualcosa di nuovo accade! Anche dalla filosofia possiamo trarre insegnamenti preziosi. Io trovo interessanti ad esempio le questioni del tempo, del tempo inconscio, del non tempo dell’inconscio (una questione importante in sospeso) da Husserl ad Heidegger a  Emanuele Severino, un uomo di grande intelletto secondo me:  la questione  dell’eterno presente,  del tempo presente  è una vera spiegazione teoretica  del modulo logico del tempo.

E come potrei negare le funzioni di neurotrasmettitori, come  la serotonina,  la dopamina, la noradrenalina, ecc.? Devo sapere che un individuo sottoposto a una fatica, a uno stress, al dolore, o a qualche cosa di molto grave,  andrà accudito, magari aiutato ad accettare un aiuto farmacologico stabile o temporaneo adeguato. Dovrò poter telefonare a un collega psichiatra e dirgli che questo neurolettico per questo paziente è troppo, lo fa star male. Oppure: guarda che questo  neurolettico qua  non va bene, non si può sostituirlo o somministrargliene un po’ meno?

Allora, se io  non so queste cose, non so  curare il  paziente. La teoria mi può dire  quello che vuole, però io sono presente anche per riconoscere che un farmaco a una persona fa bene ma all’altra fa malissimo, che una cura tipica può essere straordinaria per un’anoressica ma inutile o dannosa per un’altra, che solo un ottavo del dosaggio standard di un farmaco neurolettico è sufficiente a quello psicotico cosiddetto delirante: è semplicemente preda di un’angoscia tremenda e quel farmaco che non lo stordisce gli fa recuperare un grado di calma e magari poi smetterà anche di prendere quel farmaco…

Ora io non posso teorizzare che i farmaci non servano, che la serotonina non è così importante,  che il senso del tempo è quello che dico io  e non è quello che dice Emanuele Severino, o piuttosto che le neuroscienze sbagliano a generalizzare.  Alla stessa stregua, il cognitivista  su certe cose ha ragione, il fenomenologo anche. Se lo psicanalista interpreta come atto mancato un comportamento inconsueto che in realtà dipende da un’anomalia dell’amigdala, sta facendo un abuso teorico, ignorando le conoscenze che ci hanno portato le neuroscienze. Allora da un certo punto di vista bisogna dire con chiarezza che la psicanalisi non è una teoria unitaria.

Or.

È  una scienza aperta…

È una scienza aperta. Riprendiamo ancora Freud che segnalò quello che  la psicanalisi non deve fare: negare. Perché non deve avere una funzione negativa? Perché la funzione negativa si legge, in psicoanalisi, come meccanismo difensivo rispetto al reale, e al sapere che si produce. Non  mi posso permettere, come psicanalista, come essere pensante, come essere umano, di negare a priori  un dato del sapere solo perché scombina la mia teoria.

Prendiamo l’esempio di alcuni pazienti citati da Damasio. Potrebbe capitare che uno di loro, portatore di una lesione all’amigdala, dia una risposta assolutamente serena e non aggressiva davanti a chi lo insulta o lo malmena, anzi è sorridente ed è bonario.  Come psicoanalista, o psicologo, o psichiatra, potrei pensare che probabilmente il paziente ha un tratto masochistico, o forse ha una componente d’identificazione con il proprio aggressore,  o forse interpreta l’attacco in modo metaforico… Potrei dire un sacco di sciocchezze! Perché chi ha una microlesione nell’amigdala  può essere assolutamente capace di vivere, di amare, di lavorare di fare una vita comune, ma non riesce ad individuare i segnali aggressivi (tono di voce, alterazione motoria, ecc.) di un altro come minacciosi,  non codifica questo come un attacco, si comporta in modo non reattivo.

Allora se dieci anni fa potevamo pensare che fossero fissazioni dello scienziato, oggi dovremmo imparare qualcosa di più dalla metodologia filosofica: sospendere il giudizio,  fare “l’epochè”, la sospensione del pre-giudizio, in attesa delle rilevazioni fenomeniche adeguate al giudizio. Se no si fanno delle operazioni assolutamente criticabili. Come psicanalisti dobbiamo interrogarci: perché mai dobbiamo negare qualche cosa?

Tu citavi prima Il libro nero della psicanalisi. Elisabeth Roudinesco ha scritto Pour quoi la psichanalyse in risposta a quel testo. Vi fa  una serie di osservazioni sulla legittimità  del lavoro analitico, sul fatto che il soggetto umano non può essere ridotto a certe categorie, dà una risposta anche abbastanza attendibile. Però penso anche che la psicanalisi dovrebbe abbattere la propria presunta onnipotenza. Noi stessi siamo stati psicanalizzati da quelli che abbiamo considerato maestri ma credo che oggi il mito sia sfatato, che  forse vada preso atto che  un’umiltà rispetto agli altri saperi  dobbiamo averla, perché  altrimenti rischiamo di  ideologizzare, di confezionarci “vestiti di idee”(l’Ideenkleid che  Husserl ci ha insegnato a riconoscere).

Mi hanno colpito molto quest’anno certi colleghi americani. Ho sempre considerato gli americani poco stimolanti sul piano intellettuale. Invece devo dire che alcuni di loro mi hanno colpito molto. Ho conosciuto Eric Plakun  che lavora da trent’anni all’ Austen Riggs Center dove sono  ricoverati i pazienti suicidali  o con rischio suicidale alto  e con un alto grado di rifiuto  di ogni forma di trattamento psicanalitico o  psicoterapico.  Lui è responsabile da trent’anni di quest’ospedale.  È di una semplicità, di una umiltà assolute. Ha scritto un saggio bellissimo (ci ha lasciati tutti con tanto di naso!) che riflette sugli errori  dei terapeuti che non sanno affrontare  il fallimento della propria terapia, la paura di parlare di morte e di affrontare la mortalità possibile del paziente; e non sanno usare quell’aggressività che viene sollecitata nell’analista da questi pazienti  come un elemento pericoloso.  In fondo cosa dice Plakun: tu analista che lavori con una persona che si può ammazzare e rifiuta la terapia, sai che cosa ti sollecita, sai che controtransfert – diremmo noi negativo – sollecita in te, sai che parti tue di rigetto, di furia, di rabbia, di non accettazione,  di negazione, sollecita?

Ha fatto un’indagine sugli errori nel processo, quando non si guarda e a volte non si parla col paziente di questa problematica. Ora all’Austen Riggs hanno una bassa percentuale di pazienti che si suicidano lo stesso. Ma un’altissima percentuale di pazienti riesce a superare questa impasse. Sai come fanno gli americani: sono molto pragmatici, danno importanza a ciò che funziona!  L’altra cosa intelligentissima è che, se un terapeuta in supervisione   non riesce ad affrontare la questione distruttiva ed è in qualche modo quasi complice del paziente, il team che segue il paziente darà il compito di sollecitare il nucleo distruttivo a un altro terapeuta, che interviene magari  col gruppo, anziché con la terapia individuale piuttosto che con la terapia farmacologia. Sarà quest’ultimo a svolgere la funzione necessaria, senza bloccare l’altra funzione utile che il terapeuta connivente in qualche modo sta svolgendo.

Da un americano non mi aspettavo tanto, francamente. Ed è un insegnamento che ti fa pensare, per esempio quando noi generalizziamo e non prendiamo atto che abbiamo delle difficoltà, dobbiamo affrontare  delle cose che non ci piacciono  proprio e ci troviamo di fronte a questioni abbastanza  complesse. Ecco loro fanno una clinic dove c’è questa gente che lavora insieme e si integra in uno scopo comune. Per noi è una cosa  abbastanza strana e di là da venire…

[Or.

non hanno facilità ad unire le problematiche]

E.

In questa pluralità di approcci, diciamo pure di eclettismo, che è sotto molti aspetti positiva perché rompe con atteggiamenti dogmatici, come fa l’analista, costretto a lavorare in una situazione di grande incertezza, a superare i nodi più difficili? Quando ha dei dubbi, a cosa, a chi ricorre? Ci saranno dei supervisori?

Non ce n’è quasi nessuno. Io vado a Londra da Bollas, magari anche solo per una supervisione. Lavoro con lui, procede un  lavoro di ricerca a tempo indeterminato. Grazie al cielo ci capiamo bene … Ho degli scambi con alcuni colleghi di Parigi, posso confrontarmi abbastanza frequentemente coi colleghi americani, c’è qualche collega milanese col quale è possibile uno scambio di punti di vista. Devo dirti che a Milano c’è qualcuno che mi capisce? Pochi e poco. Molti non capiscono neanche di cosa sto parlando. Se sono chiusi in una teoria sono io che mi devo sforzare di parlare il loro gergo, i miei riferimenti pluralistici sono faticosi!

E.

Allora un analista, che s’accorge della complessità  dei nuovi disagi e dei rischi che corre nell’affrontarli, su che cosa può contare?

Secondo me su un lavoro d’équipe…  Il Pini in qualche modo lo fa: siamo una rete  di persone che possono collaborare. In primo luogo ci vorrebbe un lavoro d’équipe organizzato principalmente dallo psicanalista. In secondo luogo una collaborazione stretta con le altre figure terapeutiche (non un’esclusione come se una fosse la figura utile e le altre figure accessorie). A volte la figura psicoterapica più efficiente può non essere affatto quella dello psicoanalista, ma lo psicoanalista deve supportare adeguatamente la figura designata e favorire un’armonizzazione dei compiti dell’équipe. Per es. la collaborazione stretta con lo psichiatra, la possibilità di parola con lo psichiatra …  che lui sappia, che io sappia … e che noi ci scambiamo i nostri punti di vista..  Naturalmente per fare questo in privato, io avviso il mio paziente  e chiedo se mi dà il permesso di avere una comunicazione regolare con il medico. Lo faccio e insegno a quei pochi che  ascoltano un pochino che si fa così…

L’altro discorso è la supervisione.  Sì, la supervisione posso chiederla ad alcuni. Per carità, se c’è una persona che mi può illuminare … però a volte per certe cose sono pochissimi…  Ormai con queste scuole esplose dovunque, non c’è più psicoanalisi che si sofferma a pensare!  L’altro discorso è che io ho in supervisione alcuni colleghi.  Cosa fai, quando ci sono questi casi gravi?   […]

Una comunicazione almeno settimanale e poi  prendo  in carico assieme al collega il lavoro che sta facendo, segnalandogli chiaramente quello che non vede. Viene da me una collega che a volte lavora con casi gravi  e si è trovata nel panico. Farle riconoscere quando lei non è in grado di lavorare con quel paziente, quando è opportuno indicare un  medico,  quando è opportuno che aiuti il paziente a traslocare da un’altra figura terapeutica più adeguata, quando ci sono delle aspettative dell’analista che sono improprie e inadeguate, quando non si sa che tipo di risposte può avere il paziente. Allora, per es. in questo caso, quando tu fai un quadro molto dettagliato e preciso con un collega che supervisioni, prima di tutto devi sapere fino a che punto il collega ha lavorato su di sé. Ho avuto una collega in analisi per due anni e mezzo, perché  aveva bisogno di capire delle cose che non aveva mai analizzato per continuare in quest’area di supervisione. E allora era importante che prendesse contatto con delle aree psicotiche di sé, che non aveva mai tenuto in considerazione e che quindi interagivano male con quelle del paziente. Non poteva essere così pacata da lasciarlo tranquillo, se aveva bisogno di catalogarlo, di collocarlo, di applicare la tecnica – questa cosa di applicare le tecniche è mostruosa! Imparate queste cose, allora, il lavoro può essere “stiamo vedendo quello che succede!”. Non è che io preveda esattamente quello che succederà, ma devo avere una mappatura molto precisa, come un asse cartesiano che ti permette di individuare il punto, l’oggetto.

Secondo me, quando ci sono grosse difficoltà col  collega in supervisione che ha  un caso difficile da trattare, devi disporre tanti occhi che guardano, devi tenere presente una serie di dinamiche che si muovono. A volte ci vuole una  pazienza da parte del terapeuta o dell’analista, perché  pare che per molto tempo non succeda niente… E magari  nell’analista si  coltiva  l’angoscia, si annida un malessere, non dorme di notte:  ti porti dentro dei mattoni pesanti, incredibili. E devi reggere. A volte quello che fa succedere qualche cosa è proprio il fatto che se tu riesca a tenerti tutta questa carica mostruosa di angoscia, di malessere, portartela dentro; e a volte vedi il paziente che esce alleggerito dal tuo studio e tu ti senti pieno di pesi, di lividi, di insuccessi…

Io ho un paziente che aveva delle fissazioni gravi, mi era stato mandato da un reparto psichiatrico importante  di Milano.  Aveva delle gravi situazioni deliranti. Ho notato che aveva bisogno di un tempo della seduta completamente fuori da quello del setting, fuori da certi canoni. Perciò fa una seduta di due ore. Tutte le volte, per un anno abbondante, due ore alla volta, perché per sentirsi a proprio agio, per sciogliersi verbalmente, per poter instaurare un rapporto sufficiente, ha bisogno di almeno una mezz’ora. E adesso che si sente a proprio agio, il tempo è quello, un tempo lungo.  So che avrebbe dovuto venire non meno di due tre volte la settimana Ma ci sono più problemi. Primo: secondo lui due, tre volte è troppo e non se lo può concedere. Poi economicamente non se lo può permettere.  E poi per lui venire più volte sarebbe un segno di gravità. E allora cosa ho fatto? Ho lasciato l’accordo di una sola seduta alla settimana, una seduta  che occupa il tempo di tre sedute che si tengono in giorno solo. È fortemente antieconomico, dal punto di vista del denaro che guadagno.  E però a volte un tempo antieconomico è indispensabile… Il tempo prolungato così, per questo paziente, è indispensabile. Se confronti il mio comportamento con un rigido setting si può dire che io mi comporti in modo selvaggio! Ma il paziente è guarito, se così si può dire, dalla propria patologia psicotica e sta lavorando ora come ogni normale nevrotico, anzi come uno dei migliori analizzanti!

