Archivi categoria: ARTICOLI VECCHI SITI DI POLISCRITTURE: 2005-210; 2010-2013

Un questionario sulla sinistra (2008)

l e risposte
Ennio Abate

Dopo le ultime elezioni dell’aprile 2008, di discussio
ni sulle sorti della sinistra, come questa promossa con
un questionario da POLISCRITTURE – si veda il box
a fianco – ce ne saranno state tante in Italia (qualcuno
dice troppe) e mi piace pensare che piagnistei, rancori
e fatalismo non le abbiano troppo inquinate. Il nostro
questionario Sinistra 2008 in discussione è sorto da
un’esigenza: intensificare su un tema politico spinoso
il confronto tra la redazione di POLISCRITTURE e i
lettori-collaboratori-osservatori. E non a caso diversi di
noi hanno risposto anch’essi alle domande senza porsi
soltanto nel ruolo di giudici o di arbitri. Abbiamo così
messo in pratica l’idea-base della rivista, quel poliscri
vere , sperimentato in questa occasione in modo non
gratuito, ci pare. Una quarantina sono state le risposte,
tutte pubblicate sul sito www.poliscritture.it, e questo

Si legge nel n. 5 cartaceo di POLISCRITTURE
scaricabile gratuitamente
QUI

Recupero di due ricordi di Franco Pisano

a cura di Ennio Abate

Il caso.  Una nuova amica di FB  ha  pubblicato sulla sua pagina una mia  poesia, che avevo dimenticato. La scrissi in occasione della morte di Franco Pisano sul vecchio blog Moltinpoesia (qui). Controllando l’assenza sull’attuale sito di Poliscritture  anche del ricordo  di Pisano scritto da Roberto Bugliani il 23 gennaio 2013,  ripubblico entrambi i testi. Per onorare ancora la figura di un militante dei nostri tragici anni ’70. [E. A.] Continua la lettura di Recupero di due ricordi di Franco Pisano

Der Erzähler refurbished. Benjamin revisionato da Baricco

di Marco Gaetani

Ripubblico questo saggio  già comparso sul vecchio sito non più accessibile di POLISCRITTURE 20210-2013 . Ricordo che è, però, presente  nel PDF del n. 8 di Poliscritture – rivista cartacea  del dicembre 2011 (scaricabile qui) [E. A.] Continua la lettura di Der Erzähler refurbished. Benjamin revisionato da Baricco

Magris e Schiller

Dialogo tra un professore di filosofia e una studentessa

   di Donato Salzarulo

Giovedì 19 maggio 2005. Durante l’intervallo, una studentessa liceale dell’ultimo anno si avvicina al suo professore di filosofia, un sessantottino ultracinquantenne con occhiali e senza barba. Continua la lettura di Magris e Schiller

Una sera di primavera

Anche questo articolo di Velio Abati era comparso sul vecchio sito (2010 – 2013) non più accessibile di Poliscritture. Fu pubblicato sul n. 10 cartaceo del  dicembre 2013. [E. A.]

di Velio Abati

a Giulia, Ilaria e Stefania

Azione in sei scene

Personaggi

Una ragazza giovane
Una donna, la madre
Vittorio
Il dirigente, un capo
Vari giovani, uomini e donne
Anna, che, con chissà quanti altri, meriterebbe di esserci

Scena prima

Interno, pomeriggio, ora indefinita. Un divano anonimo. Di lato, a sinistra, un frigorifero. Non c’è nessuno.

Alla quinta di destra si scorge una finestra. Entra una luce pallida, insieme con il rumore discreto e costante di pioggia. In sottofondo, gorgoglii di rigagnoli.

Per un tempo discretamente lungo, non accade alcunché.

Entra dal fondo una ragazza minuta, i capelli sciolti tenuti in parte da una pinza, in abbigliamento comodo. Cammina e si muove leggera, silenziosissima, sovrappensiero. Indugia, va poi al frigorifero.

Quando apre distratta lo sportello, giunge, registrata, la voce di lei. Legge con il tono di chi ripassa. Pronuncia meditando le parole.

Voce. «O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto».

Il tono, fino a qui sostenuto della declamazione, si abbassa, rallenta, fino a sillabare, a ripetere, come a provare e riprovare le sonorità.

V. «PIaccIaTI DI resTare In quesTo loco

Con diversa intonazione.

V. «piAcciAti di restAre in questO lOcO».

La ragazza scuote dubbiosa la testa. Toglie dal frigorifero una busta di latte. Chiude lo sportello e si erge, cerca intorno con la busta in mano. Alla fine si decide a bere un sorso direttamente dalla busta.

La declamazione riprende spedita.

V. «La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patria natio

alla quale forse fui troppo molesto.

Subitamente questo suono uscìo…».

S’interrompe come in un inciampo. La ragazza si avvia verso la finestra, sempre tenendo la busta del latte in mano.

Ragazza. Loquela (meditativa, si ferma) eloquio, eloquente (riprende a camminare) loquor, loqueris, locutus sum…

Arrivata alla finestra, si mette ad ascoltare il rumore della pioggia. Guarda fuori dai vetri, senza guardare.

Voce. «Loquela: modo di parlare, parlata ».

La ragazza controlla l’orologio al polso, come chi si accorge di un ritardo. È preoccupata.

Ragazza. S’infradicerà.

Rimane immobile a guardare attenta lo scroscio uguale della pioggia.

La registrazione riprende, come elencando.

V. «Uscìo… Uscìo, venìo, seguìo, patìo…»

La ragazza si avvicina alla quinta opposta, come in ascolto di qualche possibile passo. Poi va a riporre la busta nel frigorifero.

Torna alla finestra. Scruta in basso da una parte, poi dall’altra. Tira fuori dalla tasca un cellulare, inizia a comporre il numero. Interrompe, lo ripone in tasca.

Rag. Si arrabbierebbe, come sempre.

Scruta ancora. Si stizzisce.

Rag. Non sapere mai quando torna (si morde le labbra; il tono si vela di rammarico; si stringe le braccia come in un brivido) è tornato freddo.

La ragazza rimane immobile. Il rumore della pioggia sembra farsi più alto.

Scena seconda

Luce d’interno, piuttosto fioca. Non ci sono finestre. Un brano percussivo degli Stomp a tutto volume riempie la scena. Al centro, una scrivania. Dietro, seduto, un uomo maturo lavora nervoso a un portatile, sfoglia incartamenti, gesticola energico a un cellulare. Il brano percussivo impedisce di distinguere alcun altro rumore.

Dopo una manciata di secondi, entra da destra la ragazza. La musica tace di colpo. L’uomo, che ha smesso di telefonare, continua a lavorare al computer senza dar segno di accorgersi. La ragazza, vestita in modo sportivo, porta sulle spalle uno zaino. Attraversa l’intera scena e va a porsi, in piedi, al lato sinistro. Si toglie e depone in terra lo zaino. Rimane in attesa. La musica riprende identica. L’uomo seguita il suo lavoro.

A un certo punto, si affaccia dal fondo un uomo di mezza età, alto, nelle cui fattezze s’intravede una bellezza ora spenta. Entra incerto, con in mano un cappelletto, un po’ curvo in avanti. Si guarda intorno, fino a che avvista la scrivania. Forse saluta, ma le percussioni impediscono di udire.

Vittorio. Buon giorno.

Fa un cenno discreto con la testa. Ma non accade nulla. Ci riprova, con voce più forte.

Vitt. Buon giorno (alza questa volta la mano) buon giorno, signore.

Dalla scrivania sembra finalmente essersi accorto dell’arrivato. Le percussioni si abbassano di colpo, rimangono un suono di fondo, che malgrado tutto permette la conversazione.

Dirigente. Finalmente! (con aria di rimprovero).

L’uomo in piedi cerca di dire qualcosa, farfuglia, muove la mano con il cappelletto.

L’uomo dietro la scrivania si è già dimenticato di lui. Gesticola, mugugna al cellulare. Poi prende a scartabellare nei fogli. Parla fra sé.

Dir. Vediamo (controlla in un’agenda) sì, alle 11.

L’uomo in piedi, rimasto immobile in attesa, si agita, incerto ne tentativi di domandare e di ascoltare.

Dir. Dunque (prende una penna, sfoglia l’agenda da tavolo fino ad arrivare al giorno; scorre con il dito) alle 11. Colloquio (scrive, sillabando ad alta voce) con Anna e con la sua amica.

L’uomo con il cappelletto in mano è intimorito.

Dir. Guarderò anche queste. Parlerò chiaro. Ascolterò.

Vitt. Signor dirigente…(si trattiene) non volendo ho sentito… (riprende forza) non vorrà mica…

Dir. Vittorio! Mi hanno già detto tutto.

Vitt. Che le hanno detto?(Si agita) Non ho firmato.

Dir. Quindi avevi intenzione addirittura di firmare la richiesta?

Vitt. No! (Alza anche la testa) È una calunnia, un’offesa. (China di nuovo la testa) Lo sa, che oramai ho capito (le percussioni hanno un improvviso balzo di tono) non posso negare che qualcuno…

Ma il crescendo del brano si mangia le parole. La luce si fa livida. Lo si vede sforzarsi, tormenta il suo cappelletto. Cede, ci riprova.

L’uomo dietro la scrivania si alza d’un tratto. Il tono delle percussioni torna accettabile.

Dir. Ricordatelo! (Troneggia dietro la scrivania) Io so sempre, immediatamente tutto (la voce si fa veemente) so che tre di voi hanno preso a incontrarsi. Ma non mi conoscono. Ehi, guardami, pezzo di merda! Non vi darò requie. Vi farò cacare addosso, altro che riunioni, altro che risatine. Guardami, non vi farò dormire la notte!

La ragazza, che era stata per tutto il tempo immobile, prende da terra il suo zaino. La musica cessa di colpo. I due rimangono immobili nella posizione assunta.

La ragazza avanza con lenta attenzione, guarda in faccia prima l’uomo dietro la scrivania poi l’altro. Si mette a una certa distanza dai due, per guardarli insieme. Riflette.

Quindi si porta di nuovo di fronte all’uomo con il cappelletto in mano.

La registrazione scandisce:

Voce. «Io avea già il mio viso nel suo fitto».

La luce, rimasta fioca e livida, diventa rapidamente chiara e intensa, illumina distintamente ogni angolo, fruga nei volti e nei corpi. La ragazza parla con suono alto e limpido. Lo sguardo diretto, il tono di chi non concede sotterfugi: pretende una risposta.

Rag. Com’io al piè della sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: – Chi fuor li maggior tui?

Scena terza

Scena uguale alla prima. Luce, rumore di pioggia e posizione della ragazza identici alla chiusura della scena prima. Dopo alcuni secondi d’immobilità, si sente alla quinta di sinistra uno schiaviccìo. La ragazza si scuote, accorre sollevata.

Rag. Finalmente!

Aiuta ad aprire; il rumore di pioggia si rafforza.

Entra una donna di mezza età, un po’ affannata. Ha i capelli bagnati, scrolla un ombrelletto troppo piccolo. È vestita in modo povero, ma non trasandato. Scuote scarpe e piedi, si spazzola con la mano i panni per sgrondare l’acqua.

Madre. Sei stata in pensiero? (sorride, con affetto).

Rag. Questo pomeriggio (premurosa, cerca di aiutarla; le prende l’ombrello, la borsa) ti hanno trattenuto più a lungo.

M. No, anzi, a mezzogiorno il lavoro era già finito (si strizza i capelli, la bacia, attenta a non bagnarla). Il fatto è che le vie erano bloccate.

Rag. L’acqua è alzata di nuovo?

Un lampo illividisce la stanza. Immediatamente dopo, i chiocchi secchi della grandine sbattono sui vetri. Il rumore assale dall’esterno.

Le due donne corrono alla finestra. Fissano fuori.

Ragazza e madre. Appena in tempo!

M. Non era ancora accaduto (deve alzare la voce) ormai è il terzo giorno.

Rimangono sospese alla finestra, impaurite. Dopo qualche folata, il rumore s’attenua di colpo. Riprende a piovere forte e regolare.

M. I sottopassaggi sono diventati laghi (scuote la testa) ho dovuto fermarmi. E per fortuna! Appena sono scesa, mi sono accorta che una macchina s’era incastrata, o fermata, non so. C’era una coppia di anziani. Ho fatto appena in tempo ad aprire la portiera, a trascinarli su.

La ragazza l’ascolta spaventata.

M. Stai tranquilla. Qui siamo al sicuro.

Si toglie il giaccone. La figlia glielo prende, con la borsa e l’ombrello. Li porta dietro la quinta di fondo.

Rimasta sola, si lascia andare sul divano. Per la prima volta, si sente stanca.

Nella stanza c’è solo il rumore della pioggia. Chiude gli occhi e chinando la nuca si raccoglie i capelli con un asciugamano trovato nel divano, ma non è sopraffatta. Appare solo svagata, trasognata.

Anche la ragazza rientra quasi allegra. Si butta a sedere, si accoccola accanto a lei.

Rag. Raccontami (le passa le mani dietro la testa, sorride), devo sapere tutto.

M. Oh (si schernisce, sorride), che vuoi che abbia di allegro o d’interessante una mamma che viene dal lavoro. Tu, piuttosto. Dimmi della scuola.

Rag. Ah, questa è una mossa scorrettissima (ride, di cuore; poi si ricompone in una serietà appena affettata). La solita noia, la solita fatica.

M. Ho capito.

Guarda anche lei da un’altra parte, come pensasse ad altro.

Bada solo ad asciugarsi i capelli. Poi riprende, quasi parlasse solo a sé.

M. Mario oggi non c’era?

Rag. Sono affari miei (asciutta).

M. Come siamo sospettosi (sbircia con la coda dell’occhio). Dicevo così, tanto per dire. (Si gira allegra, le dà un colpetto con la mano) Dai, che domani cambia tutto!

Rag. Sai (è pensierosa) stamattina un gatto nero mi è schizzato proprio davanti, così ho dovuto fare il giro più lungo…

La madre ride di cuore e se l’abbraccia.

Rag. Davvero! E poi, quando la mia amica di banco mi diceva brava, mi sono attaccata al ferro.

Ridono.

M. Tranquilla, il colloquio è confermato.

La ragazza si alza, in uno slancio di gioia. Fa qualche passo di danza, batte le mani.

M. Saremo lì, alle undici esatte (sospira, alleggerita) questi due benedetti posti di lavoro.

Rag. Sono in pensiero per Anna (guarda verso la finestra) perché non è venuta prima, in mattinata?

M. I treni viaggiano regolari.

Guarda davanti a sé. È serena.

M. Mi sono informata bene, le notizie sono certe. Il posto è sicuro. Sono esigenti.

Rag. No, è proprio un aguzzino.

M. Oh (sorride) quale capo non lo è? Ma il nostro lavoro lo sappiamo fare. La fatica, gli orari non ci danno pensiero.

La ragazza corre a stringerla.

Poi si alza, di nuovo allegra.

Rag. In questi giorni penso spesso a quando sarò nella nuova città.

Il rumore della pioggia, subito dopo che la ragazza ha ripreso a parlare, ha cessato di colpo. Si muove leggera, davanti alla madre.

Rag. Penso alle compagne di camera, alle ore che staremo insieme. Io farò i dolcetti che mi hai insegnato. Chiacchiereremo fino a notte fonda, discuteremo di tutto, anche del mondo, anche delle stelle e degli oceani che nessuno ha ancora conosciuto.

La madre, che la guardava incantata, apre le braccia. La ragazza vi corre ridendo.

Scena quarta

Interno. Non ci sono finestre. Al centro, una scrivania, la stessa della scena seconda. La luce è però chiara, come di pieno giorno. Dietro, seduto, un uomo maturo: il medesimo, con gli stessi vestiti. Lavora nervoso, ha in mano una penna stilografica, sfoglia incartamenti, gesticola energico a un apparecchio telefonico anni Sessanta. Sul davanti, lo stesso uomo della scena seconda, ma giovane. Indossa uno spolverino grigio, capelli e barba neri, incolti. Ha in mano una scopa, da una tasca gli esce un cencio per spolverare, più di lato un secchio con lo spazzolone dentro. Lavora sodo, muovendo ritmicamente la testa e il corpo, come se stesse ascoltando musica rock.

Dirigente. Vittorio! (il tono è aggressivo, lo stesso della seconda scena).

L’uomo non sembra sentire.

Dir. Vittorio! (grida forte, assai irato).

Vittorio.(alza la testa, risponde tranquillo, come se nulla fosse).

Dir. Per l’ultima volta: è vietato ascoltare musica, mentre lavori.

Vitt. Veramente…

Intanto che i due parlano, entra da destra la ragazza vestita in modo sportivo, porta sulle spalle lo zaino. Attraversa l’intera scena, passa tra i due come un fantasma e va a porsi, in piedi, al lato sinistro. Si toglie lo zaino, lo depone ai propri piedi. Rimane in attesa.

Dir. Mi pigli per il culo? Perdi tempo, ti dico.

L’uomo con lo spolverino rimane immobile.

Dir. La paga che incassi è moneta sonante!

Vitt. Io penso…

Dir. Tu non devi pensare! Devi lavorare, capito? Questo, devi fare.

L’uomo con lo spolverino prova a parlare.

Dir. Non interrompermi. Fammi parlare. C’è un altro problema. Il lavoro dev’essere finito (scandisce le sillabe) finito, quando arrivo.

Vitt. Il tempo è troppo poco, signore.

Dir. Ma quale poco, ma quale poco (si alza in piedi) tu sei incapace, sei scansafatiche (quasi urla) mangi le nostre ricchezze. Ma se guadagnarti il pane ti fa schifo, ce ne sono altri cento che …

L’uomo con lo spolverino fischia improvviso. Nella quinta di fondo, fino ad allora buia, appare una porta. Si spalanca. Entrano ridendo e urlando ragazzi e ragazze, vestiti con jeans, eskimo, barbe e capelli anni Settanta. Alcuni agitano cartelli in una lingua inesistente. Contemporaneamente s’è levata fragorosa una musica rock. Tutti festeggiano l’uomo, che getta via lo spolverino e la scopa, poi va a prendere il secchio con l’acqua e la scaglia verso la scrivania. Il dirigente rimane in piedi, immobile, come senza vita.

Dopo poco, da vari punti tra gli spettatori, salgono altri giovani.

Voci. È ora, è ora. Liberi tutti. La piazza. Le strade (con gesti e parole ci si rivolge in ogni direzione, alcuni sollecitano gli spettatori) prendiamoci la parola.

I gruppi cominciano a ballare. Brani musicali si accavallano, rock e tarantelle. Si distribuiscono volantini che volano sul palco, sugli spettatori. La scrivania e il dirigente, che è rimasto immobile, vengono completamente nascosti dai gruppi di giovani in scena. Coppie amoreggiano.

La ragazza, che fino ad allora era rimasta a guardare, prende lo zaino per tornare indietro, verso la quinta di destra da dove era entrata. Verso il centro, è afferrata dalla festa. Getta via lo zaino, si toglie il giacchetto. Altri giovani la imitano, si levano panni. Delle ragazze si cambiano in scena, alcune s’indossano gonne lunghe a fiori, altre corte minigonne. Musica, balli e vocio continuano.

Un gruppo si separa e corre verso la quinta di fondo, che questa volta s’illumina completamente. La porta di prima mostra ora d’essere solo una cornice. Oltre, la vista si apre su palazzi, cielo e alberi. La luce è del pieno mezzogiorno.

Un gruppo di giovani si allontana dalla scrivania, che in questo modo diventa di nuovo visibile. È vuota. I giovani, ancora ballando e cantando, inalberano il dirigente. Ma è un pupazzo che ne ha gli abiti e le sembianze. Ridono, scherzano con quell’oggetto, leggero come una palla di gomma piuma. Qualcuno ci balla, altri lo lanciano in alto, sopra la testa, come si fa con i bambini.

Grande è la festa. Più musiche, rock anni sessanta e tarantelle, si mescolano, si rincorrono, s’accavallano, come i gruppi sulla scena. La ragazza, rossa di gioia, si scioglie e si unisce a tutti i gruppi.

Ad un certo punto, alcuni giovani si avvicinano alla scrivania, rimasta vuota e isolata. Nell’euforia cercano di spostarla, di rovesciarla. La ragazza se ne accorge e si avvicina. È di nuovo vestita come quando è entrata. Indossa lo zaino. Rimane in piedi, di lato e sul davanti, ben visibile, con le spalle agli spettatori. Osserva attenta l’azione.

I giovani si sforzano, provano varie manovre, si consigliano, ma la scrivania rimane inamovibile. Chiamano allora gli altri, con la voce che viene soffocata dal tripudio, con i gesti. Inutilmente. Riprovano allora da soli. Coordinano gli sforzi con la voce. La scrivania è come murata.

Intorno, la festa, la musica, gli amori, i balli continuano.

Scena quinta

Interno. Notte, luce fioca. Identico rumore di pioggia. Il medesimo frigorifero di lato. Sul divano, semisdraiata con un plaid sulle ginocchia, la madre. Alle spalle, più distante, sulla destra, è comparso un lettino. Sotto le coperte, la ragazza con un libro.

La madre è sveglia, ma quasi immobile. Sembra ascoltare il rumore uguale della pioggia. La ragazza è inquieta. Si gira, interrompe la lettura, ascolta la pioggia, tende l’orecchio, sospira. Riprende la lettura.

Nella stanza, un rumore affannoso di respiro soffocato sovrasta d’un tratto lo scroscio della pioggia, lo sciacquìo dei rigagnoli. La ragazza si alza di scatto, getta via libro e coperte. Corre al divano.

La madre, che era rimasta tranquilla, l’accoglie sorpresa.

Madre. Perché (sorride) ti sei alzata?

Ragazza. Niente (si passa una mano sulla fronte, per allontanare una ciocca di capelli biondi; prova, anche lei, a sorridere). Non è ancora arrivata? (si guarda intorno).

M. Stai tranquilla, trottolina.

La ragazza, scalza, sente freddo ai piedi. Si stringe addosso il pigiama. La madre se la tira sotto il plaid. L’abbraccia.

Il rumore della pioggia continua regolare, sembra tranquillo. Nient’altro si muove.

M. È solo un ritardo (sorride di nuovo) è normale, con questo tempo.

L’accarezza.

M. L’appuntamento è alle undici. Abbiamo tutto il tempo.

La ragazza continua a stringerla. La madre solleva un braccio in un gesto largo.

