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Passare i confini

La sedia siamo noi

di lorenzo merlo ekarrrt – 280125

 

La Magia, per chi ha riconosciuto il suo contenuto energetico non è altro che la Scienza suprema. Questa, assolutamente fraintesa e inopportunamente concepita dalla modalità scientista-materialista-determinista, non è che una retrograda, se non pericolosa, barzelletta e realtà assurda, per la quale non c’è ragione di occuparsene, quindi reietta. Così, non ci risulta il carattere relazionale della realtà a favore della sua natura pretestuosamente oggettiva e dei suoi attributi che esisterebbero indipendentemente da noi.

Per magia

“Ma prendere sul serio la meccanica quantistica, riflettere sulle sue implicazioni, è un’esperienza quasi psichedelica: ci chiede di rinunciare, in un modo o nell’altro. a qualcosa di quanto ci sembra solido e inattaccabile nella nostra comprensione del mondo. Ci chiede di accettare che la realtà sia profondamente diversa da quanto immaginavamo”. (p, 15) [Vedi Note per la fonte di tutti i brani citati.]

Se candeggiati dall’intossicazione scientista-materialista, si può riconoscere in che termini le dinamiche filosofiche presenti ed evincibili dalla fisica quantistica siano, nel loro modo di agire, sovrapponibili a quelle della magia o della realtà energetica, relazionale o, meglio e più semplicemente – o magicamente – della conformazione della realtà. Cioè, della realtà stessa.

“La realtà potrebbe essere più complessa dell’ingenuo materialismo della fisica settecentesca”. (p, 134)

“Non ci sono fenomeni quantistici in laboratorio e fenomeni non quantistici altrove: tutti i fenomeni sono in ultima analisi quantistici”. (p, 142)

La narrazione del mondo esaurito nel misurabile ha le sue verità (La verità è nel discorso. Foucault) (1), che questa cultura concepisce però come assolute. È un abbaglio, che la filosofia sorta dalla fisica quantistica riduce da definitive a parziali, esattamente come noto da millenni nell’ordine della scienza suprema.

Le consapevolezze che entro il dualismo ogni proposizione è necessariamente limitata, che entro l’egocentrismo è necessariamente interessata, quindi faziosa in quanto destinata a sostenere se stessi, permette di riconoscere che ogni narrazione non è che un’agiografia di chi la esprime, basata sulla scomposizione dell’intero, in quanto non in potere di coglierlo.

Una storiografia siffatta è mossa dal movente di allontanare il crollo che la morte garantisce all’ego con cui siamo identificati. Una disfatta impossibile se emancipati dal dualismo, in quanto la morte, come una sedia, le siamo già, e così pure tutto il resto. Quelle consapevolezze, infatti, ci offrono un orizzonte altrimenti precluso, oltre il quale possiamo vedere e vivere l’unità degli opposti, gli altri come dei noi e il cosmo come energia, quella stessa che vibra in tutte le cose e che, in molta letteratura evolutiva è detta amore. Nonostante ciò comporti armonia, la diffusa concezione distorta sulla scienza suprema è così radicale da garantire, a chi la condivide, il diritto illuministico di estradarla dalla cultura, di ghettizzarla in enclave come un’untrice del male.

Nonostante la boriosa vanagloria con la quale la cultura analitico-logico-razionalista si pavoneggia, alla pari della diva del momento, puntando il dito in direzione della – secondo lei – vera conoscenza, essa, proprio essa, nient’altro che essa è all’origine del fraintendimento della natura della magia.

Esattamente come dicono tutte le tradizioni magico-sapienziali accreditare di verità le narrazioni mondane è impedirsi di vedere come queste non siano che ologrammi che compaiono solo e soltanto al nostro cospetto e secondo certa angolazione, fuori dalla quale scompaiono. A suo tempo Claudio Rocchi lo aveva raccontato liricamente. (2)

Ma ora, alla voce delle tradizioni si unisce quella della filosofia della fisica quantistica.

“Ma allora attribuire sempre e necessariamente proprietà a una cosa, anche quando non interagisce, è superfluo, e può essere fuorviante. È parlare di qualcosa che non esiste: non ci sono proprietà al di fuori delle interazioni”. (p, 87-88)

L’egemonia del pensiero meccanicista è molto simile a quello progressista: senza coercizione, entrambi impongono ai loro sudditi, servi e idolatri, il pensiero unico. Se ne hai di non conformi sei fuori. Ah, cosa ti combinano i paladini della scienza e quelli della democrazia! Popper e Voltaire hanno di che soffrire.

Nonostante la prosopopea del pensiero razionalista, quale solo idoneo a condurci verso i confortanti lidi della verità, l’equivoco – non solo quello nei confronti della magia – infesta le relazioni come un’erbaccia immune alle sue medicine di presunta discernente saggezza. Così, i caldi arenili tropicali della conoscenza che pretende di garantirci, si rivelano essere un miraggio, evanescente suggestione della chiesa scientista, che si rivelano aride terre sterilizzate dal sangue della sofferenza e dei conflitti.

“C’è stato un momento in cui la grammatica del mondo sembrava chiarita: alla radice di tutte le variegate forme della realtà sembravano esserci solo particelle di materia guidate da poche forze. L’umanità poteva pensare di avere sollevato il velo di Maya: aver visto in fondo alla realtà”. (p, 12)

A patto di non interrompere il candeggio su citato, cioè l’emancipazione dalle regole culturali apprese a casa e a scuola, viste in tv e lette sui giornali e ricalcate dalla politica, per riconoscerne l’autoreferenzialità e per liberarsi dalla coercizione di creatività che implicano, è a disposizione di chiunque l’accesso alla prospettiva nella quale l’assolutismo logico-meccanicista cessa di mortificare l’infinito che siamo, per divenire semplice strumento funzionale per certi lavori amministrativo-regolamentati, ma inidoneo a fornire alcun servizio, se non quello dell’equivoco, quando si tratta di relazioni aperte. Dunque assai utile per muoversi entro un meccanismo chiuso, caratterizzato dalla presenza di regole note e condivise, ma inetto a muoversi in campo libero, che ne è l’opposto, cioè un territorio relazionale dove il nostro stato ne incontra un altro o si relaziona a qualcosa di sconosciuto.

Se l’equivoco è descrivibile anche a mezzo di emozioni differenti che contengono gli interlocutori, tale figurazione permette di comprendere come il significato che diamo a un’affermazione possa non passare indenne da deformazioni da una persona ad un’altra, cioè da un universo a un altro. Le emozioni sarebbero infatti forze, che generano in noi precisi universi personali, corrispondenti ai sentimenti e ai pensieri della coscienza. Nelle libere interlocuzioni tra due entità non sempre, anzi raramente, si toccano nel punto e nel momento funzionale alla comunicazione. Per alzare il rischio di contattare l’altro ente, più che la dialettica razionale torna utile quella dell’ascolto, più che il giudizio, l’accoglienza.

