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Incontri e confronti con gli autori che ci parlano

Katherine Mansfield, la felicità del racconto

di Teresa Paladin

I racconti della Mansfield, grande scrittrice moderna, sono considerati  un punto di riferimento imprescindibile nella letteratura del Novecento. Kathleen  Beauchamp, questo il suo nome di nascita, nasce a Wellington in Nuova Zelanda il 14 ottobre del 1888 e arriverà per la prima volta  a Londra nel 1903 insieme alle sorella Charlotte e Vera per completare i suoi studi presso il prestigioso Queen’s College. Qui crea  il suo nome d’arte trasformando il dolce kathleen che viene indurito con la r in Katherine, cui aggiunge Mansfield, cognome della nonna materna: nasce così la sigla KM.

Il rientro a Wellington nel 1907  le crea inquietudine. Diventata ormai  insofferente ai convenzionalismi e al conformismo della società neozelandese e in cerca di libertà,  seriamente innamorata della capitale britannica (“Londra …  è la vita”), non rinuncia al suo desiderio di tornare a Londra fino a quando, nel giugno 1908, i genitori capitolano. Il 6 luglio Kathleen  lascia per sempre la Nuova Zeland; ha 19 anni ed è ben intenzionata a portare avanti l’amore per la scrittura scoperto già a 10, quando il primo di tanti altri racconti era stato pubblicato sul giornalino scolastico.

Alla società londinese KM   si presenta come una personalità moderna, in grado di anticipare mode future. E’ una delle prime donne a tagliarsi i capelli corti, acquista un kimono nero e lo ricama oltre a indossare camice russe ricamate e a collo alto, porta scarpe dai tacchi alti e gonne al di sopra del ginocchio: immaginiamo che nei primi anni del secolo scorso non dovesse passare inosservata!

Generosa, impulsiva, a volte scontrosa ma sensibile,  il carattere passionale  le dava un fascino esotico e misterioso e possedeva una naturale propensione verso esperienze non convenzionali.

Un suo pensiero riassume tutto ciò: “Risk anything! Care no more for the opinion of others…Do the hardest thing on earth for you. Axct for yourself. Face the truth”. (Rischia qualsiasi cosa! Non preoccuparti più dell’opinione degli altri… Fai la cosa più difficile del mondo per te. Prenditi cura di te stesso. Affronta la verità).

A Londra inizia il suo percorso narrativo col pubblicare racconti brevi su importanti riviste letterarie, come  The new age, dove scrivevano G.B. Shaw, H.G. Wells, Arnold Bennett, e il Rythm, fondata da John Middleton Murry, che nel 1918 diventerà suo marito.

Secondo Katherine Mansfield gli scrittori inglesi di quegli anni si distinguevano per la convenzionalità dei loro scritti, che rifletteva una concezione essenzialmente materialista e statica del mondo e della letteratura, senza approfondimenti autentici sui misteri e la vulnerabilità dell’ animo umano.

KM ama  Wilde, Joyce, Dostoevskij, Tolstoj ma solo di  Cechov parlerà come del  “suo unico amico”. Lo scrittore russo rappresenterà infatti una scoperta fondamentale che segnerà una svolta nella sua scrittura e contribuirà a definire il suo originale stile narrativo.  Di Cechov apprezza lo stile interrogativo,  che per KM è la quintessenza della letteratura. KM  afferma infatti nelle sue osservazioni critiche che  ciò che dovrebbe fare lo scrittore non è tanto risolvere una domanda quanto porre una domanda: “Non è compito dello scrittore dare soluzioni, ma porre le domande giuste”. Parlare di una letteratura che interroga  è un evento concettualmente innovativo e potente, che apre  alla concezione moderna della letteratura facendo di lei  un’ esponente di punta non solo del Modernismo di quegli anni ma di tutta la narrativa contemporanea. Per un gioco del destino morirà nel 1923, esattamente come Cechov, di tisi.
Altro importante evento che amplia l’orizzonte della sua poetica è la prima mostra dei pittori impressionisti organizzata a Londra nel 1910. Qui scopre l’arte di Van Gogh e  rimase estasiata di fronte ai Girasoli e a Il postino di Roulin: in quei quadri passava “un fremito di libertà” che era impossibile ignorare. Van Gogh non si accontentava di dipingere la realtà, la creava  riprendendo elementi  riferiti a uno squarcio di vita quotidiana:  un paio di scarpe, paesaggi campestri o notturni ma luminosissimi, dei fiori. Ogni oggetto guardato e presentato nell’atto di affermare la propria vitalità, come in un “fremito di presenza”: lei avverte l’intuizione di voler scrivere  il pulsare della vita, “La vita della vita” nell’ istante che attraversa l’animo.

La svolta definitiva nella sua arte narrativa avviene a causa di un dolore intenso. Il 6 ottobre del 1915 Leslie, fratello amatissimo, muore al fronte per una granata.  Lei si rifugia in Francia, vicino Marsiglia, per superare il trauma della perdita e qui il suo amore per Leslie la riporta con la mente a quella terra da dove era fuggita otto anni prima: matura la decisione di scrivere per riportare in vita la loro infanzia, ciò che avevano vissuto insieme, cosa era stato, chi erano stati, la Nuova Zelanda.

Il ritorno a Londra le spalanca l’incontro con l’intellettualità raffinata che si riuniva nel salotto di Garsington,  la sontuosa dimora della mecenate Ottoline Morrell aperta a intellettuali, artisti e  politici. Nella casa della sua nuova amica conoscerà Bertrand Russell, che la definì “una mente brillante” lo scrittore D.H. Lawrence e la moglie Frieda, la pittrice Dorothy Brett,  Aldous Huxley e Cristina e Leonard Wollf.

Sarà l’amica Cristina Woolf a proporle di essere la prima autrice pubblicata dalla Hogarth Press, fondata da lei e Leonard nel  1917. Viene così pubblicato Preludio. Sarà l’inizio di un nuovo  stile di scrittura nella storia della letteratura. Del resto è proprio Virginia Woolf a fornirci della Mansfield una lode insuperabile in occasione della pubblicazione di Preludio,  quando, parlando a Clive Bell, suo cognato,  afferma “Sostengo ….che il racconto di K.M. ha un qualche cosa che lo qualifica come opera d’arte, a parte l’evidente maestria dell’autrice, per cui vale la pena di pubblicarlo”.

Dotata di una rara e preziosa capacità di scrittura Mansfield diventa una tra le voci più significative del panorama letterario di inizio ‘900.

Totalmente diversi dagli altri scrittori del’epoca che stavano rinnovando le tecniche letterarie,  i racconti della Mansfield ci appaiono come una di quelle luminose e incredibili rivelazioni che stupiscono il lettore.  Leggendoli  non avvertiamo alcun “distacco” dalle  pagine, che offrono il sapore della contemporaneità per efficacia comunicativa e capacità  di scavare in profondità in zone totalmente inesplorate.

La prosa breve della scrittrice neozelandese -che non scrisse mai un romanzo- è  .  «La sola scrittura di cui sia mai stata invidiosa»,  scrisse  Virginia Woolf in riferimento allo stile dell’amica-rivale. Robert Carver e Alice Munro riconoscono in lei una maestra e  oggi  è considerata dai critici  una delle vette inarrivabili del racconto breve.

Per cosa si caratterizzano le sue storie? La sua è una narrativa degli anti-eroi, delle persone comuni, ossia di noi lettori riflessi nello specchio di una storia inventata (forse) ma in qualche modo sempre riferita a fatti e persone reali. Non troviamo truffe o raggiri, situazioni mistiche o irriverenti, casi patologici o rivolte di gruppo. La Mansfield cattura le infinite sfumature dell’ esistenza  riferendosi sempre a situazioni comuni e fatti quotidiani: una ragazzina al suo primo ballo, un innamorato timido che è timoroso di dichiararsi, un’insegnante che fa lezione, una cena tra amici, una festa in giardino.

La capacità di cogliere l’essenza dei personaggi scolpendola in poche perfette frasi è la “firma” distintiva che rende i suoi racconti esemplari. Del resto di sé e della sua modalità di scrittura scrive: “Quando passo davanti a un vetrina di mele non posso fare a meno di fermarmi e fissarle finché non sento che io stessa sto diventando una mela…Quando dipingi mele non senti che i tuoi seni e le tue ginocchia diventano mele? O ti sembrano delle sciocchezze? A me no…Quando scrivo di anatre giuro che sono un’anatra”.

Dove nasce il fascino della sua scrittura poetica e coinvolgente? La sua narrazione è concentrata  sul mondo interiore, sulle emozioni e sui “lampi” di intuizione.

In lei l’interiorità non si svela attraverso la descrizione, ma   attraverso  immagini e dettagli luminosi che  trasmettono esperienze e sensazioni in presa diretta, per cui l’ IO si dispiega nelle sue emozioni e  azioni senza alcun rimando al passato.

Katherine Mansfield cattura momenti fugaci e dettagli apparentemente insignificanti che aprono la strada a profondità  emotive e scoperte esistenziali. In tutti i suoi racconti esiste “quel” momento che permette a un gesto banale o a un evento minimale  di trasformare la realtà e la sua interpretazione. Il personaggio, andando oltre il «già conosciuto», arriva così a una nuova percezione del proprio mondo emotivo ed esperienziale,  una nuova visione della vita, perché l’istante della rivelazione cambia per sempre la realtà interiore dei personaggi.

E’ importante notare che la “rivelazione improvvisa” non è una tecnica soltanto letteraria per la Mansfield,  ma un evento-cardine  che riguarda tutti, è la stessa realtà che conduce ognuno, prima o poi, a scoperte, folgorazioni, sorprese che allargano l’orizzonte della realtà.

Nelle pagine della Mansfield troviamo un’ ironia elegante, fatta di leggerezza e raffinatezza, diretta a mostrare la vacuità di certe esistenze o valori borghesi. L’ironia non è solo nel contenuto, ma nello stile narrativo  con la creazione di “squarci di rivelazione”, spesso basati sul contrasto tra ciò che i personaggi pensano e ciò che realmente accade. L’ironia nella Mansfield ha un timbro originale: non mira mai a ridicolizzare, ma a svelare le fragilità e le contraddizioni dell’individuo, le dinamiche nascoste dietro le apparenze,  la verità profonda dell’ interiorità  “trafitta da lampi tragici”  .

Questa grande maestra nella difficile arte del racconto breve focalizza  nelle sue storie temi che sono presenti  in ogni momento e in ogni esistenza: la fragilità della vita  ma raccontata insieme allo stupore, l’affiorare improvviso del male o dell’elemento disturbante, la felicità che arriva improvvisa, potente e inspiegabile e  indistruttibile (vedi il racconto “Felicità”).

KM con la sua scrittura vibrante e incisiva parla al cuore dei lettori perché ogni sua pagina introduce un’emozione e  ci lascia qualcosa grazie alle atmosfere che lei crea. Nelle sue storie rivela la varietà delle emozioni umane in maniera straordinariamente autentica perché le parole diventano immagini, sono come un dipinto che rivela pezzi di vita, storie e immagini struggenti.
La sua scrittura attenta e precisa ad attimi e dettagli nasce dallo stesso sguardo verso la vita che animava le sue giornate, come testimoniano i suoi scritti personali:

‟Senza emozione la scrittura è morta”.

“La vita, per me, non è mai abitudine. È sempre meraviglia.”

 

Romano Luperini e l’incompiutezza del Sessantotto

Su Romano Luperini (2)
Due ricordi e qualche spunto di ricerca

 

di Ennio Abate

Questa è la versione estesa dell’articolo che, con il medesimo titolo, è stato pubblicato  il 26 aprile 2026 su Sinistra Sindacale (qui).

Inizio questo scritto con due ricordi.
Primo ricordo. Gli ultimi decenni di vita di Romano Luperini sono stati segnati dalla malattia e da numerosi ricoveri per interventi chirurgici.[1] In questi passaggi da una clinica a un’altra, – così mi scrisse nel 2012 – «per combattere l’insonnia feroce», compose una manciata di versi – (per modestia li chiamò «versicoli») -, intitolandoli «Poesie. Reparto di oncologia». Di essa riporto questi:

Le stagioni

Dopo i rulli dei tuoni
nel trambusto del cambio turno, all’alba,
sui cornicioni scroscia la pioggia.
Da una clinica all’altra
ho sentito passare le stagioni
senza sentire sulla pelle l’aria,
la brezza della primavera, il solleone d’agosto.
Ora è l’autunno, e fosse solo suono e concetto,
non lama, non scalpello!

Il secondo ricordo è la testimonianza dell’ultima visita di Luperini  a Franco Fortini ammalatosi e poi deceduto nel 1994:

Tornavo dall’estero e dall’aeroporto di Milano mi sono fatto portare a casa sua in taxi. Sapevo della gravità della sua malattia, delle due operazioni che già aveva subito. Sulla porta mi abbracciò. Con gli anni era diventato assai meno rigido e duro, e addirittura si mostrava con me, nonostante qualche inevitabile urto, veramente affettuoso.
Mi apparve più magro e più bianco. Ma parlava come sempre, lucido e inarrestabile. Stavo per partire per il Canada e non sapevo se l’avrei mai più rivisto. Eppure ragionammo di cose da fare, di libri usciti, di articoli che avrebbe scritto per “Allegoria”. Richiesto, accennò alla propria malattia, ma con distacco e consapevolezza, evitando i particolari e qualsiasi indulgenza per aspetti che avrebbero potuto sembrare patetici. Pensai per un attimo al suo ribrezzo per la scompostezza e per la visceralità, e a quanto aveva dovuto ferirlo, anche dentro, nel buio dell’inconscio, quel tipo di male. Ma subito mi distrassi: la sua voce mi chiamava ad altro
.[2]

Se, come ha sottolineato Emanuele Zinato su Jacobin, «nell’ultimo ventennio del secolo [Luperini] si è trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e simili a un’azienda»,[3]  non dovrebbe stupire l’avere messo in primo piano due momenti che rimandano al dolore, alla fragilità della vita , alla necessità di «guardare in faccia il “biologico”, l’“irrazionale”, l’“inconscio” [per] dargli luogo nella nostra prospettiva [politica]». [4] Si tratta – diceva Franco Fortini  – di aspetti di «un ordine di verità, che non si risolve nell’ambito dell’ideologia politica del movimento operaio»;[5] e che Luperini ha sempre tenuti presenti: sia nei momenti più intensi della sua partecipazione alla vita politica e letteraria dell’Italia del secondo Novecento e ancor più  nella fase estrema della sua vita.

