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Passare i confini

Crash crollo schianto

di lorenzo merlo ekarrrt – 290926

Inno alla famiglia nel bosco.

La quantità e qualità delle dinamiche relazionali risente delle quantità e della qualità degli elementi in causa. Tali dinamiche tendono ad essere quantitativamente più contenute in ambito tradizionale-analogico rispetto a quelle che si osservano in contesto liquido-digitale. Contesto nel quale il virtuale – come era accaduto con l’avvento della plastica – si è attestato con la soddisfazione dei più entro la sfera dell’immaginario quotidiano.

Le dinamiche relazioni – sia interpersonali sia di insiemi organizzati sia di lobby occasionali – della società liquido-digitale sono state notevolmente moltiplicate con l’avvento della cosiddetta intelligenza artificiale. Tale intelligenza si compone di un data base, di dimensione inaccessibile e crescente, nel quale i dati immessi nutrono gli algoritmi e da questi sono organizzati con l’intento di fornire informazioni utili ai loro creatori. A mezzo di questi si rivelano potenzialità per il bene comune e/o per il controllo sociale (intelligence commerciale, politica, mediatica, militare), analogicamente talmente complesse da risultare inesistenti.

Intelligenza artificiale per il bene comune è un modo strategico per vestire da ancella la tecnologia. Un vestito sotto il quale non v’è cuore ma salvadanaio che l’ingordigia di potere gonfierà, come ha sempre fatto, fino all’inverosimile, ma che, in quanto gonfio anche di dati e relative interazioni, vive accompagnato anch’esso dalla miccia che una qualunque imprevista e imprevedibile combinazione del metamondo algoritmico-digitale potrà accendere, con pensabili danni collaterali che quelli dell’esplosione di una centrale nucleare potrebbero divenire perfino accettabili. Come per un cristallo che si frantuma, nessun algoritmo può anticipare in quante parti né quali forme queste avranno.

Infatti, con il crescere della complessità tende a crescere anche la capacità autogenerativa di situazioni non previste. Ciò avviene tanto in ambito analogico, quanto in quello digitale. Ma se il primo implicava relazioni entro un raggio e una quantità a misura d’uomo, che comportavano – Hiroshima e Nagasaki a parte – limitati eventi non previsti, come mode effimere, esaltazioni popolari per una vittoria sportiva, il secondo, travalicando tale unità umana di misura, è esposto alla Spada di Damocle di avventi, non solo non previsti e potenzialmente socialmente destabilizzanti, dovuti ad aggregazioni improvvise a causa della volatilità dell’impalpabile dimensione digitale, capace di scatenare emozioni come petardi nel silenzio, repentine come virate di stormo d’uccelli, mossi all’unisono da un’intelligenza improvvisa e collettiva. Un’eventualità temuta dai fuochisti del sistema che, almeno teoricamente, non potranno adoperarsi per tentarne la scongiura con un’ulteriore raccolta e accumulo di dati, con la creazione di nuovi algoritmi, con l’implementazione di quelli esistenti, con l’aumento della potenza di calcolo, delle memorie di stoccaggio e di consumo energetico.

Dunque un costo economico e di libertà che, come è sempre stato, saranno gli automobilisti, i fumatori, i bevitori, le famiglie, gli studenti, i lavoratori, i malati, i poveri e tutti gli altri a pagarne il conto a mezzo di piccole crescenti vessazioni necessarie a mantenere a galla istituzioni fallite e svendute, ormai da considerare contro di noi.

Un conto salato, svenante. Non a caso la diffusa agiografia dell’intelligenza artificiale, sparpagliata come prezzemolo da politici, potentati e loro giornalacci reiteratamente pornografici, comprati dal soldo mondialista, vende miliardi di clic. Pastura per radunare mangianza e distrarla al fine di ridurre il rischio di incontrollata insorgenza di fenomeni sociali e di possibile crollo sistemico. È questo il solo timore dei fuochisti, nonostante le numerose cartucce diversive che riempiono i loro caricatori mediatici.

L’analogia tra crollo sistemico e crash dei computer è lapalissiana, tanto nell’origine (elevata quantità di dati da gestire, loro relazioni, algoritmi gestionali e potenza di calcolo inadeguata), quanto nella livrea da maggiordomo per il miglioramento della vita e quanto nel dazio che ognuno di noi ha pagato e pagherà con perdita di dati, di prospettive, problemi esistenziali, professionali, psicologici, con implemento di minanti timori, sempre utili ai fuochisti.

L’insorgenza di posizioni, associazioni e prospettive impreviste, tende ad affermarsi con il crescere dei numeri in gioco, come se la miriade di spermatozoi si trovasse al cospetto di una miriade di ovuli. Anche se tale figurazione non è analogicamente efficace, in quanto impossibile, proprio per questo permette di cogliere quanto digitalmente e algoritmicamente sta accadendo. La base terrena della dimensione umana, qualunque fatto avvenisse, rivoluzioni socio-politiche e cataclismi inclusi, offriva il lutto necessario a fare proprio l’accaduto, a razionalizzarlo e a rimettersi in piedi. Invece, l’acquoso e virtuale piano di appoggio sul quale viviamo ora e vivranno in futuro, non lascerà agli uomini anzi, ai post-uomini, neppure quell’intimità alla quale aggrapparsi. Piano che diviene mare senza le sponde della certezza valoriale, ma pullulante di affioramenti ondivaghi del relativismo. Mare che diviene mota dalla quale emergono le morte architetture scheletriche della dimensione analogica, un tempo animate di vita.

I post-uomini ora considerati numeri, saranno dismessi, eliminati o richiamati al dovere secondo necessità. E lo faranno con obbedienza. Non saranno, come già non siamo, uomini, ma consumatori e “serventi” opportunamente educati e immessi nel mondo affinché non abbiano ricordi e non possano attingerne, che concepiscano il lavoro come il solo dovere esistenziale. Perciò, un lavoro replicativo, ma non più alienante come in “Tempi moderni”. Una società multietnica ma monoculturale e monolinguistica, monogovernata secondo il principio dell’unanimità e non più classista come in “Metropolis”. Unanimità ottenuta senza coercizione. Lavoratori “in stretta osservanza del primo catechismo” (1).

  • Qual è il primo catechismo?
  • Onora il tuo consumatore.
  • Hai mai pensato al futuro? (1)

E chi non “vorrà mai essere soggetto di maltrattamenti criminosi” (1), sarà ovviamente eliminato.

Le regole, come la logica, riescono a trattenere tutto entro un numero limitato di combinazioni. Man mano che tale molteplicità si esponenzializza, ovvero man mano che tende a sfuggire dalla cognizione analogica, il loro potere regolamentativo decade aprendo al crollo e allo schianto.

Realtà virtuale e realtà concreta che, come per i mercati, prima concreti in quanto relativi alla dimensione analogica, poi baconianamente (Francis, pittore) deformati da quella digitale-finanziaria, non saranno a noi distinguibili e quindi, seppur nella loro dubbia identità unificata dovremo prenderla sul serio. È a questo punto, già alto nel cielo della storia, che i padroni della comunicazione faranno dei post-uomini, qualunque cosa possa tornare loro utile: consumatori e serventi.

Il fenomeno proto-pandemico, test globale di un avvento imprevisto, terrore diffuso, ubbidienza sociale, era necessario per lo studio degli eventi imprevisti generati dai grandi numeri ed estrema volatilità delle emozioni.

Come nel crash distruttivo di un computer per sovraccarico di calcolo/eccesso di dati, così un crash creativo causato da innumerevoli elementi che si combinano in modo non previsto è il potenziale implicato nella crescita dell’intelligenza artificiale. Creativo in quanto relativo a dinamiche prima inesistenti, ma ugualmente distruttivo per quanto riguarda il controllo e la gestione delle moltitudini di post-umani.

Quindi il problema post umano dell’intelligenza artificiale non è solo che questa controlli tutto e all’uomo sottragga di conseguenza gli elementi della stabilità esistenziale, ma che, dai grandi numeri emergano situazioni nuove la cui natura, anche se si rivelasse a fin di bene sociale, avrà un carattere simile a uno sconquasso comunque, in qualche misura, tramortente. Al pari di un organismo la capacità o disponibilità ad assorbire l’urto è del tutto relativa alla forza del sistema immunitario, sistema che, nuovamente, non potrà che avere natura algoritmica. E se, invece, fosse maligno avremmo a che fare con eventi per i quali, il terrore della pandemia che abbiamo conosciuto non sarà che una degustazione.

Anche a livello interpersonale, la generazione di fenomeni imprevisti che non si integrano con il sistema ma lo contraddicono, ne provocano il crollo, come un tradimento che lascia tramortito chi lo subisce.

Avviene così anche sul piano infrapersonale, quando un sentimento e un pensiero non sono coerenti e in armonia con quanto stiamo facendo. È il momento buono per aprire allo schianto, che si manifesta in malattia o contrattura, indicente, dimenticanza, errore ed altro del genere. Non avviene sempre, così come il crash digitale richiede la giusta prospettiva tra i dati, ugualmente in noi l’inconveniente avviene nel momento in cui tutto è pronto e le cose accadono. In contesto relazionale, un odio non genera sempre morte di esistenze, ma la morte di esistenze per conflitto lo richiede sempre.

L’analogia tra il microcosmo uomo e il macrocosmo artefatto dell’intelligenza artificiale allude al brocardo così in alto come in basso. Sembra forse blasfemo mettere alla pari la dimensione biologica con quella tecnica, ma non è questo il piano di partenza che è invece la dimensione dei numeri in ambo i casi estremamente alta. Se le combinazioni di relazioni fisiche e metafisiche disponibili alla creatività umana possono riuscire a emanciparsi dai lacci imposti dall’intelligenza artificiale, certo questa sarà gestita affinché l’infinito che è in noi sia ridotto a pochi pensieri e desideri, uno dei quali sarà quello della libertà, prontamente soddisfatto dalla BMW come benefit e il farlocco salto sul carro dei giusti, con tanto di encomio per i neo kapò del grande lager sociale dei poveracci.

Forse parte del problema, cioè della capacità generativa dei grandi numeri ha a che vedere con la weltanshauung razionalista, quindi con la formazione esclusivamente matematico-informatica degli operatori e dei progettisti. Formazione che impedirebbe di inserire nei loro lavori ciò che genericamente potremmo chiamare alogico, cioè pienamente umano. Un tema del quale forse, anche se ci avessero pensato per integrarne gli algoritmi predittivi, non avrebbero potuto fare molto di più che aggiungere un fattore k latente, quantistico. Ma si tratta di un’illazione senza fondamento in quanto, progettisti e operatori non possono che restare nella mappatura logica del territorio umanistico. In caso di ripensamento rivolgersi ad Alfred Korzybski.

Note

.1 Cloud Atlas, di Lana e Larry Wachowski, 2012.

Il cavallo di Nietzsche

di lorenzo merlo ekarrrt – 090626

L’opinione più diffusa sul “Dio è morto” di Nietzsche è costretta da una interpretazione lineare, pari a quella che ognuno di noi può formulare, per esempio, quando vogliamo invocare le ragioni della decadenza valoriale o spiegare quelle di un comportamento efferato. Essa è pari al concetto cattolico di “fuori dalla Grazia di Dio”. Ma il Dio è morto del filosofo tedesco è di altra caratura ed allude alla perdita del proprio sé e del relativo potere creativo (“Volontà di potenza”), ridotto all’io, essenza del “Ultimo uomo”. Un uomo in cui è morta la consapevolezza della natura divina di cui è espressione, uccisa dalla fede o concezione del Dio esterno, che maldestramente maledice e invoca in funzione del proprio spropositato egocentrismo, fulcro della misconoscenza di tutto, tranne che dei piccoli saperi tecnico-specialistici, per inseguire i quali ha abiurato all’anima.

[L’articolo utilizza più volte il termine “consapevolezza” secondo la seguente accezione.

Consapevolezza, la cui natura non ha carattere cognitivo-massificabile, il cui processo di reificazione non sta né consiste nella comprensione intellettuale. Si tratta invece dell’avvento di un evento ri-creativo-individuale, non metafisico, ma carnale, non acquisibile, non codificabile né protocollabile e né trasmissibile. Chi vuole provare a trasmettere consapevolezze può rivolgersi alla maieutica non certo al metodo, alla metafora, non alla frammentazione dell’analisi, al tutto non alle parti.]

La triplice unità

La più frequente interpretazione relativa al concetto nietzschiano di “Morte di Dio”, alla quale attribuisce l’origine del nichilismo, non è a mio parere coerente con la linea di pensiero del filosofo tedesco.

Linea di pensiero, il cui culmine si sviluppa in una triplice unità che potrebbe stare nella sua formula “Trasvalutazione di tutti i valori”. Oltre alla Morte di Dio, ne fanno parte, la “Volontà di potenza” e l’”Oltreuomo”. Tre dimensioni umane disponibili a incarnarsi soltanto contemporaneamente.

