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Ripasso di un’illusione

di Ennio Abate

Pubblico  questo mio  “samizdat colognom n.5, settembre 1998 foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate”  per metterlo accanto al saggio di Giulio Toffoli (qui) e all’articolo di Lorenzo Merlo (qui) . L’intenzione è fare il punto – ammesso che sia possibile – su cosa sentiamo-pensiamo delle guerre  e dei massacri in corso, che continuano, si estendono, non hanno che pause  provvisorie. Rileggendomi, non mi dà alcuna soddisfazione aver capito e polemizzato  già allora con le posizioni ambiguamente revisioniste e da sessantottino pentito   di Erri De Luca, oggi al centro di  polemiche  che mascherano disastri forse irreparabili di  tutta la cultura di sinistra (anche comunista). Anzi non credo neppure che possa  valere il messaggio di resistenza minima che allora  esprimevo.  Oggi, nel 2026, siamo stati tutti ricacciati sempre più  – dal 2022, inizio della guerra in Ucraina;  e poi, dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele, la distruzione di Gaza,  il genocidio dei palestinesi,  l’attacco USA-Israele all’l’Iran, la recente invasione israeliana in Libano – nel silenzio o in una denuncia  che nulla smuove. [E. A.]

“La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo
ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle

Giovedì 17 settembre [1998] a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato Miljencko Jergovic e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.
Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).

Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia! Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (Jergovic) o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj (da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.
Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.

Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra  ninna nanna e i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). E, perciò, sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente  – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!

  • Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.

Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel complice pubblico (intellettuale, ovvio! chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra ;e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione.  Un brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro soltanto giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa  Valle (globalizzata) di lacrime.
Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo. Siamo in un paese che ha avuto pensatori come Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?

  • Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa (a fare cosa?).

E’ un rimprovero serio?  E va rivolto solo agli intellettuali (di professione)? La critica vera da fare agli intellettuali, più o meno prestigiosi (Bobbio in primis), e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi  dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud, che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli. Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico. Perché la guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania o del Vaticano o dell’Europa o degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi qui da noi. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. E non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”). E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella  nel Golfo Persico  lo Stato italiano aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua – (dirò poi perché) – azione simbolica  del volontariato.

  • Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause dicibili, in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia, è stato quasi zero.

Una ricerca in talsenso è stata evitata o tenuta ai margini o condotta in modo reticente o dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o una chiacchiera poco generosa. Altri  hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o che resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio  da noi si è associata gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano,[1] Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstoj[2] e il giovane  Jergovic. Essi non  «si misurano» con la guerra  endemica  tra i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. Loro «si misurano» col Destino, il Mistero, l’Indicibile. Chi  chiarirà, dunque, più almeno le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette  della guerra giusta e della pace ideale?

  • Lo scrittore impegnato oggi dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte queste oscurità dicibili della storia contemporanea.

Lascio perdere  i grandi scrittori di un passato oggi ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si potrebbe pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno così com’è oggi proposto: la scrittura impegnata è ridotta ad autoterapia;  il volontariato (degli «italiani del Nord» – precisazione sintomatica di De Luca) – è azzoppato in partenza. Mi spiego meglio: una parte della scrittura (o letteratura) del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht. Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare  intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo». Ben vengano i mille diari della scrittura autoterapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei ghetti e nelle prigioni o nei manicomi e nei bassifondi e ha  scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano.  Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a limitazioni da medioevo oscurantista o stalinista e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. Il fatto è che in prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre]. Jergovic e De Luca non sembrano essere di questa spregevole o svagata truppa. Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia»,  senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza (Come il volontariato di cui dirò poi). Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?Ci parlino di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto) l’uomo (un brav’uomo!). E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti». Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti  cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi. Chissà quante illlusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).

  • Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno ridotto a supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).

Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli. Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica). Cari amici cattolici, dichiarati o di fatto, non illudetevi troppo sull’amore che vi ispirerebbe.  La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti ed è anzi ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi  riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo. Leggete qui di seguito:

… è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo.Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…

E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove.[3]

(R. Rossanda, Gratuità a Montegiove,  il manifesto 19 ag. 1998)

Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia non contro il volontariato ma contro quest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegno. Le energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione? Inoltre questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del Potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il Potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti. La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni sociali  negati fa acque da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente in alto i Potenti, che sono i Custodi della Diga, ne aprono altri cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania. Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore Jergovic  vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori. Meglio allora alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio cattolicamente) l’impotenza umana? Ora, se non ci restasse che testimoniare, facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle tragedie. Un consiglio allora a scrittori e lettori:  Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.[4] (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)

COLOGNO MONZESE 22 SETTEMBRE 1998

Note

[1] Per De Luca le guerre  non si fermano. La rivoluzione russa non fermò la prima guerra mondiale? Sì, ma – lui subito obietta – poi è seguita la guerra civile,  lo stalinismo, i gulag.Ecco il catastrofismo a senso unico dei buonisti.

[2] Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile!  Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile, no! Lasciamolo fare a certi  preti. e a certi intellettuali Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente. O che se le smazzi Dio. O la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani  alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).

[3] E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti».

[4]  Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e improgrammabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»

Smarrimenti

Narratorio  (da un appunto del 9 luglio 1980)

di Ennio Abate

Le strade? Ma sono fatte per smarrirsi. [Il prof] sotto sotto lo sapeva. E ce l’aveva forte il bisogno di smarrirsi. Da quando? Fin da ragazzo. Qualche precedente lo ricordava. Allora, per le strade che bazzicava, automobili quasi non ce n’erano. C’erano ancora le carrozzelle tirate da cavalli. E le filovie. Lentissime. Poteva smarrirsi solo a piedi. Da solo, per i vicoli della città di mare. Poteva essere un gioco. Si staccava temporaneamente dagli amici e cercava di spiare volti e corpi di gente mai vista. Rischiava poco. Prima o poi spuntava nelle strade che ormai conosceva bene.

Ma ora ripeteva quel gioco?

Ho imboccato l’autostrada per Venezia, invece di quella per Torino. Per sbaglio, avrebbe poi detto ai colleghi impegnati nella correzione dei compiti della maturità arrivando in ritardo. Calma navigazione un po’ spazientita loro. Agitazione da colpevole la sua.
Ma cosa aveva rischiato?
Scusi, come faccio adesso? Faccia il biglietto ed esca ad Agrate. E poi? Tornerà indietro. E poi, tornando indietro e accorgendosi che aveva sbagliato anche la strada, che – s’era subito immaginato – l’avrebbe riportato in fretta su quella giusta o abbastanza nota?