 L’equivoco che, come detto da Marshall McLuhan e ribadito da Paul Watzlawick, Heinz von Foerster, Humberto Maturana, Gregory Bateson, Ernst von Glasersfeld e chissà quanti altri, regna nella comunicazione. Esso sorprende soltanto i razionalisti, convinti che una buona affermazione sintatticamente compiuta comporti comunicazione, ma non la madre, né il didatta, né il terapeuta. Il razionalista non vede né rispetta il gradiente di motivazione, né lo stato del destinatario della sua affermazione.

Ed è sempre lui, il razionalista, che davanti all’equivoco conclamato non ne fa scuola e preferisce giudicare. Non si mette a cercare l’origine dell’incomprensione: la mia affermazione era compiuta! Dice. No! Lui si accontenta, anzi, è soddisfatto di poter giudicare e valutare l’altro che non ha capito la sua perfetta affermazione. Così parla l’ignaro meccanicista, ovvero colui che ritiene ci sia un solo mondo per tutti e che tutti lo si stia vedendo come lo vede lui.

Altro che caldi lidi tropicali.

Il razionalista per ragioni di autostima, per parare il colpo della inspiegabile – direbbe lui – inefficacia della sua forbita e argomentata azione-affermazione, è costretto dai suoi schemi a rifugiarsi nell’attribuzione di responsabilità: è lui che non capisce, al contrario, il mago, nient’altro che il consapevole del potere delle emozioni e degli universi diversi che siamo o possiamo essere, ha in sé la chiaroveggenza per indagare le ragioni del fallimento della comunicazione tra infiniti.

Non solo. Egli osserva che, al fine della condivisione del discorso, l’accredito della fonte da parte del destinatario, è sostanziale. Egli vede lo stato permanente di latente mutamento di quegli infiniti, fino ad essere in grado di riconoscere quando e come mettervisi in contatto o rinunciare quando, a sua volta, sente di essere perturbato.

Un infinito, il cui mutamento non è limitato ad una caotica rivoluzione delle entità che li compongono, nonché agli stocastici scontri tra queste, ma ad un cangiante allineamento e selezione personalizzata di queste, che avviene (Heidegger)(3) e si cristallizza nel momento in cui ne siamo al cospetto, e avvengono nel pensiero.

“L’onda y evolve nel tempo seguendo l’equazione scritta da Schrödinger, solo fintanto che non la guardiamo. Quando la guardiamo, puff!, si concentra in un punto, e lì vediamo la particella.

Come se il solo fatto di osservare fosse sufficiente a modificare la realtà”. (p, 42)

È quello l’istante in cui l’emozione che ci avviluppa impone i suoi dictat selezionatori tra infiniti elementi e la conseguente concezione del mondo fondata sui pochi che ha scelto e alla relativa piatta e sterile – salvo per chi condivide la cernita – descrizione della realtà per quello che effettivamente è. Così fanno tutti i devoti all’attuale ordine culturale e della sua narrazione di realtà.

Nonostante l’evidenza che ci sia qualcosa da capire se tutti siamo allenatori, cioè se tutti abbiamo in bocca la vera descrizione, ciò non ci spinge a sospettare che stiamo adottando un sistema bacato, né ad indagarlo per scovare l’ontologia dell’equivoco. Ma, con la pistola fumante del giudizio e della valutazione, ci affrettiamo a cercare ulteriori selezioni dall’infinito a sostegno di quanto già affermato.

Se tutto ciò non facesse rabbrividire, farebbe ridere. Se non comportasse guerre e pene si potrebbe stare tranquilli entro l’enclave senza il terrore di persecuzioni, colpevolizzazioni, di andare a finire male.

  • E i diritti delle minoranze? Chiese.
  • Ma quali minoranze, quelli sono ciarlatani. Uccideteli. Rispose.

Come le crune allineate delle asce di Ulisse, appena accade di coniugare alcuni frammenti dell’infinito e vederne la costellazione, scocchiamo il dardo, l’affermazione, la verità. E chi non sa cogliere dal proprio cielo interno nessun disegno, ha sempre la stella polare del luogo comune a cui fare appello.

Le crune ideologiche, quelle moralistiche e quelle religiose, nonché quelle dell’interesse personale dispongono dell’incantevole fascino al quale non manchiamo di sottometterci, che non manchiamo di difendere con qualunque mezzo, con qualunque potenza di fuoco, fino alla morte dei rei se necessario. Cioè di coloro giudicati colpevoli di aver allineato altre scuri per altre ideologie, religioni, moralismi, interessi personali. Nel mondo, che se non fosse tragico sarebbe ridicolo, quello in cui io non sono tu, la battaglia è permanente, vincere è un dovere, soccombere è latente.

Facci caso

“L’errore è assumere che la fisica sia la descrizione delle cose in terza persona. È il contrario: la prospettiva relazionale mostra che la fisica è sempre descrizione della realtà in prima persona, da una prospettiva”. (p, 178-179)

 Quando anche la fisica quantistica, per il medesimo candeggio, cessa di essere costretta entro la cosmogonia dell’infinitamente piccolo, essa diviene disponibile a rappresentare le dinamiche aperte delle relazioni infra e intrapersonali. Quindi della realtà tutta, visto che questa non è che arbitraria, autoreferenziale e autopoietica narrazione generata da noi, dai nostri sentimenti e dalle nostre esigenze e costellazioni.

Tutto ciò, tende a sussistere, nonostante la legittima e ineludibile prospettiva egoica, in quanto, riconoscendo il processo di identificazione con essa, possiamo emanciparcene, prenderne le distanze e avviarci a vedere la verità di una narrazione non meccanicista del mondo.

Così accadendo, diviene accessibile anche l’interruzione della crociata razionalista contro il mondo quantico o magico, nel quale altri si identificano. Tale frattura dell’incantesimo culturale è, a sua volta, la premessa per avviare un cammino di conoscenza che nulla ha a che fare con i saperi parcellizzati e superficialmente cognitivi, gabbie esiziali delle consapevolezze necessarie al cambio di paradigma esistenziale. Da quello conflittuale ed egologico a quello armonico ed ecologico.

“Ma le grandi speranze di noi minuscole creature mortali sono brevi sogni. La chiarezza concettuale della fisica classica è stata spazzata via dai quanti. La realtà non è come la descrive la fisica classica”. (p, 82)

A patto di unire i punti giusti, sono diverse sovrapposizioni tra fisica quantistica, conoscenza e condizione umana.

L’intreccio (entanglement), allude alla permanenza del legame tra due entità prima unite e poi separate e allontanate. La simultanea reazione di entrambe – quindi il perdurare dello stato di unità originario – allo stimolo su una soltanto è disponibile a rappresentare quanto accade nei legami sentimentali-affettivi. Proprio come se il cosiddetto infinitamente piccolo (fisica) sottostesse a dinamiche corrispondenti a quelle del cosiddetto mondo sottile (magia). Gli oggetti, energia in forma di materia, sono legati tra loro, il vuoto creato dalla scienza, che li separerebbe, non esiste, è un’illazione.

“La sua matematica non descrive la realtà, non ci dice «cosa c’è». Oggetti lontani sembrano connessi tra loro magicamente”. (p13)

Se da quanto appena detto, lo spazio perde i suoi connotati meccanicistici che ne fanno un’estensione entro la quale trovano posto gli elementi del reale, necessariamente li perde anche il tempo, visto che nel dualismo, uno è interfaccia e misura dell’altro.

