Al volo. Spunti. Sbratto.

a cura di Ennio Abate

Marzio Breda/ La crisi vista da un “quirinalista”

Quello che ha preso avvio nel 1990 è uno dei peggiori periodi di limite della storia repubblicana. Ha inaugurato anni che si sono fatti via via più difficili e cupi: «tempi che civettano sinistramente da notte dei tempi», li ha definiti il poeta Andrea Zanzotto in un epigramma che vale anche per tratteggiare i rapporti tra politica e Quirinale. Raccontarli è stato un compito impegnativo, cadenzato da ventuno crisi di governo e otto elezioni politiche, senza trascurare le consultazioni amministrative, europee e i referendum.

(da https://www.leparoleelecose.it/?p=43205)

Mario Pezzella/ Postille pandemiche

1. Gli imprecisi paragoni tra lo stato d’eccezione analizzato da Schmitt e la sospensione attuale della democrazia, tra le leggi speciali naziste e il green pass, impediscono di comprendere la specificità della situazione attuale e di proporre forme di resistenza efficaci: il neoliberismo autoritario che stiamo vivendo è altra cosa dal mito totalitario del fascismo

2. Continua il genocidio dei migranti in mare e la costruzione di muri spinati un po’ dovunque. In effetti, più che il green pass, queste cose meriterebbero le barricate.

3. La campagna vaccinale di questo governo è confusa, piena di contraddizioni, sospetta di sudditanza a poteri economici e politici, inutilmente arbitraria e autoritaria

4. Il noto filosofo Agamben ha di recente affermato che è finito il tempo dei convegni e che è ora, contro la politica sanitaria del governo, di passare all’azione; cita la resistenza contro il nazismo, come modello di ciò che si dovrebbe fare. Resta qualche dubbio su cosa Agamben intenda veramente. Qualcuno un po’ esagitato potrebbe pensare che invadere la sede della CGL, usare violenza nelle piazze, assaltare i centri vaccinali e picchiare gli infermieri, siano “azioni dirette” nel senso auspicato dal filosofo. Magari invece lui intende forme di desistenza e di disobbedienza civile, “gandhiane”, per così dire. Oggi le parole non possono essere lasciate in una diffusività oracolare.

5. Colpisce la rabbia con cui draghiani e novaxisti si aggrediscono ignorando qualsiasi dubbio o questione specifica: in realtà le discussioni sul merito dei problemi contano poco, si aggregano invece identità fantasmatiche e autoritarie, intorno a significanti vuoti come quelli degli ultras delle squadre di calcio. I governisti si appellano all’autorità indiscussa della scienza. Ma la scienza non ha mai avuto una verità: è stata sempre una verità mutevole e in divenire.

Postille pandemiche – di Mario Pezzella

Giorgio Mascitelli/ Draghi
(Dalla sua pagina su FB)

Le dichiarazioni di Draghi sul fatto che i problemi vengono dai no vax sono inaccettabili, anche se avesse ragione, in quanto un presidente del consiglio non può additare al pubblico odio una categoria di cittadini perché in presenza di una situazione tesa ed esasperata per mille fattori sociali e umani e con un virus mutevole, il dovere di un capo di governo è quello di mantenere e diffondere la calma e non di giocare con facili emozioni.

Emiliano Alessandroni/ Su Sassoli
(Dalla sua pagina su FB)

David Sassoli non era certamente un marxista-leninista. Era essenzialmente un liberaldemocratico; ma un liberaldemocratico col quale era possibile dialogare, volendo, anche a partire da posizioni marxiste e che ha saputo mostrare un’onestà intellettuale molto maggiore di tanti giornalisti e politici del suo stesso orientamento. [Fece] alcune […]significative dichiarazioni a proposito di una risoluzione del Parlamento Europeo del 2019 che equiparava comunismo e nazismo; risoluzione che scatenò la rabbia e l’indignazione di LEU ma che ebbe il voto favorevole, oltre che naturalmente di tutta la destra, anche di diversi parlamentari del PD. Sassoli, pur da posizioni liberaldemocratiche, ovvero vicine allo stesso PD, ha ripudiato in maniera risoluta questa equiparazione con cui l’ideologia liberale ha tentato di lavarsi la coscienza e di rimuovere le affiliazioni storiche tra liberalismo e nazifascismo

Giovanni Bronzino/ Su Canfora
(Commento nella pagina FB di Stefano Azzarà)

Il limite di Canfora è di approcciarsi alla contemporaneità con la forma mentis dell’antichista e di leggere, parafrasando Croce, ogni storia come storia antica. E così o prende cantonate o vede solo un aspetto limitato della complessità. Temo che anche questo libro non farà eccezione visto che mi pare di capire che l’attuale morte della democrazia in Italia la legge come un ritorno alla repubblica romana aristocratica invece di riconoscere il disprezzo antidemocratico del liberalismo classico che riemerge.

https://www.tpi.it/…/luciano-canfora-a-tpi-cosi-draghi…/

Pierluigi Fagan/ Su democrazia
(Dalla sua pagina su FB)

siccome noi occidentali non siano mai stati democratici, tutto ciò non lo sappiamo, non lo capiamo, ripetiamo senza varianza la triste procedura che dal fallimento della condizione democratica di cui non ci curiamo affatto presupponendo che la democrazia dovrebbe esser naturale e quindi facile quando è l’esatto opposto, arriviamo passo-passo e di necessità ad invocare colui o coloro che mettano tutto a posto perché nulla funziona più, si approssima il caos, abbiamo fretta e paura e poi abbiamo altro da fare. Va da sé che in ordine al sistema di idee politiche detto “democrazia”, secondo chi scrive, il presidenzialismo è ritenuto avversario strutturale di democrazia.

Elvio Fachinelli/ Nostalgia e azione
(Dalla pagina di Lea Melandri su FB)

“…la stessa intensità e significatività delle esperienze fatte nel periodo di maggiore dipendenza ripropone ad ogni individuo, nel corso della sua vita, il problema della tendenza alla loro ripetizione (“coazione a ripetere”): è una sorta di nostalgia che paradossalmente spinge all’agire: sia nel senso di una replica cieca, sia nel senso di uscirne. Ci troviamo così di fronte a un ritmo temporale peculiare, che s’intreccia, certo, con il tempo-tartaruga del supporto biologico e con il tempo-freccia della società storica; s’intreccia, ma senza confondersi, e con effetti di moltiplicazione e rallentamenti reciproco.”

Da Elvio Fachinelli, “Il paradosso della ripetizione”, in “Il bambino dalle uova d’oro”, Feltrinelli 1974

E. A. / Riodinadiario

Fino ai ventun anni, il tempo in cui vissi a Salerno prima di andarmene a Milano, lessi i giornali che mio padre portava a casa. Ricordo i nomi di Augusto Guerriero, collaboratore di «Epoca», e di Giovanni Ansaldo, direttore de «Il Mattino» dal 1950. Leggevo i loro articoli. Trattavano sicuramente di politica. Ma non ricordo nulla di quanto scrivevano. E li distinguevo poco dagli scrittori che, come Domenico Rea, apparivano in terza pagina su «Il Mattino».
Al mio primo voto da maggiorenne (ventun anni allora), nel ’62, scelsi il Partito Socialista e mi parve di fare un gesto trasgressivo.
Ero in una ovatta culturale omogenea, che solo più tardi ho definito “di destra”. Sia a scuola che nell’Azione Cattolica, dove rimasi fino ai sedici anni, macinai quella cultura, che conteneva qua e là anche venature più popolane ed evangeliche.
Il primo evento storico che mi colpì moltissimo fu la rivolta in Ungheria del 1956. Ricordo  tuttora alcune impressionanti foto apparse su «Epoca» e il mio ascolto ansioso delle notizie trasmesse dalla radio. Ma non avevo nessuno con cui ragionarci sopra. Con i pochi amici del liceo, anch’essi legati all’Azione Cattolica, si discuteva di questioni religiose, di ragazze, raramente delle nostre letture e mai di politica.

(da un’intervista ad Antonio Benci, 2006)

1 pensiero su “Al volo. Spunti. Sbratto.

  1. Pierluigi Fagan/ Su democrazia

    SEGNALAZIONE SCAMBIO FISCHER-FAGAN SU PAGINA FB DI FAGAN

    Cristiana Fischer
    “Siccome noi occidentali non siamo mai stati democratici…” Manca il demos. Ristretto e identificato. Abbiamo il popolo, più largo ma non meno parziale. Su cosa fondiamo la democrazia se non tra i due estremi (fra i quali il rapporto è sempre più lasco) del suffragio “universale” versus le minoranze di vario tipo e occasioni che gestiscono nei fatti la cosa pubblica?

    Pierluigi Fagan
    Sostengo (e non da solo) che noi occidentali non abbiamo, in tradizione, una teoria della democrazia moderna. Il moderno, di per sé, non dà più la possibilità di avere un demos definito come comunità relativamente omogenea. E se questo è il presupposto, già ad Atene stava svanendo. Questa una sintetica lista di teorici di filosofia politica moderna: Machiavelli, Bodin, Hobbes, Locke, Montesquieu, Sieyès, Tocqueville, Constant, gli idealisti tedeschi (incluso Hegel), Marx-Engels-Lenin, gli elitisti. Nessuno di questi è un democratico. Fa eccezione Rousseau, ma insomma, un argomento così vasto e complesso non può fondarsi su un unico, limitato, apporto. Direi che è clamorosa la cecità stessa che manifestiamo di tutto ciò. Come cioè si possa dar per scontato l’utilizzo di un termine-concetto, ereditato dall’Atene di duemila tre-quattrocento anni fa (in cui c’era scambio monetario ovvero economia monetizzata non meno di oggi), da riattualizzare in contesti del tutto diversi. Siamo sicuri, ad esempio, che “votare una delega” possa sostenere da solo, un impianto politico definibile come democrazia? L’idea stessa di ridurre una cultura politica diffusa come ordinatrice della forma di vita associata ad un voto ogni quattro anni, come già ebbe a notare il Rousseau, dice che noi di “democrazia” non abbia proprio idea. Infine, scambiare un problema socio-culturale complesso quale è il presupposto per avere una qualche forma di ordine politico democratico, con questa o quella forma di voto o delega e poteri annessi, dice di quanto poco comprendiamo il significato del termine. Al pari di coloro che pensano che il sistema di gioco (4-4-2 o 3-5-2 o 5-3-2) faccia di per sé la qualità del gioco di una squadra.

    Cristiana Fischer
    .. e poi sembra logicamente discenda da demos versus popolo il rapporto democrazia versus populismo.

    Pierluigi Fagan
    … se ho ben compreso il tuo commento sono molto ma molto d’accordo. Ma chissà se quello che intendevi tu nel farlo è lo stesso mio nell’interpretarlo. La stagione della democrazia classica, iniziò con la riforma delle circoscrizioni (i demi) di Clistene. La riforma amalgamava non più gente dello stesso “quartiere” quindi omogenea, ma metteva -apposta- assieme gente delle tre aree che erano poi assai spesso tra classi sociali: gente di Atene, gente del Pireo (commercianti, marinai etc.), gente di fuori Atene (piccoli e grandi proprietari di terra, contadini, minatori). Si potrebbe dire che “democrazia” è il potere dei demi più che il potere del “popolo”. Anche perché -contrariamente alla vulgata- la democrazia ateniese era piena di elezioni delegate operate proprio secondo logica dei demi. Era chiaro già a i tempi che “popolo” ha una sua omogeneità se comparato con altro a lui esterno (popolo ateniese vs popolo spartano), ma ha una sua accentuata pluralità interna. Sarebbe bellissimo e di grande attualità fare una discussione su “democrazia vs populismo”.

    Cristiana Fischer
    Intendevo banalmente che i demi comportavano comunque delle esclusioni significative: le donne e gli schiavi. Il termine di popolo contiene più significati: abitanti di un territorio, di uno stato, la parte popolare rispetto alla classe superiore come nella formula senatus populusque romanus. Oggi è un termine ambiguo: tutta la nazione -art.1 della costituzione- ma anche unità supposta e “popolare” ignorando volutamente ceti classi geografia e cultura, fino a popolare=popolaresco. Il significato più alto discende forse dal “popolo di Dio”, tutto unito… ma guidato dal clero e dai profeti. Anche il popolo rivoluzionario non mi pare ne abbia mai fatto a meno.
    Cominciare a distinguere la democrazia da queste forme del popolo?

    Pierluigi Fagan
    Inoltre, faccio un inciso sull’argomento “democrazia”. Questa è la modesta sezione della mia biblioteca su libri che hanno “democrazia” nel titolo perché è questo l’argomento che trattano (solo di “scienza politica” diciamo così, quelli di filosofia sono per lo più da un’altra parte). Non quelli di filosofia o scienza politica generale o di economia e democrazia, solo quelli che affrontano l’argomento in esclusiva. A dire che l’argomento è complesso (come ogni argomento). Di solito, avviamo discussioni sul termine che è un concetto con una certa incuranza della sua ramificata complessità, siamo tutti “esperti” quando si tratta di democrazia. Questa vero e proprio “non sapere di non sapere” è riflesso della mancanza di una cultura della democrazia. Del resto tra liberali, marxisti, cattolici, economicisti, giuristi et affini, che il campo semantico dell’argomento sia soverchiato da discorsi che maltrattano la complessità dell’argomento, è proprio il problema che abbiamo.

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