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Riflessione di un vecchio su un “incidente dialogico”

USCIRE DALLA COLOGNOSITÀ Più critica meno vittimismo

di Ennio Abate

A Cologno faccio politica dal 1968. Ho criticato e sono stato criticato. Su Poliscritture ci sono le tracce di queste polemiche. Con amici, amiche, compagni di strada, leghisti, qualunquisti. Pur se faticose, le ho sempre giudicate utili: perché chiarificatrici delle nostre differenze; perché la democrazia non è mai conformismo; perché,discutendo, si capisce che la ragione non è mai da una parte sola e la verità non la si possiede ma la si cerca. E credo di aver condotto sempre una critica dialogante, anche se dura e persino spietata. Mai, però, sono sceso all’insulto, al vaffà.

E che mi succede nel 2026? Intervengo sul profilo di Andrea Brunello [1] e ad un commento di Stefania Blasa [2], faccio una critica [3]. Apriti cielo: “ lei pontifica… [ci] hai insultato dandoci degli immorali e facendo dei paragoni a dir poco osceni con gli israeliani come se banchettassimo sui cadaveri…etc”. Poi, di botto, bannato.

Potrei lasciar perdere, cercarmi altri interlocutori. Ma penso sia giusto insistere, ragionare senza escludere nessuno.

Dunque, a Andrea Brunello, Stefania Blasa, Michael Panassiti dico ancora: ho scritto quel che penso dei concerti della Salis e del “diritto al divertimento” in tempi tragici di guerra e di Gaza; ho osservato che, sì, in Francia fanno concerti militanti con la musica techno e manifestazioni ma a Genova solo concerti-spettacolo; ho parlato di immoralità, ma non ho dato dell’immorale a nessuno/a, perché ho criticato un modo di pensare diffuso e per me sbagliato, ma non una singola persona [4] ); ho usato il termine ‘piccolo borghesi’ (ma sarebbe meglio dire: cetomedisti) per indicare una condizione sociale, comune a voi, a me e a tanti ma piena di ambivalenze (da approfondire). Non ritengo di aver offeso nessuno/a. I miei commenti rientrano nella normale critica democratica, quella che hanno saputo condurre i migliori dei nostri padri politici. Questa è la mia conviznione. Se, tuttavia, qualcuno si fosse sentito offeso, posso scusarmi. Ma, subito dopo, mi sento di aggiungere: nella ressa, nella folla si ricevono e si danno urti e bisogna farci il callo, se vogliamo cercare qualche verità che non sia solo individuale. (Se ne avete voglia, possiamo incontrarci in un qualsiasi bar di Cologno e continuare la discussione. Fatemi sapere).

Più in generale, mi sento di dire: apparteniamo a generazioni diverse, la pensiamo in modo differente forse sul 90% delle questioni locali, nazionali e mondiali, ma possiamo e dobbiamo uscire dalle rispettive bolle amicali, che finiscono per diventare dei gruppi chiusi; e contnuare a discutere. Così impariamo a farlo meglio.


Note

[1]
https://www.facebook.com/andrea.brunello3/posts/pfbid028P5TBMfJzPC78eUwDQF2vjY4juieebpnmRwQktKLLZ7LGyRzGgvj9LWPjzSpmwsQl?locale=it_IT

[2]
Stefania Blasa

Qui oscilliamo sempre tra chi rosica dicendo che è tutta apparenza e chi col pugno chiuso si lamenta del fatto che anziché pensare alla crisi si pensa ai concerti.

Nessuno ha pensato abbastanza per capire che in un mondo orribile, con crisi e guerre, dei momenti di svago per i giovani servono eccome e che le cose possono comunque andare in parallelo (non sono abituati forse, oppure non interessando a loro devono essere automaticamente bollate come cavolate).

A volte sembra quasi dia fastidio il fatto che dei ragazzi possano divertirsi senza pensare allo schifo che li circonda…

Nel frattempo qui pensiamo alle casette, spendiamo dindi in pergolati e parliamo di cose che non conosciamo. Ma d’altronde!


[3]
Ennio Abate

” in un mondo orribile, con crisi e guerre, dei momenti di svago per i giovani servono eccome e che le cose possono comunque andare in parallelo” (Blasa)

Ma come fanno ad “andare in parallelo” (cioè ad essere accettabili) questi insulsi “momenti di svago per i giovani” (quanti?) e le guerre?

E in un mondo che viene definito “orribile”?

A me pare un’affermazione illogica e immorale. E mi fa venire in mente le foto degli israeliani che prendono l’aperitivo sulle loro terrazze e guardano coi binocoli i loro aerei che bombardano Gaza.

Pensate da piccoli borghesi e non avete mai assaggiato i morsi delle guerre.

“«Mangia e bevi, –mi dicono: –E sii contento di averne».
Ma come posso io mangiare e bere, quando
quel che mangio, a chi ha fame lo strappo, e
manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua?
Eppure mangio e bevo”

(da https://poesiainrete.com/…/a-coloro-che-verranno…/)

[4] E ho pure ho precisato che la mia critica a Stefania Blasa riguardava esclusivamente questo suo commento.

Riordinadiario 1973

di Ennio Abate

2-4 gennaio 1973

Ad Agape (Praly) seminario di AO sul partito

[Ricordo. Stazione di Torino. Mentre scendevamo dai treni, riconosco Vittorio Rieser che parla – suppongo –  con un funzionario di polizia]

2 feb.1973

Cologno. Miei incontri con funzionari del Sindacato in via Fontanile. Anche con M., ex Psiup, conosciuto già prima dell’occupazione della Statale e ora (temporaneamente) qui  nell’hinterland. Finora ha cercato unicamente contatti personali con me e con il Comitato di  lotta*, non un  rapporto da organizzazione ad organizzazione. E senza ma  implicare nel confronto con noi almeno alcuni dei compagni di base del sindacato. Anzi punta ad attirare nel sindacato gli studenti  che gironzolano attorno al Comitato di lotta. Comincio, perciò, a dubitare che la sua azione a Cologno si indirizzi veramente all’obiettivo che , conversando con me,  afferma di perseguire: creazione di un movimento rottura al momento giusto col sindacato. E a sospettare che voglia servirsi di noi e degli studenti, che a noi fanno riferimento, unicamente come “ picchettatori” o” spazzolatori di crumiri” alle dipendenze del sindacato durante la lotta contrattuale dei metalmeccanici ora in corso.

* Il nome che aveva preso il Gruppo Operai e Studenti di Cologno per l’intervento sidacal-politico nelle piccole fabbriche.

Bilancio del Comitato di lotta [senza data ma collegabile agli appunti del febbraio 1973]

L’attività ha subito un calo con la chiusura della lotta dei metalmeccanici. Ci manca la conoscenza di cosa succede nelle piccole fabbriche e nei quartieri. Il lavoro del nostro Comitato di lotta si è limitato a spiegare ai pochi operai che vi hanno aderito i documenti elaborati dal Collegamento dei  CUB con i compagni “esterni” [non operai, studenti di Cologno o di Milano) a svolgere un ruolo da “professori”. È stato trascurato o si è limitato a ben poco il lavoro d’inchiesta sulle situazioni di fabbrica che volevamo fare. E la nostra propaganda non è andata oltre la consegna a mano di qualche volantino o di qualche attacchinaggio serale dei nostri  tazebao.

 5 febbraio 1973

Crisi fra cellula AO di Cologno e responsabile della Zona Monza.

Sembrava avviata a soluzione e si è  invece aggravata . L’atteggiamento dell’Esecutivo è stalinista e burocratico.  C’é fretta di sbrigare velcemente la faccenda. Prospettive:  a) mia uscita dalla cellula di AO; b) “verifichiamo noi AO. Altro che lasciarci verificare!” – lo dicono alcuni compagi intenzionati a proseguire il lavoro in autonomia;  c) fare altri tentativi di discutere il problema. Ma la sfiducia nel frattempo è cresciuta.

7 agosto  1973

Lettura:  Bulgakov, Il maestro e Margherita

17 agosto  1973

Dopo un giro al Sud (Roma, Salerno, Bisaccia)

Conti irrisolti col mio passato. Esigenza di ritrovare le radici e lo spessore della mia vicenda trascorsa. Questo sarebbe il lavoro culturale da fare. Gli altri compagni sentono quest’esigenza? Non so. I ricordi si affollano. Cercano una forma. Racconto? Romanzo? Niente per il momento o per sempre?

21 agosto1973

Lettura: Fortini, Foglio di via

25 agosto  1973

Recupero ricordi

Mia vita in varie pensioni fra 1962 e 1964.: 1. Corso Buenos Aires 56; Via Lambrate; Viale Coni Zugna; Via Pontaccio.

28 agosto 1973

Lettura: Dal Pra, La dialettica in Marx (collage di appunti)

Dal Pra, La dialettica in Marx (collage di appunti).

Capitolo uno
La tesi di dottorato su Epicuro

È la prima formulazione della dialettica marxiana. Marx coglie in Epicuro lo sforzo per individuare nell’universo una regola ideale interna. Epicuro afferma la corrispondenza fra dialettica umana e dialettica della natura. Marx, a differenza di Hegel, sottolinea sempre nel movimento dialettico la contraddizione piuttosto che la conciliazione. E individua come limite della dialettica di Epicuro l’assolutizzazione del momento della coscienza individuale, che impedisce il suo superamento nell’universale (scienza). Pur tuttavia questa affermazione di individualità è positiva rispetto alle posizioni trascendentali dello stoicismo.La teoria dell’atomo in Epicuro sarebbe una maschera utile ad affermare, appunto, la coscienza individuale. Il rapporto come nel caso di Epicuro fra filosofia sistematica e filosofia soggettiva è uno dei più interessanti nelle epoche di trapasso. Marx secondo Dal Pra ha in questa fase giovanile delle posizioni contraddittorie da illuminista dialettico.

Capitolo secondo
Nella Critica della filosofia dello Stato di Hegel Marx cerca di giustificare il suo radicalismo democratico ma senza arrivare a conclusioni socialiste o comuniste. In questo periodo, tra l’altro, non conosce bene neppure l’economia politica. È dalla lettura di Hegel che trae la prima spinta ad occuparsene. Influenzato da Feuerbach comincia a vedere il mondo sensibile come base fondamentale del pensiero filosofico. Il processo di pensiero è derivato dal processo materiale reale dei fatti. Marx tende a sottolineare l’autonomia dei fatti dalle idee e accusa Hegel di attribuire ai fatti dei significati ad essi estranei.
Il pensiero per Marx è condizionato dalla realtà della cosa che esso analizza. Con queste posizioni Marx può cogliere l’analogia esistente tra logica hegeliana e astrattezza della religione. Nel criticare l’autonomia delle idee, Marx è aristotelico. Per lui solo il particolare è reale. I dati empirici sono validi perché esistenti e  perché risultato di uno sviluppo precedente.Per Hegel, invece, famiglia e società civile sono soltanto il risultato necessario dell’idea.
Il pensiero idealistico non è però un pensiero che se ne sta nelle nuvole. Ha, invece, conseguenze per lo sviluppo reale, malgrado l’arbitrarietà del suo procedere. Non è che l’idealista non sa cogliere in assoluto la realtà o non sa descriverla, eccetera. Non è un cieco, insomma, di fronte ad essa. L’idealista descrive la realtà e si serve del metodo empirico. Ma i dati che ne ricava li incornicia nel suo sistema, fino a stravolgerli in una forma metafisica. Da qui l’equivoco: Hegel spaccia ciò che è come l’essenza.
Esiste un evidente dissidio politico fra Marx ed Hegel rispetto alle istituzioni del loro tempo.
Marx è ostile all’empirismo inteso come semplice descrizione o notazione di un dato dell’esperienza. Per lui i fatti vanno spiegati, non semplicemente registrati. Egli contrappone ad Hegel non l’empirismo ma il realismo. Per lui è impossibile rinunciare ad un momento filosofico o, meglio, ad una costruzione filosofica svolta secondo la cosa. Il reale ha un suo significato, una sua propria legge da intendere filosoficamente. Lo sbaglio di Hegel non sta nel suo rifiuto di dar significato al reale ma nell’attribuirgli significati – una sorta di  maschera – che non lo rispettano.