Ciò non avviene solo entro il piccolo mondo subatomico. Pari disegno si mostra anche in quello macroscopico della realtà a misura d’uomo. Accade nell’emozione, ancora lei.

A mezzo di essa possiamo rivivere una condizione esistenziale del cosiddetto passato, come se il tempo di adesso fosse tornato al presente di allora, annullando nella sua durata anche lo spazio in cui ci troviamo.

Sebbene tutti abbiamo esperienza della brevissima vita di questi stravolgimenti spazio-temporali, possiamo considerare l’eventualità di una loro più lunga o permanente presenza in noi. È esattamente quanto accade in occasione delle nuove consapevolezze, nient’altro che immersioni in nuove emozioni, in cui ci troviamo a condividere le verità altrui, prima rifiutate. Un nuovo stato in cui, si realizza uno spazio in cui vedere l’altro come un noi e il tempo esteso al solo presente, ovvero l’arbitrarietà meccanicista della creazione del passato e del futuro, del tempo lineare e della sua irreversibilità.

A mezzo dell’immaginifica linearità della nostra biografia e della storiografia possiamo seguitare per una vita a dire io e storia, pensando di riferire entità oggettive come neppure un posacenere può essere.

L’io, la storia, e la realtà che raccontiamo non sono che verità strumentali alla loro esistenza, quindi effimere o impermanenti. Null’altro che una rappresentazione bidimensionale e temporale dell’infinito, che componiamo e siamo, utile alla gestione amministrativa della vita. Vera solo non in quella piccola prospettiva scambiata per tutto ciò che esiste e che declamiamo come se il mondo fosse perennemente così come lo stiamo vedendo. Come una fotografia, che pur non potendo riferire l’insieme della realtà fotografata, è di fatto, tanto da chi la scatta, quanto da chi la vede, concepita con quel potere. Uno slittamento di piani che fa perdere di vista la realtà dell’immagine, cioè che comporta la sovrapposizione di questa alla realtà più ampia della quale ha ripreso un frammento, un disegno, una costellazione. L’accredito che diamo a qualcosa, ha il potere magico di indurre in noi cambiamenti e nuove realtà.

Quindi, si può osservare come la realtà, per esistere, faccia a meno dei principi della logica classica. I principi d’identità, di non contraddizione e del terzo escluso, oltre che l’intreccio, li oltrepassa anche nella duplice disponibilità energetica ad essere particella o onda, prima di decantare in una delle due espressioni in funzione dell’osservatore (magia) o del tipo di strumento di misurazione (fisica). E anche la considerazione che un’affermazione è sempre vera se ne individuiamo e condividiamo la narrazione dalla quale scaturisce. Onde per cui, il terzo escluso non è che la fotografia scambiata per il tutto.

Nonostante i paradossi della logica, spontanee confessioni della sua inettitudine alla conoscenza che non sia tecnico-amministrativa, che non sia senza peccato se non nei campi chiusi, regolamentati e condivisi nelle regole, nel linguaggio e nel gergo specifico, i suoi boriosi cultori non se curano e tirano dritto ad applicarla e farsene vanto in tutti i contesti umani.

È anche per questo che l’intelligenza piatta della logica non può intendere la portata della filosofia evincibile dal comportamento del mondo subatomico, né di quella della magia, della reversibilità del tempo, dell’ubiquità, dell’essere io e l’altro.

La posizione e/o la velocità della particella riscontrata dallo strumento dell’osservatore non sono altro che la nostra descrizione del mondo: altre osservazioni la riscontrano in altro punto e con altra quantità di moto. Come davanti a un disegno di Escher o al nastro di Möbius, non si sa dove ognuno posi gli occhi e quale realtà possa descrivere di ciò che vede.

La figurazione umanistica di questa assurdità – direbbero Einstein e tanti altri – si evince dal nostro mutare in funzione dell’interlocutore. Un cangiare ad ampio spettro, visto che la matrice del caleidoscopio che siamo è alimentata, come già detto, da esigenze, emozioni, sentimenti, eccetera.

Dunque noi siamo sempre il solito io, nonostante questo possa rappresentare nel tempo ambo le parti di qualunque dualità. Un’unità quindi che pur rimanendo se stessa può essere A quanto, nel tempo, essere B nell’istante dell’interlocuzione. Anche in questo caso il principio di non contraddizione viene a perdere il suo dominio, in quanto l’io non avverte alcuna contraddizione, né interruzione di se stesso, se non appunto logica.

Sul piano di realtà che stiamo adottando per riconoscere le similitudini tra microscopico e macroscopico, si trova una terza circostanza.

Come per la particella subatomica non si può prevedere contemporaneamente, con approssimazione meccanicistica, la quantità di moto (velocità) e la sua posizione nello spazio, così di un interlocutore non possiamo anticipare la sua reazione al nostro cospetto. Quindi, urtando qualcuno, potremmo trovarci davanti alle sue scuse o al suo coltello. In sostanza, in relazioni aperte, sussiste sempre l’imprevedibilità assoluta. Nei confronti della quale si cerca maldestramente di adottare il rischioso criterio del calcolo delle probabilità per ipotizzare gli epiloghi degli eventi.

Possibile che qualcosa sia reale rispetto a te ma non rispetto a me?

Dove si parla finalmente di relazioni”. (p,79)

Si può dire che il punto centrale, tanto della fisica quantistica, quanto di quello umanistico, sia la relazione. Chi riscontra la costellazione che sostiene questa affermazione si trova costretto a rivedere i pilastri sui quali aveva eretto le proprie convinzioni. L’incastellatura generata dalla narrazione della meccanica classica della realtà oggettiva, della conoscenza analitica, della scomponibilità dell’intero come criterio di conoscenza, e del principio di causa-effetto, ha ragione di essere spodestata dal suo dominio culturale.

“Una realtà più sottile di quella del materialismo semplicistico delle particelle nello spazio. Una realtà fatta di relazioni, prima che di oggetti”. (p, 13)

In tutte le relazioni insorge una mente (Bateson)(4) che governa le descrizioni del reale che ne seguono. La realtà quindi non può che essere altro da esse come se, istante per istante, inconsapevolmente fermassimo lo stocastico vorticare di tutto, un attimo prima dell’evento heideggeriano, cioè di vederlo apparire alla coscienza statico e descrivibile.

Come già detto, non possiamo fuggire a questa trappola ma possiamo riconoscerla e vedere come ci cattura, per poi interrompere il processo di identificazione con essa ed evolvere da uomini-ego a uomini-cristo.

La sedia siamo noi

“Se andiamo a cercare la sedia in sé, indipendentemente dalle sue relazioni con l’esterno, e in particolare con noi, non la troviamo”. (p, 147)

 Mentre il bambino gioca ad arrampicarsi, il nonno pensa al rischio che corre, se l’affare è lo stesso, le due realtà sono differenti. Tanto la vita piena del piccolo, quanto quella timorata dell’adulto non sono che loro creature.

