Come i migranti anche noi da tempo stazioniamo nella “tomba dei vivi”! ” (Fanizza)
Un po’ più comode ancora le nostre, eh!
E subito dopo?…
La semiotica visiva propone metodi, modelli e strumenti per guardare in modo consapevole a quello che vediamo, cogliendo l’architettura interna e allo stesso tempo l’efficacia del tutto unica di ogni immagine, senza dimenticare che anche la rappresentazione piú realistica dipende da una mistura di accordi e contrasti, che siano di pennellate o pixel.
1. «Alla poesia italiana la storia è ignota, non si assume il proprio stato storico»(96) | [«La storia è storia dell’anima, cioè non-storia» (105). Vari esempi: Saba: «Il tempo entro cui si dispongono le esperienze… è cronologico-biografico, con i suoi riferimenti a casi familiari e sentimentali, nel senso di un romanzesco privato o microsociale, mentre gli eventi sovraindividuali – prima guerra mondiale o guerra del «fascista abbietto» e del «tedesco lurco» – restano sullo sfondo» (106) Ungaretti: in lui « tempo è categoria metastorica, neppure psicologica» (106). Montale:«il tempo si curva […] in prossimità della «crisi» esistenziale […] i riferimenti agli eventi sociali e civili s’infittiscono, ma si tratta di un mondo «disertato da esseri umani e attraversato solo da messaggi cifrati, da angeli travestiti da demoni […] e da lemuri animali, la riduzione degli eventi umani a quelli naturali e della guerra a «bufera» è continua e spontanea» (106). Mentre nella poesia più recente (fine anni ’50, quindi siamo vicini alla poesia critica di Majorino) «passato, presente e futuro tendono invece a riferirsi a eventi collettivi, su quelli si ordina la biografia. Il passato è l’infanzia e la giovinezza ma anche e più spesso il tempo del fascismo» (107). «questo inserimento delle biografie in un complesso di eventi ha voluto dire anche inserire il proprio passato e il proprio futuro nel passato o nel futuro di un popolo, o classe o genere umano» (107) ]
2. «Poesia di una classe incapace di dramma: il conflitto scompare dalle pagine» (97) | Ma nel dopoguerra c’è stato un cambiamento profondo| permane il « dislivello fra il numero patologicamente elevato dei volumetti di versi e quello dei lettori», (97)(problema fisso, irrisolto!) | «versificazioni che proliferano nella zona dell’epigramma, del quadretto, dell’epistola in versi, della polemica in versi o della canzonetta canaglia» (103).
Fortini parlava di una tendenza del «come se»: «scrivere come se la poesia avesse una circolazione ed un significato sociale che in realtà non ha e consentisse (così era in altre età, nostre o d’altre letterature) quel fitto esercizio in versi, dove un poeta vero e anche un piccolo poeta possono lasciare talvolta qualche verità e bellezza che non hanno i versi «maggiori»; e, scrivendo «come se», promuovere di fatto l’avvento di un «consumo» del prodotto letterario-poetico».(103) | Ma oggi «l’industria culturale non permette «come se», essa è tutta «come se», seria, faceta, austera o leggera, divisa in «programmi», in «generi» canonici» (103-104)
|stereotipo: «celebrazione della poesia come qualcosa di desiderabile e di impreciso» (104) | «L’atteggiamento «ingenuo» del lettore di versi non è probabilmente mai esistito» (104) | una «nozione di poesia» interviene sempre nella concreta «lettura di poesia», 105|
3. Fortini classifica i poeti di quegli anni in tre «situazioni»: «del transito, della contraddizione e dell’avvento» (107) e le riconduce a tre settori dell’«intelligenza borghese»: quella travolta dal fascismo e non adattatasi all’industria culturale; quella che ha sperimentato l’«altro» (popolo, proletariato, partito e «le forme di vita germinate dall’industria»; quella delle «minoranze che, ai margini della cultura borghese nazionale ma ai confini di quella delle grandi unità culturali mondiali, sebbene prive di potere politico o culturale, non sanno rinunciare ad un idea di totalità e di integrazione, a carattere rivoluzionario, e quindi rifiutano sia la «morte» del transito sia la «vita» della contraddizione» (111)|
4. [Questo mio “ritorno a Fortini” – (casuale?… Certo, ho mollato la lettura che avevo deciso di certi suoi testi e mi sono “distratto” inseguendo gli echi che mi sono parsi sempre più flebili o irrigiditi dei suoi amici o e allievi) – è sempre corroborante. Al di là di alcuni dubbi, insinuatisi confrontando la sua posizione con altre posizioni (di Majorino, di Negri, ecc.), riconosco che egli mette a fuoco i problemi della poesia che a me interessano con una lucidità e semplicità superiore a quella di Majorino. Sì, mi restano perplessità rispetto all’impianto filosofico (idealismo o materialismo), ma Fortini non è riducibile all’idealismo hegeliano | [sa cos’è Marx, il marxismo e lo stalinismo]. Quindi, riconosco che i problemi che oggi mi ritrovo ad affrontare ad esempio in Moltitudine e poesia [ un mio saggio del marzo 2003 pubblicato su “Il Monte Analogo”n. 1]:sono già presenti nei suoi scritti del 1959 o del 1952 (Saggi italiani). Va bene perciò tener presente Poesie e realtà 1945-2000 di Majorino, ma devo risalire ai Saggi italiani, che permettono un’individuazione più precisa del nucleo storico e politico eluso dali attuali discorsi sulla poesia strettamente “culturali” o “poetici”]
