Su una mia critica a Israele mediante slogan

Premiata macelleria di Stato israeliana 
dal 1948

1984  Per Shoah feb 1984

In luglio 2014
a Gaza in 17 giorni
oltre 750 palestinesi, per 80% civili

di Ennio Abate

Dal 10 luglio 2014 ho intrattenuto un fitto confronto su quanto sta succedendo a Gaza con diversi interlocutori (in privato, sul sito di «Poliscritture», su FB). Qui replico pubblicamente a un amico ebreo che ha mosso varie accuse-obiezioni (nel testo tra virgolette)  al commento con disegno (sopra) che pubblicai il 25 luglio (qui) . Tengo a precisare che il disegno – del 1984  e mio – era  dedicato alla Shoa [E.A.]

«Quello stato è nato con la forza e la guerra,
la forza e la guerra possono mantenerlo o distruggerlo».
(Franco Fortini, I cani del Sinai, in Saggi ed Epigrammi, p. 407, Mondadori, Milano 2003)

Caro…

perché sei rimasto tanto colpito  da scrivermi: «ti accuso di aver usato uno slogan falso e torvo»?
Sarà che in quel titolo sarcastico («Premiata macelleria di Stato israeliana dal 1948») si riassume la mia “ideologia filo palestinese” che mal sopporti? Sarà che ho messo in evidenza unicamente il lato omicida non solo dell’«operazione Margine protettivo» ma dello Stato d’Israele? Sarà che ho dato peso alla «conta dei morti», operazione che ritieni emotiva e ideologica?
C’è qualcosa che ancora oggi non capisco della tua reazione. Ma, aggirando il tono inquisitorio (da accusatore a imputato) delle domande polemiche che mi hai rivolto, vedrò di dire pacatamente le mie ragioni:

Domanda: « “A che pro” quello slogan?».
Risposta: Allo scopo di esprimere l’insofferenza (non solo mia, per fortuna) per le troppo numerose uccisioni di civili inermi compiute da uno degli eserciti più potenti del mondo ormai da decenni per contrastare dei nemici (prima l’OLP ora Hamas), insidiosi senz’altro ma inconfrontabili alla sua potenza di fuoco. (L’asimmetria  militare è un dato innegabile e non trascurabile quando si valuta quel conflitto). Il mio odio verso i più forti che programmano tale politica omicida e che ritengo più responsabili per questo loro strapotere dei loro oppositori deve pur venire fuori  o no? Nella vita quotidiana, quando ho incontrato un prepotente che usava la sua forza contro una persona più debole o inerme,  ho cercato sempre istintivamente di dare una mano al più debole o inerme. E se vedo uno che si oppone ad un prepotente acclarato, cerco di dargli una mano. Non faccio prima degli accertamenti sulla “cattiveria” o “bontà” di chi è quello che subisce la prepotenza o si ribella. Soprattutto non chiedo prima a chi subisce un’aggressione o vi si ribella una dichiarazione di buoni intenti per il futuro (quando dovesse averla vinta con il prepotente e diventare magari a sua volta prepotente). Ecco perché non esito a stare coi palestinesi, anche se adesso  alla loro testa c’è Hamas.  Non  vedendo uno scontro tra “buoni” e “cattivi” ma un rapporto di dominio squilibrato (tutto a vantaggio di Israele), il problema per me è almeno di ridurre  questo scarto inaccettabile. Solo così ne potranno trarre qualche giovamento i civili (ancora una volta soprattutto palestinesi) coinvolti comunque nello scontro tra le élites contrapposte.

