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Lavorando al “narratorio”


di Ennio Abate

Appunti del 27 febbraio 2016

1.
La memoria – (come la lingua del proverbio…) – batte dove il dente duole. I vecchi – proprio loro –  hanno il dovere di ritornare su quel che ricordano (di personale, di storico) che hanno vissuto. Per questo, anche quando non dovessi condividerne il giudizio che ne danno, guardo con attenzione quello che ancora viene scritto sugli anni ’60-’70 da La Grassa, Negri, Luperini (e prima di loro da Rossanda, Fortini e altri). Parlano di c ose che io pure ho vissuto o sfiorato o pensato e con loro il confronto è più vasto. Sì, è vero: la memoria è “cosa da vecchi” ed è giusto che che sia così e che da vecchi vi si scavi più a fondo. Poi – ma non è detto né mi sento di esigerlo – i giovani potranno forse utilizzare parte o tutto di quei “rimuginamenti”, se gli eventi o altre necessità dovessero indurli o costringerli a consultare quelle memorie. A differenza dei trattati o dei manuali di storia, esse hanno un vantaggio: mostrano più dal vivo la mentalità, la soggettività, l’immaginario di quelli che vissero, agirono o pensarono in certi anni.

2. Decifrabili gli anni Settanta proprio non mi paiono, se su tanti nodi (Piazza Fontana, compromesso storico, caso Moro, ecc.) abbiamo frammenti di verità, mezze verità, ipotesi, illazioni, rivelazioni che dicono e non dicono. E che, comunque, restano lì, inerti o circolanti tra “addetti ai lavori”, non essendoci più un tessuto politico-sociale abbastanza vasto e orientato da un progetto che se ne possa servire per alimentarsene e mutare quel che c’è forse ancora da mutare.

Appunti del 19 settembre 2020

DUBBI DEL NARRATORE

Che ha pensato e scritto in clandestinità, “per sé”, non avendo trovato interlocutori su certi temi “suoi”.
 
Inceppamento 1.  Vuol dare valore a un modo di sentire e di essere (da anni ’40, ’50, ’60, ’70), che gli fu strappato (e al quale si strappò) e che sa dimenticato o anche disprezzato  dalla cultura  metropolitana  a cui poi si è accostato. E che sa  lontanissimo dalla sensibilità – che può soltanto immaginare, però) – dei lettori d’oggi, ai quali pur vorrebbe o dovrebbe rivolgersi quando pensa di pubblicarlo il suo narratorio.

Inceppamento 2. E se il suo fosse soltanto un narrare ad unse stesso passato, di quando fu giovane? Ad un tu, ora fantasma, che quel modo di sentire provò vivendolo in confusione e anche  subendolo con sofferenza; e ora sente come un ferita, cioè ancora dolorosamente e non  problematicamente?

 Da qui la resistenza a finire questo suo lavoro. E, dunque, anche a farlo conoscere (e giudicare).  Perché – dice lui –  vi prevale troppo l’interrogazione e  manca  ancora il risultato, la forma. E allora? (Dovrebbe tenerselo per sé, non pubblicarlo. Come voleva fare Kafka per la sua opera).

Da qui anche le oscillazioni nel delineare la forma. Che fa? Usa l’io (il solito), parla in prima persona: ed è come se scegliesse (o fingesse?) di parlare solo a sé stesso e ai fantasmi di allora, quasi potessero essere loro gli unici destinatari del suo narrare. O usa la (solita) terza persona,  delle maschere: Chiero, Vulisse, prof Samizdat, scegliendo di pubblicare e accettando il compromesso-scommessa della comunicazione ad altri.
A volte prevale la voglia risentita a dialogare con se stesso e i suoi fantasmi. Come se non avesse più quella fiducia a rivolgersi a persone (anche del tutto ignote), che ancora vivono come lui nel presente. E – a fatica, però – accetta come definitiva e ormai impermeabile l’immagine  che di loro – gli eventuali lettori, i critici che tengono banco nella mercantile comunicazione odierna – si è fatta. Sente la voglia di chiudersi nei meandri della sua interrogazione-ricerca, di non  insistere più  ad avere opinioni da loro, da nessuno. Che poi non vengono o, quando arrivano,  gli paiono sempre distratte o reticenti. E, dunque, voglia di dare spazio alla stanchezza e al rifiuto di continuare i tentativi di dialogo o di polemica con gli altri che gli vivono accanto,  a mettersi sempre  nelle vesti del critico delle sue e delle loro opere, dei suoi o dei loro atteggiamenti.

