RITRATTO PROVVISORIO DI VULISSE SCAPPATO DA SALERNO
carteggio con Karl Bis
di Ennio Abate
16 febbraio 1967
Caro Karl,
stasera la neve è caduta abbondante senza che ce ne accorgessimo e mi ha impedito di andare al lavoro in SIP col motorino. Era ormai tardi anche per prendere il trenino Vimercate-Milano e perciò sono rientrato al caldo, Ho riacceso la stufa a gas e, mentre mi preparo un caffè, guardo attraverso la finestra fuori. La nostra abitazione a piano terra è immersa in una nebbiolina buia. Sul tavolo in formica verde pisello della cucina ho appoggiato i miei guanti, il paraorecchie; e anche il panino incartato e l’arancio che Rosa mi aveva preparato per il turno di notte che avrei dovuto fare. Ho aperto la radiolina a transistor che trasmette il concerto di un pianista.
Questo momento insperato di pace, di musica e di sentimenti calmi è bello. Me lo sorbisco con un po’ di scetticismo, sapendo quant’è fugace. Non voglio correre il rischio, se un giorno dovessi raccontarlo a qualcuno, di fargli dire: «Eccolo un altro che si coccola il suo pizzico di gioia che gli passano i ricchi. Eccolo che gongola nella sua topaia riscaldata. E si vanta della sobrietà del suo vivere».
Queste riflessioni un po’ approssimative me le suggerisce la lettura del libro di poesie del compagno Bertholt Brecht buonanima. Approssimative perché sto parlando con te. Intendimi bene. In molte lettere che ti ho spedito c’erano cenni confusi a esigenze che andassero al di sopra delle nostre piccole e misere esistenze. Come mi spiaceva che tutti e due ci affaticassimo a spolpare il misero mondo che avevamo ereditato e fossimo così guardinghi a non offendersi e a rispettare le buone maniere. E ricordo con rimorso di aver chiesto la tua opinione sulle “mie” poesie. E la delusione nell’ascoltare la tua disamina.
Altro che lontananza. Non ci si intende più per altre ragioni.
La nostra amicizia resiste ancora per quel fondo emotivo di ricordi in comune. Ma tra i nostri amici chi ha afferrato qualcosa in più della vita per dar più forza ai nostri anemici rapporti?
Ognuno pare volersi salvare da solo.
Io sarò ‘comunista’ cosciente dopo anni di individualistiche cazzate. Se questa parola non ti brucia, prendila come un invito alla responsabilità di riconoscersi come classe. (Tanti altri te ne ho rivolti, equivoci e impropri, ma andavano in questa direzione). Se ti brucia, prendila come un avviso che dice così: «Quel ragazzo che se ne andò a Milano si è trasformato. (Se ti brucia, puoi dire: si è perduto). Nel suo cuore adesso battono altrie gioie e altri dolori. E segue altre abitudini. Certo in esso avrà sempre un posticino per i suoi vecchi amici. Ma ora berrà avidamente ed accetterà soprattutto le osservazioni e le critiche dei suoi ‘compagni’».
In precedenti lettere abbiamo discusso di interessi comuni e non, di preparazione in certi campi, di lontananza, ecc. Ora faccio una domanda grave: erano discussioni senza importanza? O alludevano a qualcosa che si era spezzato già al momento della mia partenza per Milano e che invano ho tentato di ricomporre con i miei successivi inviti e messaggi?
Le nostre strade professionali si sono divise. Ma la questione che, andandosene da Salerno, Vulisse poneva ai suoi amici investiva tutta la loro sensibilità umana e sociale.
Scioccamente egli stesso ha pensato a volte che invitasse i suoi amici a diventare anch’essi artisti o a occuparsi di poesia, come voleva fare lui.
No, Vulisse faceva il comunista senza saperlo.
Certo, il cuore umano è notte cupa. Come questa anche nevosa che invade la finestra della cucina da cui ti scrivo.
Chi potrà dire a Vulisse che i suoi amici di Salerno non la pensano come lui?
Vulisse rispetta i suoi amici. Se disprezza, disprezza certi ricordi che gli tornano in mente, non i suoi amici come sono adesso. E pensa ancora che le esitazioni di Karl a scrivergli e i suoi prolungati silenzi nascondano una crisi feconda. Sta imparando a non prendersela con l’individuo Karl, a interrogarsi sugli aspetti torbidi presenti in ogni amicizia. E si vergognerebbe a predicare in quel modo oscenamente ottimistico – già sperimentato ai tempi dell’Azione Cattolica – per convincere gli altri. Sa, insomma, che anche uno taciturno e con sorrisi scettici (come Karl) e opinioni approssimative può essere un ‘compagno’. Non è necessario che glielo dica. Perciò umilmente saluta Karl e prosegue per la sua via.
[segue trascrizione di “A coloro che verranno” di Brecht]






















