La sveglia della dialettica

«Fredric Jameson» di Marco Gatto

di Donato Salzarulo

1.- Mercoledì 8 giugno, giorno del compleanno di Lucia, mia figlia, vado a letto verso le ventuno e trenta. Successivamente all’invasione russa dell’Ucraina, ho trascorso qualche settimana a seguire telegiornali e finti dibattiti televisivi. Ne sono rimasto così disgustato, da decidere di impiegare meglio il mio tempo: dopo aver letto qualche pagina di libro, alla mia età, dormire mi è parsa la scelta più saggia.
Sto già sonnecchiando, quando squilla il telefono. La figlia festeggiata, scusandosi, mi avvisa che è morta la nonna di una mia nipote. Il colloquio telefonico, per quanto breve, mi riporta allo stato di veglia. Annoiato di quello che stavo leggendo, apro il primo libro non letto, scelto dalla pila sul comodino: «Fredric Jameson» di Marco Gatto (Futura editrice, 2022). Vado avanti per una trentina di pagine, poi, per non disturbare la consorte, mi sposto in sala, sul divano.
Ipnotizzato dalla scrittura, ma con attenzione sempre viva e sollecita, macino 112 pagine e, giunto al capitolo quarto («Verso un’estetica geopolitica»), mi impongo di tornare a letto. L’una è passata da un pezzo.
La mattina successiva per varie ragioni non riesco a riprendere la lettura. Ma mi sento addosso una bella sensazione di nutrimento della mia vita interiore.  Capisco di aver riscoperto e interiorizzato concetti come «dialettica», «totalità», «mediazione», «autocoscienza», «critica del presente», ecc. 
Uscendo fuori casa, per andare a comprare i giornali, sul lungomare, respiro l’aria di una bella giornata con un cielo limpidissimo e una carezzevole brezza. A metà strada, m’imbatto nello spettacolo di una gru mobile autocarrata che sta tirando su un pezzo da montare di una gru fissa. Insieme ad altri spettatori, per qualche minuto, mi fermo ad ammirare la delicata operazione d’incastro.
Un bambino, che sta dando la mano a sua nonna, con gli occhi rivolti verso il cielo, le dice: «Nonna, da grande voglio farlo anch’io…»
«Ma no! – le risponde l’anziana signora – Il gruista è un lavoro pericoloso…»
Incredibile, penso tra me e me. Ecco come spegnere l’entusiasmo di un bambino. Io gli avrei risposto: «Certo, tesoro!… Farai il gruista e aiuterai a costruire palazzi alti come il cielo…».
La vicenda non finisce così. Dopo aver comprato i giornali, mi siedo su una panchina all’ombra di una quercia per sfogliarli, ma il desiderio del bambino, quel tarlo si trasferisce nella mia mente e l’accende. Mi metto a verseggiare. Quando le parole mi sembrano stabilizzate nella testa, apro una cartella delle Note e sul cellulare scrivo:

Stamattina mi sento un po’ gruista.
Vorrei montare pensieri
per arrivare al cielo
della tua mente…Ho ancora
le emozioni di un bambino,
benché tu sia assente o diventato
il Dio del contingente.

Scrivo “Dio”, ma penso a Lukács, all’ontologia dell’essere sociale, alla «Totalità»; una totalità che sembra non esserci più, perché viviamo nel dominio della frammentazione, della contingenza, della casualità, del nichilismo…