[Finestra 1 22 settembre 2026
A favore, invece,  di un impegno comunicativo legge:

Loris Narda: Certo, l'Argentina è notoriamente uno dei paesi in cui la psicoanalisi è più diffusa e radicata...

Miguel Benasayag: Sì, nel bene e nel male. Perché c'è tutta una psicoanalisi che individualizza, che cerca di produrre individui isolati, e poi c'è tutta una corrente di psichiatria alternativa orientata alla chiusura dei manicomi. Esistono entrambe le anime. La psicoanalisi non si è comportata in modo del tutto onorevole durante la dittatura: la maggior parte degli psicologi e degli analisti impegnati politicamente ha pagato un prezzo altissimo, finendo tra i desaparecidos o in carcere, ma c'è stato anche tutto un movimento lacaniano, per esempio, che si è rifugiato nella trattazione di questioni teoriche estremamente complesse e non ha avuto il tempo di accorgersi della dittatura. Al punto che la scuola lacaniana ufficiale ha organizzato un congresso mondiale in Argentina proprio durante la dittatura, senza alcun problema.

Loris Narda: Come se la dittatura non ci fosse in quel momento.

Miguel Benasayag: Se ne fregavano assolutamente, perché erano immersi in problemi teorici talmente complessi da non poter guardare la realtà. Io stesso ho avuto un duro scontro pubblico con Jacques-Alain Miller proprio perché trovavo incredibile un comportamento del genere. Dunque la psicoanalisi mostra questi due lati: da una parte la prosecuzione dell'eredità legata all'emancipazione e alla critica sociale, dall'altra l'utilizzo della psicoanalisi come uno strumento per vivere la propria vita come un fatto assolutamente individuale e privato.

Loris Narda: Forse potremmo dire che a volte gli analisti lacaniani tendono maggiormente all'intellettualizzazione e alla razionalizzazione del mondo emotivo. Te lo chiedo perché mi capita spesso di vedere che chi proviene dal mondo accademico e intellettuale finisce per sposare l'approccio lacaniano: vi ritrova lo stesso linguaggio astratto e razionalizzante, dove però si fa fatica a vedere sia il mondo politico fuori, sia il mondo emotivo dentro. Si continua a viaggiare su un livello di forte astrattezza.

Miguel Benasayag: Ti dico qual è il mio rapporto con il pensiero lacaniano – fermo restando che i freudiani ortodossi non si sono comportati molto meglio dal punto di vista sociale, ma parliamo dei lacaniani visto che sono molto diffusi sia in Argentina che in Italia. Io ho studiato moltissimo Lacan, mi ha interessato molto e ho studiato con una persona a lui vicinissima, Jean-Claude Maleval, quindi ho approfondito enormemente la materia. Dal punto di vista intellettuale lo trovo interessante, ma d'altra parte trovo che sia di una sofisticazione assoluta che si traduce nella manifestazione di un sapere strutturato come un potere aristocratico ed elitario. E io rifiuto categoricamente questo approccio. Questo atteggiamento lacaniano, secondo cui loro si muovono all'interno di un mondo talmente complesso che gli altri non possono capire... per me sono tutte bugie che nascondono a malapena un forte desiderio di potere.]

https://www.machina-deriveapprodi.com/post/l-ia-e-la-perdita-del-corpo?fbclid=IwY2xjawUfHdJwZG9mBWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR53UNkZdDV0h5TlZNsepJzAv4FmNGerNyrPRmqLQgeDwPLPrHDTx7QKemwIPQ_aem_RA2mK8oGMdcydUrAnzEsBg

E se agli altri, invece che frammenti che sembrano promettere una forma compiuta (un racconto, un romanzo) finisse per dare solo un rapporto di questa ricerca incompiuta, che lui chiama ‘narratorio’ e che non riuscira a compiere?

