
Palazzo di Via Legnano 28 a Milano dove abitava Franco Fortini
Incontri con Franco Fortini
di Ennio Abate
Ripubblico, dopo accurata – spero – revisione, questo resoconto dei miei incontri con Franco Fortini. La prima versione si trova su Poliscritture qui . [E. A.]
quel filo
che più non brilla
e che fu tuo, mio.
(Franco Fortini, Poesie inedite)
si spandea lungo ne’ campi
Di falangi un tumulto
(Ugo Foscolo, Dei sepolcri)
Nel tumulto del ‘68
È curioso, ma prima del 1968 il nome di Fortini non compare nei miei scritti.[1] E non c’è traccia del suo nome nella mia memoria prima di questi due ricordi: [2]
Alla Statale di Milano verso la fine di dicembre del 1967. Nel bar del sottoscala, durante una delle prime veglie per il Vietnam, in attesa che tornasse la delegazione degli studenti che era andata a chiedere al rettore il permesso di restare nell’edificio fino a mezzanotte od oltre, avevo parlottato con uno studente di filosofia. Aveva sottobraccio, assieme ad altri libri, «Verifica dei poteri» di Franco Fortini. Mi mostrò la copertina e mi consigliò di leggerlo. Era di Piacenza. È rimasto per me senza nome.
Sempre alla Statale, occupata da pochi giorni, vidi per la prima volta Fortini. Doveva essere il 29 febbraio del 1968. (O forse si era già in marzo?). Attorno a via Festa del perdono quel pomeriggio c’erano stati scontri tra studenti occupanti e fascisti con l’intervento successivo della polizia. All’ingresso dell’università mi accostai a un capannello di studenti che commentavano le aggressioni. E tra loro – cosa rara in quei giorni c’era un adulto. Delle sue parole afferrai queste: «Non bisogna strusciarsi addosso ai giovani». Mi parvero una raccomandazione rivolta ad altri e a se stesso. Quando il gruppetto si disperse, seppi da uno dei presenti che quell’adulto era Fortini, lo scrittore.
Ne aggiungo un terzo:
All’inizio della mia carriera d’insegnante – supplente a Senago dal novembre 1971 in una scuola media sperimentale all’uso in classe dell’antologia «Lettura e ricerca» di Francesco De Bartolomeis affiancai lo studio per mia formazione dell’antologia di Franco Fortini e Augusto Vegezzi, «Gli argomenti umani», Morano, Napoli 1969. Sentivo la sua affinità con il clima di rinnovamento pedagogico e democratico di quegli anni.[3] Ad essa ero arrivato come lettore ormai assiduo dei «Quaderni piacentini», incuriosito dalle notizie sulle reazioni scandalizzate di qualche preside.[4]
Col tempo questi tre ricordi, che fanno emergere dalla nebbia i momenti in cui cominciai a distinguere il nome di Fortini da quelli di tanti altri scrittori o giornalisti, hanno avuto per me sempre più importanza. In particolare, la frase di Fortini, che avevo colto al volo nel capannello davanti alla Statale e avevo poi riletta in forma più articolata nel suo scritto «Il dissenso e l’autorità »,[5] ripensata alla luce del contrasto che lo contrappose a Elvio Fachinelli, autore di un altrettanto memorabile scritto, «Il desiderio dissidente»,[6] mi ha poi sempre ricordato le fratture – mie, della mia generazione, della sinistra – già esistenti allora e mai più ricomposte; anzi aggravatesi con le vicende successive che hanno condotto alla dispersione e al suo fallimento storico. Quei due scritti del 1968 sui Quaderni piacentini hanno continuato ad alimentare la mia riflessione.[7]
Dal 1968 al 1977, gli «anni dei movimenti», Fortini restò per me soltanto il nome di uno scrittore, il volto di quel signore ascoltato per pochi minuti quella sera. O rivisto poi in foto meditabondo, le spalle poggiate al muro dell’Aula magna, su un opuscolo studentesco che ho poi perduto in un trasloco. Era una delle voci del coro della sinistra (storica, nuova o rivoluzionaria, come allora si diceva) e, pur leggendolo su «Quaderni Piacentini» o su «il manifesto», i suoi articoli si sperdevano in mezzo a tanti altri che cercavo di leggere su riviste[8] o opuscoli. Nel decennio della mia militanza politica in Avanguardia Operaia, dunque, Fortini non fu per me né maestro né modello esemplare di «intellettuale del ‘68». Anzi, poiché scriveva su «il manifesto», la mia attenzione verso di lui era frenata dai sospetti che giravano in Avanguardia Operaia verso quel gruppo di ex del PCI.
Dopo la sconfitta. «Che fare?» in periferia
Nell’isolamento seguito all’abbandono della militanza per la scissione di Avanguardia Operaia – una minoranza entrerà nel nuovo «Pdup per il Comunismo» di Magri-Rossanda, la maggioranza darà vita al partito di «Democrazia Proletaria» – mi capitò di leggere le pagine di «Questioni di frontiera» (1977). Mesi dopo scrissi questa lettera a Fortini:
3 marzo 1978
Caro Fortini,
sono un insegnante di lettere di un Itis (Sesto S. Giovanni – Cinisello), immigrato, compagno dal ’68, lettore attento dei tuoi scritti.
Diversi compagni con cui ho parlato di te mi hanno confessato, assieme al rispetto per il tuo lavoro, la loro scelta di non “disturbare” la tua (pare proverbiale) riservatezza.
Ciò mi ha indotto [finora] a scartare ogni tentativo di conoscerti di persona, ma non mi fa rassegnare a questa tendenza ad imbalsamarti anzitempo nell’immagine del compagno “saggio”, di una generazione “eroica”, di levatura morale e intellettuale superiore e perciò inaccessibile. Quindi con cautela faccio oggi, con molto ritardo, questo tentativo a distanza (sperando in un minor rischio di ambiguità) di uscire (quel tanto che basta) dall’anonimato:
- inviandoti in segno di stima questa mia poesia[9] e chiedendoti un paio di considerazioni su quanto un tuo lettore pensa/scrive, convinto che un legame tra il tuo lavoro di scrittore/compagno e quello che vado pensando e facendo si è in qualche modo stabilito;
- porti un problema meno personale: assieme ad altri (pochissimi) compagni, isolati qui a Cologno [Monzese], ci siamo posti il problema di pubblicare un Bollettino-Rivista (un primo numero è già stato prodotto[10] ma, a causa di equivoci e sobbalzi vari, ci siamo fermati e siamo in fase di ripensamento).
Vogliamo proseguire in questa forma la nostra “militanza” dopo lo sfascio di Democrazia Proletaria in una situazione che è di periferia, di sottocultura e di emarginazione sociale. Ad essa, per condizioni materiali, ci sentiamo vincolati. Ma abbiamo maturato anche l’esigenza di sfuggire i toni propagandistici e attivistici di questi ultimi anni e faticosamente ci poniamo quei compiti di riflessione storica e di cura dello scrivere, che abbiamo trovato nel tuo «Questioni di frontiera».
È compito eccessivamente ambizioso per le nostre scarse energie?
È ingenuo pensare che qualche buona indicazione, non generale ma rivolta proprio al nostro progetto concreto, possa venire anche da te?
Saluti
La risposta di Fortini arrivò presto:
13 marzo 1978
Caro Abate,
la mia ‘proverbiale riservatezza’ è una balla. La ‘inaccessibilità’ è semplicemente un minimo di – inefficace difesa del tempo necessario a procurarmi di che vivere. Metà del mio tempo è dedicato alla Università – che è a sei ore di treno da Milano, a Siena. Come molti, vivo in treno. Questa grafia ti dice che in treno, anche, scrivo. Docente di ruolo e sessantenne guadagno quanto un impiegato delle aziende elettriche. Ho quindi un secondo lavoro: editoriale. E scrivo libri. E crepo.
Ti ringrazio molto del tuo testo. È quanto di meglio, nel genere, si possa leggere. Solo che il genere (critica della frantumazione rappresentando la frantumazione) mi pare un po’ stanco. Alla generosità dell’impulso bisognerebbe congiungere una ‘necessità’ maggiore, far sentire che ogni parola è insostituibile. Questa non è una critica, è troppo generica per esserlo, scusami.
Quanto intendete fare mi pare assolutamente necessario, coi tempi che corrono. Per molti anni non ci sarà altro da fare, con molta pazienza. Il consiglio che vi do è di:
- scrivere e pubblicare un bollettino destinato ad un pubblico circoscritto che magari non c’è ma che potrebbe/dovrebbe esserci, quello che avete immediatamente intorno e che parla la lingua della schiavitù di massa.
