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Joan Didion: «L’anno del pensiero magico»

di Donato Salzarulo

Domenica 17 febbraio 2019, verso l’una di notte, si era, quindi, già nel lunedì, squilla il cellulare sul comodino al mio fianco. Riconosco la voce di Elisa, mia nipote.
«Zio, è morto mio papà…»
«Come è morto tuo papà?!…Ma stai scherzando?…»
«Ha telefonato mia madre da Pietra…È caduto, mentre pescava.»
Il papà di Elisa è Ledo, mio cognato, marito di Tina, mia sorella. Domenica a mezzogiorno abbiamo pranzato insieme. Con me c’era mia moglie e mia nipote Laura. C’era anche Claudio, un amico di Ledo e pescatore come lui. Un pranzo festoso, con calamari ripieni. Nel pomeriggio saluto tutti e torno a Cologno in treno. Il giorno dopo ho una visita medica.
Il giorno dopo tutto è cambiato. 

«La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.»

Con queste parole comincia L’anno del pensiero magico, l’opera più famosa di Joan Didion, un memoir sulla morte per infarto del marito John Gregory Dunne, avvenuta verso le nove di sera del 30 dicembre 2003, mentre erano seduti per cenare al tavolo del soggiorno del loro appartamento di New York.
Erano appena tornati dal reparto di terapia intensiva della Singer Division del Beth Israel Medical Center, dove la loro unica figlia Quintana era stata ricoverata la mattina di Natale per una forma influenzale sfociata in polmonite e shock settico.
Il libro, iniziato nove mesi e cinque giorni dopo, il pomeriggio del 4 ottobre 2004, è il tentativo che la scrittrice compie per raccapezzarsi nel periodo che seguì:
«Settimane e poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa.» (pag. 11).
Praticamente un cambiamento quasi radicale, relativo al suo stesso modo di scrivere. Joan Didion, una tra le esponenti più famose del “New Journalism”, che univa giornalismo e narrazione, ha fatto la scrittrice per tutta la vita e si era formata l’idea che «il significato stesso fosse insito nel ritmo delle parole, delle frasi e dei paragrafi, una tecnica per nascondere quello che pensavo o che credevo, qualunque cosa fosse, sotto una vernice sempre impenetrabile. Io sono, o sono diventata, il mio modo di scrivere.»
Nel caso specifico, le parole e i loro ritmi non sono sufficienti. Occorrerebbe una sala di montaggio, attrezzata con un sistema Avid di editing digitale «sul quale potrei toccare un tasto e distruggere la sequenza temporale, mostrarvi simultaneamente tutte le inquadrature della memoria che ora mi vengono in mente, lasciarvi scegliere le riprese, le espressioni leggermente diverse, le varie letture delle stesse battute. Questo è un caso in cui per trovare il significato mi serve qualcosa di più delle parole. Questo è un caso in cui mi serve tutto ciò che io credo e ritengo penetrabile, se non altro per me stessa.» (pag. 11) 

La vita cambia in un istante
Un normale istante.