Balla no, se ha cominciato! Anche se non sapesse ballare. Esca a Pero, allora. E vada verso Milano. E adesso? Chieda per Corsico. E perda queste due ore a girare. Come un matto che non riconosce cosa sta facendo? Certo, non aveva deciso d’imparare a smarrirsi? Cosa vuole da noialtri? Ci dovremmo commuovere per il suo finto coraggio? O per il dubbio che adesso l’assale? Dovremmo capire a volo dal suo sguardo che ha bisogno di aiuto? E se l’aspetta ancora da noialtri? Ma in che mondo vive?

Un gioco. Sfarfallare di strade davanti a lui, che la cartina della città non l’usava mai. Non la portava neppure con sé in auto. Perché gli piaceva muoversi a naso. Un’indicazione minima quando partiva. Un’occhiata là ad un incrocio. Una domanda ad alta voce – rallentando e: scusi, sa dirmi… – a un vecchio che passeggiava col cane sul marciapiede. Giù sull’acceleratore in quel sottopassaggio. Brusca frenata al semaforo inatteso. Poi, però, di botto l’ansia lo prendeva. Perché si era sperduto davvero. Ma dove sono? Non riconosceva neppure uno squarcio di paesaggio già visto in viaggi precedenti. E sentiva il cervello che iniziava a paralizzarsi. E, quando s’accorgeva anche di aver sempre meno benzina? Sì, nel serbatoio, ma anche nel cervello. Dai, che torna il bambino che trattiene dentro la paura e non poggia più sulla roccia abituale.

Ma non potevi studiarti bene il percorso? Non potevi informarti con metodo prima di partire? Che fai? Che faccio? Aggrappati a quelli che ti capitano. A questo alto che ha una faccia fredda da delinquente o da poliziotto? A questo che mi sbriga laconico con un non saprei? A questa vecchietta svagata o intontita che neppure si gira? Insisti.

Un’opinione sulla poesia

PER LEGGERE CLICCA

QUI

La ragazza dei preti + Le Gioie dell’educazione cattolica

 

 

 

 



da  Tabea Nineo. Grafismi. Pitture. Riflessioni.(qui)

Lamento per la politica ridotta a propaganda

cronache dalla periferia

di Ennio Abate

Leggo e rileggo sulle pagine FB di Andrea Arosio e di Andrea Brunello interventi e commenti sulle «politiche giovanili» e sulle «politiche della sicurezza» a Cologno.

La discussione è bloccata in un braccio di ferro(inevitabile) tra chi sostiene che «le politiche giovanili non possono convivere con una linea securitaria» (Morris) e chi nega che a Cologno vi sia «una stretta securitaria»(Arosio). Tra chi critica gli «sceriffi a Cologno Monzese» (Brunello) o il «divieto di consumare bevande alcoliche nei parchi» (Cambia) e chi giustifica (Arosio). Tra chi ricorda che «non solo i giovani delinquono» (Zemella) e chi è convinto che «i giovani[…] sono cambiati in peggio » (Meroni), mentre – par di capire – gli adulti sarebbero sempre gli stessi o migliori.
Che disperazione.

Chiedo ai promotori della Consulta Giovani: ma quali sono i bisogni dei giovani di Cologno. La Consulta Giovani li conosce, li ha indagati? [1] Nessuna risposta. Figuriamoci se gli chiedessi: e perché pensare ad uno spazio solo per i giovani e senza gli anziani? Se poi proponessi – l’ho fatto da decenni – un’inchiesta sulla condizione sociale a Cologno, perché la città è cambiata e non la conosciamo, la risposta è: “macché, volete fare gli intellettuali?parlare dei “massimi sistemi”? Noi siamo pragmatici!”

E i “pragmatici” vivacchiano a Villa Casati con la loro visione stereotipata dei giovani (“vogliono solo divertirsi e facciamoli divertire ma nei nostri “spazi giovani” ) e degli anziani (“non vogliono essere disturbati di sera da chi fa baldoria e bisogna accontentarli e convincerli che noi pensiamo alla loro sicurezza”). Propaganda e strizzatine d’occhio.

Ma pensiamo al “bubbone” del caso Brasacchio nel centro destra e al “foruncolo” diventato pur esso “bubbone” del caso Morsilli- Cetrullo nel centro sinistra. C’è da mettersi le mani nei capelli: per le reticenze, i silenzi, le “spiegazioni” da arrampicatori sugli specchi.

E ancora. Avete provato a seguire (magari on line) uno solo dei consigli comunali? Soltanto io li trovo smorti, ingessati e a volte pomposamente teatrali? E sbaglio a dire che la pubblicità autoriferita delle iniziative pubbliche del sindaco e dei vari assessori (ovviamente di questa e della precedente giunta Rocchi) è fastidiosa, tronfia e a volte infantile?

Infine, avete provato a ragionare con l’assessora alla Cultura o con il segretario cittadino del PD di storia recente (cioè sugli anni ’70 ridotti con disinvoltura dall’Amministrazione a “anni di piombo”)? Io sì. [2] O non rispondono o, se lo fanno, ad un certo punto non rispondono più.

Dove sono a Cologno le energie per pensare non dico alla costruzione di una nuova polis, ma onestamente e non propagandisticamente? Non si sa. Forse non si uscirà mai dalla colognosità.

Non resta che criticare? E critichiamo.

Note
[1] https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/7368253243278618?locale=it_IT
[2]
https://www.facebook.com/loredana.manzi.121/posts/pfbid02VR6ELQk7YBb9weE2DNU2aEp1gu9HBvfBRmC5ZkKzsMvxcq5tt87tsCTAMLuJYQDDl?locale=it_IT

