Sud anni ’50. Un professore, un liceo classico


Riordinadiario  gennaio 2022
SUL PROFESSOR PETRUZZIELLO E LA CULTURA ANNI ‘50 DEL LICEO TASSO

di Ennio Abate

Questa riflessione sugli anni della lontanissima e non certo felice mia esperienza di liceale  è nata dopo essermi iscritto alla pagina FB degli “ex allievi Liceo Tasso di Salerno anni 50-70”.  E per reazione ai commenti  troppo amarcord  ed elogiativi del clima di quegli anni che lì ho letto. No, mi sono detto. Perché edulcorare, maltrattare o banalizzare così il passato?  (Che poi significa anche mistificare il presente). La revisione della storia (anche solo personale o di una comunità provvisoria) è un cosa  seria ( e sempre rivedibile). 

Prima parte

Dopo la mia provocazione ironica su prof Petruzz, preside Incutt, etc. (qui) , che Enzo Barone [amministratore della pagina FB già nominata] ha corretto, mettendo in primo piano  l’indubbio valore di latinista di Petruzziello, mio e suo professore d’italiano e latino nel corso C e vincitore del Certamen Hoeufftianum, un concorso internazionale ancora più rinomato perché vinto varie volte da Pascoli, voglio approfondire io pure ora il discorso su Petruzziello sul piano della realtà e spiegare le ragioni dell’atteggiamento critico che traspariva dal mio “narratorio” e dal titolo che gli ho dato, “In morte del liceo classico”.
Vado per punti:

1. Prima domanda. Perché, a distanza di tanti decenni, è quasi più facile ricordare Petruzziello per quel suo «maniacale panico per le infezioni» [1] (figuriamoci se fosse vissuto oggi con la pandemia covid!) che entrare nel merito della sua figura di latinista (qualcuno ha letto i suoi scritti? è possibile procurarseli?) e di insegnante?

2. Le scarne notizie sulla vita di Michelangelo Petruzziello riportate da Enzo Barone mi paiono preziose ma andrebbero completate e interrogate a fondo. Alludono all’origine contadina della sua famiglia, ma non chiariscono se fosse benestante o modesta o povera. (Non è, ovvio, la stessa cosa). Alludono anche ai suoi «studi secondari nel seminario di Benevento», poi abbandonati («Michelangelo Petruzziello non scelse la vita sacerdotale»). Per il venir meno di una vocazione religiosa preesistente? O per altri motivi? Si tenga presente che a quei tempi era stratagemma abbastanza comune, specie nelle famiglie non benestanti, far studiare i propri figli in seminario (avessero salda o incerta vocazione al sacerdozio). Accadeva per la materialissima ragione che non potevano mantenerli a studi comunque costosi. È stato questo anche il caso di Petruzziello? (Se sì, ci sarebbe da chiedersi quanto il suo abbandono della «vita sacerdotale» abbia influito su quella sua maniacale paura di contaminarsi e sui suoi «tormenti»).

3. Come si formò quel suo carattere «riservatissimo e solitario, poco incline a confidenze con i suoi allievi»? O quel suo timore morboso del contatto fisico con gli altri, anche il più convenzionale (la stretta di mano)? Quali potrebbero essere stati i suoi «tormenti» di adulto, che probabilmente accrebbero il suo isolamento sia da noi studenti che dai suoi colleghi? Sarebbe anche importante sapere perché sia rimasto scapolo per tutta la vita, mi pare. O quali – indizio sempre illuminante e spesso celato per complicate motivazioni su cui non mi soffermo – fossero le sue idee politiche, a me rimaste sempre celate.

4. Pongo tali questioni non per spettegolare, ma per capire meglio la personalità di questo mio professore. Oggi esiste un apprezzabile filone della critica letteraria, che collega e confronta biografia e opera per meglio illuminare entrambe. E se questo vale per un Leopardi (Buffoni), per un Pascoli (Nava), per un Saba (Lavagetto), non vedo perché non dovrebbe valere per Petruzziello.

