QUINTO ORAZIO FLACCO

                                                             UNA LETTURA PROBABILE

di Pasquale Balestriere

Avverto che questo nitido saggio su uno scrittore antico più che famoso viene pubblicato in forma semplificata per andare incontro ai lettori di Poliscritture che non hanno studiato il latino. In accordo con Pasquale Balestriere, ho fatto qualche taglio ed eliminato nel testo i versi in latino e tutte le note che rimandavano ai componimenti citati. La versione originale si legge nel volume “ASSAGGI CRITICI” (Genesi Editrice), che contiene anche altri saggi su: Dino Campana, Giorgio Bárberi Squarotti, Paolo Ruffilli, Pasquale Festa Campanile, Maria Ebe Argenti, Carla Baroni, Franco Campegiani, Giannicola Ceccarossi, Umberto Cerio, Nazario Pardini, Gianni Rescigno, Serena Siniscalco, Antonio Spagnuolo e Umberto Vicaretti”. [E. A.]

L’uomo e lo scrittore

   Esistono scrittori  nella storia della letteratura di tutti i tempi del cui riconosciuto magistero l’umanità mai potrà privarsi senza pericolose involuzioni. Essi hanno da insegnare qualcosa all’uomo di qualsiasi epoca storica.

Per dirla con S. Battaglia , «il concetto di scrittore classico risale alla stessa antichità, in quanto designava l’autore che si leggeva nella scuola, nella classe corrispondente. E pertanto acquistava valore distintivo ed esemplare».

   Uno di questi scrittori, e certamente non il minore, è Quinto Orazio Flacco.

Venosa ( 65 a. C.) lo vide nascere, Roma (8 a. C.) morire. Il padre era un liberto e amò il figlio fino al punto da farlo studiare addirittura a Roma, a prezzo di gravi sacrifici. D’altro canto Orazio ricambiò profondamente l’affetto paterno e non rinnegò mai la sua umile origine. Studiò Andronico e i lirici greci, che si sforzò di superare; e forse, a suo parere, attinse lo scopo, fatta eccezione per Pindaro, al quale si dichiara manifestamente inferiore.

  Era «piccolo di statura, canuto prima del tempo, abbronzato, pronto all’ira ma egualmente pronto a placarsi»; altrove si definisce «più instabile del sughero e più irascibile dello sfrenato Adriatico»;  ancora, scherzosamente, «grasso e lustro per la pelle ben curata… porco del gregge di Epicuro».

   Uno studioso di antropologia vedrebbe in lui il classico tipo mediterraneo; e dell’uomo del sud Orazio ebbe la fantasia, la potenza evocativa, la volontà di affermarsi a dispetto della sua umile origine; sicché, quando la fama gli arrise, spesso nei suoi componimenti affermò che, pur essendo nato ed allevato «non certamente nell’abbondanza», era riuscito a raggiungere la  posizione di cui godeva esclusivamente per le sue qualità, per il suo valore: cosa non facile nella Roma di allora.  È il 38 a. C. l’anno del discrimine, del cambio di condizione: Quinto Orazio Flacco abbandona la sua grama vita di piccolo impiegato e viene accolto nel circolo e tra gli amici di Mecenate. Ora che si è liberato dal peso e dall’umiliazione di un lavoro mediocre e  mal pagato, ora sì che potrà alimentare il  sogno di spiegare le ali dell’arte, di diventare poeta lirico, dice a Mecenate, sollecitandogli quasi il riconoscimento di tale status. Davvero un bel passo avanti -un successo!- per il giovane Orazio che, dopo aver combattuto a Filippi (42 a. C.) dalla parte di Bruto e Cassio, si era visto sequestrare i beni di famiglia a Venosa. E gli era andata proprio bene, al figlio del liberto, se in solo quattro anni era riuscito, per i meriti che gli venivano dai suoi scritti, a conquistare l’amicizia di Mecenate (che gli donerà una villa in Sabina) e poi la benevolenza dello stesso Ottaviano Augusto.

   La produzione poetica del Venosino si esprime attraverso quattro momenti che danno la misura delle sue qualità umane e artistiche, del suo modo di vedere la realtà, della grandiosa e geniale sintesi poetica, delle sue notevolissime capacità espressive: le Satire e gli Epodi (opere quasi coeve), le Odi e le Epistole.

Non intendo, in questa sede, esaminare analiticamente la produzione oraziana, ma solo enuclearne elementi altamente significativi, attuali e universali. Ciò che veramente mi interessa è delineare una figura di Orazio non dico realistica, ma almeno probabile.

   Dei Sermones (o Satire) – in tutto 18, in due libri, scritti dal poeta tra i 30 e i 35 anni e pubblicati tra il 35 e il 30 a. C. –  colpisce, a una prima lettura, il tono familiare, discorsivo, ricco di bonomia ma anche urbanamente ironico, leggermente graffiante. Altri, prima di lui, si erano serviti della satira come di un corpo contundente e i loro j’accuse si erano abbattuti sui malcapitati destinatari di tanta attenzione con la violenza di un colpo di maglio. Invece Orazio castigat ridendo mores, non muove attacchi ad personam; nessuno camminerà per le strade di Roma«con le orecchieabbassate», perché la satira di Orazio non  provoca traumi esteriori, ma solo dramma intimo e, per di più, esclusivamente in uomini tesi ad un arricchimento morale e spirituale. Satira di costume, arguta, essenziale, nel contenuto e nell’espressione: già vi si intravede quel culto tutto oraziano della parola, intesa come verbum  o lògos, strumento divino, atto a significare tutto ciò che mente umana possa concepire o immaginare.