- scrivere di questioni concrete, non di teoria politica; meglio, allora, una problematica etica. Essere spietati.
- far scrivere ma riscrivere. Nessuna concessione alla immediatezza populista. Scritti brevi, temi e frasi ripetute.
- l’ideale è quello di grandissima modestia degli argomenti e grandissima ambizione (e “distanza”) nel punto di vista, quindi nella scrittura. Voler fare qualcosa di esemplare e di ‘povero’, mettere tutto il lusso nella solidità della scrittura, nella possibilità di usarne modestamente gli elementi che abbiano fatto buona prova. Costringersi alla regolarità formale, alla periodicità rigorosa, alla pulizia.
Concludo dicendo che è una vergogna per noi e voi che a dire e a fare quanto sopra si debba provvedere in questo modo preistorico: tra il compagno della (finta) “generazione eroica” (del cazzo) e un gruppo di isolati di Cologno. Aveva proprio ragione Hegel: la sola cosa che si impara dalla storia è che la storia non insegna niente.
Vi abbraccio e vi saluto. Vostro
Avevo 37 anni, Fortinii 61. Dopo la sua pronta e incoraggiante risposta, pur sapendo che abitava a Milano, non feci nessun tentativo di avvicinarlo. Gli eventi esterni che in quel 1978 si fecero drammatici proprio a marzo, col rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse, scoraggiarono anche l’intenzione di fare una rivista, come gli avevo annunciato nella lettera. Tanto più che alcuni amici, su cui contavo per scriverla, entrarono nel PCI.
Ritrovatomi solo, m’impegnai in una lettura delle sue opere, che allora non conoscevo. E cominciai ad esplorare i suoi autori tedeschi o a seguirlo in varie sue conferenze standomene in mezzo al pubblico. Lo ricordo una sera commosso e piangente al Circolo Correnti subito dopo la morte di Vittorio Sereni, al Piccolo Teatro dove parlò di Goethe, alla Sala del Grechetto della Biblioteca Sormani per l’uscita del libro di Marina Zancan dedicato a «Il Politecnico», al Centro sociale di via Scaldasole per la presentazione de «L’ospite ingrato primo e secondo» appena pubblicato, al Teatro Parenti per «L’Istruttoria» di Peter Weiss e in un liceo di Desio, dove commentò una poesia di Zanzotto.
Una sera d’ottobre del 1983 a Cologno Monzese. Il «grido» del ’68 incarcerato
Soltanto nell’autunno del 1983 mi decisi ad andare a casa sua in via Legnano 28 per chiedergli di presentare con me a Cologno Monzese «Le nude cose. Lettere dallo “speciale”», il libro di un insegnante, Piero Del Giudice, allora mio collega all’ITIS di Stesto San Giovanni, accusato di «partecipazione a banda armata», detenuto dal maggio 1980 nei «carceri speciali» e con il quale avevo mantenuto una corrispondenza epistolare.[11]
Dopo alcune domande indagatrici sul mio conto – Fortini mi spiegò poi che nei mesi o nelle settimane precedenti aveva subito una perquisizione della sua abitazione – rassicuratosi, accettò.
A lui mi ero rivolto perché, assieme a Rossana Rossanda, era tra i pochi che, pur critico del movimento del ’77, dell’Autonomia e del lottarmatismo, aveva rigorose posizioni di garantismo giuridico: e insisteva, anche nel clima di sospetto di quegli anni, a ricordare sui giornali quanto dissennato e insidioso fosse per la Sinistra un astratto «rifiuto della violenza» in contrasto con la sua stessa storia.
La serata di presentazione del libro di Del Giudice – 23 ottobre 1983 – fu un fallimento: per come si svolse e per i suoi strascichi. Il clima dell’incontro fu da catacombe. Nessuno dei dirigenti del PCI o del PSI di Cologno Monzese, che pur avevano concesso il patrocinio alla mia iniziativa, si presentò. Vi parteciparono una decina di persone – parenti o amici di militanti in carcere – arrivate quasi tutte da Milano.
Malgrado la delusione, pensai di pubblicare un “quaderno-samizdat”, ma finii poi per accettare le riserve di Fortini sulla qualità scadente del materiale emerso dall’incontro; e la bozza dell’opuscolo rimase tra le mie carte private.[12] Malgrado il sostegno generoso venutomi dalla presenza di Fortini all’iniziativa, toccai con mano il mio isolamento e la vanità del mio tentativo.
Appendice 2018. Militanze
Due lettere dii Franco Fortini e Piero Del Giudice
Apparvero la prima volta sulla rivista «Assemblea» dell’ottobre-dicembre 1983.[13] Sono quattro pagine stampate che ho ritrovato rovistando in una cartella in occasione della morte di Del Giudice.[14] Fortini e Del Giudice. Nei miei versi: lo Scriba e il Guerriero. Fortini era de «il manifesto», Del Giudice veniva da Lotta Continua ed era poi passato all’Autonomia. Entrambi parlano senza rassegnazione e senza pentimenti di una prospettiva di cambiamento repressa e sconfitta.
Fortini concentra la sua riflessione sul ruolo avuto dagli intellettuali, tradizionali e di massa, «di cui molto si parlò fra 1968 e 1973».
La «domanda storica» che gli pongono le «Lettere dallo «speciale»» di Del Giudice è questa: perché «centinaia di migliaia di persone, le quali col loro atteggiamento influiscono su una parte imponente della nazione, [hanno] rifiutato, ad un certo punto certe solidarietà»?
Si tratta, dice, di «gente che nulla ha di cui pentirsi anche perché non ha mai fatto nulla e che nella cultura, nella filosofia, in cattedre o giornali, ha occupato per naturale ricambio di generazioni i luoghi della opinione e della parola». E non parla solo delle élites che si erano raccolte attorno ai «Quaderni Piacentini», ai «Quaderni Rossi», a «Quindici», ecc.; ma dei lettori di «Repubblica» o dell’«Espresso», dei «genericamente progressisti», di «centinaia e centinaia di migliaia» di persone: tecnici, impiegati, insegnanti, professori, uomini della stampa e degli audiovisivi. Perché al dunque hanno dimostrato tanta «passione di apostasia»? Perché «hanno dato l’impressione […] di preferire il privato, l’eros qualsiasi, la droga o un succedaneo, il buddismo, che so, il nichilismo, tutto insomma, pur di non dover prendere posizione»? Perché sono diventati «le fanterie della reazione. E volontarie per di più»?
Non ha senso, aggiunge, «chiamarli vili». E senza circonlocuzioni o attenuazioni dà la sua risposta: se hanno rifiutato, «a un certo punto, certe solidarietà», «vuol dire che quelle [solidarietà] erano definitivamente impossibili. Vuol dire che di proletariato era stato parlato a vanvera». E, perciò, «nessuno dica che si è trattato soltanto di ritorno all’ovile dei partiti e del sistema. O almeno si sappia che ci si era sbagliati a credere che gli ovili e le loro tentazioni non esistessero più, per decreto della nostra volontà». Conclusione. «L’avvenire antagonistico allo «stato di cose presenti» mai più [potrà] fondarsi su «una formula libertario-comunista». (E si sappia che, così parlando, critica i filosofi francesi, gli eredi del surrealismo a cui era legato Del Giudice).
Da quel 1983 alla morte di Fortini (1994) passeranno una decina d’anni. Fortini è stanco. Scrive che «ci sarebbero tutti i motivi per andarsene dalla scena come pochi giorni fa ha fatto il nostro poeta e amico Vittorio Sereni». E, contro il frequente accenno nelle lettere di Del Giudice alla «viltà degli intellettuali», difende appena le «eccezioni», fra le quali gli piacerebbe di essere contato in nome di quel che ha scritto e detto in quegli anni (e si pensi al suo «Insistenze»).
Non si appella neppure più alla sua lunga esperienza di militanza. Anzi – concessione o atto sincero di umiltà – si dice colpito dalla «lezione di energia» di Del Giudice, malgrado disapprovi quel suo «comunismo libertario» perché, a suo parere, troppo in preda alla «passione», ad una «concitata attesa», alla «furia della speranza».
La risposta di Del Giudice è incentrata interamente sulla sua esperienza immediata -dovrei dire, ricorrendo alle sue parole, di «corpo carcerato» – e sulla particolarità del carcere speciale, dal quale è appena uscito per continuare la detenzione fino al 1984 in quello «normale».
La sua tesi è semplice: il «carcere speciale» ha anticipato la società del controllo (di cui parlava allora Foucault).