Capitolo terzo
Manoscritti economico-filosofici del 1844

Nei manoscritti Marx si serve di un’analisi in tutto e per tutto empirica. La critica deve essere fondata sulla conoscenza scrupolosa della materia da criticare.
Più tardi, quando si occuperà di economia politica, Marx giudicherà immatura questa posizione.
All’economia Marx rimprovera di non trarre le dovute conseguenze dalle sue premesse e di non cogliere le contraddizioni insite nella propria scienza. L’economia è poi indifferente ai problemi dell’uomo come lavoratore.
Marx analizza qui  proprio il lavoro che giudica alienato. Si lavora per sopravvivere fisicamente. L’immediato prevale sull’universale. L’uomo è estraneo all’altro uomo. Per lui è possibile superare l’alienazione attraversando tre momenti: 1. limitazione della proprietà privata; 2. sua generalizzazione; 3. comunismo completo.
Marx critica il comunismo rozzo, che chiede al massimo il livellamento delle condizioni di alienazione delle società borghese.
L’alienazione del lavoro per Marx  rende deforme non solo i rapporti fra gli uomini ma anche fra natura e uomo (e fra scienza della natura e scienze dell’uomo).
 La coscienza dell’alienazione è, per lui, già un inizio di quel movimento reale che produce comunismo.
Nell’analisi dell’alienazione Marx si distacca da Hegel. Hegel, pur considerando gli aspetti negativi, vede nel lavoro l’essenza dell’uomo, proprio come fa l’economia politica. L’alienazione sarebbe, perciò, solo un modo particolare e disumano della oggettivazione, che è comunque condizione permanente dell’operare umano. Sopprimere l’alienazione equivarrebbe a sopprimere l’oggettività. Nei manoscritti Marx recupera da Hegel due concetti dialettici fondamentali: quello di processo e quello della positività del negativo.

Capitolo quarto
La Sacra Famiglia

In quest’opera Marx fa il punto sulla sua critica alla dialettica hegeliana con il massimo di chiarezza. Il difetto dello schema idealistico sta per lui nella riduzione delle cose reali all’astrazione delle idea. Ed esemplifica questa critica all’idealismo esaminando il problema dell’emancipazione del proletariato. Che non è questione di semplice volontà o arbitrio dei proletari; e neppure un imperativo morale né una previsione fondata sulla esperienza del comportamento umano. Essa è prodotta dell’uomo. La storia non fa niente. La vita propriamente umana dell’uomo è quella che egli vive nella società presente.
In quest’opera Marx pone molta enfasi sulla prassi. Non basta – egli dice polemicamente – che l’uomo diventi uomo solo nel pensiero, nella coscienza. Pur tuttavia, non contrappone mai l’opera di modificazione del mondo allo sforzo di comprendere il mondo. Non esalta, cioè, una prassi qualsiasi ma una prassi consapevole.

Capitolo 5
L’ideologia tedesca

In quest’opera Marx attenua la sua attenzione all’aspetto teorico della dialettica. Si assiste alla sua maturazione da filosofo a storico. Per l’idealismo è la critica intellettuale e non la rivoluzione sociale a fare la storia. Marx, invece, dà importanza nel processo di formazione delle idee alla posizione pratica che l’uomo ha nella vita. L’esperienza è indispensabile. Il comunismo viene definito come movimento estremamente pratico di uomini storici reali. Scompare qui il concetto astorico di uomo che Marx aveva utilizzato nei Manoscritti del 1844. L’umanesimo viene sostituito con la concezione materialistica della storia.
La ricerca storica di Hegel viene recuperata ma liberata dall’apparato speculativo che la imprigionava. Nell’Ideologia tedesca affiora un forte richiamo all’empiria. Marx spinge all’osservazione dell’esperienza. Evita così che la concezione materialistica della storia e del mondo diventi una teoria, una speculazione, insomma una dottrina filosofica.
La concezione materialistica discende dall’osservazione e dallo studio diretto e particolareggiato della storia. Il termine concezione vuole solo dire elaborazione in termini generale dei risultati di una concreta indagine storica; e il rapporto con i dati storici è diverso rispetto alla filosofia speculativa. Marx, perciò, non rinuncia all’impegno teorico, ma ne riduce radicalmente il margine di autonomia.
Anche del termine empirico Marx fa un uso particolare in questa opera. Gli uomini non sono quelli astratti isolati l’uno dall’altro. Maggiormente concretizzato appare pure il processo del comunismo. Non esiste il soggetto della rivoluzione in astratto né il soggetto comunismo. Il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato né un’ideale al quale la realtà dovrà conformarsi ma il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti. Insomma, non è una missione o una vocazione per i proletari.
L’azione degli individui dà luogo a strutture oggettive che ne condizionano la vita. È una deformazione dei filosofi quella di pensare che sia facile trarsi fuori da ciò che esiste. Più realmente i fatti derivano dai fatti e vengono tolti di mezzo dai fatti. I rapporti reali non sono creati dalla volontà. Per spiegare i fatti bisogna ricorrere ad essi.

Capitolo sesto

Miseria della filosofia

Anche Proudhon pensa che l’alienazione non sia un prodotto storico. Sarebbe, invece, un fatto eterno. Il capitale potrebbe essere soppresso ma senza toccare la proprietà privata. Nella Miseria della filosofia è ancora più evidente lo sviluppo del pensiero di Marx e il mutato atteggiamento rispetto ad Hegel.
Gli interessi economici prendono il sopravvento dopo quelli economico-filosofici. L’attenzione è concentrata soprattutto sullo sviluppo materiale delle condizioni della produzione. Siamo a metà strada fra la tappa dei Manoscritti del 1844 e quella di Per la critica dell’economia politica (1859) e de Il capitale (Prma edizione 1867).
Marx critica ancora il procedimento dell’astrazione logico-razionale. Per lui – lo ribadisce – l’indagine empirica e particolare ha la precedenza rispetto agli enunciati teorici generali. Nessun valore viene dato al metodo prima delle indagini particolari. Hegel sfugge a questo compito. Con la sua metafisica egli ordina solo i pensieri che sono nella testa di tutti (una parte, dunque, del reale).
Marx critica a fondo i metodi astratti di ricerca. Non bisogna arrendersi ai dati. Bisogna indagare la loro genesi. Le opinioni hanno radici sociali. Non vanno esagerate nella loro autonomia. La differenza di opinioni è legata alla diversità delle condizioni sociali. La volontà per esplicarsi realmente dovrà riconoscere i suoi condizionamenti reali.

30 agosto 1973

Assemblea aperta alla Riccardi (pastificio) di Cologno

I sindacalisti rifiutano di farci entrare.

1 settemre 1973

Ricordi salernitani

La casa di Pepe in Via Velia (libri, un quadro alla Cezanne forse era del pittore Carotenuto). L’ingresso laterale del Duomo che portava all’arcivescovado (frequentato ai tempi dell’Azione Cattolica  e del C.S.I (Centro sportivo Italiano). Il campo sportivo Vestuti, dove andai a fare atletica con quel professore alto e magro che dicevano “ricchione”.

Nel vissuto individuale emerge la problematicità de i miei rapporti con gli altri. Cosa impedisce di approfondire questo materiale, di andare oltre l’appunto schematico che lo fissa per iscritto?

2 settembre 1973

Vendita del settimanale di Avanguardia Operaia per le strade di Cologno

 Si parte timidi. La gente è per istinto sospetto e bisogna catturarne l’attenzione con una tecnica d’avvicinamento brusca. Poi l’ansia passa e si prova una certa euforia per questi contatti che, comunque, anche se il giornale non lo comparano, spezzano l’indifferenza o lo spiarsi degli sguardi a distanza. La vendita diventa quasi un pretesto per rompere la routine quotidiana.

Bilancio

I miei interessi letterari ed artistici prima del ’68 non erano da buttar via. L’adesione alla politica è stato un errore. Necessario? Fino ad un certo punto.

11 settembre 1973

AO

Sono stato nominato responsabile di zona. Sono attirato dalla possibilità di conoscere altri compagni di Sesto, Cinisello e Cusano Milanino.

 In Cile è finita per Allende.

19 settembre 1973

Cellula di AO e comitato di lotta

Questo barcamenarsi fra cervellotici doppi livelli di coscienza, con qualcuno ( il “dirigente”) che dovrebbe fare da controllore, da filtro! È come mettersi due occhiali di colore diverso per vedere un’unica realtà. Toh, guarda, hai mezza faccia di un colore e metà di un altro! No, sono i tuoi schemi che separano e gerarchizzano dove non ce ne sarebbe alcun bisogno.

20 settembre 1973

Squadra di propaganda davanti alla Televox di Cologno

L’esperienza più deludente della settimana. Le operaie, quasi tutte ragazze, non si sono neppure fermate; e non una di quelle rimaste a mangiare in fabbrica durante la pausa di mezzogiorno si è avvicinata a noi.

Doposcuola gratuito ad alcuni ragazzi nel Centro Studi di Viale Lombardia*

 Lavorano già  e sono dentro una realtà sociale che li schiaccia. Dovrebbero imparare cose da marziani. Tochiamo in modo vivo quello che sospettiamo. Possiamo denunciare, porre alcune rivendicazioni minime. Ma che forza abbiamo nei confronti dei professori, del Comune e degli stessi genitori (proletari)?

* Era la sede dei nostri incontri politici come Avanguardia Operaia e Comitato di lotta

28 novembre 1973

Crescono le tirate moralistiche. È scarso il nostro confronto con i partiti e le “forze sociali”. Miseria dell’esperienza (nostra, di compagni). Ancora molto esplorativo il nostro studio della storia del M.O.[Movimento Operaio]. E anche il lavoro di analisi sociale concreta è in troppi casi al di sopra delle nostre forze. Non abbiamo proposte. Ci sforziamo di capire. Sappiamo troppo sulle nostre stesse intenzioni; e ancora meno su quello che fa in concreto la classe avversaria.

20 dicembre 1973

Dopo manifestazione per il Cile a Torino (18 novembre 1973)

La presenza massiccia e combattiva di Lotta Continua mi ha lasciato di stucco. In confronto noi di AO sembriamo timidi e complessati.

Leggo l’opuscolo 7° sulla rifondazione del partito. Mi pare che non si faccia molto per superare la frammentazione della sinistra rivoluzionaria. Manca la sincerità. L’egemonia si confonde col colpo gobbo, con lo sgambetto. Finché al centro ci sarà quest’ambiguità, in periferia sarà impossibile confrontarsi.

27 dicembre 1973

Dialogo con Vincenzo Balice sul lavoro culturale a Cologno. E’ indeciso se occuparsene. Teme di dover affrontare i troppi pregiudizi dei compagni. Sul sesso, ad es.

29 dicembre 1973

Questione della donna nella lotta di classe. In cosa deve necessariamente differenziarsi il comportamento proletario su tale questione dall’atteggiamento borghese (pre e post Freud)?

Dopo varie letture. Guglielmino, Guida al ‘900; Vegezzi e Fortini, Gli argomenti umani; De Bartolomeis, Lettura e ricerca

A prima vista si potrebbe essere soddisfatti da queste antologie. Si passa da idee fasciste ad idee ripulite da quella eredità e sembra giusto anche l’invito a smetterla di voler essere terribilmente rivoluzionari. Non vorrei, però, rinunciare ad alcuni discorsi di recente iniziati e dimenticare la durezza di certe esperienze di vita, anche personali, degli ultimi anni. Meglio essere ancora un po’ rozzi e primitivi. Ne vale la pena. Siamo su un’altra strada e dobbiamo respingere anche questi nostri padri democratici (che dicono e non dicono, lodano capitalismo e socialismo, sono terribilmente angosciati e ci vorrebbero trasmettere quest’angoscia come un valore).  Non possiamo imbellettare con un po’ di cultura, scienza e psicanalisi le nostre “primitive” convinzioni sulla lotta di classe. La cultura ufficiale resta un campo viscido. Quella democratico-borghese appare seria rispetto al qualunquismo dilagante fra gli studenti. Ed ho già accettato il ricatto di cominciare a dare questa cultura “provvisoriamente”, contro la mia istintiva volontà di tagliare di netto anche con questa cultura democratica. Mi blocca, però, il dubbio sulla consistenza attuale di una cultura rivoluzionaria. Per me cultura è l’esperienza sociale che si va facendo, confortata o corretta dall’esperienza storica man mano riscoperta e vissuta dal punto di vista della rteale condizione sociale in cui siamo.

Da Argomenti umani (pag. 205 Morano ed. 1969)

«Prima di istruire, prima di educare bisogna procurare quell’assetto di vita comoda, indipendente, dignitosa che rende possibili istruzione e educazione. Mal si insegna l’abbicì ad uno che ha fame… Meglio sapere nulla che sapere ed essere obbligati ad agire a rovescio» (Ippolito Nievo)

Riordinadiario 1975

di Ennio Abate

1 gennaio 1975

Ricordo  Via Sichelgaita. La signorina Forte che mi regalò il villaggio ERP, gioco in cartone da ritagliare per noi bambini del dopoguerra.

7 gennaio 75 

Differenze sociali fra i compagni. Circuiti culturali medio alti a cui ci siamo affacciati per breve tempo durante l’università. Svaniti. Ora pratica di periferia.

26 febbraio 75

Bibliografia per lavoro di fabbrica
Sapere numero 779: su salute e nocività. Quaderni piacentini n. 53 -54 : Lotte alla Fiat ‘68-’73. Seminario di Avanguardia Operaia sul partito ad Agape (Praly), gennaio 1975. Articoli di Vittorio Rieser sul Quotidiano dei lavoratori. Libro della csa editrice De Donato sulla Ercole e Magneti Marelli.

28 febbraio 1975

Commissione fabbriche provinciale Magro il risultato del seminario fabbriche. Molti gli operai assenti. È stato letto un documento per la conferenza d’organizzazione che tratta in modo normativo problemi (autonomia dei Cub e lavoro nel sindacato, lavoro di settore) su cui fra molti compagni c’è incertezza e sbandamento. E’ uno sforzo per dare direzione ai compagni, ma la situazione rispetto al ’68-’69 si è logorata. Molte cose sono oscure per gli stessi dirigenti.

[Serve chiedersi cosa direbbero tuo padre o i tuoi amici di una volta (di Salerno) dei problemi d’oggi?]

Tendenza a semplificare alla buona il linguaggio marxista. Segno di incertezza e di debolezza della nostra formazione marxista.

Acquisto. Boll, Foto di gruppo con signora.

2 marzo 1975

Incontro con Danilo Montaldi e Franco Alasia Sono due compagni che l’immigrazione l’hanno studiata. Noi quelli che l’abbiamo vissuta senza averla finora analizzata. Difficile trovare un punto d’incontro. Non capisco bene cosa siamo per loro noi immigrati d’oggi. E sento che i miei giudizi sono troppo taglienti e che sono un po’ scettico sul tipo di ricerca che si potrebbe fare insieme. Mi pare che gli sfuggano aspetti drammatici della situazione che io vivo con ansia specie nei momenti di lotta più duri.

4 marzo 1975

Ancora su Montaldi
Ha una conoscenza accurata della storia dei suoi luoghi. E sono ammirato dalla sua capacità di indagare i dettagli, di afferrare i fatti che accadono nel lavoro politico quotidiano con un’ottica più precisa, che noi qui a Cologno non abbiamo, perché abbiamo subordinato l’esigenza della ricerca alla discussione (rituale) delle questioni politiche, cioè della linea dell’Organizzazione, di AO.  Nelle sue analisi colgo lo spessore dei problemi (cultura, rapporti familiari, questioni di quartiere) che nel nostro intervento politico riusciamo appena a sfiorare. Quest’attenzione così solida verso i problemi sociali ce l’ha soltanto chi ha un’esperienza poliica diversa dalla nostra, cioè di militanti che si sono costruiti solo nel movimento del ’68-‘69. Colta questa differenza tra noi e Montaldi, non mi sento più di dire che il suo è un lavoro che sfugge gli aspetti drammatici delle lotte. Potessimo avere davvero questa sua massa di conoscenze concrete quando facciamo il nostro intervento politico! Specie ora che viviamo una crisi e la visione generale appare più astratta e priva di “calore”, questa sua esperienza la sento preziosa.

5 marzo 1975

Segreteria sezione AO della  zona Cologno-Sesto-Cinisello Riemerge la contraddizione fra dirigenti più “tecnici” e dirigenti più presenti nel lavoro di massa. I primi esibiscono le loro competenze. I secondi tacciono frustrati. Durante l’intervallo, mentre ceniamo insieme al vicino bar Italia a Sesto, viene fuori che sono arrivate molte lettere al Quotidiano dei lavoratori sulla cosiddetta maturità del comunismo. Sono di compagni più giovani e che si sentono soprattutto giovani. In AO c’è la tendenza a contenere queste spinte e a diffidarne. Lo stile operaio della militanza sembra indebolirsi. Crescono proprio le esigenze dei singoli individui. Ci si chiede: non c’è forse spazio per la gioia, il riso, l’entusiasmo in un’organizzazione rivoluzionaria? Io dico che c’è spazio ma nella lotta, perché vedo il rischio che si crei una forma di evasione “rossa” che attira proprio i militanti più indecisi o in crisi.

7 marzo 1975

Grande ed improvvisa manifestazione antifascista promossa dai sindacati In un paio d’ore tutta piazza San Babila è zeppa di operai. Cosa bolle in pentola e proprio a Milano, dove c’è il PCI più destro d’Italia? È un atto di forza che serve a far avanzare il compromesso storico o una risposta preventiva a qualche grossa provocazione che stava per scattare? Cosa potrebbe fare una classe operaia così forte! Di quello che ha fatto ai tempi della Resistenza abbiamo solo una pallida idea.

14 marzo 1975

Riunione con operai di Cinisello Bucata. Mi ritrovo da solo ad aspettarli invano.

Incontro con Mariella e Giorgio Benatti Mariella è sempre vivace, espansiva e pronta a raccontare anche pettegolezzi interessanti. È tutta presa dai suoi scontri personali con i burocrati del PCI di Cinisello. Ha voluto ricordarmi la sua preoccupazione di casalinga quando, nel ’68, tramite mio suocero che conosceva suo marito Giorgio, andai a casa loro per incontrarmi con lui. Era il mio primo contatto con alcuni operai di Cologno. Giorgio lavorava alla SIAE Microelettronica. E le aveva annunciato che sarebbe arrivato in casa «un professore». Rievochiamo anche le prime riunioni da carbonari con gli operai nello scantinato del  bar della Elsa in Via Kennedy. Lei trovava incomprensibili certi nostri discorsi sul marxismo. È molto incerta e scettica sulle prospettive rivoluzionarie. Pure Giorgio è in piena crisi politica e si confida con me. Mi accenna ai casini di AO e alle accuse che i dirigenti si scambiano. È proprio disorientato.

25 marzo 1975

Scrittura Vorrei scrivere una riflessione leopardiana (con un proletario nella parte del pastore errante) sul linguaggio del Quotidiano dei lavoratori.

12 aprile 1975

Una notte nella casa occupata di Via del Riccio (Bresso) Mentre mi avviavo alla casa occupata, rimuginavo il discorso di M: «I proletari non fanno nessuna fatica a lottare, ecc.».  Trovo che puzza d’idealismo. Alle due M. e F. se ne vanno a casa loro a dormire, «tanto la situazione è tranquilla». A me pare un sintomo della lora mancata adesione a iniziative come queste un po’ improvvisate: il classico «armiamoci e partite». Il proprietario della casa che abbiamo occupato è un vecchio cupo e ossessionato. Passa tutta la notte a vigilare su quello che facciamo, tenendosi in disparte. Gli occupanti sono dei sottoproletari. Si ubriacano presto e fanno discorsi contorti e smozzicati. Arriva anche un poliziotto, che dicono di sinistra e si mette subito a discutere amichevolmente con gli occupanti. Resto lì fino al mattino per rendermi conto da vicino della miseria e della sofferenza su cui spesso galleggia il nostro intervento politico. Una donna napoletana ripete lo stesso racconto: per mesi ha continuato a girare per Milano in cerca di una casa. Ogni tanto scoppia in una risata isterica. C’è anche un disoccupato. Dice di essere stato segretario della FGCI a Sesto. Ora critica aspramente il PCI.

15 aprile 1975

Al circolo Torretta di Sesto per una riunione di insegnanti Dell’ITIS di Sesto trovo due miei colleghi, Salvi e Rossi. Rossi mi spiattella tutta la sua sicumera di funzionario sindacale e loda il realismo del compromesso storico. Per lui la sinistra rivoluzionaria è spacciata, «priva di sbocco politico». Mi elenca tutti i suoi limiti contandoli sulla punta delle dita. «Vi metteremo fuorilegge!», mi sibila. Per un attimo sono in difficoltà. Poi controbatto ricordandogli i punti su cui scantona, la strumentalizzazione dei movimenti di lotta, la sua visione statica dei rapporti di forza. Piove, lui è a piedi e io in auto. Non gli do nessun passaggio.

Lettura. Jules Vallès, Il ragazzo Ne leggo alcuni capitoli. Emergono numerosi ricordi della mia infanzia.

18 aprile 1975

Dopo l’uccisione di Varalli Il fatto lo tirava fuori dalla routine della militanza. In un lampo confrontava la miseria delle elucubrazioni, delle ambizioni personali, delle astiose polemiche interne all’ organizzazione con l’omicidio di un ragazzo. Qui ammazzano! E loro avvolti da quella nebbia, in quella crisi che impediva di sentire in pieno gli avvenimenti, di fare qualcosa perché non si appannasse il significato di quel fatto….

Aprile 1975. Corso abilitante al Cattaneo di Milano Ci siamo suddivisi in tre gruppi: 1. Sulla Riforma Gentile (il passato fascista); 2. La crisi del ruolo degli insegnanti (l’esercito dei prof di massa); 3. La didattica della ricerca (i seguaci di De Bartolomeis). Nel primo il ’68 viene letto come una bella occasione per rilanciare la  Riforma voluta dal PCI. Nel  secondo prevale l’allarme per la deriva della vta quotidiana a scuola. Nel terzo il punto di riferimento è  un esperto: De Bartolomeis.  Noi del secondo gruppo abbiamo presentato una ricerca sulle 150 ore. Paola M, grazie ai suoi rapporti con il sindacato, ha fatto una relazione ricca di dati. Quanta ideologia sull’argomento. Lei, invece, ha indicato: i vincoli precisi posti dal Ministero della P.I.; le gerarchie (diploma della scuola dell’obbligo come rivendicazione di base per casalinghe e disoccupati; corsi universitari soprattutto per delegati del Consigli di fabbrica) che si riproducono; lo scontro feroce con i presidi delle scuole statali che, spalleggiati dal Ministero, boicottano in vari modi questi corsi: aumentando le ore di studio a 500 per disincentivare la partecipazione; mantenendo precari gli insegnanti delle 150 ore; dilazionando l’inizio dei corsi; separando le 150 ore dai corsi CRACIS.* I padroni hanno sempre considerato provvisoria l’esperienza. E su di essa c’è rissa anche all’interno dei sindacati. Molti temono che i corsi possano diventare luoghi di contestazione della linea dei sindacati. Se le cose stanno così, l’idealizzazione “di parte operaia” sulle 150 ore – ho letto un articolo dello storico Stefano Merli che le esalta – è esagerata rispetto alla realtà dei corsi attuati effettivamente. E poi, anche sul piano della didattica, l’impostazione di partenza (raccogliere le storie individuali dei partecipanti, sviluppare su di esse una riflessione critica, passare solo dopo a riflessioni più politiche) si scontra con l’impreparazione degli insegnanti. Specie gli anziani. Gli stessi operai non sono ben disposti a occuparsi di storia («Quando si va indietro nel tempo, l’interesse cala»). E sono diffidenti quando gli si chiede il racconto della propria storia personale.

* Corsi di Richiamo e Aggiornamento Culturale d’Istruzione Secondaria

15 maggio 1975

Direttivo di sezione Cologno-Sesto-Cinisello Viene posta la questione di cosa fare con i cosiddetti “compagni ipersensibili”. Pia chiede attenzione per gli aspetti “psicologici” dei nostri rapporti. Momenti di debolezza li ha anche il compagno “bravo”, che riesce ad essere saldo in circostanze difficili. Ma è anche vero che, quando non si è toccati direttamente da certi colpi della vita, è più facile rimanere saldi. Mi pare giusto che si offra ai compagni in crisi attenzione e comprensione.

20 maggio 1975

Collegio prof Itis Sesto S.G. Nei corridoi chiacchiere sulle prossime elezioni. Diffidenza verso DP. Riaffiora il fantasma: siamo deboli, ai margini della piccola borghesia. Si discute della possibile sperimentazione. Emerge subito l’astio verso chi la sostiene. I moderati si ammantano stavolta del discorso tecnocratico prodotto dal vicepreside Valentino. La nostra difesa della sperimentazione è, però, troppo improvvisata. E i moderati ci inchiodano presto ai problemi “concreti”: si creerebbe un caos didattico perché quelli che dovrebbero promuoverla non sono preparati. Volano accuse di  dilettantismo. Stanca polemica fra il partito dei ”tecnici”, che sarebbero i possessori della “scienza”, la quale malgrado tutto serve, e  il partito degli  “umanisti”, cioè noi  che faremmo solo discorsi di principio e di sinistra, che qui suscitano diffidenza.

22 maggio 1975

Campagna elettorale. Scarsa riflessione. Fretta. Non è possibile tradurre immediatamente le analisi politiche in discorsi quotidiani. Nel passare dal documento al volantino, dal saggio all’intervento in assemblea, c’è sempre un salto. Ci vorrebbe un lavoro di commento, riadattamento, rilettura critica. E il tempo dove lo si trova?  In certi casi poi ci vorrebbe una sensibilità per cogliere al volo i problemi come si presentano nei dialoghi spontanei durante le riunioni per darne una rappresentazione più chiara. E il tempo?

27 maggio 1975

L’Unità. Le cause dell’aberrazione. Sull’uccisione dello studente lavoratore Brasili. L’Unità parla di “criminalità aberrante” (tipo quella che c’è nelle strade di New York). Ma a New York c’è un movimento operaio così forte? Ci sono elezioni? C’è la strategia della tensione?

29 maggio 1975

Intervento nei corsi abilitanti. Discutere con altri insegnanti, osservare dal vivo come loro trattano le questioni che, a leggerle soltanto nei libri e in solitudine, paiono più astratte, mi appassiona. Scopro aspetti spesso svalutati. Passo dall’incertezza al buttarmi nella mischia al precisarsi del pensiero.

5 giugno 1975

Per un comizio a Cinisello Cos’è Democrazia proletaria? Qualcuno dice «il partito di Dario Fo». Anche questo, ma qualcosa in più. DP è il legame con le lotte del ’68-’69. Fare esempi. Riteniamo fallita la politica del centro sinistra e pericolosa quella del compromesso storico.

15 giugno 1975

Previsioni elettorali A Cologno come DP ci aspettiamo almeno 2000 voti.

17 giugno 1975

Dopo il voto del 15 giugno. Lotta continua parla di DP come di uno «Psiup dimezzato».  Siamo in difficoltà. Impressionati dalla forza elettorale del PCI. Il dubbio s’insinua fra noi. Faremo ancora le avanguardie, ma le nostre proposte di lotta non hanno un peso maggiore di quelle elettorali. Immaginare un PCI che si screditi ora che ha questo consenso di massa è difficile. Le masse perdonano al PCI molte cose.

19 giugno 1975

Elementi della mia crisi Mi sento sempre più staccato dal gruppo dirigente di AO. Si ripresentano ricordi rimossi: singoli compagni dirigenti emarginati o estromessi in vari tempi dalla direzione di AO (Spotti, Cippino) con spiegazioni dubbie o poco chiare. In questo momento di crisi fatico sia a fare l’“allevatore” di compagni giovani e sia a parlare con altri della crisi di AO e della mia. Tutto lo studio che ho portato avanti da isolato non mi serve.

Lu Hsun «Viviseziono me stesso con più rigore di quanto non vivisezioni gli altri».

20 giugno 1975

Analisi del voto del 15 giugno Ha senso dire che il voto del 15 giugno non premia il compromesso storico? Dubbi sul ruolo delle avanguardie. La compattezza del PCI ha la meglio sull’eterogeneità litigiosa di AO, Pdup, LC, etc. Fotografa la situazione il compagno che ha dato un voto al PCI e un voto a DP : «perché servite anche voi». Se appendici, insomma. Non mi convince l’ottimismo eccessivo per la piccola affermazione elettorale di DP.

22 giugno 1975

Lettura. Montaldi, Militanti politici di base Che coincidenza, questa lettura! E quale affinità tra la nostra esperienza di Cologno e quella descritta nell’Appendice: Una cellula di strada. Danilo ha la capacità di non bloccare con un’etichettatura l’indagine sulle realtà spiacevoli. (Vedi cosa scrive su “stupidaggine contadina” o su “menefreghismo giovanile”).

24 giugno 1975

Morte di mia madre*

Quando il Sud si disfaceva d’agosto
Non sulle spiagge dell’adolescenza
Non negli orti ricchi d’ombre
O nella camera con mobili di mogano
(regalo di nozze di tuo fratello artigiano)
poteva venire l’ultima ora.

Ci fu scompiglio nella casa inerte
E muta di risa. Ci furono parenti, facce di circostanza
Pronti ad ossequiare, gironzolare, accomodare
Arraffare.

Auto veloci fecero la spola
Da Baronissi a Salerno a Nocera.
Vedi se conta ancora la parentela.
Non per una vecchia dalle arterie
In sclerosi.

In treno al nord, dunque.
Immigrare per un posto dove morire.
Nell’Ade nebbioso un tal viaggio
Di madre e figlio in quali libri si troverà?

A Cernusco un ospedale la riceve.
Il priore incassa la pensione.
Quadro del Settecento. Monache
Raggelate in bianchi copricapi.
Malati nei giardini, i più vivi di tutti.

Poi litanie di visite veloci.
A stento ormai mi riconosce.
In quale minuto è viva? In quale l’attimo già morto?
L’ossigeno, il letto bianco e pulito
Il segno incomprensibile della croce.
Tutto è qui.

* Anna Cosimato 12. 7. 1901 – 26. 10. 1968

25 giugno 1975

Convocazione informale in caserma per l’occupazione delle case di Via Papa Giovanni a Cologno Il maresciallo Noce mi convoca in caserma per la nostra occupazione delle case di Via Papa Giovanni che hanno appena costruito e devono essere consegnate ai proprietari. Mi parla della necessità di una soluzione “bonaria”. Farò da ambasciatore, gli dico. Alla fine del colloquio ammicca sornione riferendosi alle elezioni del 15 giugno: «Avete preso anche voi un po’ di voti, eh?».

26 giugno 1975

Lettura . Bettelheim, Lotte di classe in Urss. Nel capitolo su La trasformazione dei rapporti interni al partito bolscevico (pag. 227) ritrovo forti analogie con la vita politica di AO. Mi tormentano impressioni negative su questo o su quel dirigente. Penso alle cosiddette “carenze” mai risolte e che si sono trascinate negli anni (ad es. la formazione culturale dei quadri). Oscillo fra due scelte : una mia partecipazione soltanto al lavoro di base o uscire da AO senza dare nessuna spiegazione.

27 giugno 1975

Tesseramento Far conoscere ai compagni di base il giudizio negativo che ho maturato su Avanguardia Operaia? E che dire della lottizzazione della “sinistra rivoluzionaria”? Ogni giornale sviluppa i suoi temi (magari gli stessi degli altri). Le zone di intreccio, di botta e risposta, di dialogo anche solo polemico, sono minime. Forse ridotte ai corsivi. O AO supera i limiti di settarismo o, se marcia ancora sul doppio binario (affermazioni unitarie e pratica settaria) va denunciata. Le sue tendenze settarie reagiscono ad altrettanti sterili settarismi presenti in Lotta continua e nel Pdup. Vengono addossate agli altri tutte le difficoltà del tanto sbandierato processo unitario. Le scorrettezze sono sempre degli altri. È la  pratica dell’occhio per occhio (che non è marxista, immagino). Leggo cosa scrive Vinci: «Non ci si illuda: Avanguardia Operaia conserva ancora troppo dell’origine locale, e ha ancora troppo poco dell’organizzazione che fa politica a livello generale per rappresentare un adeguato riferimento».

30 giugno 1975

Occupazione delle case di Via Papa Giovanni a Cologno Rabbia dei condomini contro gli occupanti. Per loro sono una «massa d’ignoranti e di delinquenti». Discutiamo con loro per contenerli un po’. Oscillano fra paternalismo e razzismo. Ma ci sono liti anche tra gli occupanti. Quelli che noi consideriamo «proletari» (e che, comunque, conosciamo poco) non sopportano – dicono – le «losche» attività e pare anche alcuni atti di violenza degli altri, i «sottoproletari». I compagni più giovani, che seguono l’occupazione giorno per giorno, sono disorientati. Non sanno che fare di preciso e finiscono per tollerare quello che alcuni occupanti più prepotenti impongono di fare.

21 luglio 1975

Crisi Faccio un confuso tentativo di comunicare a Donato [Salzarulo] la mia crisi rispetto ad AO, ma fatico ad uscire da un linguaggio involuto e impersonale. Finisco solo per rammaricarmi della nostra impreparazione politica. Sento che la mia funzione d’insegnante non s’accorda più con la funzione di militante politico. Come quadro intermedio, ho continuato a fare la spola   fra il “sociale” (i compagni di base e i lavoratori che conosco fra Cologno, Sesto e Cinisello) e il “politico” (le riunioni con i compagni del direttivo di AO). Ma la divaricazione fra i due livelli cresce.  Mi accorgo di quanto sia stato vano aspettarsi una “politicizzazione” dei compagni di base e dei proletari che ci hanno seguito. Non c’è stata: né spontanea né attraverso discussioni e seminari di studio. Certi compagni sembrano incastrati nel “sociale” in modo definitivo e considerano la politica come cosa sempre più astratta e distante.

Avanguardia Operaia Si sta precisando una posizione [Campi e altri] che non vede più il riformismo nettamente in contrasto con le posizioni rivoluzionarie di prima, degli inizi di AO; e sviluppa critiche all’avanguardismo precedente. Il discorso sull’attualità del socialismo sta scivolando in atteggiamenti più “realistici”. Non siamo per caso più vicini di quanto ammettiamo alle posizioni del PCI?

26 luglio 1975

Edizione critica dei quaderni dal carcere di Gramsci
Il Quotidiano dei lavoratori se ne occupa poco. Commento di Mangano: dai Quaderni possiamo trarre spunti importanti, non una strategia della transizione al socialismo.