Anche la questione del vecchio dispositivo delle quattro o cinque sedute alla settimana, della neutralità dello psicanalista, dell’accettazione indiscutibile delle regole e dei tempi, della frequenza e dei pagamenti non può essere attuata al giorno d’oggi. Pensa che a New York è rimasto un solo allievo psicoanalista che procede nella formazione tradizionale dell’Internazionale Freudiana. Vorrà pur dire qualcosa rispetto ai cambiamenti necessari!!!


“Le stade du miroir comme formateur de la function du Je “

   telle qu’elle nous est révélée dans l’experience psychanalytique

Communication faite au XVIe congrès international de psychanalyse à Zürich, le 17 juillet 1949.

* Al IX Joint Meeting fra l’AAPDP (American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry) e OPIFER (Organizzazione di Psicoanalisti Italiani. Federazione e Registro) dedicato alle strategie della psicoterapia dinamica ho presentato uno scritto intitolato Free thinking: la psy-chose prochaine.

Ovvero il libero pensiero e la follia vicina di casa.

Riordinadiario 1973

di Ennio Abate

2-4 gennaio 1973

Ad Agape (Praly) seminario di AO sul partito

[Ricordo. Stazione di Torino. Mentre scendevamo dai treni, riconosco Vittorio Rieser che parla – suppongo –  con un funzionario di polizia]

2 feb.1973

Cologno. Miei incontri con funzionari del Sindacato in via Fontanile. Anche con M., ex Psiup, conosciuto già prima dell’occupazione della Statale e ora (temporaneamente) qui  nell’hinterland. Finora ha cercato unicamente contatti personali con me e con il Comitato di  lotta*, non un  rapporto da organizzazione ad organizzazione. E senza ma  implicare nel confronto con noi almeno alcuni dei compagni di base del sindacato. Anzi punta ad attirare nel sindacato gli studenti  che gironzolano attorno al Comitato di lotta. Comincio, perciò, a dubitare che la sua azione a Cologno si indirizzi veramente all’obiettivo che , conversando con me,  afferma di perseguire: creazione di un movimento rottura al momento giusto col sindacato. E a sospettare che voglia servirsi di noi e degli studenti, che a noi fanno riferimento, unicamente come “ picchettatori” o” spazzolatori di crumiri” alle dipendenze del sindacato durante la lotta contrattuale dei metalmeccanici ora in corso.

* Il nome che aveva preso il Gruppo Operai e Studenti di Cologno per l’intervento sidacal-politico nelle piccole fabbriche.

Bilancio del Comitato di lotta [senza data ma collegabile agli appunti del febbraio 1973]

L’attività ha subito un calo con la chiusura della lotta dei metalmeccanici. Ci manca la conoscenza di cosa succede nelle piccole fabbriche e nei quartieri. Il lavoro del nostro Comitato di lotta si è limitato a spiegare ai pochi operai che vi hanno aderito i documenti elaborati dal Collegamento dei  CUB con i compagni “esterni” [non operai, studenti di Cologno o di Milano) a svolgere un ruolo da “professori”. È stato trascurato o si è limitato a ben poco il lavoro d’inchiesta sulle situazioni di fabbrica che volevamo fare. E la nostra propaganda non è andata oltre la consegna a mano di qualche volantino o di qualche attacchinaggio serale dei nostri  tazebao.

 5 febbraio 1973

Crisi fra cellula AO di Cologno e responsabile della Zona Monza.

Sembrava avviata a soluzione e si è  invece aggravata . L’atteggiamento dell’Esecutivo è stalinista e burocratico.  C’é fretta di sbrigare velcemente la faccenda. Prospettive:  a) mia uscita dalla cellula di AO; b) “verifichiamo noi AO. Altro che lasciarci verificare!” – lo dicono alcuni compagi intenzionati a proseguire il lavoro in autonomia;  c) fare altri tentativi di discutere il problema. Ma la sfiducia nel frattempo è cresciuta.

7 agosto  1973

Lettura:  Bulgakov, Il maestro e Margherita

17 agosto  1973

Dopo un giro al Sud (Roma, Salerno, Bisaccia)

Conti irrisolti col mio passato. Esigenza di ritrovare le radici e lo spessore della mia vicenda trascorsa. Questo sarebbe il lavoro culturale da fare. Gli altri compagni sentono quest’esigenza? Non so. I ricordi si affollano. Cercano una forma. Racconto? Romanzo? Niente per il momento o per sempre?

21 agosto1973

Lettura: Fortini, Foglio di via

25 agosto  1973

Recupero ricordi

Mia vita in varie pensioni fra 1962 e 1964.: 1. Corso Buenos Aires 56; Via Lambrate; Viale Coni Zugna; Via Pontaccio.

28 agosto 1973

Lettura: Dal Pra, La dialettica in Marx (collage di appunti)

Dal Pra, La dialettica in Marx (collage di appunti).

Capitolo uno
La tesi di dottorato su Epicuro

È la prima formulazione della dialettica marxiana. Marx coglie in Epicuro lo sforzo per individuare nell’universo una regola ideale interna. Epicuro afferma la corrispondenza fra dialettica umana e dialettica della natura. Marx, a differenza di Hegel, sottolinea sempre nel movimento dialettico la contraddizione piuttosto che la conciliazione. E individua come limite della dialettica di Epicuro l’assolutizzazione del momento della coscienza individuale, che impedisce il suo superamento nell’universale (scienza). Pur tuttavia questa affermazione di individualità è positiva rispetto alle posizioni trascendentali dello stoicismo.La teoria dell’atomo in Epicuro sarebbe una maschera utile ad affermare, appunto, la coscienza individuale. Il rapporto come nel caso di Epicuro fra filosofia sistematica e filosofia soggettiva è uno dei più interessanti nelle epoche di trapasso. Marx secondo Dal Pra ha in questa fase giovanile delle posizioni contraddittorie da illuminista dialettico.

Capitolo secondo
Nella Critica della filosofia dello Stato di Hegel Marx cerca di giustificare il suo radicalismo democratico ma senza arrivare a conclusioni socialiste o comuniste. In questo periodo, tra l’altro, non conosce bene neppure l’economia politica. È dalla lettura di Hegel che trae la prima spinta ad occuparsene. Influenzato da Feuerbach comincia a vedere il mondo sensibile come base fondamentale del pensiero filosofico. Il processo di pensiero è derivato dal processo materiale reale dei fatti. Marx tende a sottolineare l’autonomia dei fatti dalle idee e accusa Hegel di attribuire ai fatti dei significati ad essi estranei.
Il pensiero per Marx è condizionato dalla realtà della cosa che esso analizza. Con queste posizioni Marx può cogliere l’analogia esistente tra logica hegeliana e astrattezza della religione. Nel criticare l’autonomia delle idee, Marx è aristotelico. Per lui solo il particolare è reale. I dati empirici sono validi perché esistenti e  perché risultato di uno sviluppo precedente.Per Hegel, invece, famiglia e società civile sono soltanto il risultato necessario dell’idea.
Il pensiero idealistico non è però un pensiero che se ne sta nelle nuvole. Ha, invece, conseguenze per lo sviluppo reale, malgrado l’arbitrarietà del suo procedere. Non è che l’idealista non sa cogliere in assoluto la realtà o non sa descriverla, eccetera. Non è un cieco, insomma, di fronte ad essa. L’idealista descrive la realtà e si serve del metodo empirico. Ma i dati che ne ricava li incornicia nel suo sistema, fino a stravolgerli in una forma metafisica. Da qui l’equivoco: Hegel spaccia ciò che è come l’essenza.
Esiste un evidente dissidio politico fra Marx ed Hegel rispetto alle istituzioni del loro tempo.
Marx è ostile all’empirismo inteso come semplice descrizione o notazione di un dato dell’esperienza. Per lui i fatti vanno spiegati, non semplicemente registrati. Egli contrappone ad Hegel non l’empirismo ma il realismo. Per lui è impossibile rinunciare ad un momento filosofico o, meglio, ad una costruzione filosofica svolta secondo la cosa. Il reale ha un suo significato, una sua propria legge da intendere filosoficamente. Lo sbaglio di Hegel non sta nel suo rifiuto di dar significato al reale ma nell’attribuirgli significati – una sorta di  maschera – che non lo rispettano.

Capitolo terzo
Manoscritti economico-filosofici del 1844

Nei manoscritti Marx si serve di un’analisi in tutto e per tutto empirica. La critica deve essere fondata sulla conoscenza scrupolosa della materia da criticare.
Più tardi, quando si occuperà di economia politica, Marx giudicherà immatura questa posizione.
All’economia Marx rimprovera di non trarre le dovute conseguenze dalle sue premesse e di non cogliere le contraddizioni insite nella propria scienza. L’economia è poi indifferente ai problemi dell’uomo come lavoratore.
Marx analizza qui  proprio il lavoro che giudica alienato. Si lavora per sopravvivere fisicamente. L’immediato prevale sull’universale. L’uomo è estraneo all’altro uomo. Per lui è possibile superare l’alienazione attraversando tre momenti: 1. limitazione della proprietà privata; 2. sua generalizzazione; 3. comunismo completo.
Marx critica il comunismo rozzo, che chiede al massimo il livellamento delle condizioni di alienazione delle società borghese.
L’alienazione del lavoro per Marx  rende deforme non solo i rapporti fra gli uomini ma anche fra natura e uomo (e fra scienza della natura e scienze dell’uomo).
 La coscienza dell’alienazione è, per lui, già un inizio di quel movimento reale che produce comunismo.
Nell’analisi dell’alienazione Marx si distacca da Hegel. Hegel, pur considerando gli aspetti negativi, vede nel lavoro l’essenza dell’uomo, proprio come fa l’economia politica. L’alienazione sarebbe, perciò, solo un modo particolare e disumano della oggettivazione, che è comunque condizione permanente dell’operare umano. Sopprimere l’alienazione equivarrebbe a sopprimere l’oggettività. Nei manoscritti Marx recupera da Hegel due concetti dialettici fondamentali: quello di processo e quello della positività del negativo.

Capitolo quarto
La Sacra Famiglia

In quest’opera Marx fa il punto sulla sua critica alla dialettica hegeliana con il massimo di chiarezza. Il difetto dello schema idealistico sta per lui nella riduzione delle cose reali all’astrazione delle idea. Ed esemplifica questa critica all’idealismo esaminando il problema dell’emancipazione del proletariato. Che non è questione di semplice volontà o arbitrio dei proletari; e neppure un imperativo morale né una previsione fondata sulla esperienza del comportamento umano. Essa è prodotta dell’uomo. La storia non fa niente. La vita propriamente umana dell’uomo è quella che egli vive nella società presente.
In quest’opera Marx pone molta enfasi sulla prassi. Non basta – egli dice polemicamente – che l’uomo diventi uomo solo nel pensiero, nella coscienza. Pur tuttavia, non contrappone mai l’opera di modificazione del mondo allo sforzo di comprendere il mondo. Non esalta, cioè, una prassi qualsiasi ma una prassi consapevole.

Capitolo 5
L’ideologia tedesca

In quest’opera Marx attenua la sua attenzione all’aspetto teorico della dialettica. Si assiste alla sua maturazione da filosofo a storico. Per l’idealismo è la critica intellettuale e non la rivoluzione sociale a fare la storia. Marx, invece, dà importanza nel processo di formazione delle idee alla posizione pratica che l’uomo ha nella vita. L’esperienza è indispensabile. Il comunismo viene definito come movimento estremamente pratico di uomini storici reali. Scompare qui il concetto astorico di uomo che Marx aveva utilizzato nei Manoscritti del 1844. L’umanesimo viene sostituito con la concezione materialistica della storia.
La ricerca storica di Hegel viene recuperata ma liberata dall’apparato speculativo che la imprigionava. Nell’Ideologia tedesca affiora un forte richiamo all’empiria. Marx spinge all’osservazione dell’esperienza. Evita così che la concezione materialistica della storia e del mondo diventi una teoria, una speculazione, insomma una dottrina filosofica.
La concezione materialistica discende dall’osservazione e dallo studio diretto e particolareggiato della storia. Il termine concezione vuole solo dire elaborazione in termini generale dei risultati di una concreta indagine storica; e il rapporto con i dati storici è diverso rispetto alla filosofia speculativa. Marx, perciò, non rinuncia all’impegno teorico, ma ne riduce radicalmente il margine di autonomia.
Anche del termine empirico Marx fa un uso particolare in questa opera. Gli uomini non sono quelli astratti isolati l’uno dall’altro. Maggiormente concretizzato appare pure il processo del comunismo. Non esiste il soggetto della rivoluzione in astratto né il soggetto comunismo. Il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato né un’ideale al quale la realtà dovrà conformarsi ma il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Insomma, non è una missione o una vocazione per i proletari.
L’azione degli individui dà luogo a strutture oggettive che ne condizionano la vita. È una deformazione dei filosofi quella di pensare che sia facile trarsi fuori da ciò che esiste. Più realmente i fatti derivano dai fatti e vengono tolti di mezzo dai fatti. I rapporti reali non sono creati dalla volontà. Per spiegare i fatti bisogna ricorrere ad essi.