2.- Fredric Jameson nasce a Cleveland, nell’Ohio, il 14 aprile del 1934. Rappresenta quasi certamente il teorico e il più importante critico della cultura attualmente vivente. Hegelo-marxista, è un intellettuale enciclopedico, un lettore onnivoro, uno scrittore di libri rimasti pietre miliari: da «Marxismo e forma. Teorie dialettiche della letteratura nel XX secolo» del 1971 (trad. italiana, Liguori 1975, con un’introduzione di Franco Fortini) a «L’inconscio politico. Il testo narrativo come atto socialmente simbolico» del 1981 (trad. italiana, Garzanti 1990) a «Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo» del 1991 (trad. italiana, Fazi, 2007).
Marco Gatto nel suo libro, che è sostanzialmente una panoramica del pensiero di Fredric Jameson, dà conto della produzione culturale, anche più recente, del grande critico. Mi riferisco, tanto per fare un esempio, a «The Benjamin Files» del 2020, apparso nel mese di marzo in traduzione italiana col titolo «Dossier Benjamin» (Treccani, 2022).
Ma perché sono stato così attratto dal libro da restarne incollato? La risposta più facile: perché è scritto con sensibilità, intelligenza e profonda conoscenza della “materia”. O ancora: perché è un’ottima sintesi del percorso concettuale e culturale di Jameson…Vero. Ma io ho continuato a leggere con curiosità ed interesse perché, sin dall’introduzione, mi sono confrontato con titoli-programmatici come «Una poetica delle forme sociali» oppure con frasi come queste: «se la riflessione è un fatto di militanza, allora il lavoro culturale ha bisogno di aggredire e di afferrare l’esistente senza sconti o resti» (pag. 19). Ecco, niente intellettualismi, niente specialismi, niente linguaggi rarefatti. La riflessione è un fatto di militanza. Occorre dire da che parte si sta. Il lavoro culturale deve aggredire e afferrare l’esistente. Basta con questo “eterno presente” capitalistico. Il presente non è eterno per definizione. Il mondo è in costante trasformazione.

Sul mare l’orizzonte si vede.
È sul sociale che tutto frana.
Il nodo è tutto qui: tu sei il punto
di una rete, non la rete.
Ma se non possiedi la rete,
non possiedi neanche il punto
La nostra sete di sapere deve
farsi trascendente: sgretolare
il presente, la tirannia estetica
dell’Io, la storia senza contesto
e priva di memoria

Il libro mi prende; mi prende a tal punto che, per tutto il giorno successivo, cerco di tradurre i concetti in immagini. Da poetica a poetica…

3.- Nato nel 1983, Marco Gatto è ricercatore presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Università della Calabria dove insegna Critica letteraria e Teoria della letteratura. Nel 2008 aveva già scritto un’introduzione al pensiero del grande critico letterario statunitense: «Fredric Jameson. Neomarxismo, dialettica e teoria della letteratura» (Rubbettino, Soveria Mannelli). Questa è una nuova introduzione, ma, come scrive l’autore, «dialoga sotterraneamente con la precedente».
Io non ho letto il libro precedente. Relativamente al percorso intellettuale e culturale di Jameson, questo si articola in cinque capitoli:
I) ALLA RICERCA DI UN METODO DIALETTICO;
II) UNA TEORIA POLITICA DEL TESTO LETTERARIO;
III) LA SVOLTA CULTURALE DELLA POSTMODERNITÁ;
IV) VERSO UN’ESTETICA GEOPOLITICA;
V) MAPPE MARXISTE PER IL NUOVO MILLENNIO
Le parole-chiavi dell’opera di Jameson e della ricerca di Marco Gatto ci sono tutte: la scelta consapevole del “metodo dialettico” per analizzare, ad esempio, un testo letterario; la necessità di dotarsi di una teoria che sostenga correttamente il primato dell’interpretazione politica del testo (il che non significa negare altri livelli e modelli di analisi: stilistica, narratologica, ecc., ma ricomprenderli in una totalità più ampia); i cambiamenti culturali prodotti dalla postmodernità, condizione in cui diventa sempre più difficile distinguere i processi culturali e simbolici da quelli materiali (generalizzazione dell’”industria culturale”), ecc.; il bisogno di dotarsi di “mappe marxiste” per i tempi che stiamo vivendo, un bisogno da diffondere e approfondire se davvero si vuole risalire la china in cui da quasi mezzo secolo siamo finiti; scrivo “siamo finiti” e intendo un Noi che ora si manifesta, ora no; un Noi anticapitalistico, un Noi che sostiene la possibilità di un altro mondo, che ritiene necessario un movimento di liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione del lavoro/non lavoro capitalistico; un Noi ecologista, pacifista, femminista in contraddizione con la cultura patriarcale…Oltre che lotte sociali, tutto ciò richiede battaglia culturale, artistica, letteraria, teatrale, musicale, cinematografica…