5. La comunicazione poetica va confrontata «al senso e allo sviluppo dei rapporti degli uomini fra loro, nella società, per andare oltre la presente figura dei loro rapporti», (145) | (avvertimento presente anche nelle osservazioni di Lenzini al mio Moltitudine e poesia «le posizioni più conservatrici e ideologicamente più arretrate possono formare immagini di integrità umana ricche di avvenire, mentre posizioni ideologicamente più avanzate e intenzionalmente «democratiche» [possono] invece contenere ‘proposte di essere’ chiuse nei confini di una società che rifiuta ogni salto qualitativo» (145) |
6. Problema: la poesia offre «qualcosa di più» rispetto ad altre forme di comunicazione e di espressione (come la riflessione politica o filosofica)? | C’è in essa «una proposta d’essere [un’immagine guida?] più forte e più vera di quella del pensiero filosofico, scientifico politico? (vedi pag. 145) |
Attualità del giudizio di Fortini:«Nel nostro paese la lirica può benissimo continuare così, con i suoi seicento o settecento opuscoli di versi ogni anno, i piccoli gruppi, l’amministrazione della fama, le sollecitazioni editoriali, il rapido e monotono mutare delle mode… e l’arbitraria elezione di questo o di quel gruppo a rappresentante esclusivo per l’Italia»(145-146).
[La mia distanza da questi fenomeni. Cercare altro, non cedere al semplice “risentimento” per chi gestisce il micropotere editorial-poetico]
7. «È chiaro che fino a quando si continuerà a credere di fatto, anche se in teoria lo si contesta, alla poesia come grazia e arbitrio, per eccellenza inverificabile, si avrà: a) nell’ordine sociale un incremento di poeti della domenica che sarebbe di per sé innocuo se non appestasse l’aria con una patologica concezione del luogo [importante?] e della destinazione della poesia;[ecco qui ben indicato un limite di fondo del fenomeno moltinpoesia, che io forse ancora un po’ copro continuando a parlare di nebulosa poetante, di ambivalenze, etc.] b) nell’ordine dell’espressione, la frustrazione ricorrente di tutti i tentativi di superare l’arbitrio stilistico (cioè quella che Pasolini chiama la «libertà stilistica»), compiuti per autolegislazione di individui o gruppi [mi pare il caso di Linguaglossa, che si pone nella posizione del “legislatore estetico” marginalizzato rispetto ai “vincenti”; e questo non va bene] (145-146)
8. Quale la posizione di Fortini? Di apprezzamento degli sforzi (presenti in Pavese e Jahier) di abbandonare la poesia soggettiva e «di muovere verso l’epica e la drammatica», ma anche indicazione del limite di quella ricerca: i risultati resteranno «nell’ambito della lirica, del ‘solipsismo egoistico’»(146). «La possibilità del superamento del lirismo individuale è dato dalla scrittura in prosa (e non già dal poema in prosa o dalla prosa d’arte ma dalla narrativa o descrittiva didascalica e saggistica»(146)[quindi nessun disprezzo per la prosa, anzi!] | Porta l’esempio di Pasolini: il suo sperimentalismo voleva innovare «nella cultura»[anche Linguaglossa ha questo obiettivo! | echi simili anche nei discorsi di Majorino quando parla di mortificazione della cultura, di necessità dello spostamento]|
9. Critica di tali posizioni da parte di Fortini: «si fa della cultura il vero prius della poesia e della poesia un momento capitale della cultura. Ma che cosa fondi, sviluppi, modifichi la cultura, non lo si dice» (147). Si considerano le «idee», cioè la cultura, come la condizione per il rinnovamento della poesia. Ma non ci si chiede perché e per chi quelle «idee» dovrebbero essere rinnovate. Non ci si rende conto che la prima «idea» di cui occorre far la critica è l’idea di poesia.»(147)
[Cosa che Linguaglossa non vede proprio. E non la vede neppure Troisio, il quale si dichiara in disaccordo nell’intervista [ quale? cercarla…] con questa “diffidenza” (così la chiama) fortiniana per la poesia |[Valutare in proposito quanto Giovannetti con il suo essere contro la Poesia (con la maiuscola) s’avvicini a Fortini o lo abbandoni per il postmodernismo] |
9. Fortini insiste sul problema dei destinatari, cioè della lettura. Per lui bisogna dire cosa ci si ripromette dalla scrittura in versi, quale specie di «educazione alla verità» ne può venire. E precisare «cosa distingue una poesia in versi da una pagina di narrazione e di saggistica [ma oggi anche dalle altre forme di comunicazione dei mass media].
