Leopardi e Milano

di Luciano Aguzzi

Pubblico l’introduzione e un capitolo del libro di Luciano Aguzzi sul giovane Leopardi alle prese, nella Milano del suo tempo, con il “lavoro editoriale”.  La precisione delle informazioni permette un piacevole ripasso  di nomi, luoghi e titoli di opere che si sono incontrati sui manuali liceali.  Al di là dei pur  equilibrati tentativi dell’Aguzzi studioso di distanziarsi dalle lamentele troppo umorali del giovane Leopardi,  ci tengo a dire che sto dalla parte di Giacomo e della sua benedetta «inattualità»  culturale e ideologica o lrrequietezza, impazienza, sofferenza e insofferenza.  E mi chiedo chi sono oggi quelli che praticano la scomoda ma indispensabile  critica alla Leopardi di fronte agli altrettanto famelici o orientati (o disorientati) «ideologicamente in modo diverso»  nostri contemporanei, editori e non. [E. A.]

È noto che Leopardi si è spesso lamentato, nelle sue lettere, del soggiorno milanese; sia delle circostanze di quel soggiorno, sia della città stessa, dove si sentiva isolato e «quasi sconosciuto» e dove aveva, «nella dotta e grassa Lombardia», come si espresse in una lettera del 12 marzo 1826 diretta allo Stella, «la disgrazia di essere profondamente disprezzato» [[1]]. E ciò scriveva proprio allo Stella che, pur nell’ambito di rapporti di lavoro, si era prodigato perché il giovane letterato di Recanati si trovasse a suo agio, trattandolo da amico e comunque meglio di come faranno altri editori e meglio di come era solito fare con i letterati suoi collaboratori. Ma il Leopardi ricorderà il lavoro svolto per lo Stella come un periodo di rovinosa fatica, tanto da rammentarlo al padre Monaldo, in una lettera del 3 luglio 1832, in questi termini: «Ella sa che l’ultima distruzione della mia salute venne dalle fatiche sostenute 4 anni fa, per lo Stella» [[2]]. Giudizio ingiusto, più umorale che meditato con giustizia. Ma che Milano fosse stata avara e fredda con il Leopardi e lo Stella uno sfruttatore, fu un giudizio che dopo la morte del poeta cominciò a correre nell’opinione dei critici letterari e degli storici. Raffaello Barbiera, prolifico e popolare raccoglitore di memorie milanesi e risorgimentali, così ne accenna in uno scritto del 1918: «Il Leopardi lavorò assiduamente per lo Stella, che furbo, al pari di tanti altri editori venuti dopo di lui, lo sfruttava. Lo Stella non va annoverato fra i peggiori: ma non merita gli elogi che altri gli elargisce» [[3]].

Eppure il rapporto fra Leopardi e Milano fu fecondo, molto più di quanto appaia leggendo la maggior parte delle biografie del recanatese in cui Milano, rispetto a Roma o Firenze o Pisa o Napoli, ha un misero posto, talvolta poche pagine o addirittura poche righe. In realtà la corrispondenza di Leopardi, fra il 1816 e il 1830, testimonia i fitti e continui rapporti non solo con l’editore Stella, ma con una serie di personaggi di primo piano, fra i quali lo stesso Pietro Giordani, che a Milano vivevano o facevano riferimento per la loro attività culturale. E a Milano, presso lo Stella, Leopardi pubblicò la maggior parte degli scritti editi in vita e grazie all’editore milanese poté distaccarsi da Recanati e vivere, finché ha voluto e potuto, con il guadagno del proprio lavoro. Anche la polizia e la censura, a Milano, gli furono più benigne che altrove.

Tuttavia è vero che fra Leopardi e Milano non ci fu intesa. Ma i motivi sono vari e fra questi va collocato il carattere del recanatese e la singolarità del suo genio che non gli permisero di trovarsi a suo agio mai da nessuna parte e gli impedirono di adattarsi a un regolare lavoro retribuito di letterato e collaboratore di un editore.

