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Bisaccia di Avellino 2006 Foto di Ornella Garbin

porte, tetti, particolari e tracce del terremoto

Nunn’è n’atu millesettecientottantanove Hanne scritte sulamente e’ cahiers de doléances!

Articolo recuperato. Data: novembre 2005


Le pallottole di carta non fanno male
(cardinale Camillo Ruini)

di Ennio Abate

Ah sti-ntellettuali ex sessantottine
cumm’a mme pensionate, ma accussì stunate
addurmute, ca capa cionna
ncoppa a vrasera re rivvoluzione astutate!

Che d’improvviso ti sobbalzano
al crepitio scintillante delle faville
sgomenti de la violence:

Uuuh mamma mie, les banlieus, le casseurs !
Chiste songhe les neveux
de l’homme de la serpe
(Fanon docebat!) e allore
attacchamme subbite che litanie:

Ah, come son belle le democrazie
che pur ci donano un FUTURO
«per quanto esso possa essere
di merda» (e di guerra)!

ah, quel Santa Maria Goretti
come noi pensionato
che s’è fatto uccidere
per la “sua” vergine automobile!

Ah quel ma-Scalzone
che confonde il nostro Blair-Cofferati
con gli sbirri più efferati!

Ah, Walter Benjamin, che cazzata
contro gli orologi sparare
e nel Jetzeit sperare!



*
Ah, questi intellettuali ex sessantottini | come me pensionati, ma così stonati | addormentati, con la testa coindoloni | sul braciere delle rivoluzioni spente! || Che d’improvviso ti sobbalzano | al crepitio scintillante delle faville| sgomenti della violenza: | Uuh mamma mia, le periferie, i vandali! || Questi sono i nipotini dell’uomo della roncola | (Fanon lo diceva!) e allora | attacchiamo subito le litanie: | Ah come sono belle etc….

Due lettere su Fortini di M. Ranchetti e E. Abate


Articolo recuperato. Data: 21 luglio 2005

a cura di E. A.

A) Da Michele Ranchetti a Ennio Abate (5 settembre 2005)