https://www.facebook.com/groups/colognom/posts/26595233816820606?locale=it_IT

APPENDICE

UN GIOVANE DI COLOGNO: D. G.
Riordinadiario

28 aprile 1992

Uno dei milioni di ragazzi di periferia. Viveva il suo periodo di odio e di onnipotenza. Il suo sogno di diventare aviatore dove se l’era costruito? Come aveva fatto a costruirselo? Eppure è dallo squallore della vita in famiglia che vengono concimati i sogni più vaghi. È nei cessi, nelle stanzette di mobili in serie che disteso sul letto, in pomeriggi afosi o in serate nebbiose, senza voglia di fare i compiti di scuola che lui abbozzò il suo sogno. E lo abbelli e se lo tenne a lungo segreto, senza preoccuparsi dell’imminente bocciatura.
Poi un giorno si decise e passò direttamente dal sogno al tentativo di prepararsi – da privatista – per conquistarsi quel diploma di tecnico aeronautico. S’informò presso una scuola privata. Gli diedero i programmi e si costrinse a diventare una macchinetta per superare l’esame.
Mandò a memoria quello che poteva da solo. Si pagò un prof per farsi dare delle lezioni private in italiano e in storia, dove si sentiva impreparato.
Inutilmente il prof cercò di frenarlo, di rallentarlo, di farsi guardare negli occhi, di mostrargli qualcosa del resto del mondo.
D. disprezzava il padre morto, che era stato lui pure prof e che in classe – si diceva – picchiasse i ragazzi senza che qualcuno osasse denunciarlo; il fratello maggiore, studente in ingegneria e – di domenica mattina – solerte testimone di Geova; la madre, che lui accusava di preferirgli il fratello. Disprezzava le ragazze “tutte sceme”. E i coetanei che volevano “solo divertirsi”. E anche i versi della Commedia di Dante, che cercava di inghiottire giù, a memoria, senza capire cosa significassero e a cosa potessero servirgli.
L’esame gli andò male. Allora l’odio si concentrò sul fratello e sulla madre. Restava fuori casa più che poteva. Trovò per alcuni mesi un lavoro di pony-express. Andava in moto per le strade trafficate di Milano ubriacandosi di smog e scarichi di benzina.
Di tanto in tanto, inaspettatamente, si ripresentava a casa del prof che gli aveva dato lezioni di italiano e storia.
Parlava sempre in modo meccanico. Raccontava alcune delle sue ultime disavventure. La voce gli si strozzava. Il corpo s’irrigidiva appena il discorso sfiorava fratello e madre: “con quelli là io non ci parlo e non ne voglio parlare”. Si convinse a riscriversi al serale. Non voleva, però, che madre e fratello sapessero che, prima di deciderlo, si era consultato col prof.

20 maggio 1993

Cologno. D. G.

E. F., mio vicino, ieri sera mi ha dato la notizia attendibile che D. è morto. In strada, mentre faceva acrobazie sul motorino incitato da altri giovani. È caduto a testa indietro e un camion che sopravveniva l’ha travolto. La sua autodistruttività. Ricordo l’ultima visita. Se n’era andato, infastidito dai miei richiami alla realtà e dalla bruschezza con cui avevo cercato di fargli intendere la gravità del suo stato psichico. Mi aveva detto che non si sarebbe più fatto vedere.

Romano Luperini e l’incompiutezza del Sessantotto

Su Romano Luperini (2)
Due ricordi e qualche spunto di ricerca

 

di Ennio Abate

Questa è la versione estesa dell’articolo che, con il medesimo titolo, è stato pubblicato  il 26 aprile 2026 su Sinistra Sindacale (qui).

Inizio questo scritto con due ricordi.
Primo ricordo. Gli ultimi decenni di vita di Romano Luperini sono stati segnati dalla malattia e da numerosi ricoveri per interventi chirurgici.[1] In questi passaggi da una clinica a un’altra, – così mi scrisse nel 2012 – «per combattere l’insonnia feroce», compose una manciata di versi – (per modestia li chiamò «versicoli») -, intitolandoli «Poesie. Reparto di oncologia». Di essa riporto questi:

Le stagioni

Dopo i rulli dei tuoni
nel trambusto del cambio turno, all’alba,
sui cornicioni scroscia la pioggia.
Da una clinica all’altra
ho sentito passare le stagioni
senza sentire sulla pelle l’aria,
la brezza della primavera, il solleone d’agosto.
Ora è l’autunno, e fosse solo suono e concetto,
non lama, non scalpello!

Il secondo ricordo è la testimonianza dell’ultima visita di Luperini  a Franco Fortini ammalatosi e poi deceduto nel 1994:

Tornavo dall’estero e dall’aeroporto di Milano mi sono fatto portare a casa sua in taxi. Sapevo della gravità della sua malattia, delle due operazioni che già aveva subito. Sulla porta mi abbracciò. Con gli anni era diventato assai meno rigido e duro, e addirittura si mostrava con me, nonostante qualche inevitabile urto, veramente affettuoso.
Mi apparve più magro e più bianco. Ma parlava come sempre, lucido e inarrestabile. Stavo per partire per il Canada e non sapevo se l’avrei mai più rivisto. Eppure ragionammo di cose da fare, di libri usciti, di articoli che avrebbe scritto per “Allegoria”. Richiesto, accennò alla propria malattia, ma con distacco e consapevolezza, evitando i particolari e qualsiasi indulgenza per aspetti che avrebbero potuto sembrare patetici. Pensai per un attimo al suo ribrezzo per la scompostezza e per la visceralità, e a quanto aveva dovuto ferirlo, anche dentro, nel buio dell’inconscio, quel tipo di male. Ma subito mi distrassi: la sua voce mi chiamava ad altro
.[2]

Se, come ha sottolineato Emanuele Zinato su Jacobin, «nell’ultimo ventennio del secolo [Luperini] si è trovato davanti alla vittoria del Capitale, che ha spazzato via i legami sociali e l’agire collettivo di tutto il ciclo di lotte del Novecento e che non ha risparmiato l’università e la scuola, rendendole sempre più servili e simili a un’azienda»,[3]  non dovrebbe stupire l’avere messo in primo piano due momenti che rimandano al dolore, alla fragilità della vita , alla necessità di «guardare in faccia il “biologico”, l’“irrazionale”, l’“inconscio” [per] dargli luogo nella nostra prospettiva [politica]». [4] Si tratta – diceva Franco Fortini  – di aspetti di «un ordine di verità, che non si risolve nell’ambito dell’ideologia politica del movimento operaio»;[5] e che Luperini ha sempre tenuti presenti: sia nei momenti più intensi della sua partecipazione alla vita politica e letteraria dell’Italia del secondo Novecento e ancor più  nella fase estrema della sua vita.

Militante[6] e studioso formatosi con Luigi Russo e Sebastiano Timpanaro, Luperini esordì con studi sulla narrativa di Verga («Pessimismo e verismo in Giovanni Verga», 1968), rompendo con lo storicismo progressivo della cultura di sinistra del dopoguerra.  Proseguì con ricerche d’impostazione marxista  sugli scrittori vociani e su Montale, Tozzi, Pirandello, Fortini e Svevo, ma sempre in aperto confronto con le correnti più significative del pensiero novecentesco, dallo strutturalismo alla psicoanalisi all’ermeneutica. Fu fondatore e direttore di riviste letterarie[7] e professore di Filologia e critica letteraria per quarant’anni all’Università di Siena.[8]  E, infine, a partire dal 2002, fu narratore.[9] 
A metà strada fra impegno politico e impegno su temi esistenziali e antropologici sta  «L’incontro e il caso» (2007),  una profonda analisi tematica dei testi dei grandi narratori europei tra Otto e Novecento; per Zinato «forse il suo lavoro più ardito» e, secondo me, punto di svolta nella sua produzione e preludio alla riscoperta, non a caso  in coincidenza con la crisi della funzione di critico letterario  come l’avevano praticata i suoi maestri e lui stesso, della sua vena narrativa.  Tanto che mi sento di dire che, come in questo libro complesso e originale Luperini ha teorizzato che   dopo il 1848 nella  letteratura borghese evapora l’esperienza e si privatizza il concetto di destino, qualcosa di simile  accade anche
per la sua scrittura. Con un avvitamento verso il  tragico di un  «composita solvantur»  di un’intera cultura ,che l’accosta ancora più ai suoi due  dichiarati e pur tra loro dissonanti maestri: Sebastiano Timpanaro e Franco Fortini.