È questa normalità di tutte le cose che precedono il fatto che lo rendono quasi incredibile, non incorporabile, non assimilabile. Forse non è successo niente, continua a pensare per un po’ la mente.
Poi comincia l’ossessione sui particolari che si fa fatica ad affrontare: come è successo? Si poteva salvare? C’era qualcuno vicino? Chissà che dolore ha provato! Come ha fatto Ledo ad appoggiarsi con le spalle sulla roccia?…
E poi la stanchezza, il pianto e la stanchezza, la stanchezza e il pianto…
«Non c’era nulla di cui non parlassi con John.
Poiché facevamo gli scrittori e lavoravamo in casa tutt’e due, le nostre giornate erano piene del suono delle nostre voci.
Non sempre pensavo che avesse ragione lui, e non sempre lui pensava che avessi ragione io, ma ciascuno di noi era la persona di cui l’altro si fidava.» (pag. 20)
L’autopsia? Facciamo l’autopsia? Domanda delicata, spinosa. Nel formulare la richiesta gli stessi medici diventano ansiosi. Lo confermano molti studi, sostiene Joan Didion, che in questo modo slarga sempre il campo e commenta col pensiero scientifico, razionale il pensiero magico con cui lutto e sogno sovrascrivono la vita. Non c’è, è ancora qui, non può essere morto così…Sì, l’autopsia sì, risponde Didion. Ha bisogno di sapere il come, il perché e il momento del decesso.
No, l’autopsia no, rispondemmo noi. A che serve aprirgli il torace come un pollo, scuoiargli il viso, pesare gli organi interni su una bilancia.
«Dovevo credere che fosse morto subito.
Se non credevo che fosse morto subito, avrei pensato che dovevo essere in grado di salvarlo.
Finché non vidi il referto dell’autopsia, continuai comunque a pensarlo, tipico esempio di pensiero delirante, di tipo onnipotente.» (p. 26)
Chi si vede cambiare la vita in fretta, chi se la vede cambiare in un istante, non è pronto al colloquio con la morte, all’angoscioso dolore della perdita. Morire è sempre un trauma. Ma pietrificarsi dopo una lunga malattia, non è lo stesso che subire un infarto o spezzarsi la nuca scivolando malamente su una roccia. Tre settimane prima che morisse mio cognato Ledo, morì mio fratello Peppino. Più giovane di lui. L’abbiamo pianto. Ma ce l’aspettavamo. Il dolore smuove sempre cose dentro di noi e libera ricordi e sentimenti sepolti nel nostro corpo-mente. Ma quando ti colpisce in un istante il dolore è diverso. Arriva a ondate con «parossismi, ansie improvvise che ti tagliano le gambe e ti accecano e cancellano la quotidianità della vita.»
Dopo la descrizione soggettiva, anche questa volta, Joan Didion ricorre al pensiero scientifico, al famoso studio del 1944 di Eric Lindemann, direttore del reparto psichiatrico del Massachusets General Hospital:
«Sensazioni di malessere somatico che si susseguono a ondate che durano da venti minuti a un’ora per volta, l’impressione di avere la gola chiusa, di soffocare perché manca il respiro, un bisogno di sospirare e un senso di vuoto nell’addome, mancanza di forza muscolare e una forte sofferenza soggettiva descritta come tensione o angoscia mentale.» (p.31)
Il dolore ha il potere di sconvolgere la mente. Lo sostiene Freud nel suo Lutto e melanconia del 1917. Si tratta di uno stato patologico, scrive. Lo sostiene Melanie Klein nel suo Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depressivi del 1940: «La persona in lutto è effettivamente malata.»
Joan Didion, quando mesi dopo riesce a scrivere, riconosce che durante l’inverno e la primavera non sempre si era affidata al pensiero razionale. «Pensavo come pensano i bambini piccoli, come se i miei pensieri o i miei desideri avessero il potere di rovesciare la storia, di cambiarne l’esito.» Ricorda almeno tre occasioni: quella dei necrologi che la turbarono (aveva lasciato che gli altri lo credessero morto); quella della sua opposizione al doversi liberare dei vestiti di John: lo fece gradualmente, diede alla fine le scarpe (poteva sempre ritornare). L’autopsia stessa le apparve il primo esempio di questo modo magico di pensare: forse quello che era andato storto era qualcosa di semplice, congetturava.