Gli istanti e l’eternità precedenti al momento della decantazione della realtà descrivibile, hanno carattere contiguo, quantico e magico, in quanto le forze emozionali-energetiche nel contesto (che però, nulla esclude, come il battito d’ali della farfalla monarca in Texas che fa scatenare la tempesta in Messico) fluttuano come nugoli di moscerini, stormi nuvolari di storni, branchi di sardine prendendo una certa forma nel momento in cui li osserviamo, base della nostra narrazione.

“La conclusione è radicale. Fa saltare l’idea che il mondo debba essere costituito da una sostanza che ha attributi e ci sforza a pensare tutto in termini di relazioni”. (p,143)

di una qualche attualità

di Paolo Di Marco

Ne L’alba di tutto Graeber ci racconta come per tutta la storia antica l’uomo non fosse né buono né cattivo  né pacifico né violento; semplicemente si adattava, sceglieva come la gran parte della vita sulla Terra il cammino minimo;  era potenzialmente proteiforme.

Ma a un certo punto è rimasto incastrato in una forma sociale perversa competitiva intrinsecamente distruttiva.

E qualcuno potrebbe pensare che questa possa divenire anche forma individuale dominante evocata da lune malate artatamente costruite.

Altri possono,  sulla scia di Davide di Dinant e Spinoza,  vedere la coscienza come ente assai più largo dell’io e della mente e sentirne la malattia come eco del dolore che la terra nella sua interezza subisce.

Quale che sia,  entrambe sono echeggiate dai miti   o dai mostri ambivalenti che li riassumono.

Anche se questa canzone nasce prima della fine del secolo, quando ancora non ne vedevamo la pervasività e,  nonostante gli avvertimenti conradiani di Apocalypse Now,     non ne sentivamo l’orrore.

da Turquoise

Ricordare

di lorenzo merlo ekarrrt – 100126

 

Il tempo è un’espressione della coscienza, la sua durata è alle dipendenze dei sentimenti e la sua ruota si muove avanti o indietro come un timone in mano alle emozioni.

 La descrizione della realtà corrisponde a una narrazione quale sfogo delle emozioni. Epperciocché, venendosi a conformare al nostro cospetto non ha sede in noi. Essa corrisponde a un quadro di cui, disponendo di una tavolozza emozionale, saremmo gli autori.

Ugualmente la memoria non ha sede in noi, tantomeno nel cervello come vorrebbe la scienza, né è un composto di dati. Essa è prossima ad essere un’entità emozionale, sottile e volatile che decanta in ricordo sempre e solo in occasione delle opportune circostanze, in modo direttamente proporzionale al perdurare dell’emozione.

L’emozione non è solo quella di limitata durata, che comporta, nel bene e nel male, uno scuotimento più o meno forte. Essa, esse ci accompagnano costantemente nello stato cosciente. Per esempio credere di avere a che fare con la medesima realtà o considerarsi sempre la stessa persona richiede che sussista in noi una emozione duratura che lo permetta. In assenza della quale non sappiamo più dove ci troviamo, chi siamo, cosa stavamo facendo.

Un’emozione forte e di breve durata è quando incroci gli occhi di una ragazza e ti succede qualcosa la cui definizione più prossima è richiamo con fremito, ma anche quando scopri che ti hanno sottratto il portafogli. Una debole e di lunga durata è quando prendi per buone le consuetudini che ci hanno allattato e informati. Così, un Britannico non preferisce la repubblica, un ustaša non ama un četnico, uno scienziato non vede il mondo che non misura.

Se quelle lunghe creano legami e hanno carattere cronico convincendoci di essere proprio ciò che quei lacci impongono, quelle brevi sono volatili ma restano latenti, pronte a ricondensarsi in noi facendoci vivere l’esatta ripetizione di ciò che è stato.

L’emozione, quale condizione in cui viviamo sarebbe dunque la sede della memoria. Una sede di tipo quantistico che può restare latente (onda immateriale) o divenire sensazione (materia carnale) in occasione della giusta situazione. Che può ricomporre esperienze estranee alla nostra vita, come forse i déjà vu suggeriscono, a dispetto di un’“alterazione dei ricordi” (1), secondo quanto ci dice la cultura scientista.

Un colore, un suono, una forma e così via, un volto, un’immaginazione possono catalizzare in un’emozione già vissuta.

Nel momento, non solo istantaneo, ma anche duraturo, dell’emozione il passato subentra al presente e lo sostituisce.

L’attenzione è costretta a muoversi solo entro il tubo che l’emozione implica. Lo si osserva nei litiganti, nei confronti dei quali, le parole ragionevoli dei terzi non hanno potere. L’emozione è vita e non c’è dimensione cognitiva né morale che possano frenarne il corso. Infatti, solo un’emozione più forte può interrompere quella che ci muove nel momento. Uno schiaffo potrebbe interrompere lo stato di shock. Stato nel quale potremmo anche non saper riferire chi siamo, cosa è successo, eccetera.

 Se l’emozione cessa avviene un cambiamento. Il seminarista lascia i voti, il fedele tradisce, la passione svanisce. Il cantante, il politico, il senza tetto, il malato sono coaguli carnosi di energia emozionale. Come lo sono tutti i ruoli che impersoniamo, di lunga o breve durata, che educazione, contesto, istruzione, spirito del tempo, geografia e storia del luogo permettono o impediscono. Ricordare è perciò rientrare nel ruolo e/o nell’emozione che lo permette. E lo è anche il cambiare: abbandonare un’attività appassionante, non avviene per ragioni razionali, ma per aver perduto l’emozione che la permetteva.

Anche una canzone, un’opera creativa, una stagione filosofica corrispondono a emozioni. E queste si mostrano come esaltazioni che generano acume specifico, benigno e maligno. Sono sempre affermazioni di parzialità. Dimentiche infatti del mondo che lasciano indietro, convinte magari, come nell’enfasi del progresso, di spingere sempre in avanti, sulla loro inventata linea retta.

La fretta che morde il freno per non tardare e impedisce ai tentativi razionali – a sostegno di restare tranquilli e che prendersela non cambia niente – di modificare l’alterato stato intimo di chi ne è preda. Almeno finché non si disporrà delle consapevolezze necessarie per non cadere nella trappola emotiva.

L’emozione o la memoria corrisponderebbero alla concezione circolare del tempo, se non alla sua reversibilità, così tanto esclusa dalla scienza. Una circolarità a raggio variabile in quanto dipende dal nostro intimo stato, dall’esigenza che questo esprime, dal sentimento che ci sta attraversando. Nel dolore il tempo è immobile, nell’amore scorre via.

Circolarità negata dagli eruditi tecnici dei saperi cognitivi, dai protocolli fissi che considerano conoscenza – quelli del mondo e dell’uomo come macchina, del cervello rimpinzato di dati, sede, oltre che della memoria, anche della coscienza e della mente – nonostante l’evidenza dei pochi sentimenti e delle poche emozioni che, giocoforza, sono presenti in noi e in noi si ripresentano, obbligandoci a condizioni, pensieri e azioni ad essi coerenti, indipendentemente dal momento storico, dal contesto in cui li avvertiamo, dal rango sociale, dall’identità che crediamo di essere.