L’Oltreuomo consiste in una consapevolezza che libera l’uomo dai vincoli di dipendenza nei confronti del Dio esterno, quello creduto e descritto dall’Ultimo uomo, antropomorfo e altro da sé. Liberazione che a sua volta avviene a mezzo della Volontà di potenza sinonimo di consapevolezza dell’umano potere creativo che, tra l’altro, ha generato anche quel Dio di cui è timorato o al quale si rivolge alla bisogna, sempre là, in alto tra le nubi, che vede tutto quello che facciamo. Una specie di ideologia cui attenersi per realizzare il giusto comportamento, a cui rivolgersi credendo di risposta a domande e dilemmi irrisolti. Un’entità psicologicamente più simile al servitore Aladino, sempre pronto a correre in soccorso, almeno nella speranza di una preghiera che, invece d’essere unione con il divino che è in tutto e accesso alla sublimazione delle proprie preoccupazioni in energia ricreatrice, si riduce a supplica svergognata, a pretesa di soccorso, che, se solo la cercassero, troverebbero in sé stessi. Un gesto in esatta opposta energia, in quanto egocentrico, rispetto a quella meditativa, capace di raccogliere forze e creatività per superare le difficoltà, per annullarle nell’accettazione.

Un’entità creata e creduta creante, incomprensibile all’Ultimo uomo ottuso tra orizzonti egoici, pregno di pretese positivistiche e metodi logico-razionali con cui si arrovella costantemente sul perché Dio permetta tanto male. Un’entità duale, ovvero costretta all’esistenza solo e soltanto in presenza del suo rovescio. Sta in questa farsa esistenziale l’inettitudine dell’Ultimo uomo a riconoscere il Dio del Cristo, ovvero l’Uno o l’unità di tutte le cose o la divinità che è in noi.

Oltreuomo, a sua volta corrispondente all’”uomo compiuto”, ovvero disinteressato all’autoindulgenza, che vede in sé stesso l’assoluta responsabilità della propria condizione, nei confronti della quale dispone di resilienza a oltranza. Diversamente di quanto è dell’ultimo uomo, costretto a disperdere la propria energia tanto nell’autoindulgenza e nel vittimismo, quanto nel difendere il proprio ego e nell’orgoglio, all’Oltreuomo corrisponde indipendenza ed emancipazione da tutti i sistemi regolamentativi, irreggimentativi e ideologici ovvero la miglior forza a sua disposizione.

Nichilismi

Nel discorso non può mancare il nichilismo anzi, i nichilismi. Uno negativo, distruttivo, esiziale o assoluto e l’altro affermativo, ricreativo, evolutivo o relativo.

Assoluto in quanto conseguenza implicita nel fideismo dell’uomo nelle opere del proprio io. Una prefazione al dramma che si conclama rivelando l’esatto contrario di ciò in cui aveva creduto, ovvero nella presa di coscienza della vacuità e nell’inconsapevolezza nella quale si era crogiolato fino all’esiziale epilogo del crollo del castello di carta in cui si era identificato nella sua corsa verso i saperi tecnici e morali, a suo dire, residente del giusto e del vero.

Le zanne del nichilismo esiziale mordono e le sue fauci possono divorare solo e soltanto l’Ultimo uomo. Il più diffuso genere di individuo occidentale e non solo. È costui che cerca fuori da sé i rimedi per ciò di cui è carente, per ciò che gli dà malessere. È costui che crea e poi attribuisce al nemico la responsabilità della propria condizione. In sostanza che sperpera tutte le energie vitali in attenzioni inopportune alla migliore condizione di vita. È solo questo genere d’uomo che può precipitare nella perdita di senso, nel brutale disorientamento del nichilismo esiziale.

Nichilismo relativo allude invece alla consapevolezza che eleggere qualunque affermazione umana sopra le altre, qualunque gerarchia di idee che reificano gesti, scelte e opere corrisponde ad una concezione dell’esistenza prettamente egoica, onde per cui, diviene necessario rinunciare ad identificarsi in conquistatori o sacerdoti di valori superiori, in quanto foriera di conflitti e mantenimento dello status quo e replicazione della storia. Relativo significa, perciò, osservare il mondo dal proprio sé e vedere il burattino dell’io che pensavamo di essere.

Se il nichilismo assoluto riguarda l’ego e nel momento in cui ci agguanta ne demolisce l’incastellatura lasciandoci nella tenebra, quello relativo – che può scaturire in noi a mezzo di un trauma, di un eureka o gradualmente per una ricerca di risposte non effimere e interessate quali quelle che ci fornisce l’io – sfrutta l’emancipazione dal proprio io. A causa di ciò, esso non ci spegne la luce ma illumina il reale mostrandone le ombre che pensavamo essere la conoscenza e fa brillare come il bianco in discoteca le dinamiche energetiche relazionali tra tutte le cose, lasciandoci liberi di osservare quali governano il comportamento degli uomini e quanto la loro ignavia li spinga alla deriva. Lasciandoci perciò operare senza i doveri e la vanità dell’ego. Senza il retropensiero di credersi un’identità indipendente dal tutto.

Il fiore

Il nichilismo attivo non è il culmine disperante pari a quello assoluto, ma un passaggio del discorso evolutivo ricreato dal soggetto che prende coscienza della propria identificazione con l’io-centrico. Infatti, è tramite la visione della vacuità e della vanità di ogni atto e pensiero egoico che se ne libera, sospingendosi così nella conoscenza autentica, universale, oltresecolare. Una conoscenza, che comporta la “Trasvalutazione di tutti i valori”, caratterizzata da uno stato di forza morale, che si irraggia e coinvolge il prossimo, che, per utilizzare forme cattoliche, permette di sostituire l’inferno esistenziale con il paradiso terrestre. Una terra simbolica, che allude ad uno stato intimo sublimante, impedita all’ultimo uomo. Una condizione esistenziale in cui la Volontà di potenza avviene spontaneamente, senza più gli impedimenti egocentrici che la impedivano, permettendo e/o imponendo contemporaneamente il ricorso a meschinità, sotterfugi, bugie, a ciò che il corpus dei Vizi capitali, racchiude ed esprime.

Il nichilismo della filosofia di Nietzsche è dunque evolutivo in quanto l’Oltreuomo è totalmente consapevole della vacuità fondata sulla vanità e sull’apparenza delle opere fisiche e metafisiche umane. Agire come se queste avessero potere e valore universale – come è essenza dell’egocentrismo – non è che la premessa alla perdita di senso della vita, al salto nel vuoto spirituale. Con tale consapevolezza l’Oltreuomo alza l’asticella della sua invulnerabilità, ovvero diviene capace di non disperdere più energia in autocommiserazioni. cioè di rendersela disponibile per riprendersi dopo ogni caduta, in ogni difficoltà. Per divenire sé stesso e smettere di identificarsi con le maschere dei ruoli che via via impersona.

Almeno un accenno

Al discorso, però, manca un tassello, un’ulteriore consapevolezza, quello dell’”Eterno ritorno dell’identico,” al quale, almeno un accenno è dovuto. Riguarda il ripetersi della storia. Non è nell’Ultimo uomo l’origine del perpetuarsi della storia di conflitto e sofferenza in cui versiamo? Un ciclo travestito da forme differenti e perciò inestinguibile nella sua orbita sempre scambiata da una retta che porta verso il futuro. Come non osservarne la siderale distanza da parte dell’Ultimo uomo? Ovvero, come non poter trovare anche in tale consapevolezza ciò che, invece, caratterizza l’Oltreuomo? Non è legittimo riconoscere nella natura dell’Oltreuomo il necessario per evolvere in un altro tipo di storia in cui Dio, cristicamente risorge in ognuno di noi?

Verso l’abbraccio

L’isolamento personale vissuto dal filosofo tedesco, provocato dall’incomprensione generale nei confronti del suo pensiero, del suo Oltreuomo, della sua Volontà di potenza e della sua Morte di Dio, da un lato ne esprime l’alto talento visionario – forse così imprigionato in un intelletto così cristallino da risultare sconveniente all’incarnazione della trasmutazione di tutti i valori – e, dall’altro perciò, narra le ragioni – quantomeno indiziarie – della sua scaduta psicologica. Il principio dell’ashram, cioè di un circolo sodale, forse l’avrebbe sottratto dall’abbraccio al cavallo.

Se così fosse stato, si potrebbe osservare che il processo della filosofia di Nietzsche, di natura cristica, cioè non egoica, dal potenziale terapeutico e sedante, evidentemente non era divenuto atto, realtà, in quanto rimasto impigliato nella dimensione intellettuale del filosofo e, in fondo nell’egoica pretesa di riconoscimento. Un conflitto spiritualmente mortifero, nel quale aveva avuto la peggio, dando così adito ai suoi detrattori che avesse coltivato una stupida utopia.

Si tratta di una critica radicale e feroce ma destinata ad afflosciarsi nella sola dimensione intellettuale. Ne sono referenti i buddha e i bodhisattwa, ovvero quelle persone che hanno compiuto anche il passo mancato a Nietzsche, al quale – e questo è il punto – erano arrivate non a mezzo del pensiero ma della meditazione e della contemplazione.

Conflitto mortifero – dicevamo – fino alla pazzia, che altro non è se non la caduta nel buco nero dei propri pensieri, egregore, ossessioni, terrori ed esaltazioni. Un abisso dallo stretto orizzonte, cieco di slancio vitale (Bergson), dal fondo del quale, qualunque sia il rituale seguito, si può solo urlare la propria accusa al mondo.

L’Uno

Non è comprensibile che Nietzsche abbia abbracciato il cavallo, non in quanto folle, ma in quanto, in un momento di alta empatia, avesse sentito il dolore che la frusta del cocchiere aveva provocato all’animale e, in quella scudisciata e in quella sofferenza, un’unità con esso, nonché, contemporaneamente, la distanza di sé stesso dal resto dell’umanità?

Quel gesto, tanto incompreso quanto spontaneo, dalla semantica chiara, provocato dalla morsa della solitudine, scaturisce dall’identico afflato che sgorga in un bimbo maltrattato nei confronti del suo gattino.

Il rischio del micetto

Quando Carlo Rovelli, fisico italiano internazionalmente noto, dedito anche a ricerche in merito alla natura quantistica della realtà tutta, cioè non solo quella detta infinitamente piccola, intitola una sua pubblicazione “Sull’eguaglianza di tutte le cose”, oltre ad essere un invito a rivisitare il sistema di credenze ego-antropocentriche che concepisce l’esatto contrario, coniuga la visione di Nietzsche con ciò che, dall’avvento della fisica quantistica, è assurto a presenza e discussione nel mondo della scienza.

Sempre senza dimenticare che la filosofia e la scienza occidentale non sono che le ultime arrivate alla conoscenza millenaria offerta agli uomini da tutte le Tradizioni sapienziali della terra.

Anche qualche fisico dovrà abbracciare il suo micetto.

Letteratura e psicanalisi (1)

di Ennio Abate

Che fine ha fatto il tentativo degli anni ’60-’70 del Novecento di confrontare e magari far dialogare marxismo e psicanalisi?  La mia esperienza  di lettore di saggi o articoli vari sul tema – penso a quelli di Elvio Fachinelli, Giancarlo Majorino,  Michele Ranchetti, Lea Melandri; e  al duello,  che mi parve di cogliere nella rivista Allegoria anni ’90 – primo decennio del 2000 tra “psichici” e “stori ci” (o “materialisti”)m come li chiamava Fortini, è finito su un binario morto e i protagonisti, separandosi, si sono ripiegati sulle rispettive crisi: del marxismo, della psicanalisi. Da isolato,  farò, comunque, un riepilogo  di alcuni miei  testardi tentativi   di addentrarmi in  queste «zone di confine fra i saperi contemporanei» (così le chiamavo). E in questa prima puntatapubb lico lo scambio che ebbi nel lontano 1994,  con Sandro Briosi, intellettuale ed  amico troppo presto  perduto  e alquanto scettico verso queste commistioni di saperi o ben più avvertito di me sulle complicate implicazioni teoriche che smuovevano.  (Vedi Intellettuali di fine Novecento: «sulla stessa barca»? «su vagoni diversi»? Un carteggio con Sandro Briosi (1993-1998) sul n. 5 cartaceo di Poliscritture – Febbraio 2009 scaricabile qui . [E. A.]