Chi è immerso in un dolore simile all’apparenza appare razionale, ma sul punto di riconoscere che il marito è effettivamente morto, il modo di ragionare rimane fluido.
Alla scrittrice non rimane, nei momenti difficili, che ricorrere a ciò che le era stato insegnato sin dall’infanzia: leggere, imparare, darsi da fare, rivolgersi alla letteratura…Tutto per non perdere il controllo.
Ma la letteratura sull’argomento le sembra modesta: c’è il Diario di un dolore, tenuto da C.S.Lewis dopo la morte della moglie; si può leggere la descrizione di Thomas Mann nella Montagna incantata riguardante l’effetto che la morte, ancora della moglie, ha su Herman Castorp; oppure ci sono, nei balletti classici, i momenti in cui questo o quell’innamorato abbandonato cerca di far rivivere questa o quell’amata; ci sono certe poesie: di Matthew
Arnold (Il tritone abbandonato) o di W. H. Auden (i versi di «Funeral Blues» tratti dall’Ascesa dell’F6); ci sono, infine, delle “guide” per affrontare la situazione, secondo la scrittrice, abbastanza inutili.
Non rimane che la letteratura professionale, gli studi di psichiatri, psicologi, assistenti sociali, venuti dopo Freud e Klein. È a questi che Joan Didion fondamentalmente si rivolge. E cita Lutto: reazioni, conseguenze e cura redatto nel 1984 dall’Istituto di medicina della National Accademy of Sciences:
«Soggettivamente, i superstiti possono sentirsi come se fossero dentro un bozzolo o avvolti in una coperta; agli altri, possono dare l’impressione di reggere bene. Poiché la realtà della morte non è ancora penetrata nella coscienza, può sembrare che i superstiti stiano rassegnandosi alla perdita.» (p. 49)
Sottolineo: la realtà della morte non è ancora penetrata nella coscienza. E questo tante volte anche dopo i funerali, dopo la cremazione o il seppellimento, dopo i ringraziamenti funebri, dopo aver dato via scarpe e vestiti, dopo aver ricostruito mille volte l’evento. Sempre nello studio citato si legge:
«Le ricerche hanno finora dimostrato che, come molti altri fattori stressanti, il dolore per la perdita di una persona cara porta spesso a cambiamenti nel sistema endocrino, immunitario, nervoso, autonomo e cardiovascolare; tutti questi sistemi sono fortemente influenzati dal funzionamento del cervello e dei neurotrasmettitori.» (p. 51)
Da questa letteratura scientifica la scrittrice apprende che ci sono due tipi di lutto: quello non complicato e quello complicato. Il primo porta con sé ansia, nottate insonni, agitazione e iperattività del sistema nervoso, senza causare, di solito, depressione clinica; il secondo è patologico e si presenta soprattutto quando tra il sopravvissuto e il deceduto vi è «dipendenza reciproca» per «motivi legati al piacere, al sostegno e all’autostima». Criterio diagnostico presente nella relazione tra la scrittrice e il marito John.
La dipendenza non è l’unica situazione in cui può determinarsi un lutto complicato o patologico. Un’altra è quella di «una malattia o seconda morte in famiglia». Per Joan Didion la malattia è quella dell’unica figlia Quintana, ricoverata in ospedale, tra la vita e la morte, mentre il padre muore.
«Era tornando indietro che incassavi il colpo», pensa la scrittrice e, oltre a ricordare il matrimonio della figlia con Gerry del 26 luglio 2003, ricorda il suo del 30 gennaio 1964. Due matrimoni semplici. Due matrimoni di cui rimangono le foto. L’espressione di Didion ora non è più quella. «È un’espressione di estrema vulnerabilità, nudità, trasparenza.» Ha le pupille dilatate come quando si esce dall’ambulatorio dell’oculista, ha gli occhiali da sole, si sente invisibile ed incorporea, le sembra di aver attraversato lo Stige e il Lete. Nella mente ripete l’elegia del 1806 di Walter Savage Landor alla memoria di una figlia di Lord Aylmer, morta a Calcutta a vent’anni: 

