Archivi categoria: POESIA E MOLTINPOESIA

Laboratorio Moltinpoesia di Milano. Archivio: Rendiconto 2011

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Sul quadro del 21 agosto 2026

 

di Ennio Abate|Tabea Nineo

Sui tentativi di ripensare la poesia di Lorenzo Calogero


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Peter Quintus Robert Anderson

E’ un poeta sudafricano, nato a Pretoria nel 1967 e formatosi alle Università di Città del Capo e di Oxford. Insegna English Language and Literature all’Università di Cape Town, I suoi interessi di ricerca riguardano la poesia, in particolare di Audel e Coleridge. Anderson è anche uno studioso dello spazio e della cultura.

Su “Kamen’ n.69


Otto variazioni

di Ennio Abate | Tabea Nineo

1. 15 aprile 2026

        2. 28 aprie 2026


        3. 5 giugno 2026

        4. 29 luglio 2026

        5. 3 agosto 2026

        6. 8 agosto 2026

        7. 11 agosto 2026


        8. 13 agosto 2026

        Sonetti d’agosto

        di Donato Salzarulo

         Con la “crisi della militanza”, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, tornai più attivamente alla Poesia. Un autore che cominciai a leggere in quel periodo fu Andrea Zanzotto. Lessi Il Galateo in bosco pubblicato nel 1978 dalla Mondadori. Fui colpito dalla maestria dell’«Ipersonetto»: una sfilza di quattordici sonetti (quanti sono i versi di questa forma poetica) più due.
        Già nel mio Quaderno delle prove giovanili, ne avevo scritto qualcuno. Nel 1983 ne scrissi altri due, pubblicati successivamente su «Laboratorio Samizdat», una rivista a cura di Ennio Abate e altri amici ed amiche. Il primo assumeva il Dente di Leone come mio avatar, il secondo accerchiava l’Ombra “che attrista il mio viso”. Mi affascinava, comunque, la scelta di Zanzotto e ne ricavai l’idea di scriverne una serie di seguito.
        Durante le vacanze estive del 1987, si determinarono le condizioni migliori. Nell’anno scolastico 1986-87, fui nominato per la prima volta dirigente scolastico e nello stesso tempo Assessore alla pubblica istruzione del Comune di Cologno Monzese, due incarichi che mi risucchiarono nel vortice della Pedagogia e della Politica.
        Ricordo l’ansia e lo stress al quale il mio corpo-mente fu sottoposto. Vissi il primo giorno di ferie come una liberazione

        Dolce poesia che siedi sconsolata
        Sulla strada del boschetto d’alloro
        Dal sacerdote tuo sconsacrata
        Nascondi inviperita il tuo tesoro

        Il “sacerdote” ero io che, per quasi un anno, avevo completamente abbandonato la Poesia; la immaginavo “inviperita” nei miei confronti. In realtà, in quegli anni fioriva tutt’intorno il disincanto, la fine del “grande stile” e delle “grandi narrazioni”, il pensiero debole, il “lutto del vero”, il “fragore”, “l’insipida mistura”, la pittura del livore e del rancore. La Poesia nascondeva “inviperita” il suo tesoro non solo a me. Certa poesia sembrava adeguarsi a tutto ciò.
        Trascorsi le vacanze a Bisaccia, il mio paese natio, scegliendo amici con cui mai e poi mai avrei parlato di scuola: Franco Arminio e Pietrantonio Arminio, fratelli elettivi, a cui dedicai due sonetti. Altri due sono dedicati alle mie figlie (Michela e Lucia) e un altro a mia moglie Pina. Per il resto protagonista dei miei versi è la Lingua-Persona, la lingua poetica che tratta le parole come cose. Devo questa consapevolezza ad un libro di Giovanni Giudici che lessi nel 1985: La dama non cercata (Mondadori, 1985).
        Scrivendo questi Sonetti pensavo di contribuire al rilancio di questa forma tradizionale. Dal punto di vista metrico-ritmico mi attestavo sull’endecasillabo, ma non in modo pedissequo e dogmatico. Mi regalavo una certa libertà affidata direttamente alla pulsione inconscia, una sorta di flusso sonoro, una musica delle parole tendente ad evitare un eccesso di intenzionalità.
        Alcuni bersagli erano chiari: le “molli parolette”, i pensieri flebili, la palude sociale e culturale tutt’intorno; altrettanto chiari erano i valori positivi propugnati: lo statuto di “oscura fiamma” della poesia, una sorta di energia che alimenta il desiderio di conoscenza erotica ed amorosa della realtà da filtrare e modellare, la saldatura delle molteplici esperienze, la giuntura di tutti i punti del corpo-mente, la voglia dell’intero.

