“Keffiyeh”. Presentazione a Piateda (10 aprile 2015)

Keffiyeh

di Ennio Abate

Parrà forse irrituale  ma ci sono buone ragioni per cominciare la presentazione di «Keffiyeh», cioè dell’ultima raccolta di «scritti e poesie dissidenti»  curata da Mario Rigli e Gianmario Lucini», partendo da alcuni dati generali sulla distribuzione della ricchezza nel mondo negli ultimi decenni e sulle spese statali per le armi. I primi li ho desunti da un’intervista a Saskia Sassen, sociologa ed economista statunitense. I secondi da un articolo di Manlio Dinucci su “il manifesto”. Ad un intervistatore, che la interrogava sulla difficoltà di lottare oggi contro l’inuguaglianza, la disoccupazione, l’esclusione sociale attraverso le cosiddette «pratiche micropolitiche» – mutualismo, cooperazione sociale, «welfare state dal basso» – la Sassen ha risposto ricordando che purtroppo dobbiamo fare i conti con delle «èlite predatorie» (meglio: una formazione sociale-economica «predatoria»), che « fanno leva sulla finanza e su alcuni strumenti di governo della realtà per inglobare, concentrare nelle proprie mani tutto ciò che può produrre ricchezza e potere».
Una concentrazione che c’è stata anche in passato nell’economia capitalistica o nell’economia in generale, ma che oggi ha raggiunto punti estremi: «negli ultimi 25 anni la concentrazione della ricchezza nelle mani dell’un per cento della popolazione ha visto un balzo del 60 per cento» e, per essere chiari, «i primi 100 miliardari degli Stati Uniti hanno visto i loro redditi crescere di 240 miliardi di dollari solo nel 2012. Cifra che, se redistribuita, avrebbe posto fine alla povertà di milioni e milioni di persone sempre negli Stati Uniti». La Sassen aggiunge che, nel 2002, le banche avevano visto crescere i loro profitti del 160 per cento; e che «nel 20

10, cioè in un periodo di crisi, i profitti delle corporation statunitensi sono saliti di 355 milioni rispetto al 2009», mentre, a fronte di queste cifre da capogiro, sempre «negli Stati Uniti le tasse sui redditi delle imprese sono solo di 1,9 miliardi di dollari». Tale concentrazione di ricchezza, aggiunge, ha avuto bisogno «di un «aiuto sistemico», cioè di un milieu di innovative tecniche finanziarie e supporto governativo» (altro che libero mercato!) e ha prodotto «la formazione di una élite globale che si autorappresenta come un mondo a parte». Questo vuol dire che è andato in pezzi «il mondo di qualche decennio fa, dove esisteva una classe media e una classe operaia sostanzialmente non ricche, ma «abbienti»». E conclude: « Provocatoriamente potrei affermare che nel Nord globale le società sono sempre più simili a quelle del Sud globale». ( http://www.sinistrainrete.info/globalizzazione/4928-saskia-sassen-i-predatori-del-sistema.html)

Dal canto suo Manlio Dinucci riporta dati del «The New York Times» (settembre 2014) che dimostrano come «l’amministrazione Obama sta investendo miliardi di dollari nella modernizzazione dell’arsenale nucleare»:
« Il piano pluriennale, il cui costo è previsto in circa 1000 miliardi di dollari, prevede la costruzione di 12 nuovi sottomarini da attacco (ciascuno in grado di lanciare, con 24 missili balistici, fino a 200 testate nucleari su altrettanti obiettivi), altri 100 bombardieri strategici (ciascuno con circa 20 missili o bombe nucleari) e 400 missili balistici intercontinentali con potenti testate nucleari».
Dinucci fa riferimento anche all’«ammodernamento delle 70-90 bombe nucleari Usa schierate in Italia, ignorate dall’alto rappresentante Ue Federica Mogherini che, mentre inneggia all’accordo sul nucleare iraniano, tace sul fatto che l’Italia, ospitando armi nucleari, al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani, viola il Trattato di non-proliferazione».  Ricorda poi che Israele possiede 100-400 testate nucleari, comprese bombe H, con una potenza equivalente a quasi 4mila bombe di Hiroshima più «4 sottomarini Dolphin, modificati per l’attacco nucleare, forniti dalla Germania». E che, sempre gli Stati Uniti, hanno firmato accordi per la fornitura ad Arabia Saudita, Bahrain ed Emirati arabi di tecnologie nucleari e materiale fissile con cui possono dotarsi in futuro di armi nucleari. (il manifesto, 4 aprile 2015). Su questa forte tendenza al riarmo a livello mondiale i mass media tacciono.
Ecco, per me è davvero importante tenere presente questo quadro generale, mondiale, se vogliamo intendere sia l’importanza del lavoro di Gianmario  sia le difficoltà, i ritardi, i vuoti in cui ci dibattiamo .
Se accostiamo, infatti, queste analisi della Sassen e di Dinucci all’introduzione a «Keffiyeh» scritta da Gianmario, ci accorgiamo che il suo discorso le presuppone e tiene sempre presente questa drammatica e allarmante situazione. La sociologa e il giornalista del manifesto ci danno i dati freddi, oggettivi, strutturali della situazione. Gianmario insiste sugli effetti distruttivi che essa produce o incoraggia: la crescita dei conflitti, «a cento anni dal primo conflitto mondiale», in Ucraina, in Libia, Palestina, Iraq e Siria, ma  dobbiamo aggiungere, nel frattempo, in Nigeria, Kenya e Yemen, paesi di cui sappiamo purtroppo pochissimo. In più Gianmario ci mette – da poeta e da umanista che ancora sapeva nutrirsi del pensiero antico di Eschilo e della Bibbia – il suo dolore, la sua collera, la amareggiata ma tenace volontà di riflettere «sul senso d’impotenza del cittadino di fronte alla violenza e alla guerra, allo strapotere degli eserciti» e la pietas per la «sofferenza delle vittime, il lutto per le perdite, il dolore per gli affetti spezzati»; e persino una ammirevole «capacità di sentire il dolore del nemico».
Da qui il suo antimilitarismo assoluto, che può sembrare certamente utopistico o donchisciottesco, ma è un atteggiamento che gli permette di cogliere in pieno e con parole semplici l’ipocrisia della stessa democrazia. Scrive infatti nell’introduzione:
«Se dunque nessuno vuole la guerra, che ce ne facciamo dell’esercito? Che ce ne facciamo delle fabbriche d’armi? Perché dobbiamo destinare decine di miliardi all’anno (noi, in Italia, ma per tutto il mondo la cifra è impensabile: oltre un milione di miliardi di dollari) alla guerra, sottraendoli alle risorse per la pace, il lavoro, la cura del mondo? Perché chiamiamo così le operazioni di “peacekeeping”, se andiamo in casa d’altri armati fino ai denti per discutere di pace?».

Questa visione delle cose in Gianmario non era contemplativa. Egli mirava a far diventare «le ragioni della rabbia e del dolore» qualcosa che concretamente potesse smuovere quelle che egli chiamava «intelligenze per la pace». Perciò il libro, un libro collettivo, capace di raccogliere le voci più varie e tutte le spinte concrete, anche quelle che potrebbero sembrare minime, per contrastare l’indifferenza, la rassegnazione o il diffuso nichilismo. Gianmario non aveva rinunciato alla «speranza della pace» e persino al sogno del suo amato Turoldo di una «innocenza al potere». Pur sapendo che «questa pubblicazione non cambierà le cose»,scriveva, «non possiamo lasciarci mortificare (rendere morti), lasciarci rubare il gusto di vivere da questi pazzi».

Passando ai testi di «Keffiyeh», eviterò di entrare nel merito dei singoli contributi che pur ho letto con attenzione, ma devo però, per onesta intellettuale, porre un problema generale e tentare di capire perché si pone. Non tutti i testi sembrano mostrare la medesima alta consapevolezza che aveva Gianmario della miseria morale, politica e culturale in cui ci siamo venuti a trovare né hanno forza poetica. Mi pare che a volte il sentimento di rabbia e dolore di Gianmario si edulcori, si fa sentimentalismo, buonismo o angelismo. Che la sua ferma denuncia etica e politica diventi pigra “prosa versificata”. Che i tentativi di immaginarsi sugli scenari di guerra o di identificarsi con le vittime (soprattutto bambini atterriti, feriti o morenti o profughi costretti ad abbandonare le loro terre a causa delle guerre) risultino deboli, restino imbozzolati in forme letterarie ermetiche oppure si chiudono in un minuzioso ma rassegnato e privatistico eroismo quotidiano.  E lo dico per ragionare sulle reali difficoltà (ben presenti a Gianmario grazie al suo intenso lavoro di editore di poesia), che i poeti hanno oggi nel misurarsi con questi temi e con la realtà in trasformazione del mondo. È come se non avessero più – questa è la mia ipotesi – il sostegno di un pensiero forte capace di assisterli – pensate alla figura di Virgilio con Dante – nell’inferno che si dovrebbe affrontare, attraversare, conoscere.  E, per far intendere il senso non distruttivo della mia critica, voglio leggervi una famosa poesia di Clemente Rebora, che, come sapete, allo scoppio della prima guerra mondiale, venne richiamato alle armi, combatte sul Podgora, fu ferito, ricoverato, ospedalizzato e infine riformato con la diagnosi di infermità mentale. E poi svilupperòalcune brevi considerazioni conclusive. Ecco i versi:

VOCE DI VEDETTA MORTA

C’è un corpo in poltiglia
con crespe di faccia, affiorante
sul lezzo dell’aria sbranata.
Frode la terra.
Forsennato non piango:
Affar di chi può e del fango.
Però se ritorni
tu uomo, di guerra
a chi ignora non dire;
non dire la cosa, ove l’uomo
e la vita s’intendono ancora.
Ma afferra la donna
una notte dopo un gorgo di baci,
se tornare potrai;
soffiale che nulla nel mondo
redimerà ciò ch’è perso
di noi, i putrefatti di qui;
stringile il cuore a strozzarla:
e se t’ama, lo capirai nella vita
più tardi, o giammai.

(da “Poesie sparse”)

Si sente qui intensità di sentimento, di pensiero e di scrittura. E si potrebbe pensare che ciò dipenda dal fatto che Rebora la guerra la visse dal di dentro, mentre noi poeti d’oggi ne riceviamo solo frammenti manipolati e spettacolarizzati. In parte è così. Ma vorrei suggerire un’altra pista di riflessione: non è solo la distanza dagli scenari di guerra a metterci in difficoltà nel trattare questi fatti. Credo, invece, che il maggior danno per noi derivi dall’esser venuta meno una cornice di pensiero forte entro il quale poterli pensare.  Quello cristiano di Rebora era ancora pensiero forte. Così lo era quello di Turoldo, che era stato nella Resistenza. E anche quello di Gianmario, che all’insegnamento di Turoldo ancorava il suo impegno poetico e civile. Altri, quando si sono sbarazzati degli ultimi resti della memoria e della storia del movimento operaio (nelle sue varie ideologie: socialista, comunista e cristiano-cattolica),  sono ostaggi di questo presente in pieno caos e delle rappresentazioni falsate che ne danno quasi tutti i mass media. Che confondono le idee, distraggono dalle cose essenziali per vivere, coltivano o stuzzicano soltanto le emozioni più viscerali. Impediscono, cioè, in una parola, di ragionare sulle cause degli squilibri economici e politici, dei conflitti e delle guerre. E perciò, per concludere, accanto al Turoldo caro a Gianmario, permettetemi di mettere almeno il dimenticato Brecht. Nella speranza che si possa tornare a reimparare dal suo l’«Abc della guerra» e dalla sua capacità di guardare in faccia i Potenti. Come ha ricordato di recente Marco Bascetta, tra il ’36 e il ’37 il poeta di Augusta aveva scritto: «Quelli che stanno in alto / si sono riuniti in una stanza./ Uomo della strada / lascia ogni speranza». Ed oggi, nel terzo millennio, quelli che stanno in alto, non tornano a riunirsi nelle loro stanze, questa volta quelle della Bce, dell’Fmi e della Commissione europea, per togliere speranza e futuro a milioni di persone?  Noi dobbiamo re-imparare a conoscere e ad opporci a questi Convitati di pietra. Dobbiamo re-imparare a riflettere meglio anche in poesia sul basso e l’alto, la distanza tra governanti e governati, tra ricchi e poveri, tra fame e abbondanza, tra sfruttati e sfruttatori, tra privilegio e deprivazione, tra egoismo e solidarietà: le opposizioni che attraversavano tutta l’opera poetica e teatrale di Brecht. In una delle sue poesie più famose, Del povero B.B., vi è un verso pieno di amarezza: «Sappiamo di essere effimeri / e dopo di noi verrà: nulla degno di nota». Qualcosa, come vedete, di molto vicino alla consapevolezza  che aveva Gianmario sul fatto che l’antologia di «Keffiyeh» non impedirà «che la politica, l’economia e l’industria bellica continueranno purtroppo nella loro ottusa e cinica regressione verso il peggio».
Eppure non possiamo rassegnarci.

piateda ridotto* Nei prossimi giorni pubblicherò altri testi e foto sulla serata  del 10 aprile a Piateda.

Un pensiero su ““Keffiyeh”. Presentazione a Piateda (10 aprile 2015)

  1. …l’Antologia “Keffiyeh” mi è piaciuta molto per la varietà di stili e di argomenti sullo stesso tema della pace: come suo contrario o, tuttalpiù, come invocazione …
    Leggendo l’articolo di Manlio Dinucci proposto da Ennio sull’incredibile proliferazione delle armi nucleari nel mondo, capisco come sia difficile pensare ad una inversione di marcia, quindi a un mondo pacifico, per cui anche la poesia…ma penso che G. Lucini conoscesse il pensiero di Gandhi:
    “Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu lo faccia”
    Vi trascrivo quello che ho scritto oggi, a proposito di insignificanza, e spero non dispiaccia

    Noi esercito del silenzio
    abbiamo un’arma sola e spuntata
    il cervello
    abbiamo una guida sola e disorientata
    il cuore
    e intorno testate nucleari a centinaia, sane e vegete,
    che sanno mirare diritto
    all’umanità …
    ecap cape cepa peca
    …non si arriva a dirlo
    balbettio senza senso

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