I processi, che Del Giudice chiama «di desolidarizzazione, di disidentificazione, della separazione e della contrapposizione tra medesimi», il «collasso delle culture associative, delle spinte e tradizione ad «essere con», che hanno investito la società italiana alla fine degli anni Settanta, lui li ha visti crescere lì: nel carcere speciale.
Scrive: «Lì ho visto cadere nella notte profonda dei cortili di cemento o sulla soglia di celle profonde, sotto il colpo dei coltelli, detenuti la cui ragione di vita e di morte si è subito persa».
Lì, il suo stare «dentro una cella» è diventato un terribile «viaggio». «Ad occhi sbarrati» per risparmiarsi, per cercare di sopravvivere «dentro una inconosciuta realtà», ma anche «dentro se stessi» e «dentro l’intimità dello Stato, i suoi miasmi, le sue più corrotte profondità».
Lì ha potuto osservare da vicino «la corruzione dello Stato, della istituzione carceraria e della magistratura».
Lì si è sentito «arcaico» e, allo stesso tempo, ha provato «orrore dell’arcaicità sanguinaria di questo Paese».
Arriva a dichiararsi paradossalmente «camorrista» per segnalare con forza quella realtà sociale disconosciuta o svalutata, con la quale è entrato fisicamente in contatto: «300.000 (!) “camorristi” a Napoli non possono non darti la sensazione fisica di irruenza di bisogni, di voce in capitolo tentata con ogni mezzo».
Solo lì ha misurato fino in fondo «la fine del tempo e dello spazio» e della storia comune, che il più anziano Fortini ha vissuto da «emigrato interno», rimasto appartato in una specie di patria «(se questa può chiamarsi tale)». Ed è solo prendendo atto di questa realtà sociale negata o ignorata, sembra dire Del Giudice, che l’esperienza intellettuale di Fortini e di altri troverà un punto di raccordo con la sua.
Nelle sue parole riemerge, come tramite o mediatore affettuoso, ancora la figura declinante del comune – a lui e a Fortini – amico Vittorio Sereni, che a Del Giudice carcerato «ormai parlava apertamente di morte».
Più di quello di Fortini, lo spirito militante di Del Giudice sembra aperto ad ogni possibile «nuovo movimento» della società. Anzi, lui questo movimento lo sente già in atto nello stesso carcere. E, mentre con una sensibilità visionaria quasi pasoliniana sottolinea «il senso, insieme, di innocenza, di inadeguatezza, ma anche di autonomia, di testimonianza in anticipo, della sovversione politica lì rinchiusa», con uno dei suoi tipici (per chi lo ha conosciuto) scatti di orgogliosa volontà, d’un tratto proclama: «oggi il teatro è il mondo, il pianeta». Là si svolgerà la «liberazione di nuove prospettive».
Da questa utopica «rapinosità del planetario» torna, subito, alla «ripresa di una dimensione reale». Che per lui significa corporeità e non ideologia: «è reale la rinuncia del mio corpo e reale il tentativo di tenere in esercizio la mia intelligenza. È reale il mio sforzo di ritrovare uomini della istituzione in grado di ragionare e lottare».
Si dice convinto che «lo svelamento dello scontro (di lotta delle classi dunque si tratta) è già uscito dalla clandestinità», che «siamo in una “ricchezza” di mutamento». E, quindi, a me pare accogliesse tiepidamente la questione degli intellettuali come gliela poneva Fortini, preferendo parlare genericamente di un limite nella capacità di esplorare la società: sì, siamo rimasti confinati alla vita nelle metropoli e negli hinterland, non abbiamo saputo guardare quello che avveniva nella provincia (e nella TV).
Alla luce degli attuali problemi posti dallo scontro tra «globalismi» e «sovranismi», queste due lettere potrebbero sembrare forme di militanza ormai inattive e irrecuperabili. Sta a chi le leggerà, pronunciarsi. In me hanno ancora risonanze profonde.
Due visite a Fortini (1985, 1986)
Incontrai altre due volte Fortini nella sua casa di Via Legnano. La prima il 28 maggio 1985. Mi accolse facendomi segno di non far rumore e di andare nell’ultima stanza in fondo al corridoio. Pensai che ci fosse qualcuno ammalato da non disturbare. Poi capii che era a telefono. Nella stanza, dove l’attesi, notai su uno scaffale l’«Enciclopedia Einaudi», l’«Europea» della Garzanti e i quattro volumi appena usciti della «Letteratura italiana» di Asor Rosa.
Quando, terminata la telefonata, mi raggiunse, notai che indossava una tuta blu. Gli feci leggere la lettera con cui Del Giudice dichiarava polemicamente la sua innocenza. Borbottò qualcosa e s’informò sulla data in cui sarebbe uscita la sentenza.
Secondo lui, in quell’occasione Del Giudice o i suoi avvocati avrebbero dovuto pubblicare un memoriale, che sarebbe servito per una iniziativa pubblica.
Mi fece poi un quadro di come lui vedeva in quel momento i rapporti di forza esistenti tra i vari partiti, valutando le convenienze che ciascuno di essi poteva avere a sollevare il problema dei militanti politici detenuti nelle carceri. E ipotizzò che la soluzione politica, che era sembrata delinearsi nei mesi precedenti, era stata congelata da qualcosa di inspiegabile, forse da ordini arrivati dagli Usa per il mancato allineamento dell’Europa nei loro confronti.
Mi ricordò pure la volontà espressa da Reagan di rispondere con la rappresaglia, qualora le forze americane avessero subito degli attacchi. Cosa già capitata e forse più spesso di quanto si sapesse, aggiunse. Forse stavano maturando nuove scelte politiche: o un ulteriore rafforzamento dell’ala craxiana ai danni del PCI o, se il PCI si rafforzava, una nuova forma di «compromesso storico». Prima della fine della legislatura [15]– concluse – non sarebbe stato, perciò, possibile intervenire sul problema dei detenuti politici.
Andò poi a prendere un documento-lettera di Toni Negri e me lo lesse. Negri invocava iniziative da parte di «tutti gli uomini di buona volontà» per «il ritorno alla vita civile» dei rifugiati in Francia. Mi confidò che la Rossanda non voleva impegnarsi. Lui condivideva quel rifiuto. Aveva stima per la levatura intellettuale di Negri, ma per motivi culturali più che immediatamente politici, era ostile agli intellettuali francesi che sostenevano i fuorusciti italiani rifugiati in Francia. Li considerava alla pari dei nouveaux philosophes, anticomunisti e neosurrealisti, che si muovevano fra sociologismi e psicanalisi senza una visione realistica della situazione, specialmente di quella italiana. Mi ricordò pure che l’anno prima (1984) era stato a Parigi al convegno su Pasolini, dove aveva contestato la loro tesi di Pasolini come unico intellettuale che in Italia si opponeva ad un regime ormai fascista, mentre per lui negli ultimi anni della sua vita, anche se aveva certamente nemici fra i fascisti, era stato accolto pienamente nel sistema. Mi rilesse poi alcuni punti della lettera di Negri,commentandola. Sottolineò ancora i suoi dissensi con lui, ma si disse d’accordo sull’obiettivo che indicava: costruire gruppi d’opinione per porre il tema dell’uscita dalla legislazione speciale. Gli nominai la rivista «Antigone» che, pur da incompetente in materia giuridica, cercavo di seguire e gli annunciai l’intenzione di prendere contatto con gli avvocati di Del Giudice per studiare le carte processuali che lo riguardavano.[16]
In questo incontro mi parve di capire che Fortini era convinto non solo che un dibattito approfondito sul cosiddetto terrorismo avrebbe spaccato il PCI ma che anche lui riteneva che » i processi contro i promotori della lotta armata erano stati condotti da giudici di parte e che la «verità processuale era dubbia e funzionale alla politica dei partiti più forti.
Nella seconda visita, l’8 giugno 1986, Fortini mi raccontò di un suo viaggio a Barcellona. Era rimasto impressionato dalla modernità della città, dalla pulizia delle strade, dai semafori sincronizzati e soprattutto dalla vitalità degli spagnoli.
Mi riferì che qua e là in varie chiese cattoliche aveva visto lapidi di vittime della guerra civile con lunghi elenchi dei nomi – preti e suore – uccisi. Erano un segno per lui della totale cancellazione della cultura anarchica.
Mi raccontò pure di una serata trascorsa in una discoteca – un grande salone di un edificio del primo Novecento, un ex casinò, la volta putrefatta dall’umidità «ridotta a pittura di Pollock» – dove aveva visto coppie di giovani e di vecchi ballare insieme tango e charleston.