Ti mando il primo dei due scritti su Fortini, letto a Siena. L’altro appena lo ritrovo oppure quando sarà edito dal Gabinetto Vieussieux dove c’è stato un piccolo convegno e figurerà agli atti. 1. Ho conosciuto Fortini a Ivrea, in un tempo che mi pare lontanissimo. Ma era in visita, non faceva più parte della colonia intellettuale, viveva già a Milano. Credo fosse in occasione della visita di Rocco Scotellaro. Di queste cose, persone e tempi vi è una poesia di Sereni.Ripensando ad allora,e quindi contrapponendo questo presente (il mio e il nostro), a quel tempo,mi sembra che si trattasse di falsi problemi, di false connessioni, di intrecci da comprendere e da sciogliere, di cui non vedo più traccia.Io lavoravo alla segreteria delle Relazioni Interne, di cui era responsabile Franco Momigliano.Allora, il contrasto, di cui si discuteva, era fra i Servizi sociali (la nuova forma di intervento sulla fabbrica distinta e opposta ai conflitti di classe) e la struttura tradizionale,ossia le rappresentanze sindacali distinte nei tre raggruppamentiti tradizionali. Veniva vissuto e contrastato o auspicato, questo contrasto, come se in esso si manifestasse una differenza non più sanabile fra vecchio e nuovo, fra ideologia e sociologia neutrale’, fra America ed Europa, fra prima della guerra e dopoguerra. Se ne discuteva tutto il giorno, nelle pause lunghissime del dopopranzo e del dopocena, prima di andare a sentire una conferenza di un intellettuale o di un poeta chiamato da Geno Pampaloni a parlare nella saletta della Biblioteca di fabbrica. Ma anche la conferenza o la poesia diventavano poi parte della discussione, venivano fatti confluire nell’argomento del contrasto insanabile, e cosi via. Non era un giro a vuoto, ma una strana ossessione monotematica da cui era difficile e insensato districarsi. Naturalmente, l’appartenenza al partito, e soprattutto le ragioni e la necessità di non appartenervi erano elementi costanti del discutere; grosso modo, prevaleva la fronda’ socialista in cui quasi tutti si riconoscevano. 2. Fortini, mi pare di ricordare, prendeva tutto questo ragionare’ molto sul serio, si infervorava, formulava giudizi definitivi, come se ogni volta, si trattasse di questioni di vita e di morte. Ed era del tutto persuaso, mi sembra, della rilevanza di ogni frase, senza sospettare limiti e velleità individuali e collettivi. Faceva sul serio, credeva davvero a quel che diceva lui stesso, forse in modo prevalente, ma anche in quello che diceva ciascuno di noi.ln me, questo destava un certo imbarazzo, come di una sproporzione originaria e non avvertita, fra il senso del discutere fra singoli intellettuali, in situazione previlegiata e marginale, e ‘il resto’, anche se non mi era chiaro il perché della sproporzione, e il ‘carattere’ di questo ‘resto’ ,che pure percepivo esistente e più forte di noi. 3. Fortini volle leggere le mie poesie. Le lesse, le prese in mano con una padronanza assoluta, come di un maestro d’arte che esamina il prodotto di un aspirante artigiano. E anche qui,in una materia per me allora così privata e segreta, io mi accorsi di quanto fossero rilevanti, per lui, tutte le cose, direi tutte le forme dell’esperienza del vivere: lo scrivere, il discutere, le amicizie, i mestieri, le appartenenze, in un certo senso senza discrimine, perché non c’è nulla che non abbia importanza e significato. Soprattutto, non c’è nulla di cui non si debba rendere conto. Ma il suo, cosi almeno mi pare, ora più che allora, non era un giudizio estetico, neppure un giudizio morale o un giudizio politico. Tanto meno, un giudizio religioso: era una sorta di giudizio universale privato che comprendeva tutti gli elementi, dove il bene e il male appartenevano alla sfera estetica, cosi come alla sfera morale, per cui una poesia non poteva in un certo senso essere bella, se non era anche buona o giusta. 