M. Ho voglia di cambiare (sorride) quando tu sarai andata a spassartela…

Rag. Mamma, sai che non è così (imbronciata; poi maliziosa) mica mi farai la gelosa, ora?

M. Quando sarai a spassartela, lontano dalla tua mamma, rimasta sola e abbandonata, voglio spendere tutti i soldini che mi guadagnerò con il nuovo lavoro, per far entrare qui dentro aria fresca.

Si alza, sospira sollevata, si guarda intorno. La figlia sorride.

M. Intanto, via quel cassone insopportabile (indica il frigorifero, poi corre alla finestra) qua (guarda la figlia con aria di sfida) – ora che sarai fuori dai piedi, non potrai impedirmelo – una magnifica tenda.

Va muovendo le mani come se ne sentisse la morbidezza.

M. La voglio leggerissima, morbida. A fiori. Sì, teneri fiori di mandorlo e di pesco.

Corre a sinistra.

M. Il portoncino, lo voglio rosso passione!

La figlia ride divertita, forse imbarazzata.

M. Ah, sì! E le pareti (riflette) una carta. Una carta da parati che metta allegria, con i colori della primavera.

S’interrompe. Si ferma.

Si guardano immobili, distanti.

La pioggia cade sempre uguale. Ora non ci sono né tuoni, né lampi. Nessun rumore di macchine, come se la stanza fosse sola al mondo.

La madre si avvicina premurosa alla figlia, che è rimasta silenziosa. L’abbraccia.

M. Ora torna a letto, topino. È davvero tardi.

La ragazza sbadiglia, ma resiste. Poi la madre riesce a farla camminare. Piano, piano l’accompagna di nuovo verso il letto. La ragazza le si appoggia al fianco.

M. Rimango io ad aspettarla. Vedrai, Anna ormai sarà qui tra poco. Dormi tranquilla, che hai bisogno. Domani (sorride, la bacia) sarà per tutte una giornata importante.

Scena sesta

Interno precedente. Luce minima, a indicare il sonno. La ragazza è nel letto, la madre sul divano. Dormono. Il rumore della pioggia è cessato. Il silenzio è completo.

La poca luce artificiale lascia lentamente il posto a quella, più chiara e più alta, che penetra dalla finestra. La ragazza si risveglia. Ha un’aria sonnacchiosa, ma serena. Gode l’albore.

Guarda soddisfatta il soffitto e la luce. Sente con la mano il libro che ha dimenticato sotto le coperte. Lo guarda come chi rammenti.

Rag. È oggi l’appuntamento.

Si alza lieta dal letto. Avanza fino alla finestra nella quinta di destra. La apre. La luce ambrata dell’alba entra più intensa. La ragazza allarga le braccia, sorride.

Rag. Ha smesso.

Respira l’odore dell’alba. Contempla.

Si volta verso l’interno, con la voglia di mangiare. La madre è ancora immobile sul divano. La ragazza scuote la testa con affetto.

Rag. Come i bambini (si rammenta). E Anna?

Si avvicina.

Rag. Anna non è arrivata? (la chiama sottovoce) mamma (la tocca delicata sulla spalla) ti sarai presa freddo. Mamma.

La scuote. Una mano, inerte, scivola giù, distante dal corpo.

Rag. Nooo! (grida piegandosi in ginocchio sul corpo della madre) nooo!

Il grido lungo, acuto della ragazza lacera disperato.

La quinta di fondo scompare. Al suo posto i palazzi, il cielo e gli alberi già visti. La luce è tenue, verde e rosa del primo mattino. L’aria è tersa. La ragazza rimane nella stessa posizione, inginocchiata, immobile. Profondo è il silenzio.

Non accade nulla.

Nell’aria si leva un singhiozzo sommesso. Come una preghiera, lenisce l’immobilità.

A poco, a poco al posto della finestra, appare una splendida, candidissima chioma di mandorlo in fiore.

La ragazza si scuote. Si alza lentamente. Il singhiozzo sfinito continua sommesso.

Si avvicina stupita. Il richiamo dell’usignolo inizia tenue gli avvii lenti e lunghi. Guarda ammirata.

Quasi senza avvertirlo, il singhiozzo si smorza. Il canto si fa più alto, più ricco, nei languori e poi nelle impennate, nei gorgheggi. Il singhiozzo è scomparso. La ragazza ascolta. Riesce a piangere, in silenzio. Mentre si asciuga pacata gli occhi, sorride.

La luce, nella stanza e all’orizzonte, è ora quasi chiara.

Nota al testo

C’è qui la sofferenza per lo sperpero della devastazione di energie e di vite umane consumata intorno a noi, ad opera di altri uomini. C’è anche amarezza per la mia generazione, che tante colpe porta. C’è lo sbigottimento per le scelte di volta in volta da noi insegnanti compiute, quanto incredibilmente ipocrite, meschine e distanti dalle necessità, dalla funzione alta e insostituibile che la società, anche a nostra e sua insaputa, ci assegna.

Vista da questa parte, dal verso del foglio, la poesia, la letteratura ha una misteriosa necessità e insieme una non meno imprevedibile casualità: tutto è determinato, nulla lo è. Si tratta di un tratto per cui essa somiglia davvero, sfrondate le tentazioni imbonitorie del decadentismo, alla vita. Che cosa c’è infatti di più terribilmente ingovernabile della vita, almeno nelle nostre società? Ingovernabile perché imprevedibile; ma ingovernabile anche perché sovradeterminata rispetto alla nostra capacità di scegliere, tanto che più d’uno ha detto alienata la nostra condizione. Per questo, malgrado tutto, resta insopprimibile l’impulso a conseguire una società, un sistema di relazioni di sé con gli altri, con la natura, una vita quotidiana, ove ciascuno possa davvero comprendere e decidere il destino comune, almeno quel tanto umanamente possibile.

Per me – ma forse anche per altri, meglio: forse per l’arte dell’epoca moderna – la scrittura nasce da una impotenza. È un grido di dolore, di rabbia, di speranza malgrado tutto, certo di piacere; e anche di colpa, perché non mi scordo che il tesoro, con cui posso pensare e scrivere queste stesse parole, si regge sull’afasia di moltissimi altri. L’accumulo di cultura non è affatto diverso da quello della ricchezza (non si chiamano entrambi patrimonio?): chi possiede tanto capitale, lo ha solo per averlo sottratto a chi ne è privo. La produzione di ricchezza e di cultura è sempre più collettiva, la loro appropriazione rimane invece privata. So bene che negli ultimi trent’anni è stato fatto di tutto per nascondere l’uno e l’altro punto, come se tutti, più o meno, si fosse ricchi, tutti, più o meno, si fosse colti. Ma vedo che la crisi mondiale in cui il trentennio triste si decompone porta di nuovo a nudo quello strazio, ineliminabile in ogni società classista. Lo fa anzi con tale violenza rinnovata, con siffatta insistenza da fa dire ai più attenti di essere a un passaggio d’epoca. Gli eventi ci chiariranno se e come l’umanità (il 99%, dice Occupy Wall Street) intenderà affrontarlo, diversamente dal secolo scorso. Per me scrivere, nel modo assai ambiguo precipuo dell’arte, è sempre un gesto di condivisione, di denuncia – io non ci sto! -, d’investimento libidico, di scommessa per il futuro.

La cartella di Fortini

Continuo il recupero degli articoli  dei vecchi siti di Poliscritture non più accessibili on line e ripubblico questo di Velio Abati comparso sul n. 9  cartaceo  del gennaio 2013. [E. A.]

di Velio Abati

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’ denti,
che furo all’osso, come d’un can, forti.

Il realismo furente di Dante ha incrinato per qualche terzina il silenzio glaciale della palude. L’orrore indicibile si squaderna ora in un esserci eterno. Il passato non muore e ha annientato di colpo il futuro. Tutto l’universo infernale è infatti un viaggio alle radici della selva dove ’l sol tace, al fermentare d’un passato che divora chi vive. La terzina conclusiva incardina l’incubo nella posa definitivamente animalesca della vittima-carnefice, “occhi torti”, e nella fissità d’una coazione senza fine: “riprese ’l teschio”.
Il lettore sa che l’emersione del rimosso, il vis à vis con il suo carico paralizzante d’angoscia è la costanza di ogni scena espiativa, offerta al pellegrino sotto la mediazione vigile del maestro. Così come pervasivo è l’assillo politico che l’accompagna e che l’artificio del viaggio collocato alla vigilia della catastrofe umana – cioè politica, etica, estetica, filosofica ed esistenziale – dell’esilio, rende incombente, ad ogni passo ravvivata da profezie ora stizzose, ora neutre, ora intenzionalmente consolatorie.
Ogni dannato ha la propria fissità e ognuno diversamente rifrange la biografia del pellegrino. Mille sono i modi con cui ciascuno, per dirla con Pirandello, rimane agganciato al proprio assillo.

          Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi alla risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
——-Ma quell’altro magnanimo a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa.

Può, tra le mille, assumere la postura nobile quanto marmorea dell’assillo pubblico, oppure il patetismo trepido e cieco della passione familiare. Ma ciò che inficia alla radice e quindi scaraventa nella discarica infernale energie e sforzi vitali della miriade di dannati è stata l’incapacità di ciascuno di trascendere l’immediato, di allungare lo sguardo verso il futuro: dilettoso monte, da cui solo si può decifrare il passato e vedere il presente.
Fortini conosceva bene questo punto della nostra umana condizione, quando ripeteva: ogni immediatezza, ossia ogni rifiuto della mediazione, è intimamente reazionaria.
Credevo che la mia generazione, esclusi i cinismi e i rampolli dominanti, avesse scoperto per tempo –ai primi anni Ottanta, ricordo – la lezione eroica del prigioniero comunista Antonio Gramsci. Ma non ho mai immaginato che avrei dovuto insegnare la speranza ai miei alunni, che il mio compito sarebbe stato formare alla speranza. Fortini, a un giovane che nel 1993 lo interrogava su che cosa debba fare, come debba vivere la propria quotidianità chi s’affaccia alla vita adulta, rispondeva: “io domando ai giovani con cui lavoro, se vivono con i soldi di papà, se vivono con i propri, quanto guadagnano”. La risposta presuppone una condizione oggi lunare, vivendo i giovani la corrosione, di giorno in giorno maggiore, delle possibilità di lavoro, di sostentamento, di relazione. Nella selva non c’è luce, i sentieri sono false piste.

Gli alberi sembrano identici,
la specie pare fedele.
E sono invece portati via
molto lontano. Nemmeno un grido,
nemmeno un sibilo ne arriva.
Non è il caso di disperarsene,
figlia mia, ma di saperlo
mentre insieme guardiamo gli alberi.

È in tale immobilità che germina la disperazione. Non c’è, in se stessi, nell’hic et nunc circostanziale possibilità di lume. Questo è l’acheronte per chi si trovi oggi ad apprendere e a insegnare. Perché la speranza, se è una necessità primaria, non vive senza alimento. Il sapere di cui Fortini parla alla figlia, nelle circostanze date, viene solo da fuori; meglio: dai tempi lunghi.
Da questa béance, prima di tutto esistenziale, in cui insegnante e alunni sono presi, proprio da questa assenza d’ossigeno che grava nell’aula e nelle case, trova vita e scopo la potente lingua dantesca. Il piacere del testo è per il lettore la messa in esperienza dell’uscita da sé, quella che il pellegrino compie con lui. Il lettore, alunno-docente, passo dopo passo, impara a riconoscere con Dante che il male, con la paura che esso genera, non è assoluto, ma ha un’origine e ha una fine.
Ho detto esperienza, perché di essa vive la fatica del concetto, non della spiegazione astratta. Fortini aveva un amore sconfinato per il conversare, come sa chiunque l’abbia incontrato. Le sue lezioni pomeridiane a Lettere in via Fieravecchia si protraevano indefinitivamente. Arrivava con la cartella, elegante, sorridente, bello nella sua capigliatura candida e iniziava la lezione. Ho imparato dalla sua lettura perché un poeta va a capo prima della fine del rigo.
Non c’era un termine formale alla sua lezione, a un certo punto si trasformava in altro. Via via gli studenti si alzavano dalle sedie fino a che rimanevamo i soliti quattro o cinque. Oramai parlava del mondo. Solo quando l’anziano custode – si chiamava Dante, mi ricordava la figura d’un carraio della mia infanzia – suonava la sirena, egli si decideva ad alzarsi, prima che le luci spente ci chiudessero dentro. Nella mesta spensieratezza del Settantasette si leggeva nei muri di Via Fieravecchia una scritta; girava voce che ne fosse autore Gianni Scalia: Franco Fortini, il Lattes a lunga conversazione. Una volta – eravamo già al secondo anno – ci confidò perché non faceva precedere nessuna introduzione al suo corso. Solo la strada percorsa fino alla fine avrebbe potuto spiegare gl’inizi.
“Essere figlio” scrive l’Istat “di un avvocato (cioè avere un’origine borghese) oppure di un operaio non è affatto la stessa cosa: le probabilità di diventare un libero professionista, imprenditore o dirigente – ossia di accedere alle posizioni di vertice della gerarchia sociale – nel primo caso sono relativamente alte, mentre nel secondo sono decisamente più contenute. I figli della borghesia sono in netto vantaggio sui figli degli operai dell’industria e dei servizi anche nelle competizioni per l’accesso alla classe media impiegatizia. Ciò significa che le diseguaglianze di classe continuano a trasmettersi di padre in figlio”. Credo che pochi ragazzi conoscano questi dati che li riguardano. Anche Lettera a una professoressa suona inoffensiva come una carta medioevale; troppo grande è il velo sia dell’ideologia dominante, sia delle apparenze arcaiche di cui quel testo si veste. Credo anche che generalmente sfugga loro, per quanto rapido e imponente sia il fenomeno, il degrado dell’istruzione pubblica, cioè l’aggressione alla forza emancipativa della scolarizzazione di massa dei trenta gloriosi, breve tempo di cui ha beneficiato la mia generazione. Non lo sanno, perché il passaggio dalla condizione di fatto alla sua consapevolezza ha bisogno del rischiaramento della coscienza.
Non sfugge però loro una verità della propria condizione, ovvero la sostanziale impotenza dell’istruzione a modificare il destino già iscritto nella carne della loro famiglia. Solo che ne rimangono atterriti, proprio in conseguenza della loro cecità circa le cause e la natura storica, ossia mediata, di quel destino. Quando domando per quale motivo andare a scuola, mi si risponde “per socializzare”. Per socializzare è di sicuro la constatazione di un’azione positiva esistente. Per socializzare è però anche la verbalizzazione d’un bisogno autenticamente vissuto. È il grido di uno spavento, d’un vuoto: se parli è meno buio, invoca un certo paziente di Freud.
Sono partito militare il primo aprile del ’78, pochi giorni dopo il rapimento di Moro compiuto dalle Brigate Rosse. Ero laureato da qualche mese. Fortini, seppi poi, era corso via dall’Italia, per cercar scampo dall’oppressione. Dalla rabbia, immagino, e dall’impotenza insopportabili. I trenta gloriosi si chiudevano nella tragedia farsesca, nell’imbecillità.
Quando sono tornato dal congedo, ho seguito altre strade, da lontano. Ho incontrato Fortini a intervalli radi. Ogni volta, ricordo, con festoso slancio paterno, a Milano, a Montemarcello, al mio podere. La presenza del suo insegnamento è maturata lentamente, quasi inavvertita. So che se qui davanti avessi i miei primi alunni e quelli attuali farebbero fatica a riconoscere la stessa persona.

[…] Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi

Con altro orecchio leggo oggi, scartando la magniloquenza che da noi puzza da lontano di ridicolo, di fetidume nazionalista, scovando invece e invitando a una verità più mite, fraterna e semmai indomita. Lavorando con i ragazzi, ho scoperto quanto a lungo il ramingo bordeggi rive di morte, dai Sepolcri alle Ultime lettere, fino alla Sera e a In morte del fratello. C’è ben poco di eroico, molto di bisogno di fratellanza, entro cui cercare ostinatamente un orizzonte di senso comune per il quale vivere e soffrire.
Trascinato via dalla risacca – era solo gl’inizi – che scomponeva e ora travolge destini e istituzioni, persi tutti i contatti. Non fui ai funerali di Fortini.
Fu Ruth a ricordarsi di me, di noi, dopo che era rimasta sola. Venne a trovarci. Facevamo delle passeggiate non distratte, quasi serene. Le piaceva ascoltare i canti e la fisarmonica, si cercavano i profumi della macchia. Tornò più volte. Ricordo le giornate piene di sole.
Dice Sartre da qualche parte che se le rivoluzioni costituiscono i momenti in cui i gruppi sociali sono in fusione, l’immobilismo è delle società fredde. Ma la restaurazione capitalistica che è seguita dopo i Settanta e che oggi giunge forse al suo culmine – che è sempre marciume, pestilenza sociale, devastazione di corpi e di anime – è ancora diversa: non c’è alcuna fusione visibile, né staticità, piuttosto un precipitare disperato, perché impotente. La distanza tra ciò che è necessario e ciò che ciascuno di noi può è tale da atterrire le energie più agguerrite, le menti più lucide.
Non si tratta di disperarsene, ma di capirlo.

Oh dei giorni mie fatiche, oh sorrisi
muti scavate e fidi nell’ordito:
– Dov’è l’inferno? dove i paradisi?

Dentro tremo, se fuor v’appaio ardito
che forti e fragili son i cuori e i visi
ma ultima la risposta che v’addito.

Per questo, punto tutte le mie forze a scartare l’erudizione e a coltivare intensa la critica. Mi tornano in mente le riflessioni di Fortini, lo scopro e lo coltivo maestro: agire perché si trovi e si manifesti più verità politica (dico “politica” e subito sbalordisco per la spaventosa distanza dell’odierna pratica posticcia dal suo significato) in una poesia sulle rose che in un documento politico e viceversa. Attivo con pazienza le verità che ho imparato, filtro le antiche sapienze, le metto ogni volta alla prova con le domande mute dei miei alunni, con le loro fatiche, le loro rabbie.
Ruth, dopo che la sua malattia precipitò, non volle più che andassimo a trovarla. La voce ferma e amica al telefono ci ripeteva che avrebbe deciso il tempo.
Ci chiamò in autunno inoltrato, invitandoci per il febbraio. Teneva sotto controllo il dolore con la terapia. Nelle poche ore che stemmo in via Legnano, dalla finestra dove si scorgevano gli alberi, era come sempre energica e determinata. Il non detto non tradiva pressioni sulla sua voce. A metà visita, chiese solo di farle un’iniezione. Spiegò tranquilla il modo a mia moglie, che non osò dirle di non averlo mai fatto. Tutti i pacchetti erano stati preparati, con i foglietti e le istruzioni di chi trasloca.
Sarà per la fiducia nella vocazione dell’uomo al bene, di cui parlava Brecht, o forse per il necesse della speranza, che soprattutto mi capita di ricordare il Fortini ‘cinese’. In un luogo riferisce l’insegnamento del saggio taoista al giovane andato a chiedergli d’istruirlo. Vuoi scoprire il segreto di fabbricare l’oro?, gli risponde press’a poco, comincia a percorrere tutte le mattine dieci chilometri a piedi. Oggi comprendo che la cosa più difficile, ma quella decisiva, non è la meta, bensì la direzione. Oggi comprendo la conseguenza suprema dell’umana condizione: nemo enim nostrum sibi vivit, et nemo sibi moritur. So e scopro ad ogni passo e insegno e comprovo che il futuro è la nostra realtà, è la verità del nostro presente, il senso del nostro passato; che quel futuro è intimamente, appassionatamente di parte. Non qualunque parte. Solo quella degli sconfitti, solo la parte di noi debole e oppressa detiene la ragione e la forza del futuro comune:

“Oppressori e sfruttatori con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Quel che sta oltre la frontiera di tale loro ‘libertà’ non lo vivono essi come positivo confine della condizione umana, come limite da riconoscere e usare, ma come un nero. Nulla divoratore. Per dimenticarlo o per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e, indirettamente, di quella propria. Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta ora nella precarietà e nella paura della morte ora nella insensatezza e non-libertà della produzione e dei consumi. Né gli oppressi e sfruttati sono migliori, fintanto che ingannano se stessi con la speranza di trasformarsi, a loro volta, in oppressori e sfruttatori di altri uomini”.

È un giornalista dell’“Unità” a raccogliere nell’agosto, a due mesi dalla morte, le ultime riflessioni, che il quotidiano titolava E se il marxismo fosse il futuro? Più il tempo della mia vita scema, più insegno la passione, la fatica e la forza dei tempi lunghi. In quella primavera Fortini aveva scritto che quanto di te rimane, di tutti rimane, non sono i libri, non sono nemmeno gli affetti, nemmeno l’insegnamento, ma ciò che la tua vita ha cambiato nel rapporto con gli altri uomini.
Quando, di rado, mi capita di andare a tenere qualche discorso pubblico, apro l’armadio. Prendo un morbido sacchetto celestino d’altri tempi, con una grande scritta in nero, Furla. Si chiude con una filza di cordino nero. Appena lo apri, si spande il profumo di cuoio. La cartella marrone sembra appena uscita dalle mani dell’artigiano. Ha un solo graffietto sotto la piega che la chiude. Non una cucitura è strappata. All’interno vi sono tre scomparti per pochi fogli, giusto di formato A4. Su quello anteriore è cucita, a reggipenne, una striscia di vacchetta. La cinghia che sorregge la cartella è lunga e comoda, può essere indossata senza impaccio anche con la giacca blu con cui arrivava a lezione fresco e furioso.
Ci dispongo il foglietto d’appunti, controllo che vi sia un lapis, ripasso a memoria la scaletta. Il borsellino di cuoio nero, fermato su tre lati con la cerniera, lo lascio invece chiuso nello scomparto. So che all’interno porta stampigliato in caratteri gialli una parola, “mundi”.

Due fiabe

di Rosella Bertola


IL LAGHETTO DI MONTAGNA

Il laghetto di montagna, dove d’estate vado a pescare le trote e ad osservare le salamandre che guazzano tra i sassi, ora è tutto ghiacciato. La sue superficie sembra una pista di pattinaggio e l occhio si perde in una distesa di bianco abbagliante. Tutt’intorno a me non c’è alcun rumore: il cinguettio degli uccelli, che nella buona stagione allieta il cuore e quasi stordisce, ora ha lasciato il posto ad un silenzio magico, interrotto soltanto dal fruscio della neve che cade all’improvviso dagli alberi, sciolta dal sole. Il paesaggio, intorno, è come incantato: la boscaglia ammantata di neve gelata sembra un ricamo prezioso. Questa è la stagione più bella per il piccolo lago: tutto quel bianco accanto al turchino del cielo lo fanno assomigliare ad un luogo di sogno.