Gli infiniti libri che si possono scrivere con le poche lettere dell’alfabeto, non contraddicono il presente discorso, lo confermano: qualunque opera sarà sempre e solo espressione dei nostri pochi sentimenti, in sostanza soltanto due, uno di attrazione e un altro di repulsione.

A sostegno dell’idea della memoria come emozione che decanta, si possono ricontrare nelle occasioni della vita quotidiana, nella letteratura, nelle arti espressioni che, seppure spesso inconsapevolmente, riferiscono della memoria nei termini in cui ne stiamo accennando. Un tipo di qualificazione e consapevolezza della memoria che, forgiati dall’egregora scientista, abbiamo culturalmente seppellito sotto strali di dati e dimostrazioni scientifiche (nel senso di inoppugnabili), ma che, nonostante la discarica di nozioni che siamo, non può essere elusa dal corpo, tanto che, costantemente emerge nelle nostre espressioni. Ricordare una parola o il luogo di un oggetto, solo dopo averci accanitamente provato, rappresenta la dialettica in questione: sciolta l’emozione legata alla pretesa di ricordare – una specie di cristallizzazione del tempo – subentra quella che ne permette l’inversione, rioffrendoci la circostanza del ricordo.

Sulla medesima linea di osservazione si incontra un altro passo interessante e forse più potente: l’etimologia del lemma ricordare. Una parola di origine latina – recordari – nella quale si legge la consapevolezza che la memoria risiede nel cuore. Secondo le prime pagine segnalate dai motori di ricerca, il termine è composto da ri, che allude a ritorno, a nuovamente e da cor cordis, che riferisce del cuore. Un organo che ha uno spettro ben più ampio di quello anatomico. Un’ampiezza che contiene le tradizioni sapienziali di tutte le geografie e di tutte le culture esistenziali del mondo.

Tale configurazione è presente nella lingua inglese in modo convincente. I britannici utilizzano la formula by heart, che letterariamente corrisponde a con il cuore, ma che semanticamente significa a memoria.

Nel raggio d’azione del nostro discorso è compresa, se non centrale, la simbologia del cuore quale fisicità dell’amore e, soprattutto del loro potere a nostra disposizione, sebbene, come già scritto, affogato in quisquiglie di poco conto.

Simbologia e potere che possono permetterci di rivivere l’emozione della nascita e di un trauma e il necessario per ridurre o sciogliere il relativo nodo emozionale che ci ha fino a quel momento condizionato. In sostanza che, ci permette di osservare come il peso del trauma fosse direttamente proporzionale alla nostra interpretazione. E che, assumendocene ora la responsabilità, possiamo liberare l’esistenza da quella ingombrante ciste.

 

Sintesi

Emozione e vita sono sinonimi. Quando l’emozione ha, diciamo, un basso registro l’esistenza è, diciamo, minima. Tuttavia uno stato esistenziale depresso avviene comunque entro il dominio di un‘emozione corrispondente.

Anche memoria ed emozione sono sinonimi, in quanto la presenza di una coincide con la pertinente presenza dell’altra.

Il tempo e la durata sono espressioni della memoria, quindi dell’emozione e perciò della vita. In altre parole, il tempo senza di noi non esiste. Epperciocché anche la realtà.

Tutti gli uomini sono attraversati dalle medesime emozioni e dagli stessi sentimenti che nel tempo impongono loro medesimi vissuti e identiche descrizioni del mondo.

Sono attraversati in quanto non li produciamo noi ma secondo una logica legata alle consapevolezze di cui disponiamo, così come il pennone si presta al fulmine, i sentimenti e le emozioni che viviamo sono rispettosi della nostra evoluzione esistenziale.

L’intero universo sarebbe composto dalla stessa energia che si condensa in emozioni, sentimenti e descrizione della realtà. Ne consegue che la descrizione, qualunque sia, fa capo al gradiente di consapevolezze avvenuto.

L’emozione è anche una risonanza che contiene istruzioni esclusive per chi la vive, la cui decodifica farebbe scuola evolutiva, se solo avvenisse. Ma non avviene perché le emozioni, salvo che sul lettino dello strizzacervelli, sono state declassificate.

La piena consapevolezza delle emozioni, ovvero delle ragioni per cui decantano in noi e il limitato mondo entro cui ci costringono, libera energia creativa, prima pretesa e consumata da loro stesse in atti e sentimenti replicativi dei quali eravamo succubi. Con disponibilità creativa, disponiamo della sola energia idonea a fare dell’esistenza qualcosa di corrispondente a noi, alla nostra natura profonda, ai nostri poteri magici, tra cui la chiaroveggenza, quale tersitudine sgombra del pulviscolo filtrante della cultura.

 

Nota

Ashram

di lorenzo merlo ekarrrt – 231225

L’evoluzione esistenziale non è lineare come certo razionalismo-positivista tenta di farci credere. L’avanzamento verso lo stato di serenità richiede dedizione ed è caratterizzato da interruzioni e cadute. Per ridurre il rischio di scivolare nella pazza e sofferente dimensione governata dall’ego, è utile frequentare un ambiente che favorisca il mantenimento dell’emancipazione dall’io. Un destino da considerare per chi è consapevole che cambiare se stessi è realmente cambiare il mondo.

I luoghi

Avrei potuto dire convento, ritiro o monastero, ma ashram è, per me, più evocativo.

Convento – quanto arbitrariamente non so – ma lo connoto molto disciplinato e ritualizzato, forse adatto precipuamente a una chiamata inequivocabile e prepotente, forte come quella che vivono i talentuosi, costretti dalla propria strabordante dote a dedicarsi ad essa, musicista o calciatore, artista o commerciante, organizzatore o esploratore.

Ritiro, andrebbe bene, ha un fondo civile sebbene spesso riguardi una struttura della curia. Ma alla fine non mi attrae per il carattere troppo anziano – così mi suggerisce il mio immaginario – concretizzato perciò da persone avanti con l’età. In una battuta, ritiro chiama vecchiaia, debolezza, sgoccioli della vita. Non fa al caso mio.

Monastero mi piace, più di quello zen e di quello buddhista, quello ortodosso declinato alla balcanica, manastir. Così spesso gemma antica, incastonata nella storia e nella foresta, dai gradini consunti, silenziosa di fringuellii, immersa nei fiori e nell’incenso. Ma anche alla greca, monastiri, non di rado luoghi di pietra tra le pietre, essenziali ed elevati, forse, per questo, involontariamente più vanitosi e altezzosi di quelli macedoni, bulgari e serbi.

Tuttavia, per quanto monastero mi faccia intendere un luogo aperto a tutti, esso ha, ancora, troppo carattere religioso in senso stretto.

I moventi

Chi sente il bisogno di fermarsi, per breve periodo o fuggevolmente, in quei luoghi lo fa in cerca di un riposo dei pensieri, in cerca di un momento d’inconsapevole meditazione per un’unione che la normalità quotidiana, soprattutto delle città e della mondanità in generale, non concede o gli ha rubato. Chi sente il bisogno di fermarsi, ha in sé anche quello di riavvicinarsi a quel punto che ha scoperto tralasciato, magari per una vita intera, oscurato da perturbazioni e frivolezze d’ordine vario che ne impediscono la presenza nel quotidiano. Così, senza saperselo dire, senza alcuna razionalizzazione, tutti noi siamo esposti al rischio di capire attraverso il sentire dove andare e cosa fare o smettere di fare, per liberare noi stessi dall’ossessiva cadenza di stimoli che avevamo preso con estrema serietà, senza che lo meritassero.