«La collocazione della poesia in un dato punto della sfera comunicativa non potrà essere affidata alle poetiche, ma ad una metodologia o teoria filosofica; e mediatamente, alla prassi, al sistema di reali forze e controforze sociali, nel quale ciascuno di noi prende luogo» (147). L’attenzione del poeta dovrebbe essere rivolta – qui Noventa – « all’essere» non «allo scrivere» (148). Quindi bisogna mirare alla «reale trasformazione delle cause che governano i rapporti sociali fra gli uomini» (148) Questo non significa che «il poeta non possa e non debba anticipare, nel proprio lavoro, quei mutamenti» (148) [ «tanto più che essi sono pur chiaramente visibili», aggiungeva ottimisticamente, 148|
10. [Con queste posizioni di Fortini siamo agli antipodi del Leopardi di Negri (Lenta ginestra), che vede nell’immaginazione soggettiva di Leopardi l’unico spazio di nuova “costruzione ontologica”. Quest’ottica fortiniana era valida alla fine degli anni ‘50 e non oggi? Eppure, non si era anche allora all’indomani della sconfitta delle tensioni resistenziali, comunque in una situazione di “crisi”? La visione di Fortini è storica, ma non strettamente legata alla contingenza storica del secondo dopoguerra. E’ legata semmai alla visione ben più epocale o generale del pensiero marxista]
Note
*Franco Fortini, Le poesie italiane di questi anni (1959) in Saggi italiani 1 (Garzanti 1987)
Questi sono 11 clip che danno un’idea della presentazione del libro di Luca Chiarei avvenuta il 4 luglio 2026 a Cologno Monzese. Li ho selezionati dal vasto materiale ripreso da Gianfranco Liparulo e ho dato a ciascuno un titolo che indica i momenti e le questioni per m e più interessanti della serata. Ringrazio Punto 165 per l’ospitalità.
1. Come, dove e quando ci siamo conosciuti io e Luca Chiarei…
2. Luca Chiarei legge una poesia da “Rumori di fondo”
3. Luca Chiarei legge una seconda poesia da “Rumori di fondo”
4. Luca Chiarei legge una terza poesia da “Rumori di fondo”
5. Ennio Abate interpreta il concetto di “città vuota” presente nella raccolta di Chiarei
6. Ennio Abate indica alcuni autori di riferimento di Luca Chiarei e la tendenza al frammento della sua ricerca poetica
7. Le impressioni di Gilberto Garbellotto: attualità e contemporaneità della poesia di Luca Chiarei
8. Mauro Cambiaghi legge una poesia da “Rumori di fondo” e Luca Chiarei spiega come affronta le questioni di metrica
9. Valeria Impedovo riferisce su esperienze di giovani che praticano poesia in gruppo e senza regole
10. Ennio Abate accenna ai danni dell’insegnamento scolastico della poesia
11. Tony Gaeta difende la scrittura libera di poesia. Ennio Abate riconosce il diritto a scrivere di chiunque ma ricorda i rischi della scrittura di massa incontrollata e l’importanza di accertarsi della qualità e degli obiettivi della scrittura poetica
Sulla pagina FB di Ida Dominijanni * è stato segnalato un articolo di Giorgio Parisi: “Fatemi il favore di leggerlo. Grazie Giorgio Parisi“. Mi permetto di dissentire:
E quando l’abbiamo letto? Il limite (e la contraddizione) degli avvertimenti di Parisi sta in questo: riconosce che siamo « in un tempo segnato da conflitti incessanti e da circa cento milioni di rifugiati» ma continua ad appellarsi ad una astratta umanità, nella quale non distingue tra interessi immediati degli immigrati che a Ceuta sono stati trattati come “anime morte” e interessi immediati di monarchie, autocrazie e pseudodemocrazie; insomma tra «sordi» oppressi e sordi che opprimono. Come faceva il buon Marx. « L’umanità è chiamata a scelte essenziali» è frase fatta, se non viene distinta (e s’organizza) la parte che è ancora umana (o può diventarlo) da quella che nega il concetto stesso di umanità e pratica la disumanità (Gaza, etc.). «Affrontare l’emergenza ambientale significa anche misurarsi con una frattura profonda: quella tra ricchi e poveri»? No. Da quando la «frattura profonda: quella tra ricchi e poveri» non viene più contrastata, ANCHE l’emergenza ambientale – come si vede – non viene mai affrontata.
IL PREMIO NOBEL PARISI: NON SAPPIAMO COSA POTRA’ SUCCEDERE CON LA CRISI CLIMATICA
Il nostro futuro non sarà migliore
di Giorgio Parisi.
