Riordinadiario 10 gennaio 2026 | LOTTE IN IRAN (1)
di Ennio Abate Prima riflessione sugli avvenimenti in Iran sulla base di alcune notizie e commenti.
Che a molti oggi non interessi neppure più leggere i fatti e le interpretazioni che di essi si danno alla luce di un’idea di comunismo (che è finita nel buio) è indubbio. Ma continuo a non capire perché si dovrebbe restare obbligatoriamente sul piano della geopolitica o della complessità. E ragionare esclusivamente con tali strumenti. Che – va detto – non è che permettano un intervento politico più diretto ed efficace nella “realtà” rispetto alle posizioni accusate di essere irrealistiche, utopistiche o “neneiste” ( nel caso in questione: né con Trump-Netanyahu né con l’Iran di Khamenei). Né capisco perché – in assenza di quella “terza via” tra “imperialismo” (statunitense) e anti-imperialismo a sfondo religioso (islamico-iraniano) gli epigoni della corrente “fredda” della tradizione comunista debbano sbeffeggiare e accusare di complicità col “nemico” (Trump-Netanyahu) gli epigoni della corrente “calda” di quella medesima tradizione, difendendo in una logica che – a voler essere generosi – è prevalentemente nazionalista e ammirata o ben disposta verso una (per me discutibilissima) forma nazional-continentale di comunismo, che sarebbe rappresentata dall’attuale PCC e da Xi Jinping.
Scrivo questi miei appunti dopo aver letto la posizione di Luca Casarini (qui) a sostegno delle «lotte degli studenti, delle donne e degli uomini iraniani che stanno tentando una rivolta per abbattere i loro oppressori», che ieri ho condiviso sulla mia pagina FB. Nella sua sostanza, al di là di certi suoi accenti retorici («penso si debba essere con il cuore e con tutti noi stessi a fianco di chi lotta in Iran contro quegli orribili sacerdoti della morte nera») o spacconi («Poi voglio andare in Groenlandia però. Non sono mai stato su una slitta tirata dai cani sulla neve. E’ un sogno che ho da tempo»).
Quali le obiezioni principali ostili alla sua presa di posizione? Eccole:
1. In mezzo a quelle proteste ci sono agenti del Mossad istraeliano;
2. Una eventuale caduta dell’Iran permetterebbe la completa egemonia di Israele e dei suoi alleati nell’area medio orientale;
3. Noi – (questo noi eterogeneo, spesso poco informato, diviso, rissoso, unilaterale, presuntuoso?) – dovremmo limitarci a chiedere ai nostri governi di eliminare le sanzioni contro l’Iran;
4. La posizione di Casarini ed altri è scioccamente “nobile”, arrogante, ammantata di buone ragioni umanitarie o universali, ma in realtà è mossa da una logica suprematista tipicamente occidentale; e si ingerisce negli affari interni di una nazione sovrana, si schiera sulla base di informazioni insufficienti o discutibili o unilaterali dei mass media o dei fuoriusciti iraniani o dei difensori dei diritti delle donne iraniane, cioè a favore della parte “borghese” della società iraniana e contro la parte “popolare”; è, dunque, subordinata o complice dell’imperialismo capitalista e va giudicata nemica;
5. Queste proteste o rivolte in Iran sono le solite “rivoluzione colorate” manipolate o pilotate dall’esterno dai governi occidentali; e, dunque, esempi di falsa democratizzazione, gettano l’Iran o altri Paesi nel caos e portano al comando i peggiori tagliagole danneggiando le popolazioni.
Ho letto pure posizioni che giudico fantasiose e demagogiche («Bombardiamo chi le [donne iraniane] le affama») o richiami ultrascolastici a Mao («nel mondo contraddizioni principali che vanno affrontate prima di quelle secondarie»).
Solo una voce isolata ha sottolineato che «la società iraniana è profondamente cambiata. Le richieste di democrazia sono enormi. Donna, vita e libertà, non lunga vita allo Shah. E men che meno viva Israele. Non potrebbero semplicemente ritornare all’antico».
Concludendo. A me non pare che Casarini e tanti altri sottovalutino le ingerenze “occidentali” in Iran. Né siano queste opinioni o semplici testimonianze di solidarietà con chi viene ammazzato possano essere accusate di “ingeririsi” negli affari interno di uno Stato sovrano. Semplicemente non pensano in un’ottica nazionalista e non intendono separare nettamente rivendicazioni economiche e rivendicazioni di libertà civili.
P.s.
Sempre oggi leggo sulla pagina FB di Pierluigi Fagan (QUI):
“L’atteggiamento realista, secondo gli idealisti, è invece un appiattirsi alla realtà accettata per come è, senza alcuna possibilità e conseguente volontà di cambiarla. In effetti c’è anche chi commette questo errore logico, dedurre dal come le cose sono la legge per cui non possono essere diversamente (Hume). Tuttavia, l’atteggiamento realista non deviato è più semplicemente cercare di percepire la realtà il più vicino possibile al come in effetti è per poi calcolare quanto lontano è dal come vorremmo fosse. L’esercizio serve anche a limitare questa realtà immaginata e auspicata, ma non per negarla, per renderla anch’essa realista ovvero realizzabile.”
Mi pare una buona posizione di principio contro certi schematismi che puntano alla contrapposizione rigida. Anche se è difficile capire quando l’atteggiamento realista finisce per appiattirsi sul realismo dei potenti e l’atteggiamento idealista finisce per svuotarsi in puro sogno.
Riordinadiario 12 gennaio 2026 | LOTTE IN IRAN (2)
di Ennio Abate
Un breve appunto dopo la lettura di vari commenti sugli eventi di questi giorni in Iran.
Dunque, il comunismo è finito nel buio. E, allora, ok Trump, ok Netanyahu, ok Putin e – perché no – ok Hamas, ok ayatollah Ali Khamenei, ok Maduro, ecc. A turno – per governare, eh! – io ammazzo, tu ammazzi, egli ammazza, ma noi – privilegiati perché ancora non ammazzati – non possiamo neppure solidarizzare con le vittime e dovremmo appoggiare il brigante più piccolo angariato dal brigante più grosso?
Questo manifesto da me scritto e rivisto anche tenendo conto delle osservazioni del gruppo fondatore dell’Associazione culturale OFFICINA DELLE ARTI di Cologno Monzese rappresentò un tentativo, purtroppo subito fallito, di far dialogare cultura critica e cultura di massa.
1.
«Officina delle arti» vuole occuparsi – qui a Cologno Monzese ma anche altrove – delle varie Arti (con il termine s’intendono tutte le arti, indipendentemente dai simboli espressivi da esse usati: iconici, alfabetici, gestuali, analogici e digitali).
2.
«Officina delle arti» vuole essere un luogo dove la gente – semplici curiosi o già appassionati e praticanti, da dilettanti o professionisti, di pittura, di poesia, musica, letteratura, fotografia, cinema, ecc. – possa approfondire i principali problemi e temi che nei vari campi si pongono.
3.
«Officina delle arti» organizzerà, secondo programmi annuali, un certo numero di laboratori-cantieri per permettere ad autodidatti e professionisti d’incontrarsi, scambiarsi informazioni, conoscenze, giudizi sia su quello che i singoli già fanno sia su quello che potranno concordare insieme. I laboratori-cantieri si ispireranno ai più vari modelli delle arti del passato senza alcuna preclusione. Ci si sforzerà, però, di confrontare sempre la ricerca più specialistica con i bisogni elementari di partenza della gente comune. In modo da permettere al maggior numero di persone di capire e fare al meglio nelle concrete situazioni in cui vivono.
4.
«Officina delle arti» organizzerà iniziative di vario genere (mostre periodiche, presentazioni di libri, discussioni, concerti, proiezioni, flash mob, ecc.).. coinvolgendo sia i propri iscritti che operatori culturali esterni; e curando che gli eventi siano cooperativi, di qualità e evitino pressapochismo e autopromozioni narcisistiche.
5.
«Officina delle arti» si propone di contrastare il cattivo gusto, l’impoverimento culturale, l’intrattenimento generico, la “dittatura dell’ignoranza”. E perciò vuole combattere il pregiudizio, di recente riassunto nello slogan «con la cultura non si mangia», e ricordare invece che nella storia umana le arti e la cultura sono state attività non solo sempre presenti in tutte le società (anche le più povere) ma importanti e necessarie al pari di quelle economiche o pratiche, che di solito sono giudicate unanimemente indispensabili, tanto che si potrebbe parlare di una sorta di economia dell’anima.
6.
«Officina delle arti» intende valorizzare il fatto che le arti hanno sempre contribuito a dare un senso più profondo alla vita degli individui e delle società; e hanno custodito, malgrado la loro secolare strumentalizzazione da parte delle classi dominanti, l’idea che felicità e libertà siano possibili per tutti, non solo per pochi eletti.
7.
Contro l’attuale svalutazione della storia in generale e della storia delle arti in particolare (discipline che si vorrebbero addirittura eliminare dai curriculum scolastici), «Officina delle arti» vuole far riflettere sui *monumenti* e *documenti* del passato e interrogarsi sul loro attuale significato [1] anche in vista di una coraggiosa costruzione di “nuovi monumenti”.
8.