4. Questo ‘giudizio’, che incombeva su ogni sua frase e ogni suo atto, di vita e di pensiero, poteva dar fastidio. In particolare, quando sembrava riguardare, o esercitarsi, su questioni marginali, che però per lui non erano tali, non potevano essere indifferenti, nell’universo di responsabilità individuali in cui si vive. Del resto, era generoso, e si prendeva davvero a cuore le sorti degli altri. Sorti che, anch’esse, erano di natura composita, letterarie, politiche, affettive. Ed interveniva di persona. Conosco, a questo riguardo, alcuni episodi che testimoniano della sua grande generosità. Perché si riproponeva il meglio da sè e dagli altri, come se si potesse disporre, ciascuno e tutti, di una perfettibilità infinita. 5. Tuttavia, a che cosa mai potesse condurre questa perfettibilità, è difficile dire, perchè ‘composita solvantur’, ma non si compongono, se non in un disegno preciso che assegna a ciascuna parte il suo limite e, direi, la sua competenza, secondo categorie non arbitrarie. 6. E qui, a me sembra, si rivela un carattere del modo di procedere intellettuale di Fortini che può rivolgersi contro di lui, o meglio, contro la possibilità di giovarsi della, sua intelligenza, della sua straordinaria sensibilità critica, del suo stesso rigore morale. E’ una sorta di rivolta dei generi, o della loro rivincita. 7. Fortini è intervenuto più nella discussione, che nelle premesse, ha esaminato le conseguenze più dei presupposti, ha discusso le opere nell’ambito della critica, anzi ha discusso soprattutto la critica. E’ come se fosse stato più attento alla riproduzione che all’originale, intervenendo nel secondo tempo della produzione, attenendosi ai risultati. C’ è come una certa reticenza, o almeno mi sembra, che si rileva, ad esempio, nei suoi diari , dove non è quasi traccia di una riflessione che non abbia note di conferma storica o bibliografica, che sia senza testo a fronte, che attesti un’emozione non mediata da un’eccezionale cultura. Per questo, la presenza costante di un riferimento, di un’occasione, sembrano imprigionare la sua prosa così consapevole in una cronaca minore, nel confronto con fatti minori, non più recuperabili ad un interesse più generale. Vi è, nei diari, ma anche nelle lettere, un accanimento critico che non si apre quasi mai ad un’esclamazione libera dell’io, che appare ritroso a scoprirsi, ad esporsi. 8. Era in gran parte così anche della persona, che escludeva ogni confidenza non destinata ad un fine. Ed è peccato, perché la sua reticenza non era affatto dovuta ad un’aridità emotiva o ad un qualche scheletro in biblioteca. E neppure, credo, ad una sua conversione al protestantesimo senza confessione di fede. Piuttosto, forse, ad una concezione della cultura come dignità hominis di tradizione umanistica, del tutto obsoleta e fastidiosa, in tempi di disperazione e disordine. 9. E’ possibile che si sia data una forte accelerazione tecnologica negli ultimi decenni, per cui, come non è più possibile percorrere distanze brevi con i mezzi pubblici e privati in tempo breve, mentre é possibile raggiungere luoghi lontanissimi in poche ore, così alcuni temi e alcuni modi di raggiungerli non sembrano più avere significato, particolari di un insieme che non ha più corso. Ad esempio, la cultura dei gruppi, la cosiddetta industria culturale su cui l’intelligenza di Fortini, si è così a lungo esercitata, sono o sembrano di fatto lontanissimi echi di luoghi non più abitati. Un altro esempio: la consulenza editoriale, ma anche la consulenza politica e in genere intellettuale, se non è diretta ad un fine preciso di perfezionamento dell’efficenza produttiva. E’ forse per questa ragione che, del resto, Fortini ha previsto, che il suo compito può sembrare esaurito. Ma anche questo è un interrogativo che risente del suo insegnamento.