   I temi trattati nelle Satire sono attinti dalla vita d’ogni giorno:  riguardano il disprezzo delle ricchezze (ad Orazio basta una casetta, un piccolo pezzo di terra in cui scorra una fonte d’acqua perenne, un po’ d’alberi; e, quando Mecenate gli dona una  villa in  Sabina, con commossa sincerità, ringrazia: «Era questo il mio desiderio: un pezzo di terreno non troppo grande, dove ci fosse l’orto e, vicino alla casa, una fonte d’acqua perenne e, oltre a questo, un po’ di selva.»), l’incontentabilità degli uomini (tema che ricorre anche in altri componimenti oraziani), il dovere dell’indulgenza reciproca, ecc.  L’autore,  da amico discreto, avverte: «un giusto mezzo esiste, dunque, in ogni cosa; vi sono insomma limiti ben determinati, oltrepassando o non raggiungendo i quali non può trovarsi il giusto». È qui, a mio parere, che Orazio si dimostra poeta spiccatamente classico: nel senso della misura e, conseguentemente, nell’armonia tra materia e spirito è da ravvisare il segno di una vera humanitas aliena da estremismi clamorosi ma irrazionali e forse anche velleitari.

   L’irruenza giovanile del poeta, l’inquietudine e, a volte, la sua ira trovano testimonianza negli Epodi o Iambi, scritti probabilmente dal 41-40 al 31-30: sono 17 componimenti, alcuni a sfondo politico, altri dedicati a Mecenate, altri ancora contraddistinti da attacchi personali. Questo tipo di poesia affonda le sue radici nella situazione di malessere, di delusione,  di angoscia e di ribellione successiva alla battaglia di Filippi, quando svolgeva il modesto incarico di scriba quaestorius. Ce ne dà testimonianza il poeta stesso: «Appena mi congedò Filippi, con le ali tarpate, fu la povertà che rende audaci  a spingere me, ormai ridotto in miseria e privato del podere e della casa paterna, a scrivere versi.».Dunque fu la povertà che lo spinse a scrivere versi. Lo fece con linguaggio vivido, immediato, spesso crudo e realistico, talvolta con  accenni  triviali, con qualche ridondanza, torbidezza o eccesso di troppo.  Sembra quasi impossibile, per l’accentuata differenza di tono, che Satire ed Epodi siano stati composti quasi contemporaneamente: insomma, il poeta dei Giambi non sembra davvero essere anche l’autore delle Satire.  E tuttavia il tono più acceso spesso si acquieta in sapidi commenti. Fortuna non mutat genus chiosa bonariamente Orazio, riferendosi a un ex schiavo che ora incede per la Via Sacra, gonfio di insolenza e di boria: « I beni di fortuna non mutano l’origine dell’uomo». E qui ritroviamo l’Orazio saggio e arguto dei Sermones.

   La sua lirica raggiunge livelli insuperabili nelle Odi o Carmina (103 componimenti suddivisi in quattro libri, i primi tre pubblicati nel 23, il quarto nel 15).  Eppure, da tanta perfezione, certamente non solo formale, alcuni critici sono stati capaci unicamente di trarre l’immagine di un Orazio elegantissimo ma superficiale, freddo, lucido, quasi senz’anima. A mio parere, mai errore fu più clamoroso. È ben vero che il Venosino, nel suo verso, crea il vuoto attorno alla parola, offrendo ad essa terso nitore e possibilità di ampie e molteplici risonanze, ridonando al verbum tutto il suo vigore e valore espressivo, oltre al fascino evocativo; sicché la  sobrietà stilistica, la preminenza nei suoi versi di sostantivi e verbi, l’essenzialità dell’aggettivazione, il parco uso di congiunzioni creano un’armonia inimitabile. La quale poi, a ben guardare, costituisce il segno della vera arte, a patto che non sia disgiunta dalla sincerità dell’ispirazione poetica, dal sentimento profondo della vita e della morte. E allora? Orazio superficiale e freddo? Andiamo a vedere: «Ahimè, Postumo, Postumo, rapidi scorrono gli anni, né la devozione porrà indugio alle rughe della vecchiaia incalzante e neppure alla morte indomabile … Bisognerà visitare il tetro Cocito, che scorre tortuoso con pigra corrente, e la stirpe infame di Danao, e Sisifo, figlio di Eolo, condannato all’eterna fatica. Dovremo lasciare la terra, la casa e la bella moglie, e di questi alberi che tu coltivi non uno seguirà te, signore per breve tempo, tranne l’odioso cipresso». Per non dire poi del lapidario pulvis et umbra sumus e della dolente consapevolezza della precarietà della vita umana dichiarata dall’interrogativa  «Siamo polvere ed ombra. Chi può sapere  se gli dei superni aggiungeranno ore future alla somma degli anni da noi vissuti fino ad oggi?»

   La verità è che il pensiero della morte è dominante nella mente del poeta, anche se egli si sforza di relegarlo al livello inconscio della sua psiche. Orazio sa che, a ben esaminare la vita, esistono motivi per lasciarsi andare  a un cupo pessimismo; ma, intriso com’è di sani precetti epicurei, che indicano come bene supremo una condizione di aponìa e atarassìa, si crea e delimita un mondo magari ideale e rarefatto, ma senza dubbio rispondente alle sue aspirazioni di equilibrio e di armonia; pertanto rifugge dal dolore in tutte le sue manifestazioni. In questa chiave, mi pare, sono da interpretare la poesia e la personalità oraziane. Intenderemo, così, rettamente anche i motivi poetici delle Odi, attribuendo ad essi il giusto valore. Senza sottrazioni o addizioni, come talvolta è accaduto.