A causa di questi opinabili motivi, in cima ai luoghi adatti al ricongiungimento con se stessi, ovvero col mondo proprio e con quello opposto, metto l’ashram.

Ashram

Dai pochi che ho conosciuto traggo l’immagine si tratti di spazi fisicamente delimitati entro i quali si svolge la vita ordinaria e i momenti di raccolta individuali, comuni o al cospetto del maestro del sito, sono di libero accesso e frequenza.

I colori, le forme, i suoni e le fragranze di un ashram, forse ancor più dei suoi fratelli e cugini sorti altrove nel mondo, hanno a che vedere con il concetto di enclave e di cittadella. In questo caso non quale sinonimo di segregazione o fortezza, ma di ambiente raccolto, di zona del corpo e dello spirito riparata, di luogo di serenità dove cercare, trovare e dare la pace. Dove, in altre parole, poter meglio mantenere fede alle consapevolezze che permettono agli uomini di allontanarsi dalla frenesia delle oscillazioni imposte dalla concezione materialista del mondo e di ridurre il rischio di perdersi nel proprio ego e quindi essere inconsapevolmente esposti a cadute sempre energivore e, a volte, esiziali.

È una pace che non viene da una legge umana, dalla morale, dallo studio ma dalla conoscenza di sé, ovvero dalla consapevolezza di ciò che corrisponde al proprio io e al proprio sé e di ciò che corrisponde all’intera umanità oppure, di ciò che è la vita e ciò che sono gli orpelli egoici con la quale la soffochiamo.

Svolge la funzione di ashram ogni ambiente che frequentiamo e quella di allenatore la situazione che cerchiamo di più. La famiglia, la scuola, la strada, il carcere, il circolo privato, il partito, la passione sono tutti ashram che alimentano una certa concezione di noi stessi e favoriscono pensieri e visioni, ovvero meditazioni utili per raggiungere gli scopi ad essa coerenti.

L’esigenza

Colui che a suo modo si trova in tale prospettiva, cade nell’obbligo della ricerca cosiddetta spirituale – inopportunamente, a mio parere, in quanto fuoco per le micce ai lazzi schierati nella cartuccera di ogni materialista ranger della verità con autodiritto di scadente sarcasmo – il cui culmine ha a che vedere con un’emancipazione dalla realtà gonfia e tronfia dell’importanza personale, nella quale soggiornava, arrancava o era protagonista.

Se nella realtà che si sta allora afflosciando vigeva il criterio della competizione, del gradino più alto del podio quale esclusiva unità di misura di sé e del prossimo, della pretesa di riconoscimento come solo criterio d’autostima, in quella che sta prendendo forma a causa di emancipazioni e consapevolezze varie, il modo quantitativo fa sorridere e non è più il solo e il prossimo non è più un competitore, ma uno come noi.

La sola permanenza

L’oscillazione dello stato intimo e fisico, degli interessi, valori, giudizi ed attenzioni è l’unica costante esistenziale. In essa si ravvisa un’allegoria bonsai della vita, la quale cessa nella morte storica, proprio per poter rifiorire invariata in altri corpi solo formalmente differenti, come foglie d’erba di un solo pascolo.

Ma lo ravvisa il consapevole, non certo lo scientista che crede nella crescita infinita, nell’immortalità, nell’elisir di eterna giovinezza che, sono tutte condizioni incluse nella dimensione sottile dell’energia, ma escluse da quella fisica, caduca per definizione. Ma lui, lo scientista, inconsapevole di tutto, ma muzioscevolmente patriota della scienza quale unica, solitaria via alla conoscenza, non lo sa. E incaponito prosegue dannando di materialismo le culture e gli uomini che ne sono allattati.

Cadute e ricadute

Monaci, abati, maestri, igumeni, guru, abbadesse, archimandriti e altri sanno che per il mantenimento di una certa condizione di benevolenza, salute e forza è necessario l’allenamento. Come l’atleta si reca alla pista, si cambia e scende in campo ad allenarsi, consapevole che soltanto in quel modo – doping a parte – può migliorarsi, ugualmente, per mantenere la pace interiore è necessario un’area protetta dalle distrazioni, in cui le dinamiche egoico-vanesie tendono ad avere vita breve, abortire o a divenire inconcepibili. E perciò i luoghi comuni trovano la data di scadenza e i traumi e i lutti a comportare il minimo sconvolgimento in forza e durata.

Dunque l’ambiente, l’ashram, è anche concentrazione facilitata, aiuta a “stare sul pezzo” della ricerca, concorre a ridurre il rischio di scivolate, cioè a smorzare l’avvento della circostanza giusta alla caduta, quella in cui non agiamo ma reagiamo, in cui non rispondiamo ad altro che al toboga dell’emozione che ci ha rapiti, a ciò che la sua vorticosità permette e impone.

Ma l’evidenza dell’oscillazione, quale sola caratteristica permanente, pare sconosciuta a molti. Quantomeno a coloro che, al momento giusto, hanno affermato o affermeranno convinti “io non lo farò mai”. (Vale anche con “per sempre”).

Il “di doman non c’è certezza” di Lorenzo de’ Medici – ispirato dalla fuggevolezza della giovane età – si presta ad essere declinato a favore del nostro discorso. Nel momento in cui inciampiamo nella circostanza opportuna, perdere lo stato che credevamo di avere attestato in noi, con il quale ci identificavamo e a mezzo del quale credevamo di essere lui, è un attimo. Nessun alpinista vorrebbe precipitare dalla cengia, il suo fare è orientato a godere della salita, tuttavia, la circostanza giusta per distrarsi può avvenire. Al più pacifico degli uomini – in merito c’è ampia bibliografia e filmografia nonché sentenze di tribunali – la sequela adatta a fargli perdere l’equilibrio è sempre latente. È capitato a “buoni padri di famiglia”, a “stimati professori”, a “madri caritatevoli”, a “ragazzini normali, come tanti”. E anche, all’opposto, al soldato che, preso dall’emozione giusta, risparmia il nemico.

L’opportuna circostanza

Tutti siamo un miscuglio di elementi. Se il genio ha quanto basta per essere tale, ugualmente accade al meno dotato. Vale per ogni sfaccettatura umana. Gli olivastri al primo sole si abbronzano, i chiari si ustionano. Due esempi campione per dire che la circostanza giusta non è la stessa per tutti. Serbi, croati e musulmani avevano convissuto e si erano incrociati per decenni prima che l’opportuna emozione li cogliesse senza lasciar loro scampo, senza impedirgli di trucidare il vicino di casa, il compagno di scuola, senza mancare l’occasione per vedere in loro, non più ciò che vedevano prima, ma il nemico da eliminare senza senso di colpa, ma con soddisfazione e senso di giustizia.

Se la circostanza è quella opportuna noi, qualunque forma umana, anche la più deplorevole, nonché la più ammirevole, può incarnarsi, qualunque principio e valore può essere dimenticato o con forza, richiamato e amplificato. Allora l’ashram, o chi per esso, come un porto, ripara dalle mareggiate vere della vita effimera.

Le quattro quote

di lorenzo merlo ekarrrt – 261225

Quattro allegorie disponibili a tutti – se non già da tutti osservate – sulla cosiddetta evoluzione esistenziale, ovvero come tendere all’armonia e al benessere, lungo quel percorso detto vita.

Quota 1

Dal sentiero di fondovalle, in una bruma leggera, il pascolo mostra le diverse specie d’erbe che lo compongono. Se ne vede l’oscillazione degli steli e dei fiori e si coglie così il movimento dell’aria. Se ne ascolta il setoso frusciare che accarezza il silenzio assoluto e genera quello che sentiamo. Vediamo gli insetti volare, posarsi e ronzare. La loro presenza è uno spartito della melodia della vita. Proseguiamo partecipi e complici della coltre inavvertita cosparsa sulla vallata. Osserviamo quelli che camminano a terra, ne seguiamo l’incedere per noi illogico e altrettanto indomito. Scavalcano, scivolano, rotolano indietro ma non giudicano e così non hanno difficoltà. La resilienza avviene fuori dal pensare, fuori dal futuro e dal passato, solo nel presente, ma pare che ciò sia per noi un segreto. E poi si distinguono le pietre e i sassi piccoli come scaglie, le foglie cadute di ontani e di olmi, paglierine e scurite, i grumi di terra e le raccolte sabbiose delle piogge. E le pagliuzze, ultimo stadio disponibile agli occhi, prima che anche possenti castagni, anziane betulle e monumentali faggi, come la scienza garantisce, tornino ad essere molecole e atomi.

Siamo alla Quota 1, reame del pensiero logico-razionale, che sebbene non sia che un atollo di conoscenza, è scambiato per il continente, il pianeta, il sistema solare, la galassia e il cosmo da chi lo abita, ignaro di disporre di un immaginario succube d’un incantesimo d’ottusità. È in quel tipo di pensiero che avviene la separazione tra le cose, è lui che crea sia il vuoto che la materia che ne riempie parte. È sempre da lui che fiorisce l’idea della realtà oggettiva, una specie di magnete, che trattiene gli uomini nel mondo delle forme, scandite dai suoi eruditi ma piccoli argomenti razionali, con i quali crede d’essere in cammino verso la conoscenza. Per i quali però, è costretto ai conflitti, le inquietudini e al mal di vivere.

La Quota 1 è anche detta Pensiero logico e materia.

Quota 2

Quando il sapere quantitativo, in forma di ordinati dati accumulabili, cede il passo a quello energetico-contemplativo, l’avanzare cessa di essere sospinto dall’esca della vetta. È il punto in cui la valle si amplia e il sentiero prende a salire. La bruma di fondo valle si dirada rilasciando una lucidità insospettata. L’osservare si libera dalla frenesia dei particolari. Il paesaggio ora ammansito rilascia orizzonti e vedute sorprendentemente sfuggiti fino a quel momento, dai quali sfavilla e palpita una luce prima assente perché la consideravamo ovvia. I dettagli scorrazzanti che brulicavano nel mondo della Quota 1, con le loro alabarde, non invadono più gli sguardi, né la conoscenza, né radono al suolo la creatività. Al loro posto, foreste e radure, alpeggi e ruscelli, armenti e contrade non hanno il peso della prosa tassonomica, non appaiono da una descrizione, sono invece simboli, volani di liriche, provocazioni di sentimenti, e quindi di legami, tutt’altro che inconcreti e per niente minori d’importanza rispetto allo “scientificamente provato”, per certo maggiori di significato. La fatica del procedere scompare, i passi si fanno solenni e leggera la salita. La scala del sentire ha preso il posto di quella del dovere. È la circostanza della sublimazione della vita, del mondo, dell’altro, di noi. Si vede come la fiducia nel nostro giudizio sia un bisturi che ci separa dal mondo e come l’emancipazione da esso, ce ne riunisca, quasi fossero rispettivamente espressioni dell’odio e dell’amore, con tutte le loro sfumate dissimulazioni. Ci si chiede come potevamo difendere il nostro io e i suoi spartiacque fino, se necessario, alla sopraffazione, alla censura, alla criminalizzazione di chi, a nostro insindacabile diritto, l’aveva offeso o ne portava uno di differente genealogia. Allora, a questo livello, non c’è la contrada, ma lo spirito e la metafora di tutte le contrade, non la radura, ma lo spirito e la metafora di tutte le radure, non c’è la misurazione ma l’assurdità che solo la nostra quantificazione definisca l’identità di quanto osserviamo. E non c’è più neppure il vuoto né la materia che ne occupa qualche porzione, ma un solo organismo, in cui tutto è contiguo e cangiante, sempre rispettoso della nostra biografia e del suo sentimento. C’è la consapevolezza che tutto appare in quanto siamo noi a concepirlo nei pensieri e a narrarlo e che qualunque descrizione conterrà anche noi stessi. È la quota della vita piena, senza differenza né separazione tra noi e il mondo. La quota naturale dei bambini, che salendo su una scopa galoppano davvero la realtà.

La Quota 2 è anche detta Visione lirica e sublimazione.

Quota 3

Dalle visioni-consapevolezze di Quota 2, nelle quali il mondo non è più percosso, violentato, travestito e mortificato entro la bidimensione imposta dall’incantesimo del tempo lineare né da quella positivista e neppure da quella meccanica del causa-effetto, il sentiero seguita a salire lungo il fianco della montagna. Entra nei valloni ombrosi per poi riemergere sulle costole esposte al cielo. Un’allegoria che offre di riconoscere così l’intero, l’abbraccio degli opposti che avevamo maldestramente separati, la morte come termine della vita. Ma si trattava di una superficiale concezione egoica, della quale ora se ne poteva sorridere. Nelle regioni della Quota 3, non c’è più ragione di prendere ossessivamente parte, non c’è più ragione di vantare un’immagine di sé e difenderla, non c’è più ragione di evitare i sottoscala oscuri in cui abbiamo nascosto prima a noi che al prossimo ciò che non poteva tollerare. E c’è invece la chiarezza per fare luce là sotto e riconoscere che in quegli scarti c’è la scuola della nostra evoluzione verso la saggezza, la conoscenza, il benessere, la salute. Ciò che fuggiamo è una voce che ci indica su cosa metterci al lavoro per divenire uomini compiuti, per realizzare gesti e dare esempi in forma di dono, mai più di consiglio (l’esperienza non è trasmissibile), né di pretesa occulta. Ma anche per comprendere, finalmente, che capire non conta nulla e che ricreare è necessario. Una banalità per chi ri-crea e vive artigianalmente la propria vita, ma un segreto per chi replica e amministra il già noto. A Quota 3 risulta evidente che la cognizione intellettuale si può muovere, e può avere le sue ipertrofiche soddisfazioni, solo nel coagulo di energia che dà forma alla materia, ma non alle sue correnti sottile e universali, che fluttuano ovunque, oltre il tempo, lo spazio e la piccola logica. E quando il pendio si fa ripido e la traccia zigzaga per risalirlo e la fatica, come un maestro, ci mette alla prova, alcuni saranno pronti a cogliere che solo amando, le difficoltà, da vivide e penose inaridiscono fino a dare gioia; che la meditazione, magari sulla cadenza dei passi, ha il potere di sostituirsi ai pensieri dell’orgoglio che fanno di ogni metro un peso da superare.