Militante[6] e studioso formatosi con Luigi Russo e Sebastiano Timpanaro, Luperini esordì con studi sulla narrativa di Verga («Pessimismo e verismo in Giovanni Verga», 1968), rompendo con lo storicismo progressivo della cultura di sinistra del dopoguerra.  Proseguì con ricerche d’impostazione marxista  sugli scrittori vociani e su Montale, Tozzi, Pirandello, Fortini e Svevo, ma sempre in aperto confronto con le correnti più significative del pensiero novecentesco, dallo strutturalismo alla psicoanalisi all’ermeneutica. Fu fondatore e direttore di riviste letterarie[7] e professore di Filologia e critica letteraria per quarant’anni all’Università di Siena.[8]  E, infine, a partire dal 2002, fu narratore.[9] 
A metà strada fra impegno politico e impegno su temi esistenziali e antropologici sta  «L’incontro e il caso» (2007),  una profonda analisi tematica dei testi dei grandi narratori europei tra Otto e Novecento; per Zinato «forse il suo lavoro più ardito» e, secondo me, punto di svolta nella sua produzione e preludio alla riscoperta, non a caso  in coincidenza con la crisi della funzione di critico letterario  come l’avevano praticata i suoi maestri e lui stesso, della sua vena narrativa.  Tanto che mi sento di dire che, come in questo libro complesso e originale Luperini ha teorizzato che   dopo il 1848 nella  letteratura borghese evapora l’esperienza e si privatizza il concetto di destino, qualcosa di simile  accade anche
per la sua scrittura. Con un avvitamento verso il  tragico di un  «composita solvantur»  di un’intera cultura ,che l’accosta ancora più ai suoi due  dichiarati e pur tra loro dissonanti maestri: Sebastiano Timpanaro e Franco Fortini.

 Nelle tappe di questo percorso fatto di opere e di scelte – dalla tesi su Verga alla partecipazione ai moti del Sessantotto, dalla carriera di docente universitario e critico letterario alla riemersione nella narrativa del lato esistenziale –  mi pare possibile  suggerire un filo unitario, che  mi pare distingua Romano Luperini dagli intellettuali “universali” della tradizione.  E l’ho colto proprio in un suo breve saggio del 1986, «La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini», dove Luperini  coglieva nitidamente le differenze di fondo tra Fortini – poeta dell’inibizione, del controllo formale e del distanziamento critico –   e Pasolini – poeta dell’esibizione, della visceralità e dell’eccesso vitalistico.
Ebbene, a me pare che Luperini sia stato l’intellettuale che più si è dibattuto tra le due polarità o personalità , da lui così ben rappresentate.

In politica, differenziandosi da Fortini, ha tenuto  salda una  critica radicale al  terzinternazionalismo, difendendo anche nell’ultimo libro scritto assieme a Beppe Corlito, la spinta libertaria e utopica del Sessantotto.[10] In campo letterario si è mosso tra il rigoroso materialismo timpanariano e il marxismo critico di matrice adorniana e fortiniana, senza però ma trascurare – altro aspetto di  ricchezza e inquietudine della sua ricerca –  “lo spettro della psicanalisi».[11] Mentre nel campo dell’insegnamento ha individuato nella scuola un luogo di resistenza “gramsciana” alle – come si dice oggi –  “derive neoliberali” in vista di un  “ampliamento della democrazia”, con  un’ attenuazione della interrogazione in Luperini  ben presente sull’essere comunisti a favore di una interrogazione – più realistica o  più rassegnata? – sull’essere democratici.[12]

Nella vicenda biografica, politica e letteraria di Romano Luperini  sono presenti contraddizioni evidenti ma fertili: tra ricerca teorica e pratica politica, tra militanza e ruolo istituzionale, tra analisi critica e scrittura narrativa. Egli è stato certamente «il catalizzatore delle potenzialità altrui, il suscitatore di destini» (Pietro Cataldi, 12 aprile 2026), ma conservando una componente inquieta e tentata dal tragico,  corroborata  da una sintonia esistenziale e materialistica con la grande lezione di Verga (e Timpanaro) e in irrisolto contrasto con la sua partecipazione al ’68. Si può, dunque, parlare di una incompiutezza del Sessantotto che si riflette nel travaglio e nell’opera di Luperini, soprattutto se lo si confronta con Fortini e Timpanaro, i maestri da lui scelti? A me pare di sì. O almeno questa è la mia ipotesi che guida la mia riflessione  su

 

Note

[1] Andrea Cortellessa, commemorandolo, ha ricordato che «un’operazione alla carotide gli aveva deformato la bocca e rovinato la voce».(Il manifesto, 12. 4. 2026)

[2] https://www.poliscritture.it/2023/09/30/se-tu-vorrai-sapere 

[3] https://jacobinitalia.it/romano-luperini-l-eredita-di-un-maestro/

[4] F. Fortini, Un mezzo litro dopo «Sussurri e grida», in Disobbedienze I, pag. 51, manifestolibri, Roma 1997

[5] F. Fortini, idem, pag. 50

[6] Nel 1965 fondò a Pisa la rivista Nuovo impegno e  partecipò attivamente alla contestazione del 1968, finendo  per tre mesi in carcere nella primavera di quell’anno. Fu prima nel Potere operaio pisano con Adriano Sofri e Luciano Della Mea, poi nella Lega dei Comunisti, più tardi nella direzione del Quotidiano dei lavoratori e, dopo la fine dell’esperienza di Avanguardia Operaia nel 1976, fu dirigente di Democrazia proletaria.

[7] «L’ombra d’Argo» negli anni Sessanta, «Allegoria», che aveva come sottotitolo «per una teoria materialistica della letteratura» negli Ottanta, «Moderna» alla fine dei Novanta. Collaborò anche con «L’Immaginazione», edita a Lecce; e poi con «L’ospite Ingrato» del Centro Studi Franco Fortini di Siena.

[8] In questo campo vanno ricordate le sue opere:  Il Novecento (1981), L’allegoria del moderno (1990), La scrittura e l’interpretazione, in collaborazione con Pietro Cataldi (1999), Breviario di critica ( 2002),  Tramonto e resistenza della critica (2013).

[9] Con «I salici sono piante acquatiche», cui seguirono «L’età estrema» (2008), «L’uso della vita» (2013), «1968» (2014), «La rancura» (2016) e «L’ultima sillaba del verso» (2017).

[10] Romano Luperini e Beppe Corlito, Il Sessantotto e noi. Testimonianza a due voci, Castelvecchi, 2024

[11] Michele Ranchetti , Scritti diversi III , Edizioni di storia e letteratura, Roma 2000

[12] Si veda l’attività, iniziata, dal 2012, del blog «La letteratura e noi», da lui diretto. Ma mi permetto di rimandare anche alla mia  critica all’ultimo suo libro, «Il Sessantotto e noi» (2024), scritto assieme a Beppe Corlito (qui) ,  tanto più sofferta  perché non c’è stata più la possibilità di  confrontarmi direttamente con lui.

 

 

Su Romano Luperini (1)

di Ennio Abate

Ho seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto  con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]

L’INCONTRO E IL CASO  di Romano Luperini (Laterza 2007)
Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?

Il tema dell’incontro con l’altro  – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.

Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.

La tesi dell’autore è precisa ed unitaria: in questi scrittori si coglie limpidamente il passaggio dalla narrazione alla descrizione (formula accolta da Lukács); e il tema dell’incontro (il particolare), agli inizi reale ed essenziale perché inserito «in un progetto o in una parabola» (l’universale), diventa sempre più momento inessenziale di «una esistenza ridotta a sperpero di atti minuti e casuali» (p. 8) che  si smaterializza o evaporata in epifanie o in allegorie.

Ad esempio, tanto sono «di necessità assoluta» (p. 13) gli incontri tra Lucia e l’Innominato nei Promessi sposi di Manzoni o, prima, di  Isacco e Rebecca nel libro biblico della Genesi (p. 12) o quelli (con Paolo e Francesca, con Farinata, con Ulisse)  della Commedia  di Dante, tanto non lo è più l’incontro in riva al mare di Leopold Bloom con Gerty MacDowell nell’Ulisse di Joyce, specie se confrontato con il faccia a faccia fra Ulisse e Nausicaa (p. 11) nell’ Odissea.

Si passa, dunque «dall’esperienza dell’incontro all’incontro come fine dell’esperienza» (p. 9), col risultato di «un distacco dalla realtà che porta con sé una impotenza alla significazione» (p. 22). E si tratta di un fenomeno generale, rintracciabile nel romanzo, nella novella e pure nella lirica: À une passante di Baudelaire è l’archetipo del «tema moderno dell’incontro con una donna portatrice di una inquietante seduzione erotica», al quale si rifanno a cavallo tra Otto e Novecento i romanzieri e gli scrittori di novelle (p. 25).

Questo processo – una parabola discendente -, che investe il tema dell’incontro, segnala per Luperini la nascita di una «nuova antropologia»: la «fiducia nella libertà e nella responsabilità dell’uomo, nella sua capacità di confrontarsi con l’altro» viene meno e il romanzo testimonia la nascita di un uomo «sempre più dipendente da pulsioni inconsce e dal potere del caso» (p. 11) e, perciò, incapace «di incontrarsi, di dialogare, di trasformare l’interlocutore e di poter conoscere e dominare il mondo» (p. 33). Per Luperini questo tipo di uomo è un esito storico, è il «destino dell’uomo occidentale».

Il saggio offre, dunque, un quadro sostanzialmente negativo e tragico della storia (europea). E anche se viene ribadito il rifiuto delle filosofie deterministiche e nichiliste e Luperini presenta questo processo come «una spirale che può ritornare su se stessa» e non un moto «unidirezionale e rettilineo» (p. 33), il vero emblema che domina il suo saggio è la figura kafkiana dello «spettatore impotente», considerata «ancora tragicamente attuale» (p. 34).

L’incontro e il caso è un ottimo esempio di  buona critica letteraria. Svolge, infatti, in modo chiaro un discorso complesso, compatto e d’ampio respiro; ed è rigoroso nelle argomentazioni, profondo e fine nell’applicazione degli strumenti storici, antropologici e psicanalitici all’analisi dei testi. Una rarità oggi.

Eppure, per salvaguardare i meriti di questo libro, credo che si debba metterne in discussione il suo cuore: la visione tragica, particolarmente affascinante e tentatrice in quest’inizio secolo, che continua a smantellare nella cronaca e nella storia ogni idea di Ragione, di Progresso, di Socialismo e di Comunismo.

Nessuna pretesa di contrapporgli una prospettiva “positiva”. Siamo, infatti, ancora tutti troppo prigionieri dei fallimenti storici del Novecento. Si tratta soltanto di affiancare al suo discorso critico che, pur «privo di garanzie», appare a prima vista quasi irrefutabile, delle obiezioni, che partono da una scommessa di segno leggermente diversa e si muovono in bilico tra alleanza e dissenso con la sua impostazione tragica:

1.
Non credo che si possa parlare di «destino» né di «uomo occidentale». La storia è andata com’è andata, ma c’entrano proprio gli uomini e non il destino. E tra gli uomini occidentali ci sono stati, e ci sono ancora oggi, gli spettatori impotenti (e spesso vittime) e i potenti e aggressori. Sarebbe bene non mescolarne le vicende in un’unica storia “occidentale”, quella dei vincitori, e proteggere la verità (o le piccole verità) di quelle dei vinti. Chiederei, insomma, un supplemento d’indagine sulla storia ferocemente conflittuale scaturita per l’ambivalenza della modernità, che qui Luperini dà invece per conclusa; e cercherei altre tracce piccolo borghesi o proletarie lasciate sia nei documenti ma anche in monumenti non canonici o esclusi dal grande canone europeo.
Ci sono stati, infatti, eventi e movimenti nella storia europea che sono andati in controtendenza rispetto ai fenomeni che inducono Luperini a parlare di «nuova antropologia» e di trionfo della «cultura della vita privata». Della rivoluzione borghese del 1848 qualcosa di fecondo rimase. E, se non per noi europei, per i popoli dagli europei poi colonizzati, che a valori della rivoluzione borghese si richiamarono per emanciparsi. Certo, dopo quel 1922, che è il termine del periodo esaminato da Luperini, abbiamo avuto i fascismi. Ma ci sono state anche le Resistenze e le lotte anticoloniali. E queste, anch’esse sconfitte o aggirate come la rivoluzione borghese del 1948 o le successive rivoluzioni socialiste, animano ancora oggi lotte solo in apparenza incomprensibili o estranee all’Europa.