La scienza ha fornito dati certi sulla crisi climatica, ma la politica non ha dato risposte convincenti a questi dati. E, se ora le temperature salgono sopra i 2 gradi, nessuno sa cosa può accadere
FQ, 1.8.26
Viviamo in un periodo decisivo della storia umana. Non sappiamo se il progresso che abbiamo conosciuto finora continuerà, sia pure tra difficoltà e contraddizioni, o se nel corso di questo secolo subirà un crollo irreversibile. (…)
Diverse crisi si sovrappongono e si intrecciano l’una con l’altra: da un lato il progressivo esaurimento delle materie prime e dall’altro il cambiamento climatico, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. A questi si aggiungono il consumo di suolo, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Un gran numero di specie animali e vegetali si stanno estinguendo: è probabilmente incominciata la sesta grande estinzione di massa. La quinta fu provocata dall’asteroide che cancellò i dinosauri e tantissime altre forme di vita, aprendo dopo milioni di anni lo spazio evolutivo in cui si sarebbero affermati i mammiferi.
Affrontare l’emergenza ambientale significa anche misurarsi con una frattura profonda: quella tra ricchi e poveri. Nella vita di tutti i giorni interessi e priorità sono molto diversi, e le diseguaglianze sono forse l’ostacolo più serio per risolvere i problemi che abbiamo davanti. Senza una prospettiva equa e solidale, nessuna riconversione ecologica potrà davvero compiersi. Si dice che chi non ha da mangiare ha un solo problema, e chi ha da mangiare ne ha molti.
Per affrontare i cambiamenti enormi richiesti dalla riconversione ecologica servirebbe un mondo coeso. Ma è difficile immaginarlo in un tempo segnato da conflitti incessanti e da circa cento milioni di rifugiati. L’umanità continua a destinare risorse sterminate alla costruzione di armi di distruzione di massa; risorse che potrebbero essere utilizzate invece per uscire dai vicoli ciechi in cui essa stessa si è infilata.
Da quando, dalla Luna, abbiamo visto sorgere la Terra all’orizzonte, abbiamo avuto la prova sensibile di ciò che, in teoria, avremmo già dovuto sapere: viviamo su un piccolo pianeta, a risorse limitate, quasi come una gigantesca astronave che viaggia nello spazio. (…) Sappiamo ormai anche che la vita sulla Terra è un sistema complesso e interconnesso. L’uomo non può più considerarsi il parametro assoluto, ma deve tenere conto delle altre specie viventi, se non vuole rischiare l’estinzione o la sopravvivenza su un pianeta desertificato, abitato quasi soltanto da animali da macello. E tuttavia quest’evidenza stenta a diventare coscienza collettiva, convinzione profonda capace di orientare le scelte quotidiane di noi umani.
Il nostro futuro, il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti, dipende dalla nostra capacità di mettere da parte i nostri interessi immediati. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Per produrre un vero cambiamento di prospettiva non bisogna parlare solo alla ragione ma anche al cuore. Occorre comprendere la bellezza e la fragilità dell’ecosistema in cui viviamo, e la necessità di prendersene cura anche a costo di molte rinunce, se vogliamo che una popolazione di diversi miliardi di persone possa abitare a lungo su questo pianeta – come faceva il Piccolo Principe nel suo piccolo mondo, in quel romanzo delizioso che, col passare del tempo, acquista per noi un significato nuovo e più profondo.
L’umanità è chiamata a scelte essenziali. Deve contrastare con forza il cambiamento climatico. Da decenni la scienza ci avverte che i comportamenti umani stanno preparando un aumento vertiginoso della temperatura del pianeta. Purtroppo, le azioni intraprese dai governi non sono state all’altezza di questa sfida, e i risultati ottenuti finora sono stati estremamente modesti. (…)
L’esperienza della pandemia di Covid-19 ci ha mostrato quanto sia difficile prendere in tempo decisioni efficaci. Le misure di contenimento, al tempo, furono spesso prese in ritardo, quando non erano più rimandabili. Ricordo le parole sfuggite a un capo di governo: “Non possiamo fare un lockdown prima che gli ospedali siano pieni, i cittadini non capirebbero”. È precisamente questa logica che dobbiamo evitare. Il medico pietoso fa la piaga purulenta. E noi abbiamo il dovere di non essere medici pietosi. Il nostro compito storico è aiutare l’umanità ad attraversare una strada piena di pericoli. È come guidare di notte: la scienza sono i fari, ma la responsabilità di non andare fuori strada è del guidatore, che deve anche ricordarsi che quei fari hanno una portata limitata.
Gli scienziati, infatti, non sanno tutto. Il loro è un lavoro faticoso, nel quale le conoscenze si accumulano progressivamente e le aree di incertezza vengono pian piano ridotte. La scienza produce previsioni sulle quali si forma gradualmente un consenso scientifico. Quando l’Istituto per i processi chimicofisici (IPCF) prevede che, in uno scenario intermedio di riduzione delle emissioni dei gas serra, la temperatura possa salire tra due e tre gradi, questo intervallo rappresenta la migliore stima possibile sulla base delle conoscenze attuali. Ma deve essere chiaro che i modelli climatici sono stati verificati confrontando le loro previsioni con il passato. Se la temperatura dovesse aumentare più di due gradi, entreremmo in una terra incognita, nella quale potrebbero emergere fenomeni oggi non previsti e che potrebbero peggiorare enormemente la situazione.