 Nelle tappe di questo percorso fatto di opere e di scelte – dalla tesi su Verga alla partecipazione ai moti del Sessantotto, dalla carriera di docente universitario e critico letterario alla riemersione nella narrativa del lato esistenziale –  mi pare possibile  suggerire un filo unitario, che  mi pare distingua Romano Luperini dagli intellettuali “universali” della tradizione.  E l’ho colto proprio in un suo breve saggio del 1986, «La lotta mentale. Per un profilo di Franco Fortini», dove Luperini  coglieva nitidamente le differenze di fondo tra Fortini – poeta dell’inibizione, del controllo formale e del distanziamento critico –   e Pasolini – poeta dell’esibizione, della visceralità e dell’eccesso vitalistico.
Ebbene, a me pare che Luperini sia stato l’intellettuale che più si è dibattuto tra le due polarità o personalità , da lui così ben rappresentate.

In politica, differenziandosi da Fortini, ha tenuto  salda una  critica radicale al  terzinternazionalismo, difendendo anche nell’ultimo libro scritto assieme a Beppe Corlito, la spinta libertaria e utopica del Sessantotto.[10] In campo letterario si è mosso tra il rigoroso materialismo timpanariano e il marxismo critico di matrice adorniana e fortiniana, senza però ma trascurare – altro aspetto di  ricchezza e inquietudine della sua ricerca –  “lo spettro della psicanalisi».[11] Mentre nel campo dell’insegnamento ha individuato nella scuola un luogo di resistenza “gramsciana” alle – come si dice oggi –  “derive neoliberali” in vista di un  “ampliamento della democrazia”, con  un’ attenuazione della interrogazione in Luperini  ben presente sull’essere comunisti a favore di una interrogazione – più realistica o  più rassegnata? – sull’essere democratici.[12]

Nella vicenda biografica, politica e letteraria di Romano Luperini  sono presenti contraddizioni evidenti ma fertili: tra ricerca teorica e pratica politica, tra militanza e ruolo istituzionale, tra analisi critica e scrittura narrativa. Egli è stato certamente «il catalizzatore delle potenzialità altrui, il suscitatore di destini» (Pietro Cataldi, 12 aprile 2026), ma conservando una componente inquieta e tentata dal tragico,  corroborata  da una sintonia esistenziale e materialistica con la grande lezione di Verga (e Timpanaro) e in irrisolto contrasto con la sua partecipazione al ’68. Si può, dunque, parlare di una incompiutezza del Sessantotto che si riflette nel travaglio e nell’opera di Luperini, soprattutto se lo si confronta con Fortini e Timpanaro, i maestri da lui scelti? A me pare di sì. O almeno questa è la mia ipotesi che guida la mia riflessione  su

 

Note

[1] Andrea Cortellessa, commemorandolo, ha ricordato che «un’operazione alla carotide gli aveva deformato la bocca e rovinato la voce».(Il manifesto, 12. 4. 2026)

[2] https://www.poliscritture.it/2023/09/30/se-tu-vorrai-sapere 

[3] https://jacobinitalia.it/romano-luperini-l-eredita-di-un-maestro/

[4] F. Fortini, Un mezzo litro dopo «Sussurri e grida», in Disobbedienze I, pag. 51, manifestolibri, Roma 1997

[5] F. Fortini, idem, pag. 50

[6] Nel 1965 fondò a Pisa la rivista Nuovo impegno e  partecipò attivamente alla contestazione del 1968, finendo  per tre mesi in carcere nella primavera di quell’anno. Fu prima nel Potere operaio pisano con Adriano Sofri e Luciano Della Mea, poi nella Lega dei Comunisti, più tardi nella direzione del Quotidiano dei lavoratori e, dopo la fine dell’esperienza di Avanguardia Operaia nel 1976, fu dirigente di Democrazia proletaria.

[7] «L’ombra d’Argo» negli anni Sessanta, «Allegoria», che aveva come sottotitolo «per una teoria materialistica della letteratura» negli Ottanta, «Moderna» alla fine dei Novanta. Collaborò anche con «L’Immaginazione», edita a Lecce; e poi con «L’ospite Ingrato» del Centro Studi Franco Fortini di Siena.

[8] In questo campo vanno ricordate le sue opere:  Il Novecento (1981), L’allegoria del moderno (1990), La scrittura e l’interpretazione, in collaborazione con Pietro Cataldi (1999), Breviario di critica ( 2002),  Tramonto e resistenza della critica (2013).

[9] Con «I salici sono piante acquatiche», cui seguirono «L’età estrema» (2008), «L’uso della vita» (2013), «1968» (2014), «La rancura» (2016) e «L’ultima sillaba del verso» (2017).

[10] Romano Luperini e Beppe Corlito, Il Sessantotto e noi. Testimonianza a due voci, Castelvecchi, 2024

[11] Michele Ranchetti , Scritti diversi III , Edizioni di storia e letteratura, Roma 2000

[12] Si veda l’attività, iniziata, dal 2012, del blog «La letteratura e noi», da lui diretto. Ma mi permetto di rimandare anche alla mia  critica all’ultimo suo libro, «Il Sessantotto e noi» (2024), scritto assieme a Beppe Corlito (qui) ,  tanto più sofferta  perché non c’è stata più la possibilità di  confrontarmi direttamente con lui.

 

 

Su Romano Luperini (1)

di Ennio Abate

Ho seguito per decenni, assieme al lavoro di Fortini, quello di Romano Luperini. Sono stato abbonato quasi dall’inizio a due delle riviste da lui fondate e dirette: L’ombra d’Argo e Allegoria. E ho avuto  con lui anche scambi di mail intensi e fiduciosi tra 1997 e 2002 e poi vari momenti di collaborazione. Con la ripubblicazione di questo articolo del 2007, comparso in quell’anno sul vecchio sito di Poliscritture, ora non più accessibile, comincio un mio ripensamento della sua figura, partendo dai saggi o dalle opere sue che ho letto. E, per ora, senza alcuna preoccupazione di sistematicità o di completezza. [E. A.]

L’INCONTRO E IL CASO  di Romano Luperini (Laterza 2007)
Sotto il dominio del caso. Questo il destino dell’uomo occidentale?

Il tema dell’incontro con l’altro  – quasi sempre tra un uomo e una donna e spesso confinato nell’immaginario o scontro dissimulato – è al centro di questo libro.