        Non è miraggio quest’oscura fiamma
        Che s’offre come aurea saldatura
        Dei tuoi sapori cerco intera gamma
        Di tutti i punti voglio la giuntura
        Allor con te l’orecchio mi s’infiamma
        E il baratro diventa una fessura.

        Durante la scrittura e alla fine, provai una sorta di “felicità mentale” che mi accompagnò per qualche settimana. Feci leggere il dattiloscritto (siamo nel 1987!) ad alcuni amici. Il riscontro fu positivo, ma nei loro occhi non leggevo la mia stessa “felicità mentale”. Così già qualche mese dopo ero invaso da dubbi e perplessità. Francamente non ne avevo bisogno. L’incertezza già serpeggiava nei Sonetti

        La voce tua ricerco in vecchi panni
        Caldi sonetti segni di scompigli
        Se t’allontani ancora mi condanni
        A fiore incerto nato lungo i cigli.

        Fiore incerto, il dattiloscritto restò nei cassetti. Pur rappresentando un mulinello, un vortice (Di spire in spire vengo alla tua altura) della mia pratica poetica. A distanza di quasi quarant’anni ritengo che, invece di scarti o detriti, questi “assetti per amare” mi appaiono come oggetti fossili. Proprio per questo meritano di uscire dal cassetto in cui sono stati sinora sepolti. Considerati come tali, penso che rappresentino una miniera da cui si può ricavare ancora dell’energia, capace di ridare fiducia alla poesia. È come aprire la finestra di una stanza rimasta chiusa troppo a lungo. L’aria che entra porta con sé un “dolore antico” e, al tempo stesso, contemporaneo. Viene dal passato e guarda con fiducia e senza rassegnazione al futuro.

        16 luglio 2026


        I

        Nella chioma del platano t’installi
        Pensiero con rugiada ristorato
        Similoro d’un campo ritrovato
        Ombrellifere e facce di cristalli

        E dietro la memoria non s’imballi
        In teche di vetro colme di passato
        Il polmone d’aria s’impregna ossigenato
        Cheta arma dei tuoi premi e falli

        In quale sogno brighi e remi e miri
        Foglia che tremi e tremiti rifili?
        Scaccia lontano il segno dei raggiri

        Lascia la colla delle terre vili
        Nelle culle vola dei sospiri
        Bolla il bacio tra le labbra e fili.

        II

        Dolce poesia che siedi sconsolata
        Sulla strada del boschetto d’alloro
        Dal sacerdote tuo sconsacrata
        Nascondi inviperita il tuo tesoro

        Per molli parolette desolata
        Da flebili pensier cerchi ristoro
        Del lido del cielo appassionata
        Sospiri chi ti dedichi il lavoro

        D’una vita che vada oltre il fragore
        Ed oltre questa insipida mistura
        Queste monotone note di languore

        E questa fredda livida pittura
        Delle tue carni donami l’odore
        Delle tue vesti dammi la misura.


        III

        Non fuggo più non sfuggo la calura
        Io ti ricerco nella tua dimora
        Non ho paura della tua statura
        Non voglio che si affoghi nella gora

        Di spire in spire vengo alla tua altura
        Di fragile splendor mi nutro ancora
        Dei tuoi piedi conosco l’andatura
        L’orrore bruci vada alla malora

        Chiaro tormento luce di furore
        Del tuo dolore antico mi coloro
        Di questa storia penetro il rancore

        Le prugne acerbe colgo ed io m’indoro
        Odoro tutti i petali del cuore
        Così vieppiù di te io m’innamoro.