L’aumento della temperatura non dipende solo dalle emissioni dirette. È mitigato, in parte, da tanti meccanismi di regolazione che però potrebbero smettere di funzionare proprio a causa del riscaldamento stesso. Mentre il limite inferiore dei due gradi è uno scenario su cui possiamo essere abbastanza sicuri, molto più difficile è stabilire quanto grave possa essere lo scenario peggiore: potrebbe rivelarsi infatti molto peggio di quanto immaginiamo.
Abbiamo dunque di fronte un problema enorme, che richiede interventi decisi per fermare l’emissione di gas serra, ma anche investimenti scientifici. Dobbiamo sviluppare nuove tecnologie per conservare l’energia, trasformarla anche in carburanti, produrla attraverso tecnologie non inquinanti basate su risorse rinnovabili. Non dobbiamo solo salvarci dall’effetto serra, ma dobbiamo anche evitare la trappola dell’esaurimento delle risorse naturali. Anche il risparmio energetico, quindi, va affrontato con decisione. Finché, per esempio, pretenderemo di mantenere nelle nostre case una temperatura quasi identica in estate e in inverno, sarà difficile fermare davvero le emissioni.
(…) Le difficoltà attuali hanno forse origini più profonde, che dobbiamo comprendere se vogliamo davvero contrastarle. Viviamo, specialmente in Occidente, una stagione che guarda con pessimismo al futuro, alimentata da crisi di diversa natura: crisi economica, riscaldamento globale, esaurimento delle risorse e inquinamento. In molti Paesi crescono anche le diseguaglianze, l’insicurezza, la disoccupazione e la guerra. Un tempo si pensava che il futuro sarebbe stato inevitabilmente migliore del presente. Oggi quella fede nel progresso, le “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, si è logorata. Molti temono che le generazioni future vivranno peggio di quelle attuali. (…) Nei prossimi anni l’umanità dovrà compiere scelte decisive, destinate a produrre conseguenze per molto tempo. Le nuove generazioni avranno un ruolo fondamentale, e per questo l’educazione diventa un punto cruciale.
Pubblico questo scambio di opinioni su Facebook tra Alessandra Roman Tomat (di professione avvocato) e me. E’ nato da un recente fatto di cronaca: la vicenda dei gioilliere Ruggero, la sua condanna per aver ucciso dei rapinatori in fuga, la richiesta di grazia, l’immediato polarizzarsi delle tifoserie pro e contro, un fiume di chiacchiere, uno straripare sui sociali di “liquame morale”(F. Battistutta) . Oltre a permettere una riflessione tra modo “social” e “modo libro” di parlarne, l’aspetto che più mi ha colpito è questo: dinanzi ad una cronaca così manipolata e umorale anche chi, come Alessandra, vuole uscire dal fatto singolo e ragionare può soltanto – dico io – ricordare la Legge, lo Stato di diritto vigente. E allora, come superstite di una generazione che ha vissuto tempi in cui una visione marxista e comunista anche sul problema dei delitti e delle pene non era finita nel buio di questo eterno presente (capitalistico), tocca a mia volta ricordare un autore, ignoto al grande pubblico e messo da parte dagli studiosi accademici. Si tratta di Evgenij Bronislavovič Pašukanis (1891 – 1937), che fece discorsi “strani” e “folli” sull’estinzione del Diritto Li ritengo – guarda un po’! – ancora oggi indispensabili e da studiare. Ultima nota: questo mio – non posso più dire nostro – antenato, giurista e poi commissario del popolo per la giustizia dopo la rovoluzione del 1917, scomparve nel gorgo dello repressione stalinista. [E. A.]
Questo fatto famoso che non nomino perché attira gli haters come mosche sul miele, mi ha ricordato una cosa che spesso devo dire anche ai miei assistiti ma che non sempre viene capita.
Un imputato può difendersi come crede, anche mentire o raccontare gli eventi in modo molto “soggettivo”, diciamo secondo la sua individuale sensibilità.
Non gli viene chiesto nessun “giuramento” o impegno, non è un testimone.
Se però racconta delle cose contraddittorie o “ai limiti della realtà” (anche nel caso famoso che non nomino pare sia andata così), cioè che non hanno una EVIDENZA nei fatti percepibili, delle due, una: o riesce a dimostrare, con qualche elemento di prova (oltre le sue sole parole) che le cose sono andate come dice lui (perché, certo!, per carità, a volte capitano anche le cose inverosimili), oppure finisce per rafforzare la convinzione dei giudici che, se sta dicendo delle apparenti fanfaluche e non ha trovato di meglio, le cose siano andate nel modo banale e prevedibile indicato dall’accusa.
Insomma, nella propria difesa, si è aiutati da un difensore anche per stare con i piedi per terra.
Io ci tengo molto a questo.