Domanda: Tale sentimento serve «alla pace, a difendere i palestinesi, a invitare al dialogo, a far conoscere la verità storica, etc. etc.»?
Risposta: No, di per sé l’espressione di un sentimento (di pietà, di orrore o di odio) è soltanto “materia prima” che aspetta di essere raccolta, interpretata, indirizzata ad uno scopo (politico). Non mi va però di veder svalutate le cosiddette “ondate emotive”, come quelle seguite alle prime notizie dei bombardamenti su Gaza. Ci mettiamo su l’etichetta “nebbia ideologica” e via? Insomma, perché la gente – anche in assenza di una prospettiva politica che nessuno sa tirar fuori dal cilindro della politica – non dovrebbe più commuoversi o allarmarsi o indignarsi contro quelli che ammazzano e impongono muri, restrizioni, non fanno arrivare l’acqua ai terreni dei palestinesi, occupano altre loro terre, hanno strade riservate solo agli ebrei, e praticano l’apartheid, avendo «”due sistemi giudiziari palesemente differenti: uno per i coloni israeliani illegali e un altro per i palestinesi ‘fuorilegge’», come ha ricordato Z. Bauman (qui)? Io vorrei tentare una difesa non irrazionalistica di queste emozioni. Esse per me dicono che una parte della gente – magari sparute minoranze – ancora oggi non approva la prepotenza dello Stato d’Israele, il quale – ripeto – è indiscutibilmente per me più forte sotto tutti gli aspetti di quanti ad esso in Palestina – da Hamas a quel che resta dell’Anp – o in tutto il Medio Oriente vi si oppongono. Mi sta bene l’invito a studiare, a non parlare a vanvera ma sulla base di conoscenze storiche, economiche, antropologiche. Meno la svalutazione di quanti – riconoscendosi o meno come intellettuali – si affannano a farsi un’idea dei fatti partendo da ciò che afferrano, dalle “immediate emozioni” suscitate dalle immagini e dalle informazioni, sì, di seconda e terza mano. Io mi sento di cercare anche qui e difendere il nucleo minimo autentico e la sua potenzialità conoscitiva (quando c’è…).

Domanda: Non capisci che «hai dato dei macellai a un gruppo di ebrei appena scampati al massacro nazista»?
Risposta: Questa è una tua indebita generalizzazione. Mi conosci da tempo e avrebbe dovuto esserti chiaro  che io critico la scelta del movimento sionista che volle la fondazione dello Stato d’Israele, lì in Palestina, e la politica fatta da allora dai suoi governi fino a quello attuale di Netanyahu. Non me la prendo con gli ebrei, con tutti gli ebrei. Nego, dunque, che la mia critica politica del sionismo possa confondersi con l’antisemitismo razzista, come tu paventi. Non dico neppure che, tra i primi ebrei lì arrivati, tutti condividessero le azioni dell’Irgun, della banda Stern (che comunque non furono tanto irrilevanti nel processo di fondazione dello Stato di Israele se Begin fu premiato diventando poi primo ministro) o mirassero soltanto ad una colonizzazione razzista di quelle terre. La storia però non è andata nella direzione socialisteggiante che una parte di loro desiderò. Ha visto affermarsi, invece, un nazionalismo – questo in fondo è anche il sionismo – sempre più aggressivo e imperialista, come finiscono per essere tutti i nazionalismi.

Domanda: Hai ipotizzato che gli ebrei avessero già previsto una forma di difesa prima dell’attacco arabo nel ’48», quindi, secondo te, questi ebrei sarebbero stati cattivi e avrebbero dovuto «farsi massacrare per bene»?
Risposta: Anche qui mi attribuisci ragionamenti non miei e neppure deducibili dalle mie parole. Sì, all’inizio del nostro scambio su FB e in una fase che credevo interlocutoria, ho riportato il brano di Shlaim (uno dei “nuovi storici” ebrei “di parte”, cioè che contestano la storia ufficiale di Israele). L’ho fatto a sostegno della mia convinzione che i militanti del movimento sionista possedessero quasi da subito una potenza militare superiore a quella dei loro avversari arabi. Mi dici: «Shlaim non spiega perché allora Israele combattesse con armi cecoslovacche»? Vuoi dire che «la sproporzione di armamenti» non era da subito a vantaggio dei primi gruppi ebrei e che la loro potenza militare se la sono costruita dopo? Discutiamone. Io sono pronto a valutare anche i documenti che contestassero i dati di Shlaim e degli altri “nuovi storici”. Ma devo dirti che, anche quando ci spostiamo sul piano “dotto” o dei dati storici più attendibili e ragionati, la contrapposizione di vedute di solito resta. Perché è il conflitto reale in corso che divide noi due, ma anche la comunità degli storici (e non solo ebrei) o di altri studiosi.

