Un quadro e un manifesto


di Ennio Abate

Ho dipinto questo quadro in Sardegna, a Portoscuso, per la casa di Marinella Usai e Vincenzo Martinelli tra fine luglio e inizi di agosto 2018. Accostando quattro fogli di cartoncino 50 x 70 con fondo dorato, gli unici che ho trovato in una cartoleria del posto. In un primo momento, non avendo a disposizione né pennelli né diluente, ho usato colori ad olio, spremendone alcuni direttamente dai tubetti e spalmandoli a caso su tutta la superficie con una scheggia di cartone. Da qui le striature, che sono evidenti nelle figure che ho intuito/costruito più immediatamente, studiando – come sempre faccio – lo “scarabocchio” iniziale da cui parto: al centro la figura dell’albero; a sinistra quella del guerriero che si slancia in avanti con il ginocchio teso e tronco e braccia piegate all’indietro; a destra quelle vegetali e la figura femminile azzurrina.

Su tali figure sono intervenuto nei giorni successivi, dopo essermi procurato due pennelli di fortuna e acqua ragia (invece del solito olio di lino) per diluire i colori diluiti e affrettare l’essicazione. Così ho meglio definito i contorni delle figure: quasi inalterati quelli dell’albero e del guerriero rispetto all’inizio; variati di poco o cancellando nelle altre: vegetali, sasso, testa rivolta in alto e bandierina. Ho campito il fondo prima con l’azzurro poi con il verde. E in questa fase ho delineato anche altre figure di piccole dimensioni. Da sinistra in alto: volto di profilo, capra, colombo. Da sinistra in basso: uomo di spalle con braccio e mano a punteruolo, coppia che legge un libro. Sulla destra: figura femminile e altre meno definite sovrastanti. Ho poi alleggerito il fondo verdastro ancora fresco con una velatura di giallo. Siccome il verde del fondo mi è sembrato ancora troppo scuro e poco adatto ad evidenziare le figure azzurrine, l’ho sostituito in abbondanza con il colore bianco molto diluito. Sia per meglio evidenziare tutte le figure che ormai approvavo, sia per contornarne altre, strappandole al fondo piatto verdastro, che hanno la forma di sagome più elementari, frammentarie o fantasmatiche e non sempre facilmente identificabili. (Lo sono forse – ma molto dipende dalla soggettività di chi guarda – il colombo in volo, il martello, le bandierine, l’alberello-volto, la testa di pagliaccio  con cappello a cono). Come titolo possibile (non indispensabile per me) ho pensato «L’albero e varie storie».

Ho fatto questo quadro mentre scrivevo una sorta di manifesto per la fondazione con alcuni amici e e amiche di una Associazione artistica. Eccone i punti in una versione semplificata:

MANIFESTO PER L’ASSOCIAZIONE ARTISTICA [NOME DA DECIDERE]

1.
L’arte è stata finora un’attività umana importante, presente in tutte le società (anche le più povere). Chi ha mente libera la considera necessaria al pari di tutte le attività economiche o pratiche, le uniche invece giudicate oggi unanimemente indispensabili. Se nelle varie epoche queste ultime hanno permesso agli uomini di vivere in società meglio organizzate e meno dipendenti dai vincoli della natura, l’arte (e tutte le altre attività simboliche) ha contribuito a dare un senso alla vita degli individui e delle società; e soprattutto a ricordare e custodire l’idea che felicità e libertà sono possibili per tutti, malgrado troppo spesso esse siano soffocate o violentemente represse dalle classi dominanti.

2.
La storia ci mostra un passaggio (visto da alcuni come un progresso, da altri invece come una decadenza) da un’arte pienamente integrata in un sapere unitario (ad esempio, quella degli antichi Greci) alle «arti meccaniche» (pittura,scultura, architettura) subordinate gerarchicamente per tutto il Medio Evo alle cosiddette «arti liberali» (del Trivio e del Quadrivio), per arrivare poi nei secoli successivi alle Belle Arti (arti figurative o del disegno) e all’attuale Babilonia di una molteplicità di arti (pittura e scultura, musica e danza, teatro, architettura, fotografia, cinema) in cui le idee e le tecniche più varie, sia di epoche antiche che recenti, coesistono o si contrappongono, rendendo più complicato una definizione certa di cosa sia o possa essere la funzione dell’arte in un mondo drammaticamente caotico.