Luperini ne studia la presenza e la funzione narrativa in undici opere, veri monumenti del grande romanzo borghese sviluppatosi nei «paesi industrializzati dell’Europa dell’Ovest» (p. 10) nel periodo che va dal primo Ottocento al 1922 circa, da lui definito «della piena modernità e della svolta modernista, contrassegnato dal fallimento della rivoluzione democratica del 1848» (p. 8). Solo rapidi cenni sono dedicati (per ora) al resto del Novecento, per cui il baricentro del saggio è, di fatto, dentro la storia europea che precede l’avvento dei fascismi. In ordine di trattazione troviamo capitoli riguardanti Manzoni, Flaubert, Maupassant, Svevo, Proust, Musil, Verga, Joyce, Pirandello, Tozzi e Kafka.

La tesi dell’autore è precisa ed unitaria: in questi scrittori si coglie limpidamente il passaggio dalla narrazione alla descrizione (formula accolta da Lukács); e il tema dell’incontro (il particolare), agli inizi reale ed essenziale perché inserito «in un progetto o in una parabola» (l’universale), diventa sempre più momento inessenziale di «una esistenza ridotta a sperpero di atti minuti e casuali» (p. 8) che  si smaterializza o evaporata in epifanie o in allegorie.

Ad esempio, tanto sono «di necessità assoluta» (p. 13) gli incontri tra Lucia e l’Innominato nei Promessi sposi di Manzoni o, prima, di  Isacco e Rebecca nel libro biblico della Genesi (p. 12) o quelli (con Paolo e Francesca, con Farinata, con Ulisse)  della Commedia  di Dante, tanto non lo è più l’incontro in riva al mare di Leopold Bloom con Gerty MacDowell nell’Ulisse di Joyce, specie se confrontato con il faccia a faccia fra Ulisse e Nausicaa (p. 11) nell’ Odissea.

Si passa, dunque «dall’esperienza dell’incontro all’incontro come fine dell’esperienza» (p. 9), col risultato di «un distacco dalla realtà che porta con sé una impotenza alla significazione» (p. 22). E si tratta di un fenomeno generale, rintracciabile nel romanzo, nella novella e pure nella lirica: À une passante di Baudelaire è l’archetipo del «tema moderno dell’incontro con una donna portatrice di una inquietante seduzione erotica», al quale si rifanno a cavallo tra Otto e Novecento i romanzieri e gli scrittori di novelle (p. 25).

Questo processo – una parabola discendente -, che investe il tema dell’incontro, segnala per Luperini la nascita di una «nuova antropologia»: la «fiducia nella libertà e nella responsabilità dell’uomo, nella sua capacità di confrontarsi con l’altro» viene meno e il romanzo testimonia la nascita di un uomo «sempre più dipendente da pulsioni inconsce e dal potere del caso» (p. 11) e, perciò, incapace «di incontrarsi, di dialogare, di trasformare l’interlocutore e di poter conoscere e dominare il mondo» (p. 33). Per Luperini questo tipo di uomo è un esito storico, è il «destino dell’uomo occidentale».

Il saggio offre, dunque, un quadro sostanzialmente negativo e tragico della storia (europea). E anche se viene ribadito il rifiuto delle filosofie deterministiche e nichiliste e Luperini presenta questo processo come «una spirale che può ritornare su se stessa» e non un moto «unidirezionale e rettilineo» (p. 33), il vero emblema che domina il suo saggio è la figura kafkiana dello «spettatore impotente», considerata «ancora tragicamente attuale» (p. 34).

L’incontro e il caso è un ottimo esempio di  buona critica letteraria. Svolge, infatti, in modo chiaro un discorso complesso, compatto e d’ampio respiro; ed è rigoroso nelle argomentazioni, profondo e fine nell’applicazione degli strumenti storici, antropologici e psicanalitici all’analisi dei testi. Una rarità oggi.

Eppure, per salvaguardare i meriti di questo libro, credo che si debba metterne in discussione il suo cuore: la visione tragica, particolarmente affascinante e tentatrice in quest’inizio secolo, che continua a smantellare nella cronaca e nella storia ogni idea di Ragione, di Progresso, di Socialismo e di Comunismo.

Nessuna pretesa di contrapporgli una prospettiva “positiva”. Siamo, infatti, ancora tutti troppo prigionieri dei fallimenti storici del Novecento. Si tratta soltanto di affiancare al suo discorso critico che, pur «privo di garanzie», appare a prima vista quasi irrefutabile, delle obiezioni, che partono da una scommessa di segno leggermente diversa e si muovono in bilico tra alleanza e dissenso con la sua impostazione tragica:

1.
Non credo che si possa parlare di «destino» né di «uomo occidentale». La storia è andata com’è andata, ma c’entrano proprio gli uomini e non il destino. E tra gli uomini occidentali ci sono stati, e ci sono ancora oggi, gli spettatori impotenti (e spesso vittime) e i potenti e aggressori. Sarebbe bene non mescolarne le vicende in un’unica storia “occidentale”, quella dei vincitori, e proteggere la verità (o le piccole verità) di quelle dei vinti. Chiederei, insomma, un supplemento d’indagine sulla storia ferocemente conflittuale scaturita per l’ambivalenza della modernità, che qui Luperini dà invece per conclusa; e cercherei altre tracce piccolo borghesi o proletarie lasciate sia nei documenti ma anche in monumenti non canonici o esclusi dal grande canone europeo.
Ci sono stati, infatti, eventi e movimenti nella storia europea che sono andati in controtendenza rispetto ai fenomeni che inducono Luperini a parlare di «nuova antropologia» e di trionfo della «cultura della vita privata». Della rivoluzione borghese del 1848 qualcosa di fecondo rimase. E, se non per noi europei, per i popoli dagli europei poi colonizzati, che a valori della rivoluzione borghese si richiamarono per emanciparsi. Certo, dopo quel 1922, che è il termine del periodo esaminato da Luperini, abbiamo avuto i fascismi. Ma ci sono state anche le Resistenze e le lotte anticoloniali. E queste, anch’esse sconfitte o aggirate come la rivoluzione borghese del 1948 o le successive rivoluzioni socialiste, animano ancora oggi lotte solo in apparenza incomprensibili o estranee all’Europa.

2.
Non sono convinto che il modernismo costituisca davvero «uno spartiacque […] assai più decisivo e radicale di quello segnato dal cosiddetto postmoderno nella seconda metà del Novecento» (p. 319). Il postmoderno ha molte facce. Non è riducibile solo a quella ilare, ottimistica e cinica. In altri termini, non credo che si possa affermare che «il destino dell’uomo occidentale, quale era stato avviato un secolo prima dalla rivoluzione industriale, si [sia] deciso in quegli anni» (p. 319). Forse si sta decidendo ancora oggi.