A Barcellona era andato per una mostra di libri. Ed era rimasto ammirato dal fervore con cui la Spagna, fornitrice di tutto il mercato sudamericano, si dedicava alle traduzioni e alla diffusione dello spagnolo negli USA, dove esistevano – aggiunse – interi quartieri in cui si parlava spagnolo ed era facile trovare nei negozi la scritta «English spoken».
Poi fece il confronto con la situazione italiana. Era preoccupato per la sorte della nostra lingua. Mi disse – si riferiva ai primi del Novecento – che in Argentina si era discusso seriamente se la lingua nazionale potesse essere l’italiano. Aggiunse poi che, mentre polacchi ed ebrei avevano mantenuto delle comunità compatte, preservando le loro radici linguistiche e culturali, lo Stato italiano non aveva mai difeso seriamente la lingua e la cultura dei nostri migranti, perchéappartenevano in prevalenza alle classi subordinate. «E’ stata più espulsione che immigrazione»,aggiunse. E citò «Maledetta Italia», un verso di Barbarani.[17] Poi cambiò argomento.
Cambiando discorso mi parlò della sua partecipazione ad una serata sulle carceri organizzata a Milano dalla Corsia dei Servi. Apprezzava le posizioni del giudice Maisto[18] e di quanti si attenevano al principio della «certezza laica del diritto» e non quelle dei cattolici, che volevano convertire il reo. No, «il giudice non deve trasformarsi in confessore», commentò. Meglio i Romani che, pur essendo stati dei «tagliagole», avevano esteso la cittadinanza a tutti i popoli sottomessi.
Mi parlò pure delle critiche che aveva ricevuto dai detenuti dissociatisi dalla lotta armata durante alcuni incontri che aveva avuto con loro nel carcere di San Vittore. Avevano mostrato tutta la loro ostilità alla visione marxista della violenza nella storia che egli ancora difendeva: «È come se tu ci dicessi che stiamo seguendo una via sbagliata».[19] E riconosceva amaramente che la Chiesa cattolica, poiché disponeva di un’antropologia più solida di quella del marxismo volgare, si stava muovendo sulla questione dei detenuti politici in maniera più abile ed intelligente della Sinistra occupando gli spazi abbandonati dal pensiero laico. Gli chiesi se riteneva ancora possibile ricostruire un’etica laica. Mi rispose che spunti per farlo potevano venire solo da una rilettura innovativa di Hobbes, di Machiavelli e anche del «De monarchia» di Dante.
Passò poi a parlare della sua esperienza all’università di Siena. Era entrato tardi nell’insegnamento universitario e ne sarebbe uscito con una pensione al minimo. Mi raccontò che gli squilibri di reddito tra i professori universitari, a differenza della relativa omogeneità di quelli degli insegnanti delle superiori, erano forti. Aveva quasi dimenticato quanto fosse lo stipendio di un insegnante delle superiori. E mi disse che glielo aveva ricordato Costanzo Preve durante un viaggio che avevano fatto insieme. Mi parlò pure dei giovani docenti universitari, che attorno al 1970-’71erano entrati con una forte carica antistituzionale, ma che poi l’avevano smarrita adattandosi alle regole della macchina burocratica e allo specialismo accademico.
Parlò poi di un altro fenomeno che lo preoccupava: il «gonfiamento del terziario» e l’ingigantirsi della «macchina della menzogna». Ci sarebbero voluti degli anticorpi, dei «commandos suicidi» – disse – specie in settori come la televisione e la pubblicità. Da qui passò al tema degli intellettuali. Citò Ernst Bloch, che giudicava però confuso e dispersivo, anche se apprezzava alcune sue potenti intuizioni sulla cultura contadina preborghese. E mi nominò vari scrittori dell’Ottocento a me poco noti.
Gli chiesi cosa pensasse dell’ultimo Lukács, quello dell’«Ontologia dell’essere sociale», pubblicato in Italia proprio in quell’anno e che stavo leggendo. Non l’aveva letto, ma riteneva che fosse una lettura da fare. E cominciò a parlarmi, invece, degli intellettuali di sinistra negli USA. Per lui – fece l’esempio di Noam Chomsky -erano degli isolati. Avevano attrezzature invidiabili per studiare, ma restavano completamente separati dalla vita sociale. E mi ricordò che negli anni Sessanta camionisti e operai americani avevano picchiato gli studenti che manifestavano contro la guerra in Vietnam. «Il Vietnam è sotto i nostri piedi», mi disse. Bisognava sempre stare attenti alla situazione internazionale e contemporaneamente cogliere le contraddizioni esistenti qui da noi. Altrimenti era facile finire per andare in villeggiatura in posti come il Libano, anche se a pochi chilometri il macello continuava.
Mi disse anche di un convegno sul romanzo a Palermo, presenti narratori sovietici e americani. C’era stato e aveva conosciuto il sindaco democristiano Leoluca Orlando. Era rimasto scandalizzato da queste costosissime operazioni «tutte d’immagine» che riteneva di una vanità insopportabile. Alle immagini bisogna sostituire gli interessi, concluse.
Gli chiesi se si aspettasse ancora terremoti sociali. No, vedeva crescere una «corporativizzazione», una «rifeudalizzazione», un «Medioevo già spinto oltremisura». E riteneva che vi contribuisse anche la psicanalisi, ormai istituzionalizzata, citandomi il caso di Franco Rotelli, che a Trieste[20] era ormai accerchiato da una «controffensiva antibasagliana» all’insegna del «niente di sociale deve rimanere in vista». Si era rafforzato, disse, «il potere degli psichici». E altrettanto indignato era per le sovvenzioni statali incontrollate all’editoria: «sono miliardi che vanno a pubblicazioni come “L’Araldo di sant’Antonio”».
Poi mi disse che aveva esaminato e apprezzato i disegni del mio «Narratorio grafico» che gli avevo fatto avere in fotocopia. Mi suggerì di affiancargli «brevi frasi», che non fossero però dei titoli, e di impaginarli, inserendo tra l’uno e l’altro dei fogli che riproducessero pagine fatte in serie come quelle degli orari ferroviari, degli elenchi del telefono o dei regolamenti (ad es. quello dell’Atm). Avrebbe parlato anche con degli amici per una possibile pubblicazione. Pensò ad «alfabeta». Poi si corresse: siccome i miei disegni gli sembravano «datati», riferibili per stile agli anni Settanta, avrebbero potuto circolare meglio tra i compagni dell’area di Democrazia Proletaria della zona tra Grosseto e Piombino. E mi nominò Velio Abati, «un tuo quasi omonimo», un filosofo che si occupava di grafismi. Accompagnandomi alla porta, si congedò con una battuta che mi chiese di far circolare: dopo Chernobyl gli intellettuali italiani hanno discusso parecchio per l’eventuale fondazione di una «Lega dei… Timori».
Fortini e la rivista dei «periferici»
L’idea di continuare una qualche forma di militanza facendo una rivista, come avevo annunciato nella mia prima lettera a Fortini nel 1978, potei riprenderla soltanto nell’aprile del 1986. E con alcuni giovani amici di Cologno Monzese cominciai a pubblicare «Laboratorio Samizdat».[21]
Durante un’altra telefonata del 20 ottobre 1986 lo incalzai: che tipo di rivista potevamo tentare?
Ci vorrebbe – mi rispose – una rivista sul modello di «Ragionamenti», che miri al ripensamento di esperienze personali e ad una severa «ripulitura» di quelle pubbliche. Andrebbe costruita con «contributi ben pensati», puntando ad una scrittura accurata, particolarmente calibrata sui destinatari (insegnanti di scuola soprattutto). E dovrebbe essere una rivista «come tante altre», uno dei tanti luoghi del ripensamento necessario, senza enfasi sulla propria separatezza e senza mire egemoniche.
A suo parere, si andava verso una fase di «apertura di movimento» e, perciò, una rivista «puramente culturale» sarebbe stata alla coda della situazione. E se dovessi farla tu? – gli chiesi ancora – Che temi tratteresti? Avrebbe affrontato quelli «fondamentali», di antropologia. Ad esempio, il tema della violenza nella storia. O quello di una «teoria dell’agire storico-etico». Mi disse pure che avrebbe lavorato a una reinterpretazione degli ultimi 20-30 di storia, lasciando capire che era meno interessato ai fatti di cronaca.