Da Ennio Abate a Michele Ranchetti (6 ottobre 2005)

Qui sotto trovi osservazioni, obiezioni e a volte semplici richieste di chiarimento sul tuo ritratto di Fortini. Ti sembreranno tendenziose o maliziose, ma a me servono per mettere a fuoco quel vostro rapporto fraternamente ostile, direi, e che mi ha interessato per le sue implicazioni psicologiche e storiche, fin da quando ti sentii parlare di lui la prima volta all’università di Siena nella tavola rotonda commemorativa dopo la sua morte. Lo trovo rivelatore anche per far luce su aspetti della mia storia personale e politica. 1. Quello che chiami contrasto fra i Servizi sociali (aziendali) e i Sindacati era per te un falso problema? Non mi è chiaro se tu quel conflitto, che anche a me appare «di classe», lo sentivi reale oppure lo ritenevi (e lo ritieni adesso) una costruzione ideologica, immaginaria di Fortini o di altri. 1.1. I modi con cui quel gruppo di intellettuali viveva quel conflitto possono essere stati discutibili o schematici perché ossessivamente riconducevano tutto a quel «contrasto insanabile». Ma un problema si pone: quel conflitto c’era o non c’era? E se magari era – posso concedere – sanabile in parte alla Olivetti di allora, non lo era e non lo è poi stato altrove. Alla Fiat, ad es., era così «insanabile» che si è risolto con la sconfitta nel 1980 degli operai. 2. Cos’era e cosa è oggi quel «resto» di cui discutevano tanto quegli intellettuali sia pure «in situazione privilegiata e marginale»? Solo definendolo, nominandolo magari in altri modi (non marxisti o paramarxisti o sociologici come facevano quegli intellettuali) si può valutare l’entità della «sproporzione originaria e non avvertita» in quel loro discutere e anche la qualità di quel tuo «imbarazzo». 3. Mi colpisce l’osservazione «Fortini, mi pare di ricordare, prendeva tutto questo ragionare’ molto sul serio». Rivela il tuo profondo scetticismo verso quei tentativi (velleitari a tuo giudizio) di affrontare quel «resto». Pare di capire che per te non si trattava «di questioni di vita e di morte» (le uniche che possono o debbono davvero interessare?). Qui ci sento la tua “indifferenza” al marxismo (o dovrei dire al «mondano »?). Perché, infatti, non si dovrebbe ragionare seriamente su quel «resto» e anche infervorarsi? Che poi non si riesca a cavare un ragno dal buco è un’altra questione. 4. «io mi accorsi di quanto fossero rilevanti, per lui, tutte le cose, direi tutte le forme dell’esperienza del vivere». Perché, per te non è così? E se no, si può dire che solo una parte di esse per te lo sono? O – mia supposizione – tutte non lo sono, per l’incombere della morte, del peso che essa ha nel tuo pensare alla vita o per quel che la fede ti fa intravvedere di Altro? 5. Accentui in modo che a me pare unilaterale il contrasto tra te giovane, che presenti le tue poesie («una materia per me allora così privata e segreta»), e il Fortini «maestro d’arte». Qui il contrasto, al di là del rapporto personale o generazionale, a me pare essere tra una concezione (tua) della poesia soprattutto come fatto intimo, misterioso, inconscio e una concezione (di Fortini) della poesia soprattutto come istituzione storica, pubblica, sociale. 5.1. Certo Fortini era un giudice sovraccarico di secolari armamentari critici. Ma mi verrebbe da chiedere: non lo sapevi? non cercavi, rivolgendoti proprio a lui, di provare come funzionasse sulla tua poesia il suo “occhio clinico”? non volevi far uscire la tua ricerca poetica (privata allora penso) dalla sua dimensione segreta? 5.2. Se uno coltivasse la poesia come fatto incomunicabile e ingiudicabile, non la farebbe mai leggere, specie ai letterati di professione. Se la presenti a un altro (poeta e critico per giunta nel caso di Fortini), è perché ti vuoi distanziare da quello che hai scritto e desideri che altri partecipino a quel tuo sentire segreto oggettivatosi sulla carta. Accetti insomma di entrare nell’altra dimensione (storica, pubblica, sociale) della poesia. E sai o impari subito che lì non trovi solo amici benevoli o distratti, ma lettori carichi o sovraccarichi di competenze estetiche, filosofiche, istanze politiche, religiose, ecc. Esse entrano in gioco più o meno accortamente illuminando o a volte oscurando la singolarità di chi ha prodotto quei testi. Non è il gioco “infinito” dell’interpretazione? 5.3. Che poi il giudizio di Fortini tendesse alla Totalità, si sa. Ma il suo, se era un «giudizio universale», a me non pare «privato». Era quello di un intellettuale marxista, che aveva studiato Lukács e Adorno. Era tutta una generazione a pensare che «una poesia non poteva in un certo senso essere bella, se non era anche buona o giusta». 5.4. E poi anch’io non sono del tutto convinto: davvero una poesia può essere solo «bella»? 6. L’affermazione «…perché non c’è nulla che non abbia importanza e significato» mi pare diversa sostanzialmente dalla successiva «non c’è nulla di cui non si debba rendere conto». 