2.
Non sono convinto che il modernismo costituisca davvero «uno spartiacque […] assai più decisivo e radicale di quello segnato dal cosiddetto postmoderno nella seconda metà del Novecento» (p. 319). Il postmoderno ha molte facce. Non è riducibile solo a quella ilare, ottimistica e cinica. In altri termini, non credo che si possa affermare che «il destino dell’uomo occidentale, quale era stato avviato un secolo prima dalla rivoluzione industriale, si [sia] deciso in quegli anni» (p. 319). Forse si sta decidendo ancora oggi.

3.
Fondamentale mi pare la domanda, che – suppongo – molti lettori de L’incontro e il caso si sono fatti e che Luperini stesso riprende nelle conclusioni del libro: «E dopo?» (cioè dopo il 1922).
Se essa, però, non fosse un punto di partenza per nuovi interrogativi, il suo saggio resterebbe un riepilogo – serio, senza sbavature o concessioni – della cultura borghese europea e una sorta di nobile testamento della sua tragica fine.
Paradossalmente e contro le false evidenze costruite dal revisionismo storico, mi arrischio a dire che il senso tragico di questo libro potrebbe essere corretto con la continuazione della ricerca su quel resto del Novecento per ora non trattato e che, a prima vista, si presenta come una notte buia dopo il languido ottocentesco tramonto borghese.

4.
Metterei anche in discussione la scelta della tipologia di incontro con l’altro qui studiata. Gli incontri o i mancati incontri trattati dai grandi romanzieri borghesi avvengono, in effetti, tutti nella sfera privata.
Nessun dubbio che essi, pur lasciandola sullo sfondo, parlano – metaforicamente o per metonimia – anche della condizione storica del loro tempo e di una condizione umana in generale; o che, essendo le loro opere degli indiscussi monumenti e non meri documenti, il critico della letteratura debba privilegiarle e studiarle con apposita strumentazione.
Resta però un fatto: l’orrore storico, quello vissuto dai molti, non è la stessa cosa dell’orrore, che i romanzieri borghesi hanno letto individualisticamente e presentato in modi obliqui e allusivi.
Il monumento (il grande romanzo), per quanto esteticamente eccezionale, non sostituisce (e non esaurisce) le verità che possono trovarsi nella realtà (e, in parte, nei documenti che ci restano). Spesso poi nei documenti ci può essere un certo tipo di altro, che nei monumenti non è rientrato o non può rientrare. Anzi, talvolta, lo stesso splendore delle grandi opere può agevolare la messa tra parentesi dell’«orrore storico» e distrarre dalla sua non semplice indagine e comprensione.
Né vanno dimenticate le rimozioni operate dagli stessi grandi scrittori. C’è sempre da sospettare (una volta lo si faceva!) della connivenza e complementarità tra «cultura della vita privata»  e cultura della vita pubblica. La loro attenzione alla vita privata, soverchiante e unilaterale, è anche accettazione, sopportazione (di fatto) dell’«orrore» su cui si regge  quella pubblica borghese. Un critico non può trascurarlo. Ed allora – mi dico, sapendo di scandalizzare qualcuno – è assurdo ipotizzare che, prendendo le distanze dalla vita pubblica o venendone emarginati, si riduce anche il valore estetico delle loro opere e non solo quello documentario, a cui l’arte – si sa – non è strettamente obbligata?

5.
Questa ipotesi ha un senso. A meno di non sostenere che la grandezza estetica delle opere debba chiudere la bocca a noi tutti. Oppure, che la loro grandezza nasca proprio dall’accettazione dell’orizzonte privato come destino. O ancora, che l’insistenza di altri scrittori – lo stesso Luperini offre gli esempi di Levi e Fenoglio, ma per il Novecento numerose potrebbero essere le aggiunte, credo…- nel confrontarsi direttamente con la storia e a trattare l’incontro con i molti, invece che l’incontro con la donna, – e, perciò, ad intendere l’altro in tutta la sua complessità sociale e storica – si svilupperebbe solo in straordinari periodi storici (la Seconda guerra mondiale, la Resistenza) e abbia avuto una resa estetica meno “monumentale” e, tutto sommato, secondaria.

6.
Mi si potrebbe accusare di fondare il mio ragionamento “antitragico” più sull’orrore storico che sulla bellezza artistica. Ma in realtà chiedo solo di guardare meglio, senza trovare alibi né nei monumenti né nei documenti, nell’ oscura realtà di quello che, per convenzione, diciamo «orrore storico».

7.
Non ho le competenze per dire che, esaminando il tema dell’incontro su altri testi dello stesso periodo studiato da Luperini o sui testi del periodo successivo al 1922 (che so, dei futuristi, dei surrealisti, delle avanguardie, del neorealismo), la lettura del “destino” dell’uomo occidentale da lui proposta possa vacillare.
Credo, però, che in tutto il lungo Novecento, sia possibile interrogare vari scrittori che hanno rifiutato la rigida divisione tra privato e pubblico e hanno fatto emergere una possibile dimensione comune, dove privato e pubblico non siano separati o del tutto contrapposti, ma appaiano quantomeno contigui e più fluidamente intrecciati che nel grande romanzo borghese.

8.
Un’ultima obiezione riguarda il residuo di marxismo ancora operante in questo libro. Credo che per L’incontro e il caso si debba parlare di un crescente peso nella ricerca di Luperini della componente psicanalitica e antropologica (Cfr. i riferimenti a C. Taylor, a Freud, ad Orlando) rispetto alla lezione marxiana, più in primo piano nella sua precedente produzione e che qui pare circoscritta ad alcuni autori (Adorno, Lukács, Benjamin), con un evidente ridimensionamento degli apporti marxiani più sociologici e una (sorprendente per me) assenza (di fatto) di Fortini, pur suo maestro riconosciuto.
Le citazioni dell’ultimo Lukács («L’unica ontologia accettabile […] è quella dell’essere sociale» (p. 34) o di Adorno («esiste civiltà solo dove si può essere diversi senza paura» (p. 35) e la rielaborazione che Luperini è andato svolgendo, sulla scorta di Benjamin, negli ultimi decenni sul «discorso allegorico», gli permettono ancora  di parlare del letterario «per parlare di altro» (p. 36). Ma questo altro, a cui allegoricamente si accenna, sta sul «vuoto». E sul vuoto non si costruisce. Da qui il senso di una mancanza, che potrebbe far scivolare la sua nobile e seria visione tragica verso il “tragicismo”. Dall’allegoria vuota dobbiamo uscire. Questa è la vera scommessa per tutti.

 

Da Dante a Shakespeare: presenza autoriale e tradizione manoscritta


 Pubblico questo  importante saggio di Erminia Passannanti invitando i lettori di Poliscritture a non spaventarsi per la lunghezza e l’accurato approfondimento di autori-monumenti come Dante e Shakespeare di solito  sequestrati da culti elitari-accademici. [E. A.]..  

di Erminia Passannanti 

 

  1. Autori privi di manoscritti autografi: Dante e Shakespeare

 

Le fonti manoscritte superstiti dei periodi medievale, umanistico e primo-moderno costituiscono una forma di evidenza per i processi culturali e testuali che ne determinarono la trasmissione e, in varia misura, per l’identità dei loro autori. Sebbene non tutti i manoscritti medievali conservino un’impronta autoriale diretta, poiché la trasmissione fu spesso mediata da copisti, editori e tradizioni testuali stratificate, il materiale pervenuto da queste epoche conserva tuttavia tracce delle identità autoriali, oltre che dei più ampi processi di mediazione del testo. Tale condizione assume particolare rilievo quando si mettono a confronto autori come Boccaccio e Petrarca con uno scrittore quale Shakespeare, il quale, pur essendo tra i drammaturghi più prolifici e influenti del suo tempo, non lasciò manoscritti autografi delle proprie opere drammatiche o poetiche. Questa peculiare assenza di documenti autografi riflette con ogni probabilità la natura delle pratiche teatrali ed editoriali elisabettiane, nelle quali il testo scritto era concepito principalmente come strumento funzionale alla rappresentazione piuttosto che come documento destinato alla conservazione. In prospettiva comparativa, tale situazione può apparire sorprendente.

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Benché non siano sopravvissuti manoscritti autografi di Dante Alighieri (1265–1321), autore in latino e in volgare toscano, la sua formazione, ricostruita sulla base delle fonti, che coniuga erudizione formale nei classici greci e latini, probabilmente acquisita attraverso precettori privati, con un esteso studio autodiretto, lo rese celebre e altamente stimato tra i contemporanei. La sua formazione intellettuale rivela un confronto costante con autori latini classici quali Virgilio, Ovidio e Cicerone, accanto alla sintesi filosofica tardoantica di Boezio, nonché una conoscenza delle fonti patristiche e, più selettivamente, dell’eredità della scolastica medievale. L’ampiezza del sapere dantesco in teologia, filosofia, politica e letteratura si manifesta nella Divina Commedia (1308–1320), opera allegorica, escatologica e teologica narrata in prima persona, e nel De Monarchia (1310–1313), che riflette la sua partecipazione alla vita culturale e politica fiorentina fino all’esilio. Nel caso di Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca, poeti e prosatori del primo Rinascimento, sono invece sopravvissuti numerosi autografi, spesso glossati o corretti dagli stessi autori.

Si potrebbe concepire un’opera quale la Divina Commedia come scritta da qualcuno non profondamente immerso nei contesti storici ed esperienziali che il testo stesso codifica con tanta evidenza? Vale a dire il trauma di un intellettuale fiorentino esiliato nel contesto del conflitto tra guelfi e ghibellini, e più precisamente nella frattura tra guelfi bianchi e neri? Può esistere una grande opera priva dell’impronta della conoscenza del suo autore, inscritta nel testo stesso, e rimanere nondimeno non riconosciuta? [1]

Non è forse il linguaggio stesso, in ultima istanza, a rivelare il nome e la storia del suo creatore? Se Dante, per condizioni imposte dall’esilio o dalla persecuzione, fosse stato costretto a celare il proprio nome, la sua paternità della Commedia sarebbe comunque risultata riconoscibile a chiunque avesse ricercato con rigore l’autore dietro la maschera nominale.

Nel corso della Commedia, Dante esercita una forma di autorità che assegna destini a individui storicamente identificabili, trasformandoli in oggetti di una giustizia poetica. Nel canto XIX dell’Inferno, ad esempio, papa Bonifacio VIII, ancora in vita al momento della composizione, viene collocato tra i simoniaci in un atto che afferma una prerogativa narrativa assimilabile a un verdetto inappellabile.

Dante Alighieri colloca deliberatamente i propri avversari politici all’Inferno, intensificando così la concezione dell’autore come agente etico inscritto nel proprio contesto storico. Il canto infernale diviene pertanto uno spazio nel quale la rappresentazione letteraria converge con il giudizio giuridico e morale. La Commedia nel suo complesso può essere intesa come un tribunale poetico, in cui la voce di Dante assume funzioni convenzionalmente riservate all’autorità teologica, giuridica e istituzionale. L’inclusione di un antagonista personale e politico quale Filippo Argenti tra gli iracondi dello Stige configura la funzione dell’autore come quella di un giurista che esercita la propria agenzia morale attraverso la forma estetica. Chi si inimicasse uno scrittore come Dante potrebbe attendersi una forma di retribuzione radicale e duratura, capace di consegnare il proprio nome all’infamia nei secoli. Tale strategia raggiunge una particolare intensità nell’episodio di Bocca degli Abati, dove l’atto di violenza fisica compiuto da Dante contro il traditore determina il collasso della mediazione narrativa in una aggressione espressiva immediata e non mediata, in cui il rapporto tra autore, personaggio e giudizio si contrae violentemente in un unico gesto di ripudio personale. Dante, vivo ma esule, immaginò se stesso tra i morti nella Divina Commedia, dove la sua voce e la sua presenza corporea risultano subordinate soltanto all’autorità magistrale di Virgilio e alla sovranità morale della sua amata Beatrice Portinari, guida luminosa nel Paradiso. La Commedia offre dunque una misura precisa di quale voce parli attraverso il testo.

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I critici del canone shakespeariano dovrebbero valutare con maggiore rigore in quale misura un “autore nel testo”, inteso come modalità riconoscibile di presenza, possa essere individuato nell’intero corpus. Nei drammi di ambientazione storica, la questione dell’autorialità deve tener conto dell’intensità con cui l’esperienza vissuta viene rielaborata in una drammaturgia che rifrange costantemente le condizioni della corte elisabettiana, dove rivalità, intrighi, gelosie, tradimenti, ambizioni e lotte di potere tra nobili ricorrono come motivi strutturanti.

Si può avanzare, a questo livello, un’ipotesi cauta circa l’influenza di Dante Alighieri su Edward de Vere: nella rappresentazione strategica di eventi e agenti ancora in atto, accompagnata dal loro distanziamento dalla temporalità immediata e dalla loro riconfigurazione su un piano allegorico. Tale procedimento può essere letto come una modalità per negoziare la censura e attenuare i rischi connessi al nome, alla reputazione, alla discendenza o persino alla sicurezza personale.

Questa linea più ampia di influenza merita considerazione, data la posizione canonica di Dante nella tradizione poetica e allegorica italiana; tuttavia, corrispondenze tematiche strette risultano meno sostenibili in relazione ai Sonetti di Shakespeare. Questi si discostano dalle pratiche imitativo-traduttive di Thomas Wyatt e Henry Howard, conte di Surrey, rispetto al Canzoniere petrarchesco, elaborando invece un discorso del desiderio più ampio e internamente differenziato, radicato nella tradizione dell’amor cortese associata alla Vita nova e alla lirica di Guido Cavalcanti. Al contempo, essi estendono il campo del riferimento erotico oltre un unico oggetto fisso, distribuendo il desiderio su una pluralità di figure possibili, anziché concentrarlo, come in Dante o Petrarca, su una sola amata.