Alla Quota 3 avviene la piena constatazione del potere luciferino, creatore del mondo duale, ovvero della pesante zavorra che impediva il volo dal quale osservare che il male non è estirpabile in quanto generatore del bene. Quel peso, che ci teneva sul fondo a combattere per le nostre buone ragioni e le cattive del prossimo, ora si disperde lasciandoci allibiti ad osservare l’abbraccio degli opposti, una dimensione della realtà sulla quale la cultura quantitativa ci ha insegnato a essere bulli. Come può non essere effimera l’incastellatura morale – e tutte le altre – che ogni popolo, ogni uomo, formula per sé, anche con estranee se non opposte visioni?

La Quota 3 è anche detta Meditazione e amore.

Quota 4

Se alla Quota 1 corrisponde la realtà che impariamo sui sussidiari, poi sempre ribadita fin su ai master. Celebrata con le specializzazioni nelle aule erudite delle sapienze, il cui succo ha a che vedere solo con la ricerca delle differenze formali e lo sminuzzamento delle parti, la cui sostanza guida uno status quo esiziale per uomini, animali, natura e terra intera, e col vanesio nettare della superiorità dell’uomo su tutto, nonché, quindi, con la sua indipendenza dal creato; e se alla Quota 2 corrisponde un’emancipazione e un sollievo per lo svincolo dai fili consuetudinari che ci muovevano e ci impedivano una nostra personale interpretazione del reale, non più univoco come appreso, ma totalmente soggettivo come ricreato, non più composto da parti inerti, ma come organismo ovunque senziente, sensibile ad ogni azione e pensiero, alla Quota 3 esistiamo nella consapevolezza dei pochi archetipi dell’umanità dai quali emergono le infinite forme di ogni uomo e delle sue idee, e del potere della meditazione – un Simurgh (vedi la leggenda) che rivela quanto la conoscenza sia già in noi e quanto un’opportuna ecologia di noi stessi, possa permetterci di sfruttarla, possa donarci la miglior vita. Alla Quota 4 l’apparire del mondo, che avviene solo al nostro cospetto, rivela la natura della coscienza simile alla mutevole increspatura del mare, sempre assoggettata dalle circostanze atmosferiche del cielo o della psiche, perciò, necessariamente effimera nelle sue affermazioni.

Alla Quota 4 vediamo che la vetta non è che l’ultima illusione. Chimera o carota, luciferini espedienti non più efficaci per tenerci sotto il giogo della competizione, dell’orgoglio, del ruolo e, in generale, dell’importanza che davamo a noi stessi. È la quota in cui l’io non corrisponde più a noi, ma – per quanto con le sue ragioni storico-culturali – a un’incastellatura arbitraria che ora non è più destinataria di tutte le nostre energie, non più dominatrice dei nostri comportamenti. Siamo alla quota in cui si compiono gesti dedicati all’infinito, senza attesa di ricompensa alcuna.

La Quota 4 è anche detta Bellezza e Uno.

 

Per Franco Tagliafierro

Franco Tagliafierro è morto nella serata del 7  marzo 2024 a Madrid, dove ora viveva.
L’annuncio a quanti l’hanno conosciuto pubblicando  questa sua poesia  che gli strappai nel 2011 e una sua brevisimma riflessione sul narrare del 2019. La foto con lui è del 2018. Dal 2001, quando mi fece leggere i suoi due primi romanzi (Il capocomico e Strategia per una guerra corta)  siamo stati amici fraterni,  lettori attenti  e severi delle cose che scrivevamo,  ostili alla deriva autocompiaciuta degli sconfitti. Vari suoi testi li trovate qui su Poliscritture. [E. A.]

PER SGOMENTO DELL’OLTRE

Come attesta il satellite
qui non è atroce l’epoca e stanotte
avremo sia meteore di stagione
che incantesimi di luna.
Il massacro
è in corso provvisoriamente altrove.

L’oltre quei monti, il dilà dal mare,
il dove pare che esistano uomini
con la testa di cane

Era lo spazio
che attenuava la paura, non di essere
vittime, ma suscitatori di incubi?

Se rimescoli i prima i dopo i sempre
per sgomento dell’oltre ogni altro oltre,
pènsati solitario nel linguaggio:
dove pare che esistano silenzi
non simmetrici a nulla.

***

2 giugno 2019

Franco su un  suo romanzo interrotto:
«fantastichiamo ciò che avremmo fatto là, allora, se la sorte ci avesse collocati in quel certo luogo, in quel certo giorno, o in quel certo anno. Ovviamente ricreiamo i contesti del passato fornendo alla immaginazione i dati ricavabili da testimonianze orali, come per esempio quella dell’ex deportato conosciuto sul treno, o da autobiografie, o da cronache giornalistiche, o da romanzi, o da film, o dai trattati di storia. Lo spazio e il tempo in cui non si è vissuto, ma nei quali avremmo voluto vivere, perché in essi avrebbe acquisito un valore speciale la nostra vita e si sarebbe rivelata compiutamente la nostra personalità, diventano così lo spazio e il tempo della immaginazione a briglia sciolta e del rimpianto che lascia immutata ogni cosa e non consola».

Su “Immigratorio”. Un’intervista

Pubblico le due parti dell’intervista su “Immigratorio” (Ed. CFR 2011 di Gianmario Lucini) curata da Lorenzo Galbiati e comparse su CARTE SENSIBILI. [E.A.]

clicca QUI per leggere la Prima parte

clicca QUI per leggere la Seconda parte

clicca  QUI  per scaricare gratis IMMIGRATORIO

Han cancellato la Shoah

di Gustavo (diomiperdoniLevi)

da ora,
ogni volta che sentirò la parola shoah
penserò a Gaza
10 morti ogni uno, e non è finita
son nato a un tempo orribile
quando questa pratica era di moda
non permettono i giornalisti
e ammazzano quelli indipendenti che trovano
distruggono gli ospedali
e uccidono medici e pazienti
un solo morto, sempre, è uno di troppo
qui sono cinquemila bambini
e quattromila donne
da ora
ogni volta che si dirà la parola shoah
penserò a Gaza

non sono soli gli israeliani
complici tutti gli ebrei delle comunità plaudenti
in italia come negli usa
la prima mano l’ha messa il capo dell’impero
la seconda, nascosta, il capo del loro governo
la terza il solito occidente
ma del resto ricordiamo
che hitler aveva tanti amici
dal re d’inghilterra ai potenti d’america
che ne condividevano valori e sogni
è solo quando la concorrenza l’ha sconfitto
che è stato dipinto come pazzo
ma ha generato dei buoni discepoli
da ora
ogni volta che risuonerà la parola shoah
penserò a Gaza

pochi i giusti rimasti            e ammutoliti