3.
Se nelle epoche passate i cambiamenti nell’arte ebbero sempre relazioni (non meccaniche) con i cambiamenti delle società, è però con l’industrializzazione, il rivoluzionamento della produzione e i cambiamenti sempre più accelerati di tutte le dimensioni della vita sociale e individuale che l’arte ha perso la funzione sociale tradizionale e di assoluto rilievo, che aveva nelle società precedenti. Per questo si troviamo in un’epoca di crisi e di incertezza, per ora senza vie d’uscita e in cui non è facile orientarsi.
Da qui una divaricazione e un contrasto. Tra chi, fin dall’Ottocento, ha parlato (e non banalmente) di «morte dell’arte» (Hegel) o insistito sui danni venuti all’arte nelle società borghesi e capitalistiche dalla sua riduzione a merce (Brecht). Dall’altra, respingendo ogni nostalgia per la funzione originaria dell’arte, sicuramente magica e religiosa, molti hanno dato valore all’arte moderna e poi alle arti di massa o alle nuove arti (come la fotografia e il cinema) esaltando i suoi processi di semplificazione, di pluralità, di democratizzazione, di estetizzazione della vita, che non sono privi – è bene dirlo – di complicazioni ed effetti ambigui e discutibili.

4
Non è facile perciò ripensare la storia dell’ arte o delle arti e districarsi tra le forme magiche, religiose, aristocratiche, popolari, borghesi, proletarie, di avanguardia e di massa, rivoluzionarie e controrivoluzionarie, futuriste, politiche o civili o apolitiche o impolitiche, che si sono succedute nei secoli. Né la formulazione di una nuova idea di arte adeguata all’epoca caotica che si è aperta con la rivoluzione industriale e prosegue oggi con la globalizzazione e il primato delle tecnologie.

5.
È possibile allora, nell’attuale società (capitalistica) che ha subordinato alle sue leggi del profitto e del mercato la ricerca artistica reprimendo in molti il bisogno di fare e capire l’arte, non lasciarsi scoraggiare dalle mostruose forme di specializzazione (e di deformazione) che hanno trasformato la figura dell’artista, isolandola e contrapponendola ai cosiddetti “normali” o “appassionati” o “dilettanti” o “consumatori d’arte” mediante l’imposizione truffaldina dei miti dell’artista sacrificale o puer o maudit o folle? E proporsi la ricostruzione di un’idea diversa di arte? Da dove cominciare?

6.
Per non illudere nessuno sulla facilità di capire e fare arte oggi e addirittura arrivare a formulare una funzione diversa dell’arte, l’Associazione artistica terrà presente questo stato di crisi dell’arte e inviterà i suoi aderenti a rendersene conto, a discuterla, ad affrontarla. Avendo come obiettivo il confronto e il chiarimento tra le opinioni e le pratiche individuali contrastanti che sicuramente l’attraverseranno. E cercando di trovare punti di concordanza su cosa sia arte oggi e su come si possa praticarla nelle concrete situazioni in cui ciascuno vive.

7.
I momenti di confronto e le pratiche possibili nei laboratori che l’Associazione proporrà ai suoi aderenti dovrebbero mirare a educare e a costruire un appassionato  e un praticante d’arte libero dai modelli delle accademie, capace nel confronto con gli altri di depurarsi dei pregiudizi più diffusi sull’arte. Forse è possibile modellare i laboratori dell’Associazione sull’esempio rigoroso dell’esperienza del Bauhaus (qui) , ma riportandolo ad una dimensione elementare di massa e sciogliendolo da quel legame con l’industria del tutto irrecuperabile (almeno in partenza) nelle attuali condizioni.