STORIA DI UN TRENINO

Nella stanza dei giochi di un bambino, c era una volta un grande plastico appoggiato a terra, su cui viaggiava un trenino elettrico. Era un giocattolo bellissimo ed affascinava il bimbo che lo possedeva; egli trascorreva con lui molto del suo tempo. Tutto era bello: il paesaggio rappresentato, la sua varietà di aspetti. C’erano laghetti, montagne, villaggi, una stazione con la fontanina e l orologio; c’erano anche le immancabili sbarre, che si abbassavano automaticamente al passaggio del treno, quasi per tributargli un inchino. Il piccolo convoglio di latta spadroneggiava sul suo mondo di cartapesta; andava, tornava, appariva e spariva attraverso gallerie, gole di montagne, oppure prendeva una grande rincorsa e sferragliava veloce attraverso la pianura, che lo conduceva alla stazione, da dove, dopo una fermata di un momento, avrebbe ripreso il viaggio di sempre. Quel viaggio divertiva molto il bambino, egli non si stancava mai di manovrare i comandi: ora avanti, ora indietro, le possibilità del trenino erano molte, bastava premere un bottone od abbassare una leva ed egli eseguiva, immancabilmente. Il trenino, di certo, la strada la conosceva a memoria: per lui, sul plastico, non c’erano più sorprese. Le curve non gli nascondevano ormai nulla di nuovo e l’entrare nell’oscurità della galleria non gli appariva più spaventoso come una volta. Così un giorno il trenino, stanco della monotonia dei suoi movimenti, decise che non avrebbe più percorso la tortuosa strada ferrata che ormai lo ossessionava. Attese la notte, per poter agire con tranquillità e quando fu certo che nulla l avrebbe disturbato, si dispose a mettere in atto il suo piano. Raccolse tutte le forze che possedeva (ed anche tutto il coraggio) e con un improvviso balzo uscì dalle rotaie, infilò la porta della stanzetta e finalmente ebbe la sensazione di essere libero. Si trovò subito nella vasta anticamera della casa, che conosceva solo di sfuggita, per averla sbirciata spesso, pieno di curiosità quando nel suo giro di un tempo allungava i fanali al di là della porta, per vedere com’era fatto il mondo. Fu aiutato, nel suo piano di fuga, dal gatto di casa, un soriano innamorato che aveva appuntamento con la gattina. Esso, uscendo quatto quatto, aveva lasciato aperto l’uscio di casa. Per il trenino fu un attimo: oltre quella porta incominciava il mondo, quello vero, con le montagne vere, i laghi con l acqua, il cielo con le stelle, non col lampadario. Durante il viaggio ebbe un momento solo di malinconia; ripensò al suo amico aquilone, che era rimasto imprigionato nella cameretta dei giochi. Era ancora là, sullo scaffale impolverato, ad attendere sempre la bella stagione, le giornate di sole che in quella città erano rare nel corso dell’anno. Chissà, forse un giorno anche per lui sarebbe arrivata la libertà: ne parlavano spesso assieme, quando erano compagni di sventura. Quel correre libero nella città buia non spaventava affatto il trenino; si sentiva sicuro con i suoi fari luccicanti, ogni tanto, con allegria, azionava il fischietto per annunciare a tutti la sua contentezza. Aveva una grande curiosità da soddisfare: desiderava vedere una stazione vera. Quando riuscì a raggiungerla ebbe come un brivido; gli sembrava quasi di essere tornato ai vecchi tempi; non sapeva se piangere o ridere e gli riuscì di sorridere al pensiero delle sue dimensioni, lui così piccolo al confronto dei treni che vedeva. Quell’aria che respirava, comunque, non riusciva affatto a sembragli simpatica: troppe cose lo riportavano alla sua condizione primitiva ed egli non desiderava proprio risentirsi nei panni di prima. Scelse perciò un altra soluzione: sarebbe stato un treno indipendente. Aveva già dimostrato a se stesso di sapersela cavare da solo, anche senza binari, capi stazione, palette e semafori. Avrebbe continuato così, esplorando tutto ciò che lo avrebbe incuriosito. Lo si vede spesso correre tra le aiuole del parco: ora ha anche dei viaggiatori, i passerotti del giardino, ed è tanto contento di essere utile a qualcuno. A volte il trenino compie dei giri speciali; al mattino di buon’ora, quando le strade sono ancora deserte gli piace andare ad osservare la città addormentata: i passerotti, qualche grillo pigro, una cincia curiosa a bordo e via ciuff ciuff si parte per una nuova scoperta.

Nota (2006 di E. A.)

Le due fiabe che qui pubblichiamo andrebbero definite “di lavoro”. Sono state scritte da una maestra, Rosa Bertola, che nel comporle ha sicuramente avuto in mente le bambine e i bambini del Secondo Circolo didattico (scuola elementare) di Cologno Monzese. Volti, voci e corpi di bimbi d’oggi hanno riacceso memorie della propria infanzia, rimodellato l’idea d’infanzia della maestra e di se stessa in rapporto affettivo e didattico con loro, riempito di emozioni impreviste quel tempo detto ‘anno scolastico’, che scorre separato dal tempo di fuori: delle strade, della città, della televisione.
Le due fiabe – altre restano nel cassetto e si spera presto di raccoglierle in libro – nate senza pretese di farsi letteratura, come scritture d’occasione motivate da esigenze pratiche (insegnare la lingua italiana, calamitare attorno a parole semplici la fantasia del gruppo-classe, afferrare il fantasma sfuggente del ”mondo” mediante i nomi, trasmettere “qualcosa” – un senso – quello che, in tempi di certezze, si diceva “una morale”) – hanno un primo pregio in questo legame stretto con la realtà viva, fissa e mutevole al contempo, del fare scuola.
Sia la prima, quasi un haiku per brevità e tema, che la seconda, più articolata e mossa, richiamano con immediatezza la potenza dell’infanzia: di stupirsi di fronte al “silenzio magico” di un paesaggio innevato; di maturare, grazie alla ripetizione del gioco – una ginnastica che i bimbi s’impongono con piacere e a cui gli adulti sfuggono – scatti di libertà e di fuga dai mondi di cartapesta (tutti, non solo quelli dei bambini, lo sono un po’ o possono diventarlo).
Se le estraiamo, come minerali, dal magma vivo della situazione in cui sono nate e le esponiamo in una rivista “per intellettuali” come Poliscritture, non è per un semplice atto d’omaggio ad un’amica da poco morta o per paternalismo. Lo facciamo perché sono un esempio di quel plurale, che oggi si svela  in tanti scriventi “non autorizzati”; e che programmaticamente come rivista puntiamo a indagare e a mettere in fecondo – crediamo – cortocircuito con un altro plurale, quello delle scritture “alte” argomentative, riflessive, analitiche, espressive. Ma nel caso delle fiabe, c’è un altro problema da affrontare: è possibile oggi tenere problematicamente aperto e fluido il legame tra l’immaginario infantil-materno che ci pare esprimersi nelle due di Rosella Bertola, e lo strabordante immaginario “adulto” ipercommercializzato che ci travolge attraverso la TV?
In nome delle “cose serie” (il Mercato, la Politica, la Scienza, il Progresso) l’infanzia e il maternage vengono a un certo punto cancellate. Oppure i loro effetti costruttivi e dinamici sono confinati: nella scuola elementare, appunto; nella famiglia che dovrebbe tornare “sacra”; o in un quotidiano detto “normale”.
Altri ne fanno oggetto di studio specialistico (pedagogia, psicologia) o di rituale e episodico omaggio (la giornata mondiale del bambino, la festa della mamma).

Resta da presentare la maestra-bambina che ha scritto queste fiabe. Rosa Bertola è stata maestra elementare a Cologno Monzese dal 1971 fino alla sua morte avvenuta nell’ottobre del 2005. Cresciuta come tanti sotto il segno della tradizione più autoritaria esistente in Italia: quella della Chiesa cattolica (iniziò la sua carriera di maestra insegnando religione; ed è noto il controllo che la Chiesa cattolica impone a queste figure d’insegnanti), seppe stare ad occhi aperti nei tumulti che negli anni Sessanta e Settanta coinvolsero una scuola elementare per figli d’immigrati (allora “comunitari”  ma trattati come gli attuali “extracomunitari”) paurosamente carente nelle strutture e nella didattica. Si confrontò con quei fermenti di ribellione e affiancò inquietamente al suo venerato Manzoni il quasi eretico don Milani di Lettera a una professoressa, impegnandosi nell’innovazione didattica e nel movimento che tra 1979 e 1983 portò alla scuola a tempo pieno.
Nel suo lavoro Rosella, secondo una tradizione che si va perdendo, desiderava che i suoi scolari imparassero a memoria delle poesie; li educava ai dettagli, fossero parole e numeri o i fiori del giardino della scuola da seminare, veder crescere, nominare, disegnare. E fu una donna capace di coltivare passioni: per la poesia, la geografia, il disegno, la musica, la scrittura. Nutrì così sia il suo lavoro di maestra che la sua presenza attiva nelle istituzioni: nel Consiglio di Circolo, ad esempio, e dovunque in una città di periferia si potesse discutere fuori dai conformismi. Nell’agosto 2001 le fu scoperta la malattia che poi la condusse a morte: insegnando finché ebbe la forza, resistette alla implacabile cancellazione del suo mondo.

* L’articolo fu pubblicato nel n.1 cartaceo di POLISCRITTURE (MAGGIO 2006)

Dentro l’immigratorio italiano

Riordinadiario 2006. Introduzione alle scritture
di Armando Tagliavento (Hermann) con intervista.

di Ennio Abate

 

Ieri sono andato a far visita ad Armando Tagliavento. Per me  è rimasto il bidello-scrittore, anche se ora è in pensione e nella vita (Armando è nato nel 1930) prima di “ficcarsi nella scuola” ha fatto il manovale, il fattorino, il disoccupato, il capomastro. Stava per diventare persino capufficio di una ditta di materiali edili ed ha sfiorato una carriera di scrittore di professione. Infatti, quando negli anni Settanta la cultura italiana ebbe un ritorno di  fiamma populista-neorealista (ricordo la letteratura “operaia”: Brugnaro, Guerrazzi, la rivista Abiti-lavoro…), Tagliavento ottenne un effimero successo come narratore: nel 1973 Feltrinelli gli  pubblicò nella collana dei Franchi narratori (patron Goffredo Fofi, che firmò la prefazione) un romanzo, Tra fascisti e germanesi. Vi narrava – con brio, spudoratezza e crudezze macabre quasi malapartiane – le sue avventure per sopravvivere durante gli scontri che insanguinarono l’Italia fra il ’43 e la liberazione.

Io l’ho conosciuto più tardi, negli anni Ottanta, all’istituto tecnico Molinari di Milano, dove appunto era bidello. L’ondata del ’68-’69, che aveva sollevato la sua esistenza assieme a quella di tanti fino alla ribalta massmediale, era da tempo esaurita e tutte quelle speranze rivoluzionarie, studentesche e operaie, affondavano nel mondo dei vinti metropolitani.

Tagliavento passava la giornata al suo tavolino, in fondo a uno dei corridoi a lui assegnato.  Leggeva o scriveva appena possibile, intrattenendosi a chiacchierare ogni tanto con gli studenti, per i quali era ancora un mito, e con qualcuno dei pochi insegnanti che lo coccolavano, l’occhio marpione pronto a scattare su studentesse e insegnanti bellocce.

Era malvisto da molti perché, chissà da quando, aveva preso a  bere di brutto, creando malumori e allarme. Qualcuno si mosse per  farlo licenziare. Feci un cartello, interessai quel che restava del sindacato nella scuola e un’amica dottoressa, che lo spalleggiò nella visita di  controllo all’ospedale militare di Baggio a cui l’avevano costretto. Rimase in servizio e arrivò alla pensione forse grazie a quella mobilitazione o forse per un sussulto di tolleranza della preside. Non senza passare però per Villa Turro, dove a suon di psichiatria – non credo basagliana – lo tirarono fuori dal suo alcoolismo cronicizzato.

Suo confidente “letterario” in quegli anni, lessi e gli commentai parte della sua incessante, fluviale e torbida produzione di scritture,  convincendomi sia del suo valore sia della difficoltà di trovare lettori che non si arrestassero di fronte alla sua foga espressionistica, barocca, persino kitsch, alla monotonia dei temi (in prevalenza porno-erotici), alle ripetitive e capricciose architetture narrative, alle trasgressioni ortografiche.

Per far risaltare il buono di quelle pagine, gli avevo suggerito di potarle da ridondanze ed eccessi, ma Tagliavento non mi ha dato mai ascolto: rivendica gelosamente il “suo” linguaggio, il “suo” stile;  e continua a giudicare un oltraggio qualsiasi aggiustamento o ripensamento. Preferisce pescare liberamente, anche arbitrariamente, sia nei bassifondi linguistici  sia nelle limpide acque  dei classici. Non crede al confronto, ma all’ispirazione, alla genialità o – detto senza moralismo e sprezzo -, alla follia inventiva. Don Chisciotte è davvero il suo modello: aristocratico, d’altri tempi o fuori dal tempo.

Ma come sono queste sue strabordanti scritture?  Esse presentano un lato onirico, visionario, sublimante  e un lato ossessivamente vitalistico. Nascono da un immaginario fortemente maschile (e maschilista). Poggiando su una base autobiografica alla quale mai ha rinunciato e che anzi continua  a coltivare nella memoria, Tagliavento porta alla luce immagini arcaiche ed elementari fortemente mitizzate, senza preoccuparsi della successione logico-temporale. E si è costruito un gusto letterario delimitato ma sicuro attraverso letture di opere della tradizione colta, popolare e di massa. Da autodidatta, in modo disordinato ma quasi eroico, specie se si pensi alle condizioni di partenza e agli ambienti  in cui è vissuto quasi sempre impermeabili al richiamo dei libri.

 Nelle sue pagine ha macinato dati delle sue esperienze con echi  soprattutto di Gadda (a livello  linguistico), Pasolini (per la tematica  “sottoproletaria” e cruda), dei  grandi romanzi (soprattutto Cervantes, Hugo e Manzoni per gli aspetti più visionari e tragici) e con   altre influenze grottesco-populiste, realistiche, fantapolitiche  o allegoriche, riferibili alla vasta gamma che va dai romanzi d’appendice ottocenteschi fino ai fumetti e al cinema di Totò. Ha succhiato cioè cultura dove poteva e l’ha rielaborata in quello che lui stesso, in questa intervista, chiama un «pot-pourri» (postmoderno potremmo aggiungere).

Sarebbe interessante, da un punto di vista storico-antropologico-sociale e non solo letterario, capire come forme culturali così eterogenee  siano filtrate in uno che ha scritto da outsider e alle prese con problemi materiali elementari di sopravvivenza e in contatto diretto con le fasce sociali più escluse. Le sue testimonianze di vita avrebbero potuto ben figurare tra le voci che Danilo Montaldi e Franco Alasia raccolsero attorno al 1960 in Milano, Corea fra gli immigrati presi nel vortice delle trasformazioni dell’Italia dal dopoguerra al boom economico.

Da quel coro di “subalterni” però Tagliavento in parte si distacca, proprio perché accanito scrittore in proprio  più che testimone orale. Nei fondali delle sue poesie e dei suoi romanzi s’incontrano, sì, squarci di vita di famiglie contadine e sottoproletarie, di caserma o di ambienti malavitosi, cioè di un tessuto sociale messo in subbuglio dal grande esodo verso l’industrializzazione. Però, lontano da ogni rappresentazione realistica,  egli  accentua nei personaggi estratti dai suoi incontri “dal vero” aspetti grotteschi, orrorifici o stregoneschi. Fino a spingersi nel fiabesco, presentandoci  eroi litigiosi e spacconi, animali parlanti e protettivi, terribili mostri e draghi, principesse bellissime e sfuggenti oppure battaglie ripetute fino all’esaurimento da poema ariostesco o paesi utopici calcati su Eldoradi alla Voltaire.

Tagliavento ci  mostra i sussulti dell’immaginario di un migrante d’origini povere e contadine alle prese con il miraggio metropolitano. E soprattutto quello erotico-sessuale dei migranti maschi, di cui ha parlato Tahar Ben Jelloun[1] in Le pareti della solitudine, ricordando come in fondo ai loro deliri ci sia «quella donna sognata che, anche se è soltanto un’immagine sulla carta patinata di una rivista», parla e tiene compagnia, alleviando e tenendo aperta   una «ferita».

Quest’immagine di donna – reale e immaginaria – è onnipresente nei romanzi e nelle poesie di Tagliavento. I bei corpi femminili suscitano nel protagonista maschile una voglia ossessiva di possederli  e peripezie tragicomiche. E in genere tutte le figure maschili, per lo più tratteggiate approssimativamente sotto l’aspetto fisico e morale, hanno per così dire una vita in pubblico ridotta, perché sempre intente a prepararsi al rituale della seduzione e del coito.

Il narratore, quando arriva a descriverlo, molto liricizzando il goloso godimento dei corpi, fa esplodere tutta una sensualità orgiastica, sadica, maschilista, ricorrendo ad una batteria inesauribile di aggettivi, iperboli, neologismi, termini bassi popolareschi o dialettali. Sia per le immagini che per il lessico  Tagliavento qui oscilla (ecco l’elemento novecentesco) fra dannunzianesimo e pasolinismo da una parte e fiabesco e sublimante dall’altra (ecco l’elemento arcaico, popolare). E in più si presenta come un Gadda plebeo soprattutto per la scelta di termini sbilenchi o strapazzati, arcaismi o chicche che, non potendo essere dotte, sono involontaria parodia del linguaggio letterario aulico.

Il piacere non è però paganamente goduto dai suoi maschili cacciatori. L’atto sessuale pur così ambito è giudicato una «porcheria» peccaminosa, una pericolosa ruberia da ladri e viene animalizzato  o spiegato come  oscura azione demonica che  sottomette tutti: vecchi e giovani, preti e laici.

A fare le spese dell’oscuro conflitto che accompagna questa ricerca del piacere però  sono soprattutto le figure femminili, ricondotte tranne qualche eccezione allo stereotipo popolaresco della femmina-vacca. Il protagonista maschile paga invece il suo pedaggio diventando preda di sensi di colpa, che lo portano alla fuga, a ravvedimenti improvvisi, moralistici e improbabili, alla morte.

Malgrado parecchie scene sembrino boccaccesche (lo sono secondo me solo a livello della descrizione dei comportamenti esteriori)  manca l’indifferenza di Boccaccio verso la morale ufficiale o la comicità  e la schiettezza di un Rabelais verso i bisogni  materiali e sessuali dei corpi. Tagliavento si dibatte tra un erotismo  sognante (a livello del profondo tutto iscritto nell’orbita del materno e del bisogno di protezione o accoglienza) e moralismo ideologico di marca cattolica.

In quel che gli resta di vita pubblica, il protagonista delle scritture di Tagliavento è invariabilmente eroe picaro, astuto e un po’ furfante. Va contro tutti ed è sottoposto a continue prove per uscire dal suo isolamento. Quando gli capita poi d’ottenere l’agognato riconoscimento del suo valore, finisce però per rifiutarlo, per ricominciare il suo vagabondaggio fino all’annullamento-punizione finale.

A differenza  infatti degli eroi delle fiabe, che sono unitari e vincitori, quello dei romanzi di Tagliavento è scisso: ora  inerme e vittima, ora spaccatutto e giustiziere; ma comunque soccombente ai suoi innumerevoli nemici, che però sono controfigure o emanazioni diaboliche di qualcosa di oscuro e ostile: il Destino.

Le peripezie che  questo impone vengono raccontate attraverso passaggi bruschi e poco motivati o troppo convenzionalmente giustificati. Il narratore inserisce così nel tessuto fiabesco più tradizionale, in apparenza ingenuo e sotto sotto orrido – stravolgendolo dunque – tremori e angosce esistenziali novecentesche. E così la storicità  contraddittoria ritorna in evidenza: Tagliavento partecipa a suo modo delle acquisizioni raffinate della letteratura alta e nel contempo non ha mai abbandonato la tradizione popolare e fiabesca  del C’era una volta.

Egli ha tentato altre volte, dopo il primo insperato successo, di pubblicare. Ma, trovate chiuse, anche per il clima culturale mutato, le porte dell’editoria che conta,  l’ha  fatto qualche volta a sue spese, vendendo («come uno straccivendolo», dice sua moglie, una proletaria casalinga che gli bada  da una vita lavorando da sarta)  fra  amici e conoscenti  qualche copia dei suoi romanzi. Forse anche per una orgogliosa e autodifensiva autosufficienza, romanzi e poesie da lui scritti sono in gran parte inediti. Ed egli ora ha quasi rinunciato a farli leggere, impegnandosi testardamente a continuare a scrivere, senza neppure più aspettarsi un qualche risarcimento.

Potrebbe essere scambiato  per un semplice grafomane. Non lo è.  A me  le sue scritture sembrano notevoli soprattutto per il gusto immediato e bizzarro nella scelta delle parole, nelle rincorse etimologiche e analogiche, nell’attenzione alle assonanze. Sono poi un esempio di letteratura prodotta in quelle condizioni di vita marginalizzate in cui si trova tuttora una buona parte dell’ex-proletariato da cui  è venuta fuori  l’odierna figura dei lavoratori più istruiti e dei precari laureati.

Quanti tra loro (e penso in particolare ai nuovi immigrati) vanno oggi producendo i loro racconti e fossero in grado di sentirsi vicini ad esponenti di quelle classi sconfitte che li hanno preceduti potrebbero trovare nelle  scritture “selvagge” di Tagliavento un loro antenato.

INTERVISTA DI ENNIO ABATE A  ARMANDO TAGLIAVENTO

Quand’è che hai cominciato a scrivere?

Il discorso di scrivere è una cosa che nella mia vita salta, zompa, balugina. Non è una cosa che mi sono prefisso. Comunque cominciò a Fondi nella zona della Ciociaria, dove sono nato, con la figlia del maestro Spirito. Avevo sei anni circa e doveva venire Mussolini o un federale, che si chiamava Amato (mi pare), a inaugurare una colonia. Mi disse: Armà, scrivi una poesia. E allora io scrissi: Viva viva il nostro duce / che con sé porta la luce / e viva il federale Amato / che di gioia ci ha colmato. Poi a una diecina d’anni cominciai a andare appresso alle cugine e allora scrissi una poesia che cominciava così: Saltano macchie, siepi e rupi / per sfamare i loro lupi /quando è notte e tutto tace / coi begli occhi di fornace / vanno in cerca del lungo bruco / eccetera. Non ricordo più  bene.