***

 

Cologno Monzese, 10 gennaio 1994

Gentile prof. Briosi,
[ … ] ho letto sul n. 14 di Allegoria il suo articolo: Il sogno raccontato da Svevo e
proprio in coincidenza con alcune mie prove di “narratorio” a partire da sogni [ … ].
Verso la sua tesi di fondo mi trovo in dissenso: il modello che lei valorizza di scrittore stoicamente eppur saldamente «condannato alla coscienza» cozza con la mia constatazione che reali «sorprese» hanno già cambiato la vita (mia e degli altri) e che la psicoanalisi – almeno quella che vado conoscendo – lungi dal produrle in proprio, dal richiedere abbandoni all’inconscio o «alla diagnosi dell’analista», è interrogazione critica e non scontata; quindi neppure «scienza» che vuole stringerci «entro le maglie del caso clinico». Essa ha corroso semmai lo spazio “irreale” dell’immaginazione, fortezza della letteratura abbastanza espugnata ormai: sia da chi, come Svevo, ha condotto «alle
conseguenze estreme i presunti valori assoluti della razionalità e della coscienza» sia dagli altri «maestri del sospetto»[1] anche a lei ben noti. Perciò non credo che la ricerca di «valori più modesti e concreti, diciamo più deboli» possa prescindere dal pieno riconoscimento di questo ribaltamento novecentesco dei saperi.
Anche a non voler rinunciare alle “vecchie” parole: coscienza e ragione, non possiamo negare la loro riduzione a dialetto; e, se l’Inconscio non è la nuova lingua universale (con la psicoanalisi in veste di sua ancilla privilegiata … ), resta problema ineludibile. Ma davvero – mi chiedo – è così impossibile «ogni manifestazione dell’inconscio, all’interno di un’opera letteraria»? Davvero coscienza e inconscio (o come vogliamo chiamare quest”’altro” dalla coscienza, se la “realtà” tutti – anche lei nella sua lettera – siamo costretti a virgolettarla?) non si frequentano, non si contaminano, e letteratura e psicoanalisi se ne dovrebbero stare specifiche, incomunicanti e autoreferenziali (quasi – mi permetto la battuta – come le varie facoltà universitarie … )?
Ecco, qui è la mia obiezione di fondo. Posso sbagliare, ma, nel ribadire la distanza da mode psicocritiche disinvolte, riduzioniste e irrispettose dei testi letterari, lei mi dà l’impressione di condividere l’idea di un’autosufficienza (sia pur pagata con qualche «rinuncia» … ) della letteratura; e, nel caso esaminato, di spalleggiare troppo Svevo contro l’incomodo «dottor s.». A me pare, invece, che si debba considerare più attentamente l’ambivalenza di Svevo (ma anche di Saba – per quel che so – e di molti altri letterati d’ogni calibro) rispetto alla psicoanalisi o all’idea che ne ha avuto e non dichiararlo così felicemente «condannato alla coscienza».  
Potrò peccare d’ingenuità. Ma, sfuggendo le mode dello psicoanalismo e della letterarietà, è possibile – credo – spingersi sulle zone di confine fra i saperi contemporanei e ficcare il naso nelle discipline “altrui”, ricalibrando la propria (chi ce l’ha, per ruolo o per passione).
Ora, quando lei sottolinea con vigore: 1) la perfetta coscienza di sé di Zeno; 2) la maggiore efficacia nel descrivere questo personaggio della sartriana analisi della «malafede» rispetto alle «analisi del profondo»; 3) la controllabilità (da parte di complici coscienze) della comunicazione letteraria rispetto al meno affidabile «incontro fra incontrollabili inconsci individuali»; 4) la significanza (non inconscia, ma al massimo “invischiata” nel “mondo”, se interpreto bene … ) del linguaggio letterario; 5) la parafrasabilità del romanzo nel riconoscimento dell’«impossibilità, nel nostro universo, di trovare salvezza sia nella Salute che nella Malattia», mi sento di seguirla con molte perplessità e appena possibile obbiettare:
– Il tipo – un po’ particolare, credo – di coscienza di Zeno gli viene da un corpo a corpo, scettico quanto si vuole, proprio con l’inconscio, alla cui esplorazione lo sollecita il «dottor S.», presupposto neppure tanto implicito del suo narrare.
– Senza l’orientarsi della sua scrittura dall’oggettività del naturalismo ad una soggettività più probabilistica, Svevo quella coscienza di Zeno non se la sarebbe potuta permettere così solare, ironica, e leggera.
– Se non c’è nel romanzo «alcun segno di una valutazione univocamente negativa
della “malattia”», Svevo lo deve proprio (se non esclusivamente … ) alla lezione
(orecchiata o studiata) di Freud. Nella sua coscienza entra con prepotenza questo
tema, proprio perché egli respira a pieni polmoni (anche se con la «nota ironia»)
“aria viennese” o – altra ipotesi – attinge, se non al medesimo “pozzo” di Freud e con i suoi strumenti, a “qualcosa di molto prossimo”. E – azzardo – con una specifica strumentazione (letteraria) non poi così dissimile da quella psicoanalitica. (Forse la “complicità fra coscienze” che Svevo coltiva non si ha del tutto in assenza di «un incontro fra incontrollabili inconsci individuali». E la sua comunicazione più formalizzata ha aloni incontrollati che l’accostano – al di là delle apparenze – ai linguaggi “quotidiani” … ).
Svevo, insomma, “civetta” con la psicoanalisi, ma non lo vuole dare a vedere: nasconde questi suoi “commerci” clandestini; ci tiene a mantenere da gran signore distacco e indipendenza di giudizio. Non fa – è ovvio – lo psicoanalista; ma frequenta quell’orbita di ricerca o attinge a quel “qualcosa” e si vede … Se dubitiamo delle sue. affermazioni in contrario o del senso più riconosciuto e ammesso dei suoi testi, non vuol dire che ci arrendiamo al «mito di una letteratura in “presa diretta” con l’inconscio». Evitiamo solo di troncare il legame fra letterato e inconscio (e psicoanalisi) e non ci precludiamo di indagarlo più approfonditamente.
L’inconscio di Svevo non si manifesterà proprio nei “sogni” che racconta nel romanzo?Ammettiamo di buon grado che tutti gli eventi di un romanzo («tutti gli eventi della vita di Zeno», sogni compresi) rientrino nel “regno” della finzione letteraria.
Ma perché in un tale “regno” dovrebbe essere esclusa la presenza o la possibilità di «rapporti con pulsioni profonde della psiche»?
Neppure lei lo esclude, ma lo considera irrilevante. Perché mai? Certo un narratore al sogno dà una “forma”; manipola secondo determinati codici stilistici il dato grezzo, lo fa entrare nei flussi della comunicazione, gli dà un senso, è mosso dall’intenzione di comunicare (anche quando nega … ), eccetera.
Ma, se si trattasse – come lei dichiara – di «un senso che è cosciente e non aveva ancora trovato il modo di distanziarsi da sé», la scrittura e la comunicazione non diventerebbero operazioni quasi aggiuntive rispetto a un pensiero aprioristicamente cosciente, invece che operazioni avventurose e costruttive di un pensiero continuamente sfuggente e rinnovantesi ( come credo)? E dichiarare «inconsci» i significati «prima della scrittura» è davvero affermazione così lontana da Sartre, che li vede invece «invischiati» nel mondo?
lo, comunque, non credo che l’operazione del narrare resti inalterata quando entrano nella narrazione certi dati grezzi invece di altri; quando, insomma, Svevo dà più spazio ai sogni (o alle ambivalenze di un inetto alle prese con uno psicoanalista … ).
Il ricorso a forme tradizionali e secolari di comunicazione letteraria (razionale?) impone un filtro al magma pre-verbale dell’esperienza e il “testo-prodotto” ha comunque il “marchio di fabbrica” della letteratura. Ma nessuna abilità retorica garantisce un pieno «dominio sulla propria materia» o può sbarrare l’accesso a dati più inquietanti o informi – che sono poi quelli di solito più sottolineati dalla ricerca psicoanalitica in genere.
A negare la possibile emersione dell’inconscio anche nei testi letterari (magari non si tratterà del Desiderio ma delle sue macerie … ) si rischia – secondo me – di condannarli ad una pericolosa insolazione di Coscienza.
Lo scrittore non può pretendere – come mi pare faccia Svevo – di sottrarre il
frutto che egli ha colto e abilmente camuffato (e direi: “normalizzato”) alle supposizioni che lettori, critici ed ogni tipo di interpreti, compresi gli psicoanalisti, affacciano per capire anche in quali campi lui l’ha coltivato o – perché no – rubato.
Come vede, mi colpisce molto in Svevo questo duello (lo è poi?) fra scrittore e
psicoanalista. Ma sarei restio, alla fine della competizione, a schierarmi con lo scrittore.
Chi ci guadagna davvero e cosa, fra Zeno e il dottor S.?
Non sono così convinto – ad esempio – che, quando Svevo fa entrare «dentro le maglie del suo racconto» il dottor S., «l’analista ha perso ogni potere sull’analizzato», tant’è vero che quest’ultimo deve fare i conti per pagine e pagine coi dubbi non campati in aria emersi proprio dall’incontro (non casuale, anche se alla fine eluso), con l’altro.
Svevo certo si riconferma nel suo immaginario regno della “finzione letteraria”. Ma non mi pare davvero «libero», se si limita a rovesciare i sintomi dell’inconscio «in manifestazioni di un coscientissimo modo di porsi di fronte alla vita». E, infatti, «la sola alternativa che concepisce alla propria condizione è l’esplosione che la distrugge insieme al mondo in cui essa è immersa».
Questo «coscientissimo modo di porsi di fronte alla vita» manda alla malora anche coscienza e ragione! (Allora preferisco l’ultimo Leopardi de La ginestra ... ).
E vengo alle battute finali del suo scritto.
«Zeno sa benissimo che non ci sarà [ … ] mai un dottor S. che offra una soluzione, una salvezza, una via d’uscita»? Ma perché l’analisi dovrebbe offrire una «salvezza», se non la intendiamo come una fede religiosa?
Non regredisce «ad una condizione pre-razionale od inconscia», ma conduce  «alle conseguenze estreme i presunti valori assoluti della razionalità e della coscienza»? Ma proprio qui vedo il danno della «insolazione illuministica», che carbonizza suo malgrado anche le “vecchie” parole: coscienza e ragione: temendo di “regredire”, fissata al Progresso, prescinde dalle condizioni “inconsce” ma vitali della nostra esistenza… L’inconscio – ripeto e concludo – è un problema troppo aperto (molto più “aperto” che ai tempi di Freud, secondo l’ultimo libro di Jervis … ); e per tutti, non solo per i letterati e gli psicoanalisti.
Se il letterato dovesse rinunciare «alle reali “sorprese” che cambierebbero la sua vita» o accucciarsi dentro lo spazio “irreale” della sola immaginazione, magari anche con l’aiuto di una certa compiacente psicoanalisi, il guadagno del «dominio sulla propria materia» sarebbe irrisorio. Si condannerebbe non alla «libertà» ma a decorar si la prigione.
Con stima fraterna,
Ennio  Abate

 