[…]  il rapporto fra Leopardi e Milano non può ridursi a qualche aneddoto e meno ancora a frettolosi giudizi e ad accuse contro la città o contro il letterato. Le ragioni sono più profonde e complesse e riguardano l’intera biografia di Leopardi e il suo sistema di vita e di pensiero, da un lato, e il clima culturale, sociale ed economico della città lombarda, dall’altro.

1.

Leopardi e le città

Nella prima biografia su Leopardi, pubblicata alla fine del 1837, a pochi mesi dalla morte dello scrittore, nella pagina dedicata all’incontro fra Leopardi e Milano si legge:

«Nell’anno 1825 il Leopardi volle recarsi a Milano, […] ove fu accolto con ogni dimostrazione d’onore, e con tutti que’ modi gentili, che sa e può usare la cortesia lombarda» [[4]].

L’autore, Giuseppe Ignazio Montanari, nonostante il titolo di Biografia scrive in realtà un elogio in cui le asperità, i contrasti e le contraddizioni della vita di Leopardi vengono attenuati o cambiati radicalmente.

L’incontro del giovane letterato marchigiano con Milano fu assai meno idillico, ed è noto che Leopardi vi si trovò male e scappò appena gli fu possibile. Pietro Citati, nella sua biografia di Leopardi, coglie meglio il nocciolo del rapporto fra scrittore e città. Scrive che Leopardi,

«Come Manzoni, era stato un letterato-gentiluomo, che viveva (malissimo) di rendita. A partire dal 1825 diventò un lavoratore della penna: un membro della cosiddetta “industria culturale”, collaborando con un editore come avevano fatto Defoe e Diderot, e continuavano a fare Poe, Balzac, Nerval, Baudelaire e la nuova, numerosissima classe di scrittori-giornalisti. Se voleva lasciare Recanati, non poteva far altro: quindi acconsentì di buon grado alla proposto di Stella: ma la nuova condizione di scrittore non gli piaceva. Vi trovava un segno di volgarità e di decadenza, e pensava che la letteratura, a contatto con il denaro e il commercio, avrebbe perso quello che egli chiamava: il lavoro della lima, la “sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere”» [[5]].

Le due citazioni ci presentano aspetti e momenti diversi di Leopardi che vanno compresi nell’ambito dell’intera biografia leopardiana, perché gli elementi del rapporto «Leopardi e Milano» e, invertendo l’ordine dei termini, di «Milano e Leopardi», è analogo, nei motivi di fondo, ai corrispettivi rapporti fra Leopardi e Recanati, fra Leopardi e Roma, e Bologna, e Firenze e Napoli. In Leopardi vi è l’irrequietezza, l’impazienza, la sofferenza e l’insofferenza che bruciano in poco tempo il rapporto fra lui e pressoché tutti i luoghi in cui si è trovato a vivere.

Chi si è occupato, magari solo di passaggio in saggi dedicati ad altri argomenti leopardiani, del rapporto fra Leopardi e Milano, talvolta ha difeso Milano, come ha fatto ad esempio Guido Bezzola, altre volte ha difeso Leopardi, trattando Milano da città fredda che non ha saputo capire il genio del recanatese, che lo ha sfruttato come impiegato delle lettere senza dargli amicizia, descrivendo l’editore Stella quasi alla stregua di un pescecane dell’industria editoriale.

A me sembra che questa sia una discussione inutile, fondata su equivoci. Di fatto, sia Leopardi sia Milano hanno ricevuto e hanno dato, in un rapporto fecondo per entrambi, sotto molti aspetti, pur nei limiti in cui si è storicamente verificato. Se non si è instaurato un rapporto di maggiore simpatia e di più lunga collaborazione, non si deve alle colpe dell’uno o dell’altro, ma al fatto che si trattava di un rapporto difficile, se non impossibile, perché i due interlocutori erano per più aspetti incompatibili fra loro.