Per comprendere i Sonetti shakespeariani, occorre partire dalla poesia latina, in particolare dall’eleganza formale e dalla facilità tecnica dei versi di Ovidio. Il desiderio fisico è presente anche nelle opere teatrali e sperimentali di Publio Ovidio Nasone, come gli Amores e l’Ars Amatoria. Come Ovidio, Shakespeare sfruttò sistematicamente il proprio ingegno elegiaco e le competenze retoriche per comporre sonetti di natura metapoetica. A ciò si aggiungono i poemi narrativi Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia, dedicati alle passioni amorose.

Nei Sonetti, una direzione dell’intensa affezione poetica è rivolta a un giovane bello, mentre un’altra si orienta verso la cosiddetta “Dark Lady”, sviluppandosi attraverso digressioni aneddotiche che alludono a una relazione eterosessuale instabile e non istituzionalizzata.

L’impressione è che Shakespeare abbia raccolto in un unico insieme componimenti che conservano memorie di diverse esperienze amorose, alcune delle quali richiamano la passione totalizzante di Properzio per la sua Cinzia. In questi sonetti l’amore costituisce l’atmosfera dominante, insieme a una dimensione esistenziale in cui il poeta indulge spesso, in linea con la poesia latina, dove la donna assume un ruolo significativo come agente delle proprie scelte amorose.

La Dark Lady non rinuncia al diritto di mutare amanti, anche se tale comportamento viene giudicato dal poeta come crudeltà e tradimento. In questo corpus emerge anche un gruppo di componimenti di diretta ispirazione ovidiana in cui il poeta critica l’alterazione del volto operata dalle donne tramite cosmetici. Il modello è l’Medicamina Faciei Femineae di Ovidio, dove con ironia si affronta la pratica della cosmesi.

Nei Sonetti, l’amata viene progressivamente rimossa dal piedistallo dell’idealizzazione: “My mistress’ eyes are nothing like the sun” (Sonetto 130). L’amore è descritto come malattia e conflitto, mentre il poeta appare meno incline al lamento che a un’esibizione consapevole della propria perizia retorica.

All’interno di questa de-idealizzazione emerge una lucidità e una sensibilità mondana che anticipano tematiche erotiche del XVIII secolo. Se un passaggio intertestuale da Dante a Shakespeare si è verificato, esso potrebbe riguardare la trasformazione di vicende civili e storiche in costruzioni allegoriche, talvolta persino “comiche”, come suggerisce il titolo stesso di Commedia. La rielaborazione della vicenda tragica di Romeo and Juliet può evocare, almeno indirettamente, il modello del canto V dell’Inferno, nell’episodio di Paolo e Francesca.

Nonostante l’assenza di manoscritti attestati, Dante godette in vita di ampia notorietà tra i contemporanei, e la sua autorità artistica fu riconosciuta, come dimostra l’interesse di Boccaccio. Numerose copie manoscritte attestano un forte controllo autoriale e una chiara consapevolezza della propria creazione. Un ricco corpus documentario collega direttamente Dante alle sue opere e al suo ruolo di autore.

La trasmissione manoscritta della poesia italiana medievale dimostra inoltre una diffusa cultura dell’autografo, in netto contrasto con l’anonimato che circonda i testi di Shakespeare, evidenziando differenti meccanismi culturali di conservazione dell’autorialità.

Il riconoscimento del valore artistico e dell’identità civica di Dante dovrebbe suggerire un parallelo: perché ciò non accadde per Shakespeare? Dove sono le testimonianze estese dei contemporanei?

L’attribuzione di trentasette drammi, di un corpus di 154 sonetti (pubblicati nel 1609) e di diversi complessi poemi narrativi, Venere e Adone (1593), Lo stupro di Lucrezia (1594) e A Lover’s Complaint (1609), prodotti in poco più di due decenni a William Shakespeare costituisce un fenomeno eccezionale nel panorama poetico-teatrale inglese della prima età moderna. Una tale produttività si accompagna a un solido confronto con la materia storica, alla rielaborazione di biografie monarchiche, a caratterizzazioni psicologiche di sovrani e aristocratici e a una rappresentazione estesa delle diverse classi sociali. Se, nel loro tempo, questi testi rappresentarono il vertice dei risultati letterari inglesi, risulta tanto più problematico che così scarso sia stato lo sforzo concreto, da parte dei contemporanei, volto a garantirne la conservazione mediante adeguate pratiche archivistiche. Opere di tale portata non avrebbero dovuto suscitare una corrispondente attenzione alla loro classificazione e tutela in raccolte istituzionali?

La loro quasi invisibilità nei registri dei custodi del sapere elisabettiani e giacobiani suggerisce una situazione più complessa di una semplice negligenza. Come poté un insieme così rilevante di opere circolare in condizioni di relativa oscurità, senza lasciare tracce bibliografiche e documentarie analoghe a quelle prodotte anche da figure minori del periodo? L’autore di questi testi appare singolarmente disancorato dalle realtà materiali e istituzionali che normalmente garantiscono la stabilità di una tale eredità.

Ciò premesso, la densità intertestuale delle numerose opere ispirate a fonti italiane consente di delineare il profilo di Shakespeare come autore che si confronta sistematicamente con la riscrittura dell’Italia, instaurando un dialogo sia con i classici greci e latini sia con fonti medievali più recenti. È ampiamente riconosciuto l’impatto della novella italiana, della cultura cortigiana e del teatro rinascimentale nella costruzione di molte commedie, ambientate spesso in città italiane e fondate su dispositivi quali travestimento, inganno e riconoscimento finale, propri della commedia dell’arte.

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Le fonti letterarie di Shakespeare sono state in gran parte identificate e appartengono prevalentemente al Rinascimento italiano e alla tradizione classica. Un aspetto rilevante della sua scrittura consiste nella capacità di assorbire e trasformare narrazioni preesistenti in nuove configurazioni. La tradizione della commedia dell’arte, insieme alle commedie rinascimentali di autori come Giovanni Fiorentino e Ludovico Ariosto, contribuì alla definizione di strutture comiche fondate sull’inganno e sui ruoli sociali codificati. Shakespeare non “importa” il genere in Inghilterra, ma ne rielabora tratti distintivi in opere come Twelfth Night.

Altrettanto significativa è la sua costante utilizzazione di ambientazioni geografiche e linguistiche ben caratterizzate. Le opere mostrano familiarità con luoghi, costumi, idiomi e norme sociali, riflessi nella costruzione dei personaggi. Non si tratta di semplici prestiti stilistici, ma di elementi della visione dell’autore: strutture retoriche italianeggianti, proverbi, gestualità e una certa enfasi espressiva, rielaborati nei drammi ambientati in Italia. Gli spazi scenici includono giardini, palazzi nobiliari, tribunali, contesti marittimi. L’Italia risulta pervasiva nella configurazione delle trame e degli ambienti.

In tale quadro, si osserva una progressiva de-idealizzazione delle figure femminili e delle relazioni amorose. In Othello, l’amore sensuale è insieme esaltato e vissuto come vergogna. Il protagonista incarna una figura divisa tra razionalità e ossessione. La tragedia della gelosia rivela un’intensa elaborazione di motivi legati all’onore, al sospetto e alla reputazione, che trovano possibili riscontri nella biografia attribuita a Edward de Vere. La fonte principale del dramma è la novella Un Capitano Moro di Giraldi Cinzio, profondamente trasformata sul piano psicologico. L’opera introduce inoltre un contesto storico riconoscibile, relativo ai rapporti tra Venezia e il mondo mediterraneo. La figura del Moro riflette una percezione ambivalente: nemico e risorsa.

Il titolo All’s Well That Ends Well non afferma una felicità emotiva, ma la necessità di una risoluzione formale, come nelle novelle di Matteo Bandello. Anche qui si osserva una ricomposizione legale senza piena armonia affettiva. L’opera può essere letta come una riflessione sulla responsabilità tardivamente riconosciuta. In questo senso si avverte l’influenza di modelli italiani quali Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, dove la virtù aristocratica si misura nella restaurazione dell’ordine sociale. Gli elisabettiani associavano spesso i costumi italiani a raffinatezza e ambiguità morale. Twelfth Night ne offre un esempio evidente, privilegiando l’intelligenza sociale rispetto alla moralità. La sociologia del mondo italiano costituisce una chiave interpretativa per comprendere l’interesse dell’autore verso letteratura, arti visive e teatro. La commedia dell’arte operava secondo convenzioni codificate, offrendo modelli comportamentali osservabili e assimilabili. Il viaggio in Italia rappresentava quindi un’immersione in tali codici. Nel canone shakespeariano, anche i personaggi negativi riflettono stereotipi riconducibili a tipologie italiane. L’associazione tra machiavellismo e criminalità generica costituisce tuttavia un fraintendimento. Personaggi come Iago non perseguono strategie di potere, ma agiscono secondo logiche di sabotaggio. Diversamente, figure come Riccardo III o Macbeth rivelano una più autentica comprensione della teoria politica.

  1. Sensibilità pre-barocca

 Much Ado About Nothing, una commedia il cui titolo evoca con arguzia l’esagerazione delle cose futili, trasmette l’idea di una grande confusione nel linguaggio e nell’azione, ma di una scarsa sostanza di valore o di un risultato significativo. La brillantezza epigrammatica di questo celebre titolo sarebbe ben resa dal motto latino De minimis non curat lex, ossia “la legge non si occupa delle inezie”, che condensa la nozione di un eccessivo clamore per questioni troppo piccole per meritare attenzione. La storia è ambientata sull’isola di Sicilia, dove la commedia si sviluppa all’interno di un mondo sociale popolato quasi esclusivamente dagli svaghi, dalle preoccupazioni e dagli affari dei nobili e dei loro attendenti. Questo milieu chiuso rivela lo sguardo ironico e distaccato di un narratore aristocratico interno, che osserva e registra con attenzione le interazioni tra élite locali e straniere.

L’intreccio combina affari in cui si intersecano manovre politiche, intrighi sentimentali e ingegno verbale. Questi elementi generano una narrazione che risulta più convincentemente resa da uno scrittore profondamente inserito nella sfera sociale aristocratica, qualcuno che ne conosce tanto le raffinatezze quanto le insufficienze. Al centro delle apparentemente leggere vicende della commedia vi è Don Pedro, principe d’Aragona, le cui interventi giocosi ma calcolati lo trascinano negli stessi intrighi che egli intende dirigere. Paradossalmente, i suoi tentativi di manipolare gli eventi lo rendono in parte responsabile dei fraintendimenti e dei conflitti che conducono l’azione verso il suo culmine. Don Pedro orchestra il corteggiamento del conte Claudio e di Hero e analogamente costruisce le circostanze che portano Beatrice e Benedick a incontrarsi, ponendosi così insieme come facilitatore dell’armonia e agente involontario della discordia.

L’arrogante principe si impone come autore e regista delle scritture amorose. In stretta aderenza alle tradizioni della novellistica italiana e alle regole del carnevale veneziano, egli utilizza il proprio potere e agisce in maschera per mediare il desiderio di Claudio verso Hero, eseguendo tali stratagemmi secondo le convenzioni comiche del teatro rinascimentale: Don Pedro finisce per ridurre l’amore di Claudio per la donna scelta a un problema tecnico (“teach it but how”), destinato a essere risolto mediante un artificio calcolato e malevolo esercitato sulla verginale Hero all’interno della casa paterna. Questo rivela qualcosa del drammaturgo. Perché tale attenzione insistita a gelosia, sospetto e tradimento? Perché l’enfasi su un padre che cerca di collocare la figlia in matrimonio con un nobile? Si percepisce chiaramente il suo gusto barocco per l’estetica italiana e spagnola combinata: predilezione per la fioritura retorica, gusto per l’ornamento ridondante, abbondanza di prestiti letterari e orgoglio creativo nell’operare entro tale cornice esuberante. La verbosità scapestrata della commedia riproduce schermaglie verbali che l’autore può aver assistito o persino praticato, in patria o all’estero, vivaci e precise nel tono e nel significato.

Più avanti nella commedia, le risposte sprezzanti di Benedick agli attacchi di Beatrice, per esempio, sono rese con piena forza, e ogni insulto risulta elaborato, performativo e accuratamente costruito. Considerando più da vicino la “merry war” tra Beatrice e Benedick, si osserva come la loro relazione trasformi il corteggiamento in una forma di battaglia, dove l’arguzia sostituisce il romanticismo e parole insieme intelligenti e crudeli bloccano apertura emotiva e prossimità fisica. Ne emerge una visione moderna, in parte disincantata, dell’amore: fondata su uguaglianza intellettuale, ironia e resistenza reciproca piuttosto che su passione idealizzata. Beatrice e Benedick non si innamorano malgrado la loro ostilità, ma attraverso di essa. Beatrice rifiuta l’ideale convenzionale di femminilità e, con esso, la sottomissione passiva. Essa afferma la propria superiorità mediante il linguaggio, non solo davanti a Benedick ma di fronte alla società nel suo complesso. Essa contesta costantemente la sua mascolinità, deridendo il suo “hard heart” come difetto e leggendo i suoi tentativi di ritirata (“I have done”) come evasione abituale, una “jade’s trick”. Ella ha spesso l’ultima parola, segnalando controllo narrativo e retorico. Quando Beatrice esclama, “I had rather hear my dog bark at a crow than a man swear he loves me” (Act I, scene I), rifiuta integralmente il linguaggio convenzionale dell’amore.