Capitolo sesto

Miseria della filosofia

Anche Proudhon pensa che l’alienazione non sia un prodotto storico. Sarebbe, invece, un fatto eterno. Il capitale potrebbe essere soppresso ma senza toccare la proprietà privata. Nella Miseria della filosofia è ancora più evidente lo sviluppo del pensiero di Marx e il mutato atteggiamento rispetto ad Hegel.
Gli interessi economici prendono il sopravvento dopo quelli economico-filosofici. L’attenzione è concentrata soprattutto sullo sviluppo materiale delle condizioni della produzione. Siamo a metà strada fra la tappa dei Manoscritti del 1844 e quella di Per la critica dell’economia politica (1859) e de Il capitale (Prma edizione 1867).
Marx critica ancora il procedimento dell’astrazione logico-razionale. Per lui – lo ribadisce – l’indagine empirica e particolare ha la precedenza rispetto agli enunciati teorici generali. Nessun valore viene dato al metodo prima delle indagini particolari. Hegel sfugge a questo compito. Con la sua metafisica egli ordina solo i pensieri che sono nella testa di tutti (una parte, dunque, del reale).
Marx critica a fondo i metodi astratti di ricerca. Non bisogna arrendersi ai dati. Bisogna indagare la loro genesi. Le opinioni hanno radici sociali. Non vanno esagerate nella loro autonomia. La differenza di opinioni è legata alla diversità delle condizioni sociali. La volontà per esplicarsi realmente dovrà riconoscere i suoi condizionamenti reali.

30 agosto 1973

Assemblea aperta alla Riccardi (pastificio) di Cologno

I sindacalisti rifiutano di farci entrare.

1 settemre 1973

Ricordi salernitani

La casa di Pepe in Via Velia (libri, un quadro alla Cezanne forse era del pittore Carotenuto). L’ingresso laterale del Duomo che portava all’arcivescovado (frequentato ai tempi dell’Azione Cattolica  e del C.S.I (Centro sportivo Italiano). Il campo sportivo Vestuti, dove andai a fare atletica con quel professore alto e magro che dicevano “ricchione”.

Nel vissuto individuale emerge la problematicità de i miei rapporti con gli altri. Cosa impedisce di approfondire questo materiale, di andare oltre l’appunto schematico che lo fissa per iscritto?

2 settembre 1973

Vendita del settimanale di Avanguardia Operaia per le strade di Cologno

 Si parte timidi. La gente è per istinto sospetto e bisogna catturarne l’attenzione con una tecnica d’avvicinamento brusca. Poi l’ansia passa e si prova una certa euforia per questi contatti che, comunque, anche se il giornale non lo comparano, spezzano l’indifferenza o lo spiarsi degli sguardi a distanza. La vendita diventa quasi un pretesto per rompere la routine quotidiana.

Bilancio

I miei interessi letterari ed artistici prima del ’68 non erano da buttar via. L’adesione alla politica è stato un errore. Necessario? Fino ad un certo punto.

11 settembre 1973

AO

Sono stato nominato responsabile di zona. Sono attirato dalla possibilità di conoscere altri compagni di Sesto, Cinisello e Cusano Milanino.

 In Cile è finita per Allende.

19 settembre 1973

Cellula di AO e comitato di lotta

Questo barcamenarsi fra cervellotici doppi livelli di coscienza, con qualcuno ( il “dirigente”) che dovrebbe fare da controllore, da filtro! È come mettersi due occhiali di colore diverso per vedere un’unica realtà. Toh, guarda, hai mezza faccia di un colore e metà di un altro! No, sono i tuoi schemi che separano e gerarchizzano dove non ce ne sarebbe alcun bisogno.

20 settembre 1973

Squadra di propaganda davanti alla Televox di Cologno

L’esperienza più deludente della settimana. Le operaie, quasi tutte ragazze, non si sono neppure fermate; e non una di quelle rimaste a mangiare in fabbrica durante la pausa di mezzogiorno si è avvicinata a noi.

Doposcuola gratuito ad alcuni ragazzi nel Centro Studi di Viale Lombardia*

 Lavorano già  e sono dentro una realtà sociale che li schiaccia. Dovrebbero imparare cose da marziani. Tochiamo in modo vivo quello che sospettiamo. Possiamo denunciare, porre alcune rivendicazioni minime. Ma che forza abbiamo nei confronti dei professori, del Comune e degli stessi genitori (proletari)?

* Era la sede dei nostri incontri politici come Avanguardia Operaia e Comitato di lotta

28 novembre 1973

Crescono le tirate moralistiche. È scarso il nostro confronto con i partiti e le “forze sociali”. Miseria dell’esperienza (nostra, di compagni). Ancora molto esplorativo il nostro studio della storia del M.O.[Movimento Operaio]. E anche il lavoro di analisi sociale concreta è in troppi casi al di sopra delle nostre forze. Non abbiamo proposte. Ci sforziamo di capire. Sappiamo troppo sulle nostre stesse intenzioni; e ancora meno su quello che fa in concreto la classe avversaria.

20 dicembre 1973

Dopo manifestazione per il Cile a Torino (18 novembre 1973)

La presenza massiccia e combattiva di Lotta Continua mi ha lasciato di stucco. In confronto noi di AO sembriamo timidi e complessati.

Leggo l’opuscolo 7° sulla rifondazione del partito. Mi pare che non si faccia molto per superare la frammentazione della sinistra rivoluzionaria. Manca la sincerità. L’egemonia si confonde col colpo gobbo, con lo sgambetto. Finché al centro ci sarà quest’ambiguità, in periferia sarà impossibile confrontarsi.

27 dicembre 1973

Dialogo con Vincenzo Balice sul lavoro culturale a Cologno. E’ indeciso se occuparsene. Teme di dover affrontare i troppi pregiudizi dei compagni. Sul sesso, ad es.

29 dicembre 1973

Questione della donna nella lotta di classe. In cosa deve necessariamente differenziarsi il comportamento proletario su tale questione dall’atteggiamento borghese (pre e post Freud)?

Dopo varie letture. Guglielmino, Guida al ‘900; Vegezzi e Fortini, Gli argomenti umani; De Bartolomeis, Lettura e ricerca

A prima vista si potrebbe essere soddisfatti da queste antologie. Si passa da idee fasciste ad idee ripulite da quella eredità e sembra giusto anche l’invito a smetterla di voler essere terribilmente rivoluzionari. Non vorrei, però, rinunciare ad alcuni discorsi di recente iniziati e dimenticare la durezza di certe esperienze di vita, anche personali, degli ultimi anni. Meglio essere ancora un po’ rozzi e primitivi. Ne vale la pena. Siamo su un’altra strada e dobbiamo respingere anche questi nostri padri democratici (che dicono e non dicono, lodano capitalismo e socialismo, sono terribilmente angosciati e ci vorrebbero trasmettere quest’angoscia come un valore).  Non possiamo imbellettare con un po’ di cultura, scienza e psicanalisi le nostre “primitive” convinzioni sulla lotta di classe. La cultura ufficiale resta un campo viscido. Quella democratico-borghese appare seria rispetto al qualunquismo dilagante fra gli studenti. Ed ho già accettato il ricatto di cominciare a dare questa cultura “provvisoriamente”, contro la mia istintiva volontà di tagliare di netto anche con questa cultura democratica. Mi blocca, però, il dubbio sulla consistenza attuale di una cultura rivoluzionaria. Per me cultura è l’esperienza sociale che si va facendo, confortata o corretta dall’esperienza storica man mano riscoperta e vissuta dal punto di vista della rteale condizione sociale in cui siamo.

Da Argomenti umani (pag. 205 Morano ed. 1969)

«Prima di istruire, prima di educare bisogna procurare quell’assetto di vita comoda, indipendente, dignitosa che rende possibili istruzione e educazione. Mal si insegna l’abbicì ad uno che ha fame… Meglio sapere nulla che sapere ed essere obbligati ad agire a rovescio» (Ippolito Nievo)

Riordinadiario 1975

di Ennio Abate

1 gennaio 1975

Ricordo  Via Sichelgaita. La signorina Forte che mi regalò il villaggio ERP, gioco in cartone da ritagliare per noi bambini del dopoguerra.

7 gennaio 75 

Differenze sociali fra i compagni. Circuiti culturali medio alti a cui ci siamo affacciati per breve tempo durante l’università. Svaniti. Ora pratica di periferia.

26 febbraio 75

Bibliografia per lavoro di fabbrica
Sapere numero 779: su salute e nocività. Quaderni piacentini n. 53 -54 : Lotte alla Fiat ‘68-’73. Seminario di Avanguardia Operaia sul partito ad Agape (Praly), gennaio 1975. Articoli di Vittorio Rieser sul Quotidiano dei lavoratori. Libro della csa editrice De Donato sulla Ercole e Magneti Marelli.

28 febbraio 1975

Commissione fabbriche provinciale Magro il risultato del seminario fabbriche. Molti gli operai assenti. È stato letto un documento per la conferenza d’organizzazione che tratta in modo normativo problemi (autonomia dei Cub e lavoro nel sindacato, lavoro di settore) su cui fra molti compagni c’è incertezza e sbandamento. E’ uno sforzo per dare direzione ai compagni, ma la situazione rispetto al ’68-’69 si è logorata. Molte cose sono oscure per gli stessi dirigenti.

[Serve chiedersi cosa direbbero tuo padre o i tuoi amici di una volta (di Salerno) dei problemi d’oggi?]

Tendenza a semplificare alla buona il linguaggio marxista. Segno di incertezza e di debolezza della nostra formazione marxista.

Acquisto. Boll, Foto di gruppo con signora.

2 marzo 1975

Incontro con Danilo Montaldi e Franco Alasia Sono due compagni che l’immigrazione l’hanno studiata. Noi quelli che l’abbiamo vissuta senza averla finora analizzata. Difficile trovare un punto d’incontro. Non capisco bene cosa siamo per loro noi immigrati d’oggi. E sento che i miei giudizi sono troppo taglienti e che sono un po’ scettico sul tipo di ricerca che si potrebbe fare insieme. Mi pare che gli sfuggano aspetti drammatici della situazione che io vivo con ansia specie nei momenti di lotta più duri.

4 marzo 1975

Ancora su Montaldi
Ha una conoscenza accurata della storia dei suoi luoghi. E sono ammirato dalla sua capacità di indagare i dettagli, di afferrare i fatti che accadono nel lavoro politico quotidiano con un’ottica più precisa, che noi qui a Cologno non abbiamo, perché abbiamo subordinato l’esigenza della ricerca alla discussione (rituale) delle questioni politiche, cioè della linea dell’Organizzazione, di AO.  Nelle sue analisi colgo lo spessore dei problemi (cultura, rapporti familiari, questioni di quartiere) che nel nostro intervento politico riusciamo appena a sfiorare. Quest’attenzione così solida verso i problemi sociali ce l’ha soltanto chi ha un’esperienza poliica diversa dalla nostra, cioè di militanti che si sono costruiti solo nel movimento del ’68-‘69. Colta questa differenza tra noi e Montaldi, non mi sento più di dire che il suo è un lavoro che sfugge gli aspetti drammatici delle lotte. Potessimo avere davvero questa sua massa di conoscenze concrete quando facciamo il nostro intervento politico! Specie ora che viviamo una crisi e la visione generale appare più astratta e priva di “calore”, questa sua esperienza la sento preziosa.

5 marzo 1975

Segreteria sezione AO della  zona Cologno-Sesto-Cinisello Riemerge la contraddizione fra dirigenti più “tecnici” e dirigenti più presenti nel lavoro di massa. I primi esibiscono le loro competenze. I secondi tacciono frustrati. Durante l’intervallo, mentre ceniamo insieme al vicino bar Italia a Sesto, viene fuori che sono arrivate molte lettere al Quotidiano dei lavoratori sulla cosiddetta maturità del comunismo. Sono di compagni più giovani e che si sentono soprattutto giovani. In AO c’è la tendenza a contenere queste spinte e a diffidarne. Lo stile operaio della militanza sembra indebolirsi. Crescono proprio le esigenze dei singoli individui. Ci si chiede: non c’è forse spazio per la gioia, il riso, l’entusiasmo in un’organizzazione rivoluzionaria? Io dico che c’è spazio ma nella lotta, perché vedo il rischio che si crei una forma di evasione “rossa” che attira proprio i militanti più indecisi o in crisi.

7 marzo 1975

Grande ed improvvisa manifestazione antifascista promossa dai sindacati In un paio d’ore tutta piazza San Babila è zeppa di operai. Cosa bolle in pentola e proprio a Milano, dove c’è il PCI più destro d’Italia? È un atto di forza che serve a far avanzare il compromesso storico o una risposta preventiva a qualche grossa provocazione che stava per scattare? Cosa potrebbe fare una classe operaia così forte! Di quello che ha fatto ai tempi della Resistenza abbiamo solo una pallida idea.

14 marzo 1975

Riunione con operai di Cinisello Bucata. Mi ritrovo da solo ad aspettarli invano.

Incontro con Mariella e Giorgio Benatti Mariella è sempre vivace, espansiva e pronta a raccontare anche pettegolezzi interessanti. È tutta presa dai suoi scontri personali con i burocrati del PCI di Cinisello. Ha voluto ricordarmi la sua preoccupazione di casalinga quando, nel ’68, tramite mio suocero che conosceva suo marito Giorgio, andai a casa loro per incontrarmi con lui. Era il mio primo contatto con alcuni operai di Cologno. Giorgio lavorava alla SIAE Microelettronica. E le aveva annunciato che sarebbe arrivato in casa «un professore». Rievochiamo anche le prime riunioni da carbonari con gli operai nello scantinato del  bar della Elsa in Via Kennedy. Lei trovava incomprensibili certi nostri discorsi sul marxismo. È molto incerta e scettica sulle prospettive rivoluzionarie. Pure Giorgio è in piena crisi politica e si confida con me. Mi accenna ai casini di AO e alle accuse che i dirigenti si scambiano. È proprio disorientato.

25 marzo 1975

Scrittura Vorrei scrivere una riflessione leopardiana (con un proletario nella parte del pastore errante) sul linguaggio del Quotidiano dei lavoratori.