Qui è però necessario fare una digressione per dire che quella stessa incompatibilità la troviamo nel rapporto fra Leopardi e gli altri luoghi, a partire da Recanati, la cui qualifica di «borgo selvaggio» [[6]], con tutto quel che l’accompagna, salvo l’aggettivo «natio», e fatte le debite proporzioni, si potrebbe estendere a tutte le città abitate, dove, come lui stesso scrive in parecchi passi delle sue opere e delle lettere, la sua filosofia fu «argomento di riso e di trastullo» [[7]].

Recanati, e le Marche, vengono spesso nella critica leopardiana descritti come un luogo chiuso, periferico, economicamente e culturalmente depressi. Ma in verità le Marche e la Romagna erano allora i territori più progrediti e vivaci dello Stato Pontificio e non vi era città, per quanto piccola, magari anche solo di mille o duemila abitanti, che non avesse un’accademia letteraria, un teatro e una propria vita culturale. Alcuni storici hanno osservato che si trattava di una cultura diffusa, ma di basso livello e di orientamento retrogrado. Di basso livello certamente, perché allora, come oggi, gli intellettuali più capaci tendevano a stabilirsi nei centri culturali maggiori; retrogrado un po’ meno, perché i contatti fra i maggiori centri dello Stato Pontificio erano pratica corrente e il panorama complessivo non era affatto tanto depresso. Era, semmai, rispetto a Milano e Firenze, orientato ideologicamente in modo diverso, il che è però un’altra cosa.

Nella piccola cerchia degli stessi parenti e amici di famiglia di Giacomo, troviamo intellettuali come i cugini Francesco Cassi (1778-1846), celebrato allora per la sua traduzione della Farsaglia di Lucano, e Terenzio Mamiani (1799-1885), che diventerà poi noto scrittore, filosofo e uomo politico. Vi era Giulio Perticari (1779-1822), noto letterato e capo di quella scuola romagnola purista e classicista. Lo stesso zio di Giacomo, Carlo Antici, aveva studiato a Berlino e Heidelberg e aveva una cultura ecclesiastica, sì, ma di apertura europea.

Il fatto è che Giacomo brucia, letteralmente, queste conoscenze. L’ammiratissimo Perticari degli anni precedenti il 1820 diventa poco dopo soltanto un «grammatico». Francesco Cancellieri, uno dei punti di riferimento culturale del suo soggiorno a Roma, da lodato letterato diventa – cito letteralmente – «un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra; parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme con la maggior freddezza possibile» [[8]].

Nel soggiorno a Bologna di due anni dopo gli accade una cosa simile: la città, all’inizio vissuta con entusiasmo, gli appare presto diversamente: su 70 mila abitanti – afferma – si trovano a malapena tre che sanno leggere il greco; «pare che letterato o poeta, o piuttosto versificatore, sieno parole sinonime» [[9]] e i poeti fanno sonetti e sonettini per le accademie.

Anche a Firenze, Pisa e Napoli, dove si trovò meglio per il clima e per le relazioni di amicizia, non fu, come intellettuale, poeta e filosofo, meno isolato, solitario e non in sintonia con gli intellettuali del luogo. A Firenze si rifiutò di collaborare con l’«Antologia» del Vieusseux per evidenti divergenze nel modo di concepire il lavoro letterario come testimonia anche il canto Palinodia al marchese Gino Capponi [[10]]. A Napoli, come testimonia la satira «I nuovi credenti», fu in rapporti aspri con gli intellettuali della città.

Giacomo è dapprima un ragazzo precoce, un «ragazzo prodigio», come lo definiscono i suoi contemporanei già verso il 1815, ma è anche impaziente e incapace di adattarsi alle situazioni pratiche e di incanalare una sua carriera entro le modalità allora in uso, e pertanto, anche a causa delle sue condizioni di salute, diventa presto – per se stesso ancora prima che per gli altri – uno che si sente sempre un po’ fuori posto, con una “sfasatura” rispetto al mondo che lo circonda che si approfondisce nel tempo, sia in termini di comportamento, sia di etica e di filosofia.