Dura poco la nostra oasi,
dura al massimo due ore.
A volte, ancora peggio:
è una fiammata, un fuocherello
di minuti, memorie spente,
lampi di passato non sempre
convertibili in linee di forza
del futuro, disegni, progetti,
spazi, case…Quante volte
ti ho sentito dire: ci basterebbe
una casetta per dare corpo
ai nostri sogni?…

4.- Il vocabolario filosofico di Jameson si forma a partire dalla sua tesi di dottorato su Sartre nel 1961, compilata sotto la guida di Henri Peyre, un linguista americano di origine francese, e dopo un apprendistato teorico con Erich Auerbach, filologo romanzo, considerato uno dei maestri della critica stilistica. La tesi è caratterizzata dalla tensione costante di due livelli di analisi: uno testuale di tipo critico-stilistico, un altro di carattere ermeneutico-filosofico. Per questo secondo livello, Jameson dichiara apertamente il suo debito nei confronti di Roland Barthes e Theodor W. Adorno.
Scegliere la “razionalità dialettica” in un orizzonte culturale come quello statunitense, dominato dall’empirismo e dal positivismo logico, è già di per sé una scelta politica. Scelta ribadita dieci anni dopo con la pubblicazione di «Marxismo e forma. Teorie dialettiche della letteratura nel XX secolo».
«L’atteggiamento radicalmente antispeculativo» della cultura anglosassone, «il suo porre l’accento sul fatto o elemento individuale a spese della rete di relazioni in cui quell’elemento deve essere calato, continua ad incoraggiare l’accettazione passiva delle cose così come stanno impedendo a quanti seguono quella tradizione di fare connessioni e soprattutto, di trarre conclusioni, altrimenti inevitabili, a livello politico» (Jameson, citato a pag. 29)
Togliere i fenomeni dall’isolamento, cercare la rete di relazioni, verificarne i presupposti, ricostruirne la totalità concreta, comprendere la relazione che intrattengono con la storia…Ecco cosa vuol dire scegliere il metodo dialettico. Non vuol dire negare il dettaglio, il particolare. Vuol dire toglierlo dalla sua illusoria autonomia. Vuol dire fare un ragionamento sulle premesse di quella apparente particolarità, trascinare la parte verso un tutto. E questo processo, nel suo svolgimento, diventa oggetto di analisi da parte dello stesso pensiero. Un pensiero alla seconda potenza. Un pensiero che pensa sé stesso, mentre cerca di conoscere il materiale su cui opera, sforzandosi di tenere insieme il momento della conoscenza con quello dell’autocoscienza.
«In cosa consiste quest’ultima, che ha un peso decisivo nel definire la proprietà della ragione dialettica? L’autoconsapevolezza implica, secondo la particolare terminologia di Jameson, uno shock, segna quell’”improvviso distanziarsi che permette di vedere gli elementi più familiari di quell’esperienza che è la lettura in una nuova luce, come se fossero osservati per la prima volta, rendendo visibile l’articolazione inaspettata dell’opera in categorie o parti determinate” (Jameson), cioè rendendo palese la sua logica interna. Si tratta di un processo generativo che innesca un percorso e stabilisce un “momento costitutivo della dialettica: senza questa trasformazione, senza questa iniziale e cosciente trascendenza da una posizione precedente, più ingenua, non possiamo percorrere un reale cammino dialettico verso la coscienza.” (Jameson)» (pag.32-33)

Sono qui ogni mattina
a cercare di costruire
e comprendere un reale
che mi sfugge sotto gli occhi
come acqua di un fiume
o che modella il tuo corpo
come onde del mare su uno scoglio…