3.
Fondamentale mi pare la domanda, che – suppongo – molti lettori de L’incontro e il caso si sono fatti e che Luperini stesso riprende nelle conclusioni del libro: «E dopo?» (cioè dopo il 1922).
Se essa, però, non fosse un punto di partenza per nuovi interrogativi, il suo saggio resterebbe un riepilogo – serio, senza sbavature o concessioni – della cultura borghese europea e una sorta di nobile testamento della sua tragica fine.
Paradossalmente e contro le false evidenze costruite dal revisionismo storico, mi arrischio a dire che il senso tragico di questo libro potrebbe essere corretto con la continuazione della ricerca su quel resto del Novecento per ora non trattato e che, a prima vista, si presenta come una notte buia dopo il languido ottocentesco tramonto borghese.

4.
Metterei anche in discussione la scelta della tipologia di incontro con l’altro qui studiata. Gli incontri o i mancati incontri trattati dai grandi romanzieri borghesi avvengono, in effetti, tutti nella sfera privata.
Nessun dubbio che essi, pur lasciandola sullo sfondo, parlano – metaforicamente o per metonimia – anche della condizione storica del loro tempo e di una condizione umana in generale; o che, essendo le loro opere degli indiscussi monumenti e non meri documenti, il critico della letteratura debba privilegiarle e studiarle con apposita strumentazione.
Resta però un fatto: l’orrore storico, quello vissuto dai molti, non è la stessa cosa dell’orrore, che i romanzieri borghesi hanno letto individualisticamente e presentato in modi obliqui e allusivi.
Il monumento (il grande romanzo), per quanto esteticamente eccezionale, non sostituisce (e non esaurisce) le verità che possono trovarsi nella realtà (e, in parte, nei documenti che ci restano). Spesso poi nei documenti ci può essere un certo tipo di altro, che nei monumenti non è rientrato o non può rientrare. Anzi, talvolta, lo stesso splendore delle grandi opere può agevolare la messa tra parentesi dell’«orrore storico» e distrarre dalla sua non semplice indagine e comprensione.
Né vanno dimenticate le rimozioni operate dagli stessi grandi scrittori. C’è sempre da sospettare (una volta lo si faceva!) della connivenza e complementarità tra «cultura della vita privata»  e cultura della vita pubblica. La loro attenzione alla vita privata, soverchiante e unilaterale, è anche accettazione, sopportazione (di fatto) dell’«orrore» su cui si regge  quella pubblica borghese. Un critico non può trascurarlo. Ed allora – mi dico, sapendo di scandalizzare qualcuno – è assurdo ipotizzare che, prendendo le distanze dalla vita pubblica o venendone emarginati, si riduce anche il valore estetico delle loro opere e non solo quello documentario, a cui l’arte – si sa – non è strettamente obbligata?

5.
Questa ipotesi ha un senso. A meno di non sostenere che la grandezza estetica delle opere debba chiudere la bocca a noi tutti. Oppure, che la loro grandezza nasca proprio dall’accettazione dell’orizzonte privato come destino. O ancora, che l’insistenza di altri scrittori – lo stesso Luperini offre gli esempi di Levi e Fenoglio, ma per il Novecento numerose potrebbero essere le aggiunte, credo…- nel confrontarsi direttamente con la storia e a trattare l’incontro con i molti, invece che l’incontro con la donna, – e, perciò, ad intendere l’altro in tutta la sua complessità sociale e storica – si svilupperebbe solo in straordinari periodi storici (la Seconda guerra mondiale, la Resistenza) e abbia avuto una resa estetica meno “monumentale” e, tutto sommato, secondaria.

6.
Mi si potrebbe accusare di fondare il mio ragionamento “antitragico” più sull’orrore storico che sulla bellezza artistica. Ma in realtà chiedo solo di guardare meglio, senza trovare alibi né nei monumenti né nei documenti, nell’ oscura realtà di quello che, per convenzione, diciamo «orrore storico».

7.
Non ho le competenze per dire che, esaminando il tema dell’incontro su altri testi dello stesso periodo studiato da Luperini o sui testi del periodo successivo al 1922 (che so, dei futuristi, dei surrealisti, delle avanguardie, del neorealismo), la lettura del “destino” dell’uomo occidentale da lui proposta possa vacillare.
Credo, però, che in tutto il lungo Novecento, sia possibile interrogare vari scrittori che hanno rifiutato la rigida divisione tra privato e pubblico e hanno fatto emergere una possibile dimensione comune, dove privato e pubblico non siano separati o del tutto contrapposti, ma appaiano quantomeno contigui e più fluidamente intrecciati che nel grande romanzo borghese.

8.
Un’ultima obiezione riguarda il residuo di marxismo ancora operante in questo libro. Credo che per L’incontro e il caso si debba parlare di un crescente peso nella ricerca di Luperini della componente psicanalitica e antropologica (Cfr. i riferimenti a C. Taylor, a Freud, ad Orlando) rispetto alla lezione marxiana, più in primo piano nella sua precedente produzione e che qui pare circoscritta ad alcuni autori (Adorno, Lukács, Benjamin), con un evidente ridimensionamento degli apporti marxiani più sociologici e una (sorprendente per me) assenza (di fatto) di Fortini, pur suo maestro riconosciuto.
Le citazioni dell’ultimo Lukács («L’unica ontologia accettabile […] è quella dell’essere sociale» (p. 34) o di Adorno («esiste civiltà solo dove si può essere diversi senza paura» (p. 35) e la rielaborazione che Luperini è andato svolgendo, sulla scorta di Benjamin, negli ultimi decenni sul «discorso allegorico», gli permettono ancora  di parlare del letterario «per parlare di altro» (p. 36). Ma questo altro, a cui allegoricamente si accenna, sta sul «vuoto». E sul vuoto non si costruisce. Da qui il senso di una mancanza, che potrebbe far scivolare la sua nobile e seria visione tragica verso il “tragicismo”. Dall’allegoria vuota dobbiamo uscire. Questa è la vera scommessa per tutti.

 

NON CI SIAMO PROPRIO. Riflessioni sul caso  Brasacchio

Colognosità

 

di Ennio Abate

No, non si tratta soltanto di figuraccia del sindaco Zanelli  o di giornalisti manipolatori stile iene. Negli ultimi giorni abbiamo avuto un’altra dimostrazione della mediocrità (o inesistenza?) dell’intero ceto politico (di destra e di sinistra) di questa città, che:
– ha finto di non vedere le  infiltrazioni della camorra nel tessuto cittadino e nell’ambiente politico;
–  per un anno e forse più non ha chiesto conto dell’assenza dalle sedute consiliari della consigliera Brasacchio:
–  ha esitato e poi rinunciato a costituirsi parte civile, malgrado sventoli ogni poco la sua fede antimafiosa;
– anche ora,  quando  i brusii attorno al caso Brasacchio sono diventati tuono, continua a non parlare.