Nelle descrizioni che i contemporanei ci hanno lasciato di Giacomo ricorrono giudizi del tipo: candido, mite, ingenuo, puro, incapace di maneggi, di brighe, di affari, e però sempre scontento e insofferente. Potremmo osservare che così si descrive un adolescente, di grande ingegno come erudizione e sapienza culturale, ma pur sempre un giovane che non ha ancora trovato il suo posto e maturato la capacità di trovarlo.

Leopardi non è un personaggio «integrabile», perché in realtà non cerca un «posto» o una «carriera», ma privilegia le relazioni di amicizia e di affetto, privilegia il sentimento a ogni altra ragione, letteraria e di lavoro. E dove non trova, o crede di non trovare, sintonie di affetti, ancora meno le trova di altro tipo. Non di lavoro, perché incapace di adattarsi e piegarsi a un normale lavoro letterario che tenga conto delle esigenze del datore di lavoro e del pubblico; non letterarie, perché, sebbene a ragione – ma anche con qualche tratto di difficoltà all’adattamento in società -, trova deludenti quasi tutti i letterati con i quali viene in contatto e non desidera frequentarli.

Da qui nasce il problema della sua inattualità, che è culturale e ideologica, ma che ha anche spiccati risvolti che potremmo definire psicologici, comportamentali ed etici. Il rapporto fra condizione fisica e filosofia elaborata è del resto posto e ammesso dallo stesso Leopardi, non però nel senso dei suoi critici del tempo, che videro la sua filosofia materialistica e negatrice della felicità come conseguenza soggettiva e del tutto personale della sua disgraziata condizione fisica, ma piuttosto nel senso recuperato da Sebastiano Timpanaro secondo cui la sua condizione fisica gli offre un’esperienza, una sensibilità, una maggiore acutezza che gli permettono di maturare una filosofia che demistifica le illusioni a cui gli altri normalmente soggiacciono [[11]].

E nasce poi il problema del Leopardi antimoderno e anticontemporaneo. Certamente egli si pronuncia a favore degli antichi e non dei moderni, ma il senso vero della sua posizione va visto utilizzando un’osservazione di Luigi Baldacci, il quale, in un articolo su Mario Luzi, riporta la distinzione che Luzi fa, riprendendola dal libro Moderni o contemporanei?, di Stephen Spender (1984), in un brano che Luzi riassume in questo modo:

«Il contemporaneo è colui che […] sposa tutte le cause, si fa coinvolgere in pieno ed accetta le ragioni del suo tempo alla stessa stregua di coloro che agiscono […]. Il moderno allora è, in un certo senso, colui che soffre la contemporaneità, la vive drammaticamente, la misura con ciò che essa ha fatto morire per divenire, appunto, contemporaneità […]. È moderno quel senso critico e drammatico del tempo che muta, che impone fratture e scissioni con ciò che era stato prima, mentre è contemporaneo chi invece agisce nella piattezza dell’orizzonte mescolandosi al quotidiano senza una prospettiva etica e mentale del modificarsi del mondo».

«In questo senso – commenta Baldacci – il primo e il più grande dei moderni è Leopardi […]. Moderno nella stessa misura in cui è stato ferocemente anticontemporaneo» [[12]].

Quindi Leopardi non sarebbe antimoderno e anticontemporaneo, ma anticontemporaneo perché moderno. E moderno qui vuol dire vivere il proprio tempo in modo critico, come se, in un certo senso, lo si guardasse dal di fuori. E proprio questo sguardo “sfasato” rispetto alla contemporaneità, permette di vedere e demistificare i fantasmi, le apparenze, le superstizioni, i pregiudizi in mezzo ai quali si vive.

È un’operare che comporta di per sé, indipendentemente dalla propria condizione fisica, contrasto, isolamento, sofferenza.