[Finestra 2. Trova in "Antinomie":

«E’ come se l’arte fosse divenuta un enorme enigma, un enigma a puntate di cui si tratterebbe di riannodare i fili al fine di giungere ad un disegno compiuto in cui tutto sia infine chiaro.»

https://antinomie.it/index.php/2020/09/13/iconografia-jean-luc-nancy-e-il-pensiero-figurativo/?fbclid=IwAR24l_QybtHwRv0Cag7g_jkUgsPsU3awgSwebfLRHtj-DkX-yVsqI0YSol8

Se poi si accosta da storico al suo passato, può vedere le fratture tra i vari periodi (salernitudine, immigratorio, samizdat). E accorgersi della tentazione di pensare il poi come comprensivo del prima (o il prima riassunto – ma “superato”? – dal poi).

Se si mette a scavare nella memoria, ha più resistenze a concludere, a fare il bilancio.  E non a caso, lavorando a prof Samizdat,  la parte onirica ha finito per smentire la conclusione banale: avete fatto una lotta risoltasi in bega e non ci avete cavato nulla ( come fu per il ‘68). E a non cedere alla conclusione cinica: lascia perdere, occupati del presente, dimentica quello che fosti o tentasti di essere o volevi essere.

Smarrimenti

Narratorio  (da un appunto del 9 luglio 1980)

di Ennio Abate

Le strade? Ma sono fatte per smarrirsi. [Il prof] sotto sotto lo sapeva. E ce l’aveva forte il bisogno di smarrirsi. Da quando? Fin da ragazzo. Qualche precedente lo ricordava. Allora, per le strade che bazzicava, automobili quasi non ce n’erano. C’erano ancora le carrozzelle tirate da cavalli. E le filovie. Lentissime. Poteva smarrirsi solo a piedi. Da solo, per i vicoli della città di mare. Poteva essere un gioco. Si staccava temporaneamente dagli amici e cercava di spiare volti e corpi di gente mai vista. Rischiava poco. Prima o poi spuntava nelle strade che ormai conosceva bene.

Ma ora ripeteva quel gioco?

Ho imboccato l’autostrada per Venezia, invece di quella per Torino. Per sbaglio, avrebbe poi detto ai colleghi impegnati nella correzione dei compiti della maturità arrivando in ritardo. Calma navigazione un po’ spazientita loro. Agitazione da colpevole la sua.
Ma cosa aveva rischiato?
Scusi, come faccio adesso? Faccia il biglietto ed esca ad Agrate. E poi? Tornerà indietro. E poi, tornando indietro e accorgendosi che aveva sbagliato anche la strada, che – s’era subito immaginato – l’avrebbe riportato in fretta su quella giusta o abbastanza nota?

Balla no, se ha cominciato! Anche se non sapesse ballare. Esca a Pero, allora. E vada verso Milano. E adesso? Chieda per Corsico. E perda queste due ore a girare. Come un matto che non riconosce cosa sta facendo? Certo, non aveva deciso d’imparare a smarrirsi? Cosa vuole da noialtri? Ci dovremmo commuovere per il suo finto coraggio? O per il dubbio che adesso l’assale? Dovremmo capire a volo dal suo sguardo che ha bisogno di aiuto? E se l’aspetta ancora da noialtri? Ma in che mondo vive?