Tu che scuola hai fatto?

A Fondi avevo fatto la seconda e la terza elementare. Andavamo da un certo frate che c’insegnava a leggere e scrivere. Si chiamava  padre Giacomo. Poi non ci andammo più perché dovevamo pagarlo. Poi è venuta la guerra. E quand’è finita il paese è tutto un mucchio di polvere. Tutto bruciato, polverizzato. Non s’è trovato più un documento. Niente. Fondi è stata incenerita proprio. Ci rifugiammo nella chiesa di S. Francesco vicina al monastero. Ciascuno si arrangiava alla meglio. Poi è morta mamma. Mio padre è un essere umano che meriterebbe di essere ucciso mille volte. Prima di tutto ha caricato mamma di figli: mia madre a 33 anni ha fatto 12-13 figli. Ne sono sopravvissuti 8. Appena arrivati gli americani, noi per due o tre giorni andavamo per il paese rovistando per trovare qualcosa da mangiare. Un giorno zia Santina, la moglie di un fratello di mamma buon’anima, ci ha detto: Guarda Armà, noi usciamo. Mi raccomando  Antoniuccio. Qui c’è una bottiglietta col biberon. Ogni tanto ci date da bere. Il fratellino, di cui non abbiamo neppure una foto, dormiva dentro un tiretto del comò. Quello era il lettino suo. Noi ragazzi per andare in giro – mangiucchia di qua, rubacchia di là – l’abbiamo dimenticato. Quando siamo tornati, stava morendo.

La guerra  l’hai vissuta da vicino, vero?

Cavolo. Da una fessura  tra le rocce ho visto i marocchini violentare le donne. Uno di loro portava dei campanelli. Faceva un gesto così e si riunivano. Quando siamo sfollati, ci siamo andati a rfugiare per quasi un anno in cima al Cocoruzzo e abbiamo abitato dentro la capanna, dove c’erano prima i somari di Angellella Franco, la padrona di quel pezzo di montagna, questa ciociara. Più sopra ancora c’era la Crocetta di Campo di Mele, un altro paesetto.  Si chiamava così perché era un incrocio. Lì c’era Elvira, che veniva sempre a vendere i fichi a Fondi. Era tutto un incrocio di montagne, di vallate. Noi ragazzi ci mettevamo sulle soglie delle capanne, che erano fatte di pietre con il tetto di paglia. Ci mettevamo a vedere gli aerei che sfrecciavano nella vallata di Fondi e quasi rasentavano le nostre capanne. Per noi era un divertimento. Sotto, dove c’erano sette sorgive d’acqua, non potevamo scendere.  Qualche volta gli aerei per venire a bombardare si schiantavano vicino alle rocce. Avranno scaricato più di mille bombe. Noi le chiamavamo fasuleglie, cioè fagiolini. Se uno  volesse.. Io potrei scrivere ancora un altro libro intero sulla guerra.

Hai notato un cambiamento tra il periodo di prima e quello di dopo la guerra? Tu, la tua famiglia avevate simpatia per i fascisti o no ?

Uno non ci pensava neanche. Eravamo tutti fascisti allora.  Dicevamo: Churchille, Churcillone/ se ci esce l’America/ ci pensa il Giappone.  Dei comunisti niente, noi ragazzi non sapevamo niente. Io so solo che il primo partito che hanno fatto a Fondi  era la Lista Castello, perché c’è il Maschio come a Napoli, più piccolo però. Erano fascisti e democristiani insieme. Io a Latina ho fatto due nottate dentro perché, per avere un pezzo di pane,  insieme ad altri ragazzi vendevo senz’autorizzazione L’Unità, Rinascita, Noi donne. Da piccolo  uno che capisce?  Tu sei povero, hai bisogno di un posto di lavoro, di un letto caldo. Hai bisogno di una mamma. Noi non avevamo più niente.

Ma poi ti sei avvicinato ai comunisti fino a prendere la tessera? Perché?

Sì, io presi la prima tessera, quella della Fgci. Me l’ha firmata Berlinguer.  Lo feci per avere un’esistenza, un’identità. Io non potevo mai essere democristiano, perché ero figlio di poveri. E vedevo i comunisti vicini ai poveri.  Io non avevo casa, non avevo niente. Papà aveva una casa che aveva pagato 75 lire. Ci hanno buttato tre bombe sopra. C’era disoccupazione. Tutti erano disperati. A Fondi ci abbiamo la scalinata Santa Maria. E lì si mettevano i disoccupati. Allora tu sei esasperato contro qualsiasi forma di ricchezza. Vedessi l’arroganza di certi padroni bastardi. Cominciai a andare ai comizi, ai cortei. Dai comunisti più che un aiuto mi aspettavo una giustizia. Il lavoro per tutti, ad esempio. E poi   l’amicizia.

Ma così non ti mettevi contro altri  amici tuoi che erano fascisti?

Sempre una lotta è stata. Io sono stato sempre, diciamo, un po’ opportunista. Tutti lo siamo. Il padre di un mio amico s’è iscritto a un partito per far operare d’appendicite una sorella. I ricchi hanno sempre odiato i poveri. Io però ho sempre dato più adito [importanza] alle cose non politiche. Quando mi faceva comodo andavo anche dai preti a chiedere. Ero uno sfaticato, lassista. Non mi è mai piaciuto essere [inquadrato]. Ho fatto sempre il doppio gioco. A Milano poi sono stato  coi capelloni, ma ho votato sempre comunista. Il fatto del voto è sacro.

Ma la tua famiglia era fascista o no?

Mio padre era analfabeta. Anche lui era un opportunista. Mi diceva: nella vostra vita non fatevi mai le tessere. Era fascista, ma la tessera io non ce l’ho mai vista. Aveva un’idea e basta.  Papà era crudele. Gli uomini di prima erano tutti come lui: un bicchiere di vino, la zappa.  Però è stato in Germania. C’era andato col sindacato fascista. Ha lavorato sulla Bahn’hof, sulla ferrovia tedesca. Non poteva più tornarsene e se ne scappò. Lì ha imparato la lingua. Lui a cinema non c’è mai stato. E s’arrabbiava con chi ci andava. Diceva: vai a cinema a vedere le stesse cose che fai tu? Sono soldi sprecati. La mia era una famiglia di poveracci. Mamma sempre un po’ malaticcia.  E ‘sto lazzarone e disgraziato di mio padre. Far fare a una donna tutti quei figli!

Dopo la guerra che cosa hai fatto?

Ho vissuto  8 anni a Roma. Vi scappai con mio fratello Enio, un mezzo delinquente, uno scapestrato. Prima si è messo coi partigiani, poi coi tedeschi, poi per soldi si era messo con gli americani per andare a cercare i tedeschi. A Roma è andato ad attaccare i manifesti  al Vaticano e lo hanno sbattuto dentro a Regina Coeli per un paio di mesi.  Era amico del Gobbo del Quarticciolo, che era contro la legge. Non uccideva. Rubava per mangiare. Era un giustiziere. Aiutava i poveri e perciò alcuni lo chiamavano Zorro. Quando uno non aveva il lavoro, lui andava e  diceva: se non dai il lavoro a questo, io ti faccio fuori. Nella banda c’era lui, poi c’era Pezzancule, Pisciasotte, che l’avevano operato male e si pisciava sempre  addosso. Ci faceva parte anche mio fratello Enio. Un regista francese ci ha fatto anche un film su tutta questa storia. In quel periodo lì  io ero guaglione. C’avevamo una fame. Noi stavamo con zio Michele, figlio del patrigno di mio padre, che era impiegato all’assistenza postbellica. Lui ogni tanto prendeva in casa un nipote. Lo svezzava lì. E così ha fatto con Enio. Poi con me e man mano con altri.  Era uno zozzone. C’aveva un paio di donne e poi maltrattava la moglie, che faceva la serva al Testaccio, lavava i piatti, stirava e il marito le portava via anche quei quattro soldi che guadagnava. Mio zio aveva anche una fabbrichetta di varechina ai Parioli e io stavo al negozio con mio fratello Enio. La varechina ce la facevamo noi. C’era «la Bianca»,  «marca Bianca». Prendevamo dei vasconi e compravamo l’estratto per fare la varechina in questi vasconi. Poi coi tricicli andavamo girando per Roma. Eravamo talmente affamati, che man mano che prendevamo una lira, la rubavamo per comprarci la pizza. Mio zio diceva: prendete trenta litri di estratto per allungare la  varechina nei vasconi. E noi ne prendevamo la metà. Tutt’acqua era. Alla fine è fallito. Poi io trovai un portafoglio di un signore. Glielo riportai. E quello: che cosa vuoi? Dammi un lavoro. E allora sono finito in piazza Epiro, vicino a Cinecittà. Facevo il custode, il servotto anche degli attori. Ho conosciuto Bob Hope. Poi Enio ha buttato un gatto dentro la gabbia dell’ascensore e mi hanno cacciato  dal lavoro. Vivevo così. Poi ho preso a leggere di tutto. Salgari, ad esempio. Poi ho letto Atte, la liberta di Nerone e mi sono innamorato follemente del latino. Sono sempre stato innamorato della roba antica.

Ma come ti procuravi i libri?

Chiedevo ai vecchi. A quei tempi là  si andava in giro a raccogliere le cicche e poi le davamo ai vecchietti di Piazza del Popolo. Roma io la conosco a millimetri perché l’ho girata per tanti anni. I libri li chiedevo a chiunque. Ci avevo una faccia tosta. Facevo amicizia con uno, con un altro. Andavo a portare la varechina nelle case. Parlavo. Guagliò, di dove sei? Ero già piazzato. Avevo  14 anni ed ero molto bello e sempre a caccia di donne.

Quali libri hai letto? Quali ti hanno appassionato?

A me piace soprattutto il Don Chisciotte. Lo leggerei due volte l’anno. Tutto ho letto.

Beh, dimmi di cos’è fatto ‘sto ‘tutto’…

I promessi sposi li ho letti quattro volte. Don Chisciotte della Mancia l’ho letto in italiano e in spagnolo.  Il tuo ex collega del Molinari, Merisio, lui mi ha portato il Don Chisciotte  in spagnolo. Ho letto quasi tutto. Ad esempio I fratelli  Karamazov  di Dostoewskij. Poi il  Dictionnaire philosophique di Voltaire in francese, che adesso sto leggendo un’altra volta. Poi ho letto per 4 anni la Bibbia. Lì è un macello, un marasma. Ci sono tanti personaggi. È meravigliosa per questo. A me piace molto l’immagine dei contadini che stanno tirando l’acqua dal pozzo, quando arriva Mosè.  Va letta tutta la vita. E anche se la leggessi per mille anni, la leggerei sempre come un ameno libro di lettura. Non come un libro sacro. Ho letto tanto in francese. A me piaceva Notre Dame di Hugo, cose toste. Poi Madame Bovary di Flaubert, Balzac, Zola, Baudelaire.In italiano di Dante so dei  canti a memoria. Ho letto pure I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, il  Decamerone. Poi ho studiato inglese e anche  qualche po’ di russo. Le lingue mi sono sempre piaciute, perché mio padre è stato in Germania più di vent’anni e quando veniva, gli chiedevo di portarmi una grammatica. Sono stato sempre un po’ esaltato dalla lingua tedesca.  Stern  l’ho letta per tantissimi anni. Il tedesco l’ho portato avanti fino adesso. E in Germania ci sono andato d’estate per vacanze. Mi stavano quasi prendendo al porto a fare l’interprete di tre lingue e mi davano 6 milioni al mese. Però c’erano i bambini [figli], dovevo lasciare tutto. Ho letto pure Umberto Eco. M’ha scandalizzato. Dice più Fontamara. Cristo si è fermato ad Eboli mi dice mille volte più di Eco. E poi più leggevi e più approfondivi. Qualsiasi cosa. Cominci una frase e subito viene una rima. È come se ci fosse un dialogo. Poi come giornali leggo Settimana enigmistica, sempre quella. Sono settant’anni. Prima si chiamava NET, Nuova Enigmistica Tascabile. Io quando prendo le parole crociate, guarda qua… Io tutta la vita avrei dovuto farlo questo, ogni settimana: ritaglio le foto degli attori e l’appiccico qui, faccio un archivio.

E che ti serve avere tutti questi volti? Perché t’interessano tanto?

Niente, curiosità. Perché amo tanto la cinematografia. A Roma andavo in tre cinema gratis: Arcobaleno, Iovinelli – dove vedevo sempre Claudio Villa – e Brancaccio. Perché mio zio andava in giro a portare le pizze con la bicicletta. Mi portava con lui. E così vedevo i film senza pagare.

Ma le parole crociate perché ti appassionano?

È una rivalsa. Quando prendo la Settimana enigmistica, faccio le più difficili.

Ti appassiona lo studio dei nomi, dei dizionari, dell’enciclopedia?

Sì, sì. Perciò poi faccio tutto questo casino quando scrivo, è come un fiume, come dici tu. Mi sono insaccato, nutrito di tutto, senza fare distinzioni.

Ma le preferite di queste letture?

Don Chisciotte. Perché sono io. Pensa a Dulcinea. Quella era una contadina che sceglieva i ceci in mezzo all’aia e lui si esaltava. Secondo me, lui si sarebbe accontentato anche di una strega pur di avere vicino una donna. Aveva un animo grande. Era pazzo, no? Con la sua immaginazione rendeva bella anche una donna brutta.  Don Chisciotte era secondo me malato. Non esiste poeta contento. Come fa uno felice ad essere poeta? Se non soffri, non puoi scrivere. Il poeta è uno che vive ammollato nella sofferenza. La sofferenza mi piace. Quando non c’è sofferenza, non c’è niente.

E ne parlavi con qualcuno delle tue letture?

Con i ragazzi del Molinari. Ho fatto il bidello lì per 35 anni. In mezzo a tutta quella gente lì parlavamo di letteratura, di lingue. Ne parlavo anche con qualche professoressa. Poi ho fatto il liceo classico al serale. Quando c’era il greco e qualche materia che c’interessava, stavamo in classe. Se no, con una scusa, ce n’andavamo. Ci davamo l’appuntamento al cinema di piazza Argentina con sei, sette  studentesse. Ubriacature, sigarette… Ero esaltato. Sono stato sempre un po’ femminaro, diciamo. Ma adesso son vecchio, brutto, non ce la faccio più.

E se dovessi presentare a dei giovani I promessi sposi che gli diresti?

Beh, c’è l’arroganza di don Rodrigo che è fondamentale. Poi c’è il perdono quando sta per morire. In tutti i personaggi mi trovo io.  Anch’io sono don Rodrigo. Tutti sono don Rodrigo. Nessuno è buono. Crediamo in Dio quando ci fa comodo. Siamo opportunisti, vigliacchetti.

Ma da Roma a Milano come e quando sei arrivato?

Dopo la guerra ho fatto diciotto mesi il soldato a Como e Varese. Poi sono tornato a Fondi. Poi sono stato da una zia di Monterotondo. E lì questa qui voleva appiopparmi la figlia Adele. Si arrivò al punto che mi fecero ubriacare e mi misero la figlia a fianco nel letto. Stavano preparando persino la dote. Io non dico  niente a nessuno e di notte me la filai a Monterondo città, in una pensione di due vecchie, una più cattiva dell’altra.  Lì conobbi Peppino, che faceva il camionista e che per poco non mi metteva sotto, mentre io con altri  stavo giocando con una palla di pezza per strada. Io dovevo pagare 8 mesi a questa pensionante, ma non avevo una lira ed ero disoccupato. E quell’anno fece otto volte la neve e a Monterotondo vennero i lupi.  Peppino mi porta a casa sua. Qui una volta ad un battesimo di una vicina venne invitata una ragazza, Ersilia. Ci siamo conosciuti e con lei sono andato in Abruzzi, a Lanciano, nei pressi di Pescara. Lì mi sono sposato con lei. Poi Peppino e la sua famiglia, che mi avevano ospitato,  si trasferirono vicino Vergiate, nella zona di Varese. Siccome ci scrivevamo,  andai anch’io da loro e  feci venire Ersilia e i due bambini che intanto erano nati. Poi il fratello di questo Peppino, che faceva l’autista di un miliardario, ottenne una casa in via Brembo. E noi avemmo un locale al quarto piano di questa casa. Dopo qualche anno sono usciti due locali  al piano di sotto. Ma eravamo senza lavoro e non abbiamo potuto pagare l’affitto. È venuto l’ufficiale giudiziario, ci ha fatto il sequestro e siamo andati a finire in Via Oglio, nelle case degli sfrattati. Abbiamo fatto tre anni lì e poi abbiamo fatto la domanda per le case popolari. E così abbiamo avuto questa dove abitiamo adesso, in  Via Chiari.

Te la sei vista brutta a Milano?

Quando stavo in via Brembo – era il 1960 – andavo raccogliendo le bottiglie vecchie con un amico di Ersilia. Poi ho fatto il muratore. L’avevo fatto da sempre. Anche  a Fondi bambino zappavo l’orto. Poi mi sono iscritto all’Istituto Tecnico Svizzero, una scuola per corrispondenza, e mi hanno dato il diploma di capomastro edile. Ho lavorato in piazza Frattini, dove abbiamo fatto un quartiere. Poi mi sono ammalato. Sono stato operato d’ulcera.  E nel 1966 entrai al Molinari come bidello, dove sono restato fino alla pensione. Ma prima per quattro anni ho fatto l’impiegato amministrativo alle Macchine Edili, che allora era in viale Ortles. Mi avevano preso come telefonista.  Poi era morto il capo e volevano fare me capo di  questa ditta di  due, tremila persone. Ma un ruffiano andò a dire che avevo la tessera della CGIL  e mi cacciarono via. Così, non trovando niente, un amico di mia moglie  mi suggerì: ficcati nella scuola. Feci ‘sta domanda. Io ero invalido civile per le operazioni che avevo subito. Ero diventato proprio un fuscello. Ebbi il primo posto e arrivai al Molinari.

E in mezzo a tutti questi movimenti, quand’è che hai cominciato veramente a scrivere?

Le poesie da sempre.  A scrivere di più ho cominciato sotto le armi. Ma in effetti ho scrivere molto nelle case degli sfrattati di via Oglio. Lì ci avevo del materiale accumulato, tutto un malloppo di carte scritte a macchina, un pot-pourri. Lì scrissi il primo libro intitolato L’uomo sbagliato.

Ma Tra fascisti e  germanesi, il libro che ti pubblicò Feltrinelli nel 1973?

Feltrinelli ha messo questo titolo a un pezzo tratto da L’uomo sbagliato. La storia è andata così. Ti ricordi  Pozzolini, quel professore d’italiano toscano che era venuto anche in televisione con Enzo Tortora ed insegnava al Settimo Itis? Lesse ‘sto malloppone di 7-800 pagine. Lui curava una rivista lì da Rizzoli. E disse: portalo a Rizzoli. Rizzoli stava quasi per pubblicarlo, ma lo trovarono troppo comunista, troppo rosso. E allora Pozzolini dice: mandalo a Feltrinelli che hanno una collana Franchi narratori. Mi chiamano  alla Feltrinelli e questo dottor Tagliaferri ha preso praticamente solo un pezzo di questo libro mio e gli ha dato lui il titolo. Goffredo Fofi ci ha fatto un’introduzione. Quello è un libro che a  farci un film…Poi lì alla Feltrinelli mi  dissero loro stessi: fai un libro sulla scuola vista da un bidello; e io ho scritto Scuola serrata, ma non me l’hanno preso. Al Molinari c’era un certo Willy,  che lavorava con questo editore Ghisoni e nel 1975 mi hanno pubblicato Scuola serrata. Poi a mie spese ho pubblicato a Lanciano nel 1993 Frau Magda. L’ultima donna. Adesso non m’interessa più pubblicare. L’altro inedito che ho scritto Il gran deluso l’ho sta leggendo anche il prete di qui che mi ha detto: Tu sei furbetto. Si è accorto che sono un po’ doppiogiochista in politica.

Facciamo un attimo l’elenco preciso dei tuoi inediti…

È un bel problema, perché io comincio, poi lascio lì. Non ho mai dato un ordine. Non ho pensato neppure a scrivere la data sui libri che ho fatto rilegare.

Però un po’ d’ordine bisogna farlo. Vediamo…Dopo L’uomo sbagliato scritto tra il ‘65 e il ‘70  hai terminato Lo sbandato attorno al ’72. Poi dal 1975 all’’80 hai fatto Il gran deluso. L’ultimo comunista, mentre Dissacrazione e verità raccoglie i racconti di tutta la vita e Una vita a pezzi  (circa 260 pagine) tutte le tue poesie. Hai poi da parte – qui ben rilegati nella tua libreria – una  estrosa guida turistica, Hamburg zu fuss [Amburgo a piedi], nata dalle tue visite a quella città, e i due libri sui dialetti: un  Vocaromanzo,  cioè romanzo-vocabolario, dove analizzi le parole del dialetto di Fondi  collegandole alle vicende della tua biografia [romanzata] e un Vocabolario del dialetto abruzzese  che hai depositato nella biblioteca civica a L’Aquila.  Infine stai lavorando adesso a Gente senza faccia, che definisci un poema. Se dovessi riassumere la trama di quest’ultimo libro?

Tutti i falliti si riuniscono dentro questa capanna di paglia (mi rifaccio al tempo della guerra…) e ognuno  racconta le sue beghe e i suoi guai di una vita da barboni. Per me è un capolavoro, una specie di Decamerone che potrei intitolare anche I ragazzi del capanno.

Ma questi libri li hai fatti leggere ad altri?

Adesso non sto bene. Non ci penso neppure a farli leggere, però chi legge le mie robe le trova buone e io vado avanti a scrivere. Adesso mi sono  infervorato e sto lavorando. È tutta una trama a flash-back. Parlo di tre donne però che  alle fine è una sola ed è mia sorella Elisabetta. E io m’invento che il marito la spara. E vado avanti…

Parlami un po’ del lavoro che fai quando scrivi…

Qui è un macello. Io invento tante cose. Non mi servo delle parole che hanno scritto gli altri. Ho il mio linguaggio. Sono capriccioso, scapigliato diciamo. Scrivo come voglio. Delle date proprio non me ne curo.