E c’è un’altra premessa da fare che riguarda il rapporto fra Leopardi e le città, compresa e direi soprattutto Milano, che è la prima che conosce dopo Roma e il primo breve incontro con Bologna. Nella ricezione della sua opera, fino alle Operette morali del 1827 che segnano una svolta, in negativo per Leopardi, perché aumentano i suoi detrattori e la distanza fra lui e i suoi contemporanei, Leopardi è visto sotto il doppio ed equivoco profilo di erudito, eccezionalmente esperto di greco e latino, autore di dotti scritti di filologia; e di poeta della patria. Nonostante che le dieci Canzoni pubblicate a Bologna nel 1824 e il successivo volume dei Versi, del 1826, sempre uscito a Bologna, contenessero già diversi aspetti della filosofia materialistica di Leopardi, questa produzione fu però letta soprattutto sulla scia delle prime tre canzoni, già edite nel 1818 e 1820, e cioè All’Italia, Sopra il Monumento a Dante e Ad Angelo Mai.

Nella nota «A chi legge» che l’editore premette alle dieci canzoni, si legge come prima affermazione:

«Con queste Canzoni l’autore s’adopera dal canto suo di ravvivare negl’ltaliani quel tale amore verso la patria dal quale hanno principio, non la disubbidienza, ma la Probità e la nobiltà così de’ pensieri come delle opere» [[13]].

Ma «quel tale amore verso la patria» che provava Leopardi, alla data del 1825, è già molto diverso da quello dei liberali e “progressisti” di Milano e Firenze. Pertanto, quando il poeta arriva a Milano il 30 luglio del 1825 per collaborare con l’editore Antonio Fortunato Stella, è persona diversa da quella che è creduta che sia. A parte le condizioni di salute che non gli permettono un’intensa applicazione allo studio, egli non ha più voglia di occuparsi di filologia e si piega malvolentieri ai lavori che lo Stella gli commissiona, ha già scritto la maggior parte delle Operette morali e definito la sua filosofia e vorrebbe dedicarsi solo alla ricerca del vero e alla letteratura secondo questo suo aggiornato orientamento.

A Milano, dunque, egli si sente come si sentirebbe un cavaliere antico che d’improvviso rinascesse in una città dove non trova più individui animati da sentimenti di giustizia, di virtù, di gloria e amor patrio, ma individui-massa che cercano di sopravvivere uguagliandosi, brigando, rivolgendosi all’utile e al conveniente e, fra mille vizi, cianciando e fantasticando di progresso, di felicità, di religione e di immortalità dell’anima, pur vivendo come chi non ci creda davvero. Insomma, persone che non dedicano il tempo e le fatiche a vivere, ma a sopravvivere; che non vogliono conoscere il vero, ma mistificarlo e rifuggirlo come pericoloso.

Si tratta, indubbiamente, di un atteggiamento aristocratico, nel senso di elitario, e, come sostiene Umberto Carpi in un saggio del 1974, “preborghese” [[14]]. Leopardi rifiuta l’ideologia, l’etica e il modo di vivere della borghesia e dell’aristocrazia che si è ormai imborghesita e si sente estraneo al nuovo stile di vita, che considera basso e vile. Certamente, quando esprime accenti polemici contro la statistica, o altre delle cosiddette “scienze utili”, non vuol dire che non ci si debba dedicare anche alla statistica, come all’economia, all’agraria e alle scienze naturali e applicate, ma vuol dire che queste non devono essere anteposte alla filosofia, alla letteratura e alla poesia, e che filosofia, letteratura e poesia devono essere animate da quei sentimenti, immaginazioni e verità propri della natura e della vita umana, e non subordinate all’utile quotidiano e alla convenienza mercantile.

Nella polemica contro il «volgo dei letterati», che si legge nel dialogo Il Parini, ovvero della gloria, non solo il nome del Parini già richiama Milano, ma anche l’esplicito riferimento alle «città grandi», dove il pubblico sa «meno far giudizio dei libri, che non sa quello delle città piccole: perché nelle grandi, come le altre cose sono per lo più false e vane, così la letteratura comunemente è falsa e vana, o superficiale» [[15]]. Non contro le «scienze utili» in sé Leopardi è polemico, ma contro la colpevole negligenza nei confronti delle «due sommità, per così dire, dell’arte e della scienza umana; dico la poesia e la filosofia» [[16]].

Nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri Leopardi distingue «nelle moderne nazioni civili tre generi di persone». Il primo è quello di coloro nei quali la natura propria dell’uomo si è trasformata nella natura «cittadinesca», adeguandosi all’«uso della presente vita civile». Queste persone sono quelle «atte ai negozi privati e pubblici», al commercio, alla vita sociale; a loro va la stima degli uomini. Il secondo genere è quello del volgo, contadini, operai, gente di bassa condizione, in cui, per mancanza di educazione e pratica, la vita cittadina non ha del tutto cancellato la natura originaria.

Il terzo genere, formato da un piccolo numero di persone, è quello di chi, per avere avuto una natura troppo forte, questa ha resistito ed è sopravvissuta all’educazione e «all’arte del nostro presente vivere», che rifiuta e ricaccia da sé. Queste persone, pertanto, anche quando sono dotate di alte capacità culturali, non sono adatte «per l’uso dei negozi e per governarsi cogli uomini, né per sapere anco riuscire conversando, né dilettevoli né pregiate». In genere disprezzati, questi pochi si suddividono in due gruppi. Il primo è formato da chi, per forza e gagliardia, risponde al disprezzo col disprezzo e ama la solitudine. Mentre nel secondo gruppo – in cui Leopardi include se stesso, pur senza dirlo esplicitamente – si trova «congiunta e mista alla forza una sorta di debolezza e di timidità; in modo che essa natura combatte seco medesima. Perocché gli uomini di questa seconda specie […], dolendosi nel proprio cuore della disistima in cui si veggono essere, e di parere da meno di uomini smisuratamente inferiori a sé d’ingegno e d’animo; non vengono a capo, non ostante qualunque cura e diligenza vi pongano, di addestrarsi all’uso pratico della vita, né di rendersi nella conversazione tollerabili a sé, non che altrui» [[17]].

Altrove Leopardi distingue gli uomini in due schiere. Ad esempio, nell’epistola Al conte Carlo Pepoli [[18]] distingue «la schiera industre» dei contadini, pastori, operai, mercanti, la cui vita è «campar la vita», cioè procurarsi di che vivere. Per questi la vita, di per sé, non ha valore e restano esclusi dalla «bella / felicità, cui solo agogna e cerca / la natura mortal». La seconda schiera è quella di chi vive di rendita, ai cui bisogni di sopravvivenza provvedono con il lavoro di altri. Questi non hanno il problema di «campar la vita» ma quello di «consumar la vita», cioè di passare il tempo per evitare la noia. Dura necessità, ai quali alcuni fanno fronte dedicandosi alla politica, all’esercizio del potere, alle conquiste militari, alle frodi e in altre forme che Leopardi giudica negative.

Altri invece, aggiunge, consumano la vita dedicandosi alla speculazione filosofica e alla ricerca del vero, il quale «ancor che tristo / ha i suoi diletti». E se per questo, dice di sé Leopardi, riuscirà malgradito o non compreso, non se ne dorrà, perché in lui è ormai spento l’antico desiderio di gloria.

Nella Milano del Manzoni, del romanticismo, del liberalismo cattolico e insieme della tradizione illuministica dei Verri e del Beccaria, proseguita da Gian Domenico Romagnosi (1761-1835) e poi da Carlo Cattaneo (1801-1869), non c’era spazio per un incontro più approfondito con Leopardi e di Leopardi con la città, perché la differenza ideologica era troppa. Non ci fu bisogno di scontri o di polemiche aperte, semplicemente Leopardi non si trovò bene, non mostrò nessuna curiosità di approfondire la conoscenza con la dimensione industriale e agricola, economica, commerciale, sociale della città; né i milanesi mostrarono curiosità e interesse di conoscere Leopardi, il quale, a differenza di quanto gli avvenne a Bologna e gli avverrà a Firenze e Pisa, ricevette pochissime visite e pochissimi inviti.

C’è però anche da dire che Leopardi non si curò di coltivare conoscenze, e lasciò cadere le poche occasioni che pure ebbe, mostrandosi preoccupato di affrettare la partenza.

Note

[[1]] Cfr. G. Leopardi, Epistolario, a cura di Franco Brioschi e Patrizia Landi, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, p. 1104.

[[2]] Ibidem, p. 1933.

[[3]] Cfr. R. Barbiera, Giacomo Leopardi e la polizia, in «Rassegna storica del Risorgimento», 1918, p. 121. Poi riedito nel volume R. Barbiera, Voci e volti del passato (1800-1900. Da archivi segreti di Stato e da altre fonti, Milano, Fratelli Treves, 1920, pp. 56-71.

[[4]] Giuseppe Ignazio Montanari, Biografia del conte Giacomo Leopardi da Recanati, Estratta dall’istitutore, luglio 1838, pp. 15-16.

[[5]] Pietro Citati, Leopardi, Milano, Mondadori, 2010, pp. 276-277.

[[6]] G. Leopardi, Canti, XXII, Le ricordanze, verso 30.

[[7]] Ibidem, verso 32.

[[8]] G. Leopardi, Lettera a Carlo Leopardi, Roma, 25 novembre 1822, in G. Leopardi, Lettere, a cura e con un saggio introduttivo di Rolando Damiani, Milano, Mondadori, 2015, p. 337.

[[9]] Ibidem, p. 666. G. Leopardi, lettera a Francesco Puccinotti del 5 giugno 1826.

[[10]] G. Leopardi, Canti, XXXII, 1835.

[[11]] Cfr. Sebastiano Timpanaro, Il pessimismo «agonistico» di Leopardi, in Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Pisa, Nistri-Lischi 1965, pp. 150-182.

[[12]] L. Baldacci, Novecento passato remoto. Pagine di critica militante, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 455-456.

[[13]] Cfr. Canzoni del Conte Giacomo Leopardi, Bologna, pei tipi del Nobile e Comp., 1824, pp. 198. L’avviso dell’editore è alle pp. 3-4. Gli intenti «patriottici» sembrano ribaditi nella lunga dedica (pp. 7-12) a Vincenzo Monti delle prime due canzoni.

[[14]] Cfr: U. Carpi, Giordani, Leopardi e i liberali toscani del gruppo Vieusseux, in Atti del Congresso di studi su Pietro Giordani nel 2° centenario della morte (Piacenza, 16-18 marzo 1974), Tep edizioni, 1974. Questo e altri saggi leopardiani di U. Carpi sono poi stati raccolti nel volume Il poeta e la politica: Belli, Leopardi, Montale, Liguori, 1978.

[[15]] G. Leopardi, Operette morali, a cura di Laura Melosi, Milano, Rizzoli Bur, 2015, p. 317.

[[16]] Ibidem, p. 340.

[[17]] Ibidem, pp. 399-402.

Un pensiero su “Leopardi e Milano

  1. Al di là dell’interessante studio di L. Aguzzi e del valore documentale che porta a chi, come me, ne ha conoscenza solo a partire da reminiscenze scolastiche, trovo illuminante il rapporto che viene delineato tra il poeta Leopardi e se stesso, e il contesto socio politico in cui si trovò a vivere ed operare. O, facendo un traslato sulla poesia, come questa possa essere letta come il portato, l’espressione di questo complesso e tormentato rapporto a tre: io e me stesso, io e le mie rappresentazioni di me e la realtà.

    Quando Giacomo scrive a suo padre: *“Ella sa che l’ultima distruzione della mia salute venne dalle fatiche sostenute 4 anni fa, per lo Stella”*, di quale ‘salute’ sta parlando? Non soltanto del suo disagio fisico che, per certi aspetti gli è strumento, doloroso strumento (*nel senso recuperato da Sebastiano Timpanaro secondo cui la sua condizione fisica gli offre un’esperienza, una sensibilità, una maggiore acutezza che gli permettono di maturare una filosofia che demistifica le illusioni a cui gli altri normalmente soggiacciono*). E nemmeno per quei tratti peculiari che caratterizzavano la sua natura, là dove *mista alla forza [esisteva] una sorta di debolezza e di timidità; in modo che essa natura combatte seco medesimo*.
    E come questo conflitto interno lo portasse ad essere impaziente ed insofferente, causando investimenti intensi, carichi di entusiasmo, seguiti ben presto da cocenti e disastrose disillusioni: *Il fatto è che Giacomo brucia, letteralmente, […] le conoscenze*.
    Ma anche il ricorso ai ‘superlativi’ (*sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere*) ci indica la difficoltà a tollerare le mediazioni.
    E qui, proprio a proposito della capacità di mediazione, ovvero uscire dalle strettoie dell’aut-aut’ facendo un lavoro di lutto sulle perdite, entra in campo il terzo elemento. Descritto molto bene in questo passaggio di L. Aguzzi che cito per intero:
    *A Milano, dunque, egli si sente come si sentirebbe un cavaliere antico che d’improvviso rinascesse in una città dove non trova più individui animati da sentimenti di giustizia, di virtù, di gloria e amor patrio, ma individui-massa che cercano di sopravvivere uguagliandosi, brigando, rivolgendosi all’utile e al conveniente e, fra mille vizi, cianciando e fantasticando di progresso, di felicità, di religione e di immortalità dell’anima, pur vivendo come chi non ci creda davvero. Insomma, persone che non dedicano il tempo e le fatiche a vivere, ma a sopravvivere; che non vogliono conoscere il vero, ma mistificarlo e rifuggirlo come pericoloso*.
    Tutto ‘verissimo’ e precursore dei tragici tempi che verranno! Ma…. il poeta Leopardi vuole prendere le distanze da tutto ciò.
    Ideologizza la non subordinazione *all’utile quotidiano e alla convenienza mercantile* (elementi di ‘contemporaneità’ che stavano prendendo sempre più piede e che andavano certo contrastati, con modalità diverse), e dietro questa ideologia nasconde una *difficoltà ad adattarsi alle situazioni pratiche e di incanalare una sua carriera entro le modalità allora in uso*.
    E, a proposito di ‘contemporaneità’, anche qui voglio riportare per intero questo passo che L. Aguzzi trae da Mario Luzi:

    *”Il contemporaneo è colui che […] sposa tutte le cause, si fa coinvolgere in pieno ed accetta le ragioni del suo tempo alla stessa stregua di coloro che agiscono […]. Il moderno allora è, in un certo senso, colui che soffre la contemporaneità, la vive drammaticamente, la misura con ciò che essa ha fatto morire per divenire, appunto, contemporaneità […]. È moderno quel senso critico e drammatico del tempo che muta, che impone fratture e scissioni con ciò che era stato prima, mentre è contemporaneo chi invece agisce nella piattezza dell’orizzonte mescolandosi al quotidiano senza una prospettiva etica e mentale del modificarsi del mondo”*.

    Sono più che d’accordo con questa lettura.
    E dovrebbe essere questa modernità ‘critica’ il lascito di Leopardi trasmessoci dalle sue opere. Lui l’ha patita, inconsapevole della sua portata, attraversando il senso di spaesamento di fronte ad un avanzare di *volgarità e decadenza*. Incapace di entrare in dialogo con un modello che si allontanava sempre di più dalla contemplazione per diventare, a volte brutalmente, pragmatico. (*Non ci fu bisogno di scontri o di polemiche aperte, semplicemente Leopardi non si trovò bene, non mostrò nessuna curiosità di approfondire la conoscenza con la dimensione industriale e agricola, economica, commerciale, sociale della città; né i milanesi mostrarono curiosità e interesse di conoscere Leopardi*).
    E questo paradigma di ‘incomunicabilità’ fu da lui pagato con sofferenza e isolamento.

    R.S.

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