Un gioco. Sfarfallare di strade davanti a lui, che la cartina della città non l’usava mai. Non la portava neppure con sé in auto. Perché gli piaceva muoversi a naso. Un’indicazione minima quando partiva. Un’occhiata là ad un incrocio. Una domanda ad alta voce – rallentando e: scusi, sa dirmi… – a un vecchio che passeggiava col cane sul marciapiede. Giù sull’acceleratore in quel sottopassaggio. Brusca frenata al semaforo inatteso. Poi, però, di botto l’ansia lo prendeva. Perché si era sperduto davvero. Ma dove sono? Non riconosceva neppure uno squarcio di paesaggio già visto in viaggi precedenti. E sentiva il cervello che iniziava a paralizzarsi. E, quando s’accorgeva anche di aver sempre meno benzina? Sì, nel serbatoio, ma anche nel cervello. Dai, che torna il bambino che trattiene dentro la paura e non poggia più sulla roccia abituale.

Ma non potevi studiarti bene il percorso? Non potevi informarti con metodo prima di partire? Che fai? Che faccio? Aggrappati a quelli che ti capitano. A questo alto che ha una faccia fredda da delinquente o da poliziotto? A questo che mi sbriga laconico con un non saprei? A questa vecchietta svagata o intontita che neppure si gira? Insisti.

Alla vigilia del Sessantotto

RITRATTO PROVVISORIO DI VULISSE SCAPPATO DA  SALERNO
carteggio con Karl Bis

 

di Ennio Abate

16 febbraio 1967

Caro Karl,
stasera la neve è caduta abbondante senza che ce ne accorgessimo e mi ha impedito di andare al lavoro in SIP col motorino. Era ormai tardi anche per prendere il trenino Vimercate-Milano e perciò sono rientrato al caldo, Ho riacceso la stufa a gas e, mentre mi preparo un caffè, guardo attraverso la finestra fuori. La nostra abitazione a piano terra è immersa in una nebbiolina buia. Sul tavolo in formica verde pisello della cucina ho appoggiato i miei guanti, il paraorecchie; e anche  il panino incartato e l’arancio che Rosa mi aveva preparato  per il turno di notte che avrei dovuto fare. Ho aperto la radiolina a transistor che trasmette il concerto di un pianista.
Questo momento insperato di pace, di musica e di sentimenti calmi  è bello. Me lo sorbisco con un po’ di scetticismo, sapendo quant’è fugace. Non voglio correre il rischio, se un giorno dovessi raccontarlo a qualcuno, di fargli dire: «Eccolo un altro che si coccola il suo pizzico di gioia che gli passano i ricchi. Eccolo che gongola nella sua topaia riscaldata. E si vanta della sobrietà del suo vivere».
Queste riflessioni un po’ approssimative me le suggerisce la lettura del libro di poesie del compagno Bertholt Brecht buonanima. Approssimative perché sto parlando con te. Intendimi bene. In molte lettere che ti ho spedito c’erano cenni confusi a esigenze che andassero al di sopra delle nostre piccole e misere esistenze. Come mi spiaceva che tutti e due ci affaticassimo a spolpare il misero mondo che avevamo ereditato  e fossimo così guardinghi a non offendersi e a rispettare le buone maniere. E ricordo con rimorso di aver chiesto la tua opinione sulle “mie” poesie. E la delusione nell’ascoltare la tua disamina.
Altro che lontananza. Non ci si intende più per altre ragioni.
La nostra amicizia resiste ancora per quel fondo emotivo di ricordi in comune. Ma tra i nostri amici chi ha afferrato qualcosa in più della vita per dar più forza ai nostri anemici rapporti?
Ognuno pare volersi salvare da solo.
Io sarò ‘comunista’ cosciente dopo anni di individualistiche cazzate.  Se questa parola non ti brucia, prendila come un invito alla responsabilità di riconoscersi come classe. (Tanti altri  te ne ho rivolti, equivoci e impropri, ma andavano in questa direzione). Se ti brucia,  prendila come un avviso che dice così: «Quel ragazzo che se ne andò a Milano  si è trasformato. (Se ti brucia, puoi dire: si è perduto). Nel suo cuore adesso battono altrie gioie e altri dolori. E segue altre abitudini. Certo in esso avrà sempre un posticino per i suoi vecchi amici. Ma  ora berrà avidamente ed accetterà soprattutto le osservazioni e le critiche dei suoi ‘compagni’».
In precedenti lettere abbiamo discusso di interessi comuni e non, di preparazione in certi campi, di lontananza, ecc. Ora faccio una domanda grave: erano discussioni senza importanza? O alludevano a qualcosa che si era spezzato già al momento della mia partenza per Milano e che invano ho tentato di ricomporre con i miei successivi inviti e messaggi?
Le nostre strade professionali si sono divise. Ma la questione che, andandosene da Salerno, Vulisse poneva ai suoi amici investiva tutta la loro sensibilità umana e sociale.
Scioccamente egli stesso ha pensato a volte che invitasse i suoi amici a diventare anch’essi artisti o a occuparsi di poesia, come voleva fare lui.
No, Vulisse faceva il comunista senza saperlo.
Certo, il cuore umano è notte cupa. Come questa anche nevosa che invade la finestra della cucina da cui ti scrivo.
Chi potrà dire a Vulisse che i suoi amici di Salerno non la pensano come lui?
Vulisse rispetta i suoi amici. Se disprezza, disprezza certi ricordi che gli tornano in mente, non i suoi amici come sono adesso. E pensa ancora che le esitazioni di Karl a scrivergli e i suoi prolungati silenzi nascondano una crisi feconda. Sta imparando a non prendersela con l’individuo Karl, a interrogarsi sugli aspetti torbidi presenti  in ogni amicizia. E si vergognerebbe a predicare in quel modo oscenamente ottimistico – già sperimentato ai tempi dell’Azione Cattolica – per convincere gli altri. Sa, insomma, che anche uno taciturno e con sorrisi scettici (come Karl) e opinioni approssimative può essere un ‘compagno’. Non è necessario che glielo dica. Perciò umilmente saluta Karl e prosegue per la sua via.