Replica di Sandro Briosi

Siena, 10 febbraio 1994

Caro Abate,
La ringrazio per la Sua lettera. Le obiezioni che rivolge al mio articolo sollevano un problema di carattere generale, quello dei rapporti tra inconscio e letteratura, su cui una breve prosecuzione del dibattito fra noi potrebbe interessare (e spero coinvolgere) i lettori di Allegoria.
A prima vista la mia posizione, contrapposta alla Sua, parrebbe quella di una difesa “cartesiana” dell’autonomia e della superiorità della coscienza; cercherò di chiarire che si può sostenere il peso non determinante, in letteratura, dell’inconscio senza essere cartesiani ed ignorare la scoperta di Freud. La cura psicoanalitica non è, certo, una dedizione passiva all’analista; è anche interrogazione critica su di sé. Il fatto è che raccontare questa interrogazione significa renderla finta (o finzionale) al fine di farne la portatrice di un senso (cosciente). L’inconscio può certo “irrompere” nella scrittura ma se diventa un elemento arricchente e pertinente rispetto al suo senso lo diventa perché entra a far parte del cosciente sistema formale del testo e solo come funzione di esso può contribuire a significare. E’ ciò che spesso dimentica la psicocritica, che ignora come la pertinenza, la significatività di tratti, formali e non, del testo si può misurare solo rispetto a quel senso, per via dunque ermeneutica e non analitica. Temo che in queste discussioni agisca ancora una confusione tra il carattere non (compiutamente) parafrasabile del senso di un testo letterario (quello che gli idealisti chiamano la sua «ineffabilità») e la sua natura inconscia. Il senso di un testo, diceva Breton, non è «profondo» e «quello che il poeta voleva dire lo ha detto». Va da sé che il sistema formale del testo non lo intendo come un universo chiuso, evasivo, rassicurante: però anche gli interventi in esso più “negativi” e vòlti a rompere ogni effetto armonizzante e consolatorio devono entrare nel “gioco” di quel sistema; per essere efficaci, per avere senso devono essere “coscienti”.
Per questo non mi pare che tra Zeno e il dottor S. ci sia un vero “corpo a corpo”:
il gioco è così finto, la vittoria così scontata. E allora l”’antinaturalismo” di Svevo è
certo debitore verso ciò che egli ha imparato da Freud (la potenziale duplicità di ogni esperienza), ma non dipende dalla presenza della psicoanalisi dentro il romanzo: tale presenza non fittizia avrebbe indotto a trovare la verità nel “profondo”, nella “malattia”, e malattia e salute avrebbero cessato di scambiarsi continuamente le parti.
Se il senso, Lei dice, è già presente alla coscienza dello scrittore prima che egli
gli dia forma scrivendo, la letteratura non è che aggiunta, decorazione. lo direi proprio di no: la sua funzione è quella di liberare la realtà e il suo senso dalla prepotenza ideologica dell”’oggettività” e vi riesce “irrealizzandola”, o, come altri dicono, sospendendo la referenzialità: per cui la «condanna alla coscienza» di cui ho parlato non è affatto «felice» poiché suo compito è proprio quello di distruggere la felicità di chi lascia alle cose la responsabilità di essere ciò che sono.
Ho parlato nel mio articolo dei significati «invischiati», secondo l’espressione di Sartre, nel mondo e lei mi chiede se non c’è qui il segno della presenza dell’inconscio. Risponderei che tale segno è caratterizzato dalla disgregazione (dalla «desimbolizzazione» direbbe Lorenzer[2]) del sintomo, mentre la “donazione di senso” al mondo, che in esso può invischiarsi, è invece un atto di totalizzazione della realtà: una totalizzazione cosciente anche se non consapevole della propria relatività: in essa, cito ancora Sartre, il soggetto è «cosciente (di) sé» e non «cosciente di sé». L’irrealizzazione della letteratura trasforma questa totalità soggettiva in una realtà intersoggettiva e comunicabile, e dominabile. Questo dominio, questa libertà impotente dell’immaginario non è necessariamente felice: Zeno è libero e disperato, senza contraddizione, perché alla sua libertà non vede, nel suo mondo, possibili «applicazioni» che lo liberino dall’angoscia che si esprime nell’esplosione con cui si chiude il romanzo.
L’«insolazione illuministica» scompare insomma se non si crede ad una coscienza «cartesiana» ma a quella «coscienza che è sempre coscienza-di qualcosa» di cui parla Husserl. E se, per esempio, si pensa all’inconscio non come ad una realtà alternativa alla coscienza ma come allo «spessore della coscienza» di cui parla Minkowski: uno spessore che ha strati, alcuni dei quali sfuggono ad ogni controllo e si manifestano in nevrosi e psicosi. In questa prospettiva, la «prigione» in cui siamo non viene «decorata» dall’arte ma appunto irrealizzata, portata a rivelare la sua natura non necessaria e invece storica, frutto di una responsabilità umana. Dopodiché, di per sé la letteratura non “cambia la vita”: come è noto, la vita si cambia cambiando la società; e in certi casi estremi la può cambiare la psicoanalisi praticata (non quella scritta) sbloccando gli strati incontrollati dello spessore della coscienza, conducendoli alla “risimbolizzazione”. Non solo la letteratura non cambia la vita: essa può al contrario (se se ne fraintende la realtà) creare uno spazio pericolosamente illusorio in cui si crede che la vita, individuale e magari anche sociale, sia cambiata mentre la si sta solo contemplando nella sua possibilità di essere diversa.
Mi fermo qui, caro Abate. Bisognerebbe dire molto di più, e in modo più rigoroso; ma ciò porterebbe fuori dallo spazio e dal tono di uno scambio epistolare, della testimonianza dell’effetto stimolante che ha avuto la Sua lettera (e che, spero, avranno le due lettere insieme).
La saluto con viva amicizia,
Sandro Briosi

* Queste due lettere furono pubblicate su Allegoria n.17 Anno VI, Nuova serie, 1994 (pag.138)

[1] Nota 2011. Mi riferivo a Marx e Nietzsche, indicati assieme a Freud con il termine ‘maestri del sospetto’ da Paul Ricoeur. Così ha scritto di loro il filosofo Antimo Negri: «Se risaliamo alla loro intenzione comune, troviamo in essa la decisione di considerare innanzitutto la coscienza nel suo insieme come coscienza “falsa”. Con ciò essi riprendono, ognuno in un diverso registro, il problema del dubbio cartesiano, ma lo portano nel cuore stesso della fortezza cartesiana. Il filosofo educato alla scuola di Cartesio sa che le cose sono dubbie, che non sono come appaiono; ma non dubita che la coscienza non sia cosí come appare a se stessa; in essa, senso e coscienza del senso coincidono; di questo, dopo Marx, Nietzsche e Freud, noi dubitiamo. Dopo il dubbio sulla cosa, è la volta per noi del dubbio sulla coscienza.» (Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati, Milano, 1991, vol. II, pagg. 458-459)

[2] Nota 2011. Alfred Lorenzer (Ulm, April 8, 1922 – Perugia, June 26, 2002) è stato un terapista e sociologo tedesco e un pioniere degli sviluppi interdisciplinari collegando la dimensione psicoanalitica con altre scienze dell’uomo (psicologia, biologia e sociologia).È autore di Crisi del linguaggio e psicanalisi, Laterza, Bari 1975

 

Gli alfieri

di lorenzo merlo ekarrrt – 060526

Natura del prevedibile e dell’imprevedibile o realtà condizionata e creata.

Prendiamo le carte di giocatori seduti al tavolo verde. 

Con la memoria, agevolata dal numero limitato delle carte del mazzo, potremo prevedere, a volte con certezza, altre con incertezza variabile le carte in mano all’avversario.

Se per alcuni giochi, quella certezza può anche essere definitiva, per altri, man mano che le combinazioni si moltiplicano, può essere fallata e fare acqua.

In modo strutturalmente identico, la prevedibilità di un comportamento all’interno di una relazione interpersonale tende ad esprimersi o a farsi lasca a causa di numerose variabili visibili e soprattutto invisibili, energetiche, emozionali, sottili. Se così non fosse potremmo predire come cresce un uomo o un pianta, quali interessi o forme prenderà nel tempo, quale sarà il culmine della sua esistenza e in quale modo morirà.

Quanto detto in merito al gioco delle carte e delle relazioni interpersonali, vale anche nei confronti delle medicine e dei vaccini. Eventi avversi tra quelli elencati nei bugiardini e tra quelli mai accaduti, possono realizzarsi in un individuo e non in un altro o, in questi, in modo differente.

Se nel gioco tutto appare depositato sul piano logico, razionale, meccanico, matematico, ma non lo è. Infatti, appena si prendono in considerazioni quanto le dinamiche dialettiche provocate volontariamente e involontariamente dai giocatori, nonché le loro latenti distrazioni, l’intera dinamica si sposta dal piano cartesiano a quello quantistico, dai singoli elementi separati a quello a rete o organico. Vale a dire che l’attendibilità della prevedibilità logico-matematica può venire drasticamente sabotata dal comportamento e dalle scelte dei giocatori a causa delle loro reazioni per noi inconcepibili, quindi impreviste.

Se nei giochi più semplici delle carte quanto detto si evidenzia in una certa misura, in altri, per esempio nel poker, la questione si conclama.

L’equivoco e l’incomprensione non stanno soltanto in un difetto meccanico: non aver sentito una parte di frase; aver inteso una parola che all’origine era un’altra; si riteneva attento il destinatario della nostra asserzione, ma non lo era; eccetera. Più facilmente si generano a causa della natura generale e di quella del momento che risiede in noi e filtra il mondo, secondo una modalità – – fatto salvo in stato di depressione e psicopatologie – sempre a favore della nostra biografia, posizione, idea. Ma filtra, in realtà non è puntuale. Crea è più opportuno. Infatti, in funzione di quanto alberga in noi, cogliamo dall’infinito i puntini utili al nostro disegno e lo chiamiamo realtà, verità, bene, giustizia e, riservato ai più acuti di noi, anche buon senso e ovvio. Così facendo ci sembra di seguire il nostro tracciato, mentre si tratta di una narrazione, che come per un film, è indotta dal montaggio occulto a noi stessi, ma eseguito secondo i nostri interessi.

L’incomprensione e l’imprevedibilità si spargono su tutti i contesti relazionali, quando tra gli interlocutori sussiste una occulta voragine esperienziale, culturale, intellettuale, immaginaria, valoriale, concezionale, semantica, eccetera. Tuttavia, per quanto sia profondo quell’abisso, a mezzo di un sentimento di attrazione, sarà riempito d’amore e reso impotente. Mentre, al contrario, con un sentimento di rifiuto, la profondità rimane insuperabile pur comprendendosi. Si tratta di estremi la cui natura e il cui potere si può evincere andando alle voci: “uomo compiuto” e “uomo ideologico”.

Tale configurazione quantistica della dialettica è necessariamente estranea alla nostra cultura soggiogata e delimitata dal criterio logico-meccanicista. 

Un’estraneità che si mostra in tutti i contesti sociali, politici, educativi, psicoterapeutici e psicomotori un po’ meno, medici che, insieme a mami industria farmaceutica o delle malattie, è il campione a mani basse dello speciale campionato del mondo ridotto a oggetti, eccetera, eccetera.

Un’industria di rendite immani totalmente eretto sulla salute di tutte le persone del mondo, cavie le miserabili, sani dichiarati malati da criteri massivi, malati mantenuti in vita come consumatori di medicine allopatiche.

Se ogni persona del mondo agisce e reagisce cogliendo dall’infinito il suo necessario e mantenendo così la sorpresa e l’imprevisto nei confronti dei metodi, dei criteri, delle uniformizzazioni, delle consuetudini e dei condizionamenti, tale osservazione si presta ad essere mutuata in ambito chimico-organico.

Se un farmaco può combinarsi in qualche organismo in modo non previsto dalla statistica non si tratta di un’eccezione come la scienza del conteggio percentuale ci direbbe. E non si tratta neppure di porre fine a tale presunta eccezione aggiornando il bugiardino. Con l’assunzione di un farmaco, sostanza e vaccino la nostra identità bio-chimica – esponente ed espediente della vita per restare informata e mantenere sé stessa – entra in relazione personale secondo modalità quantistiche.

A chi fa appello al principio positivista dei costi-benefici, la domanda è, “secondo quale scala temporale?” Quei costi-benefici sono gli stessi adottati, sventolati e rivenduti dal capitalismo. Gli stessi che hanno devastato la terra, così come quelli dell’industria farmaceutica hanno devastato la salute.

Va da sé che i bugiardini di farmaci e vaccini non potranno mai essere esaustivi e che il consenso informato è una fandonia, una partita giocata con un baro. E forse, va da sé anche che, la modalità quantistica di relazione dell’individuo, come di ogni organismo vivente e sociale con il mondo, tarderà a fare breccia nell’attuale cultura cartesiana. Il potere delle case farmaceutiche non lo permetterà e i medici diligenti saranno i loro ignari alfieri, spergiuri di Ippocrate nonostante l’informazione puntuale fornita, tra l’altro, dalle allergie e dal loro andarivieni, attestarsi e scomparire.

Diritto e rivoluzione

DALLA CRONACA ALLA TEORIA

 
a cura di Ennio Abate

Pubblico  questo scambio di opinioni su Facebook tra  Alessandra Roman Tomat (di professione avvocato)  e me. E’ nato da un recente fatto di cronaca: la vicenda dei gioilliere Ruggero, la sua condanna  per aver ucciso dei rapinatori in fuga, la richiesta di grazia, l’immediato polarizzarsi delle tifoserie pro e contro, un fiume di chiacchiere,  uno straripare sui sociali di “liquame morale”(F. Battistutta) .  Oltre a permettere una riflessione tra  modo “social” e “modo libro”  di parlarne,  l’aspetto che più mi ha colpito è  questo: dinanzi  ad una cronaca così manipolata e umorale anche chi, come Alessandra,  vuole uscire dal fatto  singolo e ragionare  può soltanto – dico io – ricordare la Legge, lo Stato di diritto vigente. E allora, come superstite di una generazione che ha vissuto tempi in cui una visione marxista e comunista anche sul problema dei delitti e delle pene non era finita  nel buio di questo eterno presente (capitalistico),  tocca a mia volta ricordare un autore, ignoto al grande pubblico e messo da parte dagli studiosi  accademici.  Si tratta di Evgenij Bronislavovič Pašukanis (1891 – 1937), che fece  discorsi “strani” e “folli” sull’estinzione del Diritto Li ritengo – guarda un po’! – ancora oggi indispensabili  e da studiare. Ultima nota: questo mio – non posso più dire nostro – antenato, giurista e poi commissario del popolo per la giustizia dopo la rovoluzione del 1917, scomparve nel gorgo dello repressione stalinista. [E. A.]

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Alessandra Roman Tomat

USCIAMO DAL FATTO SINGOLO E RAGIONIAMO?