5. È vero, come scrive Barone, che della bravura di latinista di Petruzziello «non ce ne accorgevamo». Soltanto perché eravamo «abbastanza stupidi […] arroganti, fuorviati dalla forza che promana da una giovinezza ignara dei tormenti degli adulti»? In parte sì, ma va detto che Petruzziello fece poco perché noi studenti ci accorgessimo e condividessimo la sua passione per la cultura latina. Ci fu un limite pedagogico, che secondo me non fu solo suo. E l’ho fatto già notare commentando il post sul professor Carmine Coppola (https://www.facebook.com/…/exal…/posts/6880084765366258/): non è detto che un ottimo o eccellente latinista sia, grazie alla competenza nella materia cui si dedica, anche un bravo insegnante. (Sottolineo ancora: bravo insegnante per un’intera classe e non per pochi eletti, già in partenza predisposti per condizioni familiari più favorevoli a trarre profitto da un certo tipo d’insegnamento. Perché di paideia elitaria al Tasso ce n’era e, a quanto vedo dai commenti, se ne stanno portando ricordi a iosa.

6. Il professore Petruzziello, come insegnante, era pieno di timori, sfuggente, sempre in difesa, sbrigativo. In una parola: troppo impaurito dal mondo, che avrebbe dovuto tener presente per guidarci anche nello studio delle sue materie d’insegnamento. Se al ginnasio avevo respirato per l’incoraggiamento fecondo e la guida pacata del professore Donadio, al liceo con il professore Petruzziello, così scontroso e sospettoso verso gli studenti, mi sentii trascurato e persino ostacolato nello sviluppo delle mie spontanee curiosità di studente. (In particolare ho un ricordo spiacevole: avevo una curiosità per la letteratura italiana del primo Novecento. Quella era allora per me il “nuovo” che mi attirava. Quando gliene parlai, mi sconsigliò rudemente la lettura di autori successivi alla triade canonica – Carducci, Pascoli, D’Annunzio – ancora intoccabile per lui e, credo, per molti insegnanti di letteratura italiana del tempo).

Nota

[1] Enzo Barone in un suo commento  ha così ricordato la mania di Petruzziello: "Suonata la campanella, si andava di corsa all’ingresso posteriore, quello riservato ai maschi, per salire disordinatamente in classe. Cosa abbiamo nelle prime due ore? Italiano e latino. Bene: cominciamo a serrare l’aula, tanto il prof non entrerà, per non sfiorare con le proprie dita la maniglia della porta. Non ce ne rendevamo conto, diventavamo talvolta abbastanza stupidi. Non proprio crudeli, ma arroganti, fuorviati dalla forza che promana da una giovinezza ignara dei tormenti degli adulti. Michelangelo Petruzziello invece era un uomo nobile, provato dalla vita. Aveva chissà perché elaborato un maniacale panico per le infezioni, temeva contagi, non toccava con le sue mani (sempre accuratamente disinfettate con una bottiglietta d’alcol che celava in una tasca) persone o cose. Passeggiava quindi un po’ stizzito, ma rassegnato, nel corridoio, lanciando agli alunni che fingevano di non averlo visto uno sguardo di accorata riprovazione attraverso i vetri. Dopo un po’, lo scherzo cessava e un’anima buona correva in soccorso, spalancando la porta. Entrava di sghembo, quasi senza farsi notare, pronto a ricominciare a trasmettere la sua formidabile esperienza di conoscenze classiche a quella tribù di refrattari al bello."

Seconda parte
(quasi in forma di Lettera aperta agli ex allievi del Liceo Tasso di Salerno anni 50-70)

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.

(B. Brecht, A coloro che verranno)

Oltre al limite pedagogico (non certo solo di Petruzziello), va tenuto presente il limite culturale di quasi tutta la generazione dei professori del Tasso degli anni ’50. Che si era formata sotto due sferze autoritarie – del fascismo e della Chiesa cattolica – congiunte e collaboranti grazie al Concordato del 1929.

Per approfondire questo aspetto e non generalizzare a vuoto, sarebbe necessario esaminare le posizioni professore per professore; e cogliere le non trascurabili sfumature dei modi – dalla foga dei crociati di Cristo Re a quella dei nostalgici del fascismo; dal distacco liberale e signorile di qualcuno al sadismo inquisitorio di altri – con cui quel medesimo modello autoritario venne praticato durante le loro carriere al Tasso. Ma qui ho spazio solo per riferire l’idea che mi sono fatta io dei professori della sezione C nel periodo (1954-’59) da me frequentato. Altri diranno – se vorranno – dei loro. La riassumo così: l’unica figura profondamente antiautoritaria e democratica che posso indicare con sicurezza fu quella del professor Donadio del ginnasio, non a caso socialista (come ho saputo dopo); e che, al liceo, soltanto le due insegnanti donne – la Prete di storia dell’arte e la Bove di scienze – alleggerirono con la loro blanda tolleranza materna il clima “incuttiano” [il preside di allora si chiamava Incutti] che prevaleva – e non penso di poter essere smentito – in tutto il liceo Tasso.