Troppo, secondo alcuni colleghi, più propensi ad assecondare il cliente.
La legge non e un “sentimento” di giustizia/ingiustizia, ma un insieme di regole con una loro logica e ci si difende stando dentro quella logica, non fuori.
Tra l’altro queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli.
Io inorridisco sempre, quando, anche a sinistra, per un caso che pare ingiusto o che smuove i cuori, si comincia a dire: “cambiate la legge SUBITO!!!!”
Non so come dirvelo, ma sono certa che nessuno di voi si sentirebbe tranquillo, ad essere giudicato “in cuore e coscienza” da dei perfetti sconosciuti.
Meglio avere quattro regole generali dentro un arido codice e accettarle, anche quando non ci piacciono e ci sembra che proprio non facciano al (particolarissimo, straordinario, delicatissimo) caso nostro.
P.S.Ho scaricato, per ragioni professionali, la sentenza del caso famoso e, se mi sembrasse interessante, magari la commenterò.
“queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli. ” (Roman)
E però, anche se il dibattito d’oggi farà apparire marziana la mia osservazione, va ricordato che “qualcosa” non funziona in “queste regole” che “corrispondono ad una morale “standadizzata””. Non è più vero o fuori discussione che servono alla “convivenza tra i popolo”. Né nella vita quotidiana. Né nei rapporti tra Stati a livello internazionale. Ce lo ricorda la cronaca delle violenze quotidiane. Ce lo ricordano la guerra in Ucraina, il genocidio o comunque la distruzione di un’intera Gaza, ecc.
E se nel caso di cronaca, di cui tanto si parla, si è arrivati a contrapporre con protervia il ritorno alla “giustizia fai da te” alla Legge vigente (sulla carta), è perché anche a livello mondiale forse i Grandi, e non i semplici gioliellieri, hanno iniziato la danza “selvaggia”.
Il Vecchio Ordine non basta più. Il Nuovo Ordine non si vede ancora. Siamo in un caos da cui non sappiamo come usciremo o usciranno (i nostri figli o nipoti).
Cosa penso sul caso, l’ho già scritto in altri post e se avrò tempo farò un’analisi della sentenza per spiegare e per spiegarmi alcune cose che possono interessare in diritto. Non sono AFFATTO d’accordo, invece, con l’analisi che sponsorizzi, la trovo banale e forzata. Certamente il diritto è fonte (anche) di oppressione, riproduttivo dello status quo. Uh, che novità, guarda, che pensiero originale! Ci sono filosofi che lo dicono dalla notte di tempi. Ma dai!
Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo, la rivoluzione divora e crea, il diritto conserva. Detto ciò ci sono alcuni strumenti irrinunciabili che servono più o meno a noi tutti, a meno che non si abbiano le palle per l’anarchia dura, per il Far West vero, rischiando l’isolamento sociale, il carcere e anche la morte. Non conosco nessuno che viva così, sempre indipendente, sempre contro. Quindi, ciò che accomuna me, te, Roggero e la stragrande maggioranza fa sì che, non avendo fatto la suddetta radicale scelta, abbiamo bisogno di una base di diritti per sopravvivere: infatti, andiamo a scuola, andiamo in ospedale e pretendiamo di essere curati, chiamiamo la polizia se stanno per ammazzarci, ma anche se hanno parcheggiato di traverso sul marciapiede. Cose così, banali, se vuoi.
Nella mia opinione (ma ci saranno eminenti giuristi che diranno il contrario) questa base di diritto non ha molto a che fare, a parte il nome, con il diritto internazionale e il grande inganno -per me- è stato pensare che potesse funzionare allo stesso modo. Questa base di diritto non ha niente di rivoluzionario (infatti alcuni principi sono uguali in Stati con sistemi politici DIVERSISSIMI) ma ci protegge. Questa base prevede che non ci si faccia giustizia da soli e quindi il nostro eroe del giorno, può stare più o meno simpatico, essere più o meno capito o compatito, ma andava NECESSARIAMENTE condannato. Tutto il casino che si sta facendo è solo fumo negli occhi delle masse.
E questo si, -ecco, questo si-, può avere a che fare con la politica internazionale, con le tragedie del mondo, perché invece di interessarci di questioni globali, stiamo qui a baloccarci con casi singoli affascinanti magari, ma davvero minimi nella storia universale: Garlasco, Roggero, la famiglia nel bosco …
ANCHE LENIN AVEVA STUDIATO LEGGE MA FECE UNA RIVOLUZIONE
Replico in ritardo e con queste precisazioni all’interessante commento di Alessandra:
1. Che il Diritto sia la ratifica (e non la fonte) di un dominio (che può avere, però, varie gradazioni repressive) sarà anche stato detto “dalla notte dei tempi”, ma non è che i problemi delle sue origini, della sua necessità, della sua efficacia o della sua riduzione a mero formalismo siano stati definitivamente sciolti. Non vedo, dunque, banalità in chi ancora oggi sottolinei quanto sia problematica l’esistenza reale dello Stato di diritto in Italia (o altrove) anche se la Costituzione lo presuppone.