[segue trascrizione di “A coloro che verranno” di Brecht]

 

A segherie ro Carmine

Una città del Sud|una memoria (4)

di Ennio Abate
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Ncopp’a Maronne ro Carmine

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Mìneche (5)

di Ennio Abate

Torno al mio narratorio. Lascio per ora in dialetto senza fare la traduzione.

Prufessò, turnnanne all’ultima fote ca m’avite fatte verè [sopra e qui], virite ca  papà vuoste nunn’ere nì sucialiste nì cummuniste. Vò diche pecché me pare ca a preoccupazione voste è chelle e capì cumm’a penzave Mìneche in politiche. E sotto sotte ve rumannate: ma è stato o no fasciste? Ca è a cosa ca chiù v’angustie, pecché vuoi ve site ‘nvaghite ro cumunismo e, rispette a chelle ca pensave papà vuoste, ve putite sentì ra na parte nu traritore e ra n’ata parte meglie r’isse, ca facette a vite militare e s’avvette spurcà  cu a guerre.
Allora, na cose v’aggia ricere. Ra chelli parte voste e a chille tiempe re sucialiste o  re cummuniste nun se ne verevene proprie. È meglie ca ve rassegnate. Vuie site proprie cresciute miezze a prievete e prufessuri, ca primme erene zitte zitte o chiare chiare fasciste; e po s’erene misse, cu a stessa manera, arret’ae democristiane.
A vita e Mìneche è stata tutte n’ata cosa rispette a voste. Già ra giovane ere crisciute comme omme r’ordine. Nun teneve simpatie pe chille – anarchici, sucualiste, cummuniste – ca se ribellavene. O, si quacche vote a pruvave quacche simpatie, sempe ere cresciute e stave assieme a omme r’ordine, cumma a chille e sta foto. Pecché chille erene tiempe e guerre; e Mìneche cu gente r’arme  vulette o se truvaie a campà; e s’abtuaie o s’avette abituà. E ra chelle ca riceve o ve ricette – (“mittiteve sempe chu chille ca stanne meglie e vui e nun cu chille ca stanne peggie e vui”) -, ra e giurnale ca accattave e leggeve quanne vuie eravate piccirille, se capisce ca omme r’ordine remanette pure ra pensionate. E tutta a famiglia soia – e frate, e pariente – erene accussì. E frate suoi, e cuggine erene pure lore militari. Forse sule zi Peppe, ca pe mestiere faceve o tornitore, nunn’ere state militare. E se vereve, ca ere chiù timide e nunn’aizave maie a voce. Miche pe case tutte e fote ca se cunservaie erene e militare o ra primme o ra seconda guerra mondiale. Guardate cà…