Lettura. Il contemporaneo (25 luglio 1975) Gerratana si sofferma sui «materiali preparatori per una serie di saggi che Gramsci non riuscì mai a scrivere». Mi pare una conferma che, in certe situazioni di pesantezza (il carcere per Gramsci, la periferia per noi), ai temi cruciali di una ricerca non si arriva di colpo, ma per accumulo di dati, di frammenti.

4 agosto 1975

Appunti del mio diario 1966-’67 Appunti di un isolato. Potrei definirle riflessioni liriche su uno stato di incertezza. Testimoniano che in quei due anni prima del ’68 la mia preoccupazione era quella di scrivere e di far poesie da solo, pur essendo fuori da un qualsiasi ambiente di letterati e impegnato negli studi universitari interrotti e poi ripresi a Milano. L’unica  base culturale che allora avevo erano le letture  fatte a Salerno tra la fine del liceo e la partenza per Milano: molto Pavese, i romanzi che uscivano negli Oscar Mondadori, Il muro di Sartre, i volumi della Ricerca di Proust acquistati e letti mano mano che venivano pubblicati. E poi libri che prendevo in prestito: un’Antologia dei poeti del Novecento, qualche volume di Francesco Flora. E infine Il Mattino, Epoca, L’Illustrazione italiana, i Cinque libri del sapere della Garzanti. Marx e il marxismo erano nomi estranei  e ignorati. Poi con il ’68 ebbi chiara la sensazione di essere un provinciale cresciuto nel mondo “decadente bigotto  cattolico” del Sud emarginato.

28 agosto 1975

Lettera dei compagni di fisica sui disagi della militanza
(Quotidiano dei lavoratori 27 agosto 1975)

30 agosto 1975

La scelta della periferia Non l’ho fatta per prudenza, per stare tranquillo. Non è resa o ripiegamento nel “locale” o nel “dilettantismo”. La fase dell’ingresso da sprovveduto  nella politica è chiusa, ma ho capito che non si deve mai perdere di vista la propria collocazione sociale e materiale. Non va bene immedesimarsi in modelli “alti”. [Vedi Montaldi: resta a Cremona]

Lettura Spinazzola, Ansia del futuro e sgomento di Pavese, L’Unità 31 agosto 1975. (Vedere i nessi Montaldi-Pavese!)

1 settembre 1975

Riprendo a disegnare Uno spazio di riflessione per me. Passare dalla produzione  di disegni fatta sui bordi dei quaderni  o dei giornali nei momenti (anche di noia) delle riunioni scolastiche o politiche al disegnare su fogli bianchi e grandi. È possibile costruire nuclei di ricerca grafica, fotografica (e letteraria) con compagni di Cologno (Bracco, Ambrogio, Carmen, Ornella)? Sono terrorizzato, però, dalla giungla di mistificazioni che si è sviluppata nel campo dell’arte. E dovrei darmi una spiegazione convincente del perché ho smesso di scrivere e fare arte per tanti anni. Quale crisi ho vissuto? E quali conseguenze negative ci sono state sulla mia stessa militanza politica in AO? Per tutte queste oscurità, lo spazio che torno a dare alla ricerca artistica deve essere protetto da altri contraccolpi. Pigliarsi tempo. Essere sicuri di quanto si fa.  E’ assurdo chiedere ad altri di chiarire al nostro posto quello che a noi resta oscuro.

3 settembre 1975

Letture Per Danilo Montaldi (Ombre rosse 9-10). Danilo Montaldi di Sergio Bologna, Primo maggio, primavera 1975. Danilo Montaldi, proletariato e PCI negli anni ’44-‘ 45 (Quaderni piacentini, numero 56).*

*Danilo Montaldi era morto a Val Roia il 27 aprile 1975

6 settembre1975

Lettura Brecht, Scritti sulla letteratura e l’arte.

Prefazione a Verifica dei poteri di Fortini «Il mio errore non era, così credo oggi, nella sopravvivenza di una ostinata vocazione o presunzione letteraria, con i suoi vizi e le sue decorazioni, per entro discorsi che si volevano di ideologie e di politica. (Si è pur sempre fatti del proprio passato ed esso è il punto di partenza del peggio ma anche del meglio. E potrei ripetere anche io che non mi interessa tanto che cosa è stato fatto all’uomo quanto che cosa egli fa di quel che è stato fatto di lui). E nemmeno era, il mio errore,  in quel che anche i più benevoli amici mi rimproveravano, ossia di civettare con le allegorie del linguaggio religioso.
No, il mio errore era, diciamolo, di non aver sufficientemente difeso la insostituibilità del discorso poetico e letterario. Era l’errore di aver eccessivamente esaltato l’afasia, la tragicità, l’impossibilità della parola letteraria, di avere non solo ceduto alla tentazione orgogliosa di un diniego della propria vocazione. Ma di avere incitato altri a farlo; quando invece si può volgersi ad una vocazione nuova solo al fine di raggiungervi un grado di autenticità e valore più alto di quello antecedente al mutamento o conversione» (Verifica dei poteri, pagg. 18-19, Il Saggiatore, 1969)

[E se fossi arrivato alla politica senza avere alle spalle la rinuncia all’Accademia di Brera?]

Letture Fortini, Difesa del cretino, in Verifica dei poteri, pag. 192. Brecht, Cinque  difficoltà per chi scrive la verità. Pasolini, Risposte al processo, Corriere della Sera 9 settembre 1975. Fortini Mi interessa di più la testimonianza che dà sulla sua militanza e sulla condizione dello scrittore di fronte all’industria culturale.

7 settembre 1975

Bozza di lettera ai compagni dirigenti di AO. Riguarda la questione dell’intervento nella provincia di Milano. Non più spedita. C’è un riferimento a Cinque difficoltà per chi scrive la verità di Brecht.

10 settembre 1975

Danilo Montaldi, Autobiografie della leggera Einaudi 1961
Assenza di autobiografismo in Montaldi. Si può semmai indovinare qualche elemento della sua vita anche dal contenuto di questa sua ricerca. Viva attenzione agli elementi quotidiani di vita materiale. (Ad esempio, l’alimentazione).

Il quotidiano dei lavoratori sui disagi della militanza. Mancano gli interventi dei dirigenti più noti.

28 settembre 1975

Lettura. Rossetti Pepe, Storia delle 150 ore  «Viene fuori, dunque, che solo quando i corsisti avevano chiaro almeno in parte come si inserisse la loro esperienza in un discorso complessivo, sentivano l’esigenza di recuperarla; mentre, inizialmente, vedevano nelle proprie storie una serie di esperienze concluse, non collegate con la propria esperienza attuale» (pag. 159).

«Un atteggiamento del genere potrebbe sottintendere la convinzione che la principale fonte di conoscenza sia rappresentata, per un adulto, dai propri ricordi e che, al limite, si può conoscere solo quello che è successo a noi personalmente, il che equivarrebbe a confermare e a sancire un aspetto di quella subalternità del modo di vivere e di pensare degli operai che, in altra sede, si afferma di voler superare con ogni mezzo» (pag. 160)

13 ottobre 1975

Sezione staccata dell’ITIS di Sesto S.G. a Cinisello Brutta impressione di questi primi giorni d’insegnamento alle superiori dopo l’anno di scuola media a Senago. Clima da ghetto di periferia. Gli studenti vogliono studiare solo sui libri. Bisognerà contenere e mediare la mia spinta critica del ’68. Per loro non è così ovvia.

18 ottobre 1975

Così parla il nostro preside dell’Itis di Sesto S.G. in collegio «Abbiamo fatto una consistenza reale degli studi»; «Quelli residenti a Sesto non sono più che di quattro»; «Sembra che la trattativa qua non si poteva ulteriormente scendere».

4 novembre 1975

Omicidio di Pasolini Un modo borghese di accostarsi al popolo il suo? Confondeva il sottoproletariato con la classe operaia. Certo. Pasolini ha sbagliato ma il problema del sottoproletariato (e dei giovani) resta. Dice giustamente Giovanni Mottura: attenti a una estensione indebita del termine sottoproletariato. Invece, Silverio Corvisieri (Quotidiano dei lavoratori del 5 novembre 1975): necessità del proletariato di delimitarsi rispetto al sottoproletariato.

7 novembre 1975

Opinioni contraddittorie sulla sperimentazione all’Itis di Sesto S.G. La sperimentazione è scelta politica. Ci sono forti resistenze fra gli studenti e gli insegnanti. Per molti di loro bravi sono quelli che fanno lezione nella maniera tradizionale. È vero che gli studenti dell’ITIS, per provenienza sociale e motivazioni allo studio già nettamente professionali, danno scarsa attenzione alla cultura umanistica. A me sembrano, però, troppo esposti alla cultura di massa, che li distacca sia da quella scientifica che da quella umanistica. E non sono affatto ben disposti verso la “cultura proletaria”.

17 novembre 1975

Direttivo della  zona Cologno-Sesto- Cinisello: questione femminile Ennio: Non dobbiamo perdere la dimensione totale della lotta comunista e rinchiuderci nel settorialismo, nelle mode. Non smarrire la discriminante di classe. Eva: AO non si è mai occupata della questione femminile. Il movimento operaio aveva ben altro da fare. Ma con la lotta di classe noi donne non miglioriamo davvero la nostra condizione. La politica ormai è una serie incessante di riunioni, mentre la nostra vita va avanti come prima. Sì, io sono una medio borghese e non ho fiducia nelle donne proletarie. Nessuno deve frenare il movimento. AO deve lasciare il massimo di autonomia alle donne. Il lavoro di massa, le contraddizioni materiali sono per noi secondarie in questa fase. Dobbiamo fare autocoscienza sulle cose che viviamo, parlarne nel modo più personale possibile. All’organizzazione diciamo: la linea ce la facciamo noi. Rossella Il movimento delle donne è sorto dopo le lotte operaie e studentesche, non prima. Perché? Dobbiamo partire dalle donne proletarie e non da noi piccolo borghesi. Stefania: Non possiamo mettere da parte la lotta delle classi, ma con AO la lotta di classe non è andata avanti. C’è individualismo tra i compagni. Nel femminismo io ho trovato una risposta alle insoddisfazioni della politica: partire dalle cose che si sentono proprie. Non si devono mettere in primo piano le donne proletarie. Bisogna rivolgersi a tutte le donne. Pia: Si ha paura dei collettivi femministi. ma AO non si è espressa per l’autonomia dei movimenti? Olga: Il politico va vissuto personalmente. ll superamento dei pregiudizi di AO avverrà ponendosi come compagne non come donne.

24 dicembre del 1975

Traccia Un elenco di ricordi di persone, luoghi e problemi sul periodoche ho vissuto a Salerno (1945-1962)[1]

non vogliamo essere gelidi
nuovi preti
che escono al pomeriggio
dalle biblioteche
non più dalle cripte delle cattedrali
e girano tra miseri sottoscala
negozi disadorni
brandine di immigrati
o falò di fabbriche occupate


[1]  Troppo vasto per pubblicarlo qui.  È un primo abbozzo schematico dei temi che poi svilupperò nel diario nei decenni successivi;  e, tra anni 80 e ’90, in Salernitudine (poeterie e narratorio). O, in anni recenti in A vocazzione.

Lavorando al “narratorio”


di Ennio Abate

Appunti del 27 febbraio 2016

1.
La memoria – (come la lingua del proverbio…) – batte dove il dente duole. I vecchi – proprio loro –  hanno il dovere di ritornare su quel che ricordano (di personale, di storico) che hanno vissuto. Per questo, anche quando non dovessi condividerne il giudizio che ne danno, guardo con attenzione quello che ancora viene scritto sugli anni ’60-’70 da La Grassa, Negri, Luperini (e prima di loro da Rossanda, Fortini e altri). Parlano di c ose che io pure ho vissuto o sfiorato o pensato e con loro il confronto è più vasto. Sì, è vero: la memoria è “cosa da vecchi” ed è giusto che che sia così e che da vecchi vi si scavi più a fondo. Poi – ma non è detto né mi sento di esigerlo – i giovani potranno forse utilizzare parte o tutto di quei “rimuginamenti”, se gli eventi o altre necessità dovessero indurli o costringerli a consultare quelle memorie. A differenza dei trattati o dei manuali di storia, esse hanno un vantaggio: mostrano più dal vivo la mentalità, la soggettività, l’immaginario di quelli che vissero, agirono o pensarono in certi anni.

2. Decifrabili gli anni Settanta proprio non mi paiono, se su tanti nodi (Piazza Fontana, compromesso storico, caso Moro, ecc.) abbiamo frammenti di verità, mezze verità, ipotesi, illazioni, rivelazioni che dicono e non dicono. E che, comunque, restano lì, inerti o circolanti tra “addetti ai lavori”, non essendoci più un tessuto politico-sociale abbastanza vasto e orientato da un progetto che se ne possa servire per alimentarsene e mutare quel che c’è forse ancora da mutare.

Appunti del 19 settembre 2020

DUBBI DEL NARRATORE

Che ha pensato e scritto in clandestinità, “per sé”, non avendo trovato interlocutori su certi temi “suoi”.
 
Inceppamento 1.  Vuol dare valore a un modo di sentire e di essere (da anni ’40, ’50, ’60, ’70), che gli fu strappato (e al quale si strappò) e che sa dimenticato o anche disprezzato  dalla cultura  metropolitana  a cui poi si è accostato. E che sa  lontanissimo dalla sensibilità – che può soltanto immaginare, però) – dei lettori d’oggi, ai quali pur vorrebbe o dovrebbe rivolgersi quando pensa di pubblicarlo il suo narratorio.

Inceppamento 2. E se il suo fosse soltanto un narrare ad unse stesso passato, di quando fu giovane? Ad un tu, ora fantasma, che quel modo di sentire provò vivendolo in confusione e anche  subendolo con sofferenza; e ora sente come un ferita, cioè ancora dolorosamente e non  problematicamente?

 Da qui la resistenza a finire questo suo lavoro. E, dunque, anche a farlo conoscere (e giudicare).  Perché – dice lui –  vi prevale troppo l’interrogazione e  manca  ancora il risultato, la forma. E allora? (Dovrebbe tenerselo per sé, non pubblicarlo. Come voleva fare Kafka per la sua opera).

Da qui anche le oscillazioni nel delineare la forma. Che fa? Usa l’io (il solito), parla in prima persona: ed è come se scegliesse (o fingesse?) di parlare solo a sé stesso e ai fantasmi di allora, quasi potessero essere loro gli unici destinatari del suo narrare. O usa la (solita) terza persona,  delle maschere: Chiero, Vulisse, prof Samizdat, scegliendo di pubblicare e accettando il compromesso-scommessa della comunicazione ad altri.
A volte prevale la voglia risentita a dialogare con se stesso e i suoi fantasmi. Come se non avesse più quella fiducia a rivolgersi a persone (anche del tutto ignote), che ancora vivono come lui nel presente. E – a fatica, però – accetta come definitiva e ormai impermeabile l’immagine  che di loro – gli eventuali lettori, i critici che tengono banco nella mercantile comunicazione odierna – si è fatta. Sente la voglia di chiudersi nei meandri della sua interrogazione-ricerca, di non  insistere più  ad avere opinioni da loro, da nessuno. Che poi non vengono o, quando arrivano,  gli paiono sempre distratte o reticenti. E, dunque, voglia di dare spazio alla stanchezza e al rifiuto di continuare i tentativi di dialogo o di polemica con gli altri che gli vivono accanto,  a mettersi sempre  nelle vesti del critico delle sue e delle loro opere, dei suoi o dei loro atteggiamenti.

[Finestra 1 22 settembre 2026
A favore, invece,  di un impegno comunicativo legge:

Loris Narda: Certo, l'Argentina è notoriamente uno dei paesi in cui la psicoanalisi è più diffusa e radicata...

Miguel Benasayag: Sì, nel bene e nel male. Perché c'è tutta una psicoanalisi che individualizza, che cerca di produrre individui isolati, e poi c'è tutta una corrente di psichiatria alternativa orientata alla chiusura dei manicomi. Esistono entrambe le anime. La psicoanalisi non si è comportata in modo del tutto onorevole durante la dittatura: la maggior parte degli psicologi e degli analisti impegnati politicamente ha pagato un prezzo altissimo, finendo tra i desaparecidos o in carcere, ma c'è stato anche tutto un movimento lacaniano, per esempio, che si è rifugiato nella trattazione di questioni teoriche estremamente complesse e non ha avuto il tempo di accorgersi della dittatura. Al punto che la scuola lacaniana ufficiale ha organizzato un congresso mondiale in Argentina proprio durante la dittatura, senza alcun problema.

Loris Narda: Come se la dittatura non ci fosse in quel momento.

Miguel Benasayag: Se ne fregavano assolutamente, perché erano immersi in problemi teorici talmente complessi da non poter guardare la realtà. Io stesso ho avuto un duro scontro pubblico con Jacques-Alain Miller proprio perché trovavo incredibile un comportamento del genere. Dunque la psicoanalisi mostra questi due lati: da una parte la prosecuzione dell'eredità legata all'emancipazione e alla critica sociale, dall'altra l'utilizzo della psicoanalisi come uno strumento per vivere la propria vita come un fatto assolutamente individuale e privato.

Loris Narda: Forse potremmo dire che a volte gli analisti lacaniani tendono maggiormente all'intellettualizzazione e alla razionalizzazione del mondo emotivo. Te lo chiedo perché mi capita spesso di vedere che chi proviene dal mondo accademico e intellettuale finisce per sposare l'approccio lacaniano: vi ritrova lo stesso linguaggio astratto e razionalizzante, dove però si fa fatica a vedere sia il mondo politico fuori, sia il mondo emotivo dentro. Si continua a viaggiare su un livello di forte astrattezza.

Miguel Benasayag: Ti dico qual è il mio rapporto con il pensiero lacaniano – fermo restando che i freudiani ortodossi non si sono comportati molto meglio dal punto di vista sociale, ma parliamo dei lacaniani visto che sono molto diffusi sia in Argentina che in Italia. Io ho studiato moltissimo Lacan, mi ha interessato molto e ho studiato con una persona a lui vicinissima, Jean-Claude Maleval, quindi ho approfondito enormemente la materia. Dal punto di vista intellettuale lo trovo interessante, ma d'altra parte trovo che sia di una sofisticazione assoluta che si traduce nella manifestazione di un sapere strutturato come un potere aristocratico ed elitario. E io rifiuto categoricamente questo approccio. Questo atteggiamento lacaniano, secondo cui loro si muovono all'interno di un mondo talmente complesso che gli altri non possono capire... per me sono tutte bugie che nascondono a malapena un forte desiderio di potere.]

https://www.machina-deriveapprodi.com/post/l-ia-e-la-perdita-del-corpo?fbclid=IwY2xjawUfHdJwZG9mBWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR53UNkZdDV0h5TlZNsepJzAv4FmNGerNyrPRmqLQgeDwPLPrHDTx7QKemwIPQ_aem_RA2mK8oGMdcydUrAnzEsBg

E se agli altri, invece che frammenti che sembrano promettere una forma compiuta (un racconto, un romanzo) finisse per dare solo un rapporto di questa ricerca incompiuta, che lui chiama ‘narratorio’ e che non riuscira a compiere?

[Finestra 2. Trova in "Antinomie":

«E’ come se l’arte fosse divenuta un enorme enigma, un enigma a puntate di cui si tratterebbe di riannodare i fili al fine di giungere ad un disegno compiuto in cui tutto sia infine chiaro.»

https://antinomie.it/index.php/2020/09/13/iconografia-jean-luc-nancy-e-il-pensiero-figurativo/?fbclid=IwAR24l_QybtHwRv0Cag7g_jkUgsPsU3awgSwebfLRHtj-DkX-yVsqI0YSol8

Se poi si accosta da storico al suo passato, può vedere le fratture tra i vari periodi (salernitudine, immigratorio, samizdat). E accorgersi della tentazione di pensare il poi come comprensivo del prima (o il prima riassunto – ma “superato”? – dal poi).

Se si mette a scavare nella memoria, ha più resistenze a concludere, a fare il bilancio.  E non a caso, lavorando a prof Samizdat,  la parte onirica ha finito per smentire la conclusione banale: avete fatto una lotta risoltasi in bega e non ci avete cavato nulla ( come fu per il ‘68). E a non cedere alla conclusione cinica: lascia perdere, occupati del presente, dimentica quello che fosti o tentasti di essere o volevi essere.

Anni Settanta

di Ennio Abate

 

sopportai |
il silenzio su com’erano stati |
prima e altrove |
non compagni |
lo sdegno smisurato
per i calli degli operai |
la loquacità compiaciuta |
in stanze fumose |

strapazzata infanzia |
gioie povere di cattolica educazione |
ohi | i richiami di una mortificata madre|
ahi | lo scetticismo beffardo di mio padre |

ci fu da sprecarla intera la giovinezza |
in mezzo a loro | maestri di rivoluzione |
che male ci guidarono|
come prima |
come preti e professori |
tra mortuari isolamenti |
spigoli di verità |
e vaneggiamenti statuari |

quasi un decennio | in mezzo a loro |
prima che avvolgessero in bende di rancore |
uno sbiadito | rosso | sodalizio
presto sbaraccato |

che cercavo? | dov’era?
altrove? | su strade più comuni? |
o ancora buie? |

(1976 circa |13 settembre 2026)

Rinuncia


tab 2015

di Ennio Abate

nelle tristi schiere di quelli
che le cose che contano
le sanno ormai inutili
dopo e le abbandonano
strada facendo

voglia di dirne altre

ma in troppi a parlare
ad ascoltare chi strilla

ciò che volevamo dire
non lo diremo mai più

4 feb 1975 | 10  set. 2026

 

Letteratura e comunicazione di massa

Uno scambio di opioni sulla pagina FB di Giorgio Mascitelli

a cura di Ennio Abate

Ennio Abate a Giorgio Mascitelli

Sulla tua interessante risposta al questionario della rivista ahida [QUI] so di rischiare la pedanteria, ma mi permetto queste note:

1. Diamo per scontato che la letteratura occupi una posizione marginale rispetto alla comunicazione sociale e che la cosiddetta letteratura impegnata scivolò in molti equivoci, ma in nome di cosa i letterati sarebbero esonerati dall’ occuparsi dei fatti tragici che accadono al mondo? ( O, in altre parole, cosa li obbliga a non occuparsene?)

2. La parziale autonomia della letteratura dalle altre istanze sociali può essere sia una comoda scusa per rimuovere la realtà dalla ricerca letteraria e sia possibilità di una visione degli eventi meno stravolta di quelle che i “combattenti” forse non possono proprio permettersi. (È evidente la differenza tra le due scelte).

3. Sì, la fruizione di ogni testo letterario è dentro il campo estetico, ma mai soltanto in quello. L’estetica non è un mondo a parte e può e viene, magari da pochi, sottoposta alla critica politica o sociale.

4. Non mi pare che il J’accuse di Zola, pur espresso in un articolo di giornale, si ponesse al di fuori dei confini del letterario. (Che, come l’estetico, ha tanti “fili” che lo collegano al resto, all’extra-letterario. Sempre se li si vuol vedere).

4.1. Per la presenza di questi “fili”, non considero più significativo l’impegno politico personale e umano di quello letterario.

5. In fondo sembri concedere una chance ai letterati. Come dire: occupatevi della critica dei linguaggi politici, sociali e letterari. E, però, chiedo: perché dovrebbero farlo soprattutto o in particolare gli “sperimentatori” e non gli altri letterati?

6. Se l’ideologia dominante penetra il linguaggio comune, in particolare quello mediatico, perché la critica non dovrebbe investire tutta la comunicazione sociale (i mass media, i social) e non essere circoscritta (o affidata) alle opere letterarie? Non solo il testo letterario ma qualsiasi testo, anche il più comune, andrebbe sottratto all’omologazione e alla banalità.

7. Sembri rivalutare il «testo letterariamente politico», malgrado la marginalità che gli riconosci. Come se potesse essere ancora il solo capace di demistificare la lingua mediatica. Ma è ancora così?

8. Lo scontro intorno al termine ‘genocidio’ serpeggia in tutta la comunicazione sociale. Ma oltre a criticare gli stereotipi intelligenti e di punta alla Zadie Smith, da te citata, si dovrebbe criticare gli stereoti più comuni e rozzi. Compresi quelli dei movimenti di massa, dove non mancano.

P..s.
La domanda dell’inchiesta mi pare contorta. Sarebbe stato meglio semplificarla con una tipo: cosa possono fare gli scrittori d’oggi di fronte ai genocidi in corso?

Giorgio Mascitelli a Ennio Abate

 1. I sentimenti morali neanche i più nobili sono letteratura e poi scusami chi dovrebbe esonerare gli scrittori? Dovresti riflettere su questa formula linguistica. 2-3: hai ragione, ma non potevo scrivere un trattato: 4. Non sono d’accordo, anche se alcuni articoli possono avere anche un valore letterario, la loro prima funzione è un’altra: se Zola avesse scritto il falso su Dreyfuss, non avrebbe avuto alcuna importanza lo J’accuse, viceversa a noi interessa ciò che Flaubert ha da dire su Madame Bovary, anche se lei non è esistita perlomeno nella sua forma romanzesca; 5. Perché gli altri accettano il linguaggio come istituzione data e oggi in particolare nella sua forma mediatica; 6. Sono d’accordo, infatti non penso che la critica dell’ideologia e del linguaggio sia un’esclusiva della letteratura, ma stavo indicando dove, secondo me, la letteratura può dare un contributo. 7. Non so se sia il solo, credo che la demistificazione letteraria sia sul piano del linguaggio la più potente. 8: uno stereotipo in un bar o in una chat privata è oggettivamente meno pericoloso che in una redazione trattato da specialisti della comunicazione

Ennio Abate a Giorgio Mascitelli

1. I letterati che si esonerano o sono esonerati da chi oggi gestisce l’ ”Istituzione Letteratura” abbondano. Evito esempi o nomi. Certo, posso riflettere sul termine ‘esonerare’ , ma resta aperto il problema di come si rapportano al potere politico e dei media o di come usino la relativa autonomia del loro sapere (punto 2).

4. Non capisco bene l’obiezione. Da tempo i confini tra letteratura e giornalismo mi sembrano meno netti. Sarei d’accordo con te se, con gli esempi di Zola e Flaubert vuoi sottolineare che la ricerca della verità nel giornalismo e in letteratura non si pone negli stessi termini. Ma è essa che accomuna più che separare la buona letteratura e il buon giornalismo.

5. Non mi pare. I letterati “sperimentatori” non sono e non sono stati gli unici a contrastare la forma mediatica del linguaggio. (Penso alla vecchia polemica Pasolini-Sanguineti, alla parabola del Gruppo 63, ecc.).

7. Può darsi. Se, però, riconosciamo che la letteratura – meglio: la letteratura critica – è oggi ancora più marginale che in passato, dovremmo pur occuparci di come demistificare – uscendo da una visione ristretta della letteratura? – il ben più vasto campo della extra-letteratura e soprattutto dei mass media.

8. Credo ci sia circolarità e un processo di alimentazione vicendevole tra i rozzi stereotipi da bar o in chat e certi specialismi.

Nunn’è n’atu millesettecientottantanove Hanne scritte sulamente e’ cahiers de doléances!

Articolo recuperato. Data: novembre 2005


Le pallottole di carta non fanno male
(cardinale Camillo Ruini)

di Ennio Abate

Ah sti-ntellettuali ex sessantottine
cumm’a mme pensionate, ma accussì stunate
addurmute, ca capa cionna
ncoppa a vrasera re rivvoluzione astutate!

Che d’improvviso ti sobbalzano
al crepitio scintillante delle faville
sgomenti de la violence:

Uuuh mamma mie, les banlieus, le casseurs !
Chiste songhe les neveux
de l’homme de la serpe
(Fanon docebat!) e allore
attacchamme subbite che litanie:

Ah, come son belle le democrazie
che pur ci donano un FUTURO
«per quanto esso possa essere
di merda» (e di guerra)!

ah, quel Santa Maria Goretti
come noi pensionato
che s’è fatto uccidere
per la “sua” vergine automobile!

Ah quel ma-Scalzone
che confonde il nostro Blair-Cofferati
con gli sbirri più efferati!

Ah, Walter Benjamin, che cazzata
contro gli orologi sparare
e nel Jetzeit sperare!



*
Ah, questi intellettuali ex sessantottini | come me pensionati, ma così stonati | addormentati, con la testa coindoloni | sul braciere delle rivoluzioni spente! || Che d’improvviso ti sobbalzano | al crepitio scintillante delle faville| sgomenti della violenza: | Uuh mamma mia, le periferie, i vandali! || Questi sono i nipotini dell’uomo della roncola | (Fanon lo diceva!) e allora | attacchiamo subito le litanie: | Ah come sono belle etc….

Due lettere su Fortini di M. Ranchetti e E. Abate


Articolo recuperato. Data: 21 luglio 2005

a cura di E. A.

A) Da Michele Ranchetti a Ennio Abate (5 settembre 2005)

Ti mando il primo dei due scritti su Fortini, letto a Siena. L’altro appena lo ritrovo oppure quando sarà edito dal Gabinetto Vieussieux dove c’è stato un piccolo convegno e figurerà agli atti. 1. Ho conosciuto Fortini a Ivrea, in un tempo che mi pare lontanissimo. Ma era in visita, non faceva più parte della colonia intellettuale, viveva già a Milano. Credo fosse in occasione della visita di Rocco Scotellaro. Di queste cose, persone e tempi vi è una poesia di Sereni.Ripensando ad allora,e quindi contrapponendo questo presente (il mio e il nostro), a quel tempo,mi sembra che si trattasse di falsi problemi, di false connessioni, di intrecci da comprendere e da sciogliere, di cui non vedo più traccia.Io lavoravo alla segreteria delle Relazioni Interne, di cui era responsabile Franco Momigliano.Allora, il contrasto, di cui si discuteva, era fra i Servizi sociali (la nuova forma di intervento sulla fabbrica distinta e opposta ai conflitti di classe) e la struttura tradizionale,ossia le rappresentanze sindacali distinte nei tre raggruppamentiti tradizionali. Veniva vissuto e contrastato o auspicato, questo contrasto, come se in esso si manifestasse una differenza non più sanabile fra vecchio e nuovo, fra ideologia e sociologia neutrale’, fra America ed Europa, fra prima della guerra e dopoguerra. Se ne discuteva tutto il giorno, nelle pause lunghissime del dopopranzo e del dopocena, prima di andare a sentire una conferenza di un intellettuale o di un poeta chiamato da Geno Pampaloni a parlare nella saletta della Biblioteca di fabbrica. Ma anche la conferenza o la poesia diventavano poi parte della discussione, venivano fatti confluire nell’argomento del contrasto insanabile, e cosi via. Non era un giro a vuoto, ma una strana ossessione monotematica da cui era difficile e insensato districarsi. Naturalmente, l’appartenenza al partito, e soprattutto le ragioni e la necessità di non appartenervi erano elementi costanti del discutere; grosso modo, prevaleva la fronda’ socialista in cui quasi tutti si riconoscevano. 2. Fortini, mi pare di ricordare, prendeva tutto questo ragionare’ molto sul serio, si infervorava, formulava giudizi definitivi, come se ogni volta, si trattasse di questioni di vita e di morte. Ed era del tutto persuaso, mi sembra, della rilevanza di ogni frase, senza sospettare limiti e velleità individuali e collettivi. Faceva sul serio, credeva davvero a quel che diceva lui stesso, forse in modo prevalente, ma anche in quello che diceva ciascuno di noi.ln me, questo destava un certo imbarazzo, come di una sproporzione originaria e non avvertita, fra il senso del discutere fra singoli intellettuali, in situazione previlegiata e marginale, e ‘il resto’, anche se non mi era chiaro il perché della sproporzione, e il ‘carattere’ di questo ‘resto’ ,che pure percepivo esistente e più forte di noi. 3. Fortini volle leggere le mie poesie. Le lesse, le prese in mano con una padronanza assoluta, come di un maestro d’arte che esamina il prodotto di un aspirante artigiano. E anche qui,in una materia per me allora così privata e segreta, io mi accorsi di quanto fossero rilevanti, per lui, tutte le cose, direi tutte le forme dell’esperienza del vivere: lo scrivere, il discutere, le amicizie, i mestieri, le appartenenze, in un certo senso senza discrimine, perché non c’è nulla che non abbia importanza e significato. Soprattutto, non c’è nulla di cui non si debba rendere conto. Ma il suo, cosi almeno mi pare, ora più che allora, non era un giudizio estetico, neppure un giudizio morale o un giudizio politico. Tanto meno, un giudizio religioso: era una sorta di giudizio universale privato che comprendeva tutti gli elementi, dove il bene e il male appartenevano alla sfera estetica, cosi come alla sfera morale, per cui una poesia non poteva in un certo senso essere bella, se non era anche buona o giusta. 4. Questo ‘giudizio’, che incombeva su ogni sua frase e ogni suo atto, di vita e di pensiero, poteva dar fastidio. In particolare, quando sembrava riguardare, o esercitarsi, su questioni marginali, che però per lui non erano tali, non potevano essere indifferenti, nell’universo di responsabilità individuali in cui si vive. Del resto, era generoso, e si prendeva davvero a cuore le sorti degli altri. Sorti che, anch’esse, erano di natura composita, letterarie, politiche, affettive. Ed interveniva di persona. Conosco, a questo riguardo, alcuni episodi che testimoniano della sua grande generosità. Perché si riproponeva il meglio da sè e dagli altri, come se si potesse disporre, ciascuno e tutti, di una perfettibilità infinita. 5. Tuttavia, a che cosa mai potesse condurre questa perfettibilità, è difficile dire, perchè ‘composita solvantur’, ma non si compongono, se non in un disegno preciso che assegna a ciascuna parte il suo limite e, direi, la sua competenza, secondo categorie non arbitrarie. 6. E qui, a me sembra, si rivela un carattere del modo di procedere intellettuale di Fortini che può rivolgersi contro di lui, o meglio, contro la possibilità di giovarsi della, sua intelligenza, della sua straordinaria sensibilità critica, del suo stesso rigore morale. E’ una sorta di rivolta dei generi, o della loro rivincita. 7. Fortini è intervenuto più nella discussione, che nelle premesse, ha esaminato le conseguenze più dei presupposti, ha discusso le opere nell’ambito della critica, anzi ha discusso soprattutto la critica. E’ come se fosse stato più attento alla riproduzione che all’originale, intervenendo nel secondo tempo della produzione, attenendosi ai risultati. C’ è come una certa reticenza, o almeno mi sembra, che si rileva, ad esempio, nei suoi diari , dove non è quasi traccia di una riflessione che non abbia note di conferma storica o bibliografica, che sia senza testo a fronte, che attesti un’emozione non mediata da un’eccezionale cultura. Per questo, la presenza costante di un riferimento, di un’occasione, sembrano imprigionare la sua prosa così consapevole in una cronaca minore, nel confronto con fatti minori, non più recuperabili ad un interesse più generale. Vi è, nei diari, ma anche nelle lettere, un accanimento critico che non si apre quasi mai ad un’esclamazione libera dell’io, che appare ritroso a scoprirsi, ad esporsi. 8. Era in gran parte così anche della persona, che escludeva ogni confidenza non destinata ad un fine. Ed è peccato, perché la sua reticenza non era affatto dovuta ad un’aridità emotiva o ad un qualche scheletro in biblioteca. E neppure, credo, ad una sua conversione al protestantesimo senza confessione di fede. Piuttosto, forse, ad una concezione della cultura come dignità hominis di tradizione umanistica, del tutto obsoleta e fastidiosa, in tempi di disperazione e disordine. 9. E’ possibile che si sia data una forte accelerazione tecnologica negli ultimi decenni, per cui, come non è più possibile percorrere distanze brevi con i mezzi pubblici e privati in tempo breve, mentre é possibile raggiungere luoghi lontanissimi in poche ore, così alcuni temi e alcuni modi di raggiungerli non sembrano più avere significato, particolari di un insieme che non ha più corso. Ad esempio, la cultura dei gruppi, la cosiddetta industria culturale su cui l’intelligenza di Fortini, si è così a lungo esercitata, sono o sembrano di fatto lontanissimi echi di luoghi non più abitati. Un altro esempio: la consulenza editoriale, ma anche la consulenza politica e in genere intellettuale, se non è diretta ad un fine preciso di perfezionamento dell’efficenza produttiva. E’ forse per questa ragione che, del resto, Fortini ha previsto, che il suo compito può sembrare esaurito. Ma anche questo è un interrogativo che risente del suo insegnamento.

Da Ennio Abate a Michele Ranchetti (6 ottobre 2005)

Qui sotto trovi osservazioni, obiezioni e a volte semplici richieste di chiarimento sul tuo ritratto di Fortini. Ti sembreranno tendenziose o maliziose, ma a me servono per mettere a fuoco quel vostro rapporto fraternamente ostile, direi, e che mi ha interessato per le sue implicazioni psicologiche e storiche, fin da quando ti sentii parlare di lui la prima volta all’università di Siena nella tavola rotonda commemorativa dopo la sua morte. Lo trovo rivelatore anche per far luce su aspetti della mia storia personale e politica. 1. Quello che chiami contrasto fra i Servizi sociali (aziendali) e i Sindacati era per te un falso problema? Non mi è chiaro se tu quel conflitto, che anche a me appare «di classe», lo sentivi reale oppure lo ritenevi (e lo ritieni adesso) una costruzione ideologica, immaginaria di Fortini o di altri. 1.1. I modi con cui quel gruppo di intellettuali viveva quel conflitto possono essere stati discutibili o schematici perché ossessivamente riconducevano tutto a quel «contrasto insanabile». Ma un problema si pone: quel conflitto c’era o non c’era? E se magari era – posso concedere – sanabile in parte alla Olivetti di allora, non lo era e non lo è poi stato altrove. Alla Fiat, ad es., era così «insanabile» che si è risolto con la sconfitta nel 1980 degli operai. 2. Cos’era e cosa è oggi quel «resto» di cui discutevano tanto quegli intellettuali sia pure «in situazione privilegiata e marginale»? Solo definendolo, nominandolo magari in altri modi (non marxisti o paramarxisti o sociologici come facevano quegli intellettuali) si può valutare l’entità della «sproporzione originaria e non avvertita» in quel loro discutere e anche la qualità di quel tuo «imbarazzo». 3. Mi colpisce l’osservazione «Fortini, mi pare di ricordare, prendeva tutto questo ragionare’ molto sul serio». Rivela il tuo profondo scetticismo verso quei tentativi (velleitari a tuo giudizio) di affrontare quel «resto». Pare di capire che per te non si trattava «di questioni di vita e di morte» (le uniche che possono o debbono davvero interessare?). Qui ci sento la tua “indifferenza” al marxismo (o dovrei dire al «mondano »?). Perché, infatti, non si dovrebbe ragionare seriamente su quel «resto» e anche infervorarsi? Che poi non si riesca a cavare un ragno dal buco è un’altra questione. 4. «io mi accorsi di quanto fossero rilevanti, per lui, tutte le cose, direi tutte le forme dell’esperienza del vivere». Perché, per te non è così? E se no, si può dire che solo una parte di esse per te lo sono? O – mia supposizione – tutte non lo sono, per l’incombere della morte, del peso che essa ha nel tuo pensare alla vita o per quel che la fede ti fa intravvedere di Altro? 5. Accentui in modo che a me pare unilaterale il contrasto tra te giovane, che presenti le tue poesie («una materia per me allora così privata e segreta»), e il Fortini «maestro d’arte». Qui il contrasto, al di là del rapporto personale o generazionale, a me pare essere tra una concezione (tua) della poesia soprattutto come fatto intimo, misterioso, inconscio e una concezione (di Fortini) della poesia soprattutto come istituzione storica, pubblica, sociale. 5.1. Certo Fortini era un giudice sovraccarico di secolari armamentari critici. Ma mi verrebbe da chiedere: non lo sapevi? non cercavi, rivolgendoti proprio a lui, di provare come funzionasse sulla tua poesia il suo “occhio clinico”? non volevi far uscire la tua ricerca poetica (privata allora penso) dalla sua dimensione segreta? 5.2. Se uno coltivasse la poesia come fatto incomunicabile e ingiudicabile, non la farebbe mai leggere, specie ai letterati di professione. Se la presenti a un altro (poeta e critico per giunta nel caso di Fortini), è perché ti vuoi distanziare da quello che hai scritto e desideri che altri partecipino a quel tuo sentire segreto oggettivatosi sulla carta. Accetti insomma di entrare nell’altra dimensione (storica, pubblica, sociale) della poesia. E sai o impari subito che lì non trovi solo amici benevoli o distratti, ma lettori carichi o sovraccarichi di competenze estetiche, filosofiche, istanze politiche, religiose, ecc. Esse entrano in gioco più o meno accortamente illuminando o a volte oscurando la singolarità di chi ha prodotto quei testi. Non è il gioco “infinito” dell’interpretazione? 5.3. Che poi il giudizio di Fortini tendesse alla Totalità, si sa. Ma il suo, se era un «giudizio universale», a me non pare «privato». Era quello di un intellettuale marxista, che aveva studiato Lukács e Adorno. Era tutta una generazione a pensare che «una poesia non poteva in un certo senso essere bella, se non era anche buona o giusta». 5.4. E poi anch’io non sono del tutto convinto: davvero una poesia può essere solo «bella»? 6. L’affermazione «…perché non c’è nulla che non abbia importanza e significato» mi pare diversa sostanzialmente dalla successiva «non c’è nulla di cui non si debba rendere conto». 6.1. La prima mi pare indicare un’apertura, un’attenzione al mondo (magari ingenua e destinata alla sconfitta: col tempo molte cose diverranno senza importanza e significato o risulteranno false…). 6.2. La seconda introduce un elemento esterno (superegoico), al quale render conto del rapporto che si stabilisce con le cose (il mondo). 6.3. Probabilmente in Fortini erano presenti entrambi questi aspetti e confliggevano (con prevalenza – concordo – del secondo). Mi chiedo però – ripeto – quanto quella «sorta di giudizio universale» (io direi: tarlo della Totalità), che tu gli imputi, fosse davvero «privato». 7. Capisco che un giudizio che assaliva «ogni sua frase e ogni suo atto, di vita e di pensiero» desse (e ti desse) fastidio. Ma proprio perché nasceva da un individuo che tu stesso riconosci come «generoso» e capace di solidarietà verso le sorti degli altri, quel fastidio andrebbe interrogato. 7.1. Dell’accanimento nel giudicare di Fortini dai una motivazione che a me pare antilluministica: «si riproponeva il meglio da sé e dagli altri»; aspirava o aveva fiducia in «una perfettibilità infinita». Riecheggi – mi pare – le antiche accuse di prometeismo e di astratta fiducia nella natura umana mosse appunto agli illuministi e ai marxisti in genere. 7.2. Moltissime pagine di Fortini smentiscono che egli nutrisse tali convinzioni o possa essere della stessa famiglia dei fautori del Progresso: s’era pur formato su Adorno; conosceva gli effetti deleteri della dialettica dell’illuminismo; dello stalinismo aveva criticato ampiamente la fede nell’«uomo nuovo»; ed era stato attento alla lezione di Timpanaro. Proprio il suo particolare marxismo («critico», appunto) e il suo cristianesimo (comunque pessimista) lo tenevano alla larga da questa eccessiva fiducia nella perfezione. 7.3. Che poi sotto la lucidità amara di questi suoi scritti perdurasse un’illusione perfezionistica residua in contrasto con le sue dichiarazioni, si può supporre. Ma andrebbe dimostrato. (Non era un freudiano, certo. Usava semmai la lezione di Freud da umanista, credo). 8. Perché non considerare che quell’«accanimento critico che non si apre quasi mai ad un’esclamazione libera dell’io, che appare ritroso a scoprirsi, ad esporsi » nascesse da altro; e cioè dall’esperienza vissuta – e poi diventata intellettualmente consapevole – dell’ingiustizia del potere nelle nostre società? 8.1. Tieni conto della sua vicenda familiare, del suo coinvolgimento nella guerra, delle frustrazioni continue derivategli dalla sua partecipazione politica. 8.2. Non credo che in Fortini sia stata del tutto assente «un’esclamazione libera dell’io». È che il suo «io» è diverso da quello di Pasolini (di cui mi parlasti – ricordi?- durante l’intervista che ti feci). Il suo fu un «io» fortemente politicizzato in senso marxiano e che sicuramente si «barricò» in una concezione “classica” della cultura. 8.3. Si può ammettere certamente che questo «io politico » in lui castigasse eccessivamente quello «privato », quello – ad es. – giovanile più aperto al desiderio di godimento e forse di confidenza [Mi avevano colpito la schiettezza erotica della poesia La buona voglia(pag.46 di Una volta per sempre, Einaudi ’78 e anche certe sue “divagazioni-confessioni” sui suoi interessi per l’arte e la pittura…]. 8.4. Mi pare però che «in tempi di disperazione e disordine» sia quella sua concezione della cultura, «obsoleta e fastidiosa», sia quel suo «io politico», ritroso a espandersi in confidenza, abbiano dato prove di coraggio (Penso alle sue prese di posizione su certi avvenimenti negli «anni di piombo», che non so considerare per la mia generazione «fatti minori»). 8.5. Perciò più che di «reticenza» a parlare di sé, a «scoprirsi, ad esporsi» – ricordo il racconto-confessione del suo comportamento “ottuso” nei confronti di Elvio Fachinelli – direi che egli si è esposto fortemente per come si era costruito: come «io politico», capace non solo di intelligenza ma anche di passione (politica). Fortini a me pare uno dei pochi letterati davvero fortemente segnato da una partecipazione passionale alla politica (ad una certa politica). E perciò a me pare quasi ovvio che nei suoi diari non vi possa essere «quasi traccia di una riflessione che non abbia note di conferma storica o bibliografica». Nella storicità delle cose (dalla guerra alla «cronaca minore») si “buttò” con tutto se stesso. E fu questa con la sua brutalità che gli impedì quell’ «esclamazione libera dell’io» e rafforzò forse la sua «concezione della cultura come dignità hominis di tradizione umanistica». (Ma forse qui sono troppo brechtiano). 9. Sulla “inattualità” di certi temi da lui trattati per tutta una vita (industria culturale, ecc.), direi che la sua lezione può apparire esaurita perché a tutto il lavoro intellettuale è stato imposto con la «forte accelerazione tecnologica degli ultimi decenni» un altro contesto (che è anche di guerra!). Ma lo si può accettare? I suoi scritti potranno apparire rozzi e superati a quelli che a questo contesto si sono adattati. A quelli che vi resistono, qualche suggerimento (etico magari, più che politico) ancora lo danno.

Laboratorio Moltinpoesia di Milano. Archivio: Rendiconto 2011

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