12 aprile 1975

Una notte nella casa occupata di Via del Riccio (Bresso) Mentre mi avviavo alla casa occupata, rimuginavo il discorso di M: «I proletari non fanno nessuna fatica a lottare, ecc.».  Trovo che puzza d’idealismo. Alle due M. e F. se ne vanno a casa loro a dormire, «tanto la situazione è tranquilla». A me pare un sintomo della lora mancata adesione a iniziative come queste un po’ improvvisate: il classico «armiamoci e partite». Il proprietario della casa che abbiamo occupato è un vecchio cupo e ossessionato. Passa tutta la notte a vigilare su quello che facciamo, tenendosi in disparte. Gli occupanti sono dei sottoproletari. Si ubriacano presto e fanno discorsi contorti e smozzicati. Arriva anche un poliziotto, che dicono di sinistra e si mette subito a discutere amichevolmente con gli occupanti. Resto lì fino al mattino per rendermi conto da vicino della miseria e della sofferenza su cui spesso galleggia il nostro intervento politico. Una donna napoletana ripete lo stesso racconto: per mesi ha continuato a girare per Milano in cerca di una casa. Ogni tanto scoppia in una risata isterica. C’è anche un disoccupato. Dice di essere stato segretario della FGCI a Sesto. Ora critica aspramente il PCI.

15 aprile 1975

Al circolo Torretta di Sesto per una riunione di insegnanti Dell’ITIS di Sesto trovo due miei colleghi, Salvi e Rossi. Rossi mi spiattella tutta la sua sicumera di funzionario sindacale e loda il realismo del compromesso storico. Per lui la sinistra rivoluzionaria è spacciata, «priva di sbocco politico». Mi elenca tutti i suoi limiti contandoli sulla punta delle dita. «Vi metteremo fuorilegge!», mi sibila. Per un attimo sono in difficoltà. Poi controbatto ricordandogli i punti su cui scantona, la strumentalizzazione dei movimenti di lotta, la sua visione statica dei rapporti di forza. Piove, lui è a piedi e io in auto. Non gli do nessun passaggio.

Lettura. Jules Vallès, Il ragazzo Ne leggo alcuni capitoli. Emergono numerosi ricordi della mia infanzia.

18 aprile 1975

Dopo l’uccisione di Varalli Il fatto lo tirava fuori dalla routine della militanza. In un lampo confrontava la miseria delle elucubrazioni, delle ambizioni personali, delle astiose polemiche interne all’ organizzazione con l’omicidio di un ragazzo. Qui ammazzano! E loro avvolti da quella nebbia, in quella crisi che impediva di sentire in pieno gli avvenimenti, di fare qualcosa perché non si appannasse il significato di quel fatto….

Aprile 1975. Corso abilitante al Cattaneo di Milano Ci siamo suddivisi in tre gruppi: 1. Sulla Riforma Gentile (il passato fascista); 2. La crisi del ruolo degli insegnanti (l’esercito dei prof di massa); 3. La didattica della ricerca (i seguaci di De Bartolomeis). Nel primo il ’68 viene letto come una bella occasione per rilanciare la  Riforma voluta dal PCI. Nel  secondo prevale l’allarme per la deriva della vta quotidiana a scuola. Nel terzo il punto di riferimento è  un esperto: De Bartolomeis.  Noi del secondo gruppo abbiamo presentato una ricerca sulle 150 ore. Paola M, grazie ai suoi rapporti con il sindacato, ha fatto una relazione ricca di dati. Quanta ideologia sull’argomento. Lei, invece, ha indicato: i vincoli precisi posti dal Ministero della P.I.; le gerarchie (diploma della scuola dell’obbligo come rivendicazione di base per casalinghe e disoccupati; corsi universitari soprattutto per delegati del Consigli di fabbrica) che si riproducono; lo scontro feroce con i presidi delle scuole statali che, spalleggiati dal Ministero, boicottano in vari modi questi corsi: aumentando le ore di studio a 500 per disincentivare la partecipazione; mantenendo precari gli insegnanti delle 150 ore; dilazionando l’inizio dei corsi; separando le 150 ore dai corsi CRACIS.* I padroni hanno sempre considerato provvisoria l’esperienza. E su di essa c’è rissa anche all’interno dei sindacati. Molti temono che i corsi possano diventare luoghi di contestazione della linea dei sindacati. Se le cose stanno così, l’idealizzazione “di parte operaia” sulle 150 ore – ho letto un articolo dello storico Stefano Merli che le esalta – è esagerata rispetto alla realtà dei corsi attuati effettivamente. E poi, anche sul piano della didattica, l’impostazione di partenza (raccogliere le storie individuali dei partecipanti, sviluppare su di esse una riflessione critica, passare solo dopo a riflessioni più politiche) si scontra con l’impreparazione degli insegnanti. Specie gli anziani. Gli stessi operai non sono ben disposti a occuparsi di storia («Quando si va indietro nel tempo, l’interesse cala»). E sono diffidenti quando gli si chiede il racconto della propria storia personale.

* Corsi di Richiamo e Aggiornamento Culturale d’Istruzione Secondaria

15 maggio 1975

Direttivo di sezione Cologno-Sesto-Cinisello Viene posta la questione di cosa fare con i cosiddetti “compagni ipersensibili”. Pia chiede attenzione per gli aspetti “psicologici” dei nostri rapporti. Momenti di debolezza li ha anche il compagno “bravo”, che riesce ad essere saldo in circostanze difficili. Ma è anche vero che, quando non si è toccati direttamente da certi colpi della vita, è più facile rimanere saldi. Mi pare giusto che si offra ai compagni in crisi attenzione e comprensione.

20 maggio 1975

Collegio prof Itis Sesto S.G. Nei corridoi chiacchiere sulle prossime elezioni. Diffidenza verso DP. Riaffiora il fantasma: siamo deboli, ai margini della piccola borghesia. Si discute della possibile sperimentazione. Emerge subito l’astio verso chi la sostiene. I moderati si ammantano stavolta del discorso tecnocratico prodotto dal vicepreside Valentino. La nostra difesa della sperimentazione è, però, troppo improvvisata. E i moderati ci inchiodano presto ai problemi “concreti”: si creerebbe un caos didattico perché quelli che dovrebbero promuoverla non sono preparati. Volano accuse di  dilettantismo. Stanca polemica fra il partito dei ”tecnici”, che sarebbero i possessori della “scienza”, la quale malgrado tutto serve, e  il partito degli  “umanisti”, cioè noi  che faremmo solo discorsi di principio e di sinistra, che qui suscitano diffidenza.

22 maggio 1975

Campagna elettorale. Scarsa riflessione. Fretta. Non è possibile tradurre immediatamente le analisi politiche in discorsi quotidiani. Nel passare dal documento al volantino, dal saggio all’intervento in assemblea, c’è sempre un salto. Ci vorrebbe un lavoro di commento, riadattamento, rilettura critica. E il tempo dove lo si trova?  In certi casi poi ci vorrebbe una sensibilità per cogliere al volo i problemi come si presentano nei dialoghi spontanei durante le riunioni per darne una rappresentazione più chiara. E il tempo?

27 maggio 1975

L’Unità. Le cause dell’aberrazione. Sull’uccisione dello studente lavoratore Brasili. L’Unità parla di “criminalità aberrante” (tipo quella che c’è nelle strade di New York). Ma a New York c’è un movimento operaio così forte? Ci sono elezioni? C’è la strategia della tensione?

29 maggio 1975

Intervento nei corsi abilitanti. Discutere con altri insegnanti, osservare dal vivo come loro trattano le questioni che, a leggerle soltanto nei libri e in solitudine, paiono più astratte, mi appassiona. Scopro aspetti spesso svalutati. Passo dall’incertezza al buttarmi nella mischia al precisarsi del pensiero.

5 giugno 1975

Per un comizio a Cinisello Cos’è Democrazia proletaria? Qualcuno dice «il partito di Dario Fo». Anche questo, ma qualcosa in più. DP è il legame con le lotte del ’68-’69. Fare esempi. Riteniamo fallita la politica del centro sinistra e pericolosa quella del compromesso storico.

15 giugno 1975

Previsioni elettorali A Cologno come DP ci aspettiamo almeno 2000 voti.

17 giugno 1975

Dopo il voto del 15 giugno. Lotta continua parla di DP come di uno «Psiup dimezzato».  Siamo in difficoltà. Impressionati dalla forza elettorale del PCI. Il dubbio s’insinua fra noi. Faremo ancora le avanguardie, ma le nostre proposte di lotta non hanno un peso maggiore di quelle elettorali. Immaginare un PCI che si screditi ora che ha questo consenso di massa è difficile. Le masse perdonano al PCI molte cose.

19 giugno 1975

Elementi della mia crisi Mi sento sempre più staccato dal gruppo dirigente di AO. Si ripresentano ricordi rimossi: singoli compagni dirigenti emarginati o estromessi in vari tempi dalla direzione di AO (Spotti, Cippino) con spiegazioni dubbie o poco chiare. In questo momento di crisi fatico sia a fare l’“allevatore” di compagni giovani e sia a parlare con altri della crisi di AO e della mia. Tutto lo studio che ho portato avanti da isolato non mi serve.

Lu Hsun «Viviseziono me stesso con più rigore di quanto non vivisezioni gli altri».

20 giugno 1975

Analisi del voto del 15 giugno Ha senso dire che il voto del 15 giugno non premia il compromesso storico? Dubbi sul ruolo delle avanguardie. La compattezza del PCI ha la meglio sull’eterogeneità litigiosa di AO, Pdup, LC, etc. Fotografa la situazione il compagno che ha dato un voto al PCI e un voto a DP : «perché servite anche voi». Se appendici, insomma. Non mi convince l’ottimismo eccessivo per la piccola affermazione elettorale di DP.

22 giugno 1975

Lettura. Montaldi, Militanti politici di base Che coincidenza, questa lettura! E quale affinità tra la nostra esperienza di Cologno e quella descritta nell’Appendice: Una cellula di strada. Danilo ha la capacità di non bloccare con un’etichettatura l’indagine sulle realtà spiacevoli. (Vedi cosa scrive su “stupidaggine contadina” o su “menefreghismo giovanile”).

24 giugno 1975

Morte di mia madre*

Quando il Sud si disfaceva d’agosto
Non sulle spiagge dell’adolescenza
Non negli orti ricchi d’ombre
O nella camera con mobili di mogano
(regalo di nozze di tuo fratello artigiano)
poteva venire l’ultima ora.

Ci fu scompiglio nella casa inerte
E muta di risa. Ci furono parenti, facce di circostanza
Pronti ad ossequiare, gironzolare, accomodare
Arraffare.

Auto veloci fecero la spola
Da Baronissi a Salerno a Nocera.
Vedi se conta ancora la parentela.
Non per una vecchia dalle arterie
In sclerosi.

In treno al nord, dunque.
Immigrare per un posto dove morire.
Nell’Ade nebbioso un tal viaggio
Di madre e figlio in quali libri si troverà?

A Cernusco un ospedale la riceve.
Il priore incassa la pensione.
Quadro del Settecento. Monache
Raggelate in bianchi copricapi.
Malati nei giardini, i più vivi di tutti.

Poi litanie di visite veloci.
A stento ormai mi riconosce.
In quale minuto è viva? In quale l’attimo già morto?
L’ossigeno, il letto bianco e pulito
Il segno incomprensibile della croce.
Tutto è qui.

* Anna Cosimato 12. 7. 1901 – 26. 10. 1968

25 giugno 1975

Convocazione informale in caserma per l’occupazione delle case di Via Papa Giovanni a Cologno Il maresciallo Noce mi convoca in caserma per la nostra occupazione delle case di Via Papa Giovanni che hanno appena costruito e devono essere consegnate ai proprietari. Mi parla della necessità di una soluzione “bonaria”. Farò da ambasciatore, gli dico. Alla fine del colloquio ammicca sornione riferendosi alle elezioni del 15 giugno: «Avete preso anche voi un po’ di voti, eh?».

26 giugno 1975

Lettura . Bettelheim, Lotte di classe in Urss. Nel capitolo su La trasformazione dei rapporti interni al partito bolscevico (pag. 227) ritrovo forti analogie con la vita politica di AO. Mi tormentano impressioni negative su questo o su quel dirigente. Penso alle cosiddette “carenze” mai risolte e che si sono trascinate negli anni (ad es. la formazione culturale dei quadri). Oscillo fra due scelte : una mia partecipazione soltanto al lavoro di base o uscire da AO senza dare nessuna spiegazione.

27 giugno 1975

Tesseramento Far conoscere ai compagni di base il giudizio negativo che ho maturato su Avanguardia Operaia? E che dire della lottizzazione della “sinistra rivoluzionaria”? Ogni giornale sviluppa i suoi temi (magari gli stessi degli altri). Le zone di intreccio, di botta e risposta, di dialogo anche solo polemico, sono minime. Forse ridotte ai corsivi. O AO supera i limiti di settarismo o, se marcia ancora sul doppio binario (affermazioni unitarie e pratica settaria) va denunciata. Le sue tendenze settarie reagiscono ad altrettanti sterili settarismi presenti in Lotta continua e nel Pdup. Vengono addossate agli altri tutte le difficoltà del tanto sbandierato processo unitario. Le scorrettezze sono sempre degli altri. È la  pratica dell’occhio per occhio (che non è marxista, immagino). Leggo cosa scrive Vinci: «Non ci si illuda: Avanguardia Operaia conserva ancora troppo dell’origine locale, e ha ancora troppo poco dell’organizzazione che fa politica a livello generale per rappresentare un adeguato riferimento».

30 giugno 1975

Occupazione delle case di Via Papa Giovanni a Cologno Rabbia dei condomini contro gli occupanti. Per loro sono una «massa d’ignoranti e di delinquenti». Discutiamo con loro per contenerli un po’. Oscillano fra paternalismo e razzismo. Ma ci sono liti anche tra gli occupanti. Quelli che noi consideriamo «proletari» (e che, comunque, conosciamo poco) non sopportano – dicono – le «losche» attività e pare anche alcuni atti di violenza degli altri, i «sottoproletari». I compagni più giovani, che seguono l’occupazione giorno per giorno, sono disorientati. Non sanno che fare di preciso e finiscono per tollerare quello che alcuni occupanti più prepotenti impongono di fare.