I temi che mettono in moto la tua fantasia quali sono?

La guerra è fondamentale. La donna ovviamente per tutti gli uomini è il perno attorno al quale girano tutte le fantasie, perché la donna fa i figli. Poi l’amore, l’affetto. La religione niente, per me non esiste. Gli altri? Mi occorrono. Ho bisogno di tutti. I parenti? Io li sparerei. Non m’interessano, ci do poco peso.  E poi i luoghi: Fondi, Napoli. Roma no. Più i luoghi sono disastrosi più [accendono la mia fantasia].

Fai differenza tra quanto scrivi in poesia e quanto scrivi in prosa?

Bah, non penso. Per me è tutto uguale. Mi metto a scrivere lì. Io sono stato sempre di questo parere – lo dicevo anche ai ragazzi al Molinari – che se Dante avesse scritto la Divina commedia  in prosa, come ha fatto Boccaccio,  questa sarebbe davvero un capolavoro. Io insomma tengo più per la prosa. Nella poesia la rima condiziona.

Tu hai continuato per tutti questi anni a scrivere da solo, senza incoraggiamenti. Perché lo fai?

Questa è una domanda a cui non è facile rispondere…

Ti accontenti di scrivere per te?

Purtroppo che fai? Mica ti puoi imporre. È come la morte. Io certe volte ho paura della morte, di rimanere solo. Però mi dico: se gli altri muoiono, tu perché non vuoi morire? Nasciamo e muoriamo. Se uno non nasce, non muore. Tu una volta mi hai chiamato ‘scrittore clandestino’. Non mi va.

Volevo intendere irregolare, non riconosciuto…

‘Clandestino’ non mi piace, perché tiene qualcosa di delinquente. Uno che fa qualcosa contro la legge. Tu non mi fai essere famoso e io te lo faccio apposta. Io non direi ‘clandestino’. Io mi sento un innamorato della saggezza.

Hai mai pensato di ripulire, aggiustare, sintetizzare, tagliare questa tua vasta produzione scritta?

Se dovessi fare una cosa del genere, farei crollare questo castello. Meglio lasciarlo così. È uscito così dall’anima, dal cuore, dalla tua volontà. Tu desideri una cosa e la ottieni. Io quando scrivo una cosa e mi piace…. È inutile stare a cambiare.

Ma il lavoro dello scrittore non è anche quello di ripulire, aggiustare?

Non mi piace, non mi piacerebbe. Tu mi consigli di ripulire, rendere meno rozzo questo linguaggio? Io voglio mantenerlo così. Non può venire meglio. Non accetto i limiti. Al circolo dell’Arci qui sotto casa hanno messo una targhetta: ingresso riservato agli iscritti. Io non ci vado più.

Tu sei vissuto sempre in questi ambienti  proletari e sottoproletari…

Sì, mi sono messo sempre coi  poveracci, i più analfabeti, i più malati.

Ti sei trovato in mezzo a loro…

No, lo facevo apposta. Non mi piace di essere meglio degli altri. Ho paura di far male agli altri. Ad esempio, io sono capace più di un altro a scrivere, ma non glielo dico, non mi vanto.

La  differenza la vedi, ma  non vuoi metterla in risalto? Vuoi mantenerti solidale con lui?

Sì, solidale.

Ma coi bidelli del Molinari com’erano i rapporti?

Nessuno mi poteva vedere, perché ero diverso. Non perdo tempo a chiacchiere…

Eri più amico dei i ragazzi però?

Sì, ma era anche pericoloso. Si andava a mangiare e a bere in quello sgabuzzino lì. Li mandavo dal pizzicagnolo a prendere il vino per conto di Armando, un amore di vino calabrese. Quante volte eravamo ubriachi. Io nun saccio chi santo mi ha aiutato a tirare la pensione. Quante ne ho combinate!

Gennaio 2006

APPENDICE:  BRANI SCELTI

Da Tra fascisti e germanesi  ( Feltrinelli, Milano 1973, pp.69-72)

La vita sul Cocuruzzo, sebbene da cani, correva lo stesso. lo avevo tanta paura della guerra. Avevamo fame ma Antoniuccio cresceva bello come il sole. Anche se si voleva scendere al paese per procurarci del cibo, dovevamo riunirci perché sarebbe stato un suicidio esporsi alle bombe americane. Sembravamo costretti a morire di fame dentro quei tetri tuguri di paglia e sassi. Ma un mattino, l’ultimo di gennaio, sbottammo. Il cielo era accappato di nero; elefanti di nuvole gonfie d’acqua s’alzavano avvolgendo gli aranceti. Io, zio Leandro, Lu­cino, Elio e una giunta di mortidifame calammo al paese, con la speranza di trovare qualcosa da mangiare. Scen­demmo piano piano per i sinuosi sentieri che affoga­vano nel verde del monte. Zio Onorio si unì a noi. Proprio quando arrivammo ai piedi del Cocuruzzo, sci­volando sulle erbe e sopra i sassi freddi, il cielo si coprì di macchie dell’antiaerea tedesca e una squadri­glia di apparecchi incominciò a seminare bombe e pal­lottole a tutto spiano dentro le rocce e sopra i giardini d’aranci. Ci mettemmo al riparo e i tedeschi, che lungo la costa stavano all’aperto, sparirono nelle grotte. Uno  di loro, però, non fece a tempo e col fucile si mise a sparare nel cielo. Non rimase in piedi per molto e gli aerei se n’andarano vincitori versa il mare. Avvicinam­mo il tedesco, e allibiti ascaltamma le sue ultime pa­rale: “Non perderemo la guerra, il Fűhrer ha detto che abbiamo l’arma segreta, non fa nulla che voialtri italiani ci avete tradito, vinceremo lo stesso, gli americani li butteremo. a mare.” E piangeva con la mano. affondata nel buco che teneva sotta la pancia, aspettando di morire.

Giungemmo presso il paese a sera inoltrata: avevamo paura dei bombardamenti e d’essere rastrellati dai te­deschi. Erano due mesi che non ci azzardavamo a calare a Fandi. Il prablema era di entrare in paese senza che nessuna ci vedesse. Tentammo con cautela di aprirci un varco attraverso i comandi tedeschi. C’era nell’aria la natizia che i liberatori americani fossero oramai quasi alle parte, ma stentavamo a crederci; di cose allora se ne raccontavano tante. Giungemmo dentro il paese. Per i vicoli non latrava un cane, la paura ci straziava. Papà e zio Leandro ci precedevano camminando sotto gli architravi pericolanti e noi li seguivamo, sbattendo i denti per il freddo e per la fame. Poi mio padre se ne ri­tornò sul Cocuruzzo, accanto a mamma. A Fondi, le strade, i viali e le piazze, non esistevano più; il paese s’era trasformato in un immane cimitero senza croci. Percor­remmo via Vetruvio Vacca senza incontrare una traccia di vita. Non ci perdemmo d’animo, specialmente zio Leandro, il quale, vista l’impossibilità di raccattare qual­cosa da mangiare, propose di andare a vedere cosa mai era rimasto delle nostre case distrutte. Lui davanti e noi dietro, varcando come iene le macerie e i tritumi, arrivammo, stanchi e con la lingua fuori, sulle rovine della mia casa. Il ritratta di mamma e papà pendeva ancara affogato nella polvere dall’unica lembo di muro rimasto all’impiedi. Zio Leandro ebbe l’ardire di stac­carlo dal muro senza procurarsi un graffio. Ritratto alla mano, mio zio avanzava barcollani, gettando gli acchi di qua e di là, coi capelli canuti rizzati in testa come un riccio. Noi lo seguivamo al calcagno.

Non finimmo di arrivare in piazzale Portella, che ci sorprese un bombardamento. Per fortuna non c’erano mura in piedi che ci potessero crollare sopra le spalle. Ci appiattellammo panciaterra sotta il marciapiede e restammo a baciare il selciato, finché i bombardieri si allontanarono. Ci rizzammo da quella posizione e ce la squagliammo. Attraversammo il Ponticello e andammo. a piazza Cardinale. Ci imbattemmo in un certo Cazzomatto, che con la sua faccia di puttana c’invitò a an­dargli appresso promettendoci di farci guadagnare il pane. Lo seguimmo e ci condusse dentro una casa dove, frugando ben bene, trovammo un barile di ulive all’ac­qua. Poi scendemmo in cantina, dentro la quale a stento si riusciva a tenersi in piedi. La trovammo piena di botti sforacchiate dalle palottole tedesche e fasciste; era tutta allagata di vino, con sopra uno strato di moscerini che si poteva tagliare a fette. Riempimmo delle damigiane e le nascondemmo per poi portarcele sopra la montagna. In altre cantine, c’era della gente che andava tastando i muri e i pavimenti a caccia della roba murata. Facevano man bassa di tutto. Noi li guardammo e prendemmo solamente da mangiare. Ci fornimmo di fagioli e di fichisecchi, mentre gli altri rapinavano gioielli, biancheria, vini. lo nel contempo guardavo Lucino, che sturava una bottiglia di liquore e l’assaggiava, e poi apriva e assaggiava l’altra ancora, fina a sbronzarsi. A un bel momento gli cominciò a girare la testa, ma lui non capiva ragione: assaggiava e rideva come uno scemo. A Elio venne un accesso di tasse (lui ne ha sempre sofferto), Lucino faceva il matto ragionando con l’alcool e io mi lamentavo che volevo mamma. D’im­provviso, mentre carichi di mangiare e bere stavamo attraversando una lunga cantina scarrubbata, per portarci sulla strada e andarcene, passarono dei tedeschi. Ai gravi passi teutonici, sotto l’intimazione di zio Leandro, ci nascondemmo dentro le botti vuote. Elio tossì ancora e zio Leandro lo assalì con una valanga di im­properi e minacce a bassa voce. Ma nessuno ci udì. Caricammo il vino, i fagioli e le olive e finalmente par­timmo.

 

 

La Notte di Natale (1982)

E' la notte di Natale.
Va un tale
ad accattare in un bare un cartoccio di sale
per la sua zucca astrale.
Egli s'insacca nella sua mantellina sbrindellata
e ingerisce di volata
i diciassette piani del palazzo in cima al quale
tana. Egli è povero, non ha un cavolo.
Inoltre è detentore di un lercio ceffo sul quale
affiorano rimarcabili caratteristiche da farlo
da tutti reputare un rospo cornuto.
Ebbene, questo figlio di cagna, tutto impettito,
tronfio d'ignoranza e arrotolato in un palltò crivellato
di mozzichi d'incinte mignatte, squarciando lo smog
entra nella fumigosa mescita summentovata.
Egli è avvolto nelle pene nere
del mondo le più megere.
Tiene gli occhi bruciati di pianto
e s'alluma un mozzone di sigarro raccattato
perterra fuori dal bare
ai piedi della soglia di pietra di Trani.
E' la notte di Natale
e sotto i suoi fracichi, sporadici denti,
da vetusto tempo costui non mascica un tubo.

Soltanto ogni tanto ei getta i suoi occhi abbottati
di debiti nel ventre della vetrina
di una tavola calda, mirando, traverso
la lastra vetrosa, gli altri le coscie dei polli
sbranare, bicchieri ricolmi di sangue di vite
trincare, e leccarsi le dita cosparse di vermiglia
vernice di caviale.
E' la notte di Natale.
L'individuo se ne va piangendo il male
che tiene all'addome, e d'allora
non mangia, e soffre dolori di fame.
Nel bare si stiracchia, appoggia le spalle
aggobbite al termosifone
e gode un po’ di calduccio ghisoso, e un languore
gli bazzuca nel cuore dardi scagliati
da un arco baleno d'amore.
Egli guarda, adesso, le facce sgualdrine
dei giocatori di tressette, e il mozzone toscano
gli brucicchia le labbra spaccate,
tinte di morte.
Lo rimira ognora nel bare la gente
e lui pensa: "E' la notte di Natale
e il tossicoso locale
mi guarda cogli occhi alcolini."
Egli se ne frega; si muove, si raggomitola
rannicchiosamente raggomitolato sul peccoso bancone
e col suo brutto muso di cane barbone
tracanna un ponce.                                                                                                      .
Appresso si sbavacchia la bocca fetente di trinciato forte
colla manica lurcia del suo malnato cappotto                                                     .
e sfodera a sorte
dalla saccoccia delle sue brache stinte e rattoppate
cento lire ammaccate.
E ammicca al barmanne se dentro
quel bare ci fosse un juke-box da suonare.
"Bighellone abbuffato di pidocchi maledetti!
- gli sparacchiano a musincinti gli avventori
e la racchietta mogliettina del gestore -­
Il suonatore a bottoni eccolo là!
Non ci vedi? Sei strabbicco, cieco o baccalà?"
La gente del bare l'attornia, lo vuole scannare.
Menomale!
E' la notte di Natale.
E il mandrillo mugola: ”Ma come, siete stati voi a dirmi
che quel coso là non è affatto un juke-box,  bensì una cucina
a gas, allora cos’aspettate?
Su, datemi un pentolino e un ovo, ho fame!
Io colle mie cento lire volevo suonare delle canzoni!
Magari! - pensava il gringo fra sé e sé - un ovo di struzzo
scapolo al tegamino, sarebbe buono, oppure una braciola
di maiale."
E’ la notte di Natale.
Gli avventori del bare, scocciati del parlo del tale,
se ne stanno andando, quando
egli mormora: “Ma si può sapere checcazzo di mescita
è questa, che non possiede neppure un tegamino nel quale
poter cucinare quel gatto soriano
che viene adesso di qua, o qualche microsolco suonare?"
Gli scagnozzi giocosi, snudandosi fuori dal bare,
se ne vanno, quando uno chiama un altro: "Andiamocene, Peppe!
Non lo vedi? E' stato sempre così scemo e ignorante quellolà! "
E la folla, noncurante, se ne va.
E' festa.
Il tipo accatta il sale per la sua testa.
Sbocca dal locale
e, gridando, se ne va appazzato nell'interno del viale.
E' la notte di Natale.
Ei corre col cuore schiacciato nel focolaio dell'ariaccia
smogosa. Si porta dal giornalaio
e chiede un panino imbottito.
"Signore, ma lei forse è ammattito?
- gli spara l'edicoloso - E' la notte di Natale,
non posso darle, barbone, che un giornale."
Eppoi all'illuso lo vede un bambino,
che gli fa una pernacchia e gli dice: "Cretino!"
E' umiliato il tale.
"Ma questo zozzo mandrillo è proprio un deficente?"
pensa un mercenario della Polizia Stradale.
E' la notte di Natale.
Egli si diparte colle spalle gelate
e chiappa un tassì provinciale.
Mentre l'illuso non fa altro che granfare il tram
che va alla Previdenza Sociale.
E' la notte di Natale.
Il criminale azzecca ansimante i diciassette
piani del palazzo sul quale tana.
Ma non piglia l'ascensore.
Forse ha perduto la chiave,
o che non paga la pigione quell'essere astrale?
E' la notte di Natale.
Ha le labbra screpolate di voraggini di fame,
quel brutto muso di cane.
Questo tale
lo si chiappa sempre nelmentre si stende
come una maledetta scolopendra
o un porcello di Santantonio sotto il ponte
ove egli effettivamente cova il suo odio
come un serpente velenato,
il fetentone, il megalomane nato.
Cionondimanco si trova adesso sul grattacielo
e guarda dabbasso la rapa dell'animale
e le cappotte di metallo addebbitate
che scorazzano sopra la cambiale.
E' la notte di Natale.
Ridacchia come un Belzebù questo figlio di varana.
Si fabbrica una cerbottana,
colla quale,
dopo aver abbussolettate le bollette non saldate,
le bazzuca sul peccato ch'è dabbasso
e ridacchia come un Drakula.
Soffoca, sventra l'apertura della gelosìa,
ammocca la testa matta dalla bocca della casa
e scorge sulla strada il mercatante che viene a scannarlo
e a sequestrarlo corre il mobiliere
e l'altro usciere azzecca a bazzucarlo,
solo perché il tale
non pagava la cambiale.
E' la notte di Natale.
Si catenaccia nella sala capita1ista di polvere
e ragnatele
e sullo storpio tavolino traccia un (O) con un bicchiere
di vino e scribacchia sciocche poesie.
Adesso a1luca, grida ei come un disgraziatone
e violentemente molla tutto quanto giù dal finestrone
sino a riempire di elettrodomestici e di mobilio
tutto il mondo,
questo tale,
questo idiota, questo cane vagabondo.
Il tipo ha uccisi tutti,
dimodoché persona più protesta,
e solamente lui al mondo resta
a gettare gli occhi sul viale
alla notte di Natale.
Egli sta nel bare a piangere tristezza e miseria
vicino al juke-box, e ode il disco (Lo Straniero).
Finalmente muore il tale
cadendo col capo sul davanzale
e accattando il sale
per la notte di Natale.

IL BRIGANTE SILVESTRO  da Dissacrazione e verità  (raccolta inedita di  racconti, pag. 135)

Nella Selva Vetere, chiamata così per via che viene tagliata dal fiume Vetere, metatesi di Tevere, che nasce dal Monte Perito e muore nel lago di Fondi, una volta vi abitava un pastore di nome Silvestro. Aveva ventidue anni allora; giovane tozzo, brutto e analfabeta, aveva sempre il fucile retrocarico a portata di mano, se lo poneva accanto al letto quando la notte dormiva. Ca­morrista e maffioso. Anche se aveva sempre ucciso e rapinato, lui, a botto di schioppettate, faceva dire di sé: «Fino adesso ha voglia la gente di parlare, Silvestro ha ventidue anni e nessuna condanna sopra le spalle, non ha mai fatto del male a nessuno».

Lo temevano tutti. La Selva Vetere era il suo dominio; nei suoi lugubri ventidue anni aveva campato sempre di prepotenza. Era un uomo solo, errante, anche attraverso i Monti Aurunci, dietro alle sue pecore, ogni tanto ne violentava una, facendola [s]trillare come una rigazzina di primopelo. Emarginato dalla vita, egli non amava nessuno; sapeva soltanto che ogniqualvolta si piccava una cosa in testa, manteneva sempre la sua promessa fatta: «O ti piglio, o mi subisci, o ti fai subire; o mi dai la carne tua, o sennò io me la piglio». La sua famiglia era degna di lui medesimo, strafottente rapinosa, vendicativa e faidale. Costoro dominavano colla minaccia, sempre sul chivalà e sicuri, col fucile in braccio, carico e inesorabile. Erano incapaci di pensare al bene, votati al male. Capacissi­mi di rapinare e uccidere a sangue freddo, nonché di bruciare le capanne, pagliari, rozze dimore di quei poveri selvaroli.

La losca famigliaccia cantava sempre: «Se ci rompete le ossa dentro ci trovate il rancore, se ci tagliate le vene, dentro ci trovate il veleno, se ci spaccate le cervella, dentro ci trovate il delitto; se ci aprite il cuore, dentro ci trovate una pietra».

Dietro la capanna, dimora della terribile famiglia, ci stava una grotta ignorata da tutti. Un giorno però questa venne scoper­ta da un boscaiolo, certo Polo, che lo fa subito presente alla Legge: «Sì, c’era puranco un mio collega con me; abbiamo visitato la grotta, calando giù per una scala a chiocciola. Dentro a essa ci stava un letto, tre o quattro sedie, un tavolo e tante armi moderne». Silvestro non agiva mai solo, aveva con sé un’ombra, il suo angelo custode e braccio destro Bellone, giovane diciannovenne, truculento; capigliatura corvina e riccia su capoccia arietina. Naso grifagno, occhi rossi, spupillati, bocca di caprone con zanne di lupo. Alto quanto un cerro, bestiale erotico maniaco sessuale ermafroditico. Come Bellone catturava qualcuno, maschio o femmina, bambino o vecchio alla luna, li violentava con stupro. Una volta lo ficcò dietro a un vitellino redo[2] appena nato, facendolo morire dissanguato. Questo animalone si sarebbe fatto uccidere per il brigante Silvestro, il pastore invaghito della bella contadina Driade, che dimorava in una pagliara della medesima contrada della Selva Vetere. La fanciulla Driade, bella come una mela cotogna, alta, florida, sana, colle carni fresche e sode e il seno, pieno, pieno di melloniche tette, assai schiattacore.

In famiglia erano lei, il babbo, la madre, la sorellina e il fratello Gildo, ragazzo robusto, alto e bello da mettere invidia. Non molto lontano dalla loro capanna abitava lo zio Corbo, uomo austero e forte, che anche lui, purtroppo, subiva angherie, rapine e minacce dal bandito Silvestro. Ciò non ostante, quest’uomo non osò mai la­mentarsi, nè lui nè gli altri selvaroli, temendo rappresaglie dal bandito Silvestro, questo rozzo bandito camorrista, guappodicartone e mafioso. Silvestro sicché aveva il cuore in frittura per la bella contadina Driade, che di lui non voleva sapere proprio il bel resto di niente, facendo anzi capire in mille modi e maniere al giovane bandito, che le loro future nozze erano un’utopia. Intanto il bandito tutte le volte che la vedeva lavorare nei pantani, sotto il cielo azzurro di Fondi, scendeva da cavallo e la pigliava selvaggiamente:

«Vieni qua! Mi hai messo la febbre perniciosa nel sangue, ti desidero assai assai, con tutta l’anima; perché non vuoi darmela? Ebbene, allora ti sbardello sopra la terra spoglia e nuda e te lo ficco tutto quanto dentro la quadraccola. Vedrai come ce lo tengo il pistolone lungo e ciotto; ti fo addicreare una frega, ti azzaffo e affogo la zunna di saponella, ti voglio montare con tutta l’anima, come fa il mon­tone colla pecorella. Ti impre[g]nerò facendoti partorire un bel marmocchio tutto nostro. E che, sei la regina di stocazzo, tu, che non puoi fare in culo con me?»

Le ripulse della bella Driade inasprivano sempre di più l’animo di Silvestro. Siccome in ogni colluttazione che intercorre­va tra i due amanti, era sempre la femmina ad avere la meglio, data la sua consistente forza e statura, Silvestro, allora, che era una mezzasega, rispetto a lei, la minacciava con gli occhi di brage: «Ah, non molli? Nèh! Mi piglierò vendetta crudele su di te e sopra alla tua famiglia, vedrai, non finisce così, per me non è ancora notte! Non vuoi il mio amore ardente, allora io, un giorno o l’altro, come è vero Santrocco, te la faccio pagare a caro prezzo».