2. Il diritto ratifica un certo ordinamento alla fine di fasi più o meno aspre di conflitto. È il caso dello Statuto Albertino o della Costituzione repubblicana italiana per stare alla storia del nostro Paese. Consideriamolo pure – ma solo in mancanza di meglio – uno strumento irrinunciabile. Quello che non mi sento di dire è che non sarà mai più modificabile e che serva” più o meno a noi tutti”. No, secondo me, è servito innanzitutto ai vincitori del conflitto contro il regime fascista (e la monarchia). E si può ammettere che è anche servito – ma non sempre o nella stessa misura in cui ner hanno goduto i vincitori – anche ad altri: gli sconfitti e i “neutrali” o quelli delle “zone grigie”. (Andrebbero studiati i vari casi della rivoluzione francese, russa, cinese, cubana o altre).
3. « Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo». Vero. Ma va chiarito che la rivoluzione non è una questione di scelta (individuale poi!) o di “palle” o di preferenze soggettive per l’Ordine o il Disordine (l’anarchia dura, il Far West vero). Il Diritto, ovvio, viene imposto anche ai riottosi o ai ribelli. Che, in determinate condizioni, se riescono a farsi portavoce di nuovi bisogni, potrebbero innestare processi che potrebbero metterlo in discussione e, al limite si troveranno di fronte ad un bivio: ratificare quei bisogni finalmente riconosciuti in un nuovo Diritto o mantenerli – ammesso che sia possibile – “in ebollizioni” o in uno stato di “incandescenza” (permanente?).
4. Lo Stato di Diritto – quello affermatosi in una certa contingenza storica – non permette che ci si faccia giustizia da soli. E fin quando ci sono maggioranze sociali che accettano (o subiscono) lo Stato di Diritto vigente, chi si fa giustizia da solo verrà condannato e la cosa non susciterà scandalo. Ma, se la società muta e muta anche il suo clima politico e mutano i bisogni sociali e i rapporti di forza tra le varie componenti (o classi) sociali? E se si arriva al punto che non vengono più soddisfatti almeno in una certa misura certi bisogni? E, cioè, «andiamo a scuola» e ci troviamo in un parcheggio senza prospettive (almeno di lavoro), «andiamo in ospedale » e, invece di essere curati, ci becchiamo altre malattie, « chiamiamo la polizia in caso di pericolo» e quella non arriva o agisce come hanno fatto i poliziotti al quartiere Pilastro di Bologna con il povero Farik?
I dubbi sulla efficacia di *questo* Stato di diritto crescono. E si ripresentano certe condizioni in cui il farsi giustizia da sé o il dar sfogo alle pulsioni omicide fino ad allora tenute sotto controllo possono diventare una tentazione diffusa, che può essere cavalcata o strumentalizzata da gioiellieri, generali in pensione o forze governative più o meno traballanti.
Si ripresentato cioè rischi di fascismi o neofascismi [APPENDICE 1]
5. La distinzione che fai tra Diritto nazionale e Diritto internazionale mi pare rischiosa o comunque tanto complessa che non mi sento di affrontarla qui.
6. Le mie obiezioni tendono (con una certa approssimazione) a vedere la questione dello Stato di Diritto come processo storico e in mutamento. E non, come mi pare tu faccia, a insistere sulla “utilità pragmatica” e sulla sua “immutabilità”. Vorrei che la questione restasse aperta e potesse essere approfondita. E perciò suggerisco la lettura di questo scritto di Giso Amendola su Pašukanis, Prefazione a “La teoria generale del diritto e il marxismo” https://www.euronomade.info/prefazione-a-la-teoria…/
Lo scritto tocca spinosi e complessi problemi (diritto “in transizione”, del diritto « che ha contenuti determinati dalla classe dominante» o che « è costitutivamente borghese, già nella sua forma», possibilità o meno di fare un « utilizzo transitorio di certi suoi dispositivi» o che sia possibile affermare « forme di regolazione altre rispetto a quelle incentrate sul diritto» ) niente affatto banali o trascurabili.
APPENDICE 1
Su “Noi e il fascismo” (libro del filosofo Franco Esposito)
È ingenuo vedere il fascismo come fenomeno prevalentemente ideologico.
La domanda da farsi non è come Mussolini o Hitler siano riusciti a convincere milioni di persone. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché milioni di persone abbiano desiderato essere convinte.
Il fascismo non conquista le masse esclusivamente perché controlla gli apparati dello Stato o gli strumenti della propaganda.
Prima ancora mobilita desideri, produce identificazionicon leader, promette appartenenza.
Non si limita a disciplinare i corpi ma, anzitutto, li seduce. E orienta e organizza le passioni-pulsioni della gente. Anzi trasforma la subordinazione in esperienza emotivamente gratificante: la sottomissione al capo viene compensata dalla possibilità di esercitare il dominio su chi occupa una posizione inferiore nella gerarchia sociale.