21 luglio 1975

Crisi Faccio un confuso tentativo di comunicare a Donato [Salzarulo] la mia crisi rispetto ad AO, ma fatico ad uscire da un linguaggio involuto e impersonale. Finisco solo per rammaricarmi della nostra impreparazione politica. Sento che la mia funzione d’insegnante non s’accorda più con la funzione di militante politico. Come quadro intermedio, ho continuato a fare la spola   fra il “sociale” (i compagni di base e i lavoratori che conosco fra Cologno, Sesto e Cinisello) e il “politico” (le riunioni con i compagni del direttivo di AO). Ma la divaricazione fra i due livelli cresce.  Mi accorgo di quanto sia stato vano aspettarsi una “politicizzazione” dei compagni di base e dei proletari che ci hanno seguito. Non c’è stata: né spontanea né attraverso discussioni e seminari di studio. Certi compagni sembrano incastrati nel “sociale” in modo definitivo e considerano la politica come cosa sempre più astratta e distante.

Avanguardia Operaia Si sta precisando una posizione [Campi e altri] che non vede più il riformismo nettamente in contrasto con le posizioni rivoluzionarie di prima, degli inizi di AO; e sviluppa critiche all’avanguardismo precedente. Il discorso sull’attualità del socialismo sta scivolando in atteggiamenti più “realistici”. Non siamo per caso più vicini di quanto ammettiamo alle posizioni del PCI?

26 luglio 1975

Edizione critica dei quaderni dal carcere di Gramsci
Il Quotidiano dei lavoratori se ne occupa poco. Commento di Mangano: dai Quaderni possiamo trarre spunti importanti, non una strategia della transizione al socialismo.

Lettura. Il contemporaneo (25 luglio 1975) Gerratana si sofferma sui «materiali preparatori per una serie di saggi che Gramsci non riuscì mai a scrivere». Mi pare una conferma che, in certe situazioni di pesantezza (il carcere per Gramsci, la periferia per noi), ai temi cruciali di una ricerca non si arriva di colpo, ma per accumulo di dati, di frammenti.

4 agosto 1975

Appunti del mio diario 1966-’67 Appunti di un isolato. Potrei definirle riflessioni liriche su uno stato di incertezza. Testimoniano che in quei due anni prima del ’68 la mia preoccupazione era quella di scrivere e di far poesie da solo, pur essendo fuori da un qualsiasi ambiente di letterati e impegnato negli studi universitari interrotti e poi ripresi a Milano. L’unica  base culturale che allora avevo erano le letture  fatte a Salerno tra la fine del liceo e la partenza per Milano: molto Pavese, i romanzi che uscivano negli Oscar Mondadori, Il muro di Sartre, i volumi della Ricerca di Proust acquistati e letti mano mano che venivano pubblicati. E poi libri che prendevo in prestito: un’Antologia dei poeti del Novecento, qualche volume di Francesco Flora. E infine Il Mattino, Epoca, L’Illustrazione italiana, i Cinque libri del sapere della Garzanti. Marx e il marxismo erano nomi estranei  e ignorati. Poi con il ’68 ebbi chiara la sensazione di essere un provinciale cresciuto nel mondo “decadente bigotto  cattolico” del Sud emarginato.

28 agosto 1975

Lettera dei compagni di fisica sui disagi della militanza
(Quotidiano dei lavoratori 27 agosto 1975)

30 agosto 1975

La scelta della periferia Non l’ho fatta per prudenza, per stare tranquillo. Non è resa o ripiegamento nel “locale” o nel “dilettantismo”. La fase dell’ingresso da sprovveduto  nella politica è chiusa, ma ho capito che non si deve mai perdere di vista la propria collocazione sociale e materiale. Non va bene immedesimarsi in modelli “alti”. [Vedi Montaldi: resta a Cremona]

Lettura Spinazzola, Ansia del futuro e sgomento di Pavese, L’Unità 31 agosto 1975. (Vedere i nessi Montaldi-Pavese!)

1 settembre 1975

Riprendo a disegnare Uno spazio di riflessione per me. Passare dalla produzione  di disegni fatta sui bordi dei quaderni  o dei giornali nei momenti (anche di noia) delle riunioni scolastiche o politiche al disegnare su fogli bianchi e grandi. È possibile costruire nuclei di ricerca grafica, fotografica (e letteraria) con compagni di Cologno (Bracco, Ambrogio, Carmen, Ornella)? Sono terrorizzato, però, dalla giungla di mistificazioni che si è sviluppata nel campo dell’arte. E dovrei darmi una spiegazione convincente del perché ho smesso di scrivere e fare arte per tanti anni. Quale crisi ho vissuto? E quali conseguenze negative ci sono state sulla mia stessa militanza politica in AO? Per tutte queste oscurità, lo spazio che torno a dare alla ricerca artistica deve essere protetto da altri contraccolpi. Pigliarsi tempo. Essere sicuri di quanto si fa.  E’ assurdo chiedere ad altri di chiarire al nostro posto quello che a noi resta oscuro.

3 settembre 1975

Letture Per Danilo Montaldi (Ombre rosse 9-10). Danilo Montaldi di Sergio Bologna, Primo maggio, primavera 1975. Danilo Montaldi, proletariato e PCI negli anni ’44-‘ 45 (Quaderni piacentini, numero 56).*

*Danilo Montaldi era morto a Val Roia il 27 aprile 1975

6 settembre1975

Lettura Brecht, Scritti sulla letteratura e l’arte.

Prefazione a Verifica dei poteri di Fortini «Il mio errore non era, così credo oggi, nella sopravvivenza di una ostinata vocazione o presunzione letteraria, con i suoi vizi e le sue decorazioni, per entro discorsi che si volevano di ideologie e di politica. (Si è pur sempre fatti del proprio passato ed esso è il punto di partenza del peggio ma anche del meglio. E potrei ripetere anche io che non mi interessa tanto che cosa è stato fatto all’uomo quanto che cosa egli fa di quel che è stato fatto di lui). E nemmeno era, il mio errore,  in quel che anche i più benevoli amici mi rimproveravano, ossia di civettare con le allegorie del linguaggio religioso.
No, il mio errore era, diciamolo, di non aver sufficientemente difeso la insostituibilità del discorso poetico e letterario. Era l’errore di aver eccessivamente esaltato l’afasia, la tragicità, l’impossibilità della parola letteraria, di avere non solo ceduto alla tentazione orgogliosa di un diniego della propria vocazione. Ma di avere incitato altri a farlo; quando invece si può volgersi ad una vocazione nuova solo al fine di raggiungervi un grado di autenticità e valore più alto di quello antecedente al mutamento o conversione» (Verifica dei poteri, pagg. 18-19, Il Saggiatore, 1969)

[E se fossi arrivato alla politica senza avere alle spalle la rinuncia all’Accademia di Brera?]

Letture Fortini, Difesa del cretino, in Verifica dei poteri, pag. 192. Brecht, Cinque  difficoltà per chi scrive la verità. Pasolini, Risposte al processo, Corriere della Sera 9 settembre 1975. Fortini Mi interessa di più la testimonianza che dà sulla sua militanza e sulla condizione dello scrittore di fronte all’industria culturale.

7 settembre 1975

Bozza di lettera ai compagni dirigenti di AO. Riguarda la questione dell’intervento nella provincia di Milano. Non più spedita. C’è un riferimento a Cinque difficoltà per chi scrive la verità di Brecht.

10 settembre 1975

Danilo Montaldi, Autobiografie della leggera Einaudi 1961
Assenza di autobiografismo in Montaldi. Si può semmai indovinare qualche elemento della sua vita anche dal contenuto di questa sua ricerca. Viva attenzione agli elementi quotidiani di vita materiale. (Ad esempio, l’alimentazione).

Il quotidiano dei lavoratori sui disagi della militanza. Mancano gli interventi dei dirigenti più noti.

28 settembre 1975

Lettura. Rossetti Pepe, Storia delle 150 ore  «Viene fuori, dunque, che solo quando i corsisti avevano chiaro almeno in parte come si inserisse la loro esperienza in un discorso complessivo, sentivano l’esigenza di recuperarla; mentre, inizialmente, vedevano nelle proprie storie una serie di esperienze concluse, non collegate con la propria esperienza attuale» (pag. 159).

«Un atteggiamento del genere potrebbe sottintendere la convinzione che la principale fonte di conoscenza sia rappresentata, per un adulto, dai propri ricordi e che, al limite, si può conoscere solo quello che è successo a noi personalmente, il che equivarrebbe a confermare e a sancire un aspetto di quella subalternità del modo di vivere e di pensare degli operai che, in altra sede, si afferma di voler superare con ogni mezzo» (pag. 160)

13 ottobre 1975

Sezione staccata dell’ITIS di Sesto S.G. a Cinisello Brutta impressione di questi primi giorni d’insegnamento alle superiori dopo l’anno di scuola media a Senago. Clima da ghetto di periferia. Gli studenti vogliono studiare solo sui libri. Bisognerà contenere e mediare la mia spinta critica del ’68. Per loro non è così ovvia.

18 ottobre 1975

Così parla il nostro preside dell’Itis di Sesto S.G. in collegio «Abbiamo fatto una consistenza reale degli studi»; «Quelli residenti a Sesto non sono più che di quattro»; «Sembra che la trattativa qua non si poteva ulteriormente scendere».

4 novembre 1975

Omicidio di Pasolini Un modo borghese di accostarsi al popolo il suo? Confondeva il sottoproletariato con la classe operaia. Certo. Pasolini ha sbagliato ma il problema del sottoproletariato (e dei giovani) resta. Dice giustamente Giovanni Mottura: attenti a una estensione indebita del termine sottoproletariato. Invece, Silverio Corvisieri (Quotidiano dei lavoratori del 5 novembre 1975): necessità del proletariato di delimitarsi rispetto al sottoproletariato.

7 novembre 1975

Opinioni contraddittorie sulla sperimentazione all’Itis di Sesto S.G. La sperimentazione è scelta politica. Ci sono forti resistenze fra gli studenti e gli insegnanti. Per molti di loro bravi sono quelli che fanno lezione nella maniera tradizionale. È vero che gli studenti dell’ITIS, per provenienza sociale e motivazioni allo studio già nettamente professionali, danno scarsa attenzione alla cultura umanistica. A me sembrano, però, troppo esposti alla cultura di massa, che li distacca sia da quella scientifica che da quella umanistica. E non sono affatto ben disposti verso la “cultura proletaria”.

17 novembre 1975

Direttivo della  zona Cologno-Sesto- Cinisello: questione femminile Ennio: Non dobbiamo perdere la dimensione totale della lotta comunista e rinchiuderci nel settorialismo, nelle mode. Non smarrire la discriminante di classe. Eva: AO non si è mai occupata della questione femminile. Il movimento operaio aveva ben altro da fare. Ma con la lotta di classe noi donne non miglioriamo davvero la nostra condizione. La politica ormai è una serie incessante di riunioni, mentre la nostra vita va avanti come prima. Sì, io sono una medio borghese e non ho fiducia nelle donne proletarie. Nessuno deve frenare il movimento. AO deve lasciare il massimo di autonomia alle donne. Il lavoro di massa, le contraddizioni materiali sono per noi secondarie in questa fase. Dobbiamo fare autocoscienza sulle cose che viviamo, parlarne nel modo più personale possibile. All’organizzazione diciamo: la linea ce la facciamo noi. Rossella Il movimento delle donne è sorto dopo le lotte operaie e studentesche, non prima. Perché? Dobbiamo partire dalle donne proletarie e non da noi piccolo borghesi. Stefania: Non possiamo mettere da parte la lotta delle classi, ma con AO la lotta di classe non è andata avanti. C’è individualismo tra i compagni. Nel femminismo io ho trovato una risposta alle insoddisfazioni della politica: partire dalle cose che si sentono proprie. Non si devono mettere in primo piano le donne proletarie. Bisogna rivolgersi a tutte le donne. Pia: Si ha paura dei collettivi femministi. ma AO non si è espressa per l’autonomia dei movimenti? Olga: Il politico va vissuto personalmente. ll superamento dei pregiudizi di AO avverrà ponendosi come compagne non come donne.

24 dicembre del 1975

Traccia Un elenco di ricordi di persone, luoghi e problemi sul periodoche ho vissuto a Salerno (1945-1962)[1]

non vogliamo essere gelidi
nuovi preti
che escono al pomeriggio
dalle biblioteche
non più dalle cripte delle cattedrali
e girano tra miseri sottoscala
negozi disadorni
brandine di immigrati
o falò di fabbriche occupate


[1]  Troppo vasto per pubblicarlo qui.  È un primo abbozzo schematico dei temi che poi svilupperò nel diario nei decenni successivi;  e, tra anni 80 e ’90, in Salernitudine (poeterie e narratorio). O, in anni recenti in A vocazzione.

Diario | cronaca letture | 1980 (1)

di Ennio Abate


SETTEMBRE 1980

Cesare Pianciola,
Addio al proletariato? La nuova cultura politica francese
Unità proletaria settembre 1980

Analizza con simpatia le più recenti posizioni di André Gorz da un’ottica che rivaluta il contributo di Sartre: critica del concetto di classe (vedi il manifesto rivista, estate 1969) e di dittatura del proletariato.
Di Gorz Pianciola condivide: 1. l’analisi materialistica dei lavoratori concreti; 2. l’analisi della frammentazione del proletariato negli anni ì70. Critica invece: 1 l’ideologizzazione del ”non lavoro”; 2. la sottovalutazione della possibilità di contestare l’organizzazione capitalistica del lavoro; 3. l’abbandono  del problema della transizione a favore di una concezione dualistica (e dai confusi sviluppi) della società, che  divide  in una” sfera dell’eteronomia” e in una dell’”autonomia”.
La polemica (sfumatissima) mi pare rivolta all’impianto ideologico dell’Autonomia.