Si salva CSD con il Comunicato stampa del 13 aprile 2026? Si salva l’assessore Andrea Arosio con il suo proclama contraddittorio e giustificativo?
Non credo. CSD arriva in ritardo. L’intervento di Arosio leggetelo (Vedi sotto APPENDICE) ed è per me da criticare:

«Cologno Monzese non è conquistata dalla Camorra».
Ma la camorra ha bisogno di “conquistarla” Cologno? Le basta infiltrarsi e contare sul silenzio  – per paura o per vantaggi a noi ignoti –  di politici o di cittadini (anche pochi) compiacenti;

«Cologno Monzese è una città viva, consapevole, che reagisce. È una città dove ogni giorno si costruiscono anticorpi veri contro le mafie» ( E qui l’elenco: « insegnanti ed educatori.. associazioni… realtà come Libera, Libera Casa Contro le Mafie e Avviso Pubblico».
Ma come non vedere che, con tutta la loro buona volontà e con il loro doveristico «non voltarsi dall’altra parte», questi “anticorpi” svolgono al massimo un compitino collaterale e servono al ceto politico per sbandierare un consenso di popolo alla Legge, che – lo dimostrano i fatti, viene sempre dopo ed è praticamente inefficace?

«la guardia deve restare altissima. Sempre».
Ah, si vede!  Il silenzio sull’assenza della Brasacchio per un anno un anno o più da parte di tutti i “colleghi” (di governo e di opposizione) dell’Amministrazione  vi sembra un esempio di vigilanza?

«le amministrazioni comunali, pur essendo il livello istituzionale più vicino ai cittadini, non hanno accesso diretto agli atti delle indagini. Questo rende ancora più complesso intervenire tempestivamente su dinamiche che emergono solo attraverso il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine.»
Ma nessuno chiede ai politici di competere o sostituire i magistrati. Gli si chiede di fare i politici, cioè di inquadrare politicamente gli eventi che accadono  a in città e fuori. Ma qui siamo al silenzio (progrmmato? imbarazzato? complice?).

«ci sono tempistiche ormai scadute all’epoca dell’articolo per la costituzione. Le motivazioni sono quelle che hai riportato nel tuo articolo, se non sbaglio su Poliscritture, quindi il timore non fossimo titolati a farlo e che a livello comunicativo un rigetto del giudice avrebbe causato un boomerang comunicativo. È stato oggetto di discussione in giunta, coadiuvati dal Segretario Generale. (Commento di Arosio  a una domanda nel suo post)
E, dunque, la non costituzione di parte civile sarebbe stata una buona scelta ? O una «scelta opinabile» perché avallata dalla Segretaria comunale o non si sa da chi? Non si può legittimamente pensare  che  queste «tempistiche»  siano state LASCIATE SCADERE?

Ma su un punto centrale vorrei soffermarmi di più. Questo:
– « Cologno Monzese […] è una città che conosce i rischi e che, proprio per questo, lavora ogni giorno per contrastarli. E continuerà a farlo, con ancora più determinazione»
Non ne sono certo. Forse ci sarà la « comunità» (termine ricorrente nel lessico politico cetomedista, che può indicare al massimo l’area ristretta  dei simpatizzanti dell’Amministrazione,  più o meno un’area parrocchiale e piddina). Ma temo – ahi noi!  –  che la «citttà» (l’intera città o la sua maggioranza)  non ci  sia; e non soltanto per reagire contro la camorra ma  anche su altri problemi reali.

Il buco è storico e politico.  Questa città non è mai stata vera città. E non solo l’attuale Amministrazione Zanelli,  ma  tutte le precedenti, non sono riuscite a darle una sua  identità. Complesse le ragioni. Ma il grave è che l’intero ceto politico di Cologno non vede o non  sa leggere  la città profonda. Non vede l’insoddisfazione, l’indifferenza politica,  la rabbia, la disperazione di gran parte dei suoi cittadini. Dei loro “umori” prende atto e si lamenta ritualmente solo di fronte alle cifre record dell’astensionismo elettorale.  Poi  festicciole e inaugurazioni.  E così occulta questi aspetti della realtà sociale col suo attivismo di facciata o col buon senso ( «la maggioranza [dei cittadini] è discretamente contenta di ciò che e’stato fatto, il che non significa fermarsi», Doriano Tarta). Poi, ogni volta che il marcio viene a galla, se la cava con  l’omaggio alla magistratura. Succede oggi con il caso Brasacchio. Successe ieri – ricordate? era il febbraio 2014 – col caso Diaco & Cantalupo, l’uno assessore all’edilizia e l’altro vicesindaco e assessore all’ambiente.

Conclusione amara:  per ricominciare a pensare e  a costruire Cologno, dobbiamo liberarci dalla “colognosità” – questa montagna di  retorica ottimistica che gli attuali politici ci versano continuamente addosso.

APPENDICE

 