Date queste premesse, che considerai favorevoli, alcuni giorni dopo, il 24 ottobre, organizzammo un incontro della redazione di «Laboratorio Samizdat» con lui e Edoarda Masi nella sua casa di Via Legnano. Per l’occasione lessi degli appunti-tesi sugli «intellettuali periferici» che avevo preparato. Partivo dall’esperienza di «Laboratorio Samizdat», rivista nata in periferia e fatta da intellettuali, che io definivo «periferici» perché collocati – come me e gli altri a cui rivolgeva i suoi «materiali» (come da sottotitolo) – in ruoli esecutivi.
Insistevo sulla nostra perifericità rispetto alle Istituzioni che orientavano e organizzavano la cultura dal «centro» (e pensavo a Milano, ma non solo), evitando però di parlare lamentosamente di emarginazione o velleitariamente di cultura “alternativa”; e sottolineando, però, anche la distanza tra noi più o meno acculturati e le «masse» (analfabeti, lavoratori espropriati dei più elementari strumenti di conoscenza, nuovi immigrati, disoccupati, carcerati, malati di mente). Infine, proponevo di studiare in modo critico il sistema culturale, che mi pareva sempre più complicato e già dominato dalle comunicazioni audiovisive. Per decifrarlo, chiedevo la collaborazione anche di intellettuali «centrali» o meno «periferici» di noi, magari di diverse generazioni. In modo che i nostri saperi, che ritenevo “di partenza” e dunque approssimativi, potessero confrontarsi coni saperi più strutturati e scientifici, che mi parevano più lontani e estranei.
Subito e inaspettatamente Fortini si dichiarò contrario a questa mia impostazione. La definì «sociologica» e gli parve che potesse condannarci all’impotenza.A suo parere, si rischiava di cadere in una nevrotica ansia di aggiornamento, che avrebbe finito per subordinarci ai saperi specialistici. E propose, allora, una sua impostazione: «contare sulle proprie forze», fondarsi sui saperi storici già sedimentati nella società e distinti da quelli degli specialisti. Che fossimo in campagna o in città, in una periferia o in una metropoli, tali saperi storici, fondati su esperienze, persuasioni profonde e scelte morali (e non su nozioni imparate sui libri), sarebbero stati un’ottima base per la rivista, proprio perché già incamerati da molti. Non c’era, dunque, alcun bisogno di distinguere tra centro e periferia; né di porre compiti di studio e di aggiornamento per raggiungere i saperi «esterni» proposti dai mass media o dalle scienze.
A Edoarda Masi, che intervenne subito dopo, non parve sbagliato dire che noi e la maggior parte della gente fossimo davvero in una condizione periferica. Per lei, il sapere umanistico – quello che Fortini giudicava già sufficiente per conoscere ed agire nella realtà – era in effetti diventato «periferico» rispetto a quello scientifico. Ma Fortini ribadì ancora la sua convinzione nell’autosufficienza dei propri saperi. Bisogna scaldarsi – disse – con quello che si ha. Io su molte cose preferisco essere un arretrato, un tonto, perché non posso, non ho tempo, non ho testa. È giusto che sia così. Le ultime novità non servono. Un buon manuale liceale spesso è sufficiente. In filosofia o punti sullo specialismo o punti sull’ignoranza. I due – il filosofo e il tonto – s’incontrano e vanno a passeggio conversando.
La discussione si spostò poi sul come fare concretamente una rivista. E da Fortini vennero utilissimi suggerimenti. Una rivista non doveva essere la vetrina dei bisogni di isolati redattori, ma raccogliere quelli dell’area sociale nella quale operavano. Doveva far circolare esperienze di molti e non di pochi. E non doveva porsi lo scopo di competere con un tipo di rivista – quella solo filosofica o solo politica – da tempo già presente nel mondo culturale italiano. Prima di pubblicarla – aggiunse – dobbiamo chiederci a chi la rivolgiamo, chiederci quali siano oggi le reali possibilità che la gente ha di dedicare tempo alla lettura e per quali scopi precisi la facciamo.
Solo dopo aver chiarito questi problemi, si sarebbe potuto stabilire cosa metterci dentro. Inoltre, per lui una pubblicazione doveva darsi strumenti precisi per controllare periodicamente se e come rispondeva la gente agli articoli pubblicati.
Anche se i lettori di una rivista fossero stati solo trenta, bisognava accertarsi che leggessero realmente almeno alcuni dei suoi articoli e non li annusassero soltanto.
A troppe riviste – disse – succede quello che succede ormai ai quotidiani: si cerca la via più breve, quella che porta dal titolo dell’articolo alla firma. Il che dimostra che non interessa cosa c’è dentro.
Gli pareva anche indispensabile capire che tipo di passioni una rivista potesse suscitare. Chi deve pagare una tassa – esemplificò – si sforza di capire cosa dice un certo linguaggio burocratico. Allo stesso modo i lettori di una rivista devono essere sufficientemente motivati, non gente che legge «solo per rinfocolarsi». E subito dopo ci somministrò una gragnuola di interrogativi scomodi, misti a dati di fatto amari e abbastanza incontestabili: la vostra pubblicazione ha interesse a ripercorrere la strada del «manifesto»? I possibili lettori non potrebbero ricavare le notizie di «Laboratorio Samizdat» da altre fonti? Sapete che ci sono persone che leggono soltanto «L’Araldo di S. Antonio» e che «Rinascita», ad esempio, non è mai arrivata ai 9 milioni di copie raggiunte da «Famiglia cristiana»? Le persone a cui vi rivolgete che tipo d’informazione hanno? Le ricavano soltanto dalla Rai e dalla TV? Il contenuto della rivista dà una visione generale delle cose? O dà indicazioni specifiche? Vi do un articolo mai pubblicato, «Interpretazione dell’intellighentia ungherese», ma chi potrà trovarlo interessante? Se solo a quattro persone, bisognerà pensare bene qual è la domanda silenziosa degli altri possibili lettori.
Edoarda Masi intervenne ancora ricordando che esistevano due modelli tipici di riviste: quello «all’italiana», incentrato di solito sulla trattazione di problemi teorici; e quello anglosassone, attento alle esperienze e all’analisi di situazioni e lotte specifiche. Bastava leggere – disse – un articolo della «Montly Review» per cogliere la differenza. Dovevamo definire in quale direzione andare. O l’una o l’altra. O, magari, a seconda dei casi, anche in tutte e due.
Sia Fortini che Edoarda Masi tornarono poi a sottolineare che non dovevamo mai trascurare la realtà che «avevamo sotto i piedi», quella di Cologno Monzese. Ma Fortini ci invitò con più decisione a «porre in rapporto Cologno col mondo», poiché non esisteva più un solo problema che potesse essere affrontato senza mettersi in una prospettiva mondiale.[22]
Tornammo a casa frastornato. Erano andate deluse le speranze in una collaborazione piena da parte di Fortini e di Edoarda Masi a «Laboratorio Samizdat» o di trovare in loro una possibile «guida», come qualcuno si aspettava. Ed, infatti, la collaborazione di entrambi si limitò poi all’invio di due contributi per il decennale della morte di Mao, che uscirono sul numero della rivista del gennaio 1987. Edoarda Masi si fece intervistare sul tema. Fortini scrisse per noi un commento ad una sua poesia Editto contro i cantastorie. In un successivo incontro della redazione misurammo lo sconcerto per il fallimento di quel confronto con Fortini. E finimmo anche per eliminare dal successivo numero della rivista in preparazione il sottotitolo: «materiali di lavoro per intellettuali periferici», sostituendolo con un più generico e tradizionale «rivista politico-culturale».
1987-1991: Fortini e le poesie di uno che andava «in più direzioni»
Sentii poi Fortini ancora a telefono il 9 ottobre 1987. Avevo letto con interesse «Lenta ginestra» di Antonio Negri appena pubblicato, ne avevo scritto su «Laboratorio Samizdat» e gli avevo inviato il testo per avere un suo parere.
Mi disse al telefono che il mio articolo sollevava «problemi enormi» e sovrapponeva, però, due questioni: quella dell’interpretazione scientifico-filologica delle opere di Leopardi e quella dei loro effetti politico-culturali nell’oggi. La seconda questione gli interessava meno. Aveva intenzione di rispondermi in dettaglio, ma era «in partenza per le Americhe» e mi riassunse brevemente le sue riserve.
Sulla questione del Leopardi filosofo – disse – stava più dalla parte di Sebastiano Timpanaro che con Cesare Luporini. Non approvava la lettura di Negri, che a suo parere tirava i testi di Leopardi verso un «indeterminato discorso filosofico» antimarxista. E mi ribadì ancora l’importanza della «distinzione dei generi»: quando si scrive un saggio filosofico – disse – ci dev’essere un uso del linguaggio diverso da quando si scrive una poesia.