Emilio Agazzi
Ragionevoli proposte per trattare la “crisi del marxismo”
Unità Proletaria settembre 1980

Saggio deludente. Un esempio di marxismo accademico. Eco troppo distorto del dibattito fra i marxisti “universitari”. Gran parte dell’articolo se ne va per scolastiche considerazioni metodologiche, che trovo troppo pacate rispetto alla drammaticità degli eventi (anche teoric)i che affronta. Il criterio per scegliere fra i vari marxismi è poco convincente: il marxismo sarebbe da considerare una metodologia (una  metascienza). Mi pare  un accorgimento per mettere  il marxismo al riparo dalle critiche mosse da varie parti su aspetti di fondo: teoria del valore-lavoro, socialismi reali, nuovi soggetti sociali e nuovi bisogni. Ma una scienza che si occupa della società come il marxismo può, di fronte ai fallimenti pratici, non essere coinvolta nella condanna? Soluzioni? Rinnegare il marxismo? Significherebbe un ritorno al medioevo? Ci si ritroverebbe per forza in compagnia del papa?

 Liliana Lanzardo
Panzieri
Unità Proletaria settembre 1980

Una riflessione-bilancio di una operaista in crisi. Riafferma il valore anticipatore della ricerca di Panzieri. (Il merito: aver individuato l’operaio massa come nuovo soggetto politico). Nega che, dopo di lui, ci siano stati  sostanziali sviluppi.È  molto scettica nei confronti della militanza di partito: “non mi restano che gli spazi della ricerca storica” (conclusione).

 Un’epoca post strutturalista
Unità Proletaria settembre 1980

Vengono date indicazioni per lo studio di Sartre (soprattutto il Sartre  studioso di Flaubert e dell’incontro con Marx (da L’essere il nulla a Critica della ragione dialettica).
Di Sartre viene apprezzato  lo sforzo di uscire dall’ego per ricostruirsi e  non perdersi nell’”esperienza limite”. Necessaria  premessa per una fusione ben riuscita (non alienante) col soggetto collettivo( la classe operaia?). È in polemica  con i teorici della fine del soggetto: Sade, Nietzsche, Bataille, Foucault.

 

Umberto Eco
Che genere di lupi?
alfabeta luglio agosto 1980

è un garantista coi fiocchi, uno che consiglia in modo intelligente il potere su come sia possibile rimediare alle sue gaffes. Riconferma: Eco è un intellettuale viziato. In guardia.

 Piero Lavatelli
L’osservazione diretta
alfabeta luglio agosto 80

Prende spunto dal libro di Stephen Marcus ( Engels, Manchester e la classe lavoratrice, Einaudi 1980).  Sottolinea l’importanza di una  letteratura come attività che non si esaurisca nei giochi linguistici ma che sia un’operazione che pretenda dignità di conoscenza. Ipotizza uno scambio fra letteratura e sociologia.

Costanzo Preve
Dopo l’operaismo
alfabeta luglio agosto 1980

Critica l’ultimo Tronti, il Tronti” flessibile” post ’77.  Che ha svolto la funzione del  grande riciclatore di  migliaia di estremisti pentiti. assieme al filosofo Cacciari e allo storico della letteratura Asor Rosa.
Preve critica tutto il filone operaista, per lui caratterizzato dal rifiuto della problematica della transizione. Distingue, però, gli operaisti di destra (teorizzatori dell’autonomia del politico gestita da un ceto professionalizzato e specializzato di politici disincantati e maxweberizzati) da quelli di sinistra (che hanno imposto alla critica dell’economia politica marxiana una iperbolica torsione soggettivistica).
Contro l’inganno dell’autonomia e del politico segnala l’ultimo libro di Illuminati, Gli incanti di Sarastro, Einaudi 80. E di Illuminati condivide anche le critiche ai teorici “sovrastrutturalisti” (Offe, Stame, Ferrajoli, Zolo). Elogia, invece, le posizioni di Mario Vegetti (su aut-aut 175-176) che ha criticato i teorici del pensiero negativo: Vattimo ( per la sua “deresponsabilizzazione estetizzante”)  e Cacciari (per la sua “autoresponsabilizzazione decisionista”). Per Preve il marxismo si è “ridecomposto nei suoi vari pezzi”. È un bene. La strada per uscire dalla vecchia configurazione è riassunta nello slogan “con Marx, oltre Marx”.

 

 

Su Giorgio Majorino a un anno dalla morte

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La posizione “ingenua” o “complice del nemico”

Riordinadiario 10 gennaio 2026 | LOTTE IN IRAN (1)

di Ennio Abate
 Prima riflessione sugli avvenimenti in Iran sulla base di alcune notizie e commenti.

Che a molti oggi non interessi neppure più leggere i fatti e le interpretazioni che di essi si danno alla luce di un’idea di comunismo (che è finita nel buio) è  indubbio. Ma continuo a non capire perché si dovrebbe restare obbligatoriamente sul piano della geopolitica o della complessità. E ragionare esclusivamente con tali strumenti. Che – va detto – non è che  permettano un intervento politico più diretto ed efficace nella “realtà” rispetto alle posizioni accusate di essere irrealistiche, utopistiche o “neneiste” ( nel caso in questione: né  con Trump-Netanyahu né con l’Iran di Khamenei). Né capisco perché – in assenza di quella “terza via” tra “imperialismo” (statunitense) e anti-imperialismo a sfondo religioso (islamico-iraniano) gli epigoni della corrente “fredda”  della tradizione comunista debbano  sbeffeggiare e accusare di complicità col “nemico” (Trump-Netanyahu) gli epigoni della corrente “calda” di quella medesima tradizione, difendendo in una logica che – a voler essere generosi – è prevalentemente nazionalista e ammirata o ben disposta verso una (per me discutibilissima) forma nazional-continentale di comunismo, che sarebbe rappresentata dall’attuale PCC e da Xi Jinping.

Scrivo  questi miei appunti  dopo aver letto la posizione di Luca Casarini (qui)  a sostegno delle  «lotte degli studenti, delle donne e degli uomini iraniani che stanno tentando una rivolta per abbattere i loro oppressori», che ieri ho condiviso sulla mia pagina FB. Nella sua sostanza, al di là di certi suoi accenti retorici («penso si debba essere con il cuore e con tutti noi stessi a fianco di chi lotta in Iran contro quegli orribili sacerdoti della morte nera»)  o spacconi («Poi voglio andare in Groenlandia però. Non sono mai stato su una slitta tirata dai cani sulla neve. E’ un sogno che ho da tempo»).

Quali le obiezioni principali ostili alla sua presa di posizione? Eccole:
1.  In mezzo a quelle proteste ci sono agenti del Mossad istraeliano;
2. Una eventuale caduta dell’Iran permetterebbe la completa egemonia di Israele e dei suoi alleati nell’area medio orientale;
3. Noi – (questo noi eterogeneo, spesso poco informato, diviso,  rissoso, unilaterale, presuntuoso?) – dovremmo limitarci a chiedere ai nostri governi di eliminare le sanzioni contro l’Iran;
4.  La posizione di Casarini ed altri è  scioccamente “nobile”, arrogante,  ammantata di buone ragioni umanitarie  o universali, ma in realtà  è mossa da una  logica suprematista tipicamente occidentale; e  si ingerisce  negli affari interni di una nazione sovrana, si schiera sulla base di informazioni insufficienti o discutibili o unilaterali dei mass media o dei fuoriusciti iraniani o dei difensori dei diritti delle donne iraniane, cioè  a favore della parte “borghese” della società iraniana e contro la parte “popolare”; è, dunque, subordinata o complice dell’imperialismo capitalista e va giudicata nemica;
5.  Queste proteste o rivolte in Iran sono le solite “rivoluzione colorate” manipolate o pilotate dall’esterno dai governi occidentali; e, dunque,  esempi di falsa democratizzazione,  gettano l’Iran o altri Paesi nel caos e portano al comando  i peggiori tagliagole danneggiando le popolazioni.

Ho letto pure posizioni che giudico fantasiose e demagogiche («Bombardiamo chi le [donne iraniane] le affama») o richiami ultrascolastici a Mao («nel mondo contraddizioni principali che vanno affrontate prima di quelle secondarie»).
Solo una voce isolata ha sottolineato che  «la società iraniana è profondamente cambiata. Le richieste di democrazia sono enormi. Donna, vita e libertà, non lunga vita allo Shah. E men che meno viva Israele. Non potrebbero semplicemente ritornare all’antico».

Concludendo. A me non pare che Casarini e tanti altri sottovalutino  le ingerenze “occidentali” in Iran. Né  siano queste opinioni  o semplici testimonianze di solidarietà con chi viene ammazzato possano essere accusate di “ingeririsi” negli affari interno di uno Stato sovrano. Semplicemente non pensano in un’ottica nazionalista e non  intendono separare nettamente  rivendicazioni economiche e rivendicazioni di libertà civili.

P.s.
Sempre oggi leggo sulla pagina FB di Pierluigi Fagan (QUI):

“L’atteggiamento realista, secondo gli idealisti, è invece un appiattirsi alla realtà accettata per come è, senza alcuna possibilità e conseguente volontà di cambiarla. In effetti c’è anche chi commette questo errore logico, dedurre dal come le cose sono la legge per cui non possono essere diversamente (Hume). Tuttavia, l’atteggiamento realista non deviato è più semplicemente cercare di percepire la realtà il più vicino possibile al come in effetti è per poi calcolare quanto lontano è dal come vorremmo fosse. L’esercizio serve anche a limitare questa realtà immaginata e auspicata, ma non per negarla, per renderla anch’essa realista ovvero realizzabile.”

Mi pare una buona posizione di principio contro certi schematismi  che puntano alla contrapposizione rigida. Anche se è difficile capire quando  l’atteggiamento realista finisce per appiattirsi sul realismo dei potenti e l’atteggiamento idealista finisce per svuotarsi in puro sogno.

 

Il mondo alla rovescia

Iran, lo sguardo di una ragazza di Isfahan.
(Foto Michele Santoro, 2016)

Riordinadiario  12 gennaio 2026 | LOTTE IN IRAN (2)

di Ennio Abate

Un breve appunto dopo la lettura di vari commenti sugli eventi di questi giorni in Iran.

Dunque, il comunismo è finito nel buio. E, allora, ok Trump, ok Netanyahu, ok Putin e – perché no – ok Hamas, ok ayatollah Ali Khamenei, ok Maduro, ecc. A turno – per governare, eh! – io ammazzo, tu ammazzi, egli ammazza, ma noi – privilegiati perché ancora non ammazzati – non possiamo neppure solidarizzare con le vittime e dovremmo appoggiare il brigante più piccolo angariato dal brigante più grosso?

 

MANIFESTO PER L’«OFFICINA DELLE ARTI» DI COLOGNO MONZESE


Riordinadiario 8 novembre 2018

 

di Ennio Abate

Questo  manifesto da me scritto e rivisto anche tenendo conto delle osservazioni  del gruppo fondatore dell’Associazione culturale  OFFICINA DELLE ARTI di Cologno Monzese rappresentò un tentativo, purtroppo subito fallito, di far dialogare cultura critica e cultura di massa.

1.
«Officina delle arti» vuole occuparsi – qui a Cologno Monzese ma anche altrove – delle varie Arti (con il termine s’intendono tutte le arti, indipendentemente dai simboli espressivi da esse usati: iconici, alfabetici, gestuali, analogici e digitali).

2.
«Officina delle arti» vuole essere un luogo dove la gente – semplici curiosi o già appassionati e praticanti, da dilettanti o professionisti, di pittura, di poesia, musica, letteratura, fotografia, cinema, ecc. – possa approfondire i principali problemi e temi che nei vari campi si pongono.

3.
«Officina delle arti» organizzerà, secondo programmi annuali, un certo numero di laboratori-cantieri per permettere ad autodidatti e professionisti d’incontrarsi, scambiarsi informazioni, conoscenze, giudizi sia su quello che i singoli già fanno sia su quello che potranno concordare insieme. I laboratori-cantieri si ispireranno ai più vari modelli
delle arti del passato senza alcuna preclusione. Ci si sforzerà, però, di confrontare sempre la ricerca più specialistica con i bisogni elementari di partenza della gente comune. In modo da permettere al maggior numero di persone di capire e fare al meglio nelle concrete situazioni in cui vivono.

4.
«Officina delle arti» organizzerà iniziative di vario genere (mostre periodiche, presentazioni di libri, discussioni, concerti, proiezioni, flash mob, ecc.).. coinvolgendo sia i propri iscritti che operatori culturali esterni; e curando che gli eventi siano cooperativi, di qualità e evitino pressapochismo e autopromozioni narcisistiche.

5.
«Officina delle arti» si propone di contrastare il cattivo gusto, l’impoverimento culturale, l’intrattenimento generico, la “dittatura dell’ignoranza”. E perciò vuole combattere il pregiudizio, di recente riassunto nello slogan «con la cultura non si mangia», e ricordare invece che nella storia umana le arti e la cultura sono state attività non solo sempre presenti in tutte le società (anche le più povere) ma importanti e necessarie al pari di quelle economiche o pratiche, che di solito sono giudicate unanimemente indispensabili, tanto che si potrebbe parlare di una sorta di economia dell’anima.

6.
«Officina delle arti» intende valorizzare il fatto che le arti hanno sempre contribuito a dare un senso più profondo alla vita degli individui e delle società; e hanno custodito, malgrado la loro secolare strumentalizzazione da parte delle classi dominanti, l’idea che felicità e libertà siano possibili per tutti, non solo per pochi eletti.

7.
Contro l’attuale svalutazione della storia in generale e della storia delle arti in particolare (discipline che si vorrebbero addirittura eliminare dai curriculum scolastici), «Officina delle arti» vuole far riflettere sui *monumenti* e *documenti* del passato e interrogarsi sul loro attuale significato [1] anche in vista di una coraggiosa costruzione di “nuovi monumenti”.