   L’amore è uno dei temi ricorrenti dei Carmina. Un amore pacato, sereno, trattato in superficie: si direbbe che Orazio non abbia mai amato veramente, intensamente. Anche qui scopriamo, perspicua, una traccia del suo equilibrio, giacché egli sa bene che la passione profonda  genera anche dolore; e, dunque, più che amare una donna, ne apprezza la femminilità, la bellezza estetica, la discrezione, magari la sensualità e, infine, la previdenza, se gli fa trovare una tavola imbandita e dell’ottimo vino. Le donne? Lidia, Cinara, Fillide, Cloe, Lice, Leuconoe …  A quest’ultima dedica un carme bellissimo «Non indagare – è vietato saperlo!-  quale termine di vita gli dèi abbiano assegnato a me, quale a te, o Leuconoe, e non mettere alla prova i calcoli babilonesi. Quanto è meglio adattarsi a qualunque cosa accadrà! Sia che Giove ci abbia assegnato più inverni sia che ci abbia concesso come ultimo questo che ora sfianca il mare Tirreno contro gli opposti scogli, sii saggia, mesci il vino e, poiché breve è lo spazio della vita, taglia via una lunga speranza. Mentre stiamo parlando è già fuggito il tempo invidioso: godi l’oggi, confidando il meno possibile nel futuro.»

   In quest’ode, piccolo capolavoro di umana saggezza, sono individuabili vari elementi della poesia oraziana (sapias; carpe diem, ecc.). A me particolarmente interessa il vina liques, perché quello del vino è un altro motivo che ricorre costantemente non solo nei Carmina: il vino, racchiuso magari in una Graeca testa  («anfora greca») che è pia , cioè benefica, assume per il nostro autore notevole importanza in quanto apportatore di ebrietas, ebbrezza che presumibilmente è l’unica forma di salvezza dalle cupe meditazioni e dall’amarezza della vita: «Che cosa non dissuggella l’ebbrezza? Rivela ciò che è nascosto, realizza le speranze, spinge il poltrone alla battaglia, sgrava gli animi dalle preoccupazioni, perfeziona nelle arti.»

   Orazio dovette avere buona conoscenza di vini. Oltre al vile Sabinum, sono degni di essere ricordati i vini pregiati o “nobili”: il Cecubo, il Caleno, il Massico, il Lesbio, l’egiziano Mareotico, il Formiano, il Falerno ( un vino -quest’ultimo- che si produce anche oggi in provincia di Caserta, ma ne ignoro il grado di parentela con l’antico, se non per il luogo d’elezione ch’è lo stesso).

   Merita almeno una breve riflessione il tema del carpe diem, oggetto di interpretazioni troppo spesso corrive e banali, se non addirittura fuorvianti. Ma se si riporta l’invito al contesto della visione oraziana della vita, non si farà fatica a capire  che il carpe diem non è esortazione smodata e sguaiata a godere platealmente l’attimo, ma sussurrato consiglio a vivere piacevolmente e saggiamente la vita, attimo per attimo. Dell’ ἡδονή (piacere, felicità) epicurea egli preferisce -e cerca di conseguire o realizzare, addolcendolo e sfumandolo secondo il suo costume-  l’aspetto catastematico, ossia un tipo di piacere stabile, duraturo che ha come elementi costitutivi  serenità d’animo (atarassìa, aponìa) ed  equilibrata adesione alla vita, della quale bisogna sapersi accontentare senza brame eccessive e senza preoccupazioni per il futuro, coltivando il senso della misura e insieme cogliendone gioie e dolcezze.

   Il poeta, parco nella scelta degli amici, nutrì particolare affetto per Mecenate, Virgilio, Vario, Tibullo. Pertanto importanza notevole ha nei suoi carmi il tema dell’amicizia che è sostanziata di sincerità, di serenità e umanità. Appunto  ad un amico, Pompeo Varo, è dedicata un’ode molto nota in cui Orazio rievoca la battaglia di Filippi, la fuga e il poco dignitoso abbandono dello scudo: per quest’ultimo particolare, autentico tòpos poetico, si ricordi Archiloco: «Qualcuno dei Sai va orgoglioso del mio scudo, arma irreprensibile che io abbandonai, contro la mia volontà, presso un cespuglio… Ma quello scudo vada alla malora! Me ne procurerò, in seguito, uno non peggiore»; e Alceo: «Salvo è Alceo…/ ma gli Ateniesi hanno appeso le sue armi nel tempio della Glaucopide»; e, ancora, Anacreonte: «avendo gettato lo scudo nell’onde d’un fiume dalla bella corrente».  Anche il figlio del liberto, meditabondo, dichiara: «Con te io provai Filippi e la rapida fuga,  abbandonato non dignitosamente lo scudo»; e qui si può ravvisare un pizzico (non di più!) di ironia e di amarezza.

   Dalla consapevolezza di aver lasciato ai posteri una grande opera di poesia erompe il carme 3, 30: «Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo… Non morrò interamente ma gran parte di me eviterà Libitina»,  ossia la morte. È tempo, in questo quadro complessivo, di passare alle epistole, anche se la penna vorrebbe ancora indugiare sugli infiniti spunti di poesia e  argomenti  di riflessione offertici dalle Odi.