        Nota

        Qui puoi leggere o scaricare l’intera raccolta

        “Le poesie italiane di questi anni”  di Franco Fortini 1959

        Appunti 2002 per i moltinpoesia

        di Ennio Abate

        1.
        «Alla poesia italiana la storia è ignota, non si assume il proprio stato storico»(96) | [«La storia è storia dell’anima, cioè non-storia» (105). Vari esempi: Saba: «Il tempo entro cui si dispongono le esperienze… è cronologico-biografico, con i suoi riferimenti a casi familiari e sentimentali, nel senso di un romanzesco privato o microsociale, mentre gli eventi sovraindividuali – prima guerra mondiale o guerra del «fascista abbietto» e del «tedesco lurco» – restano sullo sfondo»  (106)
        Ungaretti: in lui « tempo è categoria metastorica, neppure psicologica» (106).
        Montale:«il tempo si curva […] in prossimità della «crisi» esistenziale […] i riferimenti agli eventi sociali e civili s’infittiscono, ma si tratta di un mondo «disertato da esseri umani e attraversato solo da messaggi cifrati, da angeli travestiti da demoni […] e da lemuri animali, la riduzione degli eventi umani a quelli naturali e della guerra a «bufera» è continua e spontanea» (106).  Mentre nella poesia più recente (fine anni ’50, quindi siamo vicini alla poesia critica di Majorino) «passato, presente e futuro tendono invece a riferirsi a eventi collettivi, su quelli si ordina la biografia. Il passato è l’infanzia e la giovinezza ma anche e più spesso il tempo del fascismo» (107).
        «questo inserimento delle biografie in un complesso di eventi ha voluto dire anche inserire il proprio passato e il proprio futuro nel passato o nel futuro di un popolo, o classe o genere umano» (107) ]

        2.
        «Poesia di una classe incapace di dramma: il conflitto scompare dalle pagine» (97) | Ma nel dopoguerra c’è stato un cambiamento profondo| permane il « dislivello fra il numero patologicamente elevato dei volumetti di versi  e quello dei lettori», (97)(problema fisso, irrisolto!) | «versificazioni che proliferano nella zona dell’epigramma, del quadretto, dell’epistola in versi, della polemica in versi o della canzonetta canaglia» (103).

        Fortini parlava di una tendenza del «come se»: «scrivere come se la poesia avesse una circolazione ed un significato sociale che in realtà non ha  e consentisse (così era in altre età, nostre o d’altre letterature) quel fitto esercizio in versi, dove un poeta vero e anche un piccolo poeta possono lasciare talvolta qualche verità e bellezza che non hanno i versi «maggiori»; e, scrivendo «come se», promuovere di fatto l’avvento di un «consumo» del prodotto letterario-poetico».(103) | Ma oggi «l’industria culturale non permette «come se», essa è tutta «come se», seria, faceta, austera o leggera, divisa in «programmi», in «generi» canonici» (103-104)

        |stereotipo: «celebrazione della poesia come qualcosa di desiderabile e di impreciso» (104) | «L’atteggiamento «ingenuo» del lettore di versi non è probabilmente mai esistito» (104) | una «nozione di poesia» interviene sempre nella concreta «lettura di poesia», 105|

        3.
        Fortini classifica i poeti di quegli anni in tre «situazioni»: «del transito, della contraddizione e dell’avvento» (107) e le riconduce a tre settori dell’«intelligenza borghese»: quella travolta  dal fascismo e non adattatasi all’industria culturale; quella che ha sperimentato l’«altro» (popolo, proletariato, partito e «le forme di vita germinate dall’industria»; quella delle «minoranze che, ai margini della cultura borghese nazionale ma ai confini di quella delle grandi unità culturali mondiali, sebbene prive di potere politico o culturale, non sanno rinunciare ad un idea di totalità e di integrazione, a carattere rivoluzionario, e quindi rifiutano sia la «morte» del transito sia la «vita» della contraddizione» (111)|

        4.
        [Questo mio “ritorno a Fortini” – (casuale?… Certo, ho mollato la lettura che avevo deciso di certi suoi testi e mi sono “distratto” inseguendo gli echi che mi sono parsi sempre più flebili o irrigiditi dei suoi amici o e allievi) – è sempre corroborante.
        Al di là di alcuni dubbi, insinuatisi confrontando la sua posizione con altre posizioni (di Majorino, di Negri, ecc.), riconosco che egli mette a fuoco i problemi della poesia che a me interessano con una lucidità e semplicità superiore a quella di Majorino.
        Sì, mi restano perplessità rispetto all’impianto filosofico (idealismo o materialismo), ma Fortini non è riducibile all’idealismo hegeliano | [sa cos’è Marx,  il marxismo e lo stalinismo].
        Quindi, riconosco che  i problemi che oggi mi ritrovo ad affrontare ad esempio in Moltitudine e poesia [ un mio saggio del marzo 2003 pubblicato su  “Il Monte Analogo”n. 1]:sono già presenti nei suoi scritti del 1959 o del 1952 (Saggi italiani).
        Va bene perciò tener presente Poesie e realtà 1945-2000 di Majorino, ma devo risalire ai Saggi italiani, che permettono un’individuazione più precisa del nucleo storico e politico eluso dali attuali  discorsi sulla poesia strettamente “culturali” o “poetici”]