I due malviventi, Silvestro colla sua spalla destra Bellone, una mattina sentivano un rotolare di carretto sopra la via. Si trattava di un certo Fiore. Appena i due banditi gli arrivarono a tiro, Silvestro lo fece scendere dal mezzo. Gli chiese: «Compare Fiore, dove si trova adesso Driade?».

«Alla pagliara della zia Bortone. Ci sta pure la sorella Emma, col cugino Tommasino con lei, in tutto sono quattro cristiani».

«E indove si trova Gildo, il fratello di Driade?». «E’ andato a fare delle compere a Fondi». «E suo cugino Aristide?». «E’ allettato per malattia, compare Silvestro». «Allora puoi andare pei fatti tuoi!» gli dice il bandito «Grazie, tante, grazie anzi delle notizie che mi hai fornite, addio!»

Il Fiore, col suo carretto ripigliava la via per Fondi.

Adesso i due briganti, Silvestro e Bellone, sicuri di avere campo libero, si versarono nella Selva Vetere. «Caro Bellone!» gli diceva ora Silvestro «Gildo è ito a Fondi, a fare delle spese, un uomo man­cante; Aristide si trova a letto malato, un altro uomo di meno; Driade quindi non ha difensori di sorta, è sola; non c’è persona al mondo che la possa aiutare. La sua vecchia zia Bortone col cuginet­to Tommasino, che giacciono con lei nella pagliara, non contano. Siamo quindi gli unici dominatori del campo, i padroni, possiamo agire a nostro pieno piacimento, nessuno ci disturberà. Però sono ancora le sei, ora in cui tutti lavorano; le mandrie non sono ancora rientrate nelle stalle; i vaccari, i bufalari, sono ancora sparpagliati per la Selva Vetere. Poi, chi zappetta, chi dissoda e ricaccia i pantani, sotto questo sole che brucia, come l’anima mia, per la bellissima Driade. Se ci muoviamo adesso e ci sentono, possono accorrere a difenderli, bisogna, per questo, aspettare, ancora non è il momento. Siamo cauti! Calma, perché vendetta sia fatta; non portiamo prescia, il gatto per la fretta fece i gattini ciechi. Verso la notte spaccata i villani dormono,[nessuna] persona ci vedrà a quest’ora, tranne la Luna d’argento». «Aspettiamo allora insino alle undici, Silvé!» consiglia­va il Bellone; queste cinque ore poi so’ io come fartele passare».

I due briganti penetrarono nella grotta nascosta, dove abitava la puttana di Bellone, colla quale Silvestro si sollazzava bonobono, ficcandoglielo ripetute volte nella zunna e altrove alla presenza del suo bracciodestro Bellone. Eppoi ancora con Bellone bevvero, mangiarono, cantavano e chiavavano insieme colla scrofa, chi davanti e chi didietro simile ad accoppiamenti animaleschi.

Arrivate finalmente le undici, i due manfrini, lasciata la puttana, sazia nella grotta, pigliarono a camminare verso la capan­na nella quale dormiva Driade, la sorella Emma, la zia Bortone e il cuginetto Tommasino. Nessuno si trovava a quell’ora sveglio per la Selva Vetere, pareva che nel mondo non ci fosse più crea­tura vivente. Tutto taceva. Tale silenzio veniva rotto soltanto dal canto lugubroso degli uccelli di rapina e dal secco brusìo di qualche foglia che tombava vorticosa perterra in quell’amara notte. Si udiva però il losco rumore dei loro passi guardinghi che procedevano inverso il malaffare. I due briganti arrivarono davanti alla pagliara, la cui porta, che pareva una feritoia di casamatta, era serrata. Silvestro vi andò vicino, dopo avere fatto svegliare i quattro, prese a minacciare col suo fucile: «Allora, Driade, ti ostini ancora a non volermi?»

«No!» [s]trillava lei «Meglio la morte!»

«Ma che cosa ti ho fatto io di male? Io ti voglio solo per sposa, ti voglio bene!»

«No!» lei lo respingeva! «Uccidici piuttosto tutti e quattro!»

                «Esci fuori dalla capanna, Driade!» Silvestro cominciava a innervosirsi. «Ti voglio per moglie. Perdonami se quella volta ti ho ferita col pugnalotto!»

«No!» insisteva lei caparbia: «E’ meglio morire».

«Porco della Ma. e Dio ansemble!» bestemmiava Silvestro con assai raccapriccio. «Allora, Bellone, taglia e prepara la legna».

Il brigante tagliava frasche e l’ammucchiava intorno alla capanna. Dopo pure tronconi lignei in croce piazzava in faccia alla porta.

                Ammannito tuttoquanto perbene, Silvestro disse: «To,Bellone! Afferra questo fucile e spara qualora si avvicinasse qualchuno!».

Silvestro appiccò quindi il fuoco alla pagliara, da dove presero a uscire urla laceranti. Driade, alla quale si stavano già incendiando i panni addosso, cedeva pietosamente: «Silvestro! Sposo mio di letto, aprima [sic] la porta, spegni il fuoco; vengo fuori, esco e mi ti sposo, non bruciare pure la zia coi miei fratellini! Essi sono innocenti, non ci entrano niente coi nostri peccati».

Driade metteva la testa fuori dalla paglia della capanna, mentre Silvestro gliela respingeva dentro, dicendole:«E’ troppo tardi oramai!».

La pagliara bruciava e il fumo strozzava la gola dei quattro le cui carni venivano di già escoriandosi e brasandosi sotto la furia delle crepitanti lingue di fuoco.

Driade scongiurava. In quel mentre a un galoppo seguiva una figura oscura. «Chi è che disturba?» si chiedeva Silvestro «Tu intanto, Bellone, resta di guardia alla capanna, fino a che non è diventata un mucchio di cenere; io vo’ a vedere chi è».

Il brigante partiva, fucile spianato, pronto a uccidere. Scorgendo Gildo, fratello di Driade, che veniva da Fondi, gli alluccò: «Ma perché giungi a questa ora di notte? Sei un cazzo di ostacolo e ti frapponi come un bastone nodoso fra i miei piedi. Ma il destino si deve compiere in tutti i modi.Vattene, Gildo, da dove sei venuto, sennò ti sparo!».

Il giovane, ignaro di quelle fiamme, legava il suo cavallo, senza rendersi conto del pericolo che stava per correre. Come poi stava aprendo bocca, Silvestro gli deflagrò il primo colpo, facendo così cilecca. Gli disse allora: «Non ci fa una minchiazza, Gildo, ti metti in corriva con me? Vuoi ficcare il naso nelle mie cose? Il mio schioppo è un duebotte, l’altra cartuccia è già in canna: banghe!». Gli uccide il cane, che guaì pietosamente, con uno strascico che echeggiava per tutta la Selva Vetere. Gildo l’aveva capito che nella pagliara della zia Bortone stava morendo bruciata la sorella cogli altri innocenti. Siccome Silvestro stava ricaricando il duebotte, egli pensò:«Qua io, in tutti i modi, sono un uomo morto; loro due, Bellone armato di accetta e Silvestro di fucile. La capanna brucia, vorrei andare ad aprire la porta, per salvare mia sorella Driade cogli altri. Ma mi faranno fuori. Eppoi chi saprà mai chi fu l’artefice che aveva bruciato queste quattro anime innocenti? Quindi, l’unico testimonio sono io». Gildo eccosì monta a cavallo e corre dallo zio Corbo, che saputo del fattaccio, lo consiglia di avvertire la legge.

Compiuta la strage, mentre Driade colla zia Bortone e i due bambini finivano di carbonizzarsi nella brage della capanna, Silvestro e Bellone s’allontanavano dal focaraccio accostandosi alla dimora dello zio Corbo. Là giunti, i due banditi lo invitavano ad apparire sull’uscio. Il povero disgraziato, prendendoli colle buone, affinché suo nipote Gildo facesse a tempo ad avvertire la legge, apparve sulla porta della sua capanna, scalzo e in camicia allungo. Allora Silvestro gli scaricò il fucile addosso, facendolo cadere secco in una piscolla di sangue. Poi con Bellone si diedero alla macchia. Di lì a poco il povero Corbo moriva. Intanto erano giunti sul posto del rogo gli aiuti chiamati da Gildo, ma nulla poterono fare per le povere vittime oramai incenerite. Silvestro e Bellone vissero dapprima uniti,eppoi come videro che ciò era pericoloso, si separarono. II bandito Bellone uscì dalla Selva Vetere e Silvestro viveva nascosto nella grotta. Dopo, in seguito a delle spiate, Bellone venne catturato e giudicato. Venne condannato a tre anni di reclusione. Anche Silvestro fu giudicato dalla stessa corte in contumacia venne condannato all’ergastolo. Da quel giorno di Silvestro non si ebbero più notizie; dopo si venne a sapere che aveva vissuto tre anni nella grotta nascosta colla puttana di Bellone. Silvestro scappò in Abruzzo, qua dove cambiò due volte nome, con falsi documenti si sposava ed ebbe due figli. 21 anni dal fatto, mentre Silvestro saltava da un tetto all’altro di una casa, cadde sulla strada dabbasso, rompendosi tutte e due le gambe, infine fu catturato e morì marcio dietro alla cancella.

 Note

[1] Tahar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine, Einaudi, Torino, 1990 e 1997, p.XVIII

[2] Redo Vitello o puledro durante il periodo di allattamento

Milano da bere e Milano dabbene 

Riordinadiario  (15 dicembre 2005)

di Ennio Abate

[Per chi avesse letto e non solo guardato Alias (supplemento de Il Manifesto) n. 48 del 10 dicembre 2005]

Le passioni di Milano: undici pagine con foto grandi, raffinate e inconsuete, sei articoli e due interviste (la prima allo storico dell’arte Giovanni Agosti; la seconda – fatta nel 2003 – al compianto Giovanni Raboni). Tema: il confronto tra ieri e oggi, tra «una certa Milano» di una volta e la «Milano da vomitare piuttosto che da bere» di oggi.
Stajano se la prende con il «traffico mortale», la fungaia delle «cappuccine» sui condomìni dei ricchi, la corruzione «che è sempre esistita», ma non nel «modo impudico e programmato» messo in luce dall’inchiesta di Mani pulite (1992).
De Mauro evoca i funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana (dicembre 1969) per dire che poi «Milano si sentì di colpo sola» e «si ripiegò in una sorta di smania autodistruttiva […] in un laboratorio di abiezione politica».
E via seguitando: tra il lamento e la nostalgia.
Domande: E’ mai davvero esistita, se non nell’immaginario, questa Milano «un tempo ironica, affettuosa, anche se frenetica» (Stajano)? La sentirono mai così le «care ombre» dell’eterogenea famiglia letteraria (Rebora, Gadda, Sereni, Fortini, Spinella, Oreste del Buono) evocata qui da De Mauro? Come giudicare il rimpianto di Raboni per la «Milano industriale della buona borghesia operosa» o la sua convinzione che Milano avesse «perso l’anima […] vendendola […] durante il boom economico»?
Obiezioni. Ai rispettabilissimi personaggi convocati da Alias per discutere della «capitale morale» d’Italia andrebbe ricordato:
1) l’accoglienza non proprio «affettuosa» data da Milano agli immigrati in genere dal Sud e da altre campagne negli anni Cinquanta-Sessanta (si rileggano “Milano, Corea” di Alasia e Montaldi!);
2) la durezza del capitalismo italiano (e non solo della «Milano industriale») che l’anima da vendere proprio non ce l’ha;
3) la contiguità tra Milano dabbene e Milano da bere, vera matrice della odierna «Milano da vomitare».
In conclusione una cosa è certa:  quando  i nuovi patarini [1] (gli operai e gli studenti che nel ’68-’69 lottarono per una Milano città futura, non futurista!)  le due Milano – la colta e la volgare –  freneticamente brigarono (ohibò, ciascuna per conto suo!) per bloccare, addomesticare e distruggere quelle  istanze morali, culturali e politiche sorte così inaspettatamente.
Cari amici di Alias, il vomitevole sta tutto qua.

Nota

[1] PATARIA e PATARINI. – Dal nome del mercato degli stracci in Milano (pataria), il nome di patarini (id est pannosos, “straccioni”, spiega Bonizone da Sutri) fu per dileggio affibbiato dagli avversarî ai seguaci di un movimento (oggi anch’esso noto col nome di pataria) sorto verso la metà del sec. XI nella parte più umile del popolo milanese contro gli abusi ecclesiastici e l’oppressione dell’alto clero. (Continua qui

Fortini, la guerra, la pace

di Ennio Abate

Chi sta in alto dice: pace e guerra

sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.

La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.

La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.

(Bertolt Brecht, Poesie di Svendborg)


La Seconda guerra mondiale e Foglio di via La guerra entrò nella vita di Fortini  con il suo richiamo alle armi nel luglio 1941. Nei mesi seguenti egli riuscì ancora ad alternare servizio militare e studi universitari, ma lo sfascio dell’esercito italiano (8 settembre 1943) lo spinse a raggiungere con altri dispersi la Svizzera. Internato nel cantone di Zurigo con centinaia di fuggiaschi italiani ed europei, vi conobbe esponenti dell’immigrazione antifascista, lesse per la prima volta alcuni scritti di  Lenin, aderì al Partito socialista e incontrò Ruth Leiser, che diventò la donna della sua vita. Partecipò anche alla repubblica partigiana formatasi in Valdossola, che però era già in fase di ripiegamento.

I versi di Foglio di via, scelti tra i moltissimi scritti degli anni  ’40-‘44, sono il primo risultato poetico di Fortini giovane. Ricevettero poche recensioni (di Calvino e Ragionieri in particolare), ma scarsa attenzione da parte dei suoi amici letterati fiorentini.

Anni dopo, nella Prefazione del 1967 alla nuova edizione di Foglio di via e in alcune interviste, Fortini sottolineò quale forte cesura la Seconda guerra mondiale aveva segnato nella sua esistenza, sebbene gli eventi più tragici del conflitto mondiale l’avessero soltanto sfiorato e giudicasse ora (un po’ mortificandosi, come nel suo stile) quella sua esperienza “assolutamente trascurabile” se paragonata alle sofferenze di tanti coetanei deportati in Germania, in Africa o in India.

Lo stacco fra  il prima (adolescenza all’insegna dell’elegia, passione per l’arte e la letteratura, partecipazione sia pur diffidente e scalpitante ai Littoriali del regime fascista) e il dopo (servizio militare, sbando, internamento in Svizzera) fu netto e duro. I rapporti che stabilì, da isolato, con militanti politici antifascisti e formazioni partigiane non furono privi di esitazioni e il contatto con soldati e civili nelle caserme o per le vie delle città bombardate gli svelò l’insufficienza della sua cultura “piccolo borghese”. «Che cosa gli poteva servire aver letto Proust, Joyce, Rilke o Gide?», scriverà nella Prefazione del 1967; e in un’intervista aggiungerà poi: “È solo con l’esperienza del servizio militare, l’incontro con i contadini italiani vestiti da soldati, da fanti, che ho cominciato a capire qualcosa” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, p.511).

Nella crisi, quel “qualcosa” affiorava a fatica dal populismo tipico dell’epoca. Era sì sufficiente a staccarlo definitivamente dall’ambiente letterario fiorentino in cui s’era formato e ad unirsi a Elio Vittorini, che stava per fondare Il Politecnico, ma tenui sono le tracce  di una visione politica di classe del fascismo e della guerra. Essa maturerà negli anni successivi e, del resto, era quasi assente allora; e non solo fra i suoi coetanei intellettuali. Se rileggiamo, infatti, Agli italiani (8 febbraio 1944), una conferenza tenuta in Svizzera ai connazionali internati come lui in “quarantena” nel campo di Adliswill (cantone di Zurigo), notiamo che la denuncia dell’avventura fascista e la volontà di reagire si appellano soprattutto  ai valori della  patria distrutta.

Nella presentazione alla recente pubblicazione dei Saggi ed epigrammi di Fortini, Rossana Rossanda ha ricordato  i tanti tratti culturali che il giovane Fortini aveva in comune con tutta la generazione degli anni Venti: “stesse letture, stessi interrogativi, stesse frequentazioni, stesso fastidio per il fascismo, stesse incertezze a impegnarsi fino all’occupazione tedesca”. E Fortini, quasi a conferma, così aveva da parte sua rievocato quel clima culturale:

“L’antipatia nei confronti del regime fascista era strettamente collegata con gli atteggiamenti  intellettuali ed estetici di un giovane che allora si interessava soprattutto di arte e di letteratura. Ma questa non era soltanto la mia posizione. Era quella di tanti giovani di estrazione piccolo borghese o borghese che nella Firenze di allora amoreggiavano con la cultura d’avanguardia e con la poesia, amavano il cinema populista francese [...] e trovavano il fascismo soprattutto maleducato e volgare, banale e culturalmente rozzo. [...] L’antifascismo nostro di allora era un antifascismo che potremmo oggi chiamare di destra, cioè un antifascismo  che trovava ridicolo ed insopportabile il fascismo per i suoi atteggiamenti plebei”. (Fortini, Un dialogo ininterrotto, p. 609)

La guerra gli si presenta, dunque, innanzitutto come viva esperienza del mondo dolente e confuso dei rifugiati conosciuti a Zurigo. Di questa realtà insospettata parla come di una “rivelazione”, sottolineando – e qui ha un peso coglie l’impronta fortemente letteraria della sua formazione – che quel periodo fu l’unico della sua vita in cui non avvertì più “nessuna differenza fra la parola stampata e quella detta”. Gli parve che una fluidità sorprendente si stabilisse fra la parola meditata  nell’assenza fisica di interlocutori, propria della poesia e della letteratura, e la parola più immediata e corporea della comunicazione orale con gente in situazioni materiali durissime o sfuggite allo sterminio nazista allora quasi inimmaginabile, come quel gruppo di ebrei dell’Europa orientale che in una cantina recitava preghiere “intollerabili come urla di gente che fosse tormentata e battuta”.

Fra 1944 e ’45, sempre a Zurigo, lesse anche alcuni testi dalla Resistenza francese, ricevendone un ulteriore incoraggiamento a compiere scelte radicali, come affermò nell’intervista del 1993 a Jachia (Fortini,  Leggere, scrivere).

Berardinelli, in uno dei primi studi sistematici dell’opera fortiniana (Berardinelli, Fortini), ha visto in quegli anni un passaggio del giovane scrittore da un “antifascismo dell’anima” ad un “antifascismo politico”, che riguardò le scelte morali e politiche, ma anche lo stile della sua scrittura; ed in   Foglio di via ne abbiamo la prima registrazione.

Nella raccolta, infatti, troviamo da una parte poesie dai toni duri e realistici e un linguaggio che mira all’oggettività e alla coralità e, dall’altra, la persistenza del clima assorto dell’educazione ermetica fiorentina.

 Sul piano letterario il realismo delle scelte linguistiche e stilistiche, spia di una forte tensione verso  l’impegno politico e storico,  è  tipico di quegli anni di guerra, alla cui durezza il giovane scrittore s’impone ora di non sfuggire più nemmeno in poesia, ma l’impronta della precedente educazione, classica ed etico-religiosa, s’interseca ora con i motivi resistenziali e non come elemento inerte; e si presenta – come ha visto acutamente Lenzini – sia come «momento ‘nichilistico’,  di deiezione e angoscia» sia – dialetticamente – come attesa e  speranza.

Fortini non passa, cioè, dalla precedente formazione al neorealismo che dominerà in vari modi dal ’45 fino agli inizi degli anni Cinquanta. Resta più isolato. E basti confrontare il populismo di  tanta letteratura della Resistenza (Pratolini, Viganò, ecc.)  con la ritrosia pensosa (non ostile) verso il “popolo”, evidente nel suo romanzo, Giovanni e le mani, pubblicato nel ’48.

Foglio di via  e Giovanni e le mani  passarono presto sotto silenzio. Non rientravano soprattutto nella retorica tutta «patriottica» della Resistenza, che, surrogando  presto la sconfitta reale dei partigiani, la presentò come lotta di tutto un popolo contro un’invasione straniera, cancellandone  gli aspetti più controversi di lotta di classe e di “guerra civile”, messi poi problematicamente in luce dallo storico Claudio Pavone. E il mutamento del clima politico negli anni Cinquanta portò in letteratura ad una svolta formalistica (la parabola di Vittorini  e il successivo neoavanguardismo  sono in proposito illuminanti), che svalutò la direzione di ricerca imboccata da Fortini, lontana dall’oleografia neorealistica e nazional-popolare eppure in contrasto con l’”americanizzazione” che poi ha trionfato in Italia e in Europa. Fortini dovrà proseguire sulla sua strada in un relativo isolamento e guardando altrove (verso Francia e Germania prima e poi verso la Cina).

L’esperienza della guerra e della Resistenza restano per lui fondamentali sul piano politico, etico ed estetico. Su di esse il suo marxismo si consolidò restando “critico” e il rapporto scoccato in quegli anni fra letteratura e storia non fu mai più sciolto.  Lo testimoniano tutte le sue opere successive e la prontezza con cui reagì alle prime avvisaglie del “revisionismo storico”. Ancora nel 1993, in alcuni incontri organizzati all’università Statale di Milano, Fortini, relazionando su Letteratura e Resistenza, nel suggerire ai giovani le prove letterarie più alte di quegli anni, ricordò ancora con nostalgia l’attenzione dei letterati a quella sorta di “letteratura orale” che nasceva sui treni, allora tanto lenti da facilitare i racconti delle proprie vicissitudini da parte di ogni viaggiatore ad altri sconosciuti.

Primo intervallo: sulla “compresenza conflittuale di storia e trascendenza” in Fortini  Già  in Foglio di via emerge una feconda contraddizione, che agirà in tutta la laboriosa carriera dello scrittore e che maturerà attraverso scelte politiche e di studio.  Berardinelli ha parlato in proposito di “compresenza conflittuale di storia e trascendenza”. È una formula che mette in luce l’inquietudine mai placata della ricerca di Fortini fra le polarità della cultura occidentale cristiano-borghese (materialismo/idealismo, mondanità/religiosità).

Questa sua inquietudine è stata spesso ricondotta al facile luogo comune di un Fortini tormentato, oscuro, intollerante e ha legittimato riserve o giudizi contrastanti su di lui anche da parte di amici e studiosi importanti. Timpanaro, ad esempio, lo considerò solo “un religioso sia pure tormentato”(Luperini, Ricordando Timpanaro, in L’ospite ingrato 2001-2002) e mai un pensatore veramente materialista, mentre Ranchetti ha visto invece in lui “un’etica… non religiosa ma ricca di affetto struggente per le cose reali” (L’ultimo saluto, in Testimonianze 372 febbraio 1995).