5.- Domenica 12 giugno compro col Corriere della Sera il numero 550 de «La lettura». Nelle ultime due pagine vengo attratto da un titolone a caratteri più che cubitali: «SARTRE COLPEVOLE». Dio mio!… Cosa avrà fatto mai?…Il pubblico ministero è lo scrittore francese Michel Houellebecq:
«La letteratura non serve a niente. Se servisse a qualcosa, la feccia goscista che ha monopolizzato il dibattito intellettuale lungo il XX secolo non sarebbe nemmeno potuta esistere. È stata una fortuna che il XX secolo si sia concluso; è il momento di tornare un’ultima volta (è lecito quanto meno sperarlo) sui misfatti degli “intellettuali di sinistra”; e la cosa migliore da fare è senza dubbio riferirsi ai Demoni, pubblicato nel 1872, dove la loro ideologia trova già la sua completa esposizione, dove le loro nefandezze e i loro crimini sono già chiaramente prefigurati attraverso la scena dell’omicidio di Šatov. Ora, in che cosa le intuizioni di Dostoevskij hanno influenzato il processo storico? In niente di niente. Marxisti, esistenzialisti, anarchici e goscisti di tutte le risme hanno potuto prosperare e infettare il mondo conosciuto proprio come se Dostoevskij non avesse mai scritto una riga. Ma avranno almeno diffuso un’idea, un pensiero nuovo rispetto a chi li ha preceduti nella storia del romanzo? No, affatto. Il XX è un secolo nullo, che non ha inventato niente. Eppure, con ciò, borioso oltre ogni limite. Un secolo che ha amato porsi con gravità le domande più sciocche, del tipo: “È ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz?”; e che ha continuato fino al suo ultimo respiro a proiettarsi verso “orizzonti invalicabili” (dopo il marxismo, il mercato); laddove Comte, molto prima di Popper, già rimarcava la vacuità degli storicismi, ma anche la loro immoralità di fondo.»
Molti scrittori, si sa, hanno bisogno di provocare e distinguersi per far brillare una qualche loro originalità. Ma ci vuole una grande capacità per riuscire a mettere insieme tante corbellerie in poche righe. In breve le mie obiezioni:
a) Nel contenitore “intellettuali di sinistra” finiscono “marxisti, esistenzialisti, anarchici e goscisti di tutte le risme.” Operazione quanto mai arbitraria e totalmente priva di fondatezza conoscitiva. Già un marxista come Jameson e uno come Althusser hanno tra di loro differenze tutt’altro che secondarie. Tanto per dirne una, il primo è hegeliano e storicista; il secondo è antihegeliano e antistoricista. Tra marxisti e anarchici ci sono differenze decisive dai tempi di Marx. Non parliamo tra esistenzialisti e anarchici, e così via. Insomma, quella di “intellettuali di sinistra” è una categoria vuota.
b) La completa esposizione dell’ideologia degli “intellettuali di sinistra” si trova nei Demoni. Questa notizia è davvero uno scoop. Probabilmente ricordo male, ma la figura di Pëtr Verchovenskij non è ispirata, al massimo, a Sergej Gennadjevič Nečaev, autore insieme a Bakunin del Catechismo del rivoluzionario? E che c’entra Nečaev con Marx, Gramsci, Adorno, Jameson, ecc.?… Marx bollò questa concezione con il nome di “comunismo da caserma”.
Anche qui, il pubblico ministero Houellebecq manovra assai disinvoltamente la categoria di “ideologia”. Diciamo che fa di ogni erba un fascio come succede in certi commissariati di polizia.
c) Nei Demoni attraverso la scena dell’omicidio di Šatov sono prefigurati i misfatti, le nefandezze e i crimini degli “intellettuali di sinistra”. Di grazia, signor pubblico ministero, posso sapere quale crimine ha compiuto Gramsci? E Rosa Luxemburg? E Adorno?… Elenchi con precisione i misfatti, i crimini e le nefandezze dei singoli intellettuali. Non si può sparare così nel mucchio.