Questo fatto famoso che non nomino perché attira gli haters come mosche sul miele, mi ha ricordato una cosa che spesso devo dire anche ai miei assistiti ma che non sempre viene capita.
Un imputato può difendersi come crede, anche mentire o raccontare gli eventi in modo molto “soggettivo”, diciamo secondo la sua individuale sensibilità.
Non gli viene chiesto nessun “giuramento” o impegno, non è un testimone.
Se però racconta delle cose contraddittorie o “ai limiti della realtà” (anche nel caso famoso che non nomino pare sia andata così), cioè che non hanno una EVIDENZA nei fatti percepibili, delle due, una: o riesce a dimostrare, con qualche elemento di prova (oltre le sue sole parole) che le cose sono andate come dice lui (perché, certo!, per carità, a volte capitano anche le cose inverosimili), oppure finisce per rafforzare la convinzione dei giudici che, se sta dicendo delle apparenti fanfaluche e non ha trovato di meglio, le cose siano andate nel modo banale e prevedibile indicato dall’accusa.
Insomma, nella propria difesa, si è aiutati da un difensore anche per stare con i piedi per terra.
Io ci tengo molto a questo.
Troppo, secondo alcuni colleghi, più propensi ad assecondare il cliente.
La legge non e un “sentimento” di giustizia/ingiustizia, ma un insieme di regole con una loro logica e ci si difende stando dentro quella logica, non fuori.
Tra l’altro queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli.
Io inorridisco sempre, quando, anche a sinistra, per un caso che pare ingiusto o che smuove i cuori, si comincia a dire: “cambiate la legge SUBITO!!!!”
Non so come dirvelo, ma sono certa che nessuno di voi si sentirebbe tranquillo, ad essere giudicato “in cuore e coscienza” da dei perfetti sconosciuti.
Meglio avere quattro regole generali dentro un arido codice e accettarle, anche quando non ci piacciono e ci sembra che proprio non facciano al (particolarissimo, straordinario, delicatissimo) caso nostro.

P.S.Ho scaricato, per ragioni professionali, la sentenza del caso famoso e, se mi sembrasse interessante, magari la commenterò.


Ennio Abate

UN APPUNTO. USCIAMO DAL FATTO SINGOLO E RAGIONIAMO. MA SULL’INTERO “CONTESTO”.
Mio commento al post di Alessandra Roman Tomat
·https://www.facebook.com/alessandra.tomat/posts/pfbid02qUeq2KyrGgHoDATUVGwfSmiEJa4UKeWwRGFiePTmQmEir2vg35Qdb8wUDaCqS2Uyl?locale=it_IT

“queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli. ” (Roman)

E però, anche se il dibattito d’oggi farà apparire marziana la mia osservazione, va ricordato che “qualcosa” non funziona in “queste regole” che “corrispondono ad una morale “standadizzata””. Non è più vero o fuori discussione che servono alla “convivenza tra i popolo”. Né nella vita quotidiana. Né nei rapporti tra Stati a livello internazionale. Ce lo ricorda la cronaca delle violenze quotidiane. Ce lo ricordano la guerra in Ucraina, il genocidio o comunque la distruzione di un’intera Gaza, ecc.
E se nel caso di cronaca, di cui tanto si parla, si è arrivati a contrapporre con protervia il ritorno alla “giustizia fai da te” alla Legge vigente (sulla carta), è perché anche a livello mondiale forse i Grandi, e non i semplici gioliellieri, hanno iniziato la danza “selvaggia”.
Il Vecchio Ordine non basta più. Il Nuovo Ordine non si vede ancora. Siamo in un caos da cui non sappiamo come usciremo o usciranno (i nostri figli o nipoti).


Cosa penso sul caso, l’ho già scritto in altri post e se avrò tempo farò un’analisi della sentenza per spiegare e per spiegarmi alcune cose che possono interessare in diritto. Non sono AFFATTO d’accordo, invece, con l’analisi che sponsorizzi, la trovo banale e forzata. Certamente il diritto è fonte (anche) di oppressione, riproduttivo dello status quo. Uh, che novità, guarda, che pensiero originale! Ci sono filosofi che lo dicono dalla notte di tempi. Ma dai!
Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo, la rivoluzione divora e crea, il diritto conserva. Detto ciò ci sono alcuni strumenti irrinunciabili che servono più o meno a noi tutti, a meno che non si abbiano le palle per l’anarchia dura, per il Far West vero, rischiando l’isolamento sociale, il carcere e anche la morte. Non conosco nessuno che viva così, sempre indipendente, sempre contro. Quindi, ciò che accomuna me, te, Roggero e la stragrande maggioranza fa sì che, non avendo fatto la suddetta radicale scelta, abbiamo bisogno di una base di diritti per sopravvivere: infatti, andiamo a scuola, andiamo in ospedale e pretendiamo di essere curati, chiamiamo la polizia se stanno per ammazzarci, ma anche se hanno parcheggiato di traverso sul marciapiede. Cose così, banali, se vuoi.
Nella mia opinione (ma ci saranno eminenti giuristi che diranno il contrario) questa base di diritto non ha molto a che fare, a parte il nome, con il diritto internazionale e il grande inganno -per me- è stato pensare che potesse funzionare allo stesso modo. Questa base di diritto non ha niente di rivoluzionario (infatti alcuni principi sono uguali in Stati con sistemi politici DIVERSISSIMI) ma ci protegge. Questa base prevede che non ci si faccia giustizia da soli e quindi il nostro eroe del giorno, può stare più o meno simpatico, essere più o meno capito o compatito, ma andava NECESSARIAMENTE condannato. Tutto il casino che si sta facendo è solo fumo negli occhi delle masse.
E questo si, -ecco, questo si-, può avere a che fare con la politica internazionale, con le tragedie del mondo, perché invece di interessarci di questioni globali, stiamo qui a baloccarci con casi singoli affascinanti magari, ma davvero minimi nella storia universale: Garlasco, Roggero, la famiglia nel bosco …

 
 
ANCHE LENIN AVEVA STUDIATO LEGGE MA FECE UNA RIVOLUZIONE

Replico in ritardo e con queste precisazioni all’interessante commento di Alessandra:
 
1. Che il Diritto sia la ratifica (e non la fonte) di un dominio (che può avere, però, varie gradazioni repressive) sarà anche stato detto “dalla notte dei tempi”, ma non è che i problemi delle sue origini, della sua necessità, della sua efficacia o della sua riduzione a mero formalismo siano stati definitivamente sciolti. Non vedo, dunque, banalità in chi ancora oggi sottolinei quanto sia problematica l’esistenza reale dello Stato di diritto in Italia (o altrove) anche se la Costituzione lo presuppone.

2. Il diritto ratifica un certo ordinamento alla fine di fasi più o meno aspre di conflitto. È il caso dello Statuto Albertino o della Costituzione repubblicana italiana per stare alla storia del nostro Paese. Consideriamolo pure – ma solo in mancanza di meglio – uno strumento irrinunciabile. Quello che non mi sento di dire è che non sarà mai più modificabile e che serva” più o meno a noi tutti”. No, secondo me, è servito innanzitutto ai vincitori del conflitto contro il regime fascista (e la monarchia). E si può ammettere che è anche servito – ma non sempre o nella stessa misura in cui ner hanno goduto i vincitori – anche ad altri: gli sconfitti e i “neutrali” o quelli delle “zone grigie”. (Andrebbero studiati i vari casi della rivoluzione francese, russa, cinese, cubana o altre).

3. « Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo». Vero. Ma va chiarito che la rivoluzione non è una questione di scelta (individuale poi!) o di “palle” o di preferenze soggettive per l’Ordine o il Disordine (l’anarchia dura, il Far West vero). Il Diritto, ovvio, viene imposto anche ai riottosi o ai ribelli. Che, in determinate condizioni, se riescono a farsi portavoce di nuovi bisogni, potrebbero innestare processi che potrebbero metterlo in discussione e, al limite si troveranno di fronte ad un bivio: ratificare quei bisogni finalmente riconosciuti in un nuovo Diritto o mantenerli – ammesso che sia possibile – “in ebollizioni” o in uno stato di “incandescenza” (permanente?).

4. Lo Stato di Diritto – quello affermatosi in una certa contingenza storica – non permette che ci si faccia giustizia da soli. E fin quando ci sono maggioranze sociali che accettano (o subiscono) lo Stato di Diritto vigente, chi si fa giustizia da solo verrà condannato e la cosa non susciterà scandalo. Ma, se la società muta e muta anche il suo clima politico e mutano i bisogni sociali e i rapporti di forza tra le varie componenti (o classi) sociali? E se si arriva al punto che non vengono più soddisfatti almeno in una certa misura certi bisogni? E, cioè, «andiamo a scuola» e ci troviamo in un parcheggio senza prospettive (almeno di lavoro), «andiamo in ospedale » e, invece di essere curati, ci becchiamo altre malattie, « chiamiamo la polizia in caso di pericolo» e quella non arriva o agisce come hanno fatto i poliziotti al quartiere Pilastro di Bologna con il povero Farik?
I dubbi sulla efficacia di *questo* Stato di diritto crescono. E si ripresentano certe condizioni in cui il farsi giustizia da sé o il dar sfogo alle pulsioni omicide fino ad allora tenute sotto controllo possono diventare una tentazione diffusa, che può essere cavalcata o strumentalizzata da gioiellieri, generali in pensione o forze governative più o meno traballanti.
Si ripresentato cioè rischi di fascismi o neofascismi [APPENDICE 1]

5. La distinzione che fai tra Diritto nazionale e Diritto internazionale mi pare rischiosa o comunque tanto complessa che non mi sento di affrontarla qui.

6. Le mie obiezioni tendono (con una certa approssimazione) a vedere la questione dello Stato di Diritto come processo storico e in mutamento. E non, come mi pare tu faccia, a insistere sulla “utilità pragmatica” e sulla sua “immutabilità”. Vorrei che la questione restasse aperta e potesse essere approfondita. E perciò suggerisco la lettura di questo scritto di Giso Amendola su Pašukanis, Prefazione a “La teoria generale del diritto e il marxismo”  https://www.euronomade.info/prefazione-a-la-teoria…/
Lo scritto tocca spinosi e complessi problemi (diritto “in transizione”, del diritto « che ha contenuti determinati dalla classe dominante» o che « è costitutivamente borghese, già nella sua forma», possibilità o meno di fare un « utilizzo transitorio di certi suoi dispositivi» o che sia possibile affermare « forme di regolazione altre rispetto a quelle incentrate sul diritto» ) niente affatto banali o trascurabili.


APPENDICE 1

Su “Noi e il fascismo” (libro del filosofo Franco Esposito)
È ingenuo vedere il fascismo come fenomeno prevalentemente ideologico.
La domanda da farsi non è come Mussolini o Hitler siano riusciti a convincere milioni di persone. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché milioni di persone abbiano desiderato essere convinte.
Il fascismo non conquista le masse esclusivamente perché controlla gli apparati dello Stato o gli strumenti della propaganda.
Prima ancora mobilita desideri, produce identificazionicon leader, promette appartenenza.
Non si limita a disciplinare i corpi ma, anzitutto, li seduce. E orienta e organizza le passioni-pulsioni della gente. Anzi trasforma la subordinazione in esperienza emotivamente gratificante: la sottomissione al capo viene compensata dalla possibilità di esercitare il dominio su chi occupa una posizione inferiore nella gerarchia sociale.
I l fascismo va pensato non soltanto come ideologia ma come macchina
Una macchina che organizza passioni. E che non appartiene esclusivamente al passato. Può funzionare anche oggi.
Le passioni-pulsioni che il fascismo ha mobilitato in passato nonsono mai state espulse definitivamente dalla storia. Non sono state cancellate con la caduta dei regimi fascisti che le hanno utilizzate.
Continuano a vivere anche nelle società moderne o contemporanee. Quindi, quei modi di desiderare, obbedire e appartenere a un’ organizzazione, che provarono uomini (e donne) in passato, possono essere vissute ancora nel presente.
È una illusione che il fascismo sia stato definitivamente neutralizzato e relegato nel museo delle ideologie sconfitte. E il ritorno di certi simboli o parole d’ordine fasciste ( es. Vannacci) è il sintomo del ripresentarsi in parti della società di quelle passioni-pulsioni mai eliminate. Perché se persistono certe condizioni antropologiche – ma anche materiali (differenze di reddito, d’istruzione, di decisione) – è sempre possibile che la gente o parti della società appoggino le soluzioni fasciste anziché democratiche di risolvere i problemi.
 
 
 
 
 
 

È la legge!


di lorenzo merlo ekarrrt – 280526

Punteggiatura di un arco che dai proclami del Diritto alla felicità ci ha garantito la Certezza della pena.

I bambini la sentono dire, ma, presi dai giochi dell’età, non ci fanno caso. Però ne assimilano la formula finché poi, da grandi, dopo mille altre repliche subliminalmente ascoltate, determinati e convinti, la tirano fuori dal proprio cilindro obbligato dalla cultura nella quale sono cresciuti e che li ha forgiati. A quel punto, “è la legge del mercato”, non è più solo una semplice verità esistenziale sempre in bilico tra bisogno e disponibilità e neppure l’espediente usuraio di qualche canaglia coi gemelli e la Rolls, è l’aria, indispensabile alla vita.
Se la utilizzasse una madre nei confronti del figlio avremmo fatto dell’umanità un Panopticon da tutto esaurito da ergastolani in fasce.