Più in generale, le sue riserve riguardavano, come già sapevo, tutte le interpretazioni filosofiche di Leopardi, che non tenevano conto a sufficienza della sua poesia. Leggono – aggiunse – L’infinito o Il canto di un pastore come se fossero scritti filosofici e basta. Invece, in Leopardi c’era «una mimesi di natura e storia» e i suoi testi poetici avevano una ricchezza, una polisemia, una complessità che non potevano essere ridotte al mero concetto.
Alla fine il suo consiglio era uno solo: leggere i testi di Leopardi. Nello Zibaldone si trovava un pensiero filosofico interessante ma,. quando quegli stessi pensieri o sulla morte o sulla natura venivano trasposti in poesia, c’era qualcosa in più e di più sfuggente e contraddittorio. Era, perciò, sbagliato rimproverare Leopardi – e mi fece l’esempio di una poesia di Gianfranco Ciabatti – di non essere coerente fino in fondo o di non misurarsi con la miseria del corpo o di non essere un «materialista totale». Perché in Leopardi poeta c’era anche la contraddizione, c’era anche «la gioia». E questa contraddizione non sminuiva affatto la sua grandezza. Lui (Fortini) l’aveva scritto dai tempi de «Il Politecnico».
Vincendo le mie titubanze, il 28 dicembre 1987, sempre a telefono, gli chiesi se poteva scrivermi la presentazione della raccolta di mie poesie che stavo preparando. Acconsentì subito e gli spedii la bozza di «Salernitudine/Immigratorio/ Samizdat».
L’8 gennaio 1988, ancora per telefono, mi disse che non era riuscito a leggere tutta la raccolta ma gli pareva che andasse «molto bene» e mi consigliò soltanto di sfoltire, dicendosi d’accordo nel farmi la presentazione, se trovavo l’editore.
Passò quasi un anno e mi arrivò una sua lettera dell’8 gennaio 1989 contenente un alt cocente.[23]
Solo dopo un mese, il 29 gennaio, abbozzai una mia replica, che però non gli spedii. Ero turbato e non mi spiegavo le ragioni di quel suo passaggio dai precedenti e sia pur generici apprezzamenti alle «parole eccessivamente severe» che mi aveva ora scritto.
In particolare mi colpiva la sua «non persuasione» per una sezione della raccolta e pensai che le riserve riguardassero il contenuto (la figura paterna, la Legge (anche poetica) che Fortini stesso mi rappresentava). E gliene chiesi conto ancora una volta a telefono.
Fortini escluse subito questa ipotesi e mi fece, invece, un lungo ragionamento sull’a capo in poesia e sul rapporto tra prosa e poesia.[24]
Nelle mie poesie – mi disse – per la scelta del contenuto, nessuno poteva certo accusarmi di pentitismo, ma di ripiegamento sì. Secondo lui, c’era bisogno in generale di un maggiore distanziamento dal passato. Non ci si doveva lasciar prendere dalla nostalgia, dal «pathos verso il passato», tentazione non solo della filosofia, come diceva Hegel, ma anche della poesia. Il passato non era «migliore» né più «pieno di speranze».
Mi fece l’esempio del suo «Paesaggio con serpente». Aveva sentito affiorare quel pathos per il passato nei componimenti che aveva dedicato a Panzieri e a Rieser. E l’aveva frenato limitando le composizioni a pochi accenni.
Nel mio caso, per il contenuto avrei dovuto fare attenzione a come guardavo al passato e sapere che si trattava di un problema «più ideologico che psicologico».
Due problemi, invece, gli sembravano non risolti nelle mie poesie: l’abbondanza della scrittura e la forma, la «messa in pubblico».
In esse la «parte ragionativa» andava separata da quella in cui i concetti si univano al linguaggio e alle immagini. La parte ragionativa «bisogna denudarla» – mi disse – evitando di immergerla in quel di più che l’a capo di solito dà in poesia. Bisogna che tu accetti l’apparente «banalità della prosa», utilissima a chiarire la debolezza del ragionamento, che l’a capo poetico a volte occulta. Bisogna «liberare la parte lirica dal materiale grezzo» e «fissare in una prosa non lirica e non emotiva i ragionamenti». Che io valutassi, perciò, la «cogenza della forma lirica», se essa fosse necessaria o meno. «Molti dei tuoi testi possono essere prosa», aggiunse.
Un po’ rappacificato, partecipai nel 1991 – era la prima volta in vita mia – ad un Premio, quello intitolato a Laura Nobile e sostenuto dall’Università di Siena. La giuria era presieduta proprio da Fortini. Lo feci anche per una sottile sfida nei suoi confronti, perché volevo vedere se i pareri degli altri membri della giuria confermavano o si distinguessero dal suo.[25] Non ho mai saputo come si sia espresso sulle mie poesie in quella sede. Fu lui, però, il 12 novembre 1991, ad annunciarmi per telefono che ero tra i finalisti e a congratularsi.
1989: Fortini, la cultura di massa e l’Associazione culturale «Ipsilon»
L’esperienza della rivista «Laboratorio Samizdat», che pubblicammo fino al 1990 senza riuscire però ad ampliare il numero dei collaboratori o ad estendere la sua distribuzione al di fuori di Cologno Monzese, si esaurì presto. La redazione si sfilacciò. Qualcuno decise di tornare alla militanza in Rifondazione Comunista e, alla fine, con i redattori superstiti e alcuni militanti del PCI delusi dalla svolta della Bolognina di Occhetto, fondammo l’Associazione culturale «Ipsilon»[26] e, per inaugurarla, invitammo Fortini, che accettò volentieri di tornare a Cologno Monzese.
Il 30 maggio 1989 tenne, perciò, una relazione, Per un’ecologia della cultura di massa[27] e partecipò poi, assieme a Bruna Miorelli di Radio popolare, al momento conclusivo del gruppo di lavoro di «Ipsilon» sull’ecologia della lettura.
Fra i partecipanti all’Associazione, provenienti per lo più dalle esperienze della «nuova sinistra», aumentò l’attenzione verso Fortini e i suoi scritti, tanto da far parlare di una «Ipsilon» fortiniana. Ma, ancora una volta, una più stretta collaborazione con lui risultò impossibile. E si sottrasse al mio invito a ritentare la costruzione con lui ed altri intellettuali di luoghi stabili di discussione e ricerca con noi[28] facendomi presente la sua grande stanchezza.
Appendice 2022. Associazione culturale «Ipsilon»[29]
L’esperienza di «Ipsilon», nata proprio nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino e politicamente simbolico della fine di un’epoca, è collegata a un luogo preciso, Cologno Monzese, città di periferia alle porte di Milano, a Nord Est.
I fondatori e buona parte dei collaboratori erano quasi tutti abitanti di Cologno Monzese. Vi operavano professionalmente e politicamente. Ed erano abbastanza affini tra loro per condizioni sociali e culturali:, immigrati, scolarizzati di massa, partecipanti alla sinistra o nuova sinistra degli anni ’70 e ’80.
I conflitti e i discorsi di quei due decenni – strategia della tensione, neofascismo, antifascismo, compromesso storico, terrorismo per gli uni, lottarmatismo per altri – in «Ipsilon» si presentarono come oscillazione – smorzata, in sordina e alla fine paralizzante – fra chi pensava ad una Sinistra in crisi ma riformabile o da rifondare e chi da essa voleva sganciarsi per tentare altre strade. Dopo gli inizi ricchi di fervore, man mano la vita dell’Associazione finì per chiudersi su se stessa. Dalla vita sociale cittadina non venivano più richieste né sostegno, com’era accaduto negli anni Settanta, quando proprio l’appoggio ricevuto da minoranze di operai delle piccole fabbriche e di studenti abitanti a Cologno Monzese aveva permesso di fondare un Gruppo operai e studenti e poi una cellula locale di Avanguardia Operaia capaci non solo di una critica al centro sinistra di allora, ma di iniziative indipendenti.
Ora alle riunioni di«Ipsilon» non c’erano più operai ma solo studenti o insegnanti. Le cose mutavano e non si capiva in che direzione e con quali strumenti muoversi.