   Le Epistole rappresentano la fase più matura della’arte oraziana: 23 componimenti pensosi e profondi, non privi di un sottile umorismo, composti tra il 23 e il 13 a. C. e raccolti in due libri,  si riallacciano alle Satire per il tono garbato e discorsivo, per il linguaggio familiare e per la consueta pacatezza; inoltre un lirismo diffuso, una perfezione formale evidente e la saggezza di sempre indicano le Epistole come indiscutibile capolavoro. Da esse trarrò un solo insegnamento o, se si vuole, suggerimento: «Tra speranza ed affanno, fra timori ed ire, fa conto che ogni giorno sia spuntato per te come ultimo: gradita ti giungerà l’ora che tu non avrai sperata.»

   Se, a questo punto, qualcuno chiedesse che cosa questo scrittore, vissuto oltre duemila anni fa, può “dire” all’uomo del ventunesimo secolo, si potrebbe rispondere che l’insegnamento oraziano ci inonda di quella che il Flora definisce “classicità morale e verbale”: alla nostra epoca, paurosamente ricca di vacua verbosità e di scarsissime realizzazioni, Orazio dà una lezione di stile con il suo dettato linguistico essenziale, scarsamente aggettivato, proprio, sicuro; a noi che, nevrotici ed incerti, ci affanniamo per conseguire misere conquiste personali e benessere materiale, a noi schiavi di un tenore di vita standardizzato e banale, suggerisce di costruirci una  dimensione più vera, più ricca, più armonica, più umana. E questa nostra realtà così frenetica egli ci esorta a guardare con tolleranza, arguzia  e, magari, con ironia; e se una tavola imbandita e un buon bicchiere di vino possono servire a sgravarci dalle pene quotidiane, siano i benvenuti.

                           Il tema della femminilità

In un’ode del primo libro Orazio dice di voler cantare i conviti e le battaglie amorose delle fanciulle, temibili anche con le unghie tagliate, contro i giovani.

  È, questa dichiarazione, un manifesto poetico e un programma di vita: e, in effetti, il motivo del convito e la figura della donna assumono grande rilievo nella complessa  tematica della poesia oraziana; in essa, del resto, affiorano perspicui  altri elementi, tutti perfettamente armonizzati all’interno della visione della vita che lo scrittore mostra di avere.

  Il convito e la donna costituiscono per Orazio due momenti di vita fondamentali, perché spesso risolutori, sia pure temporaneamente, di stati d’animo angosciosi (infatti l’atra Cura, «l’angoscia» appunto,  afflisse il poeta per tutta la vita); e procedono di pari passo: voglio dire che, per il Venosino, salvo rarissime eccezioni, non esiste banchetto senza donne e viceversa; essi, insomma, sono due elementi inscindibili di un’unica realtà e, se si vuole, di un’esigenza rasserenatrice.


   Orazio, secondo il dettato epicureo, ritiene l’amore – quello vero, profondo, passionale – un sentimento che genera dolore. Dunque è da evitare,  in quanto sconvolgerebbe un equilibrio interiore  realizzato a fatica.

Pure viene spontanea la domanda: non è stata forse la morte prematura della «buona Cìnara», forse primo, ma certamente unico, vero amore di Orazio, a determinare in qualche modo la situazione interiore del poeta? Quella Cìnara, alla quale «il fato assegnò breve vita» e che era «avida» con gli altri, ma generosa e disinteressata con lui? Quella Cìnara che lo amò quando, giovane, egli aveva «un fisico robusto e neri capelli che gli ombreggiavano la fronte» e che, come si è visto,  ripetutamente ricorda nei suoi scritti?  Non bisogna, credo, sottovalutare esperienze giovanili che nei processi educativi, e in genere formativi, hanno non secondaria importanza, perché anch’esse  contribuiscono a determinare il carattere dell’uomo maturo.

Come che sia, dopo quell’esperienza giovanile, Orazio, certo per essere venuto a contatto con la filosofia di Epicuro, comincia a vedere l’amore e la donna in modo diverso.


  Ma chi sono le compagne del poeta o almeno i personaggi femminili della sua poesia?


C’è Frine: «mi consuma la libertina Frine, non contenta di uno solo» (a tal proposito si ricordi Catullo: «e tuttavia, anche se non fosse paga del solo Catullo, sopporterò i rari furti della vereconda signora»; una passione, quella per Frine, che divora Orazio al punto di non permettergli di scrivere versi La libertina Mìrtale, invece,  è «più minacciosa dei flutti dell’Adriatico»;. Lidia poi, che non è libertina o meretrice come le precedenti (e, quindi, forse di più elevata condizione sociale), è descritta come amante insaziabile: difatti ha ridotto ad una larva d’uomo il giovane Sibari. Ciò nonostante, Orazio si mostra sdegnato (e geloso) quando scopre il bel corpo della donna straziato, in schermaglie amorose, dal giovane Tèlefo, boriosamente irruente; ma Lidia comincia a dar segni di senescenza, non è più cercata dai giovani: rimarrà presto sola con la sua libidine insoddisfatta. Del che il poeta si mostra contento, giacché certamente l’infedeltà della donna non lo ha reso felice; eppure egli è pronto a rinunciare, per lei, alla «bionda Cloe». Cloe, appunto, «simile ad un cerbiatto che va alla ricerca della timida madre»,  è certamente un’acerba giovinetta «ritrosa», anche se «esperta in dolci melodie e capace di suonare la cetra».

   Orazio non ne pare eccessivamente innamorato; è avvinto, invece, dalla statuaria bellezza di Glìcera,  più luminosa di un marmo pario («mi brucia la splendida bellezza di Glìcera, che rifulge più luminosa del marmo di Paro»); e altrove ribadisce «mi consuma, lento, l’amore per la mia Glìcera»; più che di amore, mi pare si tratti di ammirazione estetica – o forse estatica –  nei confronti di un tal esemplare di bellezza muliebre. Alla bellissima Glìcera fa da contrappunto la vecchia e dissoluta Clori, moglie del pauper Ibico, la quale partecipa ai giochi delle virgines e tenta di confondersi con loro, nella speranza di accalappiare magari qualche sprovveduto amante.


  L’elenco, e quindi la descrizione dei tipi di donna che compaiono nella poesia oraziana, sarebbe lungo. Ritengo, comunque, di aver presentato figure sufficientemente significative; pertanto citerò solo en passant altri nomi: la spergiura Barine; l’infedele Pirra;  Tindaride «dalla dolce zampogna»; la «cortigiana» Lide, che non vuole ascoltare i versi del poeta  o che non si decide a tirar fuori dalla dispensa l’anfora con il vino; la bionda Fillide, ultimo amore oraziano (« Ultimo dei miei amori- e infatti per l’avvenire non m’infiammerò per un’altra donna-») ; la crudele Lice, capricciosa con gli amanti, che il poeta deride, perché, ormai vecchia, vuol sembrar bella;  e poi Foloe «ritrosa»; Leuconoe, innamorata del poeta e timorosa del futuro; Asterie, moglie di Gige, fedele al marito ma forse attratta dal vicino Enipeo; Lalage, che parla e sorride dolcemente; la repellente strega Canidia; Inachia, un  violento amore giovanile, che  colse il poeta quando ancora ignorava le dottrine epicuree e del quale si pente: «Ahimè, quanto feci sparlare di me la città -e come mi vergogno di un così grave errore-!»; e, infine, ricorderò Neera, dalla bella voce, che il Venosino vuole presente ad un banchetto.


   Altre figure femminili vivono nell’opera oraziana; non le citerò, e non credo che questa sarà una grave omissione.


   Da quanto esposto, emerge un quadro notevolmente variegato di caratteri femminili: libertine, donne infedeli e crudeli, fanciulle acerbe e scontrose, giovani innamorate e superstiziose, cantanti e citariste; da alcune di esse Orazio è attratto fisicamente, a volte in modo anche intenso; altre risvegliano in lui il gusto dell’esteta; per altre nutre sentimenti di tenerezza, magari un po’ lasciva, rimpiangendo i suoi giovani anni; altre, ormai vecchie, per una sorta di ripicca, sono derise da lui, nel ricordo di passate gelosie.

   La donna, per Orazio, deve essere anzitutto buona amica, poi ottima conversatrice, dolce, disponibile alla buona tavola e magari all’amplesso amoroso, graziosa quanto basta, giovane (ma neppure tanto); deve inoltre saper suonare e cantare ed essere libera da preoccupazioni che intristirebbero il poeta; il quale, a sua volta, odia o, forse meglio, teme quei legami che, apparentemente duraturi, si rivelano poi precari e dolorosi.  «Mi piacciono gli amori accessibili e facili» dichiara Orazio: la  donna  -ancella, liberta, etera, mai matrona, proprio per questa sua condizione di donna sposata –  gli sarà compagna per un’ora, per un giorno, per un periodo breve, ma non necessariamente o precisamente determinato; è perciò chiaro che non l’amore egli cerca, ma piuttosto la femminilità, intendendo con tale termine quell’insieme di qualità e di caratteristiche che rendono la figura della donna desiderabile,  affascinante, quasi irresistibile ai suoi occhi.

   Dice bene il filologo Alfonso Traina quando afferma che «Orazio volle essere, ma non fu,  poeta d’amore; d’amori, piuttosto.». Però, come ben intuisce il filologo e traduttore Enzo Mandruzzato, «circondò sempre di bellezza le sue donne fugaci». E ciò perché, per il Venosino, la bellezza, prima e più che una categoria dello spirito, era un fattore necessario alla vita, un elemento che ne determinava l’armonia e la ricchezza.

Qualcuno potrebbe essere indotto a pensare a Orazio come a un libertino. Niente di più falso. Anzi, se si gratta via la patina dell’esteriorità, non si tarda a scoprire nell’uomo dell’est modus in rebus, cioè del senso della misura,  una risentita moralità (non moralismo) che è insieme causa ed effetto della perseguita (e, almeno parzialmente, conseguita) mediĕtas («medietà, giusto mezzo»). Lo dico chiaro, una volta per tutte: Orazio è scrittore di grande serietà. Tracciato per la sua vita un percorso, sostanzialmente retto e virtuoso, si sforza di seguirlo, addolcendolo con una punta di bonomia e con qualche lepidezza. Si pensi alle cosiddette “odi romane”, cioè alle prime sei odi del terzo libro, in cui il poeta, ponendosi quasi come istitutore della gioventù romana – in quel clima di riorganizzazione dello Stato romano su basi (apparentemente) repubblicane e di  moralizzazione dei costumi così cara ad Augusto-, dispensa consigli e precetti relativi all’educazione civile e militare e ad un’etica più risentita. Ecco l’incipit della prima di quelle odi, famosissimo: «Detesto il volgo profano e me ne  tengo lontano: mantenete il silenzio; io, sacerdote delle Muse, comincio a cantare,  per le vergini e per i fanciulli, dei  canti mai uditi prima».  Il significato complessivo di questa citazione ci pone nel bel mezzo di una celebrazione religiosa dalle sfumature misteriche ed esoteriche, perché i “canti mai uditi prima” sono (anche o soprattutto?) formule sacre cantate dal sacerdote delle Muse a vantaggio degli iniziati, della generazione nuova. È evidente che qui Orazio, convinto com’è della necessità di un improcrastinabile recupero dei valori della Roma repubblicana, addensa, e forse carica, di significati religiosi quello che certamente è, visti i tempi corrotti, un arduo percorso di formazione. E cosa insegna il sacerdote delle Muse, cioè il poeta, ai giovani romani? Questo: vivere in modo onesto e tranquillo, sobrio e vero, con coraggio e parsimonia, con civiltà e lealtà, difendendo la giustizia, la religione e la patria, confidando nella missione imperiale di Roma nel mondo. E consiglia morigeratezza alle matrone e grande serietà, anzi severità, nel processo educativo dei futuri cittadini e soldati.

E se è vero che queste prime sei odi del terzo libro sono il frutto di una richiesta neppure tanto velata di Augusto ai “suoi”  poeti (Orazio e Virgilio in primis), è altrettanto vero che la decadenza dei costumi romani dispiace ad Orazio, il quale in essa vede, e non a torto, i segni premonitori del tramonto di Roma: purtroppo gli eserciti dell’Urbe cominciano a cedere, perché i romani hanno dimenticato l’austerità dei padri;  la lussuria impera, si dà l’assalto alla virtù delle matrone; trionfa il libertinaggio postribolare; le donne apprendono le danze ioniche, ricche di movenze lascive ed allettatrici, e commettono adulteri in presenza di mariti condiscendenti: «Ma quando  (la donna) è invitata, consapevole il marito, si leva dalla mensa davanti a tutti, sia che la chiami il bottegaio o il comandante di una nave ispanica che paga bene le vergogne.» Il poeta, nauseato, disprezza Clori (non la fanciulla “dalle bianche spalle”, ma la già citata “moglie del povero Ibico”), moglie disonesta;  rispetta ed apprezza invece  la fedeltà coniugale di Licinnia (pseudonimo per Terenzia, moglie di Mecenate).

  All’appressarsi dei cinquant’anni Orazio non si sente  propenso come un tempo ad avventure galanti ed assume un’aria di uomo vissuto, ormai placato negli stimoli erotici: è un atteggiamento curioso che non manca di far sorridere il lettore e che ritroviamo  nell’incipit del quarto libro dei Carmina: «Di nuovo, o Venere, mi muovi guerre abbandonate da lungo tempo? Risparmiami, ti imploro, te ne supplico. Non sono più com’ero sotto il governo della buona Cinara. E smetti, o fiera madre dei dolci amori, di tentare di piegare con molli comandi me ormai restio e per di più vicino ai dieci lustri. Vattene dove  ti chiamano le dolci preghiere dei giovani.»


  Notevole è l’impegno del poeta nel cercare di eliminare alla radice stessa del sentimento, per così dire, amoroso (e non solo di quello) ogni traccia di asperità, di clamore e di isterismo; lo scrittore, in tal modo, conferisce al sentimento stesso la levigatezza necessaria perché  esso risulti armonizzato e perfettamente integrato in quella temperie spirituale da cui poi deriva la personalissima Weltanschauung del Venosino. In lui, che si sforza di seguire i dettami epicurei e di dominare la potenza del sentimento (e spesso vi riesce), è sempre presente e viva la ricerca dell’armonia interiore che è il segno precipuo della classicità.

   Per completare lo sviluppo del tema della femminilità nell’opera oraziana, mi piace riportare quello che,  per mia conoscenza,  è il primo componimento amoroso a contrasto del mondo classico. Mi riferisco all’ode  3, 9, una deliziosa  schermaglia in punta di fioretto tra  il nostro poeta e  Lidia, figura femminile già citata e che ricorre più volte nei Carmina per essere stata una donna da lui molto amata (sempre nel senso oraziano del termine). Si sa che nella letteratura antica greca e latina i canti amebei erano piuttosto diffusi: nella lirica monodica e corale greca,  nella commedia di Aristofane, in Teocrito, in Virgilio, ecc.  Ma in 3, 9 il carme amebeo assume la connotazione di contrasto amoroso.

   La parola al poeta: «Fino a quando ti piacevo né alcun giovane preferito a me  ti cingeva con le braccia il candido collo, mi sentii più potente e felice del re dei Persiani.»  Qui Orazio rievoca con nostalgia.

   Lidia risponde:  «Fino a quando non ti infiammasti di più per un’altra e Lidia non veniva dopo Cloe, io, Lidia gloriosa, fui più famosa della romana Ilia.»    In questa prima battuta Lidia sembra un alter ego di Orazio, in quanto ne ricalca le espressioni, addirittura intensificandole e specularmente collocandosi sul piano della memoria e del sottile rimpianto. Poi arriva  il contrasto vero e proprio, il breve duello verbale,  che si risolve in due stoccate.

   Quella di Orazio: «È ora signora del mio cuore la tracia Cloe, che sa dolci canzoni e suona bene la cetra, per la quale non esiterei a dare la vita se i fati risparmiassero lei, l’anima mia.»

   La risposta, a tono, ma più piccata, di Lidia, che raddoppia:  «M’infiamma d’amore corrisposto Calai, figlio di Òrnito di Turii, per il quale sarei disposta a sopportare la morte due volte, se i fati risparmiassero la vita al mio ragazzo.»

   Dopo la risposta di Lidia, il contrasto vero e proprio è bell’e concluso. I due, in fondo, si amano ancora, anche se hanno enfatizzato fuor di misura sentimenti e amanti. Sicché le ultime due strofe volgono alla riappacificazione.

Orazio, ammiccante:  «E che farai se ritorna l’antico amore e riunisce sotto il giogo di bronzo quelli che separò, se viene allontanata la bionda Cloe e s’apre la porta a Lidia un giorno respinta?»

Condiscendente, Lidia, ma con un iniziale distinguo, che si annulla nel verso finale: «Benché egli sia più bello d’una stella, tu più leggero di un sughero e più collerico del tempestoso Adriatico, con te amerei vivere, con te morirei volentieri.»

   Quando penso a certi “contrasti” della prima letteratura in volgare (Rosa fresca, aulentissima di Cielo D’Alcamo, Becchin’amor di Cecco Angiolieri, per citare i più conosciuti) non posso non notare la distanza siderale tra questi ultimi, che pure hanno una loro freschezza, originalità, piacevolezza,  e il capolavoro oraziano, spontaneo, sì, ma leggiadro, venusto, fine, percorso da armonie e corrispondenze interne. Armonioso. Come del resto tutto il mondo in versi del poeta augusteo.

                      La “filosofia” oraziana, la religione

e il motivo simposiaco-conviviale

    La poesia oraziana è densa di elementi satirici, parenetici, mitici, “erotici” (nell’accezione ampiamente descritta in  precedenza), lirici, gnomici. Nella gnome e nella parènesi è individuabile, più che altrove, la peculiarità del pensiero del Venosino: in esso affiorano, facilmente riconoscibili, tracce di filosofia stoica ed epicurea.


   Eppure il poeta sembra ridersi della dottrina stoica; non così in una satira divertente ma amara  nella quale il servo Davo, uomo non incolto relativamente alla sua condizione, furbescamente usando della libertà concessagli dai Saturnali, impartisce ad Orazio un’arguta ma puntuale lezione di filosofia stoica, facendolo montare su tutte le furie. È opportuno però precisare che il poeta non si ride dello stoicismo ma piuttosto delle conclusioni paradossali o aberrazioni a cui giungono i seguaci di questa scuola di pensiero.


   Che tuttavia Orazio, almeno da giovane,  al dettato della filosofia stoica -con la sua etica ferma, severa, ultimativa, anche se libertaria e volta ad affermare la necessità della virtù e a privilegiare la dignità dell’uomo-  preferisca quello epicureo è fuor di dubbio; ma neppure l’epicureismo egli assume integralmente a norma di vita, se manifesta profonda paura della pallida mors. Né vale a fargli considerare   la morte come liberatrice dai mali che ci tormentano  la rasserenante puntualizzazione di Epicuro sulla vanità di temerla, contenuta nella lettera a Menecèo (:”Abìtuati dunque a pensare che la morte per noi è niente”, nel senso che non ha importanza, perché “ quando noi siamo – cioè viviamo-  la morte non c’è, quando c’è la morte, allora noi non siamo più. Dunque essa  non rappresenta proprio nulla né per i vivi né per i morti.”)  e riportata da Lucrezio (“Nulla è dunque per noi la morte e non ci riguarda affatto”). Anzi l’idea della morte è per lui angosciante, sicché per liberare l’animo dalla paura  chiama in soccorso filosofia e religione, buonsenso e cultura, poesia e natura. Con qualche vantaggio, ossia guadagnando momenti di serenità. 

   Nel pensiero oraziano, quindi, confluiscono elementi della filosofia stoica, che si manifestano poeticamente soprattutto nelle odi civili, e norme della dottrina epicurea, riscontrabili nei componimenti che interessano la sfera privata dell’individuo; il tutto è armonizzato e contenuto da un bonario e sorridente scetticismo, derivante, forse, dal contrasto che le due tesi filosofiche generano in lui; ed è condito con  una buona dose di senso pratico. 

È un tipo di filosofia, quello di Orazio, tutto particolare; e del resto nella prima epistola del primo libro egli confessa che a nessuna scuola intende legarsi; e più precisamente che non è disposto a giurare sulle teorie di alcun maestro (per noi una bella lezione di libero arbitrio!); si può anzi affermare che le dottrine filosofiche, opportunamente ritoccate e fuse in un sincretismo pratico tutto romano, sembrano divenire, tra le mani del Venosino, strumento e premessa per una condizione ideale di vita, sgombra da ansie, paure e dolori; e tale modus vivendi , tale armonia interiore il poeta non possiede, quasi per una sorta di dono divino, ma si sforza di attingere giorno per giorno e conservare il più a lungo possibile; per questo sentenzia: «Fuggi i piaceri: fa male una soddisfazione procurata a prezzo di dolore» che, se vogliamo, è un altro caposaldo della dottrina stoica.


   Orazio, dunque, educato alla dura ma concreta scuola della vita, realisticamente coglie dalle varie teorie filosofiche gli elementi che a lui interessano, mantenendosi lontano da ogni paradosso e astrazione; esiti, questi, a cui invece giungevano  varie tendenze filosofiche attraverso processi speculativi rigidamente logici o troppo intellettualizzati.


   Questa digressione concernente la “filosofia” oraziana ha valore di premessa necessaria alla retta interpretazione del motivo simposiaco-conviviale, caro al poeta almeno quanto quello erotico; si è già detto prima come questi due temi ( e momenti) siano intimamente collegati e quasi fusi a fare argine ai momenti di tristezza, quando non d’angoscia, da cui Orazio era spesso afflitto. Se il lettore provveduto allerta, sia pure di poco, il suo senso esegetico, non tarda a scoprire, appena sotto la corteccia di tale tipo di componimenti,  i sentimenti che agitano dolorosamente l’animo del poeta: quello della fuga del tempo, e quindi della brevità della vita, ma anche quello  dell’ indomita mors.

   A siffatta situazione negativa il poeta reagisce con il carpe diem, il vina liques, il nunc est bibendum. E così il simposio-convito, che deve garantirgli momenti di obliosa serenità, si trasforma in rito: in un’atmosfera raccolta – Orazio non ama la confusione né la calca –  si liberà agli dèi, dopo essersi coronati di mirto e di edera; compagna del poeta sarà Lidia, o forse Leuconoe, o magari Glìcera; non mancherà la citarista, meglio se Tindaride; e neppure, a completare l’atmosfera quasi sacrificale, il rituale incenso e le medicali, sacre verbene.


   Il simposio che si fa rito, assumendo aspetti sacrificali ed una precisa liturgia, indurrebbe a pensare ad un Orazio legato fermamente alle divinità tradizionali. Non è proprio così, nonostante sembri sostenere il contrario l’ode 1, 34, in cui  il poeta, spaventato da un fulmine a ciel sereno, professa di voler ritornare alle antiche credenze, cioè alla religione tradizionale, abbandonata per la dottrina epicurea  (che qui definisce ossimoricamente  «folle sapienza»), la quale, vale la pena di ricordarlo, sosteneva che gli dèi vivessero sereni negli intermundia (spazi infiniti interposti tra gli innumerevoli mondi reali), per nulla curandosi  degli uomini e delle loro vicende.

Pare invece più probabile che la sua fosse piuttosto una sorta di religione naturale: «e infatti so bene che gli dèi vivono una loro vita tranquilla; e che, se la natura produce qualcosa di meraviglioso, non sono certamente gli dèi adirati a mandarcelo dall’eccelsa volta del cielo».  Di conseguenza Giove, Mercurio, Venere, Apollo ecc. sono invocati dal poeta per quello che rappresentano: Giove vuol significare l’ordine dell’universo, la potenza, la regalità; Mercurio la facondia, l’astuzia e l’inventiva; Venere  la bellezza, l’amore, la fertilità; Apollo  il sole vivificatore, la musica e la poesia. L’invocazione di queste divinità, inoltre, risponde a un’esigenza conformistico-tradizionale del poeta, in quanto in esse hanno creduto suo padre  e i maiores che hanno dato a Roma grandezza e potenza. E poi lo stesso Augusto, nel suo programma di restaurazione dell’impero, aveva -come già detto- previsto anche il ritorno alla religione tradizionale, nella speranza che rivivessero i costumi di un tempo e Roma potesse godere della tranquillità necessaria dopo tante vicende belliche spesso amare e luttuose.


   Ecco, Orazio crede nella potenza e nell’immortalità di Roma, oltre che nel fascino e nell’immortalità della poesia: è questa la sua vera religione ed egli si sente Musarum sacerdos, sacerdote della poesia e del convito-rito sacrificale; sacerdotessa, preferibilmente di Venere, sarà la sua compagna e “strumenti” del sacrificio un agnello o un verro oppure un capretto o magari un vitello; mai, comunque, mancherà il vino. Cecubo, Massico, Caleno, gelosamente conservati e debitamente invecchiati, saranno tratti fuori «dalle cantine avite» e religiosamente centellinati. Così il vino, elemento principe del convito, potrà dare l’ebrietas, che, se da un lato rompe gli argini del modus, dall’altro, come s’è già scritto, «l’ebbrezza … permette che si realizzino le speranze … sgrava l’animo dalle preoccupazioni».  

 
   Comunque i momenti di ebbrezza in Orazio sono assai rari; e in ogni modo egli consiglia moderazione: «che nessuno superi la giusta misura dei doni di Libero», cioè di Bacco. Insomma si deve bere quel tanto necessario per addolcire gli affanni della vita. Pure, nei banchetti che festeggiano il ritorno di qualche amico,  il poeta abbandona il suo abituale senso della misura per darsi al vino e alle danze, invitando gli altri a fare altrettanto.

Orazio, come s’è già detto,  non ama la calca; e pertanto ai simposi troppo affollati preferisce conviti più intimi, magari lui e Fillide, da soli: lui e il suo ultimo amore. E neppure lo attirano eccessivamente i pranzi raffinati: a lui bastano vivande semplici, possibilmente prodotte dal suo orto, e del  vile Sabinum (anche quello della sua villa sabina?).

Il convito e l’amore, quindi, si collocano nell’esperienza lirica oraziana come momenti capaci di proiettare l’uomo in una dimensione semidivina, consentendogli di dimenticare, sia pure per breve tempo, la sua pesante e dolorosa umanità.

                                     Conclusione

Di Quinto Orazio Flacco ho detto tutto ciò che mi pareva giusto,  adeguato e necessario a tratteggiarne un profilo quanto più possibile onesto e reale. E anche tutto ciò che mi piaceva. Non voglio né mi interessa scrivere altro. La sua humanitas, davvero molto speciale,  lo ha consegnato  alla memoria dei posteri intatto e vivo nei suoi sentimenti, immortale, anche  per la sua fede nella poesia eternatrice:

Vixere fortes ante Agamemnona

multi; sed omnes inlacrimabiles

urgentur ignotique longa

nocte, carent quia vate sacro.

Furono in vita prima di Agamennone

già tanti eroi;  ma, tutti illacrimati

e ignoti, eterna li opprime la notte

privi del sacro canto del poeta.

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