«Officina delle arti» vuole ripensare le innumerevoli forme storiche che le arti hanno avuto nei secoli: magiche, religiose, aristocratiche, popolari, borghesi, proletarie, di avanguardia e di massa, rivoluzionarie e controrivoluzionarie, futuriste, politiche o civili, apolitiche o impolitiche. E interrogarsi sull’uso – a vantaggio di pochi o di molti? – che verrà fatto di questo patrimonio secolare; e dello stesso bisogno, diffuso tra molti, di capire ed esercitarsi nelle varie attività artistiche.
9.
«Officina delle arti» vuole spingere a riflettere sia sul fatto che da metà Settecento in poi, con l’industrializzazione, il rivoluzionamento della produzione, i cambiamenti sempre più accelerati di tutte le dimensioni della vita sociale e individuale, le arti hanno perso le tradizionali funzioni sociali (legate alla magia, alla religione, alla politica), che erano di assoluto rilievo nelle società preindustriali; e sia sul fatto che, da allora, esse sopportano una crisi, che è stata ed è variamente interpretata [2]. Il che rende più difficile, ma anche più avvincente, definire cosa esse rappresentino o possano meglio rappresentare oggi in un mondo così caotico e mutevole.
10.
«Officina delle arti» vuole tener conto realisticamente degli ostacoli oggettivi e dei pregiudizi che spesso scoraggiano o deviano la passione artistica in forme privatistiche o consolatorie o deliranti. E perciò prendere in considerazione anche gli aspetti negativi della “normale” industria culturale e/o dello spettacolo. Esse hanno prodotto specializzazioni elitarie (superpagate ma spesso eticamente mostruose), figure stereotipate di artisti (snob, sacrificali, pueri aeterni, maudits, geni sregolati), un conformistico silenzio sulla distribuzione dei finanziamenti e delle sponsorizzazioni (spesso clientelari), costruzioni truffaldine di star, divi, icone, best seller, proposte al culto – passivo, adorante e plaudente – di folle di consumatori.
11.
«Officina delle arti» vuole contrastare una visione consumistica dell’arte, troppo incoraggiata dalla martellante riproposizione di immagini seriali e pubblicitarie o organizzando eventi spettacolari, dove la democratizzazione è solo apparenza, poiché la gente viene abituata ai surrogati mercificati delle arti e non avviata a una esplorazione curiosa ed aperta.
12.
«Officina delle arti» vuole indirizzare i suoi aderenti verso l’esigenza di andare oltre la semplice fruizione delle opere d’arte raccolte nei musei [3], promuovere un uso critico della loro riproduzione tecnica (Benjamin), stimolare una lettura attenta dei testi (quando è in gioco la parola scritta), recuperare per quanto possibile sia i contesti originari in cui certe opere del passato nacquero sia un tipo di conoscenza del passato che apra al futuro e a forme artistiche ancora più libere e diffuse nelle vene della società (dal territorio alle scuole ai quartieri alle abitazioni).
13.
«Officina delle arti» vuole evitare che arti e scienze vengano contrapposte (perché le prime sarebbero attività pratiche e produttive e le seconde contemplative).
14.
«Officina delle arti» vuole resistere alla nostalgia dell’ «aura» (magica e religiosa) dell’arte; e invitare a non smarrirsi nell’inseguimento dei feticci della Bellezza o della Autenticità, per cercare piuttosto la propria via espressiva, al di fuori del risaputo, dell’imposto, delle mode, con caparbie ricerche individuali e con uno studio attento e libero, compiuto da soli o assieme ad altri, delle principali opere di artisti noti o meno noti.
15.
«Officina delle arti» vuole mettere in guardia dell’idea elitaria e sacerdotale del «genio», che alimenta narcisismi, snobismi e pericolosi gregarismi. Le persone geniali, che pur ci sono – individui che si distinguono dagli altri per particolari capacità di combinare intuizioni ed idee con una facilità e rapidità che altri non hanno – non per questo possono pretendere o ottenere ossequi servili persino per i loro difetti umani.
Note
[1] Si tenga presente che nella storia delle arti ci sono stati due passaggi fondamentali, visti da alcuni come progresso, da altri come decadenza. Il primo da un sapere unitario (ad es., quello degli antichi Greci) a molteplici saperi gerarchicamente subordinati; e si pensi al Medio Evo e alla distinzione tra le «arti meccaniche» della pittura, della scultura, dell’architettura, giudicate inferiori, e le «arti liberali» del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, musica, astronomia), giudicate superiori. Il secondo, a partire dall’età moderna, con la trasformazione di questa “piramide di saperi” in una loro molteplicità eterogenea, per cui in tutti i campi – dalla letteratura alla pittura, scultura, musica, danza, teatro, architettura, fotografia, cinema – vediamo coesistere, intrecciarsi, sovrapporsi e spesso contrapporsi le idee e le tecniche più varie tratte da epoche antiche che recenti.
[2] Fin dall’Ottocento, infatti, il filosofo Hegel ha parlato (e non banalmente) di «morte dell’arte». Nel Novecento, altri (il poeta e drammaturgo Brecht, ad es.) hanno insistito sui danni venuti alle arti dalla loro riduzione a merce. Altri ancora (il filosofo Benjamin) hanno respinto la nostalgia per un glorioso ma discutibile passato, sostenendo che «tutto il patrimonio culturale […] ha immancabilmente un’origine a cui non [si] può pensare senza orrore. Esso deve la propria esistenza non solo alla fatica dei grandi geni che lo hanno creato, ma anche alla schiavitù senza nome dei loro contemporanei. Non è mai documento di cultura senza essere, nello stesso tempo, documento di barbarie» (Walter Benjamin, Tesi sulla filosofia della storia, in Angelus Novus, Torino 1962, pp. 75-6. Ora anche a questo link: https://www.ildialogo.org/pace/Documenti_1313243593.htm). Ed infine non mancano quelli che hanno esaltato la tendenza delle arti di massa o delle nuove arti (come la fotografia e il cinema) alla semplificazione, alla pluralità, alla estetizzazione della vita, scorgendovi comunque i segni positivi di una democratizzazione sia pur parziale e incompleta.
[3] Visto che i musei sono diventati luoghi dove sono state raccolte, per scopi soprattutto di mercato, «opere d’arte» (se non soltanto i cosiddetti «capolavori») in un’ottica eurocentrica (o occidentocentrica).
* In copertina il logo di Officina delle Arti disegnato da Loredana Manzi
6 -7 gennaio 1970. Milano. Convegno nazionale: la costruzione del partito
a cura di Ennio Abate
Pubblico questi miei APPUNTI del Convegno del lontano 1970, tenutosi a Milano sul tema della costruzione del partito e a cui parteciparono gruppi di compagni di varie città. Scritti a mano e ora trascritti velocemente usando la digitazione vocale, riassumono gli interventi da me ascoltati in quei due giorni. Solo in pochi casi avevo indicato il cognome degli autori e non so se nell’Archivio Marco Pezzi di Bologna, che raccoglie documentazione della storia di Avanguardia Operaia e dei CUB, esistono verbali o registrazioni audio di quella iniziativa. Non mi metto a commentarli né a giudicarne il valore documentale o storico. Noto solo la solidità della cultura storico-politica degli interventi. Questo ed altri pezzi del mio Riordinadiario mirano a completare (o anche correggere, se è il caso) gli Appunti sulla storia di Avanguardia Operaia pubblicati nel 2021 (qui).
Relazione iniziale
situazione economica. inflazione internazionale, origini in USA. Conseguenze in Italia. Mercato francese chiuso. Politica di sviluppo del capitalismo italiano . Fenomeni in contrasto con questa tendenza.
Lotte. Dibattito caldo sulla piattaforma dei metalmeccanici. Diffondersi di organismi di base in fabbrica. Divergenze nei sindacati. Sul versante salariale: Trentin-FIM. i sindacati costretti ad assumere posizioni anti-padronali. Elezioni delegati di reparto. Alla Borletti vengono eletti compagni dei Cub. I Cub in difficoltà dove non afferrano la svolta politica del sindacato.
I gruppi in fabbrica. AO all’interno del movimento di fabbrica. Lotte Continua e UCI: avventuristi senza strategia. la lotta per la lotta. il sindacato recupera per gli errori di questi gruppi.
Padroni: contrasto tra ala illuminata e ala arretrata. compattezza però nella resistenza. evitare schematismi.
Sindacati: indurimento tattico. le due giornate di sciopero generale: uno spreco. cedono sulle rivendicazioni importanti: parità normativa, cottimo e ritmi.
Classe operaia: livello di tensione sempre più alto nella immutata compattezza. [dubbi miei]. Prospettive: la pausa post contratto sarà breve. tutte le questioni di fondo restano aperte.
Stato: comportamento contraddittorio. Donat Cattin: aumenti salariali ma controllo tempi e modo degli aumenti. ruolo mediatore.
Inevitabile: unificazione sindacale. PCI al governo, PSI non dà più garanzie .
Controtendenze. Rapporti PC-Urss. rapporto PCI-masse diverso da quello del PSI.
Equivalenza tra la lotta anticapitalistica e la lotta antirevisionista. lo scontro non potrà protrarsi a lungo. a medio termine: o ci sarà il riflusso o uno sviluppo del partito rivoluzionario .
Interventi delegazioni
Ivrea.
il nostro gruppo + Psiup + FIM sono per la formazione dei delegati. Il CUB che avevamo è stato stroncato dal sindacato.
Pisa.
È sbagliato parlare di crisi del capitalismo. viviamo una fase di sviluppo imperialistico italiano nonostante le lotte operaie. La lotta operaia è debole. Gestibile dai revisionisti. Manca una direzione rivoluzionaria. i paesi europei vanno autonomizzarsi dagli USA. i Cub sono organismi temporanei. Delegati: discorso cauto. a noi interessa l’allargamento delle organizzazione politica in fabbrica. Siamo contro lo spontaneismo. si sottovaluta la capacità del capitalismo di ristrutturarsi utilizzando questo movimento incosciente della classe.
Avanguardia Operaia
Periodo di rapido sviluppo capitalistico. No al rapporto non marxista crisi= rivoluzione.
sviluppo=integrazione. Contraddizioni nel sistema. non siamo in una fase rivoluzionaria. ma neppure di fronte a semplici lotte economiche.
La coscienza della classe operaia cresce. nella classe sono penetrati alcuni obiettivi economici (aumento uguali per tutti) diversi dal passato. Cub: non sono la bacchetta magica per far saltare il sistema ma strumenti per aumentare la coscienza della classe operaia.
Potere operaio Brescia
l’analisi di Gorla è diversa dalla nostra, si accentua il ruolo della coscienza nella lotta operale, insufficiente l’analisi dell’imperialismo italiano.
Ravenna
il capitalismo accelera il suo sviluppo, nostro compito organizzare l’avanguardia rivoluzionaria, noi dobbiamo dare l’appuntamento col partito
Avanguardia Operaia di Milano
interesse per un’analisi dell’imperialismo italiano, ma non solo descrittiva, c’interessa vedere il rapporto tra noi e il nemico è economicismo vedere la lotta operaia come motore dello sviluppo capitalistico.
Lenin, la coscienza di classe si sviluppa nella lotta economica, e oggi però nelle masse nasce spontaneamente anchela coscienza revisionista.
Roma
tutti d’accordo che il momento sia di sviluppo capitalistico, il dissenso sta nella valutazione dell’atteggiamento soggettivo delle masse, rispetto alla “nuova maggioranza”. Le lotte sopravanzano questa soluzione? noi rispondiamo no.
Pisa
è impossibile che il proletariato sviluppi una coscienza antagonista in assenza del partito rivoluzionario.
Si è rafforzato il peso delle organizzazioni revisioniste.
Ivrea
il capitalismo sviluppandosi, crea contraddizioni (il problema delle case popolari, la situazione industriale al sud. In USA si prevede un’inflazione dell’8,9% che si ripercuoterà da noi. e le contraddizioni in fabbrica?
con le analisi delle contraddizioni internazionali possiamo fare opera di chiarificazione, ma sulle contraddizioni di fabbrica possiamo suscitare lotte. La classe operaria sta maturando una coscienza che va al di là delle riforme.
non c’è separazione fra lotta e organizzazione rivoluzionaria (Luxemburg) il consiglio dei delegati rappresenta davvero tutta la fabbrica, è il solo che può essere presente in tutto il processo produttivo
Avanguardia Operaia diMilano i margini riformisti del sistema non sono molto elevati.
bidone il contratto 1966, ma bidoni anche quelli che si vanno firmando, per cui dopo il contratto le lotte si riapriranno. i cub sono imparagonabili ai soviet, non c’è una fase rivoluzionaria
Avanguardia Operaia di Milano formare un’avanguardia complessiva, anche se non ancora un partito, la borghesia italiana non è un mostro di riformismo
l’Italia è l’unico paese che esporta manodopera
la lotta operaia supporto dello sviluppo capitalistico? non è vero.
Germania: sviluppo capitalistico impressionante, pochissime ore di sciopero, anche la più semplice lotta operaia non piace alla borghesia
Lenin (solo da lui ho imparato) spiega che ci sono vari livelli di coscienza nella classe operaia:
la classe operaia che non sciopera, che sciopera solo quando è il sindacato che decide, che scioepera la guida di un partito rivoluzionario.
Conclusione della prima giornata
1. Per Avanguardia Operaia non siamo in una fase prerivoluzionaria, c’è una crescita della coscienza operaia nella lotta
2. il capitalismo italiano è in fase di sviluppo, il che comporta ristrutturazioni anche politiche e contraddizioni ( più potere ai sindacati e responsabilizzazione del PCI)
3. importantissima è la lotta al revisionismo, ma l’ingresso del PCI nell’area di potere borghese non porta meccanicamente ad una identità tra lotta anticapitalista e lotta antirevisionista solo a determinate condizioni si si svilupperà fra le masse una coscienza antirevisionista
è vero che il grosso della classe operaia non rifiuta il revisionismo, ma con l’inserimento del PCI nell’area di potere sorgeranno nuove contraddizioni.
4. contropotere: è un discorso che respingiamo
Avanguardia Operaia di Milano c’è una sola strategia delle riforme di struttura con due varianti (A. contropotere, B. strategia interna alla classe).oggi la classe operaia è espressa a livello politico soltanto dal PCI . non c’è da contrapporre una tattica e una strategia rivoluzionaria.
nella classe operaia ci sono embrioni di coscienza anticapitalista e socialista
bisogna organizzare questi operai, perciò i CUB
il CUB agi operai si presenta come il sindacato rosso
E’ il sindacato rosso o l’anticamera della cellula comunista?
in questa fase è l’anticamera, ma per restare tale deve svolgere attività sindacale
il CUB non è un soviet, ma neppure è un organismo spontaneo e corporativo legato al ciclo alto delle lotte
perché nel ‘62 non c’erano?
Assemblea dei delegati di reparto: l’avanguardia vi farà il lavoro d’agitazione, ma [i delegati] non sono i “deputati operai”, vengono fuori per ordine del sindacato
Ricostruzione del partito:
1. non vogliamo metterci nella situazione di 100 anni fa, non si può ricalcare la posizione del partito bolscevico (secondo lo schema: circoli d’allora in Russia= gruppi oggi
2. non ci aspettiamo una scissione nel PCI (come nel ‘21 nel PSI). questo meccanismo è irrepetibile, oggi la classe operaia ha già avuto la sua esperienza di partito, e non si tratta neppure più di organizzarla come classe
Lenin: senza teoria niente rivoluzione.
Errato pensare alla teoria come bagaglio di princìpi (quanto ha prodotto Marx, ecc) da studiare e poi..
per Lenin (1898) la teoria è qualcosa di più: analisi della realtà capitalistica in termini concreti, quindi teoria è molto vicina a strategia
ma anche la teoria, precedentemente elaborata, ha una sua validità
non si può trascurare questo patrimonio storico
prima di unirci delimitiamoci
Sì al partito no alla federazione
non basta l’omogeneità al livello dei sacri testi, ogni centralizzazione ha significato se c’è omogeneità politica
partito-processo. non è stato mai teorizzato nel movimento operaio, è stata teorizzata la tattica- processo.
dobbiamo essere degli organizzatori del processo
senza alternativa i processi nel PCI non matureranno: il proletariato non si ribellerà, subirà.
Pisa
Radicali divergenze su questioni importanti, non saranno mai i CUB l’avanguardia politica della classe
il momento fondamentale è oggi la creazione della cellula, del discorso politico generale
gli interventi politici più negativi oggi consistono nel rinchiudersi nella direzione locale, nella lotta di tutti i giorni.
il rapporto fondamentale [con la classe] resta quello bolscevico, molti dubbi sull’interpretazione maoista del leninismo.
residuo di utopismo: anche se il partito ha una linea chiarissima, è difficile una politicizzazione di massa prima della presa del potere.
ma le divergenze, oltre che sul rapporto spontaneità-organizzazione, ci sono anche sull’analisi delle contraddizioni capitalistiche, ci sono divergenze di fondo nella borghesia
partito rivoluzionario: in Italia una tradizione marxista si è mantenuta e l’organizzazione rivoluzionaria nascerà dalle organizzazioni tradizionali
la nuova organizzazione avrà [riceverà]larghe forze dall’interno del PCI
Avanguardia Operaia di Milano no alla concezione bordighista del partitino rivoluzionario, essa è oggi più di deleteria dei gruppi marxisti-leninisti. Bordiga non concepisce il partito come Lenin, lo vede avulso dalla classe, un centro studi che offre poi i suoi servizi alla classe.
il difetto di Cazzaniga: trascura i processi nella classe operaia.
anche Bordiga parlava di propaganda. l’educazione comunista diventa dottrinarismo, ma non si troveranno gli operai disposti a lasciarsi indottrinare,
[pomeriggio. non si fanno le commissioni. incontri bilaterali tendenti all’unificazione]
Brescia
fase capitalistica attuale : contrasto con AO. CUB: non potrà essere un soviet. Anticamera cellula: è equivoco. si rischia di confondere avanguardia e masse. l’unico organizzazione politica è il partito. Fondare i CUB significa allevare quadri per il sindacato. Oggi noi privilegiamo il lavoro di formazione di quadri comunisti. In questa fase non tentiamo l’organizzazione. è una scorciatoia.
Perugia
Incertezze. Il compagno di Brescia vuole garanzie sulla costruzione del partito. Non ci sono. Ma resta essenziale lo scontro con la realtà. In qualche modo in contatto con le masse bisogna essere. Non basta la semplice propaganda. I CUB da soli nn sono nulla. Ma il CUB è il solo organismo con cui si può cercare un contatto con la classe operaia. Senza le masse non si fa la rivoluzione.