La stessa Rossanda scorge nel suo “essere stato mezzo ebreo, mezzo protestante, mezzo antifascista, mezzo resistente” la probabile origine di un’intolleranza verso se stesso e gli altri  più che la molla di un suo orientamento comunista radicale, fertile specie nel panorama della cultura italiana ed europea del secondo Novecento, prima irrigidite dalle contrapposizioni della Guerra fredda e poi acquietatesi nei compromessi della “coesistenza pacifica”.

Isolato da tanti suoi coetanei, più tranquillamente calatisi negli schemi atei, illuministi, marxisti e cattolici (o in soluzioni eclettiche), che la storia dal ’45 in poi ha istituzionalmente offerto, è stato lo stesso Fortini ad esasperare spesso un suo sentimento di esclusione in modi quasi disarmati, come quando in un’intervista per Il messaggero del 7 gennaio 1984, confidò a Renato Minore:

“Pochi giorni fa mi sono trovato di fronte due persone della mia stessa età, fiorentine: una è stata medaglia d’oro della Resistenza; l’altro un vero fascista, molto importante. Queste persone erano cambiate come cambiano tutti negli anni. E io mi sono trovato nello stesso stato d’animo che avevo tra il ’38 e il ’41. Ho avuto un attacco d’angoscia, ero uno che si sente ancora escluso...” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, pag 344).

Ma, evitando sintesi e sublimazioni, Fortini ha avuto il merito di affermare verità lucide e radicali su questioni (le sue “questioni di frontiera”!)  cruciali ma di solito ipocritamente stemperate dell’ebraismo, del protestantesimo, dell’antifascismo, della resistenza. E la sua verifica dei poteri è stata continua e rigorosa negli anni (non solo il titolo di un suo libro del 1965). Poche “trascendenze”, insomma, appaiono, come la sua, tanto calate  nella materialità degli eventi storici e capaci di non appiattirla positivisticamente.

La formula della “compresenza conflittuale di storia e trascendenza” se non resta un’astrazione, ma aiuta ad  indagare le prese di posizione concrete, sempre chiarificatrici, di Fortini di fronte agli eventi quotidiani e storici e, nel nostro caso, di fronte alla guerra e alla pace, può, dunque, essere accettata. Fortini non ha mai smesso, infatti, di misurare il proprio sentire, la sua fede cristiana e la sua borghese “coscienza infelice” con il dramma storico e materiale, senza farne un alibi.

E perciò non “ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione”  come scrisse Berardinelli, in Stili dell’estremismo (Diario 10 1993), iniziando, con un infelice autodafé, una revisione riduttiva non solo della figura di Fortini, ma della stessa formula di cui stiamo parlando, coniata tra l’altro dallo stesso Berardinelli. Quel suo saggio affronta temi psiconalitici interessanti da indagare (come aveva già fatto Remo Pagnanelli in Fortini), ma scolla completamente il fondamento psichico  della biografia e dell’immaginario di Fortini  dalla  storia sociale e politica del Novecento.

Eppure il costante ripudio della guerra (altro che “devozione barocca” ad essa!) da parte di Fortini non pare affatto originato da voglia di un interiore quieto vivere né da pulsioni inconsce di cui sia impossibile cogliere le radici storiche. L’inconscio di Fortini, per dirla con Jameson, è politico e   le metafore, che il poeta vi attinge e che Berardinelli giudica “ossessive”, si precisano meglio proprio alla luce di fatti reali e storici.

Una tale rimozione della realtà della violenza nella storia, ridotta da Berardinelli ad immaginario quasi privato poteva aver breve credito, assieme alle teorie della “società trasparente” e di un nuovo ordine imperiale pacificato e quasi augusteo, soltanto all’indomani della caduta del Muro di Berlino del 1989 e dell’implosione dell’ex Unione sovietica.

Ma tutto il “secolo breve” e il ritorno, nel suo scorcio, della guerra come mezzo normale di soluzione dei conflitti internazionali o come risposta ottusa ad oscuri terrorismi, smentiscono l’ottimismo frettoloso di una variegata generazione, comprendente sia Berardinelli  sia il Revelli di Oltre il Novecento e, per certa fiducia in una postmodernità imperiale dai tratti esageratamente progressisti, anche Negri e Hardt.

 Il vecchio Fortini, con la sua  inquietudine mai conciliata e la sua attenzione alla storia e per la volontà di tenere assieme le radicalità di due tradizioni (la cristiana e la marxiana), non ha sottovalutato l’aspetto tragico presente anche nella possibile (“il socialismo non è inevitabile”!) rivoluzione  socialista.

La guerra nel tempo della pace: Fortini e il Vietnam Il tema della guerra ritorna incessantemente in numerose poesie scritte da Fortini negli anni successivi alla Liberazione, quelli “di pace”, del “boom economico” e della falsa “coesistenza pacifica”.

Provando a scegliere dall’indice di Una volta per sempre (ediz. 1978, che raccoglie le poesie di Fortini fino al 1973) solo i componimenti in cui il tema della guerra è più esplicitamente trattato, troviamo l’attenzione al nemico che muore nel pieno della liberazione di Parigi (Quel giovane tedesco, pag. 75), alle stragi (Sono morti ormai,  pag. 126),  alle “notizie divine della guerra” (Science  fiction,  pag. 139), alla confusione e all’ansia dell’8 settembre del ‘43 (Una sera di settembre), alla tragedia  del corpo di spedizione italiano in Russia (Ai nostri caduti in Russia, pag 150).

Col tempo nelle poesie le tracce della guerra  sembrano diradarsi (Dalla mia finestra  pag. 215). Ma essa non è scomparsa, avviene  lontano ed è comunque spiata dalla gabbia della routine quotidiana occidentale (Primo riassunto, pag. 226) o attraverso  notizie filtrate da una sensibilità solitaria, che interiorizza senza false mediazioni partitiche  lo scontro politico altrove ancora armato (4 novembre 1956, pag 230).

La guerra è sottofondo che persiste,  ora in sordina ora minaccioso. Anche in un presente che concede  al poeta la confidenza amorosa e nostalgica (1944-1947 pag. 241) o  in qualche fugace immagine  di gioia, non casualmente legata alla figura femminile (Alla stazione di Minsk,  pag. 245). Per tornare ad essere rivissuta come incubo gelido e mortuario (La linea del fuoco,  pag. 275), attraverso la lettura delle pagine di scrittori amati (Dopo una strage da Lu Hsun, pag 285) o in incontri quasi onirici con una sorta di alter ego fantasmatico (Ricordo di Borsieri, pag 310).

Negli anni Sessanta, dunque, la guerra è in Italia e in Europa un ricordo sempre più rimosso. Si è trasferita nei paesi del Terzo Mondo. Là solo è tragedia quotidiana. Qui è oggetto di controversie politiche o  notizia da manipolare. Essa ridiventa però un punto di alto di contesa politica internazionale con l’aggressione americana al Vietnam.

       Fortini, intervenendo ad una manifestazione per la libertà del Vietnam, tenuta in Piazza Strozzi a Firenze il 23 aprile 1967, prova a scalfire la rimozione collettiva. Il marxismo gli mostra che la vicenda del Vietnam è “una metafora dei conflitti di classe nazionali” e  che un filo stringe quella  guerra lontana alla pace opulenta e falsa dell’Occidente: una medesima violenza di classe si esercita in Vietnam  nella forma della guerra e in Occidente nelle forme dello sfruttamento capitalistico del lavoro.

            Con un breve comizio in dodici punti ribalta l’opinione, prevalente  anche nella Sinistra, che i Vietnamiti  fossero delle vittime e che la “coesistenza” inaugurata dal rapporto di Kruscev fosse davvero “pacifica”. Paradossalmente a trovarsi in una situazione migliore sono proprio i vietnamiti, che almeno lottano apertamente, rischiando la morte, contro l’aggressione americana, e non gli italiani che hanno  accettato la servitù dagli Usa.

     I punti sono trattati con un massimo di assertività;  e più tardi, ritornando anche sugli aspetti formali del comizio, dirà che aveva voluto costruire l’intervento “in forma modulare con variazioni su di un numero definito e ricorrente di frasi” (in forma ampia il ricordo del 1971 è trattato in Memorie per dopo domani, Quaderni di Barbablù Siena 1984).

Quel comizio è rievocato anche nei suoi risvolti politici in un’intervista a “La stampa” del 13 sett. 91:

“Una piazza di Firenze nell’aprile del ’67, dove si tiene una manifestazione per il Vietnam, con Lelio Basso e Giorgio La Pira tornati dall’Asia. C’era un’aria di melassa, con tutti gli interventi ufficiali. Ma era avvenuto il colpo di Stato dei colonnelli greci e a Berlino uno studente era stato ferito dalla polizia. I gruppi maoisti cominciarono a contestare. Io ho letto il mio testo, concepito come testo letterario, ma che ha avuto un effetto opposto. Voglio rileggerne qualche passo. “Sul Vietnam non ci si unisce. Sul Vietnam ci si divide”. “Tra Usa e Vietnam non è solo un film dell’orrore: è un conflitto fra due classi di uomini”. “Non basta dire americani a casa: perché gli Usa se ne vadano dall’Asia devono sapere di avere popoli nemici in Europa”. Claudio Petruccioli, su  Rinascita parlò delle mie “locuzioni deliranti”. In perfetta continuità con la vera tradizione stalinista del Pci, che era l’opposizione a qualunque forma di sovversione marxista, o non, che non passasse per i corpi istituzionali”

Nell’intervista non sfugge alla domanda provocatoria del giornalista, che gli chiede se quel discorso lo riscriverebbe tale e quale dopo i massacri di Pol Pot in Cambogia. Fortini chiarisce che no, non riscriverebbe negli stessi termini quel discorso:

“Certo che no. Assolutamente oggi non lo riscriverei così. Tuttavia, attenzione, non per Pol Pot, per la Cambogia, per le altre cose tremende che sappiamo. Neppure perché è venuto meno il comunismo sovietico. Ma perché è caduta l’altra grande ipotesi antimperialista: quella di un accerchiamento delle città da parte delle campagne, dei paesi sviluppati da parte dei sottosviluppati. È venuto meno, cioè, il mito della Cina. I sottosviluppati si sono trasformati anch’essi in consumatori. Il grado di unificazione del mercato mondiale è incomparabilmente superiore a quello che prevedevamo” ( Fortini, Un dialogo ininterrotto, p.622).

Non dobbiamo ridurci, sembra dire implicitamente, a ragionieri dell’orrore, né a scegliere il regime  in cui l’orrore è minore o meno appariscente (l’orrore americano al posto di quello vietnamita o sovietico o cinese?). Dobbiamo scegliere ipotesi politiche che mirano alla libertà e a conflitti più alti fra gli uomini contro ipotesi politiche che vogliono conservare privilegi antichi e moderni e abolire ogni conflitto. Questo è il senso della sua risposta, in aperto contrasto con l’”aritmetica dell’orrore” che purtroppo, sulla scia del revisionismo storico, si è imposta in questi nostri anni recenti (e di cui il “Libro nero del comunismo” è un esempio).

Secondo intervallo: il professore marxista e i “nipoti felici di verità tranquille” degli anni Sessanta Fortini cala spesso in poesia gli eventi storici da lui vissuti. In una poesia intitolata Vietnam, italiano e storia. 1966 (in  L’ospite ingrato primo e secondo, pag. 126) il presente – che vede la resistenza del Vietnam, il poeta che la segue attraverso le immagini televisive, facendo l’insegnante e chiedendo “un filo di consenso alle orde/ dei nipoti felici di verità tranquille” – è raccordato al passato: “Ricorda il Trentacinque le rose del liceo/ il professor Ugolini che non aveva la tessera.”

Il professore Ugolini di questa poesia sembra un autoritratto per interposta persona o comunque un’immagine di fermezza morale paterna e solitaria. E può  far riflettere un riscontro empirico, raccolto a distanza di tempo, all’indomani della morte dello scrittore. Esso chiarisce a sufficienza quanto fosse arduo recepire la sua pedagogia non neutra, da professore di lettere marxista, da parte di studenti degli anni Sessanta, che pur si risvegliarono nel ’68 dal loro torpore.

Trascrivo perciò alcuni brani della testimonianza-ricordo di un ex studente di  Fortini, Franco Romanò. Essa combacia quasi perfettamente con la situazione delineata nella poesia Vietnam, italiano e storia. 1966 e ci dà,  per così dire, il punto di vista dei «nipoti felici» di quegli anni:

“Conobbi Franco Fortini nel lontano 1965. Ero iscritto all’ultimo anno di ragioneria al Mosè Bianchi di Monza e lui era il nostro professore di lettere. Quando entrò in classe il primo giorno, lo sguardo era serio e severo; aveva una brutta borsa di pelle, identica a quella che gli avrei visto portare venti anni dopo. La mise sulla cattedra e poi, invece di sedersi, scese dal predellino e stando in piedi davanti a noi, ci guardò un po’ e poi iniziò un discorso che per quegli anni si può senz’altro definire memorabile:

“Mi chiamo Franco Lattes, sono di origine ebraica, durante la guerra fui costretto a riparare in Svizzera, tornai a Firenze con la liberazione. Poiché io voglio che ci si conosca bene senza sotterfugi vi dirò che sono marxista, sono stato iscritto al Partito socialista ma oggi non lo sono più, sono un poeta e uno scrittore, mi occupo di letteratura ma conosco anche l’industria. Ho stimato molto un grande industriale italiano, Adriano Olivetti, ho lavorato in quell’azienda, fui io a dare il nome alla prima macchina da scrivere, la lettera elle: il nome lexicon lo suggerii io.”

Dopo aver detto questo si sedette tranquillamente in cattedra. Tutti noi eravamo allibiti, ci lanciavamo occhiate perplesse, interrogative [....]

Altre volte si sedeva in cattedra e non parlava, se ne stava cupo e raccolto in sé; sapevamo, allora, che era successo qualcosa di grave nel mondo, da qualche parte. Fu così, per esempio, quando fu giustiziato da Franco l’anarchico Grimau; a Milano il giorno prima c’era stata una manifestazione credo anche con scontri, lui vi aveva partecipato. In questi casi al silenzio di una  decina di minuti seguiva una rapida spiegazione dei motivi della sua indignazione, poi la lezione cominciava” (in Testimonianze per Franco Fortini, Cologno Monzese 1966)


La contraddizione nelle proprie radici: Fortini e la guerra dei Sei giorni (1967)  Nel giugno 1967 le truppe israeliane e quelle egiziane si scontrarono nel deserto del Sinai; e in Italia e in altri paesi occidentali l’opinione pubblica si schierò subito con Israele, accettando la versione  che la guerra era stata una  risposta ad un’aggressione araba.

Fortini scrisse in quell’occasione I cani del Sinai. Il titolo  del libro derivava da un inesistente proverbio arabo: “Fare i cani del Sinai”, un’espressione che significa “correre in aiuto al vincitore”, “stare dalla parte dei padroni”, “esibire nobili sentimenti”.

Si tratta di un saggio composto di note politiche a caldo sugli eventi di quell’anno in aperta polemica verso i simpatizzanti dello Stato d’Israele, e di un austero resoconto autobiografico sulle proprie ascendenze di ebreo italiano, nel quale si sofferma su vicende di parenti e sulla sua stessa storia familiare e personale (i rapporti con i valdesi, la sua conversione).

 I cani del Sinai sottolinea che, con quella guerra contro gli arabi, “ebraismo, antifascismo, resistenza e socialismo”, fino ad allora pensabili come  “realtà contigue”, non lo sono più.  La guerra ancora una volta ha stravolto l’identità culturale del paese che la fa. Israele  è diventata altro da quello in cui si era sperato al momento della sua fondazione. È ora complice e punta avanzata in Medio Oriente dell’imperialismo statunintense.   E, quando la guerra dei  Sei giorni è diventata notizia, la sua manipolazione e  la sua sterilizzazione a chiacchiera da salotto è talmente imponente che gli stessi amici ebrei di Fortini,socialisti e comunisti, si mostrano sconcertati, indulgenti verso Israele e restii a prendere atto del cambiamento avvenuto. Solo lui insiste, isolato e malvisto, a trovare intollerabili le accuse rivolte agli arabi con argomentazioni – scrive – che trent’anni prima  erano state  usate dai nazisti contro gli ebrei. E mostrerà anche in seguito amicizia e solidarietà attiva verso i palestinesi, come provano le sue accorate riflessioni di un viaggio in Israele del 1989, raccolte in Un luogo sacro di Extrema ratio.

In un’intervista di Gad Lerner  del 1982 a Radio popolare (L’ospite ingrato, 2, 2003), che aveva come sfondo le stragi  israeliane in Libano di quell’anno (Sabra e Chatila, operazione “Pace in Galilea”), ritornano, filtrati dalla memoria e dalla meditazione su tante altre sconfitte, i temi politici de I cani del Sinai: la critica all’opinione democratica e colta, schierata comunque con Israele (“si pensa che gli israeliani esagerano; ma in sostanza, nel profondo, si pensa che sia meglio, possibilmente, cancellare i palestinesi”), quella alla funzione de-realizzante della comunicazione massmediale (“l’occhio dei mass-media è un occhio incaricato di non far vedere, quello che fa vedere viene  nello stesso tempo assorbito e annullato”), la presa d’atto che l’immensa tradizione culturale ebraica è ormai esaurita e che la storia e le vicende dello Stato di Israele nulla hanno più a che fare con essa.

Lerner vorrebbe vedere nel conflitto in Israele una “nuova grande ondata di irrazionalismo”. Ma Fortini gli ricorda che  esistono due razionalità, una cosciente, una meno cosciente, “ma che non per questo è meno razionale, e cioè meno adeguata ai fini che si vogliono raggiungere”.

 Per lui la classe dirigente israeliana strumentalizza le minoranze religiose estremiste, abbastanza esigue in Israele su una popolazione sostanzialmente laica e spesso atea. E respinge pure la tendenza, che in quegli anni di “crisi della ragione” si faceva strada da noi, ad abbandonare ogni lettura degli eventi storici basata sulla descrizione dello stato dei rapporti socio-economici; il che – aggiunge – “costituisce la riprova di una condizione di guerra: come quando nella guerra contro l’hitlerismo e il fascismo vi fu un momento in cui l’interpretazione canonica di tipo marxista venne omessa completamente […] per sottolineare la figura del cattivo, del non-uomo, del mostro”.

Terzo intervallo: la “regola del morto-vivo” in arte Anche se non si sofferma su una propria opera, ma sulla versione cinematografica del libro,  il film Fortini/cani, girato da Jean-Marie Straub e Danièle Huillet nel 1976, in cui lo scrittore  legge  brani del suo stesso libro, la Nota 1978  all’edizione in francese de I cani del Sinai torna utile per chiarire come Fortini passa dalla riflessione politico-autobiografica su un evento storico  alla sua resa artistica (o più in generale alla poesia).

Siamo in tutt’altro clima rispetto a Foglio di via. Lì scelte linguistiche e stilistiche  tendenti al realismo. Qui, invece,  i fatti  trattati nel libro del ’67, pur giudicati indispensabili (“in loro assenza non si fa nulla”)   vengono allontanati e sono affrontati  come fossero spoglie che hanno perduto ogni passione  e immediatezza. La polemica politica ha ceduto il passo alla meditazione: “Fra qualche anno”, egli afferma, “nessuno comprenderà più che cosa sono stati la guerra in Vietnam e il conflitto arabo-israeliano”.

Gli eventi storici vengono guardati “come beni perduti per sempre e non a noi  destinati”. Ora interessano soprattutto “le lacune del reale” o “un reale senza fantasmi di consolazione”, senza lirismo e senza autobiografia.  Perciò sottolinea: quando nel film parlo di “realtà”, la mia voce si fa stridula, è “soverchiata dall’assenza” di realtà.

Solo così  le parole, dice, diventeranno “cibo di molti”.  È una visione dell’arte (e non solo del cinema, spunto della riflessione in questo caso), che Fortini deriva “da alcuni pochi e assoluti maestri” e si fonda sulla “regola del morto-vivo, dello zombie”. Un’immagine dell’artista che pare quasi modellarsi sul Cristo dell’ultima cena, la cui figura ben si concilia con le regole che qui Fortini sostiene.

Fortini e la prima Guerra del Golfo Sulla Guerra del Golfo del ’90, “operazione di polizia internazionale avallata dall’ONU” subito dopo la caduta del Muro di Berlino dell’anno prima, Fortini scrisse su il manifesto vari articoli.

Lo scritto più elaborato è Otto motivi contro la guerra (9 settembre 1990, ora in  L’ospite ingrato, 2, 2003). È un bilancio epocale dell’atteggiamento tenuto dai marxisti contro la guerra. E viene scritto in una situazione politicamente disastrosa, non dissimile da quella creatasi alla vigilia della Prima guerra mondiale: la maggioranza della Sinistra italiana – portavoce più autorevole Bobbio – è per la “guerra giusta” contro l’Irak di Saddam. L’unica debole opposizione è morale e proviene soprattutto dagli ambienti cattolici.

Il disastro è riconosciuto. A questo punto della storia del Novecento, che ha visto sconfitte le guerriglie terzomondiste e  il crollo della stessa Cina di Mao, Fortini ritiene davvero esaurite le risposte elaborate dalla tradizione socialista, che si aspettava il cambiamento dei rapporti di forza fra gli uomini dal lento evolvere dei meccanismi, e da quella comunista, per la quale la modificazione sarebbe avvenuta per via di coscienza ed organizzazione. E lo dice  nei suoi consueti modi drastici e senza rinunciare a testimoniare anche l’impotenza della sua generazione:

“Quello che è  crollato non è soltanto l’impresa comunista, l’Est, il muro: ciò che è crollato sono due secoli di cultura occidentale. Ciò che è stato demolito non è il comunismo, casomai è il comunismo come parte dell’eredità dell’illuminismo […] Al momento del “crollo” (partiti comunisti ufficiali, muro, Urss) e della “apocalisse”, ossia del discoprimento di ciò che avremmo dovuto vedere anche prima (guerra del Golfo, mutamento delle procedure internazionali) i ventenni andarono in cerca degli ultrasessanteni per farsi spiegare che cosa fosse successo. E abbastanza rapidamente, noi vecchi abbiamo esaurita la sequela delle spiegazioni e dei ricordi, perché il mondo era troppo mutato sotto i nostri medesimi occhi [...] Certo il marxismo di “Quaderni rossi” di trent’anni fa può aiutarci a capire il Giappone, la Corea, il Brasile, la ex Urss e gli stessi Usa, meglio dello pseudolaburismo [...] Ma in queste materie non basta capire [...] Bisogna avere tempo e forza di agire [...]  C’è stata una frattura, un mutamento dei codici [...] e siamo entrati in una situazione mondiale di autodistruzione, dei corpi e degli spiriti, degli equilibri fisici e mentali che unifica il pianeta” (Fortini, Un dialogo ininterrotto, pp. 709-711).