        5.
        La comunicazione poetica va confrontata «al senso e allo sviluppo dei rapporti degli uomini fra loro, nella società, per andare oltre la presente figura dei loro rapporti», (145) | (avvertimento presente anche nelle osservazioni di  Lenzini al mio Moltitudine e poesia «le posizioni più conservatrici e ideologicamente più arretrate possono formare immagini di integrità umana ricche di avvenire, mentre posizioni ideologicamente più avanzate e intenzionalmente «democratiche» [possono] invece contenere ‘proposte di essere’ chiuse nei confini di una società che rifiuta ogni salto qualitativo» (145) |

        6.
        Problema: la poesia offre «qualcosa di più» rispetto ad altre forme di comunicazione e di espressione (come la riflessione politica o filosofica)? | C’è in essa «una proposta d’essere [un’immagine guida?] più forte e più vera di quella del pensiero filosofico, scientifico politico?  (vedi pag. 145) |

        Attualità del giudizio di Fortini:«Nel nostro paese la lirica può benissimo continuare così, con i suoi seicento o settecento opuscoli di versi ogni anno, i piccoli gruppi, l’amministrazione della fama, le sollecitazioni editoriali, il rapido e monotono mutare delle mode… e l’arbitraria elezione di questo o di quel gruppo a rappresentante esclusivo per l’Italia»(145-146).

        [La mia distanza da questi fenomeni. Cercare altro, non cedere al semplice “risentimento” per chi gestisce il micropotere editorial-poetico]

        7.
        «È chiaro che fino a quando si continuerà a credere di fatto, anche se in teoria lo si contesta, alla poesia come grazia e arbitrio, per eccellenza inverificabile, si avrà:
        a) nell’ordine sociale un incremento di poeti della domenica che sarebbe di per sé innocuo se non appestasse l’aria con una patologica concezione del luogo [importante?] e della destinazione della poesia;[ecco qui ben indicato un limite di fondo del fenomeno  moltinpoesia, che io  forse ancora un po’ copro continuando a parlare di nebulosa poetante, di ambivalenze, etc.]
        b) nell’ordine dell’espressione, la frustrazione ricorrente di tutti i tentativi di superare l’arbitrio stilistico (cioè quella che Pasolini chiama la «libertà stilistica»), compiuti per autolegislazione di individui o gruppi [mi pare il caso di Linguaglossa, che si pone nella posizione del “legislatore estetico” marginalizzato rispetto ai “vincenti”; e questo non va bene] (145-146)

        8.
        Quale la posizione di Fortini?  Di apprezzamento degli sforzi (presenti in Pavese e Jahier) di abbandonare la poesia soggettiva e «di muovere verso l’epica e la drammatica», ma anche indicazione del limite di quella ricerca: i risultati resteranno «nell’ambito della lirica, del ‘solipsismo egoistico’»(146).
        «La possibilità del superamento del lirismo individuale è dato dalla scrittura in prosa (e non già dal poema in prosa o dalla prosa d’arte ma dalla narrativa o descrittiva didascalica e saggistica»(146)[quindi nessun disprezzo per la prosa, anzi!] | Porta l’esempio di Pasolini: il suo sperimentalismo voleva innovare «nella cultura»[anche Linguaglossa ha questo obiettivo! | echi simili anche nei discorsi di Majorino quando parla di mortificazione della cultura, di necessità dello spostamento]|

        9.
        Critica di tali posizioni da parte di Fortini: «si fa della cultura il vero prius della poesia e della poesia un momento capitale della cultura. Ma che cosa fondi, sviluppi, modifichi la cultura, non lo si dice» (147). Si considerano le «idee», cioè la cultura, come la condizione per il rinnovamento della poesia. Ma non ci si chiede perché e per chi quelle «idee» dovrebbero essere rinnovate. Non ci si rende conto che la prima «idea» di cui occorre far la critica è l’idea di poesia.»(147)

        [Cosa che Linguaglossa non vede proprio. E non la vede neppure Troisio, il quale si dichiara in disaccordo nell’intervista [ quale? cercarla…] con questa “diffidenza” (così la chiama)  fortiniana per la poesia |[Valutare in proposito quanto Giovannetti con il suo essere contro la Poesia (con la maiuscola) s’avvicini  a Fortini o lo abbandoni per il postmodernismo] |

        9.
        Fortini insiste sul problema dei destinatari, cioè della lettura.  Per lui bisogna dire cosa ci si ripromette dalla scrittura in versi, quale specie di «educazione alla verità» ne può venire. E precisare «cosa distingue una poesia in versi da una pagina di narrazione e di saggistica [ma oggi anche dalle altre forme di comunicazione dei mass media].

        «La collocazione della poesia in un dato punto della sfera comunicativa non potrà essere affidata alle poetiche, ma ad una metodologia o teoria filosofica; e mediatamente, alla prassi, al sistema di reali forze e controforze sociali, nel quale ciascuno di noi prende luogo» (147).
        L’attenzione del poeta dovrebbe essere rivolta – qui Noventa – « all’essere» non «allo scrivere» (148). Quindi bisogna mirare alla «reale trasformazione delle cause che governano i rapporti sociali fra gli uomini» (148)
        Questo non significa che «il poeta non possa e non debba anticipare, nel proprio lavoro, quei mutamenti» (148) [ «tanto più che essi sono pur chiaramente visibili», aggiungeva ottimisticamente, 148|

        10.
        [Con queste posizioni di Fortini siamo agli antipodi del Leopardi di Negri (Lenta ginestra), che vede nell’immaginazione soggettiva di Leopardi l’unico spazio di nuova “costruzione ontologica”.
        Quest’ottica fortiniana era valida alla fine degli anni ‘50 e non oggi? Eppure, non si era anche allora all’indomani della sconfitta delle tensioni resistenziali, comunque in una situazione di “crisi”?
        La visione di Fortini è storica, ma non strettamente legata alla contingenza storica del secondo dopoguerra. E’ legata semmai alla visione ben più epocale o generale del pensiero marxista]


        Note

        *Franco Fortini, Le poesie italiane di questi anni  (1959) in Saggi italiani 1 (Garzanti 1987)

        ** Ripulitura 2026 di uno dei tanti appunti dedicati al problema dei moltinpoesia. Una versione precedente di questo articolo è qui: https://moltinpoesia.blogspot.com/2024/06/su-le-poesie-italiane-di-questi-anni.html

        Su “Rumori di fondo” di Luca Chiarei

        a cura di Ennio Abate

        Questi sono 11 clip che danno un’idea della presentazione del libro di Luca Chiarei avvenuta il 4 luglio 2026 a Cologno Monzese. Li ho selezionati dal vasto materiale ripreso da Gianfranco Liparulo e ho dato a ciascuno un titolo che indica i momenti e le questioni per m e più interessanti della serata. Ringrazio Punto 165 per l’ospitalità.

        1. Come, dove e quando ci siamo conosciuti io e Luca Chiarei

        2. Luca Chiarei legge una poesia da “Rumori di fondo”

        3. Luca Chiarei legge una seconda poesia da “Rumori di fondo”

        4. Luca Chiarei legge una terza poesia da “Rumori di fondo”

        5. Ennio Abate interpreta il concetto di “città vuota” presente nella raccolta di Chiarei

        6. Ennio Abate indica alcuni autori di riferimento di Luca Chiarei e la tendenza al frammento della sua ricerca poetica

        7. Le impressioni di Gilberto Garbellotto: attualità e contemporaneità della poesia di Luca Chiarei

        8. Mauro Cambiaghi legge una poesia da “Rumori di fondo” e Luca Chiarei spiega come affronta le questioni di metrica

        9. Valeria Impedovo riferisce su esperienze di giovani che praticano poesia in gruppo e senza regole

        10. Ennio Abate accenna ai danni dell’insegnamento scolastico della poesia

        11. Tony Gaeta difende la scrittura libera di poesia. Ennio Abate riconosce il diritto a scrivere di chiunque ma ricorda i rischi della scrittura di massa incontrollata e l’importanza di accertarsi della qualità e degli obiettivi della scrittura poetica

        Fogliettone 3 MOLTINPOESIA novembre 2009


        a cura di Ennio Abate

        Fogliettone 2 MOLTINPOESIA aprile 2009


        a cura di Ennio Abate