Ci fu pure, già in quegli anni, la proposta di fare un sito on line di «Ipsilon», ma non se ne fece nulla. Gli incontri e i seminari su temi politici, letterari, storici o sociologici, le pubblicazioni (i due numeri di SpiegAzioni), alcune manifestazioni pubbliche sul tema della nuova immigrazione o contro la Guerra del Golfo dimostrarono che era ancora possibile, anche in una città di periferia, promuovere un’acculturazione attiva e non consumistica, ma non bastarono né a sciogliere quel dilemma politico né a continuare il lavoro di gruppo, che s’interruppe nel 1999.
1991-1994: Ultimi saluti
Quando tornai a sedermi nella stanzetta in fondo al corridoio della casa di Fortini in Via Legnano per quella che fu l’ultima mia visita il 9 dicembre 1991, quanto diverso trovai il suo umore rispetto al 1986! Allora era ancora infervorato per la speranza in una nuova fase di «apertura di movimento». Ora, dopo la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’implosione dell’Urss avvenuta pochi mesi prima (agosto 1991) prendeva amaramente atto di un mutamento inaspettato.
Disse: «è caduto proprio il fondale della storia». Il crollo era tremendo e per lui riguardava anche la poesia. Che poteva anche in tempi bui resistere se agganciata a un movimento sociale reale, come aveva insegnato Brecht. Ma adesso? C’era nella società più qualcosa che si muoveva?
Sui giovani mobilitatisi contro la guerra del Golfo aveva molti dubbi: «stentano a staccarsi dall’istituzione, a fare da soli con gli strumenti di bordo, come tu fai a Cologno» mi disse.
Mi mise al corrente che Sergio Bologna stava per avvire la rivista «Altre ragioni»; e che per questo, assieme ad altri, stava affittando un locale.
Lui, pur dichiarando di non avere più energie, avrebbe appoggiato il tentativo come poteva. C’era anche Michele Ranchetti con loro. E ironizzò: «così siamo due i preti».
Sempre scherzando con amarezza, mi riferì che ai giovani aveva detto pure: «Io vi posso fare l’ora di religione!».
Mi confidò poi che stavano preparando una nuova bibliografia dei suoi scritti: «Vedrai che bel sepolcro!». E alla mia solita domanda: che fare adesso che la situazione non è più in movimento, rispose: «Quello che già stai facendo… Rinunciare alla poesia? No… Farla nel vivo delle situazioni reali, senza rifugiarsi nelle istituzioni. Visto che non ci sei mai arrivato, non hai neppure il problema di mollarle!».
Nel luglio 1993 l’avevo ancora chiamato da scuola per chiedergli se potevo intervistarlo sugli stessi temi di «Leggere/scrivere», il libro-intervista curato da Paolo Jachia[30] e m’aveva dato la sua disponibilità per settembre.
Poi il suo stato di salute precipitò. Ricordo l’ultima accorata sua telefonata. Aveva letto un mio testo poetico sulla rivista «Utopia concreta» e mi aveva chiamato per questo. Restai meravigliato. Com’era diventata fievole adesso la sua voce.
Al funerale, che m’immaginai affollato da personaggi del ceto medio milanese, preferii non andarci. E partecipai, invece, alla serata convocata per ricordarlo – il14 dicembre 1996 – al Teatro Franco Parenti di Milano. Ero in platea e, dopo gli interventi di Tito Perlini ed altri, trovai il coraggio di alzarmi e leggere dal posto in cui ero mi trovavo, con voce un po’ strozzata, un mio ultimo saluto in versi.[31]
Dopo la sua morte, in collaborazione con la Biblioteca civica di Cologno Monzese, «Ipsilon» organizzò nel 1995 prima un ciclo di «Esplorazioni e studi sulle opere di Franco Fortini»[32] e poi, nel dicembre 1996, pubblicò il libretto «Se tu vorrai sapere…Testimonianze per Franco Fortini».[33]
Progettammo pure di promuovere delle iniziative annuali di studio e di diffusione delle sue opere, facendo, ad esempio, girare nelle scuole primarie e secondarie della città una scelta di sue poesie, ma l’impegno non fu poi mantenuto. Anche il tentativo di stabilire una collaborazione tra «Ipsilon» e il «Centro Studi Franco Fortini» dell’Università di Siena, nato nel frattempo, non ebbe seguito. La crisi latente di «Ipsilon», con il venir meno di «quel filo», che avevo tentato ancora di stabilire tra la Milano di Fortini e Cologno Monzese, venne alla luce proprio nel momento in cui avremmo dovuto festeggiare il decennale della sua fondazione; e portò ad un tacito e imbarazzato scioglimento dell’Associazione e ad altri tentativi di riorganizzarsi.[34]
(2010)
Note
[1] Avevo visto per la prima volta un numero di Quaderni Piacentini (il n. 31 del luglio 1967) in casa di un amico di Piacenza dello Psiup che abitava in pensione in piazza Santo Stefano e frequentava con me la facoltà di Lettere (ad indirizzo storico). Controllando ora, c’è un intervento di Fortini su «Lettera a una professoressa» di don Milani ma allora non l’avevo né notato né letto.
[2] Li riprendo dall’articolo che rievocava la mia partecipazione da studente lavoratore all’occupazione della Statale di Milano nel ’68:
https://www.poliscritture.it/2018/03/17/da-renzo-tramaglino-meridionale-a-samizdat-scavando-nel-mio-68/
[3] Di quel clima, oltre a «Lettera a una professoressa», facevano parte i libri di Gianni Rodari e Mario Lodi e le iniziative del Movimento di cooperazione educativa.
[4] L’articolo che annunciava l’uscita di Argomenti umani era intitolato “La scuola si difende”. Era firmato da Roberto Han e B. Samek Ludovici. Si trova nel n. 38 del luglio 1969 a pag. 219.
[5] «L’odio che gli uomini della mia generazione provano per i giovani non è soltanto l’eterno del padre verso il figlio ma quello politico verso chi dimostra con i fatti che qualcosa è possibile dove l’impossibilità era stata proclamata a mascherare vigliaccheria. Non si tratta nemmeno di “aiutare” le lotte dei giovani; certo non di strofinarsi ai giovani, alle loro assemblee, al loro gergo. Ma per chi abbia tenuto ad osservare negli scorsi vent’anni qualche norma elementare di igiene morale e mentale, si tratta solo di continuare il proprio lavoro».(F. Fortini, Il dissenso e l’autorità, «Quaderni Piacentini» n. 34, maggio 1968, pag. 99).
[6] In «Quaderni Piacentini», n. 33, febbraio 1968, pag. 74.
[7] Certo, ne è passato di tempo e apparirà a taluni archeologia da poveri ritornare a parlarne. Può darsi. Mi è bastato, del resto, vedere come sono ingiallite le copie dei Quaderni Piacentini che conservavo e ho tirato fuori dallo scantinato per ricontrollare i due saggi in questione. O notare che non avevo fatto nessuna sottolineatura sul testo de «Il desiderio dissidente», mentre moltissime su «Il dissenso e l’autorità», scrivendo a penna accanto al titolo «Rilettura 17.10.77».
[8] «Giovane critica», «Classe e stato», «Classe», «Lavoro politico», «Nuovo impegno», «Montly Review», ecc.
[9] Era intitolata «Poesia della crisi lunga». L’ho poi nel tempo più volte rielaborata. L’ultima versione è in «La polis che non c’è», CFR, Piateda 2013.
[10] Titolo: «Bandiera rossa la vogliamo sì».
[11] Mio collega di lettere all’ITIS di Sesto S. Giovanni, fondatore della Cgil Scuola, ex dirigente di Lotta Continua, animatore poi di riviste e iniziative nell’area dell’«Autonomia operaia» .Dal 1980, anno in cui fu incarcerato, fino al 1985 scambiai con lui numerose lettere e andai più volte a trovarlo in vari carceri, malgrado avessimo traiettorie di vita, passioni culturali e politiche, approcci alla realtà diversi e spesso in urto. La partecipazione, ciascuno a suo modo, alla storia sociale e politica milanese dal ’68-’69 – quante volte ci eravamo incrociati davanti alle fabbriche di Sesto S. Giovanni e Cinisello, dove andavamo a distribuire volantini o a discutere con gli operai, io come militante di Avanguardia Operaia, lui di Lotta Continua – era per me base sufficiente per conservare una elementare solidarietà, che molti colleghi “democratici” della mia scuola giudicarono inopportuna o sospetta.
[12] Cfr. https://www.ospiteingrato.unisi.it/documenti-carteggio-abate-fortini/
[13] Cfr. https://www.poliscritture.it/2018/11/02/militanze-fortini-delgiudice/
[14] Cfr. https://www.poliscritture.it/2018/09/01/degli-orrori-di-ieri-e-di-oggi/
[15] Con le elezioni del 1987 per il rinnovo dei due rami del Parlamento.