Domanda: «Sei pronto a essere corretto scrivi, ma quel post è rimasto uguale e identico e anzi: “quello slogan non lo considero sbagliato o sguaiato: esprime una mia insofferenza”. Dunque se esprime una tua insofferenza è giusto?».
Risposta: No – l’ho detto prima parlando delle “ondate emotive” – l’insofferenza non è di per sé “giusta”. Quel commento-slogan, però, è apparso in un contesto inequivocabile: nel post intitolato «Punti interrogativi», dove sono presenti numerosi e argomentati ragionamenti sui fatti di Gaza; e in un sito, «Poliscritture», che vuole essere di «cultura critica». Dava, sì, espressione alla mia rabbia, ma affiancava – non sostituiva o aboliva – il ragionamento. Lo correggerò, se è da correggere, quando i dati storici sui rapporti di forza iniziali tra ebrei fondatori dello Stato di Israele e i loro avversari arabi mi saranno (anche col tuo aiuto) più chiari.

Domanda: «Pur essendo assolutamente schierato a favore dei palestinesi», perché non hai ricordato «che in quella terra c’erano anche ebrei e ben prima dei palestinesi»?
Risposta: Se me ne avessi dato il tempo, avrei certamente detto che in quella terra, in tempi antichissimi, c’erano stati gli ebrei e ben prima degli arabo-palestinesi lì residenti nel primo Novecento sotto il protettorato coloniale britannico. Ma decisivo è il dato storico-politico più che quello antropologico o etnico. Il fatto è che, da quando s’è costituito lo Stato d’Israele, gli ebrei e i palestinesi presenti in quei territori non sono stati più quelli di prima. L’intrusione unilaterale e con la forza del nuovo Stato israeliano ha cambiato tutto il precedente contesto. E non poteva non sconvolgere i rapporti tra quelle popolazioni. (Cosa sarebbe accaduto nel mezzo dell’Europa se qualcuno avesse voluto inserire il “focolaio” di un nuovo Stato accanto – che so – al territorio francese o tedesco?). In Palestina quello stato nazionale moderno è stato un’entità catapultata dall’esterno, senza continuità reale (ma al massimo ideale) con le società ancora tribali costituite in tempi antichissimi dagli ebrei (e credo neppure con gli ebrei lì viventi dopo la diaspora). Inoltre lo Stato d’Israele ha stabilito inevitabilmente rapporti di dominio coloniale con gli arabo-palestinesi. E costoro, in condizioni di debolezza, hanno dovuto fare i conti con l’aggressività dei nuovi arrivati più “civilizzati” di loro.

Tu sai che la fondazione di uno stato non è mai “un pranzo di gala”. E quella dello Stato di Israele lo è stata meno che mai. E’ stata un atto di forza promosso dal movimento sionista di Herzl spalleggiato dai vecchi colonizzatori inglesi. Convalidato poi più o meno ambiguamente dalle grandi potenze del tempo. Che credevano così – a stare ai discorsi ufficiali – di porre rimedio sia alle incertezze derivanti dal venir meno del controllo coloniale inglese in Medio Oriente, sia alla secolare diaspora ebraica e perfino al genocidio nazista. Gli israeliani funzionarono (ed in effetti ancora funzionano) come avamposto dei valori democratici occidentali contro gli arabi. E hanno sempre puntato invribilmente il tutto per tutto sul controllo e il rafforzamento militare, che di uno Stato è uno dei pilastri fondamentali.

Legittimo o no, allora, il nuovo Stato d’Israele? È una questione che resterà comunque controversa. Molti lo riterranno legittimo perché riconosciuto dalle potenze maggiori. Altri ricorderanno che  non è mai piaciuto a tutti gli ebrei sparsi nel mondo, anche se esso pretende di essere ebraico e di rappresentarli tutti. Non a caso nella discussione sul sito ho riportato la posizione di Freud, critica verso il movimento sionista. Ma ricordo quella simile di Buber e di altri. E si sa pure che non tutti i nazionalisti ebrei puntavano allora alla Palestina come luogo in cui fondare il nuovo stato ebraico. C’erano persino ipotesi di costituirlo in Argentina o in Uganda.
Quella fondazione, dunque, sarà considerata «giusta» dai sionisti, da una parte degli ebrei e dai loro alleati o sostenitori sparsi nel mondo. Storicamente molti  (non tutti)  ne hanno “preso atto”, come di un fatto compiuto. E, confrontata con altre fondazioni avvenute anch’esse con atti di violenza, poi più o meno mitizzati, non è forse la peggiore. Ma non si può dire che lo Stato d’Israele (e i suoi sostenitori occidentali) sia riuscito dal 1948 in poi a tener conto in qualche modo degli interessi delle popolazioni arabo-palestinesi. Quando gli ebrei organizzati dal movimento sionista sono tornati in quella che soltanto per loro era “la Terra dei Padri” e nelle condizioni (rispettabili per chi non sta dalla parte dei dominatori) di vittime e perseguitati dal nazismo, e anche dopo la vittoria sulla coalizione dei paesi arabi del 1949, non sono mai riusciti – ma l’hanno mai voluto? – a riappacificarsi con gli arabo-palestinesi né ad integrarli nel nuovo Stato come cittadini alla pari con gli ebrei. (Vedi ancora intervista a Bauman qui).

Domanda: «Quale idea di una soluzione del conflitto tra Israele e arabi palestinesi (perché ce l’avrai pure una tua idea di soluzione) devo aspettarmi da quello slogan?».
Risposta: Questa domanda è difficile e quasi me ne ritraggo. Quando una situazione di conflitto è da tempo tragica e senza vie d’uscita come quella in Palestina, le soluzioni ragionevoli – “per noi”  o sulla carta – sono respinte dai contendenti e manca un ‘noi’ riconoscibile e autorevole – fosse pure l’Onu! -, io m’impongo di vedere le cose in maniera politicamente elementare; e cioè di ragionare – solo in apparenza “cambiando discorso” o “allungando il brodo” – sullo Stato, sugli Stati.
Sarò schematico o rozzo, ma continuo a diffidare  e non riuscirò mai ad identificarmi in pieno con uno Stato, neppure con quello italiano di cui sono cittadino. E non tanto perché tra le sue prerogative ci sono quelle di condannare, uccidere, incarcerare, fare guerra, ma perché convinto che le eserciti non contro i prepotenti ma soprattutto sui meno potenti. Non ho mai creduto alla sua imparzialità, alla sua obbiettività. È per questo che mi sono ritrovato con convinzione nell’analisi marxista dello Stato e ho accolto l’ipotesi comunista di un superamento dello Stato. Ed è per questo che sono ostile allo Stato di Israele che esercita un predominio spietato soprattutto contro i palestinesi; e pure agli altri Stati, che lo spalleggiano o ne tollerano le continue, “necessarie” prepotenze. Data l’esistenza di Stati – macchine predisposte alla difesa dei prepotenti (o dei dominanti, delle élites, delle lobby) -, in politica non sono mai riuscito ad accettare il pacifismo. Lo considero un atteggiamento ambivalente. Da una parte induce a comportamenti realistici: quando lo strapotere è estremo, fingersi pacifici è una via quasi obbligatoria. D’altra parte, se il pacifismo diventa ideologia, “visione del mondo”, fede nel valore astratto della Pace, spinge di solito alla rinuncia – motivata spesso da fattori religiosi o anche laico-umanistici -; o alla rassegnazione nei confronti dei prepotenti, all’accettazione di conviverci assieme (lasciandoli prepotenti!); oppure al godimento spicciolo di vantaggi a volte non trascurabili. Non per questo mi sono mai sentito di sbeffeggiare il pacifismo attivo. (Nell’aprile del 2011, commentando l’uccisione di Vittorio Arrigoni, ribadii che «contro l’orrore della guerra e contro le miserie locali è necessario costruire ed usare tutti gli strumenti di volta in volta necessari per contrastarla: in situazione di estrema debolezza solo la parola, la testimonianza da profeti disarmati (come faceva a Gaza Arrigoni); in situazioni di sperabile maggior forza con tutti gli strumenti di cui si riuscisse a disporre.».
Questa convinzione – che pacifismo e “lottarmatismo” siano strumenti da usare a seconda le circostanze, più favorevoli o più sfavorevoli (li usano entrambi i prepotenti, perché non dovrebbero  usarli i meno potenti?)- la devo al marxismo. Questo se si vuole realizzare un Progetto che miri a mutare i rapporti sociali di dominio (di prepotenza e violenza legalizzate) tra una parte degli uomini (le élites economiche, politiche, militari, culturali) e i restanti.
Fino agli anni Novanta del Novecento mi pareva che tale Progetto potesse essere ancora il comunismo. Oggi non mi sento di indicare più con questo nome il Progetto. Che comunque mi pare da perseguire. Guardandomi attorno o guardando alla Palestina, non posso dire che questo Progetto sia  rappresentato per me da Hamas. E tuttavia devo riconoscere oggi ad Hamas che, opponendosi allo Stato d’Israele, tiene aperta in qualche modo una prospettiva diversa da quella dell’occidentalismo mondializzato a egemonia statunitense.  In modo giusto o sbagliato? Sbagliato “per me”. Perché lo fa ricorrendo alla religione, che per chi pensa laicamente è una regressione rispetto alla prospettiva  illuminista e poi marxista o paramarxista. Ed è chiaro che Hamas è la negazione del marxismo o dell’opposizione laica allo Stato d’Israele. Certo, ho tanti dubbi che andrebbero meglio indagati.  Dovrei – visto il liquefarsi di un pensiero marxista – apprezzare l’ideologia religiosa islamica solo perché oggi è l’unica che incoraggia ad opporsi nei fatti – pacificamente e/o con le armi –  allo Stato d’Israele (e ai suoi alleati)? Come non vedere che al fanatismo religioso del Likud si oppone altro fanatismo religioso? Posso non badare a che cosa verrebbe da una eventuale (ma improbabile) vittoria di Hamas su Israele? Non ricordo forse gli equivoci in cui incappò Foucault invaghitosi della rivoluzione iraniana di Khomeyni? Posso non tener conto della razionalità della geopolitica, che, come detto, in alcune sue correnti considera semmai la Russia di Putin la più importante antagonista degli ancora strapotenti e ultraviolenti USA e quindi ritiene che è da lì che potrebbero “riaprirsi i giochi” e forse delinearsi i tratti di un “altro” Progetto?