Oh, a che giova la stirpe regale!
A cosa la forma divina!
A cosa ogni grazia ogni virtù!
Erano, Rose Aylmer, tutte tue.

Rose Aylmer, per la quale questi occhi svegli
Possono piangere, ma non vedere mai,
Una notte di ricordi e di sospiri
Consacro a te

E si sofferma a meditare sugli ultimi due versi.
Vorrebbe consacrare al suo John una notte di ricordi e di sospiri. Ma è impossibile.
«Io volevo qualcosa di più di una notte di ricordi e di sospiri.
Io volevo urlare.
Io volevo che tornasse.»

Parecchi anni fa, racconta Joan Didion, camminando vidi una cascata luminosa. Pensai fosse un’ansia di morte. E qualche anno prima in California sognai l’immagine di un’isola glaciale. Anche questa era la morte. Se le mie immagini di morte erano così belle, come mai, si domanda la scrittrice, ero così incapace di accettare il fatto che John era morto? Forse perché non riuscivo a vederla come una cosa capitata a lui e non a me. Ecco il problema: il morto va, scompare, si rende invisibile per sempre. Sono i vivi che devono affrontare la crisi di presenza, la fine di un mondo, l’apocalissi familiare che la sua perdita rappresenta.

«La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Il problema dell’autocommiserazione.»

I gemiti di autocommiserazione si ascoltano fin dai primi momenti. Di solito accompagnano il pianto: perché a me questa tragedia? Perché questo disastro?… Rimuginare sulle proprie sventure è inevitabile, ma ci spaventa. Vorremmo rimuoverlo, vorremmo apparire come persone capaci di controllare sempre la situazione. E poi il morto è lui, non noi. La nostra disgrazia sembra inferiore rispetto alla tragedia della sua irreversibile scomparsa. L’autocommiserazione sembra sprofondarci nell’abisso dell’egocentrismo. E ci ripugna:
«Autocommiserarsi significa provare pietà per se stessi, autocommiserarsi significa succhiarsi il pollice, autocommiserarsi significa piangersi addosso, e l’autocommiserazione è la condizione in cui quelli che provano pietà per se stessi si crogiolano, o addirittura sguazzano.» (p. 200) A Didion appare incredibile questa riprovazione verso l’autocommiserazione; assolutamente non condivisibile la sua ripugnanza, la condanna, la rimozione. Se una persona con cui hai vissuto insieme quarant’anni muore, si avrà pure il diritto di stare malissimo e dirlo ad alta voce. I delfini, dopo la morte del compagno, si rifiutano di mangiare e le oche cercano il compagno che non c’è più fino a perdersi e morire. L’homo sapiens, un animale, per sua natura, dotato di linguaggi simbolici, dovrebbe non rimuovere la morte dal suo orizzonte. È davvero sbalorditivo che lo faccia. Una morte che non arriva soltanto per infarti, cadute accidentali, incidenti stradali, aerei che si schiantano al suolo o terremoti, ma anche per guerre neocoloniali, genocidi, stermini di bambini e popolazioni civili. Più la si rimuove dall’orizzonte, più la morte ci agguanta e attanaglia.
Una donna sposata, che ha vissuto per quarant’anni col marito, col quale ha condiviso tempo, lavoro, abitudini, decisioni, passioni, viaggi, letture e mille altre cose ed azioni, ha tutto il diritto di autocommiserarsi, se si ritrova da sola, con una casa e un mondo che le appaiono improvvisamente vuoti.
John muore il 30 dicembre 2003, il 26 agosto 2005 muore anche Quintana. Oltre a questo libro, per riuscire a orientarsi nel dramma, Didion ne scrive un altro: Blue Nights. Non l’ho letto. Appena possibile, lo farò. Immagino, però, che lo stile di scrittura non sia molto diverso da L’anno del pensiero magico: pagine tra giornalismo e narrazione, una scrittura tra indagine e domanda che dà il meglio di sé stessa, riflettendo sulla propria esperienza personale. Una sorta di “personal essay”.
Mia sorella, invece, ha scritto poesie che tiene per sé, ha cambiato casa e da qualche mese prende lezioni di pianoforte.

12 giugno 2026

 

NOTA AGGIUNTIVA

Prima di pubblicarla, ho fatto leggere la recensione a mia sorella. Le ho chiesto di autorizzarmi a citare episodi così diretti della sua vita. Le ho chiesto anche, nel caso lo volesse, di dirmi le sue considerazioni e di inviarmi qualcuna delle sue poesie scritte per Ledo. Un po’ ho rinnovato il suo dolore. Dopo sette anni, il trauma è ancora vivo.
Mi scrive: «Sono pensieri che mi rimandano indietro, ma che mi fanno tremare, come mi capita ogni volta che penso alla morte di Ledo. Sono pagine che sembrano scritte per me. Rivivo passo passo il mio dolore, se pur anestetizzato, ma è sempre un pensiero che preme sul mio cuore e sul mio respiro. […]
Ho scritto della mia paura in Via Toscanini dalla prima notte dopo il funerale, sola nella sala per sei mesi, sono impazzita soffocando per l’assenza del respiro. […]
Nel testo “Hai scelto una delle più belle spiagge” soffrivo per il dolore che Ledo sicuramente provò anche solo per stendersi e morire. E nutrivo la speranza che qualcosa avesse alleviato quel trapasso. E pensavo al mio dolore che non sapevo come dominare con la ragione. Ero egoista nel chiedermi se avesse pensato a me nella casa estranea e sola?…
Mark Strand, poeta e critico canadese, scriveva:

 Quella notte un sogno perse vita
D’allora non mi abbandona
L’alito del dolore
Ogni notte dorme al mio fianco

Il rapporto che Tina aveva con Ledo è in parte espresso in una composizione del 18 marzo 2017, scritta due anni prima che il marito morisse, mentre facevano colazione a Pietra Ligure in un bar sul lungomare. Per Tina il marito è colui che “legge il cielo” e costituisce il suo punto di orientamento, vicino al mare e in montagna. Infatti, verseggia: «Sa indicarmi i punti cardinali / le provenienze dei venti / piogge schiarite / […] Guardo il mio orizzonte / Perduta gli chiedo cosa promette questo tempo».

Ecco una scelta di poesie che Tina mi ha mandato e che sono autorizzato a pubblicare.
Sono state scritte, mi dice, «con l’urgenza di svuotarmi del peso che opprimeva il mio petto.» 

Anche il kiwi
piantato da Ledo
scosso dal vento turbinoso
ieri ha lasciato cadere le sue
ultime e scheletriche foglie
che ora riposano vinte
nel cortile della nostra casa.

Il mio sguardo compassionevole
si fissa su questo mucchietto
e sembra dire
Verrà ancora la primavera
per gemme e nidi di merli,
ancora gli steli porteranno ombra
e luce a questo piccolo porto.

Amore sei andato via

Come di consueto mi hai dato un bacio
Ero distratta quella domenica
Però troppo breve era stato il tuo riposo
Mi sono meravigliata
Ti ho chiesto perché mai così presto
Ti recavi a pescare.
Tina oggi ne approfitto
Tanto non riesco a dormire
Mi hai dato un abbraccio
Tutto avvolto nella giacca a ventoCo
l cappello e il secchio in mano
Con le canne sei scomparso via

Hai scelto una delle più belle spiagge

Hai scelto una delle più belle spiagge
Della Liguria
Per arrenderti alla vita
Chi sa se il rumore delle onde
Il profumo del mare
Il bagliore della luna piena
Hanno alleviato il dolore
Del tuo trapasso
Chi sa se nel buio della notte
Hai pensato a me
Sola nella casa estranea.

13/6/2020 h 12,42


Ho indossato uno scudo

Questa volta le lacrime
non dovevano essere
padrone del mio viso
mi sentivo più forte.

Ho urlato nel buio della notte
Ho paura ho paura ho paura
Ti ho chiamato a gran voce
E il pianto è arrivato a dirotto

Anche i rami imbianchiti
Sottostanno al peso
Della neve caduta

C’è silenzio nel mio vicolo

 

Il tuo silenzio 

Urlato al mare al fiume
Al vento al buio alla luce
M’è tornato indietro
Rimbalzando tra le ossa.
C’è solitudine
Le parole s’infrangono
Nel petto.
Ancora ferisce il mio scrigno
Rosso vivo.


Sei comparso nelle mie notti lunghe
Quando le mie luci si offuscavano
La mente allontanava il ricordo
La pioggia cantava il suo inno
Il vento bussava alla vetrata colorata

Il corpo migrava impaurito
SILENZIO
Ospite al mio fianco ti ho accolto
Ancora ti svelo pensieri e confido emozioni.

 

LA CALMA INQUIETUDINE

 Bianchi sassi di acque
opache allentano il passo
in fiore il biancospino.

Ombreggiano le luci e tu
Da quale vicolo verrai?

In tempi di chiarori
di luci promettenti
di freschi mattini
bacche di rosa selvatica.

Rosso linguaggio del cuore

 

Seduta sulle scale

anche il mio corpo vacilla
I pezzi amati saltellano e sfuggono
ai colpi
violentemente assestati
da insistenti e energiche mani.
È una processione di lacrime e
silenziose urla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In treno per Pietra Ligure e i robot

di Donato Salzarulo

Chissà come fa Lucia a viaggiare in treno e ad arrivare a Pietra sempre con una nuova persona conosciuta, con cui ha parlato per tutto il viaggio. Un viaggio lungo.
Il treno è un diretto, il 3029. Lo stesso che prende spesso lei. Parte da Milano Centrale alle 14,25 e dovrebbe arrivare a Pietra Ligure alle 17,58. Ferma in tutte le stazioni incontrate sulla tratta: un lungo elenco. E il ritardo, almeno di un quarto d’ora, è assicurato.
In alternativa, c’è l’Intercity, ma ferma a Finale e nei fine-settimana, soprattutto in questo periodo, è sempre pieno e non si riesce a prenotare un posto. Io preferisco la macchina. Questa volta, però, devo prenderlo per forza e mi sono detto: «Disponi l’animo come quello di tua figlia e cogli l’occasione per una bella conversazione.»
Arrivo in stazione col treno già fermo sul binario 22 e le persone già in fila per entrare. É un treno che consente ai viaggiatori di portare anche le biciclette ed ha una carrozza attrezzata per il trasporto di passeggeri su sedie a rotelle. Per questo vi è pure l’idonea toilette nel vagone centrale: il terzo o il quarto. Sinceramente cammino senza contare le carrozze, in cerca soltanto della seconda classe.
Non vedo nulla e, ad un certo punto, entro. Chiedo e un signore mi risponde che la seconda è classe unica. Così trovo un posto nel quinto vagone forse. In questo treno si può prenotare il viaggio, ma non il posto. Allora mi sistemo in una sorta di “isola” di quattro posti, messi di fronte a due a due. Così, volendolo, possiamo conversare. Sulla sinistra ho il corridoio e, dopo il corridoio, un’altra “isola” all’aperto.
I miei compagni di viaggio mi rimarranno anonimi per tutto il percorso e, quando scenderanno, mi saluteranno. Tutti lo faranno prima di me. La mia fermata è la diciassettesima.
Sulla destra ho il marito con la moglie seduta di fronte; di fronte a me, invece, siede una signorina con capelli castani e un visino carino, indossa jeans, maglietta bianca e sopra un cardigan rosa.
Siccome, l’aria condizionata è a manetta, le prime frasi che ci rivolgiamo esprimono il nostro prevedibile disappunto. Quasi tutti prendiamo qualche precauzione: per quanto mi riguarda, avendo dato per scontato che avremmo avuto questo problema e avendo portato con me un golfino di cotone, lo indosso; il marito, piuttosto robusto, se ne sta al mio fianco a maniche sbracciate, mentre la sua signora chiede di prenderle un golf nel borsone. Cosa che il signore fa. E come se non bastasse, subito dopo si copre anche con un suo giubbino. Da parte sua, la signorina si sente già adeguatamente coperta.
Partito il treno, marito e moglie si rifocillano. Il primo mangia un bel tramezzino, la seconda una focaccina.
È, a questo punto, probabilmente che sarebbe stato utile una persona come mia figlia. Lei, per carattere, sembra conoscere il segreto per cominciare una conversazione: magari, avrebbe chiesto il loro nome, o avrebbe buttato giù qualcosa come: «Io vengo da Cologno, la città di Mediaset e della comunicazione, voi?…»
Non dubito che ci sia bisogno di curiosità, empatia, leggerezza. Io sono un orso ammodo. A domanda, rispondo. Se nessuno mi chiede niente, vado avanti coi miei monologhi interiori. Ne ho sempre qualcuno a disposizione. Fatto sta che nessuno dice niente e, un quarto d’ora dopo, i coniugi si abbandonano a un sonnellino ristoratore.
La signorina di fronte – sui trentacinque anni forse – continua a ricevere e a fare telefonate per tutto il percorso. Ha due cellulari. Anche se parla educatamente sottovoce, capisco che le comunicazioni sono tutte indirizzate a collaboratori per preparare adeguatamente un atto immobiliare da firmare. Il linguaggio della signorina è spedito e ben articolato, ma non rifugge da cadute del tipo: “non rompere il cazzo”, “è uno stronzo, non so cosa voglia”, ecc.
Il treno è pienissimo. Ci sono persone che continuano a telefonare ad alta voce in inglese e sul lato sinistro ci sono due ragazze che la parlano fluentemente e utilizzano il computer. La signorina di fronte, all’inizio, tira fuori anche lei il computer. Infila la spina nelle prese, ma non c’è corrente.
«Potrebbero dare meno aria condizionata e un po’ di corrente! Questo è proprio un treno di merda…»
La signorina, che non sembra disdegnare le posizioni di centro-destra, sostiene chiaramente che Salvini in quattro anni «non ha fatto niente per migliorare i trasporti».
Lo dice rivolta ai coniugi in un momento di risveglio.
Ecco su questo argomento potrei agganciarmi brillantemente e potrei sfoggiare la mia lettura della situazione politica e sociale del nostro Paese, dando prova di autentica socievolezza. Ma perdo il treno, mi limito a confermare l’imprecazione e rimango immerso in brusii, in rumori, nel vociare che sta invadendo tutto il treno.
Dopo un’ora passata così, senza far niente, sperando soltanto che qualcuno o qualcuna domandasse qualcosa o andasse al di là del fallimento di Salvini come ministro dei trasporti, mi metto a leggere prima L’INDICE del mese di giugno, poi LA REPUBBLICA e infine il CORRIERE DELLA SERA.
Mettersi a leggere in treno è come erigere una barriera nei confronti degli altri passeggeri. Ad un certo punto mi stanco. Dietro la mia spalla sinistra, c’è una signora dai capelli biondi e un po’ mesciati che sta in piedi dall’inizio del viaggio. Le offro di riposarsi un po’ le gambe sedendosi al mio posto. Io ho bisogno di sgranchirle.
Inizialmente si schermisce, poi si siede: «Dieci minuti…», continua a dirmi, «dieci minuti…».
Mentre lei sta seduta, vado alla toilette. Acqua dappertutto. Quando ritorno, la signora ha trovato un posto a sinistra, due “isole” più avanti. Sorridendomi, continua a ringraziarmi. Anche marito e moglie si spostano. A Genova Principe scendono diversi passeggeri e si mettono alla ricerca di una fila in cui soffi meno aria condizionata.
Da Genova a Pietra leggo Sette, il magazine del Corriere. Assai interessante l’intervista di Fiamma Tinelli al neuroscienziato Vittorio Gallese, autore di un libro intitolato «Il sé digitale». Si tratta di confrontare il “funzionamento” di un robot con quello di noi esseri umani.
Ecco alcune risposte:
«L’intelligenza umana non è un calcolo, si alimenta dell’effetto emotivo che l’incontro con il mondo ha su di noi. È il concetto di “simulazione incarnata”.»
«L’uomo accede al vissuto dell’altro attraverso un processo intuitivo: quando vediamo un amico che mentre pianta un chiodo nella parete si dà una martellata sul dito, intuiamo immediatamente il suo dolore, probabilmente proveremo anche un brivido. E questo non accade per un processo cognitivo, ovvero il semplice sapere che pestarsi un dito col martello fa male, ma perché i nostri circuiti cerebrali del dolore si attivano vedendo soffrire il nostro amico. La simulazione incarnata è una risonanza distintamente corporea, un “sentire l’altro”. E questo i robot non ce l’hanno.»
«Il robot può riconoscere un’espressione corrucciata su base computazionale. Quello che gli manca sono la soggettività e l’agentività, cioè la capacità di spiazzare l’altro con un comportamento creativo e originale. Ti vedo triste e mi metto a fare le bolle di sapone, ecco.»
«La soggettività è il riassunto della nostra vita, delle nostre memorie. La storia della macchina è solo ciò che è stato immagazzinato dall’esterno, organizzato da un algoritmo. Non è sua, non è personale.»
« (Il robot non può avere un “sé”), se intendiamo il “sé” come il nostro vissuto, costituito dall’incontro del corpo col mondo e con gli altri. L’uomo, per apprendere, ha bisogno di relazioni. Se qualcuno non ci insegna a parlare, siamo come il Kaspar Hauser di Werner Herzog, privi di parola. Il robot, no. Apprende anche da solo, chiuso in una stanza.»
Simulazione incarnata come modalità per accedere al vissuto dell’altro/a; soggettività come riassunto della nostra vita e delle nostre memorie; agentività come capacità di spiazzare l’altro/a; il Sé come prodotto del nostro vissuto e dell’incontro del nostro corpo-mente col mondo e con gli altri…Insomma, quattro importanti concetti per individuare la differenza fra noi e i robot.
Ho con me una bottiglietta d’acqua naturale. Ogni tanto la bevo. Ho anche un pacchetto di caramelle golia. La prima volta che lo tiro fuori, ne offro qualcuna alla signorina. Mi ringrazia e mi dice di no.
Tra una pagina e l’altra, rilettura e sottolineatura, verso le sei e venti, arrivo a Pietra. La signorina è scesa a Noli, augurandomi buon weekend.
Prendo il mio trolley e la mia borsa rossa a tracolla e metto i piedi a terra. Do un’occhiata in giro. Non c’è nessuno ad attendermi. A passo spedito mi avvio verso casa.

5 giugno 2026

 

 

Il linguaggio come organo biologico della prassi pubblica

Orpello grafico 2 (dettaglio di copertina)

di Donato Salzarulo

Concentrarsi sul fatto-che-si-parla, non su ciò-che-si-dice

LANGUE, PAROLE E LANGAGE

Il linguaggio ha un lato individuale e uno sociale, senza che sia possibile concepire l’uno senza l’altro. Il lato sociale è ciò che Ferdinand de Saussure chiama langue, “lingua”. Ogni parlante, alla nascita, ha a disposizione una langue: francese, italiana, tedesca, e così via. L’utilizzazione fatta dai singoli parlanti di questo dizionario è detta parole, equivalente a “parola”, come nelle locuzioni italiane “prendere la parola”, “dare la parola”, e locuzioni simili. Agli inizi del Corso di linguistica generale, si parla anche dilangage, inteso come facoltà del linguaggio articolato posseduta da ogni individuo. Saussure preferisce, però, non farlo rientrare nel suo progetto di ricerca, considerandolo un groviglio di elementi fisiologici, biologici e psicologici. Tuttavia, se si desidera comprendere cosa significhi “prendere la parola”, occorre necessariamente concentrarsi sul fatto-che-si-parla, non su ciò-che-si-dice, bisogna mettere a fuoco l’azione di enunciare. Paolo Virno discute accuratamente proprio di questo nella Parte prima del suo importante libro Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana (Bollati Boringhieri, 2003).

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Una via alla ricerca di sé

di Donato Salzarulo

Non fu una sorta di Addio ai monti, ma quasi. Che, dopo l’abilitazione magistrale e l’esame di ammissione, mi sarei iscritto a pedagogia, era nei desideri miei e della famiglia. Potevo iscrivermi a Salerno o a Bari, le due città più vicine. Andai, invece, a Torino. A questa scelta contribuì Donato Castelluccio, una straordinaria figura di pastore evangelico; ma fu soprattutto il frutto degli avvenimenti convulsi che, durante l’estate, cambiarono la mia vita. Il più importante fu il mio matrimonio “riparatore”. Andare via dal paese, il più lontano possibile, fu anche un modo per regalarsi un rifugio, una pausa riflessiva e ristoratrice. Andando via, dicevo addio alle passeggiate in corso Romuleo, dicevo addio al Castello, all’orizzonte che si apre sul muretto di piazza Convento, allo struscio domenicale, alle scorpacciate di ciliegie, agli sguardi complici, ai sorrisi, alle maldicenze, alle invidie. Quante volte nei lunghi giorni d’estate l’avevo desiderato? Quante volte avevo sognato di passeggiare per strade cittadine, di frequentare una biblioteca, di scegliere un film fra varie sale cinematografiche, di andare a teatro.


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Metamorfosi di un dente di leone

di Donato Salzarulo

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Meriggiare pallido e assorto

di Donato Salzarulo

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Nel tunnel di metà settembre (15)

di Donato Salzarulo

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Nel tunnel di metà settembre (14)


di Donato Salzarulo

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Nel tunnel di metà settembre (13)

di Donato Salzarulo

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Nel tunnel di metà settembre (12)

di Donato Salzarulo

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