(Pasi) Ravenna
Il partito può diventare fattore di storia sol oquando i processi sociali si sono avviati. Da solo non crea la lotta di classe, non crea gli istituti spontanei, né può scegliere fra essi i puri dai corporativi. Rischi di gradualismo in AO. Non si preoccupa a sufficienza di mutare la quantità in qualità.
Avanguardia operaia Venezia
Il gruppo nazionale è la tappa intermedia per il partito. Dobbiamo raccogliere i quadri che resteranno delusi dalla impossibilità per il sindacato di proseguire una lotta adottata solo tatticamente.
(Campione) Pisa
Lenin: la lotta di classe determina i compiti del partito. Ma qui molti dei gruppi presenti si adeguano piattamente al movimento di lotta.
Ivrea Il consiglio dei delegati rappresenta di più il livello di maturazione delle masse. Il sindacato, se non lo vogliamo far diventare rivoluzionario, offre dei margin idi discorso. Partito-processo o leniniano? Non serve la contrapposizione. Organizzazione centralizzata o meno? Si vedrà in concreto.
(Rescigno) Roma
Eravamo venuti per unirci e ci ritroviamo a lottare fra noi
Avanguardia Operaia di Milano
revisionismo: nel PCI ambiguità fin dal 7° Congresso. Il rapporto trail PCI e le masse ha subito modificazioni. Oggi non c’è più un’adesione militante. La sua presa resta però enorme e per andare in crisi c’è bisogno di un’organizzazione rivoluzionaria ma anche dell’esperienza di governo. Allora l’identità tra lotta anticapitalista e lotta antirevisionista si evidenzierà. Senza questa esperienza è idealistico aspettarsi un passaggio alla lotta rivoluzionaria della classe operaia. Se non si decomporrà il PCI, il partito rivoluzionario non salterà fuori o avrà vita stentata. Esso avrà una fetta importante dal PCI ma non bisogna eccedere in una tattica entrista. Possiamo accelerare questa frattura. La nostra organizzazione si basa sulle cellule. Multilateralità della situazione operaia: alla Siemens 4000 operaie leggono Grand Hotel. Alla Breda centinaia di operai comunisti da tre generazioni. Il partito rivoluzionario: non nasce come quando non esistevano partiti operai. Non nasce con una scissione dall’interno. Il problema spontaneità-organizzazione provoca un circolo vizioso. Non ci interessa. È un passo indietro. Non possiamo oscillare da un polo all’altro.
Questi appunti furono scritti nel 1969 quando ero studente lavoratore. Lavoravo come operaio notturnista nell’edificio della SIP in Piazza Affari a Milano.
L’unico movimento di massa oggi vivo è quello degli studenti. Va avanti. Non capisco come e fino a quando durerà. Voglio starci dentro e cerco di assorbire per quanto posso i discorsi che si fanno durante le assemblee in aula magna e nelle commissioni. Mi scrivo su un quaderno gli interventi che ascolto. Qualcuno mi ha preso per un giornalista.
Un brulichio di gruppi e gruppetti. Ho incontrato qualcuno che fa capo ai Quaderni rossi, altri a Falce e Martello. Quelli de La Sinistra, che ho conosciuto un po’ prima dell’occupazione della Statale vedo che si tengono più in disparte nelle assemblee e cercano di agganciare singoli studenti che partecipano alle iniziative. Selezionano i loro interlocutori.
La critica antiautoritaria, che alla Statale si è divisa in due orientamenti (Potere studentesco e Potere operaio), alla SIP fatica a entrare. Quel rimbombo di voci che urlano nei microfoni qui si smorza. Il fermento dell’università scompare quando entro al lavoro. C’è un’oscura pesantezza che ti rende guardingo.
F. ha cominciato a parlare di «democrazia operaia» nel nostro reparto di notturnisti. Fredde le reazioni. Coinvolti siamo soltanto noi lavoratori studenti. Io con disagio. Sento il suo discorso esiguo e importato. Non vedo cosa lo distingua davvero da quello di M.che lavora nel sindacato Silte o da quello di V. della Fidat. Non ci trovo quegli elementi di novità, di orgoglio e di rabbia che associo al concetto di Potere operaio.
Non conosco bene i notturnisti che lavorano in questo reparto. C’è troppa distanza fra le chiacchiere che si fanno durante gli intervalli davanti al distributore di caffè e i discorsi che sento alle riunioni nel bugigattolo di “Falce e martello” in Via Ausonio, una traversa di Via De Amicis, dove F. mi ha invitato. Lì ci vado ogni tanto e cerco di leggere i documenti che mi danno e di capire. A me non danno nessun scossone. Agli altri, penso, non arriverà quasi nulla. Che efficacia ha questo lavoro da catacombe?
Quando gli espongo i miei dubbi F. taglia corto. Le riunioni finiscono con un rituale riepilogo sullo «schifo del nostro lavoro» e l’autoconferma della bontà di quanto facciamo. Lui sostiene che si tratta di una novità e non sta lì darmi le prove. Ma perché non incidiamo sugli altri?
Ho pensato ad un questionario. Ma chi lo prepara? F. non ne ha voglia, punta tutto sulla propaganda delle posizioni elaborate dal gruppo di Via Ausonio (V., etc.) e l’idea del questionario gli pare una perdita di tempo. Si va perciò avanti a preparare un’azione immediata. Le riunioni di alcuni notturnisti si tengono a casa sua o al Dopolavoro della Sip. E il confronto con lui e con gli altri avviene sempre a spezzoni: quando ci ritroviamo nello spogliatoio, nelle pause per un caffè previste dal contratto o in quelle sul posto di lavoro quando le chiamate degli abbonati Sip sono rare, specie alla Dettatura telegrammi dopo una certa ora. A volta scoppiano polemiche personali.
Io non capisco l’importanza che il delegato di reparto debba essere proprio Tizio e non Caio. Ma per gli amici di F. e M., sulla base di ragionamenti che a me restano misteriosi, la cosa è importantissima. A me pare che così la «democrazia operaia» vada alla malora. Vogliono contestare il Sindacato ma sott’acqua. Faccio qualche critica, ma nessuno mi dà ascolto. A volte cerco di fermare qualche idea che mi passa per la mente scrivendola sui fogli della Dettatura telegrammi. Ma senza troppa convinzione. Sento di non avere interlocutori. E poi, mi dico, si tratta di frammenti, non hanno una forma comunicabile e mancano di un pensiero che li colleghi.
Così i miei tentativi di far venir fuori dei dubbi trovano un muro in F. Sono in effetti una critica al suo operato. È un «rivoluzionario», ma mantiene il discorso coi lavoratori su un piano esclusivamente sindacale. Si è dato da fare per entrare nel Sindacato e cerca collegamenti soprattutto con gente che ha lavorato in Commissione interna. Non me la sento di criticarlo. Mi sento isolato e inesperto. E gli sono riconoscente, perché in fondo è stato lui che mi ha fatto uscire dall’isolamento introducendomi nel suo gruppo della SIP a contatto con gli operai.
I miei dubbi però non si smorzano. Li registro sul mio quaderno sotto forma di appunti. Ma mi fa un brutto effetto potermi esprimere solo per iscritto, mentre mi accorgo che il mio legame nei loro confronti non viene intaccato e resta subordinato e impacciato. A volte mi ritrovo a immaginare riunioni di reparto (magari di studio) fra studenti e operai, magari anche quelli di altri reparti. Vorrei eliminare quel senso di gruppo chiuso che caratterizza i nostri incontri. Altre volte penso a un’analisi della condizione operaia alla Sip, ma davvero approfondita e che possa dare prestigio all’intervento e attirare altri studenti. Da questo lavoro potrebbe uscire anche un linguaggio diverso per parlare dei problemi degli operai senza i toni mitici con cui ne sento parlare fra gli studenti e senza la piattezza del linguaggio sindacale.
La condizione operaia. Non mi è chiaro cosa pensarne fino in fondo. Come tanti, la ritengo il banco di prova decisivo per gli studenti che vogliono fare la rivoluzione. Ne ho saggiato però la pesantezza. E credo che su di essa ci sia una sorta di congiura del silenzio e che la falsità con cui se ne parla s’imponga nelle coscienze degli stessi operai più attivi. E a volte, mi dico, se gli studenti non si limitassero a partecipare soltanto ai picchetti davanti ai cancelli di una fabbrica e applicassero i loro strumenti di conoscenza, sicuramente più raffinati, alla condizione operaia, forse potrebbe nascere una nuova visione della fabbrica stessa e dei suoi legami con la società. E quella pesantezza apparirebbe in forma nuova agli stessi operai. Perciò, quando Banfi [1] dice: “Venite a sentire gli operai della Marelli che parlano del loro sfruttamento” e gli do ragione se confronto il suo atteggiamento con la pretesa di quelli del Movimento Studentesco della Statale che vogliono «insegnare» agli operai. Tuttavia anche l’invito di Banfi mi pare monco. Perché gli studenti dovrebbero solo ascoltare gli operai? C’è da mettere ordine anche in quei discorsi operai e rielaborarli in modo che possano raggiungere altri ambiti sociali. C’è da fornire loro modelli di espressione dei loro bisogni più efficaci. E questo non possono farlo né gli studenti tradizionali né gli operai tradizionali.
Nota
[1] Banfi era un giovane militante dei Quaderni Rossi che conobbi durante l’occupazione della Statale di Milano . Di lui non ricordo il nome. Sui giornali degli anni ’70 lessi che aveva scelto di andare a fare l’operaio all’Alfa Romeo.
Quello non voleva bruciarsi in un gesto esemplare più o meno eroico. Voleva costruirsela nella Quotidiana la propria ribellione. E sapeva che la Quotidiana non era una pellicola di smalto che si potesse eliminare così facilmente.
«La piccola borghesia, sia pur quella piccola-piccola (Un borghese piccolo piccolo di Monicelli) è davvero così? È solamente questo? Non vive contraddizioni altre da quelle dell’esplodere improvviso della storia (le guerre) e della tragedia individual-familiare che svela al singolo piccolo borghese la sua solitudine? La sua insussistenza di classe si pone oggi come un tempo? La crisi non attraversa anch’essa, sconvolgendone dall’interno e non per contatto casuale con la tragedia venuta dall’esterno, le abitudini, i modi di pensare, di rapportarsi agli altri al mondo, sia pur a quello ristretto del nucleo familiare» (Goffredo Fofi, Quaderni piacentini, numero 64)
Poteva fare ancora politica a Colognom? Si erano rinsecchite le ragioni per continuare. E restava però quell’obbligo ad operare in realtà emarginate. Colognom era una costruzione della loro mente. Ora svaniva e ora ricompariva. Esisteva anche Cologno Monzese realtà , ma non l’afferravano più. Mancavano gli strumenti. Potevano dire soltanto che se la sentivano addosso. Più pesante di prima, di quando erano più giovani e organizzati.
Quello ormai aveva smesso di pensarsi giovane. Fortini spiegava che i giovani andavano per la via loro – (non era chiaro quale fosse) – e che era un male inseguirli. I giovani erano argomento di dibattito. A scuola fra gli insegnanti. Un dibattito penoso. “Parliamo di loro e loro non ci sono”. Pochi speravano che il mondo giovanile potesse tornare a ruotare come un satellite attorno a loro, gli educatori. Altri avevano in mente le tante assemblee e riunioni quasi deserte e soprattutto il vuoto di idee. Ed arrivano le inculate. Lo “scemo del collegio” – (opinione dei politicizzati) – aveva aggregato la maggioranza degli insegnanti attorno alla sua mozione “qualunquista” contro i corsi di aggiornamento. Riflessioni amare nella sezione sindacale successiva. Quello da solo ne faceva di amarissime.
[15 dicembre 1976] In Via Leopardi a Sesto San Giovanni avevano ammazzato Alasia, un ex studente dell’Itis , dove Quello insegnava. Era delle Brigate Rosse. Scontro a fuoco. Via Leopardi era proprio la via dove s’affacciava la sede centrale dell’Itis. Le case popolari erano di fronte. C’erano state assemblee. In collegio ci si era scontrati sulla mozione con quelli del PCI per via del termine ‘compagno’. Quello aveva l’impressione di avvicinarsi a cose su cui né gli estensori della mozione né i loro contestatori del PCI né i giornali sapevano davvero. Cose troppo grosse. Quello era pieno di dubbi. L’unico nel dibattito a difendere – con decisione perfino provocatoria e in netta contrapposizione con quelli del PCI – l’uso del termine ‘compagno’ fu l’Autonomo. Gli altri spappolati. O ingenui fra furbi. Ricordi: una mattina lì davanti con l’Autonomo e una madre proletaria di un suo studente. Forse era per le elezioni dei Decreti delegati? Operai del PCI davanti ai cancelli dell’Itis. Chiacchierate accese con loro.
I Decreti delegati sono cinque atti normativi emanati il 31 maggio 1974. Presi nel loro complesso furono il primo tentativo di riformare la scuola della storia della Repubblica e il più importante provvedimento di politica scolastica dell’“età dell’oro” italiana. I decreti previdero un nuovo stato giuridico dei docenti, normarono le sperimentazioni didattiche e istituirono, con il DPR 416/1974, una serie di nuovi organi collegiali elettivi con il compito di coadiuvare presidi e provveditori nel governo della scuola, nell’ottica di articolarne il funzionamento su base territoriale. Nella secondaria di secondo grado questi organi furono il consiglio di classe (presieduto dal preside e composto, oltre ai docenti, da due rappresentanti dei genitori e due degli studenti) e il consiglio d’Istituto (composto da sei insegnanti, un rappresentante del personale non insegnante, tre genitori, tre studenti e il preside). A questi organi “interni” si aggiunse poi il distretto scolastico, che avrebbe dovuto inaugurare la nuova dimensione territoriale della scuola coinvolgendo gli enti locali e il mondo del lavoro.
(Rivista di Storia dell'Educazione, https://rivistadistoriadelleducazione.it/index.php/rse/article/download/14989/12762/64181
INSERTO/FINESTRA/SPUNTI
1. https://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Alasia
Walter Alasia (Sesto San Giovanni, 12 settembre 1956 – Sesto San Giovanni, 15 dicembre 1976) è stato un brigatista italiano. Appartenne, durante il periodo degli anni di piombo, all'organizzazione terroristica delle Brigate Rosse. Morì in uno scontro a fuoco con la polizia da lui stesso provocato.
Biografia Figlio di operai di Sesto San Giovanni (Guido Alasia e Ada Tibaldi, nativa piemontese di Nole e zia materna del futuro scrittore Giuseppe Culicchia), di bell'aspetto e amato dalle ragazze, si impiegò alle Poste italiane, e cominciò a fare politica vicino al PCI[1] per poi aderire ancor giovane a gruppi della sinistra extraparlamentare come Lotta Continua ed entrare infine nelle Brigate Rosse con il nome di battaglia di «Compagno Luca». Con la complicità di altri terroristi, il 15 maggio 1975 irruppe nello studio dell'avvocato milanese Massimo De Carolis, capogruppo DC al comune di Milano, e, dopo averlo ammanettato, lo sottopose a un «processo proletario» ed infine lo ferì al polpaccio sinistro[1].
Il suo arresto La sera del 14 dicembre 1976 rientrò nella casa dei suoi genitori, in via Leopardi a Sesto San Giovanni e il 15 dicembre le forze di polizia bussarono alla sua porta. Secondo il racconto dei genitori, la madre andò a vedere chi fosse e, sentendosi rispondere che era la Polizia, non aprì ma chiamò il marito che, sebbene in un primo momento non trovasse le chiavi di casa, infine lasciò entrare gli agenti[2]. Dopo essere entrati, i poliziotti chiesero alla donna di indicare la camera del figlio ed a questo punto Alasia aprì il fuoco sui poliziotti. Nel conflitto a fuoco rimasero uccisi Sergio Bazzega, maresciallo dell'antiterrorismo ed il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani nonché lo stesso Alasia, colpito in cortile, dove stava fuggendo dopo essere saltato da una finestra mentre i genitori – secondo il racconto della madre – rimasero tenuti sotto la minaccia delle armi da parte delle forze dell'ordine[3][4]. Secondo quanto fu scritto da chi ne condivideva le idee, Alasia si trovava in casa perché: «nei giorni della più dura repressione cerca dove dormire, ma tutte le porte si chiudono o lui non si fida più di nessuno»[5]. Al suo funerale lo commemorò Enrico Baglioni, operaio della Magneti Marelli e futuro militante di Prima Linea[6]. Alla sua storia Giorgio Manzini dedicò il libro Indagine su un brigatista rosso che, oltre alla biografia del brigatista, ricostruisce l'ambiente in cui egli era nato e cresciuto. Il libro raccoglie le interviste alla madre ed al padre di Alasia ma parla anche diffusamente del clima sociale e politico degli anni di piombo ed inoltre si sofferma a lungo sulla situazione nelle fabbriche in quegli anni, prendendo ad esempio la Sapsa del gruppo Pirelli in cui lavorava Ada Tibaldi, la madre di Alasia. Nel 2021 esce Il tempo di vivere con te, scritto da suo cugino Giuseppe Culicchia e nel 2023 La bambina che non doveva piangere, dello stesso autore.
La Colonna Walter Alasia Al nome di Alasia fu intitolata la colonna milanese delle Brigate Rosse, che comprendeva circa un centinaio di persone e che ebbe un ruolo a tratti distinto da quello dell'organizzazione centrale. Tra le azioni del gruppo vi fu l'attentato a Indro Montanelli compiuto il 2 giugno 1977. Dopo il 1980, la colonna fu espulsa dall'organizzazione e realizzò in proprio una serie di attentati tra i quali: • il 1º aprile 1980 in danno del Circolo culturale Carlo Perini ONLUS. I brigatisti interruppero armati in una conferenza, scelsero tra gli spettatori quattro persone (il presidente del Circolo Perini Antonio Iosa, Eros Robbiani, Emilio De Buono e Nadir Tedeschi) e le gambizzarono. • il 12 novembre 1980 l'omicidio di Renato Briano direttore del personale della Ercole Marelli[7] • il 28 novembre 1980 l'omicidio di Manfredo Mazzanti direttore tecnico della Falck[8] • il 17 febbraio 1981 l'omicidio di Luigi Marangoni direttore sanitario del Policlinico di Milano[9] • il 3 giugno 1981 operarono poi il sequestro dell'ingegnere Renzo Sandrucci, direttore della produzione dell'Alfa Romeo (poi liberato). • il 16 luglio 1982, a Lissone (MB), uccidono, durante una rapina, il maresciallo Valerio Renzi, comandante della stazione dei carabinieri di Lissone. Nel 1982 la colonna si sciolse dopo che i suoi principali esponenti erano stati arrestati o erano morti.
A proposito di testimonianze, eccovene una a dir poco agghiacciante, proveniente da una penna torinese: «In quel cortile succede che tu Walter, ferito alle gambe, chiami più volte: “Mamma… mamma”. E tua madre ti sente, e grida: “Walter!”, ma non può muoversi dal divano dove i poliziotti le hanno intimato di stare seduta. E poi lì fuori in cortile arriva un altro poliziotto, e ti fredda sparandoti un colpo al cuore. Per simulare una sparatoria, esplode altri colpi. Ecco perché ai barellieri quando arrivano in ambulanza non viene permesso di soccorrerti. Prima devono finirti. La messinscena è completa. La versione da dare ai giornali è pronta. Dicendo che sei stato tu a sparare lì da terra perfino ai barellieri, il ritratto di te da dare ai giornali è fatto» [...] Adesso magari vi starete chiedendo chi sia questo tale Walter, ma soprattutto chi avrebbe scritto queste frasi shock e ancora qual è il nesso con Sesto S. Giovanni? [...] La testimonianza citata sopra è stata scritta dal cugino di Alasia, lo scrittore torinese Giuseppe Culicchia. [...] Dopo oltre quarant’anni di silenzio, Giuseppe decide di buttare giù quelle che sono le sue personali memorie del cugino. Memorie che si intrecciano, scontrandosi con gli atti giudiziari e il resoconto storico ufficiale della vicenda di Walter. [...] Com’è altrettanto vero che il giorno dei funerali di Walter, il piccolo Culicchia insieme ad altri operai, salutarono il feretro del ventenne con i pugni alzati, promettendo vendetta e morte al giudice Emilio Alessandrini (colui che aveva firmato il mandato di perquisizione in casa di Walter, che si risolse con l’uccisione di Alasia), presente ai funerali insieme alla Digos. [...] La promessa dei comunisti venne poi mantenuta. Alessandrini fu freddato dalle Brigate nel Gennaio del 1979. Deliberatamente freddato con un colpo al cuore, ci ricorda Culicchia nelle sue memorie.[...] “Da parte mia”, scrive Culicchia, immaginando di parlare ad Alasia “ricordo bene tua madre che ci racconta: “Quando sono stata convocata dal sostituto procuratore Alessandrini, mi ha restituito il giaccone di pelle che Walter portava quella mattina. E mi ha detto: “Signora, se la cosa può confortarla, sappia che suo figlio ha ucciso solo uno dei nostri. L’altro ce lo siamo ammazzati noi per errore”. [...] La versione ufficiale, quella che lo stesso Alessandrini fornisce alla stampa e riportata dai giornali, racconta di un Walter Alasia che spara ai due poliziotti ferendoli a morte, poi si cala nel cortile fuggendo dalla porta finestra del balcone, quindi viene colpito da una prima raffica alle gambe. La versione ufficiale dice che “si finge morto. Sopraggiungono due barellieri (…). Alasia si rialza, spara ancora e a questo punto uno dei cinquanta poliziotti appostati nel cortile lo stende con una raffica di mitra”. Il secondo poliziotto, che secondo Culicchia, i colleghi avrebbero fatto fuori per errore, è il maresciallo Sergio Bazzega.
Il 16 Settembre 1956 nasce a Sesto San Giovanni Walter Alasia. Nato da padre e madre operai, crebbe nell’ambiente della cultura operaia e comunista di Sesto, dove venne ucciso per mano dei carabinieri il 15 Dicembre 1976, all’età di vent’anni. Frequentò l’Itis di Sesto per due anni, per poi continuare gli studi in una scuola serale. Diventò poi operaio meccanico alla Farem, dalla quale si licenziò. Lavorò poi in un officina come installatore di apparecchiature telefoniche e infine alla stazione centrale di Milano, come scaricatore di pacchi postali. Iniziò a militare in Lotta Continua, per poi passare alla lotta clandestina nelle Brigate Rosse. Fu probabilmente uno tra gli appartenenti alle BR di cui più si parlò, sia per la sua tragica fine e la sua giovane età, sia per lo straordinario carattere e impegno che genitori, amici e compagni descrissero. Morì in casa della madre, che aveva peraltro dato indiretto appoggio alle azioni portate avanti dal figlio, nascondendo armi e documenti, dopo aver resistito all’arresto e aver aperto fuoco sui carabinieri, uccidendone due. Da subito la sua figura e quella della sua famiglia fu vittima di una campagna mediatica con cui lo si voleva per forza descrivere come un mostro, un assassino. In questa campagna di diffamazione, col quale si cercò di stravolgere, portare al negativo ogni frammento della sua vita, si distinse in maniera particolare Leo Valiani, giornalista del Corriere della Sera, che scrisse un articolo in cui si augurava che venissero identificati ed arrestati tutti i partecipanti al funerale di Walter. A quei funerali però partecipò Sesto San Giovanni, dai giovani agli anziani, dagli operai agli studenti. Questo perché, come dichiarò la sua fidanzata Ivana Cucco, “Walter non era figlio di nessuna variabile impazzita. Era figlio del suo tempo e di Sesto San Giovanni, la rossa Sesto […]. Sono gli anni delle grandi lotte operaie, delle stragi di stato, delle rivolte studentesche, del Cile, del Portogallo, dell’antifascismo militante, dei gruppi extraparlamentari, delle occupazioni di case. Tutte esperienze che Walter ha attraversato fino alla scelta e alla militanza nella lotta armata, che era comunque una scelta di vita e non di morte. Una scelta ed un bisogno di liberazione tanto forte e irrinunciabile da arrivare anche a giocarsi la vita.” Vogliamo ricordarlo riportando delle righe scritte di suo pugno “Non è neanche immergendosi nello studio e nei ‘lavori di casa’ che ti liberi e ti realizzi diversamente. Le cose che si vogliono bisogna prendersele […]. Io sono uno dei tanti che pensano di cambiare qualcosa – e non ritengo di essere un utopista come dice mio padre – quelli che dicono così vogliono nascondere la loro paura e il loro egoismo. Quindi pensa che la tua libertà te la devi costruire – questo l’unico consiglio, anche se troppo generico che posso dare.”
SESTO – Una commemorazione inedita si è svolta davanti al cancello di via Leopardi 161, a Sesto San Giovanni, teatro di una giornata triste e sanguinosa per lo scontro a fuoco tra il terrorista Walter Alasia e il vice questore del commissariato Antonio Padovani e il maresciallo della Digos Sergio Bazzega, epilogo di un tentativo di fermare il giovane studente che si era affiliato alle Br. Quella notte gli uomini in divisa bussarono alla porta della famiglia Alasia con la consapevolezza che tutto si sarebbe risolto senza uso delle armi, anche perchè il dirigente del commissariato conosceva i genitori dello studente. Invece la reazione di Alasia sconvolse i piani e scatenò un conflitto a fuoco che lasciò a terra tre vittime. Da allora sono passati 47 anni e molte cose sono state dette e scritte, ma non c’era mai stato un incontro-testimonianza con la presenza di parenti, familiari e protagonisti di quel periodo. A mettere insieme tutti ci ha pensato l’Acli di Milano con un suo progetto sulla pace e il superamento dell’odio, attraverso il perdono alternativa alla violenza. Davanti al cancello si sono ritrovati una cinquantina di persone tra studenti della quarta liceo dell’Erasmo da Rotterdam, parenti delle vittime tra cui Giogio Bazzega, figlio del maresciallo; Oscar Alasia, fratello di Walter; Gherardo Colombo, ex magistrato; Manlio Milani, presidente dell’Associazione vittime piazza della Loggia; Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dall Br; gli ex terroristi Franco Bonisoli di Sesto e Ernesto Balducchi, mandante del ferimento di un caporeparto della Breda.
Questa non è la storia del brigatista Walter Alasia, morto a vent’anni nel 1976 in uno scontro a fuoco con la polizia nel cortile della casa dei genitori al numero 161 di via Giacomo Leopardi a Sesto San Giovanni, dopo avere ferito a morte il vicequestore Vittorio Padovani e il maresciallo Sergio Bazzega. Quella, Giuseppe Culicchia l’ha già raccontata nel 2021, con il libro precedente, “Il tempo di vivere con te”. Walter Alasia era suo cugino, amato come un fratello maggiore, ammirato come un eroe scanzonato. Questa, “La bambina che non doveva piangere”, è invece la storia di sua zia, Ada Tibaldi, la madre di Walter, che morirà a 52 anni, otto anni dopo il figlio, in quella stessa casa, seduta in poltrona davanti alla tv. Infarto dicono i medici, crepacuore pensa Culicchia. Che scrive: “E’ una storia con la s minuscola, di quelle che vengono schiacciate dalla Storia con la S maiuscola”. Culicchia va a caccia delle parole, delle atmosfere, dei luoghi e innesta i suoi ricordi, il resoconto dei fatti, le notizie e i commenti dell’epoca, le molte fotografie scattate da Guido Alasia, il marito di Ada, su un impianto narrativo che ricostruisce, immaginandoli, dialoghi e incontri
dicembre 1976, alle 5 di mattina, una casa popolare in via Leopardi viene circondata da un foltissimo schieramento di forze dell’ordine. Ci abita, insieme ai genitori, il ventenne Walter Alasia, militante delle Brigate rosse. Scoppia una violenta sparatoria alla fine della quale si contano tre morti: Alasia e due poliziotti. I genitori di Walter Alasia sono due noti comunisti sestesi, la madre lavorava alla Magneti Marelli. Walter Alasia è stato militante della sede di Lotta continua di Sesto uscendone prima del congresso del 1975. immediatamente il sindacato proclama uno sciopero di due ore per ricordare i due poliziotti e condannare il terrorismo. Il giorno seguente il Comitato operaio Magneti e il Collettivo Falck diffondono un volantino contrario alla proposta del sindacato, il Coordinamento operai comunisti Breda siderurgica, Fucine, Termomeccanica espone un cartello dal contenuto analogo nei reparti. L’invito di questi operai è di non partecipare allo sciopero sindacale, indicazione che seguono alcuni reparti della Magneti e della Breda. I “gruppi” Avanguardia operaia e Pdup vanno invece al corteo sindacale, mentre Lotta continua e Lotta comunista scioperano senza partecipare al corteo. Nel volantino dei Comitati comunisti per il potere operaio si invitano gli operai a piangere i propri morti e non quelli degli altri e si indica che il vero terrorismo è «quello economico che fanno i padroni, è quello della stampa, è quello che 50 poliziotti armati di mitra hanno fatto a Sesto nelle vie della Rondinella ieri mattina alle 5 e 30 contro gli operai che andavano a lavorare». [volantino del 16-12-76] «…venerdì 17, si svolgono i funerali delle vittime, il sindacato partecipa a quello dei due poliziotti, mentre i Comitati operai decidono di andare a quello di Alasia: sono in 300 e portano una corona di fiori con scritto: A Walter gli operai comunisti rivoluzionari di Sesto. «C’è nebbia, il comune rosso, di nascosto, anticipa le esequie di quasi un’ora. Nonostante questo 300 compagni riescono ad essere presenti, 80 sono della Marelli, c’è anche Lotta continua di Sesto». Quando arriva il carro funebre , «i compagni della Magneti, che erano molti e noi della Breda ci siamo disposti su due ali: ognuno aveva il suo garofano rosso, i pugni si sono levati e si è intonato L’internazionale.
7. Altro articolo sul libro di Culicchia sulla zia
Che i conti con la vicenda che ruota intorno alla figura del cugino Walter Alasia non fossero stati chiusi da Giuseppe Culicchia con Il tempo di vivere con te1, lo conferma l’uscita di La bambina che non doveva piangere2, e alla quale invece toccherà versare tutte le lacrime del mondo, che ne costituisce in qualche modo il complemento e il completamento.
«I lavoratori giovani, messi fuori dalla famiglia, hanno costituito a lungo una subcultura etnica piuttosto che di età. La famiglia non veniva sottoposta a discussione; era anzi un punto di riferimento e di difesa rispetto al difficile inserimento nella situazione urbana industriale nordica» (Bianca Beccalli, Protesta giovanile e opposizione politica, Quaderni piacentini, n. 64)
ricordi fissati come titoli provvisori E Quello la famiglia l’aveva abbandonata ed era partito per Milano. Con chi adesso poteva discuterla? Quando più la scheggia che si stacca è piccola, rimane isolata e son cazzi suoi. Gli amici più stretti avevano continuato a preparare l’esame di Diritto romano. Quando aveva proposto ai due studenti d’arte, che aveva conosciuto alla scuola di ceramica, di andare con lui a Milano, gli avevano risposto: avviati! E dove? La latteria di via Spontini l’impiegato della BCI la magrolina di Vimercate lo sballato di Genova nato ad Adis Abeba il calabrese lettore di Hemingway la fidanzata dell’impiegato bancario. Fragile mondo di cui Quello afferrava intensamente la follia degli aspetti occasionali e temporanei
«In questo periodo (diciamo un buon decennio, fino all’inizio degli anni 70) non sono andati in crisi i valori tradizionali che riguardano l’organizzazione della vita privata, nonostante gli enormi mutamenti nelle sfere della politica e del lavoro. Anzi proprio la grande creazione di solidarietà che accompagna la risposta politica collettiva favoriva il superamento delle difficoltà latenti nella formazione di una propria, nuova identità individuale» ( Bianca Beccalli, Protesta giovanile e opposizione politica, Quaderni piacentini, n. 64)
ricordi 1. Quello telefono alla moglie incinta per avvertirla che non tornava e si fermava alla veglia per il Vietnam alla Statale . C’era uno che aveva in mano Verifica dei poteri. Con uno studente di filosofia chiacchierò di Marcuse e beccò qualche suggerimento. |2. Pioveva a diluvio. Quello indossò i pantaloni impermeabilizzati e si legò con un nodo sotto il mento il cappuccio. Prese il motom e sotto la pioggia forte andò a Milano in via Parini. C’era l’assemblea sindacale. Notturnisti e telefoniste nel salone della mensa. Si mise in un angolo, accanto a un calorifero, per asciugarsi. Forcolini e Mapelli tenevano banco sorridenti, vivaci, barzellettosi.| 3. Alle 5 del mattino alla OM a fare il picchetto con gli operai e altri studenti. La riunione in una saletta della Statale con D’Este e Piccardi e gli m-l. I suoi sospetti. La sua corazza d’ingenuità.
«Oggi la scuola italiana non è più un terreno né di formazione professionale né di formazione del consenso. Per un breve periodo si è creduto da sinistra che si potessero letteralmente rovesciare le funzioni tradizionali della scuola: cancellato il funzionamento basato su competitività e selezione, si è sperato di rinnovarne i contenuti culturali e i metodi didattici, di fare un uso alternativo della scuola per la formazione, individuale e organizzata, di un’opposizione al sistema. Tutto ciò non ha funzionato se non eccezionalmente. In genere il sistema scolastico non è divenuto uno strumento di socializzazione politica alternativa, ma una specie di terra franca: inizialmente un’area cruciale di mobilitazione per la sinistra, poi un luogo fisico di reclutamento di militanti, poi sempre più un teatro per gli echi delle diverse componenti della sinistra, e un terreno favorevole di diffusione della devianza» ( Bianca Beccalli, Protesta giovanile e opposizione politica, Quaderni piacentini, n. 64)
|4. Scuola media sperimentale di Senago. La preside dà da leggere a Quello I quaderni di Corea. Misa Banfi. Giovanna Saba.| 5. Centro per subnormali di via Adriano. Profumo, Baroldi, Luciano, Gabriella, Carla Braccini
«Don Luigi fece pure visita al maresciallo dei carabinieri di Caraffa. Questo lo chiamava cavaliere: Cavaliere, io non posso intervenire, se tutto funziona in regola. Fate che contravvengano la legge, datemi un’occasione e io li sbatterò dentro. Oggi, come oggi, abbiamo le mani legate.» (La Cava, I fatti di Casignana)
|6. Accademia. Scuola per corrispondenza funzionante con presa d’atto (dec. Min. 15.7.1952) del Ministero della Pubblica Istruzione. Quello ci lavorò alcuni mesi. Andava in giro per i quartieri popolari di Milano (Via Padova) per trovare gente che si iscrivesse.
Quello è un ex militante di Avanguardia Operaia alle prese con il fallimento del progetto politico della nuova sinistra. La crisi sembra far riemergere il suo passato cattolico mostrando inquietanti somiglianze con il periodo della militanza. Quello si ritrova buttato nella vita quotidiana: letture di giornali, visita ad una mostra di Tiziano; e rimugina sui rapporti con i suoi ex compagni. Sente il bisogno di distanziarsi. Ha ricordi di episodi penosi. Sente l’avvicinarsi di un lungo inverno. Non sa dove rifugiarsi per sopportare quel freddo mortale, si sente perduto. Intanto la repressione colpisce e Quello simpatizza con i pochi che prendono ancora le difese delle vittime. Sullo sfondo avanzano incubi e Quello si sente rimpicciolire. È deciso a starsene da solo, ha rifiutare ogni tentazione di rientrare in uno qualsiasi dei partiti democratici. La repressione produce anche moderazione nelle nuove generazioni. Quello è prudente, deciso a non bruciarsi. Attorno a lui la piccola borghesia in trasformazione si adatta al clima di restaurazione.
Si dice che negli ultimi anni della sua vita Mao guardasse soprattutto a quello che accadeva in un piccolo paese dell’area metropolitana milanese …
Quello diede una lettura veloce a Repubblica del 25 agosto 1978. Gli interessava la pagina della cultura. Si sentiva un po’ colpevole per questo. Aveva continuato a leggere con attenzione la terza pagina, anche dopo aver orecchiato certe critiche. Che, però, poi aveva dimenticato, segno che non l’avevano convinto fino in fondo. Solo impedimenti materiali o periodi anticulturali (il ‘68) l’avevano tenuto lontano da quelle letture. Da ragazzo aveva assorbito anche di peggio. Ricordava di aver letto con curiosità la terza pagina del Mattino, che suo padre comprava e gli articoli di quel reazionario di Augusto Guerriero su Epoca e poi Montale o Moravia sulle terze pagine del Corriere.
Natoli parla degli studi di Bettelheim sullo stalinismo. Non c’erano novità. Aveva letto con attenzione la prefazione del libro di Bettelheim. L’aveva letta proprio quando in AO cominciavano a spuntare i segni della crisi. Ed era stato turbato da certe coincidenze – fatte le proporzioni – tra partito bolscevico e AO. Era uno di quegli argomenti che si fa fatica ad accostare e di cui si rimanda volentieri lo studio approfittando delle distrazioni che la Quotidiana impone. Del resto adesso chi pensava a quella questione? anche in AO quelle questioni non si erano mai approfondite. Erano lontane le discussioni nei seminari, nelle conferenze che aveva seguito. Ora veniva voglia di provarsi di persona a leggere quello che poteva racimolare sull’argomento alla Feltrinelli.
«La rivoluzione culturale non è stata una semplice “campagna di rettifica”, una terapia intensiva applicata ad un corpo per sanarlo e rinforzarlo: è stata una rottura di continuità, un tentativo di spostare l’ossatura e il livello di questo corpo politico, un’operazione chirurgica […] È coscienza comune, del resto, che nell’attuale virata a destra del quadro politico mondiale rispetto a quelle che furono o parvero le potenzialità degli anni 60, e nella crisi della vecchia e nuova sinistra italiana – così estesa e così incapace di alternativa, così dentro allo “stato” e così lontana dal potere, così egemone e così antimarxista – l’esito della rivoluzione culturale è stato determinante. La Cina è vicina, lo scacco dei quattro – come in minor misura era stata Il fallimento di Ernesto Che Guevara – rappresenta per una generazione di militanti il fallimento del soggettivismo rivoluzionario, mentre Teng Hsiao-ping conforta chi al soggettivismo rivoluzionario non aveva mai creduto» ( Rossana Rossanda, “Avete visto com’è andata a finire in Cina”, il manifesto 26 agosto 1977)
È facile rassegnarsi a un brutto finale quando non si è neppure capita la posta in gioco. La Quotidiana rende stupidi. Il rubinetto che gocciola diventa più preoccupante dell’eliminazione dei quattro in Cina. Da Quotidiana a Storia il percorso è giunglesco. (Se c’è…).
Quotidiana viveva pesante su se stessa, non si accorgeva di come la mutavano. Bastava spostare dei capitali in una banca svizzera, un intrigo a Montecitorio o che o che i pastai s’intestardissero su una loro rivendicazione e Quotidiana- magari non subito, magari anni dopo – si trovava pezzi di sé sfranati. Del resto aveva da tempo già perso l’abitudine di guardarsi ogni mattina allo specchio tenendo d’occhi la Storia alle sue spalle. Era diventata troppo grande.
«Prima delle P38 quanta rabbia si è accumulata negli animi? Quanti giovani sono morti sulle piazze? Per quei morti nessuno pagava. E gli omicidi bianchi chi li pagava? Personalmente ritengo che la logica della lotta armata sia suicida. Ma non me la sento di attribuire tutta la responsabilità di quella scelta a chi l’ha fatta» (Espresso, 21-28 agosto 1977)
A fianco di Azzolini , mentre premeva il grilletto in via Carducci, c’era il meglio della nostra sezione sindacale CGIL scuola.
Sbratto. Omaggio a Tiziano della città di Milano. Gli uomini del potere. I carabinieri all’angolo di Palazzo Reale. La linguacciuta, esibizionista esperta d’arte. Uso della radiografia per scavare nel processo della costruzione del pittore. Letto sui libri è interessante. E lo resta ancora anche con le semplificazione sotto il naso. L’immenso pannello grigio fotografico di Carlo V che s’avvia alla battaglia. Giovani in blue jeans se ne stanno sulle gradinate del Duomo, non spendono 500 lire d’ingresso per vedere la mostra. Io sì. Ho un conto in sospeso con l’arte. Bisogna finirla una buona volta di entrare in un museo solo quando si ha il lasciapassare mentale. O hai preso un impegno preciso ad occupartene seriamente. Così ci entrerai sempre in punta di piedi. Leggerai con troppa reverenza il cartellino accanto al quadro. La cosa che mi è piaciuta di più è la Danae: bella fanciulla veneziana. 18 -19 anni al massimo. Incastrata lì nel mondo colto del pittore dei papi e dei principi.
Ci sono scarse probabilità di incontrare in carne ed ossa questi signori e questi compagni, pensava Quello. E ammettiamo che la possibilità ci sia, rimarrei impaperato davanti a loro. La crosta di ottusità o superficialità o mascheratura che da entrambe le parti si è – forse necessariamente, forse involontariamente – accumulata per il fatto di vivere a livelli diversi di questa società classista – (‘merdosa’ e un’approssimazione) – impedisce di far arrivare alla Quotidiana i messaggi della gente che pensa e fa la storia. Ricordava Fortini che discuteva di sera davanti all’ingresso della Statale (o davanti all’aula magna?). “Non strusciarsi sui giovani”. E Capanna, quando l’università era stata disoccupata dalla polizia. Ce la riprendiamo? “Poi i coglioni te li attaccano al portone”. E Danilo Montaldi, eccetera . Scorciatoie non c’è ne sono. Molte cose bisogna ancora pescarle nei libri. A fatica.
A Quello pareva che, svernando nella letteratura o nell’arte, avrebbe respirato meglio. Era stufo di aggirarsi negli acquitrini della politica o nei budelli dell’economia. Pensieri sballati? Si spiegavano con le batoste prese e coi mutamenti indecifrabili che gli erano precipitati addosso. ( Ma negli anni precedenti non era lo stesso?). La verità era che non riusciva a frequentare davvero nessuno di quei terreni. E in AO – si diceva – aveva trovato tanta politica ed economia quanta religione aveva appreso nella sacrestia della sua parrocchia a Salerno. Valeva lo stesso per l’arte. Aveva imparato di più dalle dispense dei fratelli Fabbri comprate sulle bancarelle che da quell’anno nelle aule di Brera.
«Dunque per trenta mesi Petra Krause, militante comunista, è stata rinchiusa in una cella di isolamento. Dove erano, per tutto questo tempo, gli zelanti dattilografi di Scalfari, dove erano i protagonisti di quel pasticciato guazzabuglio sottoparlamentare che va sotto il nome di Pdup-AO-Lega alias DP […] dov’erano radicali e socialisti» (Oreste Scalzone, Lotta continua 27 agosto 1977)
Scalzone lo azzittirano con buoni argomenti. O lo faranno cacciare via dai cancelli dell’Alfa dagli operai, quelli bravi. Non gli era piaciuto lo sprezzante «quelli della cosiddetta area dell’autonomia» detto da suoi ex compagni di AO. Non avevano indicato loro, anni addietro, nello stesso modo sprezzante con un «quelli della cosiddetta sinistra rivoluzionaria»? Barlumi di cattivi ricordi. La routine delle riunioni in via Vetere. Il buio dei corridoi (e mano mano dei cervelli). Non gli erano piaciute quelle mobilitazioni forzate o l’adesione senza mobilitazione ai tempi della vicenda di Giovanni Marini, il salernitano suo compaesano. Non gli piacevano più i discorsi di teoria e strategia: coprivano il conservatorismo dei militanti e dei dirigenti.
«Carter fa pressione con tutti i mezzi perché Francia e Germania rinuncino al loro primato nel settore dei reattori veloci autofertilizzanti e forza, col nostro paese e con molti altri, per un piano di grandi proporzioni di centrali ad uranio arricchito. Se noi accettiamo questa indicazione autorevole (Andreotti è andato in Usa apposta) ci leghiamo mani e piedi per le tecnologie e per l’uranio alle multinazionali Usa» (il manifesto 27 agosto 1977)
E se l’io potesse – è una fantasia – pubblicare ogni giorno un suo «Quotidiano dell’io»? Perché l’io si deve rimpicciolire e scomparire o nascondere di fronte alle notizie: visita di Vance a Pechino, polemica PCF-PS in Francia, colpe di Zamberletti nella gestione degli aiuti per il terremoto in Friuli?
«Io ero, e rimango, convinto che la strada da imboccare, a sinistra del PCI, non è la costituzione di un nuovo partito leninista; mi sembra che su questo i fatti mi diano ragione. È troppo semplicista l’opinione che deriva dalla mancata nascita di un partito politico rivoluzionario l’assenza di uno spazio politico e sociale di dissenso […] è il rapporto tra partito e società civile che muta radicalmente nella società attuale». (Federico Stame, Quaderni piacentini, numero 64)
«A Torino gli studenti fanno proprio gli studenti, con un atteggiamento di totale estraneità ai fatti universitari di cui sono pieni i giornali. L’impressione che ne riceve un’insegnante è che la polemica anticulturale sia finita per il bene e per il male, e che sia finita anche l’idea che l’azione collettiva possa cambiare le cose.Nnon funzionano le assemblee, ma non esistono nemmeno le rappresentanze elettive degli studenti, come funzione politica riconoscibile. Lo studente che io incontro più di frequente è un moderato. Questa definizione ha fortunatamente un contenuto assai più generoso di quanto non avesse nell’Italia di 20 anni fa» (Maria Luisa pesante, Quaderni piacentini, numero 64)
Riordinadiario 2011/ 1 giugno. Lettera ad Attilio Mangano sulla recensione di Fiammetta Balestracci a William Gambetta, Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2010