Ammetto (ma senza sconforto) di brancolare nel buio. Anche se non si potesse più arrivare, come abbiamo sognato da giovani, al superamento totale dei contrasti dell’individuo e delle società, al “Mondo nuovo”, alla “Società senza classi”; e non si potesse eliminare del tutto la prepotenza, tagliarle le unghie, limitarla mi pare ancora un buon Progetto. E di fronte al dilemma tragico della storia umana, intuito e ben formulato da Manzoni in quel suo «non resta che far torto o patirlo», ho sempre scelto, per quel poco che mi è stato possibile, di tentare di far torto ai dominatori, che lo fanno sistematicamente ai dominati, ai più deboli di loro, a chi osa ribellarsi.
Questi, per ora, i miei dubbi e il mio contributo a chiarire quelle che anche tu ancora chiami le «verità da proteggere per il futuro».

Un pensiero su “Su una mia critica a Israele mediante slogan

  1. Bravo Ennio! Sottoscrivo. Ma, cercando di non far torto a nessuno – i prepotenti e gli assassini se lo fanno da soli! (E comunque fermarli non può essere un “torto”) – ancora con angoscia mi domando: favorire o permettere la creazione dello Stato israeliano è stato un “risarcimento” o l’ennesima condanna? Se ne calcolarono tutte le disastrose, possibili conseguenze? Perché allora, come poi in effetti sta già accadendo, non costruire anche un unico stato islamico? Dalla stoltezza è più facile che nasca la follia piuttosto che la saggezza e la tolleranza. Quanta strada c’è da fare perché uomini e popoli siano davvero liberi! E l’unico vero contributo che oggi si può dare alla pace, in Medio Oriente come altrove, credo che sia la lotta per l’affermazione dei diritti dell’uomo, sempre partendo dai più deboli, in Stati che siano laici, multietnici ecc., ecc…. Educare alla diversità, all’accoglienza, alla comprensione. Compito davvero impossibile e disperato se si ritiene che “Ciavemo tutti l’anima assassina”.

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