8.
Forse ogni singolo partecipante costruirà partendo dal proprio laboratorio, ma concordando con gli altri almeno alcune regole minime ed elastiche e alcune idee. Quali? Mi sento di proporre alla discussione le seguenti:

– evitare, come succede spesso, che arti e scienze vengano contrapposte, perché le prime sarebbero attività pratiche e produttive e le seconde contemplative;

– visto che generalmente abbiamo conosciuto le opere d’arte o attraverso i musei oppure attraverso la loro riproduzione tecnica (Benjamin) ci sarebbe da tentare una duplice correzione: – recuperare i legami che le opere finite nei musei avevano con il contesto originario in cui si trovavano, diffidando del museo, luogo dove sono state raccolte esclusivamente e per scopi soprattutto di mercato, «opere d’arte» (se non soltanto i cosiddetti «capolavori») in un’ottica euro e occidentocentrica e orientarsi  verso una demuseificazione dell’arte; – sottrarsi ad una visione consumistica dell’arte (ad esempio, quella che promuove le file chilometriche di persone agli ingressi di certi musei o di certe mostre), incoraggiata proprio dalla continua riproposizione di immagini seriali e pubblicitarie riprodotte su riviste, manifesti o organizzando eventi fin troppo spettacolari, dove l’apparente democratizzazione dell’arte si confonde con una vera e propria diseducazione, procurando l’assuefazione della gente ai surrogati mercificati dell’arte;

– resistere alla nostalgia dell’ «aura» (magica e religiosa) dell’arte; e criticarla, come fece per primo Walter Benjamin; e lungi dal perdersi in astratte  apologie della Bellezza o della Autenticità, cercare nelle  caparbie ricerche individuali, che abbiamo continuato a fare, e in quelle degli artisti noti o meno noti gli elementi per riflettere – da soli o assieme ad altri – su quali possano essere gli elementi basilari con cui si costruiscono opere fuori dal risaputo, dall’imposto, dalle mode;

– diffidare dell’idea del «genio» che alimenta soltanto narcisismi fasulli. Il genio per alcuni è una sorta di divinità dotata di poteri sovraumani; e per altri è un individuo che si distingue dagli altri solo per una particolare capacità di combinare intuizioni ed idee con una facilità e rapidità che altri non hanno. La seconda ipotesi sembra la migliore. «Meno genio», suggeriva giustamente Franco Fortini.

Non so se ci sia rapporto e di che tipo tra questo quadro (e quelli finora dipinti o i numerosi disegni prodotti in vari decenni) con le idee che ho buttato giù per il manifesto dell’Associazione artistica. Lo spero.

 

6 pensieri su “Un quadro e un manifesto

  1. Caro Ennio,
    Condivido l’iniziativa del Manifesto. Non appartengo alla schiera di coloro i quali negli appelli, nelle prese di posizione, nei testi da condividere ecc. cavillano su un termine, su una espressione, su alcuni concetti ecc. L’importante è lo spirito che anima tali iniziative. Poi tutto è perfettibile.
    Mi permetto solo di suggerire. Sono cose tra noi comuni.

    – la giusta misura tra testo lungo (con vari passaggi e approfondimenti su contenuti, correnti, ecc.) e testo eccessivamente breve.
    – alcuni passaggi netti e chiari sulla funzione dell’arte nei processi di emancipazione umana (sempre Lukacs, L’arte non fa rivoluzioni, non trasforma direttamente la società e la storia, ma prepara gli esseri umani a desiderare, a volere, a perseguire altre forme di vita…).
    – perfetto. “Meno genio” (Fortini) e “Più luce” (Goethe). Direi più luce diffusa. Allora democratizzazione, ma non banalizzazione consumistica. Il generale e capitalistico “tutto è lecito, tutto è permesso”. L’arte è anche rigore, fatica, educazione. La giusta misura tra alto e basso, tra élite artistiche e circolazione popolare, e vita quotidiana delle persone.
    – tra i laboratori, un accenno alla necessaria educazione all’arte. Non semplicemente il ripristino della storia dell’arte come educazione di base ecc. Ma un’educazione, scolastica e non, a poter intendere l’arte. Tendenzialmente. Avere qualche strumento in più, come bagaglio culturale minimo del cittadino consapevole. Ricordo la semplicità e il forte impatto delle lezioni presso la Lup del compianto Claudio Annaratone su “Come leggere un’opera d’arte” (arti figurative).
    Ricordo solo qui la funzione della musica e il generale analfabetismo musicale (del sottoscritto compreso).

    Queste sono cose messe giù questa mattina velocemente alla lettura del tuo messaggio. Ben altra riflessione occorrerebbe. Ma ci tenevo a sottolineare la bontà dell’iniziativa.
    Un abbraccio.

    Giorgio

  2. AL VOLO

    Vi è poi un’altra affascinante liaison che ci viene offerta attraverso questo lavoro discografico ed è costituita dal testo letterario presente in due brani. Nel primo, Life, life, l’autore del frammento poetico recitato da David Sylvian è Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij, padre del regista e riconosciuto tra i grandi della poesia russa; nel secondo, Fullmoon, il testo è tratto dal romanzo The Sheltering Sky dello scrittore statunitense Paul Bowles, trasposto poi in film dal regista Bernardo Bertolucci la cui colonna sonora è firmata proprio da Sakamoto. Siamo di fronte a un cortocircuito di parole/immagini/suoni senza soluzione di continuità. Il quadro appare complesso ma, ad un’osservazione attenta, si mostra estremamente naturale. Vi è un dialogo tra Oriente e Occidente interpretato dai due letterati che non lascia indifferenti.
    Qual è l’elemento che più colpisce, in un’opera d’arte? La capacità di riprodurre la realtà in modo unico e irripetibile. Allo stesso tempo tale unicità potrà sbalordire nel momento in cui l’autore sarà in grado di mostrare i legami che rendono l’opera vicina alla vita, come in una sorta di rivelazione.
    “[…] l’immagine cinematografica – afferma Andrej Tarkovskij nelle sue lezioni sul cinema – può incarnarsi solo in forme fattuali, naturali, di vita percepita attraverso la vista e l’udito. L’immagine deve essere resa con naturalismo”. Attraverso l’opera del compositore giapponese veniamo messi in contatto proprio con questo naturalismo. Tutto ciò suggerisce l’idea che l’immagine, nel mondo contemporaneo, debba fornire stimoli che pongono nuove frontiere allo sguardo.
    E qui veniamo alle opere pervenute per il concorso. Sono oltre 700, tutte visionabili sul sito dell’artista nipponico. Osservandole una per una, ad un dato momento sarà inevitabile avere la sensazione di trovarsi davanti a un’opera totale, a quell’uno umano che ci sembrava essere scomparso. Si avrà la percezione di trovarsi difronte a una vera e propria opera d’arte collettanea, divisa nei suoi microcosmi ma unica nel suo macrocosmo: una galassia. Un’opera scritta da un musicista in collaborazione con centinaia di altri individui i quali, attraverso le loro immagini, narrano le molteplici sfaccettature della realtà che l’ascolto di questi brani suggerisce: un filo rosso li unisce in una enorme opera corale.
    Ascolto, in questo frangente, è un termine assolutamente pertinente. Senza l’ascolto non è possibile attivare l’immaginazione. Le visioni scaturiscono a partire dalla suggestione innescata dal suono e viceversa, in una sorta di scambio asincronico. Ma la particolarità di questi piccoli film è quella di risuonare.
    “Voglio avere più spazi. – continua Sakamoto – Spazi, non silenzio. Lo spazio risuona. Voglio godere di questa risonanza, sentirla crescere”.
    Viviamo totalmente immersi in una contemporaneità che è fatta sempre più di suggestioni, di realtà non realtà, di rappresentazioni riprese con i telefoni cellulari che creano una replica da conservare nel proprio archivio personale. Ma il gesto ripetitivo che imita un altro gesto non è una novità, si può ricondurre al principio dei tempi, quando osservare come fare ad accendere un fuoco, per esempio, generò la ripetizione di quel gesto. Il punto è: quanto questa ripetizione si può considerare conoscenza e non, viceversa, la gabbia nella quale viviamo la nostra esistenza. Imitiamo qualcosa che capiamo o la capiamo soltanto in apparenza?

    (DA async. La poetica di Ryuichi Sakamoto
    • 17 gennaio 2018
    di Giovanna Gammarota
    https://www.nazioneindiana.com/2018/01/17/async-la-poetica-ryuichi-sakamoto/

  3. …mi piace l’dea di partire da uno “scarabocchio”, cioè da qualcosa di piuttosto confuso, quasi affidato al caso di in movimento incontrollato della mano, per permettere poi alle figure e ai pensieri di affiorare, come per volontà loro, superiore. Anche l’idea di Ennio di un’Associazione artistica, che sia alla ricerca di forme alternative di espressione e di comunicazione aperta al mondo si muove sulla stessa traccia del dipinto e mi sembra buona…Secondo la mia soggettiva interpretazione il dipinto-manifesto potrebbe raffigurare un planisfero dove vi sono raffigurate genti, animali, natura, pensieri. Il grande albero occupa la posizione centrale (l’Africa e i suoi movimenti e potenzialità future?) e si apre in un’esplosione a fontana, nella direzione del nostro vecchio continente…Lo stesso dipinto viene mostrato su una parete che sovrasta una tavola solo parzialmente apparecchiata…Come dire che resta in attesa di altri convitati, tutte le persone di buona volontà?

  4. E’ noto che l’arte, più precisamente la pittura, per molti rappresenta una sfida per la propria mente. La mente ama le sfide, è così per tutti; la mente si appassiona quando non capisce qualcosa; e, al contrario, se una cosa la capisce ecco per perde interesse.
    La ricerca dei pittori si potrebbe ridurre a questo: l’artista si sente attratto dal mistero, da tutto ciò che non capisce. Ecco perché, in un certo senso, i pittori sono scienziati.
    Credo sia questo anche il caso di Ennio Abate. Si sta tra il riconoscibile figurativo e l’inconscio astratto… Si crea quindi un conflitto di linguaggio: simbolico è quello delle figure, astratto ed emotivo (direi) quello che traspare e dà corpo alle figure e al complesso di tutta l’opera. Due linguaggi che possiamo definire come “esterno” il primo e “interno” il secondo.
    Un artista “normale” si vedrebbe costretto a operare una scelta. Non Ennio, perché?
    Faccio qualche ipotesi:
    – L’astrattismo è un’americanata, storicamente la risposta capitalistica al realismo socialista. Al che Ennio potrebbe dirsi: MAI!!!
    Ma l’astrattismo, almeno il suo di Ennio, che trae origine dall’espressionismo astratto appunto americano, è inconscio; vale a dire che esprime sentimenti come la rabbia, la gioia, la sofferenza, ecc. mantenendone intatta la forza espressiva, non mediata da narrazione.
    – Il figurativo simbolico, che per me è una “pizza” ma so che intriga le menti, esprime meglio tutti quegli aspetti personali e sociali, memoria, significato, anche ideologico, ecc. Forse il linguaggio figurativo simbolico è più simile alla parola, in quanto segno significante.

    Ma
    la mia opinione è che le opere d’arte dovrebbero essere pensate per se stesse, non per chi le fa. Quindi si dovrebbe perseguire un risultato, non dare solo testimonianza di un conflitto. Questo dovrebbe essere l’approdo, per raggiungere il quale possono servire anni e anni di ostinata ricerca e lavoro (principalmente su di sé).

    La pittura di Ennio si presenta come ricerca introspettiva ma operata con segni che in realtà sono di estroversione: la rabbia, ad esempio, chiede di essere espressa, non di restare trattenuta… Al contrario, la pittura simbolica chiede di essere rappresentata in modo “significativo” e comprensibile, o riconoscibile; quindi richiederebbe pazienza e narrazione, buona e paziente esecuzione…
    Tutto questo, se trasposto in letteratura, lo si potrebbe dire come prosa-poesia.

    Poi a Ennio piace il gioco societario: discutere, mettere insieme le forze, creare circoli culturali…

    Credo che a lui piaccia enormemente la pittura simbolica. L’astrattismo lo affascina ma non lo capisce, gli manda in tilt la capacità di giudizio. E perché in tilt? Forse perché non è entrato ancora mani e piedi nell’estetica del linguaggio astratto. Chissà se per un pregiudizio. Ma quell’estetica – forma linguaggio – va capita, accolta , altrimenti è caos.

    Capisco quindi perché quel verde nelle figure faccia a pugni con i colori del fondo (mio parere).

    Spero di essere stato utile. Chiaro no, di sicuro.
    Chiedo pazienza per come ho scritto e me ne scuso.
    Un abbraccio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *