di giallo di rosso si tinge il verde del bosco presto s’accrescon l’ombre vespertine che suonan la zampogna della terra del cielo ma tu odi soltanto l’umana
cieco al destino ignori la quiete l’abisso nell’incavo del cielo
(monte Armano, settembre 2020)
energia
mi tocchi ti tocco le nostre mani si confondono sulla pelle più non v’è il mio il tuo… la verità muta del tatto è lo scambio la memoria degli affetti il dono della grazia la culla della vita effimera nel gesto lieve delle carezze
Piacenza, novembre 2020
un soffio
hai bevuto ai bei calici hai sorriso nell’azzurro aperto il cuore ai colori della vita ora una lacrima ti spunta vibrare ancora vorresti trattenerti coi tuoi cari nella dolcezza del soggiorno nel lungo studio ma l’ombra avanza un soffio noi siamo nell’immenso…
(Piacenza, marzo 2021)
due aquile volteggiano alte sembran giocare nel mattino sereno di settembre
come liberi uccelli noi vorremmo salire ma negli averni troppo a lungo sostiamo…
(monte Armano, settembre 2021)
maggiociondolo ti riconosco arboreo figlio di montani boschi rischiari la valle e adorni di gemme fiorite… contemplo le lunghe distese tra Zovallo e Tomarlo nei tuoi penduli fiori di promessa felice tra maggio e giugno mi perdo… quando soccorre il tempo mite una soglia alla bellezza dischiusa è l’esistenza… ma il fiore presto vizzisce e s’avanza al romantico sentire l’affanno greve della vita…
(Monte Armano, giugno-agosto 2022)
i giardini di Adone
Adone di Venere amante presto strappato al tuo amore e trasformato in fiore i freschi tuoi giardini a Venere sacri in vasi lucenti custoditi di delizie e profumi ricolmi rammentan la vita nostra animata da esile soffio che vola via come foglie d’autunno
(monte Armano, luglio-agosto 2022)
colori
radunare vorrei come un pittore il bello della vita i colori del bosco che muta della saggezza che anima del corpo che ama e patisce…
sino all’addio serbare vorrei in me tutti i colori del mondo
(monte Armano, settembre 2022)
tenera indifesa tra le braccia abbandonata t’accarezzo e quando al risveglio la scena rammento è un buon inizio del giorno l’intenso ricordo della vita cullata
(Piacenza, marzo 2023)
Eraclito
quando alla baita crepita il fuoco che riscalda e distrugge alimenta e spegne presto cogli il senso del divenire e trapassare di tutte le cose nel calore che avvolge nella cenere che ogni vita ricopre…
(monte Armano, luglio 2023)
la stella del mattino
vivida come un diamante la stella del mattino si leva all’orizzonte poi danza il sole tra le foglie si svelano le cose in pace il cuore… la meraviglia contemplo del cielo azzurro e delle nuvole bianche… lontano è ora il sordido del mondo
(Piacenza, novembre 2024)
alla baita
ancora ritorno nel silenzio e nella pace d’un luogo caro dove vita e morte intime ritrovo… vicine le sento mi raccolgo nel canto e pensiero di gioia e dolore… ascolto tra gli alberi la voce del destino lontano da fracasso e stimoli d’un mondo superbo e vano…
Mia mamma era la Madonna.
Nel suo sguardo distante e celeste
si perdevano i mondi,
s’addolciva l’infanzia.
Madre di Gesù, eppure anche la mamma
di questa scura, smagrita Maddalena
che le prendeva di nascosto le sottane
dal quel cassetto che sapeva di rosa.
Piccola e tonda, candida,
spaventosa, la Madonnina
raccolta in una nicchia
tra le fronde verde scuro di una curva,
era di pietra,
così sinuosa e liscia.
Di marmo era, e senza alcun rimpianto.
Oxford, 22. 7. 1999
***
Audio con la lettura di Antonio Angrisano *
Antonio Angrisano
(Salerno, 15 dicembre1956) è un attore e doppiatoreitaliano.Figlio dell’attore Franco Angrisano, fa il suo esordio teatrale a otto anni nella commedia Questi fantasmi di Eduardo De Filippo, cui prende parte anche suo padre. Successivamente ha interpretato Giuseppe Marotta nel documentario La Napoli di Marotta e a dieci anni ha partecipato allo sceneggiato in 12 episodi I ragazzi di padre Tobia. A 22 anni ha debuttato nella compagnia teatrale di Eduardo De Filippo in La donna è mobile e La Fortuna di Pulcinella. Molto attivo in radio e televisione, sempre con Eduardo è stato impegnato in commedie televisive quali Il Sindaco del Rione Sanità e Il Contratto. In seguito ha recitato in Incantesimo, Tequila & Bonetti, Crimini bianchi, Distretto di Polizia 8 e 9. Numerosi i suoi sceneggiati radiofonici.
Cento poeti italiani in difesa della dignità umana (?)
di Ennio Abate
Siamo tutti epigoni di una vecchia storia, vero. E portati alla nostalgia, vero. Ma adesso state a rivendicare cosa? La dignità umana? E che senso ha rivendicarla a genocidio avvenuto? E perché proprio in 100? E perché dovrebbero rivendicarla a parte e soltanto i poeti?
P. s.
Questa la scrissi nel 2007 e vale amaramente ancora di più oggi nel 2025:
La bomba cade
la bomba cade
l’afghano muore
il mercante d’armi brinda
il papa prega
il terrorista si prepara
il pacifista manifesta
il poeta scrive versi ispirati
alla bomba che cade
all’afghano che muore
al mercante d’armi che brinda
al papa che prega
al terrorista che si prepara
al pacifista che manifesta
contro la bomba che cade
sempre su un altro:
afghano, irakeno, kosovaro, ceceno, etc.
che muore
che non brinda
che non manifesta
che non scrive versi
che lontano, lontano
riceve solo la bomba
della nostra intelligenza.
fate rotolare per terra le vostre monetine e voi più furbi | rubatele
raccontate | i vostri sogni a quelli che non vi amano (ve li rovineranno)
giocare ed essere giocati suvvia – la vita?| la poesia?
PSICOSCRITTOIO 10 mater 1
sì | sì | beghina | baciamano biascicante | motti di fede | nomi di sante ad occhi bassi assieme a tante | ma il calore del mio goffo corpo di donna fu protezione | dal gelo di menti feroci che tacciono le urla | i rantoli degli assassinati
qui e in paesi lontani gli stessi alberi d’allora | ai lati dei cimiteri di campagna
Leggendo poesie di Bertolucci, Risi, Porta ed altri
‘sti poeti cha cicereano spaparanzati dint’o suppigne re femmene so senza scuorne
une coglie l’urtima rosa bianca rao ggiardine e s’assapore a casa soia silenziose dint’a campagna cua luce cha cagne cue stagione e a cammerella cha s’oscure quanne chiove
chist’ate fa o solletiche ae femmene quanne stanne a liette
pecché ste cosse me fanne arraggià?
Pecché o munne lore è fatte e sciure r’aucielle e ggiardine? no | me sta bbene
ma sciure aucielle e giardine cumme so nzerrate cumme nun dicene ammuina ca sta dinte e ffore
niscune e loro vere uommene e suricille affamate albere e femmene schiantate sanghe e velene ca scorrene
lore se leccheno furmagge e superzate ah | cumm’è sapurita sta puisia
17 agosto 1995
* ‘sti poeti | che chiacchierano comodamente | nel soffitto delle donne | son svergognati || uno coglie l’ultima rosa bianca dal giardino | e gusta la sua casa | silenziosa in mezzo alla campagna | con la luce che cambia a seconda delle stagioni | e la sua cameretta che si fa buia quando piove || quest’altro | fa il solletico alle donne | quando stanno a letto || perché ‘ste cose mi fanno arrabbiare? || perché il loro mondo | è fatto di fiori | di uccelli e di giardini? || no | mi sta bene || ma fiori uccelli e giardini | come sono chiusi | come non dicono la confusione | che sta dentro e fuori || nessuno di loro | vede uomini e topolini affamati | piante e donne schiantate | sangue e veleni che scorrono || loro si leccano formaggi e soppressate || ah | com’è saporita ‘sta poesia|
AVVERTIMENTI A UN POETA
a Franco Arminio
prossimi a te/ a villa literno non distanti da me/ nella piana d’albenga ci sfiorano e ovunque il merletto d’indifferenza godereccia / l’europa addosso si ricama vanno dai giacigli di cartone e vecchi stracci da vecchi serre inutilizzate / ai campi di lavoro (non sul prato, non sul tuo prodigio alla clorofilla) ma alla fabbrica a cielo aperto e per quattordici ore a tremila lire pagate ciascuna dall’alba inizio della rapina alla sera (nell’ora per te scalena del commiato) quando sul rettilineo che corre da ceriale ad albenga nigeriane e brasiliani svendono i corpi accomodati e senegalesi accampati lungo il fiume mangiano erbe spiando inerti i coiti altrui e ragazzini sfrecciano in moto e auto gridando bastardi e promettendo botte e piombo non la malinconia provano ma sozze paure (e tu candido ebete non vedi che l’arcadia, glaucoma dei poeti!)
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