 Che fare, allora, contro questa guerra? I mutamenti indotti dalla superiorità tecnologica e militare degli Stati Uniti hanno svuotato l’indicazione leniniana: trasformare la guerra imperialistica in guerra civile è possibile, sottolinea Fortini,  “solo al di sotto di un certo livello di tecnologia degli armamenti”, ampiamente superato oggi.  E, commentando  il verso di una canzone anarchica (“La pace fra gli oppressi, la guerra agli oppressori”), lo aggiorna: quella pace non è più esente da contraddizioni e conflitti fra gli stessi oppressi e “quella guerra non è necessariamente da combattersi con le armi”.

Non siamo però, come potrebbe sembrare, all’accettazione del pacifismo o della non-violenza. Da marxista, Fortini al pacifismo continua a rimproverare una disattenzione verso “gli effetti distruttivi del modo presente di produrre e consumare” e la svalutazione della “mediazione politica”.

Il pacifismo, scrive, “non mi persuadeva allora [si riferisce agli anni  ‘50] né oggi” e ripubblica come se fosse ritornata attuale una sua lettera a Capitini di quarant’anni prima (1950), alla vigilia della guerra di Corea.

Fin troppo convinto forse che, se una grande confederazione sindacale fosse stata capace di proclamare lo sciopero generale contro la guerra americana, avrebbe avuto il consenso necessario, contrappone la scelta religiosa, morale o filosofica  contro la guerra a quella pratico-politica, per lui indispensabile. Bisogna “uscire dalla morale verso la politica”, scrive, sostituire alla morale dell’intenzione una morale del risultato, scegliere di “combattere politicamente l’impero del mondo”.

 Il bene, dunque, anche in questa situazione catastrofica per la sinistra, non sta nella non-violenza, nel rivendicare una impossibile assenza di conflitto, nel chiedere solo che tacciano le armi. E persino in alcuni passi, dove sembra avvicinarsi a quanti intendono la non-violenza come lotta e non arrendevolezza, ribadisce che la non-violenza può essere presa in considerazione soltanto se è un’arma contro la guerra, magari simbolica come l’Intifada.

L’accento è posto ripetutamente sul valore fecondo del conflitto e sul legame dialettico, anziché di netta separazione, tra conflitto e pace: “senza conflitto non si dà riposo o “pace””. I “facitori di pace” non sono quelli che negano o mistificano i conflitti, ma quelli che “spostano la frontiera degli inevitabili  e fecondi conflitti”. E non smette di  ricordare, contro ogni facile illusione, che il conflitto è sempre un “male” per ottenere un “bene”, il cui raggiungimento però non è garantito.

La sua visione delle cose resta radicale anche in una situazione  in cui non s’intravvede la via d’uscita politica da lui stesso auspicata. Fortini non distoglie la mente dalla tragicità dell’esistenza umana e ripete con altre parole verità scritte già in altra occasione, nel 1985,  ben prima della guerra del Golfo del ’90:

“A me è stato insegnato, e lo insegno, che la vita di ogni uomo, di ogni essere umano è un valore infinito perché è la mia medesima vita, e perché è un progetto, un futuro, una possibilità di tutti. E, nel medesimo tempo e non in contraddizione con questo, mi è stato insegnato, e lo dirò adesso con le parole di Lenin ‘che quando decine di milioni di uomini vengono mandati ad uccidersi sui campi di battaglia per sapere se questo o quel mercato debba appartenere ad un bandito francese o ad un bandito tedesco, può essere necessario sacrificare una generazione, e prima di ogni altro se stessi, nel tentativo di fermare quei massacri e di distruggere quei banditi” ( Fortini, Non solo oggi, p.303)

L’assenza di conflitto non equivale, dunque, alla pace. La storia è conflitto. Compito politico non è sedare i conflitti, ma promuovere quei conflitti che facciano crescere gli uomini e trasformino il nemico prima in avversario e poi in collaboratore necessario e prezioso. E il nemico  che va trasformato oggi è quello “che propone false mete, false coscienze, false solidarietà, false paci”. Questo nemico era nel ’90, più che in passato, rappresentato per lui dagli Stati Uniti (Egli, in altra occasione, li definì un “regime abietto…da quarant’anni nemico del genere umano”).

 La sua critica coinvolge ora anche le posizioni di sinistra che considerano azione politica valida solo quella che si svolga nella metropoli, al “massimo livello di sviluppo produttivo”; e quindi dove la “realtà tecnologica del capitale internazionale che si esprime essenzialmente nella forma che noi chiamiamo americana” si è già affermata.

 Queste posizioni, secondo Fortini, accolgono senza andare per il sottile il “progresso tecnologico con tutte le sue conseguenze anche quelle che si possono prevedere aberranti o pericolosissime”, perché condividono con il nemico una morale “da signori”, basata sull’accettazione della “virile durezza della realtà” e, come i signori, disprezzano quanti nel mondo “non tengono il passo”, rimangono indietro, sono schiacciati dalla macchina” (vivono nella morale “del servo”).

Egli fa i nomi di Tronti, Asor Rosa, Negri e Cacciari e collega questa tendenza al trotzkismo.  Contro di essa scrive un articolo fortemente  polemico (Filoamericani di sinistra: colonizzati  e contentiil manifesto 3 mag. ‘91) respingendo l’illusione di una “superiorità della cultura e della tradizione occidentale”, dannosa e  facilmente, come possiamo vedere, preludio a soluzioni belliche.

Altri interessanti spunti sono sparsi in due recensioni: una a Türke, Nel sottoscala del diritto, la violenza della ragion di stato (il manifesto 21. giu. ‘91), la cui meditazione sulla violenza affrontava la “verità insostenibile del fondamento violento di ogni ordinamento civile”, compreso quello democratico; ed una ad un libro di sociologia delle comunicazioni (Rossella Savarese, Guerre intelligenti) dove  veniva denunciata la complicità inconfessata fra i consumatori e i produttori di informazioni e l’apoteosi del processo di de-realizzazione, che nella guerra del Golfo del ‘90 aveva raggiunto una “limpidezza iperrealista  o postmoderna”.

Ma ci sono anche altri interventi chiarificatori. In particolare ne La guerra in Europa (1993), pubblicato postumo in Jugoslavia perché, Gamberetti, Roma, 1995, ora in L’ospite ingrato, 2, 2003, Fortini  riassume e sembra condividere una serie di tesi  in circolazione  a partire dalla guerra del Golfo: fine delle guerre fra stati sostituite da operazioni di polizia, nascita di un “Impero unico e onnipotente”, svuotamento degli organismi internazionali divenuti agenti dell’unica potenza statunitense, rischi di distruzione fisica ed economica di una “parte anche grande del genere umano”, gestione dei mezzi d’informazione in modo da persuadere “una buona parte del mondo che una guerra del Golfo non c’era mai stata”. Ed arriva ad affermare “la fine tendenziale della nozione di imperialismo” e la costruzione di un potere distruttivo e coercitivo che “non si era mai dato nella storia del genere umano”.

Quarto intervallo: l’”ironia lacrimante” delle Sette canzonette del Golfo      Anche in occasione della prima guerra del Golfo, la riflessione di Fortini sugli avvenimenti è passata in poesia. Ne sono nate Sette canzonette del Golfo, una sezione di Composita solvantur, ultima raccolta edita dal poeta in vita, nel 1994, anno della sua morte. Ne vorrei parlare confrontandole con  la sua prima raccolta, Foglio di via, per cogliere il contrasto fra gli inizi e la conclusione della sua produzione poetica.

Si nota subito che gli elementi elegiaci di Foglio di via, come abbiamo visto, erano immersi in un contesto tragico ma carico di speranze collettive e fraterne, mentre quelli delle Sette canzonette del Golfo trovano intorno una situazione di solitudine e  di  sgomento e Fortini deve affidare all’ironia la sua non rassegnazione e la sua più solitaria speranza.

    Ne Il poeta di nome Fortini, Lenzini ha messo in vista tale contrasto. Una “situazione d’attesa”,  la tendenza alla “coralità”, la presenza esemplare dell’immagine femminile – si tratta di una donna proletaria (A un’operaia milanese), una sorta di “angelo–nunzio della prossima liberazione”, accostabile anche al fanciullesco ladro di ciliegie  di Brecht e alla quale viene attribuita una funzione catartica e salvifica – caratterizzano Foglio di via: “un’umanità nuova” sembra annunciarsi.  Temperie storica e prospettiva “trascendente” si compenetrano. Brecht e Noventa, due degli autori di riferimento di Fortini,  si danno la mano. Tutta al singolare invece, calata in un privato di solitudine carico di sarcasmo, è la vena poetica delle Sette canzonette del Golfo. Assente ogni figura femminile, qui si ironizza amaramente sulla pace del vecchietto, una pace tra l’altro non conquistata, ma concessa dagli dei e che può  allietare solo chi si contenta di poco.

Questa falsa pace, contro la quale il Fortini “terzomondista” mosse tante volte le sue critiche, si consuma mentre “lontano lontano si fanno la guerra» e il «sangue degli altri  si sparge per terra”. Ma ora  questa lontananza sembra insuperabile dagli apatici occidentali: allarmati, essi si succhiano il dito che si sono punti durante qualche faccenduola casalinga, concedendo un pensierino alla guerra che li coinvolge quanto una storia a fumetti.

Una sproporzione abissale si è imposta fra fatti quotidiani e fatti storici. La “derealizzazione” è compiuta. Quel filo rosso che legava negli anni Sessanta la lotta del Vietnam alla possibile lotta di classe in Occidente si è spezzato. Fra socialismo e barbarie sembra abbia vinto proprio quest’ultima.

E la poesia? Essa non soltanto ha perso la benefica figura proletaria dell’operaia di Foglio di via, rimpiazzata dalle immagini scostanti di adolescenti ben nutriti e gaudenti di Aprile torna (“Godono pepsi cola ignude gole”), ma anche il ritmo percussivo e corale della prima raccolta.  Quello qui dominante sembra farsi “ninna-nanna per l’addormentamento, narcosi e ebetudine procurata” (Lenzini).

Come può un poeta ormai isolato, che vive in Occidente, indirettamente complice e beneficiario della “vittoria democratica” armata conquistata in Irak, piangere i morti arabi fatti da Usa e alleati occidentali, se nel suo paese contro le “guerre umanitarie” è venuta meno un’opposizione politica e la maggioranza dei suoi concittadini è favorevole alla “guerra giusta”? La sua poesia ormai non serve neppure come guanciale per i morti (“Potrei sotto il capo dei corpi riversi / posare un mio fitto volume di versi?”).

Vale la pena di notare, per contrasto, che di fronte alla prima guerra del Golfo uno scrittore arabo, sia pur molto “occidentalizzato”, come Ben Jalloun riconosceva ancora un alto valore civile alla poesia. Nel presentare un suo poemetto proprio su quella guerra del ‘90, Dalle ceneri, egli scrisse infatti: “La poesia s’intestardisce a dire. Il poeta grida o sussurra: sa che tacere potrebbe sembrare un delitto, un crimine”. Per Ben Jalloun la poesia, prendendo la parola “per gli insepolti, gli scorticati, gli impiccati, quelli gettati nelle fosse comuni”, ancora serve.

Il confronto non suoni irriverente verso Fortini:  egli fissa lucidamente come si è ridotto  nella gabbia del privato l’uomo occidentale post-comunista in questo fine secolo, qui, da noi. Una poesia epica o una poesia “civile” non ha senso dove l’epos e la civiltà vengono meno. E forse, dai tempi bui che stiamo vivendo, possiamo solo guardare altrove, come  il giovane Fortini guardava a “una folla di sconosciuti fratelli maggiori” nell’Europa sconvolta dal nazismo.

     Le Canzonette del Golfo sono pienamente integrate nei componimenti di Composita solvantur? O svelano sotto la loro ”ironia lacrimante” (l’espressione è di Fortini stesso) elementi più amari e pessimistici rispetto agli Otto motivi contro la guerra visti sopra o, in generale, rispetto alla visione marxista della storia?

L’ultimo Fortini suscita ancora una volta giudizi contrastanti. Luperini, ad esempio,  ha visto nelle Canzonette del Golfo o, più in generale, nella posizione di Fortini su questa guerra un abbandono del suo ottimismo storico sociale e un suo  finale accostamento a motivi ricorrenti e addirittura portanti del discorso di Sebastiano Timpanaro (Luperini, Ricordando Timpanaro, in L’ospite ingrato 2001-2002).

Per Lenzini invece, proprio nel momento più tragico, Fortini è ancora capace  di “ricerca e slancio utopico”, perché il suo pensiero dialettico sa che all’aumento della negatività e dell’oppressione corrisponde sempre lo sviluppo di “altro”.

Edoarda Masi ha ricordato che Fortini (come Lu Xun) ha sempre ironizzato sulla poesia, anche se per lui era in realtà la cosa più importante; e ritiene che  le Canzonette non siano affatto in contraddizione con il suo “proteggete le nostre verità”.

E Composita solvantur, anche secondo il parere di Rossanda, è una  piccola summa del pensiero fortiniano: “è come se avesse voluto tenere assieme una parte delle avanguardie del passato, il meglio del ’68 e il soldato sovietico che, sotto l’avanzata tedesca, grida ai compagni: non possiamo arretrare” (Rossanda, Ospite ingrato 1, pag 169)

Anche per me le Canzonette del Golfo  non sembrano una caduta dell’ultimo Fortini e stanno sullo stesso piano di Composita solvantur . Eppure mi pare che resti il problema d’intendere meglio l’accento in qualche modo diverso non solo  delle Canzonette ma di Composita solvantur rispetto alla precedente produzione. La poesia, anche in questo caso, aggiunge o toglie qualcosa alla prosa.

Non posso che riecheggiare dubbi e impressioni non solo miei e indagare con cautela. Si tratta solo di finzione poetica che, quasi temendo di essersi lasciato troppo andare,  Fortini  in un’appendice autocritica (Considero errore) metta sotto accusa la propria “complicità con avversari e interlocutori” delle Canzonette?

E se davvero la poesia è stata per Fortini la cosa più importante, come trascurare la sua tenacia per tanti anni a «mostrare a dito i limiti della poesia» o dichiarazioni come questa:«Non posso sapere quanto l’esitazione fra i due fantasmi del sé – quello che si rappresenta nell’atto poetico e quello che si figurava in un modo di essere piuttosto che in quello dello scrivere – abbia leso uno dei due o tutti e due» (Memorie per dopo domani, pp. 27-28) ?

A me pare che la coincidenza  fra la malattia che portò alla morte lo scrittore e l’esaurimento della prospettiva comunista in cui aveva lavorato per tutta la sua vita gli imposero quasi contemporaneamente un alt. Composita solvantur mi pare che registri quest’ultima cesura individuale e collettiva assieme: il futuro per la prima volta nella vita di Fortini era da affidare completamente e soltanto ad altri. I progetti che aveva composto per una vita erano minacciati. Non una “svolta”, dunque, non un ripiegamento sul materialismo timpanariano e tantomeno un abbandono nichilistico. Ma neppure più la presenza di un’inalterata “ricerca e slancio utopico” o l’idea della trasfigurazione o della rinascita.

L’inquietudine fortiniana si arrestava. La morte imminente e personale,  sentita più che pensata, mi pare preponderante in tutta la raccolta. Essa disfa le cose composte (dal poeta, dagli uomini in lotta nel tempo storico) e questo scioglimento delle cose personali e collettive va accettato (sopportato). Ma da qui anche l’allarme, la raccomandazione data dal moribondo in punto di morte ai vivi. La sua opera personale è compiuta. Il nuovo ordine sociale è più che mai a venire. Possibile ancora? Impossibile? Non so pronunciarmi. L’appello “proteggete le nostre verità” consegna ai vivi quello che è da salvare, quello che ha contato per l’individuo e per la storia  degli uomini con cui ha vissuto, compresa la verità del comunismo. Ma solo, ancora più drammaticamente, come possibilità.

Concludendo: nella “guerra permanente” a dieci anni dalla morte di Fortini  Nel percorso che abbiamo compiuto abbiamo visto la costanza del ripudio fortiniano della guerra (inconciliabile con l’idea di rivoluzione socialista) e la varietà di toni che esso ha assunto nel tempo: speranzoso e corale nel 1946; assertivo e tendente all’estremo (dire estremista sarebbe una concessione imperdonabile agli avversari di allora e di oggi di Fortini) nel 1967  di fronte all’aggressione americana al Vietnam o a quella israeliana contro gli arabi; allarmato e sempre più amaro nel ’90 davanti alla Guerra del Golfo.

Si delinea così nelle sue opere quasi una parabola che va dalla fine della Seconda guerra mondiale all’attuale precipizio della “guerra permanente”  con in mezzo il picco alto di speranze degli anni Sessanta (Cina,’68-’69).

Dieci anni dopo la morte di Fortini, la nostra rilettura dei suoi testi viene a coincidere con l’acutizzarsi della tragedia di un Medio Oriente sempre più divorato dalle bombe. Gli Usa continuano pervicacemente ad imporre il loro monopolio militare e la guerra “è tornata al centro di uno scenario mondiale che non ha precedenti nella modernità” (Rossanda). Persino i giornalisti più filoamericani avvertono: l’incubo della terza guerra mondiale “è già in corso” (Pirani). E sempre più drammatica è diventata l’assenza di un’opposizione non puramente simbolica alla guerra, mentre  il dibattito politico si è arenato proprio su quelle posizioni  pacifiste, combattute dall’ultimo Fortini. Per lo più, infatti, viene teorizzato il “grande rifiuto della politica”: la politica è “figlia della guerra» ha sostenuto la filosofa Cavarero; è “un fallimentare rimedio al disordine del male” aggiunge Revelli.

Ora chi rileggesse il recente dibattito di LIBERAZIONE, La politica della non-violenza, dovrà ammettere onestamente che alla domanda posta da Ingrao alla sua apertura (“Come si risponde all’aggressione armata? Che cosa si fa contro la violenza armata dell’aggressore?”), le risposte, pur risalenti al ‘90 desumibili dalle posizioni di Fortini, specie dagli Otto motivi contro la guerra sono ancora oggi più lucide e meno elusive di quelle dei tanti intervenuti. (Anche se, personalmente, non mi sento di tacere dei dubbi:  ad esempio, cosa intendere in concreto per “una violenza con altri mezzi e senz’armi” o una “non-violenza eversiva”? In cosa essa si distingue dalla non-violenza attiva, di cui parla almeno una parte dei pacifisti? E ancora: d’accordo sull’”uscire dalla morale verso la politica”, ma oggi in concreto dove e come fare politica? Edoarda Masi, intervenendo su il manifesto, ha negato che la via da imboccare sia quella della politica in senso tradizionale. Bene. Ma il contributo di pensiero innovativo da lei auspicato da quali  soggetti   prevedibilmente potrebbe venire?)

Come mai, allora, tanto silenzio e disinteresse verso questi testi fortiniani e verso posizioni odierne (penso a Rossanda, alla Masi, a Tronti stesso) accostabili a quelle degli Otto motivi contro la guerra ?

 Si dirà che forse è sbagliato chiedere ai testi di Fortini del ’90 o  precedenti delle indicazioni politiche concrete e per una situazione ancora più deteriorata. O che egli non fu un politico puro.  Ma di sicuro in quei testi ci sono antidoti validi contro la cancellazione  della memoria storica di qualsiasi tradizione del comunismo, contro la sua riduzione a pura aspirazione o nostalgia o contro l’annebbiamento ideologico del capitalismo, che sarebbe diventato soltanto un «enorme guazzabuglio» e   si sarebbe «annullato diventando tutto» (Sofri). E anche contro la riduzione della politica a «militarizzazione o ceto politico autoriproducentesi»  (Rossanda).

Dobbiamo sapere che tanto silenzio non è legato a fattori contingenti. Quello calato su di lui è in buona parte lo stesso silenzio che incombe oggi sulle “rovine” del socialismo/comunismo, di cui egli chiese invano negli ultimi anni di vita un “buon uso” da parte della Sinistra italiana.

E proprio perché “lo scandaloso Fortini è così intrecciato con la storia – non solo culturale e non solo italiana – del Novecento” (Bonavita) e la storia del Novecento è stata scossa dai tentativi comunisti, a cui egli legò le sorti della sua persona e delle sue opere, dobbiamo anche sapere che quel silenzio non si romperà, se  non si riporranno in forme nuove e per il momento incognite quei problemi affrontati nelle esperienze comuniste.

Nel frattempo le nostre riletture dell’opera di Fortini dovrebbero evitare le  trappole dell’imbalsamazione o dei dissezionamenti. Non mi pare possibile ritagliare la sua figura dal difficile ripensamento della storia del comunismo.

Qualcuno, però, potrebbe obiettare col cinismo oggi di moda: “Ma dai, Fortini sarà stato comunista, ma il comunismo è morto, quindi anche una parte di Fortini è morta. Salviamo il poeta, il saggista intelligente, il polemista acuto; e lasciamo da parte il suo comunismo, il suo abbaglio, la sua fede. Viva è la sua poesia, come viva ancor oggi è la poesia di Dante.  Morta è la sua ideologia, come morto è il cattolicesimo di Dante”.

Direi  che bisognerà respingere questa semplificazione: troppo essenziale è, a mio avviso, quel legame fra Fortini e la vicenda comunista del Novecento, pur da lui declinata esistenzialmente in modi particolari. Un Fortini poeta e basta, un Fortini senza la sua volontà di essere comunista, da collocare in un contesto modernizzato e ipertecnologico  sarebbe  una decorazione, come lo è stato Dante in epoca moderna.

Meglio, allora, che resti anche lui un marziano: inattuale,  classico, ecc. piuttosto che alloggiato nei loculi predisposti per i “cattivi maestri” su Internet. Se arriveranno dei marziani comunisti, lo riconosceranno e tornerà a parlare.

Ennio Abate 6 settembre 2004