Va poi ricordato che quei nostri professori avevano dovuto affrontare prima il trauma della caduta del regime fascista e poi la difficile transizione alla repubblica che, appena iniziata con la precaria vittoria al referendum del 2 giugno 1946, ebbe vita quanto mai conflittuale e contorta, dibattendosi tra spinte alla continuità col fascismo e spinte alla discontinuità e all’apertura rischiosa alla democrazia. Come essi vissero questo passaggio? È difficile dirlo ancora oggi. Credo che molti professori si autocensurarono e, comunque, tacquero. Non ci parlarono mai dei miti e dei valori a cui avevano aderito da giovani o di averli ripudiati. Come del resto fecero i nostri genitori e parenti. Inoltre per i professori c’erano le colonne d’Ercole dei programmi di allora a funzionare da schermo o da alibi. Lo studio della letteratura italiana era fermo, come ho già detto, alla triade Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Quello della storia arrivava (di sfuggita e non sempre) alla Prima guerra mondiale. I programmi di latino, greco erano incentrati sul nozionismo e su una visione astorica della latinità e della grecità. Di conseguenza: silenzio tombale su fascismo, Seconda guerra mondiale, Resistenza, Shoah, bombe di Hiroshima e Nagasaki. Silenzio pure su tutti i fermenti più inquieti e problematici della cultura del Novecento: delle avanguardie artistiche, del modernismo condannato dalla Chiesa cattolica, del marxismo, dell’esistenzialismo. Al professor di filosofia Speranza, crociano, non perdonerò mai di avermi fatto saltare il capitolo del La Manna su Marx, definito da lui autore secondario.

E a voi com’è andata? Ci fu mai tra i vostri professori qualcuno che – nelle lezioni o ai margini di esse – accennasse ad Einstein, alla psicanalisi, alle letterature di altri Paesi? O al contrasto tra dionisiaco e apollineo nel mondo greco messo in luce dalla «Nascita della tragedia» di Nietzsche?

Il limite di quei professori stava nel loro culto elitario di una cultura nozionistica e tradizionalista. I discorsi e i comportamenti – di loro adulti e di noi giovani – restarono perciò ancorati rigidamente all’ideale di un glorioso passato nazionale, tacendo però che il fascismo e la monarchia con il loro fallimento l’avevano ridotto a un cumulo di rovine. E troppo spesso gli autori classici vennero da loro usati (non so dire quanto consapevolmente) come clave, accentuando così le distinzioni tra i “figli dei signori” e i “figli del popolo”. La presidenza di Incutti, infine, garantì una scandalosa continuità con quel passato fascista, incatenando la vita culturale del liceo Tasso a uno stile tradizionalista, autoritario, bacchettone e repressivo dei sentimenti e dei corpi.

Cosa mi arrivò, dunque, della conoscenza dell’Ars poetica di Orazio che aveva Petruzziello? Cosa del mondo greco antico o della filosofia? Ben poco e, comunque, non l’incoraggiamento alla libertà della ricerca che da studente allora mi serviva. Dai miei professori di liceo non ho ricevuto nessuna delle lezioni memorabili che sento vantare da ex allievi del Tasso su questa pagina FB. L’immagine che mi è rimasta di loro è quella di pignoli funzionari più che di veri educatori. In modi burocratici e sbrigativi ci assegnavano la lettura dei testi o i capitoli della Storia della letteratura del Sansone o la traduzione del Ciclope di Euripide o il capitolo di filosofia del La Manna; e in modi altrettanto burocratici e sbrigativi ci interrogavano e ci facevano fare le prove scritte, per accertarsi esclusivamente della conoscenza mnemonica della materia, mai delle nostre capacità critiche.

Il mio bilancio è, dunque, amaro e negativo; e per questo ho parlato di “morte del liceo classico”. Come un provinciale Renzo Tramaglino meridionale, lontano da Salerno, mi sono trovato poi a fare i conti con la modernità, la vita industriale e postindustriale nella cosiddetta “capitale del Nord” (G. Majorino). E mi sono accorto di tutta la fragilità non solo degli strumenti culturali ricevuti al Tasso ma anche della mentalità da «parrocchietta del Sud» che prevaleva allora in tutta Salerno.

E a voi, invece, com’è andata? Avete fatto bilanci diversi dal mio? Da alcuni commenti letti mi accorgo che in molti condividete e conservate ancora come valore indiscutibile proprio quella cultura che io ho qui criticato. E che alcuni sorvolano o addirittura elogiano ancora oggi di quei professori proprio il paternalismo autoritario. Io, dunque la volpe di Esopo, che non è riuscita a conquistare l’uva matura che voi avete assaporato al liceo Tasso di Salerno? Non lo credo. E vedo nel «maniacale panico per le infezioni» di Petruzziello quasi un simbolo del ritrarsi nel passato e rifiutarsi al presente del liceo classico Torquato Tasso (degli anni ’50).

APPENDICE

Oh, parrocchietta del Sud
 
… chioccia, teca di vetro, covo,
dove con gracili corpi, poco e male conosciuti, stemmo infanti,
in tanti, reclusi in dolce, stupefacente persino, serraglio!
Oh, figurine colorate di madonne, occhi in su,
col serpente, occhi chiusi sotto il candido piedino!
Oh in campagna, nella stanza ombrata
di una nonna Francesca, statuina di gesso
un po’ scheggiato: san Giorgio cavaliere sempre;
e sempre sotto teca, anche lui, pur di lancia armato
contro il drago, vita informe e sconosciuta!
Oh, corpi robusti di coetanei dai nomi ormai stinti,
quanto fanciullescamente famelici (ma di cosa?); e presto
da me divisi, or con lusinghe or con rigori di preti,
e tardi schizzati per le vie del batticuore, in pedinamenti
di mai sfiorate ragazze: le proibite, le - anch’esse! -
annaspanti sirene d’estate, che altere seguirono
i nostri spasimi maschili e le prove prima del gran tuffo
non nel loro, ma in lontano, non azzurrissimo, mare!
Nota

Nella foto il professor Michelangelo Petruzziello è quello in piedi. Quello seduto è il professore Francesco Speranza.

2 pensieri su “Sud anni ’50. Un professore, un liceo classico

  1. So che con la domanda “e a voi come è andata” ti riferisci agli ex-frequentanti del Tasso di Salerno. Ma se comunque paragono i miei due licei, il ginnasio a Trieste e il liceo a Milano, vedo poche somiglianze con il tuo. Importanti senza dubbio: l’ignorare la storia la filosofia e la letteratura dalla fine della IGM in poi. Ignorare i conflitti storico-politici e quindi filosofici del mondo greco e del mondo romano. Una grammatica del greco e del latino cristallizzata in una forma astratta e perenne, e una letteratura corrispondente, vista secondo lo schema di decadenza dopo una “fase classica”.
    Però, pur essendo io di famiglia povera, non ho sentito come un peso eccessivo un atteggiamento differente degli insegnanti verso gli/le studenti. A Trieste perchè molte erano ebree, quindi occorreva cancellare il rifiuto precedente. A Milano perchè -anni ’60-’63- socialisti e comunisti erano importanti, in politica e nella cultura.
    Forse la diversa partecipazione del nord e del sud agli ultimi anni di guerra ha un forte rilievo. Qualcosa che dura tuttora, credo. Arrivo presto alla conclusione: per me il liceo è stata apertura, sicuramente rispetto alla cultura familiare. Apertura sociale che comportava anche una autorizzazione a rapportarsi con un certo distacco dalla cultura ingessata trasmessa. I professori erano di sinistra, uno era ebreo e aveva viaggiato nel ventennio. Insomma, a scuola si respirava.
    Una curiosità: quale sei tu, nella fotografia?

  2. Segnalazione

    SCAMBI DI OPINIONI SULLA PAGINA FB DEGLI EX ALLIEVI DEL LICEO TASSO ANNI 50-70

    Ennio Abate

    @ Enzo Barone
    Avendo appena letto il brano (sotto) di un precedente articolo sull’Annuario del Tasso che accenna ad un “intervento dell’ex allievo Vittorio Amoretti dal titolo “Lo specchio e la lampada: il Liceo T. Tasso e la tradizione classica. 1861-1962”,” in cui il liceo viene presentato come “una roccaforte idealistica, crociana” e il preside Incutti è indicato come un paladino della “tradizione letteraria del Novecento non crociano: quella dei miti orfici e della magia della parola” (interpretazione abbastanza in contrasto con la mia interpretazione), chiederei, se possibile, ragguagli.
    Un saluto
    E. A.
    ——————————————————————
    E’ alla presidenza Tritto e a un forte spirito di squadra che va attribuita, quindi, la “riscoperta” dell’Annuario.
    L’intelaiatura del primo della nuova serie, relativo al 1988-89, proponeva le medesime impostazioni di quelli dell’anteguerra. Troviamo, quindi, l’elencazione dei docenti e dei collaboratori, i nomi degli alunni e dei consigli di classe, oltre a una pregevole indagine statistica a cura di Salvatore Manzi. Alla redazione del documento erano preposti, coi docenti, pure i genitori degli allievi (i primi aderenti furono Alfredino Greco, Paola Volpe e Salvatore Barone) e quattro rappresentanti degli alunni.
    […]
    Seguivano i contributi culturali di vario genere di docenti e studenti tra i quali spicca, da pagina 195 a pagina 223, un fondamentale intervento dell’ex allievo Vittorio Amoretti dal titolo “Lo specchio e la lampada: il Liceo T. Tasso e la tradizione classica. 1861-1962”, dedicato ai professori e ai compagni della terza A 1958-59. Amoretti prendeva le mosse dalle origini e dalle caratteristiche del Liceo dalle origini sino al secondo dopoguerra. Per circoscrivere i temi a quelli di più immediato nostro interesse, riportiamo le considerazioni dell’autore sull’atmosfera del Tasso dal 1945 in avanti. “Allora il Tasso era una roccaforte idealistica, crociana. Non era molto, ma neppure poco, considerato l’ambiente circostante perennemente esposto a incessanti ventate sanfediste e, percorso, a tratti, da intermittenti sussulti populistici. L’idealismo…dava un senso di tranquillizzante sicurezza”.
    Amoretti aveva conseguito il diploma appena tre anni prima rispetto a chi scrive, che conferma a sua volta la persistenza del clima descritto dall’ex allievo nei successivi anni sessanta, almeno sino al 1968.
    Si osservava che “l’egemonia idealistica era in realtà più variegata e ricca di fermenti di quanto non si è detto. In ogni caso, era l’unico canale allora aperto con la cultura nazionale ed europea. Senza di esso si sarebbe ripiombati nel localismo del periodo fascista o peggio, nel municipalismo dell’Ottocento”.
    Nel saggio (poiché, nonostante l’autore fornisca prova di modestia, di un saggio serio e accattivante si tratta) sono ricordati con affetto, facendone notare le eccellenti qualità di studiosi, i Maestri del tempo, quali Carmine Coppola, Prospero Scolpini, Michelangelo Petruzziello, Ugo Lazzaro, Mario Coiro e i “giovani leoni” Italo Gallo e Luigi Bruno. Si faceva riferimento, infine e con sincero affetto, all’operato di Mario Pinto, al quale si doveva “la continuità degli studi e della direzione, essendo quasi sempre lontano e malato il titolare F. Lotito… Unendo alle indubbie doti di organizzatore un uguale temperamento di studioso, riuscì a pilotare il non facile passaggio del liceo dalle ristrettezze lasciate dalla guerra alla decorosa funzionalità di grande istituto cittadino. E continuò a farlo, anche con la venuta del nuovo preside, F. Incutti. Con lui arrivò anche la tradizione letteraria del Novecento non crociano: quella dei miti orfici e della magia della parola…”.

    · 27 luglio 2021 ·
    ( Da https://www.facebook.com/groups/exallievitassosalerno/posts/5946029695438441/)

    Enzo Barone
    Caro Ennio Abate, innanzitutto sono molto gratificato dal fatto che un’anima buona abbia tenuto in conto il mio lavoro di “storia minore”, svolto a latere della più apprezzata mission al servizio del ricordo collettivo e individuale. Quella ricerca minuziosa su Annuari, sui giornalini scolastici, sui verbali dei Consigli dei Professori, rappresenta il risultato di un’applicazione che ha prodotto frutti che non hanno destato troppo interesse nelle associazioni ufficiali e nemmeno, forse, presso l’Istituto medesimo. Ma veniamo all’articolo di Amoretti, un ex allievo della terza A del 1958/59. L’elaborato si iscrive tra le più interessanti narrazioni sul Liceo Classico salernitano, dalla sua istituzione risalente al 1811 (o dalla data del suo effettivo ruolo formativo a partire dal 1861 “con l’estensione della cd Legge Casati alle Province del Mezzogiorno”, allorché si avviò una “difficile azione di modernità nel contesto locale della cultura”). Le ultime argomentazioni, dopo un lungo excursus -il saggio conta 28 pagine – sono dedicate al Liceo che abbiamo sperimentato di persona e che, alla fine degli anni cinquanta, non era molto dissimile da quello governato nel 1932 dal “preside littorio” Antonio Marzullo. L’annuario è ancora reperibile su eBay. Mi permetto di suggerirti di recuperarlo, per leggere direttamente l’intervento del bravissimo nostro Collega. La ricostruzione di Vittorio Amoretti vale ampiamente la piccola spesa. Un saluto cordialissimo. Enzo Barone

    Ennio Abate
    Caro Enzo, ho sempre apprezzato (e praticato in qualche caso) questo tipo di ricerca storica su un luogo o un istituzione. A Milano c’è un amico, Maurizio Gusso, presente anche su FB e Presidente presso IRIS Insegnamento e Ricerca Interdisciplinare di Storia (https://www.storieinrete.org/storie_wp/?page_id=230) che fa un lavoro egregio in questi campi. Ho ordinato l’Annuario e, appena mi arriverà, leggerò l’articolo di Amoretti e ti/vi dirò. Un caro saluto .

    Anna Maria Impemba
    Va ad Ennio Abate , di cui apprezzo la lucidità e l’acutezza per l’analisi storico sociale di una realtà che abbiamo vissuto negli stessi anni e che mi sento di condividere. Leggendo molti commenti di questo gruppo , mi sono spesso chiesta se avessi frequentato un altro istituti. Rigidità , cattolicesimo bigotto, pregiudizi, ottusità ed un pizzico di sadismo non sono mancati alla classe docente che mi ha accompagnato nei quinquennio del tasso . Certo alcuni erano di livello, ma privi di quel pizzico di colloquio così necessario nell’ adolescenza. Giustifico questo anche con il fatto che l’età tinge i ricordi e li rende più dolci. Personalmente ho costruito la mia figura di docente, negando quasi totalmente le figure della. Mia esperienza di alunna e non credo di aver fallito . Debbo però agli otto anni del Tasso una capacità di non arrendermi mai , che mi ha aiutato nella vita, ed un radicato senso di lotta alle ingiustizie. Grazie per questi post

    Ennio Abate
    @ Anna Maria Impemba Grazie dell’apprezzamento. Mi piacerebbe leggere una tua (ci diamo il tu, no?) testimonianza in merito. Non, come ho già scritto, per gusto del gossip, ma proprio perché portare fino in fondo il lavoro della memoria personale è l’unica via per evitare di edulcorare, maltrattare o banalizzare i nostri discorsi su quel passato, su quelle figure di professori e su come ci siamo costruiti in rapporto o contro di esse.

    Raffaele Malangone

    Il professore Antonio Speranza, che ricordo personalmente anche come grande Maestro di vita, fu mio docente di Storia e Filosofia tra il 1969 ed il 1972, in piena contestazione giovanile.
    Mi piace condividere il ricordo di una persona splendida, preparata, severa ma estremamente aperta al dialogo e convinta dell’opportunità di commentare in classe, puntualmente, le vicende quotidiane anche drammatiche di quegli anni.
    Dedicò una intera ora di lezione, l’ultima volta, all’omicidio appena avvenuto a Milano del commissario Luigi Calabresi.
    Aiutò tutti noi, sin dal primo giorno del primo anno di Liceo (mai dimenticato) a formarci una coscienza civile da grandissimo educatore.

    Ennio Abate
    @ Raffaele Malangone
    Non a caso ho scritto che bisognerebbe parlare professore per professore e fare attenzione a come quell’ideologia autoritaria (per me fuori discussione e prevalente al Tasso soprattutto nei miei anni ’54-’59) veniva poi declinata o applicata con maggiore o minore rigidità dai singoli docenti.
    • In più la citazione di Brecht in esergo alla Seconda parte del mio articolo vale come avvertimento: siamo uomini e donne calati in un tempo storico (e da esso condizionati) almeno quanto i nostri antenati (nel caso i professori del Tasso di quegli anni).
    • Sul professore Antonio Speranza mi sono limitato a dire la mia delusione per avermi fatto saltare il capitolo su Marx. Visto il rilievo straordinario che ha avuto ed ha tuttora questo pensatore, la cosa mi è parsa poi sempre più, anche per le scelte che ho fatto successivamente andandomene a Milano e partecipando al movimento studentesco del ’68 etc., una censura.
    • Certo, me la spiego con il suo crocianesimo (mi pare di ricordare che ci avesse detto di aver frequentato il circolo di Benedetto Croce a Napoli), ma neppure adesso la sopporto.
    • Io, insegando alle superiori (anni ’70-’90) ho sempre dichiarato ai miei studenti che simpatizzavo per il comunismo, ma nell’insegnare storia non ho mai saltato – tanto per fare un esempio – un argomento tragico, scomodo e spinoso come i gulag o la figura di Stalin.
    • Chiarito questo, aggiungo che già ai nostri tempi Speranza era l’unico professore che c’intratteneva su qualche questione d’attualità. Ricordo il suo giudizio sarcastico su Eisenhower e la sua “profezia” che la Cina in futuro avrebbe dominato il mondo. Ma doveva farlo rubando pochi minuti verso la fine della lezione in attesa del suono della campanella. O qualche volta cedendo alla trappola che i più svegli di noi facevano scattare a inizio lezione proponendogli qualche domanda per evitare che interrogasse. (Curiosità: ma a voi Marx lo fece poi studiare? E mantenne il La Manna come manuale?)

    Aldo Primicerio
    Salve a tutti. Ho un ricordo assolutamente diverso dal lungo ma gradevole monologo di Ennio. Basta non essere astorici. Anzi il contrario. Occorre sempre contestualizzare. Calare in quel tempo tutto quello che di esso si ricorda . Che non era dominato affatto da fascismi ed autoritarismi. Né per me né per miei compagni che oggi ancora sopravvivono. Nessun rigurgito neanche nei programmi svolti in classe, al Tasso di Ferruccio Incutti e dei nostri proff. Li ricordiamo? Guercio italiano, Gallo latino e greco, Tornitore storia e filosofia, Marsilia Cantarella matematica e fisica. E poi altri al De Sanctis. Infatti ho vissuto in diretta il passaggio dalla G del Tasso alla A di traversa Capone. Anche quello un ricordo vivido. E se anche se, di autoritarimo, se ne avvertì solo un alito, fu vissuto come un forte insegnamento. Nozionismo? Perché forse che oggi la scuola ne è immune? Ed anche se fosse? Non ne abbiamo mai avvertito il peso. Abbiamo saputo metabolizzarlo e trasformarlo in tesoro culturale. Anzi, ce ne è nostalgia, in un mondo e società di oggi in cui le nozioni sarebbero utili, mentre invece dominano ignoranze diffuse e pressapochismi, il retaggio di una scuola caotica e pseudo liberale. Una scuola mai riformata sul serio. Ma, riflettendoci, la scuola deve per forze riflettere la vita? La vita è un’altra cosa. Grazie Ennio. E grazie soprattutto ad Enzo, impagabile buon Caronte traghettatore verso i nostri ricordi. Un abbraccio circolare. Aldo

    Ennio Abate
    @ Aldo Primicerio
    Ricordi assolutamente diversi dai miei? Mi pare ovvio. E infatti la mia domanda era aperta: « E a voi, invece, com’è andata? Avete fatto bilanci diversi dal mio?».
    Dici: « Nessun rigurgito [di fascismi e autoritarismi] neanche nei programmi svolti in classe, al Tasso di Ferruccio Incutti e dei nostri proff». Però vorrei che mi portassi degli esempi di questa apertura “democratica” (e negli anni da me indicati: ’54-59).
    Se successivamente quell’autoritarismo diventò «solo un alito», buon per voi. Ma insisto: – non riesco a considerare, come tu sostieni, l’autoritarismo « un forte insegnamento». (L’autorità, invece, è un’altra cosa che non può essere confusa con la sua degenerazione, che è appunto l’autoritarismo; e comunque anch’essa va analizzata portando degli esempi); – il nozionismo (accumulo indiscriminato di nozioni non verificate e controllate) non è un antidoto contro « ignoranze diffuse e pressapochismi», semmai il surrogato (ammorbante oggi su TV e altri mass media) della cultura. Che è sempre critica, apertura al dubbio, ricerca della verità. Grazie, comunque.

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