Sono cartoline postali di allora. Hanno scritto quasi solo cartoline di questo tipo in tutta la loro vita. E forse qualche lettera ai parenti emigrati. Nulla a che fare con la  vostra letteratura e i problemi di scrittura. Erano in un altro mondo. Venivano appena su dall’analfabetismo contadino della prima metà del Novecento. Nulla, nulla a che fare con voi che siete stati studenti nel secondo dopoguerra. Avete voglia di immaginare – e già queste fantasie vi tradiscono – che chissà  forse aveva incontrato o aveva letto Corrado Alvaro! Mìneche forse al massimo aveva conosciuto quel suo superiore nell’arma dei carabinieri che era maestro elementare e da cui volle farti cresimare. Guardate questo mazzetto di foto, senza data, senza indicazione di luogo…Ci sarebbe da fantasticare  su questi tipi curiosi, dal volto serio, ora malinconici

 

E po una addo Mìneche giovane sta assittate n’coppa a na seggie. E’ in divise, cu a gambe sinistre accavallate a chella destre. A mane sinistre, ca tene na sigarette sempe tra indice e medie e n’anielle all’anulare, sta appuggiate ncoppe o rinucchie. E l’atu vrazze sta appuggiate ncoppe o schienale ra seggia. A mane vicin’a faccie. L’uocchie stanne girate  pe guardà. Che cose? Pare penzieruse e tene dui baffette ca se verene a stiente. E sotte, sempe rint’ a sta striscia, ca forse lasciavane per scrive quacche cose, se legge «Ricordo di Coschino nel marzo 1920».



Nu mumente! E cumm’ere primme? E Mìneche guagliuncielle ng’ere na fote ca puteve tené 3-4 anne  assiemme a  mamma soie e a sore Luigia piccerelle



Ma c’erano anche quelle di Mìneche giovane, ca puteve esse sulla trentina,  vestito in borghese. Ce n’erano diverse. Una – (del 1930? ma site sicure ra data?) – con il cappello di paglia in testa – Borsalino?

Quindi, un’attrazione di Mìneche per le mode maschili e borghesi del tempo ci doveva essere stata. Ca a isse – ma chi è isse? – nge facevene venì in mente certi fote e Cesare Pavese. 

A parte, sottovoce, ve riche: vi site vulute ribellà? ve ne site vulute ì ra Mìniche, ra Nannine, ra o frate vuoste, Eggidie, ra Salierne? vi site vulute mette cu chille peggie e vuie?  E’ anche peccheste ca annaspate e nun sapite chiù niente o poco e Mìneche, ra famiglia soia, re nonne, re pariente. Ma nun vi pirdite r’anime, però. Iamme, ià! Scrivitele stu narratorie , ca ie na mane va ronghe!

 

Mìneche (4)

Narratorio 14

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Mìneche (3)

Narratorio 13

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Ripasso 84


di Ennio Abate

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Mìneche (2)

Narratorio 12

di Ennio Abate

E stevene a Salierne roppe a guerra.

Il dopoguerra era oscuro. E pure la guerra restò oscura. Continua la lettura di Mìneche (2) →