Sul monolitico pilastro della legge del mercato sono state oligarchicamente elette le vie della colonizzazione. Per certuni, con boccoli e habit dégagé, non si trattava di nient’altro che un’ovvia conseguenza della propria superiorità e di quella del proprio popolo. Per questi, colonizzare non era depredare ma banalmente arraffare il necessario in cambio dell’azione civilizzatrice resa a negri, irlandesi, indiani, arabi, indios, eccetera, eccetera. L’elenco è geograficamente avvolgente e storicamente esteso.

Se con i bottini predati le labbra della voragine di ricchezza che separava colonizzati e colonizzatori si allontanavano inesorabilmente fino a provocare le rivoluzioni emancipatorie. Da quella apertura spalancata seguitano ancora a udirsi le grida dell’ingiustizia. Urla che non oltrepassa il comodo abitacolo a doppi vetri delle Rolls, ma neppure quello cigolante delle utilitarie.

Gli strumenti del saccheggio, vascelli e velieri, che avevano portato fucili e bon-bon ed erano ritornati con schiavi e ruberie senza che nessuno ne provasse vergogna, proseguirono dopo un passaggio in camerino per cambiarsi l’abito. Ad un certo punto non si poteva più usare deliberatamente la forza: i diritti umani seppur vessati stavano facendo il loro percorso nella storia.

L’industrializzazione, che aveva ulteriormente dissanguato terre e popoli e che si era sovrapposta agli ultimi decenni delle colonizzazioni, si era trovata davanti a due orizzonti. Su uno campeggiava un cielo sereno, sull’altro, una preoccupante perturbazione. Al primo corrispondeva la disponibilità di mercati in cui affondare la siringa che li sfruttasse. Al secondo, l’avanzata del Quarto stato, l’Internazionale socialista, l’ideologia comunista.
Ma, anche se la dimensione che coinvolgeva l’industria e i lavoratori aveva un’identità planetario-occidentale, i mercati erano per lo più locali. L’avvento della televisione e della ricerca psicologica nel campo della comunicazione pubblicitaria erano stati sapientemente amalgamati nel crogiolo degli industriali concentrati sul profitto.

Impregnati di merci i mercati nazionali, la triplice unità composta dallo spirito industriale, dei servizi e della comunicazione spinse gli uomini a guardare anche oltre confine in cerca di mercati vergini da profanare con la violenza del consumismo, un’inattesa (?) modalità di concezione del mondo, in quanto ormai necessario al sostentamento del sistema. Un’assuefazione che, come quelle di ogni altro genere, comportava la necessità e l’incremento della dose.

Detto fatto. multinazionali, delocalizzazione e globalizzazione provvedevano ad ampliare il potere di pochi, a ridurre il costo del lavoro e delle merci. La legge del mercato lo richiedeva per fronteggiare la concorrenza che non era ancora cinese, ma completamente fratricida, cioè infranazionale e infraoccidentale e per scavalcare le difficoltà di scambio commerciale. Quest’ultimo, una specie di tappo tolto il quale, con la favola della distribuzione della ricchezza, tutti i paesi avrebbero subito lo tsunami delle merci e della comunicazione, unguento utile alla marea del consumismo. Una patologia che significa dipendenza dal consumo e che, fatto salvo pochi circoli dal carattere situazionistico, non è stata ancora dichiarata tale da alcuna politica e da nessuna cultura. E come potrebbero queste criticare, frenare o eludere la prima garanzia per l’estensione e il mantenimento dei mercati e dei mercanti vista la loro biologia economica?
Nel contempo, dei plinti delle storie e delle culture locali, dell’idioma e dell’identità di persone e popoli demoliti dall’onda mortifera, non restavano che relitti lasciati a sé stessi nel liquame addolcito dai bon-bon che tutto stava invadendo.

Per il guadagno non si guarda in faccia a niente, la legge del mercato delle virtù morali non solo non sa che farsene, ma le ha surclassate e derise coprendo di buone maniere il vuoto della loro assenza. La mascherata di solito è taciuta, è assente dal dibattito pubblico come se tutti i pensieri fossero sotto incantesimo. Si preferisce legittimare, anzi celebrare, l’avidità, con l’impostura della legge del mercato. E che la legge dei bisogni primari vada a quel paese. Il dono, l’empatia, la condivisione sono per lo più dimenticate anche nelle relazioni più minute. L’ombra del chi più ha più è non smette di stare sul collo dei pensieri. Con tale spiritualità che altro mondo, oltre a quello sanguinante in cui ci troviamo, sarebbe potuto prosperare?

Ma se il capitalismo reale, che con le lobby era in procinto di avere in sé il parlamento occulto del governo di parte del mondo a mezzo del denaro, quello finanziario e digitale è all’altezza di permettersi l’acquisto di un numero crescente di politiche statali. Parlare oggi di bene pubblico e di servizi sociali allappa il pensare dei progressisti uniti – quell’amalgama di rosso, di nero e altri sei colori, che ha venduto la politica al capitale – come se si volesse rimettere a posto le scaglie delle farfalle. Un’utopia socialista, secondo il gergo delle ideologie, che in mano a soggetti privati, resterà tale perché il profitto prevede lo sfruttamento delle persone, non la cura. È la legge del mercato che lo dice! Chiuso il discorso!

Se le politiche per il benessere sono una specie di muro del pianto della discarica, quelle del controllo appaiono invece come un’ara al centro dell’attenzione. Non più “patente e libretto” ma biometria come una camicia di forza indossata senza pena, per alcuni con soddisfazione.

Dei lavoratori, fatto salvo che in termini di mascherata, non ci si occupa più. Equivalgono a frazioni di macchinari cibernetici, ferri, byte e bit che non piantano grane. Sotto un’egida algoritmica, i lavoratori si trovano finalmente uniti. Ma questa volta il loro potere non sta nella consapevolezza del plusvalore che producono, ma in quanto consumano. Un criterio di mercato che, élite a parte, non esclude nessuno. O meglio, esclude dal diritto all’esistenza chiunque non voglia o non possa sottostare alle richieste del regista della mascherata. In sostanza, chiunque non voglia o non possa consumare. Chiunque non sia ligio nel rispetto della vita a punti.
Intanto, vita natural durante, il più possibile di tutti noi viene raccolto con metodi subdoli – anche quando sembrano trasparenti – e analizzato anche senza il trucchetto del consenso degli interessati. Una messe di informazioni che finisce nell’alambicco algoritmico gocciolante di verità indispensabili al mercato.

Guerre come industria da far girare e egemonia da mantenere, guerre senza neppure più il bisogno di favole all’antrace per scatenarle. Ora che il mazziere capitale può giocare a carte scoperte come mai prima, rivela al mondo in che direzione cieca corre il treno bestiame in cui siamo trasportati con tv 4k e connessione permanente. Ma il folle sferragliamento non arriva alle orecchie dei divanisti. Concentrati sul sostenibile, vanno al negozio giulivi per comprare l’auto, la moto, la bici, il quad e la barca elettrica certi di dare il buon esempio ai figli e al prossimo, soddisfatti per il tappo attaccato alla bottiglia e per aver risparmiato portandosi via tre merci al prezzo di due quando gliene serviva soltanto una e spesso nessuna. Sottrarsi così facendo alla responsabilità dell’inquinamento del mondo lo fa stare meglio, un po’ come sapere di Gaza e cambiare canale e delle emissioni del capitalismo e fare appello al magico TINA, ingrediente fondamentale per tutte le salse dello status quo. I divanisti si interessano all’economia circolare e all’impatto zero come fossero davvero medicine per guarire il pianeta. Sulle cause capitalistiche del cancro in cui riversa non sa e non vuole sapere nulla. E se proprio insisti, ti chiama luddista.

La carta dell’immigrazione sconsiderata sarebbe stata geniale per l’uomo che l’avrebbe giocata, ma assolutamente banale per la legge del mercato. Fa parte della sua genetica, biochimica e fisiologia escogitare l’espediente utile a restare in piedi. Un po’ quello che fanno tutti quando s’inciampa.
Il caporalato con i colletti bianchi – tanto per utilizzare termine datato, ma non estinto – vede nei disperati il necessario per abbattere il costo di produzione indispensabile per far pronte alla nuova concorrenza orientale, nei confronti della quale la legge del mercato da monopolistico-occidentale ha costretto i propri padroni a impegnarla sul tavolo verde della geopolitica, per giocare la partita con il nuovo giocatore chiamato Brics. Un gesto dietro il quale non v’è alcuna solidarietà sociale ma forse l’ultimo trucco dei capitalisti americani per evitare un isolamento dal mondo del proprio paese e il rischio con prospettive di autarchia forzata.

Nel grande caos – ma il lume della ragione e la ricchezza distribuita non dovevano portarci altrove? Quello della scienza non doveva condurci alla salute? E quello del benessere materiale non avrebbe estinto i drammi esistenziali? – la riduzione della democrazia, quello della popolazione e l’aumento esponenziale dei rifiuti non sono ancora temi dibattuti come lo erano stati la legge sul divorzio e poi quella sull’aborto. Appena la mentalità sarà stata fatta maturare a puntino, il progressismo che già allora vendeva e ciarlava di diritti individuali tornerà alla ribalta per calcare le vette dei salotti tv e i cortili dei social per sostenere il nuovo ordine mondiale di marca capitalista. E, se l’eutanasia pop non ha più salita ma solo discesa davanti a sé, la mercificazione dei propri organi a morte avvenuta, sarà promossa dal basso, dai poveracci, avvinghiati alla speranza di sottrarre i propri figli dalla pena quotidiana. La legge del mercato ce lo chiede.

Esatto, è la legge. Ma la legge si inventa, si cambia, si abroga. Quindi è arbitraria, a vantaggio di pochi e a protezione (si fa per dire) di chi si adegua. Se il liberistico Sogno americano è stato una flebo che a mani basse ha assuefatto lo spirito dei benpensanti/nullapensanti dell’intero occidente, chi non si è fatto intossicare e chi è riuscito a liberarsi dalla dipendenza non ha peso politico, non conta nulla se non nelle proscrittive liste dei copisti velinari che, come sostengono la nazista ma democratica Ucraina, così raccolgono in un solo fascio tutte le erbe dei dissidenti, siano terrapiattisti, nowax, nowar, putiniani e utopisti.
È giusto! È la legge del più forte! È naturale! Così parlano i sostenitori del sistema che ha creato i problemi esiziali che ci piovono sulla testa come in un fortunale e che – surreale epilogo – crede di risolversi senza abbandonarlo.
E poi, non è per niente naturale, non c’è consonanza tra l’accumulo capitalistico e ciò che accade in natura, dove sussiste solo il necessario al sostentamento.
Infine, le categorie appena citate inventate dai giornalacci e denigrate dalla maggioranza divanistica forse, proprio nella crescente bromurizzazione generale cui stiamo assistendo, troveranno l’idea giusta per radunarsi e fare breccia. È la legge della sopravvivenza!

I palafrenieri

di lorenzo merlo ekarrrt – 090626

Il monopolio della cultura razionalista sull’immaginario e la fandonia della meritocrazia.

Monopolio

Il capo-famiglia illuminista della nostra cultura, è stato prolifico. I numerosi figli, nipoti e pronipoti naturali e acquisiti, quali il razionalismo, il meccanicismo, il materialismo, il positivismo, lo scientismo, il determinismo e il riduzionismo ne hanno mantenuto lo spirito irraggiando il pensiero e l’immaginario con l’idea che ogni aspetto della realtà potesse essere messo sotto calcolo, sotto controllo e quindi realizzando la prevedibilità. Un mito razionalista per il quale è stata impiegata l’energia avuta a disposizione da numerose generazioni di ricercatori. Visto il contesto in cui sono vissuti, nulla di strano. Come biasimarli. Immersi in un mondo composto da oggetti materiali, tutti soggetti al principio di causa-effetto, tutti con proprietà proprie ed oggettive, sostenuto dalla ripetitività di molti eventi come per esempio il rimbalzo di una palla spinta a terra come fanno i cestisti, al pari del giogo di qualunque altra ideologia non avevano alternative.

L’idea di prevedere il comportamento di ogni aspetto del reale era una specie di missione alla quale nessun pazzo vi si sarebbe sottratto, sul cui successo si poteva scommettere e vincere. E a ragione. Infatti, tanto più si alza la capacità di calcolo e si riducono gli oggetti in campo, tanto più la prevedibilità tende a crescere e ad essere confermata e rispettata. Viceversa, in contesti metafisifi-umani, caratterizzati da interazioni esponenzializzate verso numeri che inseguono l’infinito si generano spontanee nuove relazioni imprevedibili che obbligano i sacerdoti del controllo ad aggiornare i dati immessi nei sistemi algoritmici e la relativa potenza di calcolo.