8.
«Officina delle arti» vuole ripensare le innumerevoli forme storiche che le arti hanno avuto nei secoli: magiche, religiose, aristocratiche, popolari, borghesi, proletarie, di avanguardia e di massa, rivoluzionarie e controrivoluzionarie, futuriste, politiche o civili, apolitiche o impolitiche. E interrogarsi sull’uso – a vantaggio di pochi o di molti? – che verrà fatto di questo patrimonio secolare; e dello stesso bisogno, diffuso tra molti, di capire ed esercitarsi nelle varie attività artistiche.

9.
«Officina delle arti» vuole spingere a riflettere sia sul fatto che da metà Settecento in poi, con l’industrializzazione, il rivoluzionamento della produzione, i cambiamenti sempre più accelerati di tutte le dimensioni della vita sociale e individuale, le arti hanno perso le tradizionali funzioni sociali (legate alla magia, alla religione, alla politica), che erano di assoluto rilievo nelle società preindustriali; e sia sul fatto che, da allora, esse sopportano una crisi, che è stata ed è variamente interpretata [2]. Il che rende più difficile, ma anche più avvincente, definire cosa esse rappresentino o possano meglio rappresentare
oggi in un mondo così caotico e mutevole.

10.
«Officina delle arti» vuole tener conto realisticamente degli ostacoli oggettivi e dei pregiudizi che spesso scoraggiano o deviano la passione artistica in forme privatistiche o consolatorie o deliranti. E perciò
prendere in considerazione anche gli aspetti negativi della “normale” industria culturale e/o dello spettacolo. Esse hanno prodotto specializzazioni elitarie (superpagate ma spesso eticamente mostruose), figure stereotipate di artisti (snob, sacrificali, pueri aeterni, maudits, geni sregolati), un conformistico silenzio sulla distribuzione dei finanziamenti e delle sponsorizzazioni (spesso clientelari), costruzioni truffaldine di star, divi, icone, best seller, proposte al culto – passivo, adorante e plaudente – di folle di consumatori.

11.
«Officina delle arti» vuole contrastare una visione consumistica dell’arte,
troppo incoraggiata dalla martellante riproposizione di immagini seriali e pubblicitarie o organizzando eventi spettacolari, dove la democratizzazione è solo apparenza, poiché la gente viene abituata ai surrogati mercificati delle arti e non avviata a una esplorazione curiosa ed aperta.

12.
«Officina delle arti» vuole indirizzare i suoi aderenti verso l’esigenza di
andare oltre la semplice fruizione delle opere d’arte raccolte nei musei [3], promuovere un uso critico della loro riproduzione tecnica (Benjamin), stimolare una lettura attenta dei testi (quando è in gioco la parola scritta), recuperare per quanto possibile sia i contesti originari in cui certe opere del passato nacquero sia un tipo di conoscenza del passato che apra al futuro e a forme artistiche ancora più libere e diffuse nelle vene della società (dal territorio alle scuole ai quartieri alle abitazioni).

13.
«Officina delle arti» vuole evitare che arti e scienze vengano contrapposte (perché le prime sarebbero attività pratiche e produttive e le seconde contemplative).

14.
«Officina delle arti» vuole resistere alla nostalgia dell’ «aura» (magica e religiosa) dell’arte; e invitare a non smarrirsi nell’inseguimento dei feticci della Bellezza o della Autenticità, per cercare piuttosto la propria via espressiva, al di fuori del risaputo, dell’imposto, delle mode, con caparbie ricerche individuali e con uno studio attento e libero, compiuto da soli o assieme ad altri, delle principali opere di artisti noti o meno noti.

15.
«Officina delle arti» vuole mettere in guardia dell’idea elitaria e sacerdotale del «genio», che alimenta narcisismi, snobismi e pericolosi gregarismi. Le persone geniali, che pur ci sono – individui che si distinguono dagli altri per particolari capacità di combinare intuizioni ed idee con una facilità e rapidità che altri non hanno – non per questo possono pretendere o ottenere ossequi servili persino per i loro difetti umani.

 

Note

[1] Si tenga presente che nella storia delle arti ci sono stati due passaggi fondamentali, visti da alcuni come progresso, da altri come decadenza. Il primo da un sapere unitario (ad es., quello degli antichi Greci) a molteplici saperi gerarchicamente subordinati; e si pensi al Medio Evo e alla distinzione tra le «arti meccaniche» della pittura, della scultura, dell’architettura, giudicate inferiori, e le «arti liberali» del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia), giudicate superiori. Il secondo, a partire dall’età moderna, con la trasformazione di questa “piramide di saperi” in una loro molteplicità eterogenea, per cui in tutti i campi – dalla letteratura alla pittura, scultura, musica, danza, teatro, architettura, fotografia, cinema – vediamo coesistere, intrecciarsi, sovrapporsi e spesso contrapporsi le idee e le tecniche più varie tratte da epoche antiche che recenti.

[2] Fin dall’Ottocento, infatti, il filosofo Hegel ha parlato (e non banalmente) di «morte dell’arte». Nel Novecento, altri (il poeta e drammaturgo Brecht, ad es.) hanno insistito sui danni venuti alle arti dalla loro riduzione a merce. Altri ancora (il filosofo Benjamin) hanno respinto la nostalgia per un glorioso ma discutibile passato, sostenendo che «tutto il patrimonio culturale […] ha immancabilmente un’origine a cui non [si] può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie» (Walter Benjamin, Tesi sulla filosofia della storia, in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6. Ora anche a questo link: https://www.ildialogo.org/pace/Documenti_1313243593.htm). Ed infine non mancano quelli che hanno esaltato la tendenza delle arti di massa o delle nuove arti (come la fotografia e il cinema) alla semplificazione, alla pluralità, alla estetizzazione della vita, scorgendovi comunque i segni positivi di una democratizzazione sia pur parziale e incompleta.

[3] Visto che i musei sono diventati luoghi dove sono state raccolte, per scopi soprattutto di mercato, «opere d’arte» (se non soltanto i cosiddetti «capolavori») in un’ottica eurocentrica (o occidentocentrica).

* In copertina il logo di Officina delle Arti disegnato da Loredana Manzi

Riordinadiario 1970

6 -7 gennaio 1970. Milano. Convegno nazionale: la costruzione del partito


a cura di Ennio Abate

Pubblico questi miei APPUNTI del Convegno del lontano 1970, tenutosi a Milano sul tema della costruzione del partito e a cui parteciparono gruppi di compagni di varie città. Scritti a mano e ora trascritti velocemente usando la digitazione vocale, riassumono gli interventi da me ascoltati in quei due giorni. Solo in pochi casi avevo indicato il cognome degli autori e non so se  nell’Archivio  Marco Pezzi di Bologna, che raccoglie documentazione della storia  di Avanguardia Operaia e dei CUB, esistono verbali o registrazioni audio di quella iniziativa.  Non mi metto a commentarli né a giudicarne il valore documentale o storico. Noto solo la solidità della cultura storico-politica degli interventi. Questo ed altri  pezzi del mio Riordinadiario   mirano a completare (o anche correggere, se è il caso)  gli Appunti sulla storia di Avanguardia Operaia  pubblicati nel 2021 (qui).

Relazione iniziale

situazione economica. inflazione internazionale, origini in USA. Conseguenze in Italia. Mercato francese chiuso. Politica di sviluppo del capitalismo italiano . Fenomeni in contrasto con questa tendenza.

Lotte. Dibattito caldo sulla piattaforma dei metalmeccanici. Diffondersi di organismi di base in fabbrica. Divergenze nei sindacati. Sul versante salariale: Trentin-FIM. i sindacati costretti ad assumere posizioni anti-padronali. Elezioni delegati di reparto. Alla Borletti vengono eletti compagni dei Cub. I Cub in difficoltà dove non afferrano la svolta politica del sindacato.

I gruppi in fabbrica. AO all’interno del movimento di fabbrica. Lotte Continua e UCI: avventuristi senza strategia. la lotta per la lotta. il sindacato recupera per gli errori di questi gruppi.

Padroni: contrasto tra ala illuminata e ala arretrata. compattezza però nella resistenza. evitare schematismi.

Sindacati: indurimento tattico. le due giornate di sciopero generale: uno spreco. cedono sulle rivendicazioni importanti: parità normativa, cottimo e ritmi.

Classe operaia: livello di tensione sempre più alto nella immutata compattezza. [dubbi miei]. Prospettive: la pausa post contratto sarà breve. tutte le questioni di fondo restano aperte.

Stato: comportamento contraddittorio. Donat Cattin: aumenti salariali ma controllo tempi e modo degli aumenti. ruolo mediatore.

Inevitabile: unificazione sindacale. PCI al governo, PSI non dà più garanzie .
Controtendenze. Rapporti PC-Urss. rapporto PCI-masse diverso da quello del PSI.
Equivalenza tra la lotta anticapitalistica e la lotta antirevisionista. lo scontro non potrà protrarsi a lungo. a medio termine: o ci sarà il riflusso o uno sviluppo del partito rivoluzionario .

Interventi delegazioni

Ivrea.
il nostro gruppo + Psiup + FIM sono per la formazione dei delegati. Il CUB che avevamo è stato stroncato dal sindacato.

Pisa.
È sbagliato parlare di crisi del capitalismo. viviamo una fase di sviluppo imperialistico italiano nonostante le lotte operaie. La lotta operaia è debole. Gestibile dai revisionisti. Manca una direzione rivoluzionaria. i paesi europei vanno autonomizzarsi dagli USA. i Cub sono organismi temporanei. Delegati: discorso cauto. a noi interessa l’allargamento delle organizzazione politica in fabbrica. Siamo contro lo spontaneismo. si sottovaluta la capacità del capitalismo di ristrutturarsi utilizzando questo movimento incosciente della classe.

Avanguardia Operaia
Periodo di rapido sviluppo capitalistico. No al rapporto non marxista crisi= rivoluzione.
sviluppo=integrazione. Contraddizioni nel sistema. non siamo in una fase rivoluzionaria. ma neppure di fronte a semplici lotte economiche.
La coscienza della classe operaia cresce. nella classe sono penetrati alcuni obiettivi economici (aumento uguali per tutti) diversi dal passato. Cub: non sono la bacchetta magica per far saltare il sistema ma strumenti per aumentare la coscienza della classe operaia.


Potere operaio Brescia
l’analisi di Gorla è diversa dalla nostra, si accentua il ruolo della coscienza nella lotta operale, insufficiente l’analisi dell’imperialismo italiano.

Ravenna
il capitalismo accelera il suo sviluppo, nostro compito organizzare l’avanguardia rivoluzionaria, noi dobbiamo dare l’appuntamento col partito

Avanguardia Operaia di Milano
interesse per un’analisi dell’imperialismo italiano, ma non solo descrittiva, c’interessa
vedere il rapporto tra noi e il nemico
è economicismo vedere la lotta operaia come motore dello sviluppo capitalistico.
Lenin, la coscienza di classe si sviluppa nella lotta economica, e oggi però nelle masse nasce
spontaneamente anche la coscienza revisionista.

Roma
tutti d’accordo che il momento sia di sviluppo capitalistico, il dissenso sta nella valutazione dell’atteggiamento soggettivo delle masse, rispetto alla “nuova maggioranza”. Le lotte sopravanzano questa soluzione? noi rispondiamo no.

Pisa
è impossibile che il proletariato sviluppi una coscienza antagonista in assenza del partito rivoluzionario.
Si
è rafforzato il peso delle organizzazioni revisioniste.

Ivrea
il capitalismo sviluppandosi, crea contraddizioni (il problema delle case popolari, la situazione industriale al sud. In USA si prevede un’inflazione dell’8,9% che si ripercuoterà da noi. e le contraddizioni in fabbrica?
con le analisi delle contraddizioni internazionali possiamo fare opera di c
hiarificazione, ma sulle contraddizioni di fabbrica possiamo suscitare lotte. La classe operaria sta maturando una coscienza che va al di là delle riforme.
non c’è separazione f
ra lotta e organizzazione rivoluzionaria (Luxemburg)
il consiglio dei delegati rappresenta davvero tutta la fabbrica, è il solo che può essere presente in tutto il processo produttivo

Avanguardia Operaia di Milano
i margini riformisti del sistema non sono molto elevati.
bidone il contratto
1966, ma bidoni anche quelli che si vanno firmando, per cui dopo il contratto le lotte si riapriranno. i cub sono imparagonabili ai soviet, non c’è una fase rivoluzionaria

Avanguardia Operaia di Milano
formare un’avanguardia complessiva, anche se non ancora un partito, la borghesia italiana non è un mostro di riformismo
l’Italia è l’unico paese che esporta manodopera
la lotta operaia supporto dello sviluppo capitalistico? non è vero.
Germania: sviluppo capitalistico impressionante, pochissime ore di sciopero, anche la più semplice lotta operaia non piace alla borghesia
Lenin (solo da lui ho imparato) spiega che ci sono vari livelli di coscienza nella classe operaia:
la classe operaia che non sciopera, che sciopera solo quando è il sindacato che decide, che scioepera la guida di un partito rivoluzionario.

Conclusione della prima giornata
1. Per Avanguardia Operaia non siamo in una fase prerivoluzionaria, c’è una crescita della coscienza operaia nella lotta
2. il capitalismo italiano è in fase di sviluppo, il che comporta ristrutturazioni anche politiche e contraddizioni ( più potere ai sindacati e responsabilizzazione del PCI)
3. importantissima è la lotta al revisionismo, ma l’ingresso del PCI nell’area di potere borghese non porta meccanicamente ad una identità tra lotta anticapitalista e lotta antirevisionista
solo a determinate condizioni si si svilupperà fra le masse una coscienza antirevisionista
è vero che il grosso della classe operaia non rifiuta il revisionismo, ma con l’inserimento del PCI nell’area di potere sorgeranno nuove contraddizioni.
4. contropotere: è un discorso che respingiamo

Avanguardia Operaia di Milano
c’è una sola strategia delle riforme di struttura con due varianti (A. contropotere, B. strategia interna alla classe).oggi la classe operaia è espressa a livello politico soltanto dal PCI . non c’è da contrapporre una tattica e una strategia rivoluzionaria.
nella classe operaia ci sono embrioni di coscienza anticapitalista e socialista
bisogna organizzare questi operai, perciò i CUB
il CUB agi operai si presenta come il sindacato rosso
E’ il sindacato rosso o l’anticamera della cellula comunista?
in questa fase è l’anticamera, ma per restare tale deve svolgere attività sindacale
il CUB non è un soviet, ma neppure è un organismo spontaneo e corporativo legato al ciclo alto delle lotte
perché nel ‘62 non c’erano?
Assemblea dei delegati di reparto: l’avanguardia vi farà il lavoro d’agitazione, ma [i delegati] non sono i “deputati operai”, vengono fuori per ordine del sindacato
Ricostruzione del partito:
1. non vogliamo metterci nella situazione di 100 anni fa, non si può ricalcare la posizione del partito bolscevico (secondo lo schema: circoli d’allora in Russia= gruppi oggi
2. non ci aspettiamo una scissione nel PCI (come nel ‘21 nel PSI). questo meccanismo è irrepetibile, oggi la classe operaia ha già avuto la sua esperienza di partito, e non si tratta neppure più di organizzarla come classe
Lenin: senza teoria niente rivoluzione.
Errato pensare alla teoria come bagaglio di princìpi (quanto ha prodotto Marx, ecc) da studiare e poi..
per Lenin (1898) la teoria è qualcosa di più: analisi della realtà capitalistica in termini concreti, quindi teoria è molto vicina a strategia
ma anche la teoria, precedentemente elaborata, ha una sua validità
non si può trascurare questo patrimonio storico
prima di unirci delimitiamoci
Sì al partito no alla federazione
non basta l’omogeneità al livello dei sacri testi, ogni centralizzazione ha significato se c’è omogeneità politica
partito-processo. non è stato mai teorizzato nel movimento operaio, è stata teorizzata la tattica- processo.
dobbiamo essere degli organizzatori del processo
senza alternativa i processi nel PCI non matureranno: il proletariato non si ribellerà, subirà.

Pisa
Radicali divergenze su questioni importanti, non saranno mai i CUB l’avanguardia politica della classe
il momento fondamentale è oggi la creazione della cellula, del discorso politico generale
gli interventi politici più negativi oggi consistono nel rinchiudersi nella direzione locale, nella lotta di tutti i giorni.
il rapporto fondamentale [con la classe] resta quello bolscevico, molti dubbi sull’interpretazione maoista del leninismo.
residuo di utopismo: anche se il partito ha una linea chiarissima, è difficile una politicizzazione di massa prima della presa del potere.
ma le divergenze, oltre che sul rapporto spontaneità-organizzazione, ci sono anche sull’analisi delle contraddizioni capitalistiche, ci sono divergenze di fondo nella borghesia
partito rivoluzionario: in Italia una tradizione marxista si è mantenuta e l’organizzazione rivoluzionaria nascerà dalle organizzazioni tradizionali
la nuova organizzazione avrà [riceverà]larghe forze dall’interno del PCI

Avanguardia Operaia di Milano
no alla concezione bordighista del partitino rivoluzionario, essa è oggi più di deleteria dei gruppi marxisti-leninisti. Bordiga non concepisce il partito come Lenin, lo vede avulso dalla classe, un centro studi che offre poi i suoi servizi alla classe.
il difetto di Cazzaniga: trascura i processi nella classe operaia.
anche Bordiga parlava di propaganda. l’educazione comunista diventa dottrinarismo, ma non si troveranno gli operai disposti a lasciarsi indottrinare,

[pomeriggio. non si fanno le commissioni. incontri bilaterali tendenti all’unificazione]

Brescia
fase
capitalistica attuale : contrasto con AO.
CUB: non potrà essere un soviet. Anticamera cellula: è equivoco. si rischia di confondere avanguardia e masse. l’unico organizzazione politica è il partito. Fondare i CUB significa allevare quadri per il sindacato. Oggi noi privilegiamo il lavoro di formazione di quadri comunisti. In questa fase non tentiamo l’organizzazione. è una scorciatoia.

Perugia
Incertezze. Il compagno di Brescia vuole garanzie sulla costruzione del partito. Non ci sono.
Ma resta essenziale lo scontro con la realtà. In qualche modo in contatto con le masse bisogna essere. Non basta la semplice propaganda. I CUB da soli nn sono nulla. Ma il CUB è il solo organismo con cui si può cercare un contatto con la classe operaia. Senza le masse non si fa la rivoluzione.

(Pasi) Ravenna
Il partito può diventare fattore di storia sol oquando i processi sociali si sono avviati. Da solo non crea la lotta di classe, non crea gli istituti spontanei, né può scegliere fra essi i puri dai corporativi. Rischi di gradualismo in AO. Non si preoccupa a sufficienza di mutare la quantità in qualità.

Avanguardia operaia Venezia
Il gruppo nazionale è la tappa intermedia per il partito. Dobbiamo raccogliere i quadri che resteranno delusi dalla impossibilità per il sindacato di proseguire una lotta adottata solo tatticamente.

(Campione) Pisa
Lenin: la lotta di classe determina i compiti del partito. Ma qui molti dei gruppi presenti si adeguano piattamente al movimento di lotta.

Ivrea
Il consiglio dei delegati rappresenta di più il livello di maturazione delle masse. Il sindacato, se non lo vogliamo far diventare rivoluzionario, offre dei margin idi discorso. Partito-processo o leniniano? Non serve la contrapposizione. Organizzazione centralizzata o meno? Si vedrà in concreto.

(Rescigno) Roma
Eravamo venuti per unirci e ci ritroviamo a lottare fra noi

Avanguardia Operaia di Milano
revisionismo: nel PCI ambiguità fin dal 7° Congresso. Il rapporto trail PCI e le masse ha subito modificazioni. Oggi non c’è più un’adesione militante. La sua presa resta però enorme e per andare in crisi c’è bisogno di un’organizzazione rivoluzionaria ma anche dell’esperienza di governo. Allora l’identità tra lotta anticapitalista e lotta antirevisionista si evidenzierà. Senza questa esperienza è idealistico aspettarsi un passaggio alla lotta rivoluzionaria della classe operaia. Se non si decomporrà il PCI, il partito rivoluzionario non salterà fuori o avrà vita stentata. Esso avrà una fetta importante dal PCI ma non bisogna eccedere in una tattica entrista. Possiamo accelerare questa frattura. La nostra organizzazione si basa sulle cellule. Multilateralità della situazione operaia: alla Siemens 4000 operaie leggono Grand Hotel. Alla Breda centinaia di operai comunisti da tre generazioni. Il partito rivoluzionario: non nasce come quando non esistevano partiti operai. Non nasce con una scissione dall’interno. Il problema spontaneità-organizzazione provoca un circolo vizioso. Non ci interessa. È un passo indietro. Non possiamo oscillare da un polo all’altro.

Riordinadiario 1969

di Ennio Abate

Questi appunti furono scritti nel 1969 quando ero studente lavoratore. Lavoravo come operaio notturnista  nell’edificio della SIP in Piazza Affari a Milano. 

L’unico movimento di massa oggi vivo è quello degli studenti. Va avanti. Non capisco come e fino a quando durerà. Voglio starci dentro e cerco di assorbire per quanto posso i discorsi che si fanno durante le assemblee in aula magna e nelle commissioni. Mi scrivo su un quaderno gli interventi che ascolto. Qualcuno mi ha preso per un giornalista.

Un brulichio di gruppi e gruppetti. Ho incontrato qualcuno che fa capo ai Quaderni rossi, altri a Falce e Martello. Quelli de La Sinistra, che ho conosciuto un po’ prima dell’occupazione della Statale vedo che si tengono più in disparte nelle assemblee e cercano di agganciare singoli studenti che partecipano alle iniziative. Selezionano i loro interlocutori.

La critica antiautoritaria, che alla Statale si è divisa in due orientamenti (Potere studentesco e Potere operaio), alla SIP fatica a entrare. Quel rimbombo di voci che urlano nei microfoni qui si smorza. Il fermento dell’università scompare quando entro al lavoro. C’è un’oscura pesantezza che ti rende guardingo.

F. ha cominciato a parlare di «democrazia operaia» nel nostro reparto di notturnisti. Fredde le reazioni. Coinvolti siamo soltanto noi lavoratori studenti. Io con disagio. Sento il suo discorso esiguo e importato. Non vedo cosa lo distingua davvero da quello di M.che lavora nel sindacato Silte o da quello di V. della Fidat. Non ci trovo quegli elementi di novità, di orgoglio e di rabbia che associo al concetto di Potere operaio.

Non conosco bene i notturnisti che lavorano in questo reparto. C’è troppa distanza fra le chiacchiere che si fanno durante gli intervalli davanti al distributore di caffè e i discorsi che sento alle riunioni nel bugigattolo di “Falce e martello” in Via Ausonio, una traversa di Via De Amicis, dove F. mi ha invitato. Lì ci vado ogni tanto e cerco di leggere i documenti che mi danno e di capire. A me non danno nessun scossone. Agli altri, penso, non arriverà quasi nulla. Che efficacia ha questo lavoro da catacombe?

Quando gli espongo i miei dubbi F. taglia corto. Le riunioni finiscono con un rituale riepilogo sullo «schifo del nostro lavoro» e l’autoconferma della bontà di quanto facciamo. Lui sostiene che si tratta di una novità e non sta lì darmi le prove. Ma perché non incidiamo sugli altri?

Ho pensato ad un questionario. Ma chi lo prepara? F. non ne ha voglia, punta tutto sulla propaganda delle posizioni elaborate dal gruppo di Via Ausonio (V., etc.) e l’idea del questionario gli pare una perdita di tempo. Si va perciò avanti a preparare un’azione immediata. Le riunioni di alcuni notturnisti si tengono a casa sua o al Dopolavoro della Sip. E il confronto con lui e con gli altri avviene sempre a spezzoni: quando ci ritroviamo nello spogliatoio, nelle pause per un caffè previste dal contratto o in quelle sul posto di lavoro quando le chiamate degli abbonati Sip sono rare, specie alla Dettatura telegrammi dopo una certa ora. A volta scoppiano polemiche personali.

Io non capisco l’importanza che il delegato di reparto debba essere proprio Tizio e non Caio. Ma per gli amici di F. e M., sulla base di ragionamenti che a me restano misteriosi, la cosa è importantissima. A me pare che così la «democrazia operaia» vada alla malora. Vogliono contestare il Sindacato ma sott’acqua. Faccio qualche critica, ma nessuno mi dà ascolto. A volte cerco di fermare qualche idea che mi passa per la mente scrivendola sui fogli della Dettatura telegrammi. Ma senza troppa convinzione. Sento di non avere interlocutori. E poi, mi dico, si tratta di frammenti, non hanno una forma comunicabile e mancano di un pensiero che li colleghi.

Così i miei tentativi di far venir fuori dei dubbi trovano un muro in F. Sono in effetti una critica al suo operato. È un «rivoluzionario», ma mantiene il discorso coi lavoratori su un piano esclusivamente sindacale. Si è dato da fare per entrare nel Sindacato e cerca collegamenti soprattutto con gente che ha lavorato in Commissione interna. Non me la sento di criticarlo. Mi sento isolato e inesperto. E gli sono riconoscente, perché in fondo è stato lui che mi ha fatto uscire dall’isolamento introducendomi nel suo gruppo della SIP a contatto con gli operai.

I miei dubbi però non si smorzano. Li registro sul mio quaderno sotto forma di appunti. Ma mi fa un brutto effetto potermi esprimere solo per iscritto, mentre mi accorgo che il mio legame nei loro confronti non viene intaccato e resta subordinato e impacciato. A volte mi ritrovo a immaginare riunioni di reparto (magari di studio) fra studenti e operai, magari anche quelli di altri reparti. Vorrei eliminare quel senso di gruppo chiuso che caratterizza i nostri incontri. Altre volte penso a un’analisi della condizione operaia alla Sip, ma davvero approfondita e che possa dare prestigio all’intervento e attirare altri studenti. Da questo lavoro potrebbe uscire anche un linguaggio diverso per parlare dei problemi degli operai senza i toni mitici con cui ne sento parlare fra gli studenti e senza la piattezza del linguaggio sindacale.

La condizione operaia. Non mi è chiaro cosa pensarne fino in fondo. Come tanti, la ritengo il banco di prova decisivo per gli studenti che vogliono fare la rivoluzione. Ne ho saggiato però la pesantezza. E credo che su di essa ci sia una sorta di congiura del silenzio e che la falsità con cui se ne parla s’imponga nelle coscienze degli stessi operai più attivi. E a volte, mi dico, se gli studenti non si limitassero a partecipare soltanto ai picchetti davanti ai cancelli di una fabbrica e applicassero i loro strumenti di conoscenza, sicuramente più raffinati, alla condizione operaia, forse potrebbe nascere una nuova visione della fabbrica stessa e dei suoi legami con la società. E quella pesantezza apparirebbe in forma nuova agli stessi operai. Perciò, quando Banfi [1] dice: “Venite a sentire gli operai della Marelli che parlano del loro sfruttamento” e gli do ragione se confronto il suo atteggiamento con la pretesa di quelli del Movimento Studentesco della Statale che vogliono «insegnare» agli operai. Tuttavia anche l’invito di Banfi mi pare monco. Perché gli studenti dovrebbero solo ascoltare gli operai? C’è da mettere ordine anche in quei discorsi operai e rielaborarli in modo che possano raggiungere altri ambiti sociali. C’è da fornire loro modelli di espressione dei loro bisogni più efficaci. E questo non possono farlo né gli studenti tradizionali né gli operai tradizionali.

Nota

[1] Banfi era un giovane militante dei Quaderni Rossi che conobbi durante l’occupazione della Statale di Milano . Di lui non ricordo il nome. Sui giornali degli anni ’70 lessi che aveva scelto di andare a fare l’operaio all’Alfa Romeo.