“Cologno Monzese non è conquistata dalla Camorra”
In questi giorni, a seguito dei servizi di Alessio Lasta su Lo Stato delle Cose, sta circolando una narrazione che non posso accettare: quella di una Cologno Monzese “conquistata dalla Camorra”.
Lo dico con chiarezza: questo titolo è sbagliato, ingiusto e offensivo per la nostra città.
Non lo è per spirito polemico, ma per rispetto della verità e di una comunità intera.
Perché le parole contano. E dire che una città è “conquistata” significa descriverla come piegata, dominata, senza anticorpi. Non è così.
Partiamo dai fatti.
Il riferimento è alla vicenda giudiziaria che coinvolge Giancarlo Vestiti, oggi imputato.
Un’inchiesta importante, che merita attenzione e rispetto. Ma proprio perché parliamo di un procedimento in corso, è bene ricordare un principio fondamentale: sarà la magistratura a stabilire responsabilità e fatti, a fare luci sulle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio, e io, personalmente, nella magistratura e nella DDA ho piena fiducia.
Soprattutto: anche nel caso in cui emergessero responsabilità gravi, non si può trasformare la presenza di un singolo soggetto – o di una rete circoscritta – nella rappresentazione di un’intera città “conquistata”.
È un salto logico che non sta in piedi.
Cologno Monzese non è conquistata.
Cologno Monzese è una città viva, consapevole, che reagisce.
È una città dove ogni giorno si costruiscono anticorpi veri contro le mafie: nelle scuole, grazie al lavoro straordinario di insegnanti ed educatori; nelle associazioni, con l’impegno di realtà come Libera, Libera Casa Contro le Mafie e Avviso Pubblico; nelle istituzioni, con iniziative, percorsi pubblici e scelte politiche che hanno messo la legalità al centro.
Questo lavoro esiste. È concreto. È quotidiano.
E un titolo come quello rischia di cancellarlo con una semplificazione tanto efficace quanto ingenerosa.
Attenzione: questo non significa dire che “va tutto bene”. Non va tutto bene, e nessuno lo sostiene.
Le infiltrazioni mafiose non sono solo un rischio reale, ma sono concretamente presenti nel nostro territorio: alcune delle situazioni emerse, che coinvolgono anche rappresentanti della Politica cittadina, sono serie e preoccupanti.
Per questo la guardia deve restare altissima. Sempre.
Ma proprio per questo serve precisione, non semplificazione.
C’è poi un altro elemento che spesso viene ignorato: le amministrazioni comunali, pur essendo il livello istituzionale più vicino ai cittadini, non hanno accesso diretto agli atti delle indagini. Questo rende ancora più complesso intervenire tempestivamente su dinamiche che emergono solo attraverso il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine.
Eppure, nonostante questi limiti, il lavoro sul fronte della legalità a Cologno Monzese c’è ed è continuo.
Il Sindaco Stefano Zanelli e l’Amministrazione hanno promosso iniziative e percorsi che dimostrano una volontà chiara: non voltarsi dall’altra parte. Perciò, se da una parte è sicuramente opinabile la decisione di non costituirsi parte civile, dall’altra questo ma non può portare semplificazioni tali da resoconti parziali e giudizi ingenerosi sulla città.
Non si tratta di negare i problemi. Si tratta di rifiutare una narrazione che non rappresenta la realtà.
Cologno Monzese non è una città conquistata.
È una città che conosce i rischi e che, proprio per questo, lavora ogni giorno per contrastarli.
E continuerà a farlo, con ancora più determinazione.
Con lo spirito di Peppino Impastato, che definiva la mafia per quello che è, “una montagna di merda”, senza mai smettere di costruire cultura, consapevolezza e alternativa.

Alla vigilia del Sessantotto

RITRATTO PROVVISORIO DI VULISSE SCAPPATO DA  SALERNO
carteggio con Karl Bis

 

di Ennio Abate

16 febbraio 1967

Caro Karl,
stasera la neve è caduta abbondante senza che ce ne accorgessimo e mi ha impedito di andare al lavoro in SIP col motorino. Era ormai tardi anche per prendere il trenino Vimercate-Milano e perciò sono rientrato al caldo, Ho riacceso la stufa a gas e, mentre mi preparo un caffè, guardo attraverso la finestra fuori. La nostra abitazione a piano terra è immersa in una nebbiolina buia. Sul tavolo in formica verde pisello della cucina ho appoggiato i miei guanti, il paraorecchie; e anche  il panino incartato e l’arancio che Rosa mi aveva preparato  per il turno di notte che avrei dovuto fare. Ho aperto la radiolina a transistor che trasmette il concerto di un pianista.
Questo momento insperato di pace, di musica e di sentimenti calmi  è bello. Me lo sorbisco con un po’ di scetticismo, sapendo quant’è fugace. Non voglio correre il rischio, se un giorno dovessi raccontarlo a qualcuno, di fargli dire: «Eccolo un altro che si coccola il suo pizzico di gioia che gli passano i ricchi. Eccolo che gongola nella sua topaia riscaldata. E si vanta della sobrietà del suo vivere».
Queste riflessioni un po’ approssimative me le suggerisce la lettura del libro di poesie del compagno Bertholt Brecht buonanima. Approssimative perché sto parlando con te. Intendimi bene. In molte lettere che ti ho spedito c’erano cenni confusi a esigenze che andassero al di sopra delle nostre piccole e misere esistenze. Come mi spiaceva che tutti e due ci affaticassimo a spolpare il misero mondo che avevamo ereditato  e fossimo così guardinghi a non offendersi e a rispettare le buone maniere. E ricordo con rimorso di aver chiesto la tua opinione sulle “mie” poesie. E la delusione nell’ascoltare la tua disamina.
Altro che lontananza. Non ci si intende più per altre ragioni.
La nostra amicizia resiste ancora per quel fondo emotivo di ricordi in comune. Ma tra i nostri amici chi ha afferrato qualcosa in più della vita per dar più forza ai nostri anemici rapporti?
Ognuno pare volersi salvare da solo.
Io sarò ‘comunista’ cosciente dopo anni di individualistiche cazzate.  Se questa parola non ti brucia, prendila come un invito alla responsabilità di riconoscersi come classe. (Tanti altri  te ne ho rivolti, equivoci e impropri, ma andavano in questa direzione). Se ti brucia,  prendila come un avviso che dice così: «Quel ragazzo che se ne andò a Milano  si è trasformato. (Se ti brucia, puoi dire: si è perduto). Nel suo cuore adesso battono altrie gioie e altri dolori. E segue altre abitudini. Certo in esso avrà sempre un posticino per i suoi vecchi amici. Ma  ora berrà avidamente ed accetterà soprattutto le osservazioni e le critiche dei suoi ‘compagni’».
In precedenti lettere abbiamo discusso di interessi comuni e non, di preparazione in certi campi, di lontananza, ecc. Ora faccio una domanda grave: erano discussioni senza importanza? O alludevano a qualcosa che si era spezzato già al momento della mia partenza per Milano e che invano ho tentato di ricomporre con i miei successivi inviti e messaggi?
Le nostre strade professionali si sono divise. Ma la questione che, andandosene da Salerno, Vulisse poneva ai suoi amici investiva tutta la loro sensibilità umana e sociale.
Scioccamente egli stesso ha pensato a volte che invitasse i suoi amici a diventare anch’essi artisti o a occuparsi di poesia, come voleva fare lui.
No, Vulisse faceva il comunista senza saperlo.
Certo, il cuore umano è notte cupa. Come questa anche nevosa che invade la finestra della cucina da cui ti scrivo.
Chi potrà dire a Vulisse che i suoi amici di Salerno non la pensano come lui?
Vulisse rispetta i suoi amici. Se disprezza, disprezza certi ricordi che gli tornano in mente, non i suoi amici come sono adesso. E pensa ancora che le esitazioni di Karl a scrivergli e i suoi prolungati silenzi nascondano una crisi feconda. Sta imparando a non prendersela con l’individuo Karl, a interrogarsi sugli aspetti torbidi presenti  in ogni amicizia. E si vergognerebbe a predicare in quel modo oscenamente ottimistico – già sperimentato ai tempi dell’Azione Cattolica – per convincere gli altri. Sa, insomma, che anche uno taciturno e con sorrisi scettici (come Karl) e opinioni approssimative può essere un ‘compagno’. Non è necessario che glielo dica. Perciò umilmente saluta Karl e prosegue per la sua via.

[segue trascrizione di “A coloro che verranno” di Brecht]