6.1. La prima mi pare indicare un’apertura, un’attenzione al mondo (magari ingenua e destinata alla sconfitta: col tempo molte cose diverranno senza importanza e significato o risulteranno false…). 6.2. La seconda introduce un elemento esterno (superegoico), al quale render conto del rapporto che si stabilisce con le cose (il mondo). 6.3. Probabilmente in Fortini erano presenti entrambi questi aspetti e confliggevano (con prevalenza – concordo – del secondo). Mi chiedo però – ripeto – quanto quella «sorta di giudizio universale» (io direi: tarlo della Totalità), che tu gli imputi, fosse davvero «privato». 7. Capisco che un giudizio che assaliva «ogni sua frase e ogni suo atto, di vita e di pensiero» desse (e ti desse) fastidio. Ma proprio perché nasceva da un individuo che tu stesso riconosci come «generoso» e capace di solidarietà verso le sorti degli altri, quel fastidio andrebbe interrogato. 7.1. Dell’accanimento nel giudicare di Fortini dai una motivazione che a me pare antilluministica: «si riproponeva il meglio da sé e dagli altri»; aspirava o aveva fiducia in «una perfettibilità infinita». Riecheggi – mi pare – le antiche accuse di prometeismo e di astratta fiducia nella natura umana mosse appunto agli illuministi e ai marxisti in genere. 7.2. Moltissime pagine di Fortini smentiscono che egli nutrisse tali convinzioni o possa essere della stessa famiglia dei fautori del Progresso: s’era pur formato su Adorno; conosceva gli effetti deleteri della dialettica dell’illuminismo; dello stalinismo aveva criticato ampiamente la fede nell’«uomo nuovo»; ed era stato attento alla lezione di Timpanaro. Proprio il suo particolare marxismo («critico», appunto) e il suo cristianesimo (comunque pessimista) lo tenevano alla larga da questa eccessiva fiducia nella perfezione. 7.3. Che poi sotto la lucidità amara di questi suoi scritti perdurasse un’illusione perfezionistica residua in contrasto con le sue dichiarazioni, si può supporre. Ma andrebbe dimostrato. (Non era un freudiano, certo. Usava semmai la lezione di Freud da umanista, credo). 8. Perché non considerare che quell’«accanimento critico che non si apre quasi mai ad un’esclamazione libera dell’io, che appare ritroso a scoprirsi, ad esporsi » nascesse da altro; e cioè dall’esperienza vissuta – e poi diventata intellettualmente consapevole – dell’ingiustizia del potere nelle nostre società? 8.1. Tieni conto della sua vicenda familiare, del suo coinvolgimento nella guerra, delle frustrazioni continue derivategli dalla sua partecipazione politica. 8.2. Non credo che in Fortini sia stata del tutto assente «un’esclamazione libera dell’io». È che il suo «io» è diverso da quello di Pasolini (di cui mi parlasti – ricordi?- durante l’intervista che ti feci). Il suo fu un «io» fortemente politicizzato in senso marxiano e che sicuramente si «barricò» in una concezione “classica” della cultura. 8.3. Si può ammettere certamente che questo «io politico » in lui castigasse eccessivamente quello «privato », quello – ad es. – giovanile più aperto al desiderio di godimento e forse di confidenza [Mi avevano colpito la schiettezza erotica della poesia La buona voglia(pag.46 di Una volta per sempre, Einaudi ’78 e anche certe sue “divagazioni-confessioni” sui suoi interessi per l’arte e la pittura…]. 8.4. Mi pare però che «in tempi di disperazione e disordine» sia quella sua concezione della cultura, «obsoleta e fastidiosa», sia quel suo «io politico», ritroso a espandersi in confidenza, abbiano dato prove di coraggio (Penso alle sue prese di posizione su certi avvenimenti negli «anni di piombo», che non so considerare per la mia generazione «fatti minori»). 8.5. Perciò più che di «reticenza» a parlare di sé, a «scoprirsi, ad esporsi» – ricordo il racconto-confessione del suo comportamento “ottuso” nei confronti di Elvio Fachinelli – direi che egli si è esposto fortemente per come si era costruito: come «io politico», capace non solo di intelligenza ma anche di passione (politica). Fortini a me pare uno dei pochi letterati davvero fortemente segnato da una partecipazione passionale alla politica (ad una certa politica). E perciò a me pare quasi ovvio che nei suoi diari non vi possa essere «quasi traccia di una riflessione che non abbia note di conferma storica o bibliografica». Nella storicità delle cose (dalla guerra alla «cronaca minore») si “buttò” con tutto se stesso. E fu questa con la sua brutalità che gli impedì quell’ «esclamazione libera dell’io» e rafforzò forse la sua «concezione della cultura come dignità hominis di tradizione umanistica». (Ma forse qui sono troppo brechtiano). 9. Sulla “inattualità” di certi temi da lui trattati per tutta una vita (industria culturale, ecc.), direi che la sua lezione può apparire esaurita perché a tutto il lavoro intellettuale è stato imposto con la «forte accelerazione tecnologica degli ultimi decenni» un altro contesto (che è anche di guerra!). Ma lo si può accettare? I suoi scritti potranno apparire rozzi e superati a quelli che a questo contesto si sono adattati. A quelli che vi resistono, qualche suggerimento (etico magari, più che politico) ancora lo danno.

Appunti da Cairano


di Donato Salzarulo

La rosa che m’innamora è la stessa
Che mi divora, la poesia che inseguo
È la stessa che mi strega, che manda
In aria e dilegua le pieghe
Dei miei respiri, le spirali
Dei miei fermenti.
Evito esclamazioni.

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Flamines

di Eugenio Grandinetti

Recupero dal vecchio sito di Poliscritture 2005-2010 non più aggiornato e inaccessibile queste poesie di Eugenio Grandinetti con due sue note. Comparvero mercoledì 11 febbraio 2009. [E. A.]

Continua la lettura di Flamines

Un questionario sulla sinistra (2008)

l e risposte
Ennio Abate

Dopo le ultime elezioni dell’aprile 2008, di discussio
ni sulle sorti della sinistra, come questa promossa con
un questionario da POLISCRITTURE – si veda il box
a fianco – ce ne saranno state tante in Italia (qualcuno
dice troppe) e mi piace pensare che piagnistei, rancori
e fatalismo non le abbiano troppo inquinate. Il nostro
questionario Sinistra 2008 in discussione è sorto da
un’esigenza: intensificare su un tema politico spinoso
il confronto tra la redazione di POLISCRITTURE e i
lettori-collaboratori-osservatori. E non a caso diversi di
noi hanno risposto anch’essi alle domande senza porsi
soltanto nel ruolo di giudici o di arbitri. Abbiamo così
messo in pratica l’idea-base della rivista, quel poliscri
vere , sperimentato in questa occasione in modo non
gratuito, ci pare. Una quarantina sono state le risposte,
tutte pubblicate sul sito www.poliscritture.it, e questo

Si legge nel n. 5 cartaceo di POLISCRITTURE
scaricabile gratuitamente
QUI

Recupero di due ricordi di Franco Pisano

a cura di Ennio Abate

Il caso.  Una nuova amica di FB  ha  pubblicato sulla sua pagina una mia  poesia, che avevo dimenticato. La scrissi in occasione della morte di Franco Pisano sul vecchio blog Moltinpoesia (qui). Controllando l’assenza sull’attuale sito di Poliscritture  anche del ricordo  di Pisano scritto da Roberto Bugliani il 23 gennaio 2013,  ripubblico entrambi i testi. Per onorare ancora la figura di un militante dei nostri tragici anni ’70. [E. A.] Continua la lettura di Recupero di due ricordi di Franco Pisano

Der Erzähler refurbished. Benjamin revisionato da Baricco

di Marco Gaetani

Ripubblico questo saggio  già comparso sul vecchio sito non più accessibile di POLISCRITTURE 20210-2013 . Ricordo che è, però, presente  nel PDF del n. 8 di Poliscritture – rivista cartacea  del dicembre 2011 (scaricabile qui) [E. A.] Continua la lettura di Der Erzähler refurbished. Benjamin revisionato da Baricco

Magris e Schiller

Dialogo tra un professore di filosofia e una studentessa

   di Donato Salzarulo

Giovedì 19 maggio 2005. Durante l’intervallo, una studentessa liceale dell’ultimo anno si avvicina al suo professore di filosofia, un sessantottino ultracinquantenne con occhiali e senza barba. Continua la lettura di Magris e Schiller

Una sera di primavera

Anche questo articolo di Velio Abati era comparso sul vecchio sito (2010 – 2013) non più accessibile di Poliscritture. Fu pubblicato sul n. 10 cartaceo del  dicembre 2013. [E. A.]

di Velio Abati

Continua la lettura di Una sera di primavera