d) Dostoevskij ha pubblicato i Demoni nel 1872. In che cosa le sue “intuizioni” hanno influenzato il processo storico? In niente di niente. Dal momento che “marxisti, esistenzialisti, anarchici e goscisti di tutte le risme hanno potuto prosperare e infettare il mondo conosciuto proprio come se Dostoevskij non avesse mai scritto una riga”. Ma che idea ha questo signore del “processo storico”? Cosa crede? che sia sufficiente scrivere un romanzo per influenzare la storia? Non ha letto da nessuna parte che la storia è una “totalità” dinamica un poco più complicata di come probabilmente lui se l’immagina? Poi visto che ce l’ha con la “feccia goscista” degli “intellettuali di sinistra”, mi permetto di ricordargli che per il barbone di Treviri il motore della storia è la lotta tra le classi. Gli intellettuali stanno all’interno di questa lotta e coi loro prodotti culturali si schierano da una parte o dall’altra. Certo, in maniera non meccanica, con molte mediazioni. Spesso occultandosi, con strategie di contenimento. In genere, in maniera più raffinata del signor Michel Houellebecq, che dopo questi insulti e genericità, si capisce benissimo da che parte sta.
e) Ciò che mi interessa, però, è la conclusione paradossale alla quale perviene: “la letteratura non serve a niente”. Signore mio, non esageriamo. Forse non influenza e non muta il processo storico. Ma a qualcosa serve. Se non altro a “prefigurare” crimini, misfatti e nefandezze. Stando a ciò che lui stesso scrive. Non soltanto questo, per fortuna. Comunque, se la letteratura non serve a niente, Houellebecq sia coerente con sé stesso e smetta di scrivere romanzi e di andare in giro ad insultare fantasmi. Infatti, se ci fossero ancora “intellettuali di sinistra”, crede davvero che i suoi romanzi avrebbero quel successo che hanno?…
f) Il XX secolo non ha inventato niente e gli “intellettuali di sinistra” non hanno diffuso nessuna idea nuova nella storia del romanzo…E, per altro, è stato un secolo borioso!… Chi si permette giudizi così taglienti e perentori cos’è? Una persona umile e consapevole di sé stessa?… Questo Houellebcq mi sembra, però molto contraddittorio: da un lato sostiene che gli intellettuali di sinistra hanno monopolizzato il dibattito intellettuale lungo tutto il XX secolo, dall’altro sostiene che non hanno inventato niente. Come hanno fatto? Che interlocutori avevano? Come è stato possibile questo fenomeno storico? Se Comte, il suo nume tutelare, è stato così bravo d’aver capito prima di Popper la vacuità degli storicismi, perché non è riuscito a far penetrare nei vari strati sociali questo suo giudizio? Se poi, addirittura, questi storicismi sono ed erano “immorali”, l’azione gli doveva risultare anche più facile…
g) Il XX secolo, secondo il nostro illustre scrittore, ha amato porsi con gravità domande sciocche, del tipo: “È ancora possibile scrivere poesia dopo Auschwitz?”. La domanda “sciocca” fu posta, come è noto, da Adorno. Infatti, nel 1949, aveva affermato che scrivere una poesia, dopo Auschwitz, «è un atto di barbarie». La ragione è evidente: lo sterminio consumato apparve enorme ed unico. È, altrettanto noto, però, che il filosofo, in «Dialettica negativa», nel 1966, corresse tale affermazione e la precisò: «Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare. Perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia…È però certo che dopo Auschwitz, poiché esso è stato reso e resta possibile per un tempo imprevedibile, non ci si può immaginare un’arte serena». Ma questo, evidentemente, non è un problema di Houellebecq.

6.- Termino queste mie note, dando la parola finale ad un “intellettuale di sinistra”, a Fortini. Ha introdotto «Marxismo e forma. Teorie dialettiche della letteratura nel XX secolo» di Fredric Jameson e ha scritto una poesia che mi appare in tema con la conclusione paradossale del signor Houellebecq:

TRADUCENDO BRECHT

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

15 Giugno 2022

3 pensieri su “La sveglia della dialettica

  1. DA POLISCRITTURE FB

    Claudio Accio Di Scalzo
    Questa è un’ottima segnalazione sul social. Compagno Ennio Abate. Donato Salzarulo scrive ch’è necessario, tonificante per l’essere, per me da comunista, tornare a leggere di ” «dialettica», «totalità», «mediazione», «autocoscienza», «critica del presente», ecc. ” – Mi procurerò il libro, e il racconto-cornice è ben scritto, quasi una forma obliqua bio-narrativa di presentare un testo (raro in giro)… e trovo conforto a scoprire che la mia idea che sia stato smantellato il Dizionario marxista-comunista, con il contributo determinante degli ex-comunisti ex-sinistra extraparlamentare (basta scorrere Adriano Sofri. Lo cito come ex di LC non pentito) che divulgano, astutamente, il lessico liberal-capitalistico. Come manco i liberali e reazionari e conservatori e fascisti potrebbero fare. Perché i NIPOTI DI KAUTSKIJ, anche sulla guerra imperialista, sanno come spezzare i resti dei dispersi comunisti duemila. Per questo a muso duro, e senza sconti, neppure sentimentali, ai rinnegati va detto come operano. E poi, sia chiaro, non sono certo Silone o Koestler od Orwell (fan del mediocre e banale giornalismo politico) che distanziandosi dal comunismo stalinista furono o socialdemocratici o anarchici o trotskijsta e sapevano scrivere di letteratura. Suvvia, anche esteticamente, la poesia sul gruista, ricordando il maestro Brecht (cancellato da decenni assieme a Majakovskij come fossero responsabili del Gulag. Dove sia detto qualche nemico di classe reazionario assassino ci finiva giustamente. O vogliamo assolvere tutte le guardie bianche e i criminali fascio-nazisti ucraini!) smonta i pentiti all’opera contro il movimento operaio e comunista. Accio ps. Ah, mettete ir prezzo del libro… che i soldini son poini di esti tempi.

    Ennio Abate
    Devo precisare che in un primo momento, per distrazione, è saltato il nome dell’autore dell’articolo: Donato Salzarulo.

    Ale LaMonica
    Anche questo di Salzarulo è un testo nutriente. Come mostra già lo stile e l’argomentazione, pacata ma serrata. Grazie

  2. ALTRI DUE COMMENTI DALLA MIA PAGINA E. a. SU fb

    Ale LaMonica
    Anche questo di Salzarulo è un testo nutriente. Come mostra già lo stile e l’argomentazione, pacata ma serrata. Grazie

    Marco Gatto
    Grazie a Donato Salzarulo, a Ennio Abate e a tutti voi dell’interesse. Un caro saluto.

  3. Vien detto bene quello che in molti discorsI vien detto a casaccio o tirando ad indovinare.

    SEGNALAZIONE/ FINELLI SU JAMESON DI MARCO GATTO
    https://www.ospiteingrato.unisi.it/marco-gattofredric-jamesonroberto-finelli/?fbclid=IwAR2oUkIy_0o4ccjoSW3Rlwmt1qkSRDme5i32TIFcR_BrdlWm4oAEL5MzA1M