Benedick, da parte sua, non può fare a meno di ammirare la sua agilità verbale: la sua “speed” e “continuance” sottolineano involontariamente la sua superiorità. Beatrice mette in scena i propri sentimenti attraverso l’antagonismo, scambiando affermazioni contraddittorie con energia incessante. Tuttavia tale intensità di coinvolgimento, questo conflitto continuo, suggerisce speranza e investimento piuttosto che reale indifferenza. Importante è che nessuno dei due personaggi domina a lungo. Ogni insulto è rovesciato e restituito. Tale equilibrio produce una relazione definita non da aggressione contro sottomissione, ma da provocazione reciproca, un movimento alterno che alimenta insieme ingegno e attrazione. Questa “merry war” è diffusa in tutto il dialogo della commedia ed è evidente nell’attacco verbale di Beatrice a Benedick che le sta di fronte in incognito.

Beatrice: “Why, he is the prince’s jester: a very dull fool; only his gift is in devising impossible slanders: none but libertines delight in him; and the commendation is not in his wit, but in his villainy; for he both pleases men and angers them, and then they laugh at him and beat him.” (Act II, Scene 1)

Nella rapida e lucida successione di clausole offensive, il passo esemplifica, con intenso eccesso verbale, insulti contro Benedick che si intensificano attraverso una mescolanza di metafore (giullare, stoltezza, calunnia, libertinaggio e malvagità). In un certo senso, è l’autore che si prende sottilmente gioco di sé stesso, visto attraverso gli occhi di una donna che percepisce con eccessiva chiarezza gli atteggiamenti della sua mente. In effetti, Beatrice ha ragione a sospettare l’inaffidabilità di Benedick, soprattutto perché egli utilizza la maschera come mezzo per ingannare e influenzare la percezione dei fatti. L’esempio più noto è quello delle scene di “gulling”, in cui Benedick e Beatrice sono indotti ad ascoltare conversazioni orchestrate che suggeriscono che l’altro li ami. Ciò che emerge è il gusto quasi infantile di Beatrice per un’aggressività verbale lievemente giocosa, impiegata laddove non vi sarebbe reale necessità comunicativa di tale aggressività.

L’eccesso si manifesta anche nella commedia attraverso la curiosa dinamica delle accuse reciproche. Il più evidente “processo” interpersonale si colloca nell’Act IV, Scene I, quando Claudio denuncia Hero all’altare, accusandola di comportamento non casto e infedeltà prima del matrimonio stabilito. La scena funziona come un tribunale verbale davanti ai testimoni, in cui Hero viene giudicata da Claudio, dal frate e dall’assemblea nuziale. Claudio assume il ruolo dell’accusatore e Hero quello dell’imputata. Il procedimento è rapido, drammatico e non le concede alcuna possibilità di difesa. Friar Francis interviene come autorità morale e pratica, assimilabile a un arbitro giudiziario. Egli elabora un piano per “simulare la morte di Hero” al fine di far emergere la verità e verificare la sincerità di Claudio. Il ruolo del frate ricorda quello di un mediatore, come Friar Lorenzo in Romeo and Juliet, o di un giudice saggio, piuttosto che di un magistrato convenzionale.

Da ciò deriva che Much Ado About Nothing rende efficacemente la scena caotica nella chiesa, all’altare, con tutte le conseguenze melodrammatiche del “malicious gossiping” e della “jealousy”, che si risolvono, per usare lo spirito di un altro proverbio italiano, in “tarallucci e vino” (“biscotti speziati e vino”), cioè in riso e convivialità, o meglio in una celebrazione dello spirito nuziale di riconciliazione con banchetto e gioia collettiva. Questo finale comico di una pseudo-tragedia (in contrasto con la più cupa risoluzione omicida in Otello), con la morte simulata di Hero, riflette la prospettiva ironica e derisoria dell’autore sugli eventi che conducono al climax e alla risoluzione. Essa riecheggia da vicino motivi narrativi di Giovanni Boccaccio, in particolare nel Decameron, Giornata III, Novella 9, dove un marito viene ingannato circa la fedeltà della moglie, con conseguente confronto drammatico. Il Decameron impiega frequentemente false accuse e imbarazzo sociale per indagare i temi dell’onore, dell’amore e della riconciliazione, offrendo un chiaro parallelo con la situazione di Hero. Nel loro insieme, queste relazioni intertestuali suggeriscono che Much Ado About Nothing opera all’interno di una fitta rete di trasmissione e trasformazione narrativa. Il trattamento dell’intreccio sentimentale tra Hero e Claudio deriva da materiali letterari italiani ereditati, che vengono però attivamente rielaborati, con particolare enfasi sui temi del giudizio morale, dell’autocoscienza aristocratica e delle conseguenze sociali della credulità di fronte alla calunnia.

È difficile presumere che un drammaturgo non informato potesse “inventare” ex novo dialoghi e monologhi su materie di cui non avesse mai avuto nemmeno conoscenza indiretta. Sostenere tale posizione significa affidarsi a narrazioni prive di fondamento. Ne deriva che, piuttosto che essere trattata come invenzione unica, tale configurazione invita a essere analizzata come struttura ripetutamente adattata e ricontestualizzata. In Much Ado About Nothing, il drammaturgo rielabora questo intreccio familiare in modo che suggerisce eredità letteraria e una maggiore sensibilità alle sue implicazioni psicologiche ed etiche. La differenza tra Claudio, immerso nel dolore e nell’umiliazione dell’inganno, e Benedick, inizialmente posto come osservatore distaccato, introduce una doppia prospettiva che offre due lati dello stesso racconto amoroso tragicomico.

La fonte letteraria immediata di tale disegno narrativo viene ricondotta a una novella di Matteo Bandello, pubblicata nel 1554, che fornisce sia l’ambientazione sia il nucleo del conflitto drammatico poi rielaborato nella commedia. La narrazione di Bandello si svolge nello stesso milieu italiano e culmina in una simile accusa di infedeltà della protagonista. Tuttavia il processo accusatorio è significativamente diverso. In Bandello, la ripudiazione avviene tramite una lettera inviata al padre della giovane nella casa privata, circostanza che attenua la violenza emotiva della rivelazione e mitiga la colpevolizzazione della donna. Much Ado intensifica invece la scena mettendo in scena la denuncia pubblicamente e senza mediazioni, accentuando la crudeltà della reazione di Claudio e rafforzando il giudizio morale implicito nell’episodio rielaborato. Ciò avviene perché Claudio è un nobile e la sua principale preoccupazione è la reputazione.

Tuttavia, il contrasto tra il trattamento più compassionevole di Bandello e la riscrittura shakespeariana più severa evidenzia la trasformazione deliberata del materiale di partenza. Ulteriore complessità deriva dal rapporto tra la novella di Bandello e precedenti trattamenti italiani. L’Orlando Furioso (1516) di Ariosto, in particolare il Libro V, include una narrazione strettamente affine, con il dispositivo della donna sostituta la cui apparenza consente l’inganno, elemento che anticipa il ruolo di Margaret in Much Ado. La Dalinda di Ariosto, che narra il proprio coinvolgimento nell’intrigo, prefigura con chiarezza tale funzione drammatica.

Fin dalla sua prima didascalia, Much Ado è collocata in un mondo sociale esclusivamente aristocratico. Come mostra la discussione fin qui svolta, la commedia si sviluppa entro una cultura governata da una concezione dominante dell’onore, accompagnata da forme patetiche di dissimulazione, manifestazioni ossessive di autorità maschile competitiva e acuta sensibilità al rango aristocratico. Tali dinamiche si esprimono soprattutto attraverso l’arguzia verbale e la performance retorica, e sono guidate, alla loro base, da una persistente esigenza di vendetta, valore tradizionale profondamente radicato nell’etica siciliana, dove lo status morale è inteso come bene familiare collettivo la cui violazione richiede riparazione pubblica. Tale logica è espressa da Claudio quando si consegna al padre offeso della sua presunta sposa morta, Hero, Leonato: “Choose your revenge yourself; impose me to what penance your invention can lay upon my sin: yet sinn’d I not but in mistaking” (Act V, Scene I). L’appello di Claudio rivela una cultura in cui il ripristino dell’onore dipende meno dal rimorso interiore che da punizioni ritualizzate e riequilibrio sociale. Il nesso tra onore violato e vendetta non è esclusivo di Much Ado About Nothing, benché qui venga rifratto in chiave comica piuttosto che tragica. Shakespeare ritorna frequentemente a sistemi etici in cui la reputazione, una volta compromessa, richiede azione retributiva. In Hamlet, la vendetta si inscrive in un codice cavalleresco e dinastico. In Othello, le nozioni veneziane e mediterranee di onore trasformano la gelosia in richiesta letale di giustizia punitiva. Al di fuori di Shakespeare, etiche simili regolano il teatro del Siglo de Oro spagnolo, in particolare in Lope de Vega (1562–1635), dove la vendetta è necessità tragica. Ciò che distingue Much Ado è l’assorbimento di tale etica nella risoluzione comica, pur senza cancellarla: l’onore deve essere pubblicamente restaurato, il pentimento teatralizzato, e l’equilibrio sociale riaffermato in forma cerimoniale.

  1. L’infratesto (temi e motivi ricorrenti)

 In un autore così prolifico come Shakespeare, che ricorre all’Italia più di ogni altro contesto straniero, fino a intitolare opere a città italiane quali The Merchant of Venice e The Two Gentlemen of Verona, e a fare di Mantova il luogo dell’esilio di Romeo in Romeo and Juliet, risulta necessario oltrepassare la singola opera e considerare l’infratesto, ossia la rete di temi e motivi ricorrenti che attraversa l’intero corpus. L’osservazione di schemi che emergono tra generi e trame differenti consente di individuare preferenze, persistenze tematiche e vere e proprie costanti autoriali.

Nelle numerose trame attraversate da una evidente relazione con l’Italia, e dal materiale narrativo ricavato da Matteo Bandello, Luigi da Porto, Giovanni Fiorentino e Ludovico Ariosto, il caso di Romeo and Juliet, all’interno del più ampio processo di trasmissione e scambio culturale, ormai noto appunto grazie a Shakespeare, dipendente da una catena di narrazioni italiane anteriori al suo approdo sulla scena inglese, si configura come paradigmatico. La tragedia non si presenta tanto come un prestito, quanto piuttosto come un processo di assimilazione, trasformazione, riconfigurazione, adattamento e rielaborazione creativa. La fonte italiana si espande, conferendo voce narrativa alle due figure tragiche della bella Verona. L’Italia non viene trattata come un semplice deposito di trame, ma come un campo dinamico di scambio intellettuale. L’interazione coinvolge forme letterarie insieme studiate e negoziate, convenzioni teatrali quali la commedia dell’arte e più ampi codici culturali. Il rapporto risulta così intertestuale e transnazionale, piuttosto che meramente derivativo. Questa forma di appropriazione dinamica si riconosce nella conoscenza diretta delle usanze italiane da parte dell’autore, poi trasposte all’interno del dispositivo drammaturgico elisabettiano.

The Taming of the Shrew e Much Ado About Nothing presentano parallelismi evidenti tra le coppie femminili Katherina e Bianca, da un lato, e Beatrice e Hero dall’altro. In entrambi i casi si sviluppa un confronto tra modelli opposti di femminilità, tra indipendenza e obbedienza, sebbene in contesti drammatici differenti. In entrambe le opere compare una figura femminile polemica, dotata di temperamento acceso, contrapposta a una figura docile e conforme alle aspettative sociali.

In The Taming of the Shrew, il personaggio maschile che corteggia Bianca è Lucentio, figlio di un gentiluomo pisano. Il suo nome, di chiara derivazione latina, suggerisce una caratterizzazione colta e umanistica. Bianca è rappresentata come giovane incline alla musica e alla poesia, istruita da precettori.

L’opera contiene riferimenti geografici puntuali e numerosi elementi di erudizione: proverbi latini, richiami mitologici, allusioni a procedure editoriali e legali. Il dispositivo del travestimento del corteggiatore come maestro richiama modelli della tradizione italiana, incluso l’episodio di Paolo e Francesca nel quinto canto dell’Inferno. Si rinvengono inoltre echi della lirica di Guido Cavalcanti.

Attraverso Lucentio si delinea un profilo di competenza linguistica e giuridica che riflette indirettamente la cultura dell’autore. La sua capacità di correggere il latino maccheronico e di contestualizzare formule giuridiche evidenzia una consapevolezza metalinguistica e istituzionale.

L’opera presenta anche elementi che possono essere interpretati come tracce autobiografiche, nonché una conoscenza dettagliata di contesti geografici e culturali italiani. La filosofia e la musica sono trattate come discipline formali, e il momento in cui Lucentio rivela la propria identità durante una lezione di latino assume valore simbolico rispetto ai temi dell’autorialità e del linguaggio.

L’analisi delle relazioni intertestuali e infratestuali consente dunque di delineare Shakespeare come autore dotato di vasta cultura, capace di distribuire e rielaborare consapevolmente il proprio patrimonio di conoscenze letterarie.

  1. La pervasività dello status nobiliare

È evidente che l’autorità aristocratica in Much Ado About Nothing si materializza, si ritualizza e si impone attraverso cerimonie d’élite, quali il matrimonio, il funerale o il duello, le quali conferiscono o distruggono la persona pubblica di un uomo o di una donna. Quando la vicenda giunge in prossimità delle nozze, il dramma si rivela pienamente come spettacolo pubblico di dominio maschile. L’umiliazione inflitta da Claudio a Hero è vile, ma al tempo stesso teatrale, ritualizzata e giustificata in nome di una presunta prerogativa personale. Se ne può dedurre che, qualora le classi superiori, educate al massimo grado, siano capaci di degradare il proprio rango fino a simili bassezze e strategie in nome di una costruzione identitaria fittizia, lo stesso trattamento non venga riservato alle classi inferiori quando commettono analoghi atti e si attendono indulgenza. L’ingiustizia sociale emerge soltanto in modo obliquo, e sotto uno sguardo critico contemporaneo, poiché la commedia non si propone affatto di stabilire criteri generali di legittimità al di fuori di quelli fondati sulla nobiltà. L’autore si limita a rappresentare una realtà che conosce con estrema precisione.