Nella furia della salita al sapere – è questa la figurazione che diviene dall’idea positivista del mattoncino dopo l’altro, insistente rappresentazione dell’incedere umano nonostante il ripetersi brutale della storia, se non il suo peggioramento – sono stati travolti, cioè resi oggetti e dati, anche gli uomini e il loro pensare. Le ragioni di controllo, d’induzione di paura e di riduzione a consumatore non hanno più palizzate etiche, tutte scavalcate dai salti disumani del digitale.

Siamo quindi travolti da un’orda cognitiva che, con languida coercizione, ci irreggimenta e deforma a propria immagine e somiglianza ogni genere di pensiero, scartando e denigrando quelli non ammansibili. Una crociata d’annientamento dell’indipendenza intellettuale, aulica o da bar sport non fa differenza. Tutti siamo sospinti a succhiare il medesimo nettare che sgorga da ogni dove: scuola, famiglia, master, chiesa, giornalacci pornografici, tv non da meno, radio offensive, pubblicità a battuta perpetua, amici e nemici.

Così, uno dei risultati è che bimbi e adulti, molti cosiddetti scienziati inclusi, si nutrono dalla sola mammella cognitiva disponibile, che li cresce sotto l’egida che verità fa rima baciata con scienzah, È lo scientismo, la più fallace delle filosofie, ora cavalcate a spron battuto da aziende, commercianti, e potere economico.

Il lungo passaggio nel tubo culturale ci tritura l’immaginazione uniformando il pastone indistinto che ne risulta, trasformando pressoché chiunque in inconsapevoli scudieri di catafratti al comando del più grande partito razzista in quanto radicale nel suo criterio selettivo. Razzista come se le idee avessero tra loro natura e diritto differente, tanto da poterne stilare una gerarchia perfetta. Come se la loro proprietà fosse di chi le esprime. Un’ottusità preclara che svela l’incantesimo dell’ego in cui è intrappolato chi la stila e chi la rispetta.

La sostanza è facile da riassumere. È modalità comune macchiare tutti i contesti col grasso dei lumi, buono per far girare pistoni e bielle, ma inefficace e altamente dannosa come una motonave fuori controllo in porto quando applicata alle dimensioni sottili a mezzo delle quale ci relazioniamo al mondo. Talmente immateriali che nessuna rete, tantomeno a strascico, può catturare.

Meritocrazia

Sembra banale, anzi lo è, ma in pratica è un grande segreto. Ne è campione il concetto e strumento detto meritocrazia. Un grezzo attrezzo, una clava con la quale si ritiene di eludere il nepotismo – e fin qua potremmo condividere – e dare il giusto merito alle competenze effettivamente acquisite dalle persone. Ma, se non positivisticamente parlando, è qui che viene meno la presunta superiorità del criterio meritocratico. Come essere meritocratici – ne possono essere il soggetto i docenti, i sistemi, le istituzioni, i club, ecc – senza aver arbitrariamente adottato griglie di valutazione e protocolli compiacenti al proprio intento? Criteri di selezione che per antonomasia non possono che tener conto del livello specifico dimostrato dai selezionandi. E che, contemporaneamente escludono coloro che non lo dimostrano – e, questo è il punto – indipendentemente dalle doti che mostrerebbero se il processo di educazione/apprendimento non fosse stato dozzinale, per lo più mai estetico, adatto alla maggioranza normale, ma inadatto a questi, minoranza razziata dal riguardo che meriterebbero.

L’apprendimento è un processo individuale fondato sulla relazione con le persone, gli argomenti e le discipline. Se per buona parte risulta soddisfacente la più diffusa modalità a mezzo della quale esso avviene, che potremmo chiamare a-personale, per alcuni tale modalità è totalmente sterile.

In funzione di come la relazione viene vissuta – soddisfacente/insoddisfacente, piacevole/spiacevole – dalle parti (persone, concetti, oggetti), in campo pedagogico-formativo, terapeutico-evolutivo e psicomotorio il principio meritocratico passa da efficiente a inefficace, mentre resta per lo più eccellente, in ambito selettivo-addestrativo.

Il principio della meritocrazia ha abbagliato le persone desiderose di stare dalla parte del giusto al pari di quanto sia accaduto con sostenibilità, impatto zero, economia circolare (manche inclusività sfrenata, cancellazione delle identità e delle culture). Palliativi buoni per allungare il brodo, che resta comunque esiziale.

Ancora figurativamente parlando, l’applicazione della modalità meccanicistica al territorio umanistico si palesa come una grave incompetenza della presunta intelligenza razionalista, una scatola dal carattere etico, come tutte vuota di empatia estetica. È un’immagine che esprime il tentativo di una cultura e dei suoi palafrenieri di rinchiudere l’infinito delle persone entro la scatoletta dei suoi saperi e ragionamenti.

Viva la rivoluzione!

di lorenzo merlo ekarrrt – 040626

“Le implicazioni filosofiche della rivoluzione scientifica in corso”. (1)
E anche quelle esistenziali.
“Non ci rendiamo facilmente conto che cose che ci sembrano ovvie sono solo aspetti dell’«aiuola che ci fa tanto feroci», come Dante chiama la Terra quando la vede, alla fine del Paradiso, giù, piccolina, dall’alto del cielo delle stesse fisse”. (2)

Si legge e si sente così di frequente – tanto da evincerne facilmente che si tratti sempre di espressioni di matrice cultural-scientista – che il mondo quantistico o dell’infinitamente piccolo, non ha alcuna relazione né corrispondenza e sovrapponibilità con quello macroscopico in cui avvengono le relazioni umane. L’affermazione di tale distinguo scientista è sempre guarnita da due contorni: il sarcasmo – per non dire l’odio – anti-eretico con il quale viene pronunciata e la radicale inconsapevolezza nella fede della logica, divinità superiore a qualunque altra. Entità intoccabile nei confronti della quale chiunque deve inchinarsi, pena la scomunica, entro la quale – a parer loro – esiste e può esistere la conoscenza e la sua narrazione. Antinomie e paradossi non sono sufficienti a scientisti, razionalisti e meccanicisti per constatarne i miseri limiti della logica e, quindi, per porsi qualche domanda sul tributo di acume e presunta perspicacia che le devolvono come invasati d’illuministica pazzia.
Entrambe le guarniture – sarcasmo e inconsapevolezza – nel loro piccolo o grande, sono un seme dormiente pronto a risvegliarsi dando origine a conflitti, sofferenze e illusioni. Sono entrambe la manifestazione dello spirito materialista, inetto a cogliere l’organismo relazionale che tutto tiene, da cui tutto fiorisce, destinato ad alimentare l’incantesimo del mondo universalmente oggettivo per tutti.

“Non esiste un «al di fuori del mondo», non esiste un luogo privilegiato da cui guardare il mondo dall’esterno”. (3)

Chi ha avuto occasione di abbandonare lo stadio della dimensione materiale quale sola di cui occuparsi e andarne oltre, può constatare con somma evidenza quanto quella realtà, composta da oggetti tra loro separati e governati dal principio di causa-effetto, sia tanto necessaria e utile in contesto organizzativo, quanto sconveniente in ambito relazionale-umanistico. Con la logica prepari l’orario scolastico, ma non puoi creare nulla. Con logica distingui il bene dal male, senza constatare si tratti di un artificioso e indebito arbitrio individuale, sociale, politico e morale che sia.

Non si tratta perciò di negare legittimità all’idea materialista, ma semplicemente di sottrarle lo scettro a forma d’infinito col quale l’abbiamo inconsapevolmente investita. Un supremo encomio, ma anche un’autorete nei confronti della conoscenza. Quell’idea, infatti, coatta i pensieri degli uomini non ancora schiusi dalla capsula meccanicista, logica e razionalista. Uomini che misurano il mondo con il metro egocentrico e antropocentrico, in quanto il solo a loro disposizione. Ovvero uomini che non hanno ancora osservato la natura arimanica di quell’investitura, con la quale hanno ottenuto saperi e poteri ma perduto conoscenza e bellezza.

Finché resteremo rapiti dall’incantesimo della realtà unica e oggettiva, dal razionalismo totalitaristico, dall’idea del cosmo esauribile in un meccanismo, uomo incluso, se, in sostanza, non si avvia in noi una lettura critica di quanto, dagli abecedari in su, fino agli anfiteatri universitari, ci è stato fatto studiare sotto l’egida della verità e sentiamo replicare da ogni parte, l’energia creativa necessaria a sciogliere la stregoneria di cui siamo docili succubi, non potrà raggiungerci e non potremo così riacciuffare noi stessi o smettere di confonderci, senza avvedercene, con le maschere dell’io.

Secondo l’iconografia biblica, l’arcana serpe ha obnubilato gli uomini dalla conoscenza, lasciandoli convinti che questa consti di saperi tecnici e speculativi. Ha fatto sì che la concezione del mondo, qualunque essa fosse, fosse altro da colui che la formula, esprime, vede. Sta in questo il ripetersi della storia e con essa il riciclo della sofferenza umana. Come sta nella conoscenza, cioè di quello stato in grado di distinguere il recitato dall’autentico, il sé dall’io, in grado di perseguire il benessere privato e politico, che permette alla cultura di unirsi a quanto già detto da tutte le culture sapienziali della storia umana.

Dunque, una volta liberi dal vettore di lancio nell’atmosfera culturale meccanicista e positivista lo sguardo sul mondo cambia. È quanto hanno potuto le Tradizioni sapienziali di tutta la terra e di tutte le epoche ed è quanto anche la Scienza, svincolatasi dalla dimensione analitica, è giunta a cambiare, tanto che l’opportunità di riconoscere nel binomio mente-materia una diade inscindibile, una delle affermazioni più derise e denigrate dagli scientisti, è da tempo all’attenzione di alcuni ricercatori.
Il concetto è semplice. Senza d noi non c’è descrizione della realtà, quindi la realtà descritta, in quanto ci richiede, non può che essere arbitraria. Anche in questa prospettiva va intelletto il principio che unifica la mente e la materia, che le reifica di una sola sostanza energetica.

Carlo Rovelli parla da tempo della realtà in questi termini, ovvero della realtà nella relazione. In merito alle sue ricerche, che insieme a quelle di altri portano la scienza – non più analitica ma magica – a riconoscere la conoscenza secondo concezioni che appartengono da millenni alle Tradizioni. Ricordo il commento di qualcuno ancora ben incapsulato nello stadio vettore scientista, che davanti a “Sull’uguaglianza di tutte le cose” – Adelphi, 2025 – del fisico veronese, invece di fermarsi a considerare in che termini ci si poteva permettere quell’affermazione tanto blasfema, in che termini era vera, quanto rappresentasse la realtà e quanto con essa avrebbe potuto ampliare la propria visione, autorizzato dalla sacra e crociata saccenza di cui si sentiva investito, librava la sciabola scientista sul collo dell’idea, della prospettiva, della concezione, della realtà e della verità che gli veniva offerta, in quanto a furor logico-scientista era un’affermazione platealmente senza diritto di legittimazione.

Schiuso l’incantesimo della realtà oggettiva ci si ritrova a mettere in discussione ciò che prima non era presente alla coscienza invasa da dati, sterile di vibrazioni. È l’avvento della rivoluzione. Per cercare di radunare tutte le strade della rivoluzione in una sola riga si può fare riferimento alla consapevolezza. È a mezzo di questa che si può continuare a frequentare il bar sport della vita e seguitare a litigare per Mazzola e Rivera, ma ora senza più odio né sofferenza, ma con ironia e bellezza. È in questa schiusa che vive il principe Myškin, “L’idiota” di Dostoevsky.

L’aggiornamento della consapevolezza è rivoluzionario in quanto permette di oggettivare e osservare nella loro organicità, identità e relazioni, elementi quali l’io, le dinamiche interpersonali, gli insiemi (di ogni tipo) come organismi dotati di mente (Bateson), la razionalità come illusoria via alla pace e alla conoscenza, le emozioni come ordini capitali, in forma di vibrazione, ai quali ottemperiamo e riduciamo il mondo a nostra immagine e somiglianza, i sentimenti come immateriali legami impermeabili al tempo e allo spazio, lo stato di benessere e malessere come riflesso esistenziale di emancipazione avvenuta o mancata nei confronti di quanto imparato dai sussidiari e negli anfiteatri aulici.