    Stralci:
    1
    i due autori, Jameson ed Harvey, vanno di necessità letti insieme, come testimonianza di un marxismo angloamericano che, rielaborando originalmente la tradizione dialettica europea e schivando le insidie decostruzionistiche della French Theory, non cessa di essere lettura, a mio avviso, adeguata e irrinunciabile del presente. Con la consapevolezza tuttavia, assai ben presente nella ricostruzione di Gatto, che tutta l’opera teorica di Jameson, considerata nell’intero arco della sua produzione, si connota già a partire dal testo del 1961, Sartre. The Origins of a Style, per una sua particolare e incomparabile singolarità. Che è quella di considerare il capitalismo della globalizzazione e della socializzazione universale attraverso merce non solo come processo sistemico e totalizzante (tratto teorico, questo, in comune con Harvey), ma come totalità sistemica che include dentro di sé la propria autonegazione e dissimulazione. Nel senso che qui, in un capitalismo che è diventato mondo, il simbolico, il culturale, è giunto a tradursi tutto nell’ideologico, svuotando la cultura di qualsiasi appropriata conoscenza critica.
    2.
    questa è la tesi di fondo di Marco Gatto, pronunciata qui con una nettezza concettuale ancora più risoluta di quanto già espresso nel libro precedente. E cioè che, attraverso l’analisi delle forme più diffuse della coscienza individuale e collettiva oltre che dell’estetica dei manufatti artistici e architettonici, della configurazione dello spazio urbano e della vettorialità del tempo del presente, Jameson abbia compreso che il capitalismo è una vera e propria “totalità concreta”, nel più pieno senso hegeliano. Ossia che contiene, oltre a tutto il resto, anche la negazione di sé, perché produce una superficie, quale forma generalizzata di coscienza e di percezione, che ha lo scopo, non di lasciare apprendere e conoscere attraverso l’esperienza, quanto invece di occultare, nascondere e contraddire il suo più profondo e reale contenuto.
    3.
    Già la definizione di cosa sia «dialettica» depositata da Jameson nel testo di Marxismo e forma rivela infatti per Gatto l’originalità e la lontananza dell’intellettuale statunitense da una tradizione di dialettismo convenzionale e meccanico, basata sulla concezione della contraddizione come opposizione e conflitto tra polarità contrapposte e sulla sua pervasività, quale appunto relazione di opposti presente nell’intera realtà.
    Laddove per Jameson si dà dialettica solo quando uno dei due opposti non ha una qualsivoglia consistenza di realtà, ma è costituito invece da un’assenza, da qualcosa intrinsecamente negativo, perché, pur essendo attivo e producendo effetti sul reale, non è mai percepibile, non è mai concretamente e positivamente esperibile. «Potremmo dire tutto ciò in altro modo – secondo il passo che Gatto cita di Jameson – osservando che entrambi i poli dell’opposizione binaria sono positivi, entrambi esistenti, ugualmente presenti a occhio nudo: mentre per costituire un’autentica opposizione dialettica bisogna che uno dei termini sia negativo, sia un’assenza» (pp. 48-49).
    4.
    il libro di Gatto è prezioso proprio perché, attraverso la figura e il pensiero di Jameson, torna a riproporre l’indispensabilità del sapere dialettico per i processi di socializzazione e di globalizzazione del nostro presente storico, a patto che la categoria di negazione sia affrancata dall’univocità e dall’ipostatizzazione logico-ontologica propria della filosofia di Hegel e sia invece aperta e sviluppata in una dimensione di “leggerezza” e di volatilità, propria appunto dell’assenza.
    5.
    c’è sempre un extratesto (l’inconscio storico) che dialoga dialetticamente con il testo originario e che è compito del critico, culturale e politico insieme, farlo emergere alla luce attraverso la sua attività ermeneutica e ricostruttiva.
    6.
    è «l’atto estetico a essere in sé ideologico», sottolinea Gatto citando Jameson, dato che presume di risolvere nella coerenza della sua forma (che non può non attingere data la sua natura di atto che genera qualcosa di nuovo) un contenuto alla fin fine storico-sociale: che invece, per i suoi antagonismi strutturali, non può essere mai ricondotto a unità e a coerenza. Il testo cioè dialoga contraddittoriamente con l’extra-testo, dove, di nuovo, contraddizione non rimanda a polarità contrapposte ma ad una rottura di continuità tra forma e contenuto, in quanto contrariamente alla lezione di Benedetto Croce la forma estetica non è l’espressione più adeguata e congrua di un determinato contenuto ma ne è il tratto deformante e mistificante che vieta di esprimere e di narrare quello stesso contenuto.
    7.
    di sottotesti se ne danno due. Quello più profondo, il cui senso sta nel modo sociale di organizzare, produrre e distribuire la ricchezza, e che come tale, viene definito da Jameson lacanianamente il “Reale”, in quanto per definizione non ha accesso al simbolico, cioè non è oggetto di discorso e di cultura, tanto che le sue asimmetrie e opposizioni potrebbero essere risolte solo con una trasformazione di quel tipo materiale di prassi. E quello più propriamente “ideologico”, cioè quel complesso di parole, di immagini, di consuetudini teoriche, di configurazioni di valori, con cui la cultura prova a dare senso all’esperienza umana, e da cui non può non trarre alimento il testo esplicito. Ma che, per la sua rimozione del Reale, non può che essere, a sua volta, il luogo dell’aporia e della contraddizione logica, in quanto cerca di comporre nell’organicità del concetto ciò che nel Reale è scisso e disorganico.