È pertanto necessario rilevare la presenza pervasiva di ulteriori marcatori di un’aristocrazia vissuta: titoli e ranghi saturano la logica dell’opera. Il principe Don Pedro d’Aragona, il conte Claudio, i “gentiluomini”, i “lord” e le figure “nobili” abitano un mondo siciliano in cui l’onore è ulteriormente sancito dal merito militare e dalla genealogia. Anche il matrimonio è configurato come negoziazione dinastica, non come compimento sentimentale. Hero è definita ripetutamente come figlia ed erede di Leonato, e il suo matrimonio è discusso in termini di alleanza, successione e, in ultima istanza, di status. Il corteggiamento è gestito prevalentemente tra uomini di rango, come il Principe, Leonato e Benedick, a indicare la consuetudine sociale della politica matrimoniale aristocratica. L’amore, in tale contesto, risulta subordinato alla discendenza e alla posizione pubblica.

Anche il piacere è codificato in senso aristocratico. Il tempo libero cortigiano costituisce un ulteriore indicatore di esclusività sociale: musica, danze mascherate, passi formali quali il “cinque-pace”, scambi arguti e intrattenimenti elaborati definiscono un’atmosfera ricreativa riservata a chi possiede educazione, spazio e competenze culturali adeguate. Ancora una volta, ogni azione e ogni svolta appaiono orchestrate da personaggi maschili. In senso stretto, non vi sono figure non nobili dotate di autentico peso drammatico. Il messaggero compare brevemente e si esprime con deferenza rituale; i musicisti esistono soltanto per ornare il piacere aristocratico. Personaggi come Dogberry e Verges non rappresentano un realismo popolare, ma costituiscono deformazioni parodiche dell’autorità civica. A differenza di A Midsummer Night’s Dream, Henry IV o The Merry Wives of Windsor, l’opera non presenta un “mondo inferiore” parallelo dotato di logica autonoma. Persino Twelfth Night consente una maggiore permeabilità sociale. Much Ado About Nothing si configura pertanto tra le opere più socialmente esclusive dell’intero corpus attribuito a Shakespeare, comparabile in tal senso a Love’s Labour’s Lost, concepita per un pubblico cortigiano.

L’intrigo tra Borachio e Don John rivela il lato cinico del privilegio, suggerendo una consapevolezza di classe senza tuttavia concedere a Borachio reale autonomia. Analogamente, Dogberry, ufficiale della ronda di Messina, e il suo associato Verges giungono alla verità, ma sono privi delle risorse linguistiche e sociali necessarie per formularla; di conseguenza, vengono marginalizzati e funzionano come figure proverbiali di stoltezza piuttosto che come agenti civici. La loro efficacia comica deriva dall’autostima inflazionata, dai tentativi maldestri di appropriarsi della lingua aristocratica e dall’uso costante di malapropismi. I personaggi classificabili come “non nobili” risultano pertanto caricaturali piuttosto che socialmente compiuti. Margaret, dama di compagnia di Hero, e Balthasar occupano posizioni subordinate e appaiono principalmente come servitori dotati di una certa familiarità con i nobili, svolgendo una funzione di supporto nella struttura comica. L’arguzia licenziosa di Margaret e la complicità di Borachio nel piano di Don John introducono variazioni nel contesto aristocratico, ma nessuno dei due acquisisce la profondità sociale che caratterizza figure più complesse in altre opere. L’insieme di questi elementi rafforza l’impressione di un autore che scrive dall’interno del mondo nobiliare.

  1. Benedick e l’aristocrazia mediterranea: da Venezia a Messina

Nella seconda metà del Cinquecento, il termine “aragonesi” cessò di indicare una precisa dinastia per assumere una più ampia risonanza culturale e politica. Esso veniva frequentemente impiegato, soprattutto nel discorso europeo settentrionale, come designazione evocativa dell’autorità mediterranea, della potenza imperiale spagnola e del prestigio della cultura di corte. Sebbene la dinastia regnante in Sicilia fosse inequivocabilmente quella asburgica, l’eredità aragonese sopravvisse nel linguaggio, nelle pratiche diplomatiche, nelle strutture giuridiche e nella cultura aristocratica durante il Rinascimento inglese. La Sicilia, governata come parte dell’impero asburgico spagnolo sotto sovrani quali Ferdinando II d’Aragona, Carlo V e Filippo II, era amministrata tramite un sistema vicereale con centro principale a Palermo. L’autorità del viceré incarnava il potere imperiale, preservando al contempo le gerarchie aristocratiche locali. Tale sistema produceva un ambiente politico caratterizzato da stratificazione sociale rigida, forte presenza militare e attenzione costante alle questioni dell’onore e della reputazione.

La storiografia del periodo riflette tali condizioni con coerenza. Le opere, redatte in latino, italiano o spagnolo, si concentrano su temi quali il governo, le genealogie nobiliari, la fiscalità, i disordini civili e il ruolo strategico dell’isola nella diplomazia mediterranea, in particolare rispetto all’espansione ottomana. Testi come il De Rebus Siculis di Tommaso Fazello, pubblicato in latino nel 1558, offrono una narrazione ampia della storia siciliana, coniugando erudizione umanistica e realtà contemporanea. Sebbene l’accesso diretto alle fonti fosse limitato, tali opere circolavano nelle biblioteche universitarie e nelle collezioni private inglesi. È entro questo quadro di conoscenza mediata che si deve collocare la rappresentazione di Messina in Much Ado About Nothing.

Alla fine del XVI secolo, Venezia era governata da un sistema oligarchico complesso, nel quale l’autorità simbolica del Doge era distinta dall’esercizio effettivo del potere. Messina, al contrario, appare come uno spazio aristocratico meno rigidamente strutturato, quasi un ambiente teatrale, in cui inganni e conflitti restano circoscritti entro la sfera cortigiana. Il rispetto formale, la pratica matrimoniale fondata su interessi di ceto e la reputazione militare regolano le interazioni più del bene comune, che resta invisibile.

Dogberry e i personaggi popolari, caricature delle classi subalterne, servono unicamente a evidenziare il contrasto con il mondo cortigiano. L’autore non simula una conoscenza indiretta: costruisce un ambiente mediterraneo aristocratico funzionale a intrighi, celebrazioni e riferimenti militari. La casa di Leonato costituisce il centro dell’azione, luogo di incontri, banchetti e inganni amorosi, con spazi interni ed esterni predisposti per mascherate e dialoghi riservati. I giardini e i cortili diventano luoghi di conversazione privata e di osservazione, mentre gli spazi urbani hanno un ruolo marginale.

In tale contesto, Benedick riflette tratti riconducibili a una conoscenza interna della nobiltà: acutezza intellettuale, scetticismo verso l’amore e padronanza del linguaggio. L’accuratezza nella rappresentazione degli spazi e dei rituali indica una familiarità diretta con il mondo aristocratico. Much Ado About Nothing si configura dunque come una tragicommedia che offre una rappresentazione precisa della vita cortigiana rinascimentale, con Messina come sfondo adeguato a una narrazione interna alla sfera nobiliare.

 Conclusioni

Attraverso la mediazione delle opere shakespeariane, i valori del Rinascimento italiano,  bellezza, ingegno, dignità individuale e consapevolezza tragica, insieme alla sua tradizione letteraria, furono trasposti nel canone inglese e da questo nella lingua moderna. Tale processo di trasmissione culturale costituì uno dei ponti più duraturi tra l’antichità classica, l’eredità italiana e la letteratura inglese.

Lo sviluppo dell’umanesimo occidentale e dell’immaginazione morale deve tanto al Rinascimento italiano quanto alla Riforma inglese. Le opere di Shakespeare operarono come principale veicolo attraverso cui lo spirito intellettuale italiano venne assimilato nel linguaggio morale della letteratura inglese moderna. La scena shakespeariana mette in atto un orientamento verso l’italianità, insieme all’assimilazione dei valori culturali e sociali della penisola, inclusi i loro aspetti problematici: il senso dell’onore, l’arguzia sociale, il realismo politico e una certa malinconia metafisica. Dietro la figura del Bardo si delineano le presenze del Rinascimento: Machiavelli, Castiglione, Petrarca, Dante, insieme agli artisti di Urbino, Firenze, Mantova e Venezia.

 

L’autrice: Dr. Prof.ssa Erminia Passannanti (Ph.D. in Letteratura italiana, 2004, University College London; Ph.D. in Scienze sociali, diritto e comunicazione, 2014, Brunel University, London). Professoressa di Letteratura e Civiltà inglese per il Ministero dell’Istruzione italiano.


(gennaio 2025)

Bibliography

 Fergusson, Francis. “Trope and Allegory: Some Themes Common to Dante and Shakespeare.” Dante Studies, with the Annual Report of the Dante Society, no. 86, 1968, pp. 113–26.

Traversi, Derek. The Literary Imagination: Studies in Dante, Chaucer, and Shakespeare. University of Delaware Press; Associated University Presses, 1982.

[1] Il sistema intellettuale di Dante si fonda sull’assimilazione della filosofia aristotelica mediata dalla tradizione esegetica latina, sulla metafisica tomista sistematizzata da Tommaso d’Aquino e sulla ricezione della poesia latina classica, con particolare rilievo per Virgilio. Ne risulta una sintesi unitaria e gerarchicamente articolata, in cui filosofia, etica e teologia operano come livelli interdipendenti di un’unica struttura interpretativa.

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Nota Proprio oggi The Guardian pubblica un commento alle varie ricerche degli “oxfordiani” sulla vera identità della figura di Shakespeare:
https://www.theguardian.com/books/2024/apr/19/questions-over-shakespeares-authorship-began-in-his-lifetime-scholar-claims

In Memoriam: Romano Luperini (1940-2026)

di Erminia Passannanti

Ho conosciuto Romano Luperini nel 1990, in occasione della rassegna “Poesia ’90”, organizzata dal Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno, dove allora ero studentessa del Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere. In quell’occasione, Romano mi fu presentato da Federico Sanguineti,  figlio del professore dantista e poeta Edoardo Sanguineti,  con cui eravamo di recente diventati amici e il quale all’epoca era un giovane ricercatore. A quell’evento erano presenti anche Gregory Lucente, Robert Dombrowski, Piero Cataldi e Amelia Rosselli.

Con Romano si instaurò immediatamente un rapporto destinato a protrarsi nel tempo. Ricordo quando mi scriveva da Toronto, dove era Adjunct Professor, e la neve e la malinconia erano il tema principale delle sue osservazioni.

Fu un’amicizia preziosa quella che mi offriva: non soltanto un dialogo, con me, che ero ancora in una fase iniziale della mia formazione intellettuale, ma anche l’apertura a un circuito di amicizie internazionali, con suoi colleghi stranieri con i quali si parlava tanto in italiano quanto in inglese di argomenti che significavano l’esordio della mia passione letteraria. In particolare, con Robert Dombrowski mantenni fino alla sua dipartita dal mondo un forte legame di simpatia reciproca. Robert e Romano erano stretti da un’amicizia fraterna, corroborata negli anni dalla riflessione critica sull’opera di Carlo Emilio Gadda. La tragica fine di Robert in un ospedale di Parigi, per una acuta endocardite che non seppero curare, mentre aspettavo che venisse come mio ospite alla mia casa di Oxford, segnò traumaticamente Romano, che, accorso da Siena ad assisterlo, lo vide morire tra le sue braccia.

Il nostro rapporto fu inizialmente intenso e costante, sostenuto da uno scambio epistolare fitto e per molti anni ininterrotto. Conservo ancora tutte le lettere e cartoline che Romano mi mandava da Siena, caratterizzate dalla sua grafia minuta, irregolare e da una scrittura fitta: mi scriveva come se la nostra conversazione non dovesse mai finire.

Ci incontrammo più volte: a Salerno, a Roma, a Napoli e in diverse occasioni anche nella sua Siena quando mi ci recai avendo accettato un incarico come docente di inglese. Ogni incontro era accompagnato dalla promessa di rivederci ancora, appunto perché il nostro dialogo sembrava non esaurirsi. Nel 1995 gli avevo anche dedicato una poesia, confluita nella raccolta Macchina.

La sua voce era gentile, il suo atteggiamento rispettoso, gli occhi neri penetranti, all’improvviso sfuggenti, volti altrove, come a rincorrere una riflessione oltre la contingenza, ma era al tempo stesso talvolta provocatorio: una provocazione mai gratuita, piuttosto un invito a non rinunciare alla comprensione reciproca, evento che, ironizzando, vedevo quanto mai improbabile.

Con Romano non si parlava soltanto di critica letteraria. Si discorreva soprattutto della vita: mi raccontava delle sue passate esperienze, ed era colpito dal modo con cui affrontavo le mie, con un entusiasmo e una vitalità oltre le difficoltà, che lo lasciavano più divertito che perplesso. Io, di Salerno, mi ero trasferita ad Oxford e questo movimento lo vedeva allineato con la mia personalità. Quanto a me, consideravo Romano un uomo fondamentalmente saldo, anche quando mi raccontava delle sue sofferenze.