In merito alle consapevolezze che anche la scienza ha raggiunto, così si legge a pagina 12 di Sull’eguaglianza di tutte le cose: “Questo è il mondo che vedo emergere dalla rivoluzione scientifica del XX secolo e che cerco di illustrare nelle pagine che seguono. È un mondo che non è fatto di oggetti, non occupa uno spazio, non si svolge in un tempo e non è governato da cause ed effetti. È tessuto da relazioni, composto dall’intrecciarsi di prospettive, può essere descritto solo dal suo interno. Ci invita a modificare i concetti con cui siamo abituati a organizzare la realtà, ad abbandonare certezze e rinunciare a fondamenti ultimi.
Inoltrarmici, prima come studente. poi come ricercatore, rifletterci e discutendo a lungo è stato per me, ed è tuttora, fonte di stupore e vertigine. È un mondo alieno. Ma mi sembra più leggero e più accogliente per noi esseri mortali, composti principalmente di pensieri ed emozioni”. (4)

Si tratta di consapevolezze rivoluzionarie non limitate nella specializzazione della scienza classica e a quella dell’infinitamente piccolo. Esse coinvolgono la dimensione morale, letica, umana, sociale, politicala in quanto in essa è implicito il rispetto delle verità e della dignità dell’altro.

“La fisica quantistica si è rivelata di grandissima efficacia nel rendere conto dei fatti del mondo, piccoli e grandi.
[…]
La novità dei fenomeni quantistici è stata compresa dal grande scienziato che riflettuto più a fondo su cosa questi ci dicano del mondo. Il danese Niels Bohr. Bohr riassume il cuore dei fenomeni quantistici nella

«impossibilità di separare nettamente il comportamento dei sistemi atomici dall’interazione con lo strumento di misura che serve per definire le condizioni nelle quali appare il fenomeno». (A)

Quello che è importante in queste parole non è che il sistema si «atomico» o che interagisca con uno «strumento di misura». A distanza di cent’anni, capiamo che l’idea che Bohr ha catturato si applica a qualunque porzione del mondo, «atomica» o no, e alla sua interazione con qualunque altra porzione del mondo, «strumento di misura» o no.
[…]
Questo è il cuore concettuale della meccanica quantistica”. (5)

Consapevolezze la cui diffusione è castrata dalla cultura scientista. Una specie di sceriffo che, sebbene sia tenuto in piedi da autopoietiche verità dogmatiche, mantiene il diritto di vita e di morte, impedendone così la diffusione e con questa la realizzazione verso un mondo non più antropocentrico ed egocentrico, con meno rischio di conflitti e sofferenza, con più rischio di bellezza.

“L’interpretazione relazionale che ho illustrato interpreta i fenomeni quantistici come un invito a un aggiornamento del quadro concettuale che utilizziamo per pensare la realtà. Il modo migliore di cercare di comprendere il nuovo sapere sul mondo mi sembra non sia distorcere questo sapere e aggiungerci pezzi per forzarlo in schemi concettuali esistenti, ma utilizzarlo invece come guida per modificare i nostri pregiudizi e le nostre assunzioni concettuali, prendendolo per buono così com’è”. (6)

Note

.1 Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose – Lezioni americane, Milano, Adelphi, 2025, p. 11.
.2 ivi, p.18-19.
.3 ivi, p. 25.
.4 ivi, p. 12.
.A N. Bohr, The Philosophical Writings of Niels Bohr, Ox. Bow Press, Woodbridge, vol IV, 1998, p. 111.
.5 ivi, p. 26-
27.
.6 ivi, p. 31.

La summa

di lorenzo merlo ekarrrt – 040626

L’assenza di riscontri-commenti ad un articolo, che denuncia il buco nero valoriale in cui stiamo precipitando, il loro significato e la relativa matrice.

È un cilicio indesiderato quello con il quale i progressisti frustano chi “non si occupa di cose concrete”, come ebbi a sentire da un noto economista italiano in clarks e cravatta di lana in risposta a osservazioni sul potere di cambiamento a mezzo delle consapevolezze. “Utopie”, le definiva.
C’era poco da scherzare, poco da ribattere che le utopie sono tali soltanto in chi non ha la visione che le descrive.
Poco da scherzare perché corrisponde al vero che non si può dare colpa a chi non vede – l’esperienza non è trasmissibile – e soprattutto perché l’esercito dei ciechi è di gran lunga superiore ad ogni altro schieramento contrario. Oggi più che mai vista la sostanziale convergenza tra destra e sinistra, al punto che non dismettere quella distinzione corrisponde a perdere il filo del discorso liberista-progressista. Un insieme di ruscelli, torrenti e fiumi in discesa verso un unico indifferenziato mare spopolato, nel senso di senza di noi, definitivamente inutili votatori, nonché fastidi sociali in attesa di estinzione, ma brulicante di piccole persone morbide, pronte alla facile conformazione sotto il maglio dei liquidi valori progressisti.

Pessimismo? Parole di un esasperato? Di un sofferente? Di un frustrato e insoddisfatto? Tutto può essere. Estrarre dalla realtà i puntini utili al nostro discorso è un’ineludibile impertinenza egocentrico-esistenziale, almeno finché si da retta al mondo delle idee. Tuttavia, digressione evolutiva a parte, non è pessimismo, non sono parole di un esasperato, né di un sofferente e di un frustrato insoddisfatto, bensì scontate per tutti coloro che vedono il significato simbolico e sentono la grevità individuale e sociale dell’andazzo della politica ed educazione occidentale, europea e italiana.

Ne è un puntuale e cristallino indicatore un fatto semplice. In uno dei blog di mio interesse, il 4 giugno 2026 è stato pubblicato un articolo (1) intitolato “Epstein files… scienza e transumanesimo”. Una sintesi pulita del vuoto valoriale e identitario in cui l’umanesimo è stato gettato. Su altre testate e blog, perlopiù senza possibilità di commento o senza commenti, ne avevo letti diversi altri sulla medesima falsariga. Tuttavia, questa volta, non solo condividevo e apprezzavo l’autrice, ma estendevo l’emozione al responsabile del blog che ne aveva deciso la pubblicazione.

Una specie di felicità mi era saltata addosso sorprendendomi per la sua forza terapeutica di riduzione della solitudine che, leggendolo, gocciolava addosso a me e a chi vede e sente quel vuoto valoriale voluto dai pochi che sono riusciti prima a imbambolare buona parte di noi e poi a privatizzare il mondo.

Nell’euforia della lettura ero già in attesa dei commenti all’articolo che come tutti gli altri e come sempre era venuto disponibile prima dell’alba. Il primo di questi, apparso poche ore dopo l’articolo, suggellava il senso di comunità che il testo mi aveva provocato. “Non sentirsi soli”, è una frase inflazionata e quindi trascurabile, ma niente affatto quando un’emozione la ricrea in noi come una gemma che sboccia in fiore.

Nel seguito della giornata tornavo e ritornavo su quella pagina con la scontata certezza che vi avrei letto altri commenti capaci di sostenere l’idea che c’era di che fare corpo. La loro frequente presenza in calce ai pezzi pubblicati dal blog, spesso copiosa, legittimava la mia attesa di cogliere quanto la critica mossa dall’autrice, fosse condivisa o meno.

Passavano le ore ma il primo commento restava l’unico. Solo verso sera ne apparve un secondo a sua volta molto confortante. Ma ormai la mia euforia era crepata. Ne attendevo a manciate, ma in una giornata ne erano stati scritti soltanto due. Nei giorni seguenti non se ne aggiunsero altri.

L’assenza di partecipazione a quell’articolo bandiera spingeva per sentirsi pessimisti, frustrati e insoddisfatti. Quella bonaccia dell’indifferenza era la conclamazione dell’accondiscendenza dei più, se non della loro soddisfazione, di come e dove va il mondo senza più il timone analogico dell’umanesimo, fatto a pezzi da quello tecnocratico digitale.

Quell’articolo raccoglieva il presente in cui siamo costretti anche se non si dedicava a tutti gli aspetti politici-economico-valoriali sparsi ovunque nella grigia atmosfera che respiriamo. È un presente disastroso, il cui merito va all’ordalia del progressismo, principale ingrediente e summa del nuovo ordine mondiale.

 

 

Note

.1 https://gognablog.sherpa-gate.com/epstein-files-scienza-e-transumanesimo/comment-page-1/#comment-162674

 

Ripasso di un’illusione

di Ennio Abate

Pubblico  questo mio  “samizdat colognom n.5, settembre 1998 foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate”  per metterlo accanto al saggio di Giulio Toffoli (qui) e all’articolo di Lorenzo Merlo (qui) . L’intenzione è fare il punto – ammesso che sia possibile – su cosa sentiamo-pensiamo delle guerre  e dei massacri in corso, che continuano, si estendono, non hanno che pause  provvisorie. Rileggendomi, non mi dà alcuna soddisfazione aver capito e polemizzato  già allora con le posizioni ambiguamente revisioniste e da sessantottino pentito   di Erri De Luca, oggi al centro di  polemiche  che mascherano disastri forse irreparabili di  tutta la cultura di sinistra (anche comunista). Anzi non credo neppure che possa  valere il messaggio di resistenza minima che allora  esprimevo.  Oggi, nel 2026, siamo stati tutti ricacciati sempre più  – dal 2022, inizio della guerra in Ucraina;  e poi, dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele, la distruzione di Gaza,  il genocidio dei palestinesi,  l’attacco USA-Israele all’l’Iran, la recente invasione israeliana in Libano – nel silenzio o in una denuncia  che nulla smuove. [E. A.]

“La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo
ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle

Giovedì 17 settembre [1998] a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato Miljencko Jergovic e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.
Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).

Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia! Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (Jergovic) o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj (da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.
Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.

Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra  ninna nanna e i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). E, perciò, sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente  – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!

  • Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.

Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel complice pubblico (intellettuale, ovvio! chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra ;e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione.  Un brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro soltanto giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa  Valle (globalizzata) di lacrime.
Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo. Siamo in un paese che ha avuto pensatori come Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?

  • Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa (a fare cosa?).

E’ un rimprovero serio?  E va rivolto solo agli intellettuali (di professione)? La critica vera da fare agli intellettuali, più o meno prestigiosi (Bobbio in primis), e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi  dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud, che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli. Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico. Perché la guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania o del Vaticano o dell’Europa o degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi qui da noi. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. E non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”). E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella  nel Golfo Persico  lo Stato italiano aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua – (dirò poi perché) – azione simbolica  del volontariato.

  • Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause dicibili, in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia, è stato quasi zero.

Una ricerca in talsenso è stata evitata o tenuta ai margini o condotta in modo reticente o dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o una chiacchiera poco generosa. Altri  hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o che resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio  da noi si è associata gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano,[1] Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstoj[2] e il giovane  Jergovic. Essi non  «si misurano» con la guerra  endemica  tra i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. Loro «si misurano» col Destino, il Mistero, l’Indicibile. Chi  chiarirà, dunque, più almeno le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette  della guerra giusta e della pace ideale?

  • Lo scrittore impegnato oggi dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte queste oscurità dicibili della storia contemporanea.

Lascio perdere  i grandi scrittori di un passato oggi ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si potrebbe pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno così com’è oggi proposto: la scrittura impegnata è ridotta ad autoterapia;  il volontariato (degli «italiani del Nord» – precisazione sintomatica di De Luca) – è azzoppato in partenza. Mi spiego meglio: una parte della scrittura (o letteratura) del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht. Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare  intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo». Ben vengano i mille diari della scrittura autoterapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei ghetti e nelle prigioni o nei manicomi e nei bassifondi e ha  scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano.  Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a limitazioni da medioevo oscurantista o stalinista e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. Il fatto è che in prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre]. Jergovic e De Luca non sembrano essere di questa spregevole o svagata truppa. Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia»,  senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza (Come il volontariato di cui dirò poi). Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?Ci parlino di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto) l’uomo (un brav’uomo!). E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti». Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti  cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi. Chissà quante illlusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).

  • Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno ridotto a supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).

Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli. Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica). Cari amici cattolici, dichiarati o di fatto, non illudetevi troppo sull’amore che vi ispirerebbe.  La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti ed è anzi ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi  riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo. Leggete qui di seguito:

… è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo.Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…

E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove.[3]

(R. Rossanda, Gratuità a Montegiove,  il manifesto 19 ag. 1998)

Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia non contro il volontariato ma contro quest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegno. Le energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione? Inoltre questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del Potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il Potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti. La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni sociali  negati fa acque da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente in alto i Potenti, che sono i Custodi della Diga, ne aprono altri cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania. Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore Jergovic  vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori. Meglio allora alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio cattolicamente) l’impotenza umana? Ora, se non ci restasse che testimoniare, facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle tragedie. Un consiglio allora a scrittori e lettori:  Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.[4] (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)

COLOGNO MONZESE 22 SETTEMBRE 1998

Note

[1] Per De Luca le guerre  non si fermano. La rivoluzione russa non fermò la prima guerra mondiale? Sì, ma – lui subito obietta – poi è seguita la guerra civile,  lo stalinismo, i gulag.Ecco il catastrofismo a senso unico dei buonisti.

[2] Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile!  Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile, no! Lasciamolo fare a certi  preti. e a certi intellettuali Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente. O che se le smazzi Dio. O la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani  alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).

[3] E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti».

[4]  Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e improgrammabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»