I l fascismo va pensato non soltanto come ideologia ma come macchina
Una macchina che organizza passioni. E che non appartiene esclusivamente al passato. Può funzionare anche oggi.
Le passioni-pulsioni che il fascismo ha mobilitato in passato nonsono mai state espulse definitivamente dalla storia. Non sono state cancellate con la caduta dei regimi fascisti che le hanno utilizzate.
Continuano a vivere anche nelle società moderne o contemporanee. Quindi, quei modi di desiderare, obbedire e appartenere a un’ organizzazione, che provarono uomini (e donne) in passato, possono essere vissute ancora nel presente.
È una illusione che il fascismo sia stato definitivamente neutralizzato e relegato nel museo delle ideologie sconfitte. E il ritorno di certi simboli o parole d’ordine fasciste ( es. Vannacci) è il sintomo del ripresentarsi in parti della società di quelle passioni-pulsioni mai eliminate. Perché se persistono certe condizioni antropologiche – ma anche materiali (differenze di reddito, d’istruzione, di decisione) – è sempre possibile che la gente o parti della società appoggino le soluzioni fasciste anziché democratiche di risolvere i problemi.
la ragnatela di storia che ho sognato
era un rettangolo
fitto di contorti filamenti
un archivio di poveri eventi
e di rozzi o amari commenti
l’avevo stesa
tra uno scaffale ed un altro
nella civica di colognom
e pregavo un pubblico
deambulante e sovrappensiero
che di certo passando l’avrebbe disfatta
di abbassarsi un poco | cautamente
come si faceva da bambini
fra le lenzuola stese sul terrazzo
mettetevi qui | controluce
ammiratene la tessitura
da lì | al buio | mai vedreste | poi insistevo
questo invisibile lavoro
che compare solo ad una certa | amichevole
disposizione di luce
ed ecco | aggiungevo | ora viene | dal rettangolo
gemello della finestra
un bel sole di primavera
e ve lo svela
(4 aprile 1996)
II
erano già ex immigrati in villette accomodati
o cetomedisti panzuti e clientele ossequiose
era già lavoro intellettuale a tempo perso
troppo carbonizzate quelle esistenze
di vite spossate e dalla fatica storpiate
muti i tormenti degli antenati defunti
indecenti da riferire i loro commenti
nulla più vedevano della città futura e se il puzzo dell’antica miseria trapelava
lo coprivano di retorica per loro falsa gloria
(6 luglio 2026)
Nota
Dal 1995 al 1998 fui coordinatore del «gruppo di lavoro per la storia di Cologno Monzese». Dagli appunti e documenti stralcio un passo del Bilancio di un anno di lavoro (ottobre ‘95-giugno ‘96):
Il Gruppo di lavoro si è riunito quasi mensilmente […] e ha visto la partecipazione di una ventina di persone in gran parte operanti nella rete dell’associazionismo locale.
In vari incontri assembleari e individuali col coordinatore si è proceduto a:
– delimitare il compito della ricerca: non scrivere la storia di Cologno, ma predisporre le condizioni minime per farlo;
– introdurre i partecipanti alla complessità della ricerca storiografica;
– mettere a fuoco la centralità (per Cologno) del problema dell’immigrazione nel trentennio ‘50-’80;
– fornire le prime indicazioni per procedere ad una raccolta di storie di vita (prima traccia d’intervista per temi-chiave, vademecum per la raccolta di storie di vita; vademecum per la raccolta di informazioni utili alla ricerca);
– sperimentare una raccolta di dati per settore (quella sulla scuola, per es., ha avuto risultati incoraggianti).
all’improvviso restringersi del mondo
in sterpaglia e cantieri nuovi prigionieri occhi cuori
voleri spenti corpi sfibrati di fatica
stemmo
ohi le sopracoperte a fiorami sulle brande
ohi le collezioni di tiepide bamboline nelle credenze a vetri
prigionieri poi nuotatori
trattennemmo nella muscolatura serrata
l’azzurro respirato dai nostri padri
(9 agosto 1993 | 3 luglio 2026)
Nota
Il titolo della poesia è il sottotitolo del libro Milano, Corea di Franco Alasia e Danilo Montaldi. La copertina ha l’immagine di Giuseppe Guerreschi, Donna di Milano, Corea, (part.) Olio su tela Galleria d’arte moderna, Milano.
“Di Cologno Monzese Montaldi si era occupato assieme a Gianni Alasia scrivendo Milano, Corea, un’inchiesta sugli immigrati pubblicata nel 1960. Preparava una riedizione del libro e mi scrisse per conoscerci e farsi mandare volantini e documenti. C’incontrammo nel novembre ’74. Mi donò poi Autobiografie della leggera e Militanti politici di base, mi mise in contatto con Alasia e mi consigliò di leggere Sara Lindman, Rapporto dal sottosuolo svedese, appena pubblicato da Einaudi”
(da Montaldi riletto nel 2006https://www.poliscritture.it/2021/04/12/montaldi-riletto-nel-2006/)
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