Pietro Cataldi ha ricordato Luperini con un commento emblematico della sua attitudine verso studenti, amici e colleghi: “Forse avrebbe preferito che a essere messo in luce fosse il suo carattere al tempo stesso schivo e puntuto, che ne faceva il destinatario ideale e temuto di chi fa critica e, molto di più, il catalizzatore delle potenzialità altrui, il suscitatore di destini. (Pietro Cataldi, 12 aprile 2026)

Romano mostrava una sincera attenzione per ciò che scrivevo. Una mia poesia lo colpì a tal punto da spingerlo a farla pubblicare nel 1993 sulla rivista L’Immaginazione, edita a Lecce da Manni Editore. Fu per me un esordio importante agevolato da Romano come mio mentore: da quel momento iniziarono altre pubblicazioni, fino a quando fu lui a sollecitarmi a partecipare al Premio “Laura Nobile”, che vinsi nell’edizione 1995, con la pubblicazione presso Manni Editore delle mie poesie, nella collana “La scrittura e la Storia”, diretta da Luperini.

La raccolta Macchina nacque da quel riconoscimento. Romano ne scrisse una lunga presentazione, un’analisi testuale dettagliata condotta con la precisione del filologo. È un’introduzione che, ancora oggi, considero, per quello che mi riguarda come autrice, un piccolo capolavoro critico per finezza analitica. Fu sempre lui a presentarmi a Guido Guglielmi, che a sua volta mi dedicò un’introduzione alla plaquette In Jugoslavia con i piedi a terra. Mi considero, in questo senso, profondamente debitrice a Romano per il modo in cui ha saputo orientare e ampliare il mio percorso.

Una delle volte che ci rivedemmo fu a Siena. Era forse nel settembre del 1992. Mi portò in auto fino ad un piccolo paese dove restammo a osservare la luna ed il cielo stellato: mi disse più volte, successivamente, che fu un momento indimenticabile.

Anni dopo, nel 2002, mi inviò a Oxford il suo romanzo I salici sono piante acquatiche, il cui titolo, per me inizialmente enigmatico, introduce una riflessione sulla progressiva rarefazione dell’esperienza del vivere. Il tempo vi è concepito come costruzione della memoria secondo un processo discontinuo e selettivo. I salici figurano una risposta adattiva al fluire del tempo, sottoposta da Romano a esame critico. Sul piano della tesi, l’atto di nominare il reale, affidato a un linguaggio instabile, tenta di cogliere un mondo immerso nel tempo, ma restituisce soltanto frammenti e approssimazioni, nel venir meno di assetti ideologici consolidati e nella difficoltà di elaborare nuovi orizzonti di senso. Lessi allora l’opera riconoscendone una componente autobiografica e intervenni con una lettera, proponendo una concezione del tempo come immobile e invitando Romano a non interpretarne il trascorrere come perdita. La voce nel testo, invece, registra l’avanzare del tempo in nuclei di memoria irregolari, nei quali anche i dettagli minimi devono assumere valore interpretativo. La scrittura diviene così il luogo in cui il soggetto verifica fino a che punto la vita possa essere restituita e pensata, mentre la realtà emerge come campo che richiede un’interpretazione continua. Come è evidente, si tratta di un romanzo metacritico, in cui si aprono squarci imprevisti di sensualità ed erotismo.

Romano era un amico che non volevo perdere, ma le diverse fasi delle nostre vite fatalmente ci distanziarono. Continuammo a corrispondere in modo sporadico attraverso il suo blog, La Letteratura e Noi, senza però riuscire a incontrarci di persona. L’amico che vi appariva rendeva finalmente manifesta e accessibile oltre l’accademia la sua vocazione al dialogo intergenerazionale, gestito con vigilanza cognitiva, che gettava un ponte tra l’attualità degli altri e la sua prospettiva teorica.

Fu, lo sappiamo, un grande intellettuale, con una rete complessa di rapporti, talvolta difficili, come quello con Franco Fortini. Ed è proprio attraverso Romano che ebbi modo di avvicinarmi, indirettamente, a quella figura, tanto da ottenere una borsa di studio per seguire le lezioni di Fortini a Napoli, esperienza che avrebbe poi dato origine al mio dottorato all’University College London, focalizzandomi sui vari aspetti della sua opera, dalla poesia, alla scrittura saggistica, attraverso la traduzione.

A dieci anni dalla morte di Fortini, nel 2004, Romano mi fece invitare dal Centro Studi per presentare un mio saggio sulla Poesia delle Rose, che venne pubblicato ne L’Ospite Ingrato nel numero monografico curato da Luca Lenzini, “Dieci Inverni senza Fortini”. Quella non fu l’ultima volta che ci incontrammo perché riuscii a fare invitare Romano a Oxford per una lecture alla Tayloriana Institute. Nel fargli una domanda a fine evento, visto che nessuno degli studenti presenti apriva bocca, mi rivolsi a lui, dandogli del Lei, e Romano mi rispose, dinanzi a tutta la platea: “Ma Erminia, perché mi dai del “lei”, se siamo amici e ci conosciamo da una vita!?”

Non sono stata studentessa di Luperini, ma ho seguito tutte le sue pubblicazioni con intenso interesse, come uno dei più rilevanti critici del secondo Novecento, leggendo con attenzione sistematica i suoi testi, fino a interiorizzarne paragrafi, sezioni, capitoli, dai quali ho tratto i fondamenti della mia formazione in critica filologica. La sua ricerca comprendeva due versanti: da un lato la produzione critica e storico-letteraria più ampia, informata dalle sue prospettive marxiste e dal materialismo storico, che costituisce la parte più influente del suo lavoro accademico come professore di Filologia e Critica Letteraria alla Facoltà di Lettere dell’Ateneo senese. Romano era entrato a Unisi nel 1971 insieme a Fortini. Successivamente vinse la cattedra all’Università di Lecce, dove insegnò dal 1980 al 1983, anno in cui ritornò a Siena dove tuttavia non aveva mai smesso di tenere dei corsi; dall’altro la scrittura narrativa, con romanzi pubblicati soprattutto in età matura. 

Sul versante critico, l’opera di riferimento come docente è La scrittura e l’interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, uscita per la prima volta nel 1996 e curata con Pietro Cataldi, che presenta la sua impostazione metodologica, fondata su una critica di matrice storicistica e materialista, aggiornata alle trasformazioni del canone moderno.

Successivi volumi, come L’allegoria del moderno e Tramonto e resistenza della critica, intervengono sullo statuto epistemologico della critica letteraria contemporanea, mettendo in evidenza la crisi delle categorie interpretative tradizionali e la necessità di una ridefinizione del loro uso storico. Rientrano nello stesso orizzonte anche gli studi monografici di Romano su autori italiani come Verga e Pirandello, insieme ai numerosi saggi su Svevo, Montale e la tradizione del realismo europeo, nei quali la lettura dei singoli autori viene sempre ricondotta a una teoria più generale della modernità letteraria.

Lessi anche Breviario di critica, del 2002, che raccoglieva e rielaborava riflessioni teoriche sulla funzione della critica letteraria, sul rapporto tra testo e contesto storico e sulle trasformazioni dell’interpretazione nel secondo Novecento.

Ho conosciuto quasi simultaneamente la sua produzione narrativa, perché me ne inviava copia, quasi a dire: “Sono anch’io umano, con una vita emotiva”. Forse nutriva il timore che, essendo una figura pubblica di autorevolezza e riconoscimento, non gli venisse attribuita una normale sensibilità privata, che invece viveva in modo profondo: da cui il confessionalismo della sua scrittura romanzata.

Ho inoltre letto L’età estrema (2008) e La rancura (2016), in cui Romano riflette sulla vecchiaia e sulla sedimentazione storica dell’esperienza individuale, con una scrittura che conserva una forte impronta analitica, personalissima, ma sempre attenta agli accadimenti storici. Questa linea narrativa restituisce l’intimità mentale di Romano, che scrisse in tal senso anche della fase della vecchiaia del suo maestro Franco Fortini, La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini, pubblicato nel 1986, quattro anni prima che ci conoscessimo. Quando iniziai il mio dottorato di ricerca (Ph.D.) in Italianistica all’University College London, ci tenne a inviarmi questo volumetto, che citai ampiamente nel capitolo dedicato alla mia analisi della poesia di Fortini.

Sono certa che futuri dottorandi dedicheranno studi all’opera critico-teorica di Romano Luperini e anche ai suoi romanzi, partendo da un testo come L’allegoria del moderno, in cui la riflessione teorica sulla letteratura si intreccia con una profonda indagine storico-ermeneutica, da Benjamin alla semantica e all’interpretazione, fino alla grande tradizione del Novecento italiano: Marinetti, Tozzi, Saba, Pirandello, D’Annunzio, Gadda, Montale, Volponi.

Stasera, nell’apprendere, qui ad Oxford, dall’amico Ennio Abate, la notizia della scomparsa di Romano, ho subito cercato tra i miei libri e ho immediatamente ritrovato e preso tra le mani per rileggerlo il suo volume L’allegoria del moderno (1990), che Romano mi aveva inviato in dono, come faceva sempre con i suoi libri appena pubblicati. 

Non ho mai chiesto a Romano la sua età. Non era un’informazione che mi interessasse conoscere. Ma l’ho compresa dal suo romanzo L’uso della vita, uscito nel 2013. Ciò che rimane dei miei ricordi, oggi, è innanzitutto la densità di un incontro che ha attraversato anni, presenza e distanza, libri e messaggi con un uomo dolce ma, talvolta, anche intransigente dinanzi alla generale superficialità dell’era postmoderna e del mondo globalizzato.

Il giovane Romano che sarebbe andato  a ritirarsi da vecchio in campagna, nel 1990 già notava: “Certo, la pace della campagna è nell’uomo, non nella natura; e nondimeno proviene da essa, che infatti si presenta come il luogo dell’assenza di senso, ove le creature vivono per vivere e senza saper di vivere. […] La natura non è più il luogo del significato e del valore, ma della loro mancanza” (R. Luperini, L’allegoria del moderno, “Tematiche del mondo di Pirandello”, p. 251) “La natura (ovvero la sua vita), svuotata di senso, finisce per acquistarne uno nuovo ed esemplare e riempirsi di esso.” (Ibid.)

Non mi sono meravigliata che Romano avesse iniziato a scrivere dell’approssimarsi della morte; per un materialista storico, la morte accade di necessità. Ma per una persona come lui che aveva in sé un potenziale mentale immenso ed inesauribile, tutto da esprimere, la vecchiaia si presentava come una montagna reale, da scalare, fatta di tappe e di macigni che di volta in volta doveva sollevare, come Sisifo.

La notizia della sua morte si misura nella persistenza della sua voce critica e nella sua unicità caratteriale, che continua a risuonare nei testi, nei ricordi e in quella forma singolare di amicizia che ha saputo costruire nel tempo, in innumerevoli lettere che conservo tutte in un cassetto.

Erminia Passannanti, Oxford 12 aprile 2026.

———–  Le Profezie di Romano Luperini ————

“Condizione di impotenza e stato di minorità”

9 Giugno 2015

“Fra un mese o fra un anno ci troveremo in una università cambiata secondo i criteri della “buona scuola” e la maggior parte degli intellettuali accademici continuerà ad adeguarsi e a cercare di gestire i cambiamenti a proprio vantaggio. Fra un anno o fra dieci o venti, la nostra Costituzione sarà cambiata in senso autoritario in modo da rafforzare la governabilità e da lasciar ancor più mano libera alle forze economiche e finanziare, e noi assisteremo tranquilli e impotenti. Fra un anno o fra venti le vittime della fame, della sete e della povertà provocate dal sistema di vita occidentale avranno invaso l’Europa, proprio mentre il nostro sistema economico-politico potrebbe collassarsi, e le guerre di religione insanguineranno il pianeta, con il loro corteo di attentati nelle città europee e americane. E noi (noi intellettuali, e ormai da tempo uomini comuni, “gente”), noi, forti dell’alibi fornitoci dalla crisi delle utopie storiche, continueremo a stare a guardare accontentandoci della formula pacificante stato di impotenza, dunque adattamento?

Qui non è in questione il punto di vista di una generazione o di un’altra, ma il buon senso, la logica umana comune, e persino la logica della sopravvivenza della specie. Magari verrà prima o poi anche il momento di Spartaco invocato da Tricomi, ma intanto basterebbe la semplice capacità di ogni cittadino di ragionare e di operare all’interno delle contraddizioni esistenti. Anche se non sappiamo più in assoluto dove stiano il Bene e il Male, non possiamo far finta di non sapere, intanto, in ogni situazione concreta, dove stia il meglio. E poi, fortunatamente, la storia è sempre più imprevedibile dei suoi interpreti.” 

 

Blog: laletteraturaenoi.it

Sezione: L’interpretazione e noi

Il lavoro del poeta (31 marzo 2026)

Su “La vita anteriore” di Raffaele Simone

QUI

Il lavoro del poeta (24 febbraio 2026)

di Donato Salzarulo
Sopralluoghi sulla poesia contemporanea
*L’audio parte cliccando  sul bottone rosso della prima immagine

 

Vern Sneider, un autore inatteso e dimenticato

“La casa da tè alla luna d’agosto” – Aldo Martello editore, 1957

di Emma Pretti

Solo non poco tempo fa, per la scomparsa di alcune personalità molto note, membri di famiglie industriali importanti, politici e attori, le cronache ci informavano dei diverbi nati intorno alle loro eredità. Sui quotidiani, spesso in prima pagina, si susseguivano particolari dettagliati e a volte contrastanti (come spesso succede in questi casi) e parlavano di scontri legali, aspre controversie, accapigliamenti. Soprattutto confermavano che sono i patrimoni a smembrare le famiglie. Possono consistere in grandi patrimoni, notevoli fortune, numerosi beni mal suddivisi, ma non necessariamente: liti interminabili nascono anche su piccole fette di torta difficili da spartire, si può litigare per una vecchia utilitaria ferma da anni o una casa colonica abbandonata e ormai in rovina, così come per un pietoso appartamento in periferia infestato da topi e blatte. Proprio come i predatori nella savana, nessuno vuole restarne fuori e abbandonare il bottino, sia pure una semplice carcassa.

La mia esperienza personale sui lasciti conferma tutto ciò ed è il motivo che mi ha portato ad apprezzare immensamente il ritrovamento dei due volumi dimenticati di cui ho parlato in un precedente articolo; la scoperta li ha circondati di una luce speciale, arricchiti di un valore affettivo intimo, come se fossero stati custoditi e conservati solo per me, perché un giorno li ritrovassi; un dono estraneo che nessuno si è sognato di rivendicare, lontano da linee di successione, leggi patrimoniali, notai, fratelli famelici e sorelle che trasmutano in sorellastre avide, pretese d’ogni sorta. Qualcosa di esclusivo da godermi in santa pace.

Sfogliando il volume opaco, dal cartoncino segnato dal tempo, edito da quello che un recente saggio della Giunti del 2024 titola Aldo Martello, un editore dimenticato del Novecento, tutto mi sarei aspettata di trovare tranne un romanzo con tono e posizioni così inaspettate. Lo scrittore è Vern Sneider, autore del romanzo La casa da Tè alla luna d’agosto. Le poche e laconiche notizie ricavate da Wikipedia indicano l’autore come nato nel Michigan e arruolato nell’esercito statunitense come ufficiale subito dopo gli studi universitari. Fu membro di una squadra militare governativa che sbarcò a Okinawa nell’aprile del ’45. Qui Sneider divenne comandante del villaggio di Cobaru. Che altro aspettarsi se non un romanzo di guerra?  Pensate un po’ che sorpresa quando dopo le prime quindici righe ho cominciato davvero a divertirmi.

La trama necessita di un riassunto piuttosto dettagliato.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’esercito americano occupa l’isola di Okinawa con l’obbiettivo di “rieducare” la popolazione locale secondo i valori democratici e occidentali. Nel quartier generale del Military Government Camp Team C-147, il colonnello Purdy è ben intenzionato a eseguire alla lettera le direttive e raggiungere lo scopo prefissato dalle alte sfere. Il colonnello Purdy, un ottuso bietolone, si aggira negli uffici del quartier generale con in testa questo unico proposito. Poco distante il capitano Fisby riceve il compito di guidare il villaggio di Tobiki verso la “modernizzazione” costruendo una scuola in stile americano e diffondendo il modello democratico. Fisby vivacchia comodamente nella tranquillità del paesino, occupandosi il minimo indispensabile solo delle questioni più importanti, in questo supportato dal suo assistente e traduttore locale Sakini. Un isolano benestante offre in dono al capitano due delle più famose gheishe della regione. Questo singolare, impensabile e sconcertante regalo innesca una serie di avvenimenti a catena che sconvolgono completamente la placida e sonnacchiosa routine del capitano, che fino ad allora si era guardato bene dallo smuovere le quiete, anche se improduttive, abitudini del villaggio. Tra fraintendimenti, resistenze e progressive demolizioni di pregiudizi, nel villaggio di Tobiki si comincerà a costruire un Cha ya, vale a dire …<<casa dove tutti sedere a prendere tè e gheishe cantare e danzare, capo. E tutti ridere e stare allegri>>..

La costruzione del Cha ya diventa il motore che porterà nel villaggio di Tobiki una vera rinascita economica, attraverso tutta una serie di collaborazioni e scambi commerciali con gli altri villaggi, i porti, le attività artigiane ecc…

Il capitano Fisby, dapprima decisamente riluttante, invece di costruire la scuola, seguirà i paesani nella decisione di realizzare una casa da tè tradizionale – la “casa da tè alla luna d’agosto” – che diventa il centro della vita comunitaria e simbolo di armonia.

          Da recensioni frettolose – purtroppo recenti e probabilmente troppo influenzate da ideologie politiche mal digerite, è stato liquidato come semplice e gradevole romanzo d’intrattenimento, ma The Teahouse of the August Moon (1951) si dimostra in realtà molto più di questo. In tutta sincerità mi domando come quest’opera sia finita nel dimenticatoio e mai più ripescata, proprio in un periodo come il nostro dove il colonialismo delle grandi potenze si è espresso con atteggiamenti ancora più aggressivi, penetranti e invasivi che in passato.

La casa da tè alla luna d’agosto si dimostra una satira leggera e intelligente sull’imperialismo culturale e sull’arroganza occidentale. Attraverso un tono comico e personaggi affettuosi, Vern Sneider rivela come la “democratizzazione forzata” spesso si scontri con culture diverse e tracci un cammino difficile, dai risultati fallimentari, e come solo la comprensione reciproca che nasce dal rispetto e dalla curiosità possa far nascere buoni frutti, buoni per tutti.

Quanti fallimenti rovinosi a causa di approcci maldestri, atteggiamenti troppo rigidi e incapaci abbiamo adesso sotto i nostri occhi, fallimenti che hanno portato le potenze ad atti di forza, uccisioni, violenti cambi di regime e repentini voltafaccia che hanno distrutto intere regioni gettandole nel caos, nella miseria di economie snaturate e completamente smembrate?

Il romanzo è divertente, ironico, umano. Sin dai primi capitoli, il lettore attuale – come me ormai disabituato alla leggerezza, e ignaro della trama – comincia a sorridere divertito e disorientato allo stesso tempo. A cominciare dal Colonnello Purdy, il classico grand’ufficiale dell’esercito, miope e completamente privo di intuizione, che si pavoneggia tronfio del suo ruolo del tutto insulso:

Era alto, dritto e asciutto, proprio come dovrebbe esserlo un colonnello. La sua uniforme kaki era ben stirata e inamidata.

…Il piccolo gruppo, riunito in atteso sulla soglia, si fece rispettosamente da parte per lasciare il passo all’autorità. …il Colonnello Purdy aprì il corteo, seguito da tutti i suoi ufficiali in fila indiana. –

 Gli stessi ufficiali che lo blandiscono ritenendolo un vero impiastro – E ancora: 

…Dopo che il Colonnello Purdy aveva vietato il gioco d’azzardo, confiscando dadi e carte, il soldato semplice Gregovich aveva ideato un nuovo gioco, consistente nel gettare nottetempo una manciata di sassolini contro le tende degli ufficiali e dando poi l’allarme aereo.

Non mancano momenti (pochi comunque) dove si intravede uno certo sguardo paternalistico, subito stemperato da passaggi come questi:

… Che poteva fare quella gente contro un invasore? Certo, nient’altro che accettare quello che le veniva imposto. Non era che un piccolo popolo su di una piccola isola. Per la prima volta, Fisby si rese conto di essere anch’egli un invasore. E si accigliò.

 Con l’aiuto dell’abile assistente Sakini, sveglio e capace, che conosce sia i suoi connazionali che gli americani, il capitano Fisby s’immerge nel flusso della vicenda che sviluppandosi prende i tratti di una vera e propria avventura. Invitato come ospite principale nel Cha ya arriverà ad essere catturato dall’atmosfera e dallo stile di vita giapponese.

…. Fisby si dispose a godersi la bellezza che lo circondava…Sissignore, era molto piacevole starsene seduti in un giardino del genere. Era un’abitudine che, in America, avrebbe evitato molte ulcere gastriche e molti collassi nervosi. Ci si sentiva come rinascere, e quella pace…

 Pochi trascurabili punti potrei indicare come difetti, più che altro dovuti alla differenza degli anni intercorsi. La scrittura non è così asciutta, rapida e stringata come al giorno d’oggi siamo abituati. Inoltre, l’insistenza con cui descrive lo sviluppo di contatti e scambi commerciali può alla lunga sembrare ripetitiva ma in realtà si dimostra funzionale allo scopo di spiegare come liberare la mente da atteggiamenti di superiorità, pregiudizi e abbandonare schemi rigidi, produca una fioritura di opportunità decisamente positive. In definitiva Sneider, fondendo esperienza personale e sensibilità interculturale, ha dato forma a un romanzo brillante e attuale, che invita a riflettere sorridendo – E le riflessioni che questo testo mi ha suggerito sono diverse e radicate nella nostra realtà.

Procedendo nella lettura, tra un sorrisetto e l’altro, mi chiedevo com’era l’America di quegli anni. Il romanzo fu pubblicato nel 1951 – siamo in epoca maccartista, un periodo che gli anni Settanta hanno descritto come tetro, improntato all’oscurantismo e alla caccia alle streghe contro i simpatizzanti di sinistra, veri o presunti, e gli avversari politici o chiunque sostenesse tesi non conformi alla linea governativa e giudicati col metro di un anticomunismo radicale. Di fronte a quest’opera mi interrogo su come fossero veramente gli Stati Uniti in quel momento  per accogliere e premiare con grande consenso di pubblico e critica un libro con simili argomenti, non certo allineati con la corrente politica predominante – Vero è che la vicenda nei suoi snodi e intrecci risulta essere un vero manifesto al liberalismo economico e alle innumerevoli opportunità create da interazioni culturali e commerciali, quindi indiscutibilmente adatta a essere socialmente e politicamente accettata. Il suo successo si è protratto negli anni seguenti con diversi riadattamenti, come film, musical, e come opera teatrale che vinse il premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1954 (il romanzo già di per sé contiene numerosi quadri di impianto scenico) – Com’era allora l’America, come si è trasformata, e dove sta andando… o semplicemente non è mai cambiata nelle sue linee guida? – Molto più probabile che negli anni successivi al secondo grande conflitto che, anche se vissuto in modo trasversale, aveva fatto sentire le sue crudezze e mostrato grandi tragedie, la società sentisse un gran bisogno di pacificazione e cooperazione, proprio i temi proposti con levità e sottile satira da Sneider nel suo romanzo. Possibile che le ideologie pacifiste straripate poi negli anni Sessanta e Settanta abbiano completamente insabbiato un’opera come questa, che ai nostri occhi suona ancora oggi così spregiudicata e discordante rispetto alle linee d’azione predominanti?

La sorpresa più grande è stata trovarmi immersa in un’atmosfera brillante, ironica e intelligente, che porta avanti una critica profonda senza per questo sacrificare il piacere di una lettura divertente.

Quand’è che siamo diventati così grevi, quand’è che abbiamo cancellato la satira e dimenticato che l’umorismo è una forma d’intelligenza che irrita soltanto gli idioti?

Non parlo del sarcasmo, sempre troppo polemico e aggressivo, capace solo di mettere le parti una contro l’altra, né della parodia, troppo spesso incline alla volgarità o al tono denigratorio che sconfina nell’invettiva. Intendo piuttosto quell’umorismo vivace e arguto, capace di mostrare il lato ridicolo delle persone e delle situazioni, senza schierarsi ideologicamente né sostenere posizioni morali consolidate e conformi – o peggio ancora, sposare un’ideologia per promuovere solo quella.

Il panorama della letteratura umoristica odierna non è solo desolante, è desertico. Sorvolando sui libri dei comici proliferati negli anni ’80 e ’90, l’ultimo scrittore satirico di costume è stato e rimane Paolo Villaggio, anche se la sua vena arguta non si mantiene sempre tale e spesso cade nel patetico. I suoi libri, oscurati dalla fama dei film, sarebbero da riscoprire.

Oltre a La casa da tè alla luna d’agosto, Sneider nel 1953 scrisse A Pail of Oyster, una vicenda ambientata a Taiwan durante gli anni del “White Terror”. Il romanzo fu vietato per decenni a Taiwan ed è oggi considerato una delle opere in lingua inglese più importanti sull’isola. Un’opera seria, impegnata, di grande valore storico e civile. Altri lavori includono A Long Way from Home and Others Stories, The King of Ashtabula e West of the North Star, che però non ottennero il successo dei precedenti, e forse finirono per offuscare la fama raggiunta inizialmente.

I due maggiori romanzi comunque dimostrano il suo costante interesse per le relazioni umane e i contesti culturali durante i processi di trasformazione.

Il romanzo apparve in Italia nel 1957 e il volume ha anche il merito di aprire una finestra su un’esperienza editoriale del periodo. Venne pubblicato nella collana La Piramide da una casa editrice minore la Aldo Martelli Editore – Aldo Martello (1910-1995) fu un editore milanese colto ed estroso, ma oggi completamente dimenticato. Negli anni Settanta la sua casa editrice si fuse con la Giunti, ed è proprio grazie alla Giunti che è ancora possibile trovare un saggio che ne ricostruisce la storia, fino ad oggi sconosciuta, dai primi anni di vita della Martello e in seguito fino all’incontro con Giunti e dei suoi sviluppi, utilizzando materiali originali d’archivio, repertori e carteggi coevi, libri usciti in un passato ormai lontano ma spesso sorprendentemente attuali, come il romanzo di Vern Sneider.

Nel volume Aldo Martello, un editore dimenticato, a cura di Aldo Cecconi e Carla Ida Salviati, allo scavo di quell’esperienza culturale e imprenditoriale, che produsse un vasto catalogo di carattere generalista, sono stati chiamati studiosi specialisti dei vari settori disciplinari.

Il saggio si propone di far emergere un tassello fondamentale anche se poco noto della storia editoriale e imprenditoriale nel nostro paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoro del poeta (27 gennaio 2026)

di Donato Salzarulo
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