[16] Cosa che non feci. Del Giudice, condannato in prima istanza Il 21 gennaio 1986, in base a provvedimenti giudiziari su cui non mi informai più, usciva dal carcere. E l’incontro con lui da libero mi confermò l’esaurimento del nostro rapporto.
[17] Berto Barbarani (Verona, 3 dicembre 1872 Verona, 27 gennaio 1945, poeta in italiano e in dialetto veronese.
[18] Francesco Maisto fu giudice di sorveglianza a San Vittore e sostenitore della legge n 663 del 1986 di Mario Gozzini, che aveva riformato l’ordinamento penitenziario contrastando i trattamenti contrari al senso di umanità. Gli anni Ottanta erano definiti dalla stampa “di fuoco”, perché le BR, mentre cominciava tra le loro file il fenomeno della dissociazione, avevano aperto un nuovo fronte di battaglia, il «fronte delle carceri».
[19] L’episodio, con le riflessioni di Fortini, si legge ora in Extrema ratio, cit., pp. 7182.
[20] «L’intervento di Fortini […] ha concluso la prima giornata con un esplicito richiamo al pessimismo cristiano e marxista di Simone Weil e Ernst Bloch, considerato necessario antidoto all’attuale ripresa di ottimismo positivista e scientista» («il manifesto», 25 settembre 1986).
[21] Avevo inviato a Fortini uno dei primi numeri, quello su Chernobyl. Mi disse che l’avrebbe letto e avrebbe deciso se collaborarvi. Vedeva comunque positivamente queste iniziative, «se si moltiplicassero». Mi citò l’inserto «Il piccione viaggiatore» in «Linea d’ombra», che si muoveva in una direzione simile alla nostra. Mi raccomandò anche di inviare copie della rivista a Edoarda Masi e a Giulio Latini, redattore della rivista «La contraddizione», che usciva a Roma. E promise anche di darci un intervento che aveva fatto ad un convegno di Psichiatria democratica a Trieste, se lo autorizzavano; o qualcos’altro. Della rivista uscirono 8 numeri tra l’aprile 1986 e il giugno 1990. La redazione era composta da Ennio Abate, Roberto Fabbri, Roberto Grossi, Marcello Guerra e Roberto Mapelli, tutti allora operanti a Cologno Monzese. Il termine ‘samizdat’ era quello degli opuscoli della dissidenza in Urss. L’avevo già scelto come titolo della mia prima raccolta di poesie autoedita, «Samizdtat Colognom» (1983). In un brano di Fortini su «Insistenze» (1985) avevo letto quasi come un incoraggiamento e una indicazione del lavoro che volevo fare queste sue parole: «Gente conosco che ha vissuto ad occhi aperti gli ultimi quattro decenni e si è decisa a scrivere e, ove possibile, a comunicare non già un’autobiografia ma un riassunto, un sommario di quel che crede o ha sperimentato, per difendere, con se stessi, quelli che non possono farlo. Non so se coloro che verranno (o sono già venuti) avranno il tempo di occuparsene; ma è probabile che saranno questi samizdat disarmati e estremi a dire una verità altra o maggiore su quei decenni di quanto sia nei saggi, negli articoli o poesie o romanzi. Col coltello alla gola, le parole possono in qualche caso farsi meno elusive o illudersi di esserlo» (F. Fortini, «Insistenze», p. 234).
[22] In una testimonianza di uno dei redattori presenti a quell’incontro proprio questo punto parve riassumere la differenza tra il discorso di Fortini e il mio/nostro: «”Dovete unire Cologno al mondo” ci disse Fortini una sera del 1986. Con la disposizione d’animo di un emozionato ammiratore avevo accolto l’invito di Ennio [Abate] e di altri ad andare a trovarlo a casa sua. Un gruppo di periferia che cercava risposte e una guida. […] A noi che portavamo il nostro progetto «periferico», contro i «centri» politici e culturali, Fortini ricordava la forza di uno sguardo unitario e totale, che partisse dal cortile di casa per unirlo a tutto il villaggio» (Roberto Fabbri, La forza di uno sguardo unitario e totale, in «Se tu vorrai sapere…» Testimonianze per Franco Fortini, Comune di Cologno Monzese, dicembre 1996).
[23] Cfr. Lettera 8 gennaio 1989: Fortini ad Abate https://www.ospiteingrato.unisi.it/documenti-carteggio-abate-fortini/
[24] Lo riassumo così: l’a capo, il verso libero, produce un effetto di concitazione. Il pericolo è l’«enfasi tragicista». L’a capo comporta un «cambio di velocità», controllabile se la poesia è breve; e si ha allora «una forma che chiude» (mi portò l’esempio di Ungaretti). Non controllabile, invece, se la poesia è lunga, finendo per produrre il cosiddetto «serpente» (mi fece l’esempio di Gian Pietro Lucini e dei futuristi). L’a capo era un «aiuto ingannevole come l’alcool». Quando si dovevano dire certe cose, dava una carica maggiore, ma pericolosa e da tenere sotto controllo. E mi fece l’esempio dell’oratore che, preso dalla foga, smarrisce il pensiero e si ritrova a sentire la propria voce risuonare a vuoto. La prosasticità disse deve essere riscattata con la regolarità del verso. E, per farmi capire, mi lesse prima un brano ritmandolo con pause irregolari e poi ritmandolo su tre battute fisse.
[25] Tengo a precisare che la raccolta inviata a Siena aveva, sì, lo stesso titolo della bozza che gli avevo mandato nel 1987, ma era molto stringata e accoglieva i suggerimenti di Fortini.
[26] L’Associazione operò a Cologno Monzese dal 1989 al 1999. Particolare curioso ma sintomatico: il nome venne scelto aprendo a caso il dizionario. Tra i temi del suo programma: crisi del marxismo, trasformazioni del lavoro, nuova immigrazione, memoria storica, ecologia della lettura. Tra i relatori ai «seminari di studio» oltre a Fortini invitammo mano mano: Giancarlo Majorino, Sergio Bologna, Costanzo Preve, Marco D’Eramo, Pietro Andujar, Pier Paolo Poggio ed altri. L’associazione, oltre ai seminari, promosse nel 1991 un coordinamento multietnico a Cologno Monzese, che indusse il Comune ad istituire il primo Corso d’italiano per stranieri; e, nel 1995, avviò un gruppo di ricerca Per una storia metropolitana di Cologno Monzese.
[27] Relazione poi trascritta, riveduta dall’autore e pubblicata col titolo Contro lo snobismo di massa, prima in «Laboratorio Samizdat», 7, novembre 1989, e poi in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.
[28] Cfr. Lettera del 12 giugno 1989, https://www.ospiteingrato.unisi.it/documenti-carteggio-abate-fortini/
[29] Cfr. https://www.poliscritture.it/2022/05/26/dieci-anni-di-ipsilon/
[30] «Fortini. Leggere e scrivere», a cura di Paolo Jachia, Nardi ed.1993.
[31] Eccoli nella versione poi rielaborata: «Fuori dal presepe (A Franco Fortini)»: Lui conclude / su estreme ragioni. // E noi in questa desolata / Betlemme del pensiero / non più ansimanti / per decorarla / smorziamo / il suo dire tonante / i rantoli sublimi / dei grandi morti / che ci affida / ricontrolliamo / i contrassegni / ai monumenti / da salvare. // Per mondare / le nostre riconoscibili / anime di briganti / chiazzate / di umile marcio / allenate a riverenze / solitarie / ma in sogno / prossime ai potenti? // Tremanti nelle conclusioni / provvediamo alla sua sostituzione / eretici della sua stessa eresia. // Per non riflettere / il fulgore falso del nemico / stiliamo capitoletti abbreviati / di un futuro vangelo.
[32] Con relazioni di partecipanti all’Associazione. In ordine di svolgimento: Donato Salzaru lo, «Composita solvantur»; Ennio Abate, «Il ladro di ciliegie»; Luca Ferrieri, «Fortini leggere e scrivere;» Alessia Meani, «Questo muro»; Marcello Guerra, «Extrema ratio»; Carmen Carlotta e Roberto Fabbri « Fortini autore di testi per canzoni»; Ezio Partesana, «Verifica dei poteri». Gli incontri furono conclusi il 31 maggio 1995 con una relazione di Romano Luperini sulla figura di Fortini.
[33] Cfr.https://www.poliscritture.it/2023/09/30/se-tu-vorrai-sapere/
[34] Nel mio caso con l’avvio nel 2005 della rivista «Poliscritture».