    8.
    qui non si dà luogo a nessuna teoria del riflesso o del rispecchiamento quanto invece ad una esplicita mutuazione da una teoria freudiana della stratificazione tra coscienza e inconscio, dislocata dal campo d’origine propriamente psicoanalitico a un orizzonte sistemico storico-socio-culturale. Con l’ulteriore notazione, da aggiungersi, che qui il Reale di Jacques Lacan assume, a ben vedere, solo la denominazione, visto che il terreno più profondo dell’essere sociale non è l’abisso heideggeriano in cui si versa l’inconscio inesperibile e radicalmente altro lacaniano, ma è il ben identificabile e, alla fin fine, scientificamente conoscibile, modo capitalistico di produzione.
    9.
    È appunto attraverso l’adesione a un materialismo storico ripensato secondo categorie e stratificazioni psicoanalitiche che Jameson è giunto alla sua opera più celebre che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Cioè a quel Postmodernismo in cui l’intellettuale americano ha avuto modo di descrivere il nostro tempo più contemporaneo come il momento storico in cui cadono, secondo le parole di Gatto, «la globalizzazione delle abitudini mentali e degli stili di vita, l’accentuata divisione del lavoro, la mondializzazione dei mercati, la sempre più agguerrita ideologia del privato, l’egemonia della superficie, la trasformazione del corpo in cultura, la frammentazione dell’esperienza, l’impossibilità di accertare una verità, e via dicendo» (pp. 87-88).
    10.
    Di contro agli esaltatori del postmoderno, quale pensiero postideologico e celebrativo della differenza e di un’ermeneutica mai conclusa del senso, Jameson ha infatti sempre connesso post- e ipermoderno in una relazione a suo avviso inscindibile, pena il cadere nell’incomprensione radicale della nostra contemporaneità. Dove ipermodernità designa, come dice chiaramente il termine, radicalizzazione della modernità quale società fondata sul capitalismo nel verso della sua estensione e generalizzazione.
    Il “post” deve dunque essere costantemente letto alla luce dello “iper” e viceversa. Ma questo può avvenire solo in quanto si sia capaci di accedere a una teoria della produzione materiale di capitale che sia intesa contemporaneamente come un processo complessivo di esteriorizzazione e di estetizzazione di realtà. Giacché una generalizzata e onnipervasiva produzione e circolazione di merci non può che produrre un effetto altrettanto generalizzato di feticismo, cioè di esperienze di cose e di merci che, nella loro figura immediata di mercato, occultano tutto il percorso e le relazioni sociali che li hanno generati. È il capitalismo stesso cioè che, in quanto civiltà della merce, produce una singolare superficializzazione della realtà sociale, giacché, rimuovendo un contenuto costituito di relazioni sociali, promuove uno sguardo collettivo che educa solo alla superficie e alla seduzione che ne deriva, tanto più se la sua esteriorità brilla di colori e di abbellimenti eccitanti e sovratono
    11.
    proposito del postmodernismo Gatto può rimarcare che «L’abolizione della profondità è allora uno dei suoi portati ideologici più evidenti» (p. 98). Si tratta cioè di una modificazione del percepire e del pensare di conseguenze gigantesche, perché con la perdita della profondità delle mediazioni e con la celebrazione dell’immediatezza, ciò che declina è la forza del sentire, di quel sapere emozionale in cui solo può consistere la ricerca di un’autenticità d’esperienza e di verità: declino dell’affetto che viene sostituito e compensato con sentimenti d’euforia e di eccitazione promossi dalla coloritura, come si diceva, fittizia e non durevole dell’accadere.
    12
    è l’idea stessa di soggetto, di continuità dell’Io, che viene meno, con la tendenza a vedere nell’essere umano la provvisorietà di un aggregato che costantemente si decostruisce in ogni sua possibile identità per essere ancor più adeguato alla fluidità e alla frammentarietà della sua esperienza. Con la conseguente trasformazione radicale ed epocale di ciò che è cultura e teoria, perché ciò che vale ora è un atteggiamento decostruttivo di ogni continuità e sistematicità della realtà che vede in una possibile, anche pur minima, invarianza strutturale dell’oggetto e del soggetto solo la testimonianza di un’attitudine teorica classicamente moderna, e dunque proprie di un mondo che oggi non è più. Ma è sostanzialmente l’intera cultura, pressoché nella sua totalità, che si risolve in una lettura delle pratiche, dei discorsi e dei giochi testuali, che è fondata, scrive Gatto «su strategie epidermiche e superficializzanti, spesso tese a una qualche forma di liberazione concettuale senza freni e capaci di un permanente rinnovamento per il fatto stesso d’essere fenomeni esclusivamente testuali» (p. 98).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *