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Passare i confini

È la legge!


di lorenzo merlo ekarrrt – 280526

Punteggiatura di un arco che dai proclami del Diritto alla felicità ci ha garantito la Certezza della pena.

I bambini la sentono dire, ma, presi dai giochi dell’età, non ci fanno caso. Però ne assimilano la formula finché poi, da grandi, dopo mille altre repliche subliminalmente ascoltate, determinati e convinti, la tirano fuori dal proprio cilindro obbligato dalla cultura nella quale sono cresciuti e che li ha forgiati. A quel punto, “è la legge del mercato”, non è più solo una semplice verità esistenziale sempre in bilico tra bisogno e disponibilità e neppure l’espediente usuraio di qualche canaglia coi gemelli e la Rolls, è l’aria, indispensabile alla vita.
Se la utilizzasse una madre nei confronti del figlio avremmo fatto dell’umanità un Panopticon da tutto esaurito da ergastolani in fasce.

Sul monolitico pilastro della legge del mercato sono state oligarchicamente elette le vie della colonizzazione. Per certuni, con boccoli e habit dégagé, non si trattava di nient’altro che un’ovvia conseguenza della propria superiorità e di quella del proprio popolo. Per questi, colonizzare non era depredare ma banalmente arraffare il necessario in cambio dell’azione civilizzatrice resa a negri, irlandesi, indiani, arabi, indios, eccetera, eccetera. L’elenco è geograficamente avvolgente e storicamente esteso.

Se con i bottini predati le labbra della voragine di ricchezza che separava colonizzati e colonizzatori si allontanavano inesorabilmente fino a provocare le rivoluzioni emancipatorie. Da quella apertura spalancata seguitano ancora a udirsi le grida dell’ingiustizia. Urla che non oltrepassa il comodo abitacolo a doppi vetri delle Rolls, ma neppure quello cigolante delle utilitarie.

Gli strumenti del saccheggio, vascelli e velieri, che avevano portato fucili e bon-bon ed erano ritornati con schiavi e ruberie senza che nessuno ne provasse vergogna, proseguirono dopo un passaggio in camerino per cambiarsi l’abito. Ad un certo punto non si poteva più usare deliberatamente la forza: i diritti umani seppur vessati stavano facendo il loro percorso nella storia.

L’industrializzazione, che aveva ulteriormente dissanguato terre e popoli e che si era sovrapposta agli ultimi decenni delle colonizzazioni, si era trovata davanti a due orizzonti. Su uno campeggiava un cielo sereno, sull’altro, una preoccupante perturbazione. Al primo corrispondeva la disponibilità di mercati in cui affondare la siringa che li sfruttasse. Al secondo, l’avanzata del Quarto stato, l’Internazionale socialista, l’ideologia comunista.
Ma, anche se la dimensione che coinvolgeva l’industria e i lavoratori aveva un’identità planetario-occidentale, i mercati erano per lo più locali. L’avvento della televisione e della ricerca psicologica nel campo della comunicazione pubblicitaria erano stati sapientemente amalgamati nel crogiolo degli industriali concentrati sul profitto.

Impregnati di merci i mercati nazionali, la triplice unità composta dallo spirito industriale, dei servizi e della comunicazione spinse gli uomini a guardare anche oltre confine in cerca di mercati vergini da profanare con la violenza del consumismo, un’inattesa (?) modalità di concezione del mondo, in quanto ormai necessario al sostentamento del sistema. Un’assuefazione che, come quelle di ogni altro genere, comportava la necessità e l’incremento della dose.

Detto fatto. multinazionali, delocalizzazione e globalizzazione provvedevano ad ampliare il potere di pochi, a ridurre il costo del lavoro e delle merci. La legge del mercato lo richiedeva per fronteggiare la concorrenza che non era ancora cinese, ma completamente fratricida, cioè infranazionale e infraoccidentale e per scavalcare le difficoltà di scambio commerciale. Quest’ultimo, una specie di tappo tolto il quale, con la favola della distribuzione della ricchezza, tutti i paesi avrebbero subito lo tsunami delle merci e della comunicazione, unguento utile alla marea del consumismo. Una patologia che significa dipendenza dal consumo e che, fatto salvo pochi circoli dal carattere situazionistico, non è stata ancora dichiarata tale da alcuna politica e da nessuna cultura. E come potrebbero queste criticare, frenare o eludere la prima garanzia per l’estensione e il mantenimento dei mercati e dei mercanti vista la loro biologia economica?
Nel contempo, dei plinti delle storie e delle culture locali, dell’idioma e dell’identità di persone e popoli demoliti dall’onda mortifera, non restavano che relitti lasciati a sé stessi nel liquame addolcito dai bon-bon che tutto stava invadendo.

Per il guadagno non si guarda in faccia a niente, la legge del mercato delle virtù morali non solo non sa che farsene, ma le ha surclassate e derise coprendo di buone maniere il vuoto della loro assenza. La mascherata di solito è taciuta, è assente dal dibattito pubblico come se tutti i pensieri fossero sotto incantesimo. Si preferisce legittimare, anzi celebrare, l’avidità, con l’impostura della legge del mercato. E che la legge dei bisogni primari vada a quel paese. Il dono, l’empatia, la condivisione sono per lo più dimenticate anche nelle relazioni più minute. L’ombra del chi più ha più è non smette di stare sul collo dei pensieri. Con tale spiritualità che altro mondo, oltre a quello sanguinante in cui ci troviamo, sarebbe potuto prosperare?

Ma se il capitalismo reale, che con le lobby era in procinto di avere in sé il parlamento occulto del governo di parte del mondo a mezzo del denaro, quello finanziario e digitale è all’altezza di permettersi l’acquisto di un numero crescente di politiche statali. Parlare oggi di bene pubblico e di servizi sociali allappa il pensare dei progressisti uniti – quell’amalgama di rosso, di nero e altri sei colori, che ha venduto la politica al capitale – come se si volesse rimettere a posto le scaglie delle farfalle. Un’utopia socialista, secondo il gergo delle ideologie, che in mano a soggetti privati, resterà tale perché il profitto prevede lo sfruttamento delle persone, non la cura. È la legge del mercato che lo dice! Chiuso il discorso!

Se le politiche per il benessere sono una specie di muro del pianto della discarica, quelle del controllo appaiono invece come un’ara al centro dell’attenzione. Non più “patente e libretto” ma biometria come una camicia di forza indossata senza pena, per alcuni con soddisfazione.

Dei lavoratori, fatto salvo che in termini di mascherata, non ci si occupa più. Equivalgono a frazioni di macchinari cibernetici, ferri, byte e bit che non piantano grane. Sotto un’egida algoritmica, i lavoratori si trovano finalmente uniti. Ma questa volta il loro potere non sta nella consapevolezza del plusvalore che producono, ma in quanto consumano. Un criterio di mercato che, élite a parte, non esclude nessuno. O meglio, esclude dal diritto all’esistenza chiunque non voglia o non possa sottostare alle richieste del regista della mascherata. In sostanza, chiunque non voglia o non possa consumare. Chiunque non sia ligio nel rispetto della vita a punti.
Intanto, vita natural durante, il più possibile di tutti noi viene raccolto con metodi subdoli – anche quando sembrano trasparenti – e analizzato anche senza il trucchetto del consenso degli interessati. Una messe di informazioni che finisce nell’alambicco algoritmico gocciolante di verità indispensabili al mercato.

Guerre come industria da far girare e egemonia da mantenere, guerre senza neppure più il bisogno di favole all’antrace per scatenarle. Ora che il mazziere capitale può giocare a carte scoperte come mai prima, rivela al mondo in che direzione cieca corre il treno bestiame in cui siamo trasportati con tv 4k e connessione permanente. Ma il folle sferragliamento non arriva alle orecchie dei divanisti. Concentrati sul sostenibile, vanno al negozio giulivi per comprare l’auto, la moto, la bici, il quad e la barca elettrica certi di dare il buon esempio ai figli e al prossimo, soddisfatti per il tappo attaccato alla bottiglia e per aver risparmiato portandosi via tre merci al prezzo di due quando gliene serviva soltanto una e spesso nessuna. Sottrarsi così facendo alla responsabilità dell’inquinamento del mondo lo fa stare meglio, un po’ come sapere di Gaza e cambiare canale e delle emissioni del capitalismo e fare appello al magico TINA, ingrediente fondamentale per tutte le salse dello status quo. I divanisti si interessano all’economia circolare e all’impatto zero come fossero davvero medicine per guarire il pianeta. Sulle cause capitalistiche del cancro in cui riversa non sa e non vuole sapere nulla. E se proprio insisti, ti chiama luddista.

La carta dell’immigrazione sconsiderata sarebbe stata geniale per l’uomo che l’avrebbe giocata, ma assolutamente banale per la legge del mercato. Fa parte della sua genetica, biochimica e fisiologia escogitare l’espediente utile a restare in piedi. Un po’ quello che fanno tutti quando s’inciampa.
Il caporalato con i colletti bianchi – tanto per utilizzare termine datato, ma non estinto – vede nei disperati il necessario per abbattere il costo di produzione indispensabile per far pronte alla nuova concorrenza orientale, nei confronti della quale la legge del mercato da monopolistico-occidentale ha costretto i propri padroni a impegnarla sul tavolo verde della geopolitica, per giocare la partita con il nuovo giocatore chiamato Brics. Un gesto dietro il quale non v’è alcuna solidarietà sociale ma forse l’ultimo trucco dei capitalisti americani per evitare un isolamento dal mondo del proprio paese e il rischio con prospettive di autarchia forzata.

Nel grande caos – ma il lume della ragione e la ricchezza distribuita non dovevano portarci altrove? Quello della scienza non doveva condurci alla salute? E quello del benessere materiale non avrebbe estinto i drammi esistenziali? – la riduzione della democrazia, quello della popolazione e l’aumento esponenziale dei rifiuti non sono ancora temi dibattuti come lo erano stati la legge sul divorzio e poi quella sull’aborto. Appena la mentalità sarà stata fatta maturare a puntino, il progressismo che già allora vendeva e ciarlava di diritti individuali tornerà alla ribalta per calcare le vette dei salotti tv e i cortili dei social per sostenere il nuovo ordine mondiale di marca capitalista. E, se l’eutanasia pop non ha più salita ma solo discesa davanti a sé, la mercificazione dei propri organi a morte avvenuta, sarà promossa dal basso, dai poveracci, avvinghiati alla speranza di sottrarre i propri figli dalla pena quotidiana. La legge del mercato ce lo chiede.

Esatto, è la legge. Ma la legge si inventa, si cambia, si abroga. Quindi è arbitraria, a vantaggio di pochi e a protezione (si fa per dire) di chi si adegua. Se il liberistico Sogno americano è stato una flebo che a mani basse ha assuefatto lo spirito dei benpensanti/nullapensanti dell’intero occidente, chi non si è fatto intossicare e chi è riuscito a liberarsi dalla dipendenza non ha peso politico, non conta nulla se non nelle proscrittive liste dei copisti velinari che, come sostengono la nazista ma democratica Ucraina, così raccolgono in un solo fascio tutte le erbe dei dissidenti, siano terrapiattisti, nowax, nowar, putiniani e utopisti.
È giusto! È la legge del più forte! È naturale! Così parlano i sostenitori del sistema che ha creato i problemi esiziali che ci piovono sulla testa come in un fortunale e che – surreale epilogo – crede di risolversi senza abbandonarlo.
E poi, non è per niente naturale, non c’è consonanza tra l’accumulo capitalistico e ciò che accade in natura, dove sussiste solo il necessario al sostentamento.
Infine, le categorie appena citate inventate dai giornalacci e denigrate dalla maggioranza divanistica forse, proprio nella crescente bromurizzazione generale cui stiamo assistendo, troveranno l’idea giusta per radunarsi e fare breccia. È la legge della sopravvivenza!

I palafrenieri

di lorenzo merlo ekarrrt – 090626

Il monopolio della cultura razionalista sull’immaginario e la fandonia della meritocrazia.

Monopolio

Il capo-famiglia illuminista della nostra cultura, è stato prolifico. I numerosi figli, nipoti e pronipoti naturali e acquisiti, quali il razionalismo, il meccanicismo, il materialismo, il positivismo, lo scientismo, il determinismo e il riduzionismo ne hanno mantenuto lo spirito irraggiando il pensiero e l’immaginario con l’idea che ogni aspetto della realtà potesse essere messo sotto calcolo, sotto controllo e quindi realizzando la prevedibilità. Un mito razionalista per il quale è stata impiegata l’energia avuta a disposizione da numerose generazioni di ricercatori. Visto il contesto in cui sono vissuti, nulla di strano. Come biasimarli. Immersi in un mondo composto da oggetti materiali, tutti soggetti al principio di causa-effetto, tutti con proprietà proprie ed oggettive, sostenuto dalla ripetitività di molti eventi come per esempio il rimbalzo di una palla spinta a terra come fanno i cestisti, al pari del giogo di qualunque altra ideologia non avevano alternative.

L’idea di prevedere il comportamento di ogni aspetto del reale era una specie di missione alla quale nessun pazzo vi si sarebbe sottratto, sul cui successo si poteva scommettere e vincere. E a ragione. Infatti, tanto più si alza la capacità di calcolo e si riducono gli oggetti in campo, tanto più la prevedibilità tende a crescere e ad essere confermata e rispettata. Viceversa, in contesti metafisifi-umani, caratterizzati da interazioni esponenzializzate verso numeri che inseguono l’infinito si generano spontanee nuove relazioni imprevedibili che obbligano i sacerdoti del controllo ad aggiornare i dati immessi nei sistemi algoritmici e la relativa potenza di calcolo.

Nella furia della salita al sapere – è questa la figurazione che diviene dall’idea positivista del mattoncino dopo l’altro, insistente rappresentazione dell’incedere umano nonostante il ripetersi brutale della storia, se non il suo peggioramento – sono stati travolti, cioè resi oggetti e dati, anche gli uomini e il loro pensare. Le ragioni di controllo, d’induzione di paura e di riduzione a consumatore non hanno più palizzate etiche, tutte scavalcate dai salti disumani del digitale.

Siamo quindi travolti da un’orda cognitiva che, con languida coercizione, ci irreggimenta e deforma a propria immagine e somiglianza ogni genere di pensiero, scartando e denigrando quelli non ammansibili. Una crociata d’annientamento dell’indipendenza intellettuale, aulica o da bar sport non fa differenza. Tutti siamo sospinti a succhiare il medesimo nettare che sgorga da ogni dove: scuola, famiglia, master, chiesa, giornalacci pornografici, tv non da meno, radio offensive, pubblicità a battuta perpetua, amici e nemici.

Così, uno dei risultati è che bimbi e adulti, molti cosiddetti scienziati inclusi, si nutrono dalla sola mammella cognitiva disponibile, che li cresce sotto l’egida che verità fa rima baciata con scienzah, È lo scientismo, la più fallace delle filosofie, ora cavalcate a spron battuto da aziende, commercianti, e potere economico.

Il lungo passaggio nel tubo culturale ci tritura l’immaginazione uniformando il pastone indistinto che ne risulta, trasformando pressoché chiunque in inconsapevoli scudieri di catafratti al comando del più grande partito razzista in quanto radicale nel suo criterio selettivo. Razzista come se le idee avessero tra loro natura e diritto differente, tanto da poterne stilare una gerarchia perfetta. Come se la loro proprietà fosse di chi le esprime. Un’ottusità preclara che svela l’incantesimo dell’ego in cui è intrappolato chi la stila e chi la rispetta.

La sostanza è facile da riassumere. È modalità comune macchiare tutti i contesti col grasso dei lumi, buono per far girare pistoni e bielle, ma inefficace e altamente dannosa come una motonave fuori controllo in porto quando applicata alle dimensioni sottili a mezzo delle quale ci relazioniamo al mondo. Talmente immateriali che nessuna rete, tantomeno a strascico, può catturare.

Meritocrazia

Sembra banale, anzi lo è, ma in pratica è un grande segreto. Ne è campione il concetto e strumento detto meritocrazia. Un grezzo attrezzo, una clava con la quale si ritiene di eludere il nepotismo – e fin qua potremmo condividere – e dare il giusto merito alle competenze effettivamente acquisite dalle persone. Ma, se non positivisticamente parlando, è qui che viene meno la presunta superiorità del criterio meritocratico. Come essere meritocratici – ne possono essere il soggetto i docenti, i sistemi, le istituzioni, i club, ecc – senza aver arbitrariamente adottato griglie di valutazione e protocolli compiacenti al proprio intento? Criteri di selezione che per antonomasia non possono che tener conto del livello specifico dimostrato dai selezionandi. E che, contemporaneamente escludono coloro che non lo dimostrano – e, questo è il punto – indipendentemente dalle doti che mostrerebbero se il processo di educazione/apprendimento non fosse stato dozzinale, per lo più mai estetico, adatto alla maggioranza normale, ma inadatto a questi, minoranza razziata dal riguardo che meriterebbero.

L’apprendimento è un processo individuale fondato sulla relazione con le persone, gli argomenti e le discipline. Se per buona parte risulta soddisfacente la più diffusa modalità a mezzo della quale esso avviene, che potremmo chiamare a-personale, per alcuni tale modalità è totalmente sterile.

In funzione di come la relazione viene vissuta – soddisfacente/insoddisfacente, piacevole/spiacevole – dalle parti (persone, concetti, oggetti), in campo pedagogico-formativo, terapeutico-evolutivo e psicomotorio il principio meritocratico passa da efficiente a inefficace, mentre resta per lo più eccellente, in ambito selettivo-addestrativo.

Il principio della meritocrazia ha abbagliato le persone desiderose di stare dalla parte del giusto al pari di quanto sia accaduto con sostenibilità, impatto zero, economia circolare (manche inclusività sfrenata, cancellazione delle identità e delle culture). Palliativi buoni per allungare il brodo, che resta comunque esiziale.

Ancora figurativamente parlando, l’applicazione della modalità meccanicistica al territorio umanistico si palesa come una grave incompetenza della presunta intelligenza razionalista, una scatola dal carattere etico, come tutte vuota di empatia estetica. È un’immagine che esprime il tentativo di una cultura e dei suoi palafrenieri di rinchiudere l’infinito delle persone entro la scatoletta dei suoi saperi e ragionamenti.

Viva la rivoluzione!

di lorenzo merlo ekarrrt – 040626

“Le implicazioni filosofiche della rivoluzione scientifica in corso”. (1)
E anche quelle esistenziali.
“Non ci rendiamo facilmente conto che cose che ci sembrano ovvie sono solo aspetti dell’«aiuola che ci fa tanto feroci», come Dante chiama la Terra quando la vede, alla fine del Paradiso, giù, piccolina, dall’alto del cielo delle stesse fisse”. (2)

Si legge e si sente così di frequente – tanto da evincerne facilmente che si tratti sempre di espressioni di matrice cultural-scientista – che il mondo quantistico o dell’infinitamente piccolo, non ha alcuna relazione né corrispondenza e sovrapponibilità con quello macroscopico in cui avvengono le relazioni umane. L’affermazione di tale distinguo scientista è sempre guarnita da due contorni: il sarcasmo – per non dire l’odio – anti-eretico con il quale viene pronunciata e la radicale inconsapevolezza nella fede della logica, divinità superiore a qualunque altra. Entità intoccabile nei confronti della quale chiunque deve inchinarsi, pena la scomunica, entro la quale – a parer loro – esiste e può esistere la conoscenza e la sua narrazione. Antinomie e paradossi non sono sufficienti a scientisti, razionalisti e meccanicisti per constatarne i miseri limiti della logica e, quindi, per porsi qualche domanda sul tributo di acume e presunta perspicacia che le devolvono come invasati d’illuministica pazzia.
Entrambe le guarniture – sarcasmo e inconsapevolezza – nel loro piccolo o grande, sono un seme dormiente pronto a risvegliarsi dando origine a conflitti, sofferenze e illusioni. Sono entrambe la manifestazione dello spirito materialista, inetto a cogliere l’organismo relazionale che tutto tiene, da cui tutto fiorisce, destinato ad alimentare l’incantesimo del mondo universalmente oggettivo per tutti.

“Non esiste un «al di fuori del mondo», non esiste un luogo privilegiato da cui guardare il mondo dall’esterno”. (3)

Chi ha avuto occasione di abbandonare lo stadio della dimensione materiale quale sola di cui occuparsi e andarne oltre, può constatare con somma evidenza quanto quella realtà, composta da oggetti tra loro separati e governati dal principio di causa-effetto, sia tanto necessaria e utile in contesto organizzativo, quanto sconveniente in ambito relazionale-umanistico. Con la logica prepari l’orario scolastico, ma non puoi creare nulla. Con logica distingui il bene dal male, senza constatare si tratti di un artificioso e indebito arbitrio individuale, sociale, politico e morale che sia.

Non si tratta perciò di negare legittimità all’idea materialista, ma semplicemente di sottrarle lo scettro a forma d’infinito col quale l’abbiamo inconsapevolmente investita. Un supremo encomio, ma anche un’autorete nei confronti della conoscenza. Quell’idea, infatti, coatta i pensieri degli uomini non ancora schiusi dalla capsula meccanicista, logica e razionalista. Uomini che misurano il mondo con il metro egocentrico e antropocentrico, in quanto il solo a loro disposizione. Ovvero uomini che non hanno ancora osservato la natura arimanica di quell’investitura, con la quale hanno ottenuto saperi e poteri ma perduto conoscenza e bellezza.

Finché resteremo rapiti dall’incantesimo della realtà unica e oggettiva, dal razionalismo totalitaristico, dall’idea del cosmo esauribile in un meccanismo, uomo incluso, se, in sostanza, non si avvia in noi una lettura critica di quanto, dagli abecedari in su, fino agli anfiteatri universitari, ci è stato fatto studiare sotto l’egida della verità e sentiamo replicare da ogni parte, l’energia creativa necessaria a sciogliere la stregoneria di cui siamo docili succubi, non potrà raggiungerci e non potremo così riacciuffare noi stessi o smettere di confonderci, senza avvedercene, con le maschere dell’io.

Secondo l’iconografia biblica, l’arcana serpe ha obnubilato gli uomini dalla conoscenza, lasciandoli convinti che questa consti di saperi tecnici e speculativi. Ha fatto sì che la concezione del mondo, qualunque essa fosse, fosse altro da colui che la formula, esprime, vede. Sta in questo il ripetersi della storia e con essa il riciclo della sofferenza umana. Come sta nella conoscenza, cioè di quello stato in grado di distinguere il recitato dall’autentico, il sé dall’io, in grado di perseguire il benessere privato e politico, che permette alla cultura di unirsi a quanto già detto da tutte le culture sapienziali della storia umana.

Dunque, una volta liberi dal vettore di lancio nell’atmosfera culturale meccanicista e positivista lo sguardo sul mondo cambia. È quanto hanno potuto le Tradizioni sapienziali di tutta la terra e di tutte le epoche ed è quanto anche la Scienza, svincolatasi dalla dimensione analitica, è giunta a cambiare, tanto che l’opportunità di riconoscere nel binomio mente-materia una diade inscindibile, una delle affermazioni più derise e denigrate dagli scientisti, è da tempo all’attenzione di alcuni ricercatori.
Il concetto è semplice. Senza d noi non c’è descrizione della realtà, quindi la realtà descritta, in quanto ci richiede, non può che essere arbitraria. Anche in questa prospettiva va intelletto il principio che unifica la mente e la materia, che le reifica di una sola sostanza energetica.

Carlo Rovelli parla da tempo della realtà in questi termini, ovvero della realtà nella relazione. In merito alle sue ricerche, che insieme a quelle di altri portano la scienza – non più analitica ma magica – a riconoscere la conoscenza secondo concezioni che appartengono da millenni alle Tradizioni. Ricordo il commento di qualcuno ancora ben incapsulato nello stadio vettore scientista, che davanti a “Sull’uguaglianza di tutte le cose” – Adelphi, 2025 – del fisico veronese, invece di fermarsi a considerare in che termini ci si poteva permettere quell’affermazione tanto blasfema, in che termini era vera, quanto rappresentasse la realtà e quanto con essa avrebbe potuto ampliare la propria visione, autorizzato dalla sacra e crociata saccenza di cui si sentiva investito, librava la sciabola scientista sul collo dell’idea, della prospettiva, della concezione, della realtà e della verità che gli veniva offerta, in quanto a furor logico-scientista era un’affermazione platealmente senza diritto di legittimazione.

Schiuso l’incantesimo della realtà oggettiva ci si ritrova a mettere in discussione ciò che prima non era presente alla coscienza invasa da dati, sterile di vibrazioni. È l’avvento della rivoluzione. Per cercare di radunare tutte le strade della rivoluzione in una sola riga si può fare riferimento alla consapevolezza. È a mezzo di questa che si può continuare a frequentare il bar sport della vita e seguitare a litigare per Mazzola e Rivera, ma ora senza più odio né sofferenza, ma con ironia e bellezza. È in questa schiusa che vive il principe Myškin, “L’idiota” di Dostoevsky.

L’aggiornamento della consapevolezza è rivoluzionario in quanto permette di oggettivare e osservare nella loro organicità, identità e relazioni, elementi quali l’io, le dinamiche interpersonali, gli insiemi (di ogni tipo) come organismi dotati di mente (Bateson), la razionalità come illusoria via alla pace e alla conoscenza, le emozioni come ordini capitali, in forma di vibrazione, ai quali ottemperiamo e riduciamo il mondo a nostra immagine e somiglianza, i sentimenti come immateriali legami impermeabili al tempo e allo spazio, lo stato di benessere e malessere come riflesso esistenziale di emancipazione avvenuta o mancata nei confronti di quanto imparato dai sussidiari e negli anfiteatri aulici.

In merito alle consapevolezze che anche la scienza ha raggiunto, così si legge a pagina 12 di Sull’eguaglianza di tutte le cose: “Questo è il mondo che vedo emergere dalla rivoluzione scientifica del XX secolo e che cerco di illustrare nelle pagine che seguono. È un mondo che non è fatto di oggetti, non occupa uno spazio, non si svolge in un tempo e non è governato da cause ed effetti. È tessuto da relazioni, composto dall’intrecciarsi di prospettive, può essere descritto solo dal suo interno. Ci invita a modificare i concetti con cui siamo abituati a organizzare la realtà, ad abbandonare certezze e rinunciare a fondamenti ultimi.
Inoltrarmici, prima come studente. poi come ricercatore, rifletterci e discutendo a lungo è stato per me, ed è tuttora, fonte di stupore e vertigine. È un mondo alieno. Ma mi sembra più leggero e più accogliente per noi esseri mortali, composti principalmente di pensieri ed emozioni”. (4)

Si tratta di consapevolezze rivoluzionarie non limitate nella specializzazione della scienza classica e a quella dell’infinitamente piccolo. Esse coinvolgono la dimensione morale, letica, umana, sociale, politicala in quanto in essa è implicito il rispetto delle verità e della dignità dell’altro.

“La fisica quantistica si è rivelata di grandissima efficacia nel rendere conto dei fatti del mondo, piccoli e grandi.
[…]
La novità dei fenomeni quantistici è stata compresa dal grande scienziato che riflettuto più a fondo su cosa questi ci dicano del mondo. Il danese Niels Bohr. Bohr riassume il cuore dei fenomeni quantistici nella

«impossibilità di separare nettamente il comportamento dei sistemi atomici dall’interazione con lo strumento di misura che serve per definire le condizioni nelle quali appare il fenomeno». (A)

Quello che è importante in queste parole non è che il sistema si «atomico» o che interagisca con uno «strumento di misura». A distanza di cent’anni, capiamo che l’idea che Bohr ha catturato si applica a qualunque porzione del mondo, «atomica» o no, e alla sua interazione con qualunque altra porzione del mondo, «strumento di misura» o no.
[…]
Questo è il cuore concettuale della meccanica quantistica”. (5)

Consapevolezze la cui diffusione è castrata dalla cultura scientista. Una specie di sceriffo che, sebbene sia tenuto in piedi da autopoietiche verità dogmatiche, mantiene il diritto di vita e di morte, impedendone così la diffusione e con questa la realizzazione verso un mondo non più antropocentrico ed egocentrico, con meno rischio di conflitti e sofferenza, con più rischio di bellezza.

“L’interpretazione relazionale che ho illustrato interpreta i fenomeni quantistici come un invito a un aggiornamento del quadro concettuale che utilizziamo per pensare la realtà. Il modo migliore di cercare di comprendere il nuovo sapere sul mondo mi sembra non sia distorcere questo sapere e aggiungerci pezzi per forzarlo in schemi concettuali esistenti, ma utilizzarlo invece come guida per modificare i nostri pregiudizi e le nostre assunzioni concettuali, prendendolo per buono così com’è”. (6)

Note

.1 Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose – Lezioni americane, Milano, Adelphi, 2025, p. 11.
.2 ivi, p.18-19.
.3 ivi, p. 25.
.4 ivi, p. 12.
.A N. Bohr, The Philosophical Writings of Niels Bohr, Ox. Bow Press, Woodbridge, vol IV, 1998, p. 111.
.5 ivi, p. 26-
27.
.6 ivi, p. 31.

La summa

di lorenzo merlo ekarrrt – 040626

L’assenza di riscontri-commenti ad un articolo, che denuncia il buco nero valoriale in cui stiamo precipitando, il loro significato e la relativa matrice.

È un cilicio indesiderato quello con il quale i progressisti frustano chi “non si occupa di cose concrete”, come ebbi a sentire da un noto economista italiano in clarks e cravatta di lana in risposta a osservazioni sul potere di cambiamento a mezzo delle consapevolezze. “Utopie”, le definiva.
C’era poco da scherzare, poco da ribattere che le utopie sono tali soltanto in chi non ha la visione che le descrive.
Poco da scherzare perché corrisponde al vero che non si può dare colpa a chi non vede – l’esperienza non è trasmissibile – e soprattutto perché l’esercito dei ciechi è di gran lunga superiore ad ogni altro schieramento contrario. Oggi più che mai vista la sostanziale convergenza tra destra e sinistra, al punto che non dismettere quella distinzione corrisponde a perdere il filo del discorso liberista-progressista. Un insieme di ruscelli, torrenti e fiumi in discesa verso un unico indifferenziato mare spopolato, nel senso di senza di noi, definitivamente inutili votatori, nonché fastidi sociali in attesa di estinzione, ma brulicante di piccole persone morbide, pronte alla facile conformazione sotto il maglio dei liquidi valori progressisti.

Pessimismo? Parole di un esasperato? Di un sofferente? Di un frustrato e insoddisfatto? Tutto può essere. Estrarre dalla realtà i puntini utili al nostro discorso è un’ineludibile impertinenza egocentrico-esistenziale, almeno finché si da retta al mondo delle idee. Tuttavia, digressione evolutiva a parte, non è pessimismo, non sono parole di un esasperato, né di un sofferente e di un frustrato insoddisfatto, bensì scontate per tutti coloro che vedono il significato simbolico e sentono la grevità individuale e sociale dell’andazzo della politica ed educazione occidentale, europea e italiana.

Ne è un puntuale e cristallino indicatore un fatto semplice. In uno dei blog di mio interesse, il 4 giugno 2026 è stato pubblicato un articolo (1) intitolato “Epstein files… scienza e transumanesimo”. Una sintesi pulita del vuoto valoriale e identitario in cui l’umanesimo è stato gettato. Su altre testate e blog, perlopiù senza possibilità di commento o senza commenti, ne avevo letti diversi altri sulla medesima falsariga. Tuttavia, questa volta, non solo condividevo e apprezzavo l’autrice, ma estendevo l’emozione al responsabile del blog che ne aveva deciso la pubblicazione.

Una specie di felicità mi era saltata addosso sorprendendomi per la sua forza terapeutica di riduzione della solitudine che, leggendolo, gocciolava addosso a me e a chi vede e sente quel vuoto valoriale voluto dai pochi che sono riusciti prima a imbambolare buona parte di noi e poi a privatizzare il mondo.

Nell’euforia della lettura ero già in attesa dei commenti all’articolo che come tutti gli altri e come sempre era venuto disponibile prima dell’alba. Il primo di questi, apparso poche ore dopo l’articolo, suggellava il senso di comunità che il testo mi aveva provocato. “Non sentirsi soli”, è una frase inflazionata e quindi trascurabile, ma niente affatto quando un’emozione la ricrea in noi come una gemma che sboccia in fiore.

Nel seguito della giornata tornavo e ritornavo su quella pagina con la scontata certezza che vi avrei letto altri commenti capaci di sostenere l’idea che c’era di che fare corpo. La loro frequente presenza in calce ai pezzi pubblicati dal blog, spesso copiosa, legittimava la mia attesa di cogliere quanto la critica mossa dall’autrice, fosse condivisa o meno.

Passavano le ore ma il primo commento restava l’unico. Solo verso sera ne apparve un secondo a sua volta molto confortante. Ma ormai la mia euforia era crepata. Ne attendevo a manciate, ma in una giornata ne erano stati scritti soltanto due. Nei giorni seguenti non se ne aggiunsero altri.

L’assenza di partecipazione a quell’articolo bandiera spingeva per sentirsi pessimisti, frustrati e insoddisfatti. Quella bonaccia dell’indifferenza era la conclamazione dell’accondiscendenza dei più, se non della loro soddisfazione, di come e dove va il mondo senza più il timone analogico dell’umanesimo, fatto a pezzi da quello tecnocratico digitale.

Quell’articolo raccoglieva il presente in cui siamo costretti anche se non si dedicava a tutti gli aspetti politici-economico-valoriali sparsi ovunque nella grigia atmosfera che respiriamo. È un presente disastroso, il cui merito va all’ordalia del progressismo, principale ingrediente e summa del nuovo ordine mondiale.

 

 

Note

.1 https://gognablog.sherpa-gate.com/epstein-files-scienza-e-transumanesimo/comment-page-1/#comment-162674

 

Ripasso di un’illusione

di Ennio Abate

Pubblico  questo mio  “samizdat colognom n.5, settembre 1998 foglio semiclandestino di critiche solitarie e stonate”  per metterlo accanto al saggio di Giulio Toffoli (qui) e all’articolo di Lorenzo Merlo (qui) . L’intenzione è fare il punto – ammesso che sia possibile – su cosa sentiamo-pensiamo delle guerre  e dei massacri in corso, che continuano, si estendono, non hanno che pause  provvisorie. Rileggendomi, non mi dà alcuna soddisfazione aver capito e polemizzato  già allora con le posizioni ambiguamente revisioniste e da sessantottino pentito   di Erri De Luca, oggi al centro di  polemiche  che mascherano disastri forse irreparabili di  tutta la cultura di sinistra (anche comunista). Anzi non credo neppure che possa  valere il messaggio di resistenza minima che allora  esprimevo.  Oggi, nel 2026, siamo stati tutti ricacciati sempre più  – dal 2022, inizio della guerra in Ucraina;  e poi, dal 7 ottobre 2023, con l’attacco di Hamas a Israele, la distruzione di Gaza,  il genocidio dei palestinesi,  l’attacco USA-Israele all’l’Iran, la recente invasione israeliana in Libano – nel silenzio o in una denuncia  che nulla smuove. [E. A.]

“La scrittura e la guerra”: ninna nanna e requiem su Sarajevo
ovvero gli equivoci del buonismo fin de siècle

Giovedì 17 settembre [1998] a Villa Casati un folto pubblico ha ascoltato Miljencko Jergovic e Erri De Luca, presentati da Nicole Janigro sul tema La scrittura e la guerra. Sponsor: Comune di Cologno Monzese – Biblioteca civica. Adesione di “Coordinamento per la pace e la solidarietà fra i popoli” di Cologno.
Gli autori – recitava il pieghevole – erano i rappresentanti di una «scrittura che si misura con l’orrore» e non si sottrae all’«impossibile compito di dire l’indicibile» (della guerra in ex- Jugoslavia).

Che delusione, che serata sprecata! E che rabbia! Sono rintoccate a morto le solite campane della fine delle ideologie e della politica (De Luca). L’impegno degli scrittori di fronte alla guerra è stato ridotto ad autoterapia, a «destino» (Jergovic) o a volontariato testimoniale (De Luca). E la guerra – la maledetta guerra – si è dissolta in nuvola immateriale, impalpabile come quella di Cernobyl. Persino una (comoda) citazione di Tolstoj (da parte della Janigro) è servita a glissare sulle domande che oggi servono: quelle “ingenue”, “terra terra”, “ovvie”, “superate”.
Messaggi della serata in sintesi non troppo caricaturale: inchiniamoci al Mistero di questa fin de siècle; scriviamo anche durante le guerre così ci consoliamo da soli (autoterapia) e conserviamo la «fede nella civiltà»; gli intellettuali, invece di restare a casa, facciano un po’ di volontariato (a tempo determinato, magari durante le vacanze) a favore dei disperati dell’Est o del Terzo mondo. E… aspettiamo tutti la New Age.

Di questi tempi – lo so – è difficile azzittire questa dolciastra  ninna nanna e i disperati requiem su Sarajevo (o su altri tragici luoghi che fanno capolino sui mass media) con cori focosi o travolgenti (che so: dell’Internazionale per i laici o del Dies irae per i credenti). E, perciò, sono obbligato ad un a solo – spaesato, stridente  – di obiezioni e indignazioni (ragionate). Vi prego, non fischiatemi subito!

  • Basta con l’antintellettualismo da e per intellettuali.

Produce – è il caso di dirlo – un ipocrita religioso silenzio nel complice pubblico (intellettuale, ovvio! chi non è intellettuale oggi?) sulla guerra ;e sugli orrori nostrani e mondiali invece che discussione.  Un brutto segno. Una volta ci parlavamo addosso ben asserragliati nelle ideologie? Oggi ci taciamo addosso. Aumenta la poltiglia di cuoricini “di sinistra” delusi e pentiti. E si sentono in giro soltanto giaculatorie cattoliche sul Male che devasta questa  Valle (globalizzata) di lacrime.
Da questo buonismo bisogna tirarsi fuori (almeno col pensiero!) ad ogni costo. Siamo in un paese che ha avuto pensatori come Dante, Machiavelli, Giordano Bruno, Gramsci, eccetera. Possiamo continuare con questa solfa piagnucolosa?

  • Gli intellettuali (italiani), invece di andare a Sarajevo assediata (a fare cosa?), sono rimasti a casa (a fare cosa?).

E’ un rimprovero serio?  E va rivolto solo agli intellettuali (di professione)? La critica vera da fare agli intellettuali, più o meno prestigiosi (Bobbio in primis), e al popolo (anche “di sinistra”) è di aver in massa sostenuto con idee e con voto le guerre giuste e i maneggi  dei Potenti del Nord contro gli ex-Potenti dell’Est o meno Potenti del Sud, che assieme se ne fregano dei rispettivi popoli. Andare o no a Sarajevo è stato significativo sul piano simbolico ma irrilevante sul piano pratico. Perché la guerra in Bosnia è stata frutto di scelte, azzardate o meditate, della Germania o del Vaticano o dell’Europa o degli Usa. Tali scelte hanno determinato in gran parte gli eventi lì e i non-eventi qui da noi. Non bastava andare sul posto. E infatti non è bastato. E non è questione di coraggio o di fifa o di «etica» (eufemismo ipocrita di chi abbandona la politica ai “politici” e concede l’”etica” ai preti o agli “intellettuali”). E’ mancato o è stato scoraggiato e impedito un reale impegno politico di sedentari e nomadi, di emotivi e riflessivi, di audaci e prudenti contro questa ed altre guerre. Se a quella  nel Golfo Persico  lo Stato italiano aderì addirittura perché «giusta», per quella in ex-Jugoslavia ci si è messa la coscienza (e il portafoglio) a posto sostenendo cautamente solo la benemerita, ma per forza di circostanze, ambigua – (dirò poi perché) – azione simbolica  del volontariato.

  • Le guerre scoppiano sulla base di un insieme di ragioni indagabili, anche se mai completamente. Le cause dei loro orrori non sono tutte «indicibili». Ma il contributo dato da intellettuali, partiti, sindacati, ecc. per far emergere almeno le cause dicibili, in modo da usarle politicamente contro i responsabili ben individuati della guerra in ex-Jugoslavia, è stato quasi zero.

Una ricerca in talsenso è stata evitata o tenuta ai margini o condotta in modo reticente o dichiarata impossibile. Interrogarsi sulla guerra ad alcuni è parso una scorciatoia da fifoni o una chiacchiera poco generosa. Altri  hanno rispolverato la paralizzante idea che le azioni umane sono volute dal Destino o che resteranno inevitabilmente incomprensibili alla “presuntuosa” Ragione. Al coro liberal dei Bobbio  da noi si è associata gran parte del popolo. Al coro del Papa e della Chiesa cattolica – che ha almeno avuto il merito di dire no a parole alla guerra – si associano anche De Luca, quando afferma che le guerre non si fermano,[1] Janigro con la citazione-tappabuchi di Tolstoj[2] e il giovane  Jergovic. Essi non  «si misurano» con la guerra  endemica  tra i popoli sottosviluppati, con lo scandaloso godimento differenziato e “da privilegiati” del benessere da Mercato da parte dei soli gruppi sociali protetti dei Paesi del Nord. Loro «si misurano» col Destino, il Mistero, l’Indicibile. Chi  chiarirà, dunque, più almeno le oscurità dicibili della storia contemporanea e combatterà le menzogne continuamente dette  della guerra giusta e della pace ideale?

  • Lo scrittore impegnato oggi dovrebbe spiegarci anche con la forza dell’arte queste oscurità dicibili della storia contemporanea.

Lascio perdere  i grandi scrittori di un passato oggi ignorato o manipolato (Sartre ai tempi della guerra in Algeria; Orwell durante la guerra civile di Spagna; eccetera) e tutta una tradizione che almeno pensava la guerra nella sua crudezza storica, magari come “prosecuzione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Altri tempi! D’accordo. Siamo nani post-comunisti, post-moderni, post-quel che volete. Ma anche da nani si potrebbe pensare senza ipocrisie e accorgersi dei limiti minimalisti dell’impegno così com’è oggi proposto: la scrittura impegnata è ridotta ad autoterapia;  il volontariato (degli «italiani del Nord» – precisazione sintomatica di De Luca) – è azzoppato in partenza. Mi spiego meglio: una parte della scrittura (o letteratura) del ‘900 ha avuto una funzione pubblica, sociale, etica e politica e l’ha svolta prima o accanto o mai separatamente da quella autoterapeutica o estetica (pure innegabili). Si pensi a Brecht. Lo scrittore impegnato non si è mai vietato di indagare  intellettualmente (altro che ideologicamente!) la guerra. Non si è ridotto – per paura dei feticci dell’ideologia o della partigianeria – a semplice testimone di quel che gli passava sotto il naso o a tenerla «per così dire sullo sfondo». Ben vengano i mille diari della scrittura autoterapeutica: chi è stato murato dai potenti e dai loro seguaci nei ghetti e nelle prigioni o nei manicomi e nei bassifondi e ha  scritto per resistere, per testimoniare – sgrammaticato o ripetitivo, inelegante o ossessivo – andrebbe pubblicato e fatto conoscere più di quanto i padroni delle case editrici permettano.  Ma la scrittura di chi gode oggi i “privilegi” della cosiddetta democrazia non è sottoposta a limitazioni da medioevo oscurantista o stalinista e va giudicata a tutto campo. Non ci si può accontentare che sia autoterapeutica o bella. Il fatto è che in prevalenza quella sfornata “in democrazia” se ne strabatte di ogni impegno. Campa sull’intrattenimento [del cuore, della lingua (del gioco linguistico), del ventre]. Jergovic e De Luca non sembrano essere di questa spregevole o svagata truppa. Ma l’enfasi del primo sulla «scrittura come destino» o «senza nemico», «senza ideologia»,  senza «lo sciovinismo dei padri» e quella del secondo di «testimonianza» in pose bibliche sui malanni contemporanei divagano lo stesso dal nocciolo duro con cui dovrebbero o dicono di confrontarsi: la guerra, il potere, le possibilità di libertà umana. La loro è scrittura autocastigata, non esercitata in tutta la sua pienezza (Come il volontariato di cui dirò poi). Essi non credono alla «letteratura che ha intenzione di fare il bene» o che abbia «un’utilità pratica», antichi vizi degli ingenui scrittori neorealisti? D’accordissimo. Non ci vogliono più parlare di ideologie? Ma chi glielo chiede?Ci parlino di tutto col massimo di libertà. Non si chiudano, ad esempio, nei ghetti per uomini colti di questa fine del secolo: nella metafisica heideggeriana del Destino o nell’atemporalità sacrale della Bibbia. Siano umani fino in fondo. Dopotutto anche Cristo fece (o fu soltanto) l’uomo (un brav’uomo!). E, da lettori o scrittori, risparmiamoci tutti la retorica “corporativa” sulla scrittura e sul libro, che a Sarajevo avrebbero «salvato» la vita a tanti e trasformato «un popolo di assediati in un popolo di poeti». Non sono stati soltanto i libri (bruciati giustamente per scaldarsi), questi oggetti  cari agli scrittori e ai lettori, a “salvare” gli abitanti di Sarajevo, ma anche le mutande, gli scarponi, i preservativi, eccetera. Benemerito – in questo clima culturale dematerializzato – sarebbe scrivere su la guerra e la maglieria o la guerra e la calzatura, eccetera. E anche su la guerra e i militari o la guerra e le banche o la guerra e i mercanti d’armi. Chissà quante illlusioni buoniste cadrebbero di botto. La scrittura non sarebbe immediatamente utile come un cacciavite o una pinza, ma più vera sì!).

  • Per finire, è insopportabile l’apologia (interessata o disinteressata) del volontariato odierno ridotto a supplente (dello Stato, degli intellettuali, dei partiti, del popolo e via seguitando).

Sospetto di uno Stato che non tollera supplenze (che so: nella ripartizione salari-profitti o del reddito) ma volentieri si lascia supplire su questioni sociali fondamentali o scomode. Una tale (settoriale e limitata) supplenza (del resto controllata) gli permette di dedicarsi meglio ad intrighi ad alto livello alle spalle di elettori e popoli. Sospetto dell’ambiguità di questo volontariato eternamente supplente e dello stesso principio che l’ispira: la carità “cristiana” (meglio cattolica). Cari amici cattolici, dichiarati o di fatto, non illudetevi troppo sull’amore che vi ispirerebbe.  La vostra solidarietà scende a patti con le esigenze dei Potenti ed è anzi ispirata anche da quelle. I vostri aiuti umanitari non sono doni gratuiti e disinteressati. Anzi riconfermano e stabilizzano la superiorità di chi dà e l’inferiorità di chi  riceve. Non scandalizzatevi. Non sono il solo a dirlo. Leggete qui di seguito:

… è il cristianesimo a introdurre il dare senza prezzo, il dividere il pane con l’altro, che è come dividerlo con Dio..[mentre la modernità] non conosce amore e comincia a non conoscere più diritti, e quando toglie di mezzo i diritti non gli resta che affidare la solidarietà ai volontari, che non disturbano il sistema e hanno tempo al posto di chi, dovendo produrre per vendere o acquistare e vendere senza produrre, non ne ha… i volontari sono il meglio, il meno lontano dal gratuito, che abbiamo.Ma è poi così positivo il gratuito?… Il gratuito.. non produce legame sociale. Lo scambio è legame sociale, e finisce che senza scambio non ci sarebbe legame sociale. Ci risiamo col dare per avere…

E se si avesse secondo i bisogni invece che secondo quel che dai? Santo cielo, risalterebbe fuori il comunismo che proprio non si può far circolare neanche a Montegiove.[3]

(R. Rossanda, Gratuità a Montegiove,  il manifesto 19 ag. 1998)

Mi sento, allora, di urlare con fraterna rabbia non contro il volontariato ma contro quest’autolimitazione dell’idea stessa di volontariato e di impegno. Le energie messe in campo dal volontariato sono un centesimo di quello che lo Stato potrebbe mettere in campo. Si può accettare questa limitazione? Inoltre questo volontariato protetto e azzoppato è certo «il meglio, il meno lontano dal gratuito», ma tollera che il suo operato venga sbandierato come unico esempio possibile di solidarietà e umanità. L’eccesso di valore attribuito ai pochi e bravi volontari, impregnati di falsa prudenza e acquattati sotto l’ombrello del Potente buono (la Chiesa, l’Onu) contro il Potente cattivo di turno, oscura la possibilità di un volontariato autonomo, completo e di tanti. La Diga Democratica che è stata costruita in un secolo di lotte sociali per affermare i bisogni sociali  negati fa acque da mille fori. Il volontario tappa alcuni buchi ma contemporaneamente in alto i Potenti, che sono i Custodi della Diga, ne aprono altri cento. Proporsi di impedirgli di continuare a danneggiarci non è megalomania. Ci hanno e ci abbiamo provato già in passato – dice lo scrittore De Luca mentre lo scrittore Jergovic  vuole solo dimenticare «le conseguenze della politica di quei padri [comunisti]» – ma non ci siamo riusciti. Anzi agli orrori del capitalismo si sono aggiunti gli orrori del comunismo. Non possiamo fermare le guerre odierne, non possiamo fermare lo Stato (o gli Stati). Anzi gli Stati nazionali – poveretti! – sono in crisi e asserviti a Potenze Superiori. Meglio allora alleviare la piaga del prossimo raggiungibile invece di illudersi con una politica “utopica” e testimoniare cristianamente (meglio cattolicamente) l’impotenza umana? Ora, se non ci restasse che testimoniare, facciamolo in modo da sfuggire i rischi delle ninne nanne e dei requiem. Teniamoci all’altezza delle tragedie. Un consiglio allora a scrittori e lettori:  Ernst Bloch, IL PRINCIPIO SPERANZA.[4] (Avvertenza per il pubblico giovane: Bloch non può venire a Cologno, né partecipare a festival di letteratura, né firmare autografi.)

COLOGNO MONZESE 22 SETTEMBRE 1998

Note

[1] Per De Luca le guerre  non si fermano. La rivoluzione russa non fermò la prima guerra mondiale? Sì, ma – lui subito obietta – poi è seguita la guerra civile,  lo stalinismo, i gulag.Ecco il catastrofismo a senso unico dei buonisti.

[2] Ragionare sulle guerre fino ad esaurimento! Dire tutto il dicibile e tentare, se possibile, di scavare nell’indicibile!  Ma occultare o sorvolare sul dicibile e schiacciare le domandine fastidiose con il richiamo all’Indicibile, no! Lasciamolo fare a certi  preti. e a certi intellettuali Meglio: le cose che alla fine delle nostre accanite indagini risultassero indicibili lasciamole ai posteri tranquillamente. O che se le smazzi Dio. O la Fortuna. Machiavelli a quest’ultima lasciava il 50%.. Noi umani  alla fine del tremendo ‘900 accontentiamoci pure del 5-10% -tiè!- rispondendo ad altri umani (se vogliamo restare un po’ umani o diventarlo un pizzico in più!).

[3] E’ un convento dei camaldolesi «dove cristiani ed ebrei di varia dottrina discutono con alcuni non credenti».

[4]  Dalla quarta di copertina:« è senza dubbio una delle imprese filosofiche più ambiziose del Novecento: un secolo sorto sotto il segno di un’immotivata fede nell’onnipotenza dei progetti globali della storia, che si chiude nella percezione disincantata di un futuro imprevedibile e improgrammabile. Contrapposto all’attualità e all’ideologia della “fine della storia”, Il principio speranza -… risulta oggi audacemente inattuale ma ricchissimo di suggestioni su temi sempre aperti.. Bloch esplora la dimensione utopica del pensiero… oltre il “principio del piacere” delle vecchie utopie, ma anche oltre il “principio di realtà” inteso come passiva accettazione del già-dato..»

Guerra e pace

di lorenzo merlo ekarrrt – 150226

L’ineludibilità della guerra attraverso la dimensione logico-razionale. La possibilità
della pace attraverso la via della consapevolezza.

Cuccioli e bimbi

Nell’età neonatale non c’è separazione tra noi e il mondo. Non siamo ancora identificati con il corpo, tantomeno con il pensiero, come avviene invece a partire dall’età infantile, durante la quale prende consistenza l’incrollabile struttura detta io, nella quale, inconsapevolmente, ci identifichiamo.
Uno dei distinguo tra le due età risiede nella psicologia dell’espressione del bisogno: per i più piccoli corrisponde ad un’esigenza che qualcuno (la madre) soddisferà, mentre per i bambini, ad una pretesa carica di rancore-sofferenza se insoddisfatta o, al contrario, di ovvio diritto rispettato.

Ragazzini

Nell’età successiva, detta adolescenza, insieme alla separazione psicologica dai genitori, si compie l’affermazione definitiva della personale identità.
Come già era nell’infanzia, anche in questa fase, ciò che proviamo ha diritto assoluto di essere ascoltato, il nostro stato interiore assume i caratteri dell’universalità, ciò che proviamo è posto al centro della realtà in modo direttamente proporzionale all’incapacità di esprimerlo. È una condizione narcisistica, ignara del mondo che alberga nel prossimo e incapace di tenerne conto. Non riconoscerla, non considerarla, non accudirla è peccato grave di chi riteniamo sia tenuto a farlo.
In questa età, il giudizio corrisponde al reale stato della realtà.
Il transito dall’adolescenza all’adultità ha un che di iniziatico, in quanto il guscio narciso, entro il quale esaurivamo il mondo, si schiude mostrandoci quanto non vedevamo e tenevamo in conto. Si diviene un nuovo essere capace di coscienza dell’altro, quale esistenza altrettanto nobile alla nostra, da rispettare. Il prossimo non è più, come accadeva da ragazzini, una figura strumentale a noi, senza sentimenti ed emozioni, sensibilità, attitudini. E non poteva essere diversamente, in quanto a nostra volta non avremmo saputo dire quali sentimenti provassimo e quali emozioni ci muovessero.

Grandi

La condizione adulta vive la responsabilità della realtà che la circonda, in particolare dei doveri nei confronti del prossimo, della cura l’educazione della prole e dei relativi coetanei in cui vede il futuro e in quella dei vecchi, nell’ultima età della vita, nei confronti dei quali porta riconoscenza e attenzione.
Se per quanto riguarda le epoche neonatale, infantile e adolescenziale, quanto tratteggiato fin qui, fatto salvo problemi psicologici relazionali, ha la sua attendibilità, per quanto detto per l’età adulta non è che la configurazione teorica. In questo momento storico infatti, lo stato adulto e la corrispondente responsabilità, non ha più la solidità di una scultura nella pietra, ma l’impermanenza di una scritta sulla sabbia.
L’adulto di questi anni, forgiato nelle comodità fisiche e psicologiche non ha calli sulle mani, non ha coscienza dei sentimenti e delle emozioni che lo attraversano, non ne sa parlare, ne è dominato. La sua attenzione non è sulla responsabilità ma sul diritto. È una figura incompiuta, ovvero vulnerabile, proprio come un adolescente. Non avendo, quindi, coscienza di sé, non ha più il necessario per essere un mattone dell’edificio sociale. 

Vecchi

Il solco della tradizione, prima segnavia della vita, ora, riempito di cianfrusaglie e non solo, non ha più alcun potere, ma è pure denigrato. I vecchi sono divenuti un peso sociale e famigliare di cui sbarazzarsi, gli adulti si dedicano al piacere, gli studenti sono spezzettati come le specializzazioni di cui hanno il culto, i giovani sono irregimentati al servizio del lavoro e della replica, estranei a tutti i valori comunitari tranne a quelli liquidi fomentati dal bailamme d’informazione-intrattenimento digitale, che bombarda a grappolo loro e chiunque, i piccoli sono educati all’egoismo come prioritario principio dell’esistenza ridotta a competizione.

Cultura

E come si sarebbe potuto evitare l’abisso dall’aspetto umano nascendo nella cultura materialista, nido e cielo dei nostri pensieri? Come avremmo potuto concepire altro che non fosse riducibile all’ascissa e all’ordinata cartesiana? Come sfuggire al dogma della scienza che, come un potente magnete posto in fondo al punto di fuga, ci risucchia velocemente, impedendoci così di riconoscere le maglie storpie della sua narrazione in cui il mondo e il vero sono tali in quanto resi evidenti dalle unità di misura che lei stessa ha inventato?

Controcultura

No, salvo risibili eccezioni, non si poteva sfuggire.
Ma, c’è un ma.
E anche di un’ampiezza, che qualunque avveduto nei confronti di ciò che comporta, potrebbe – se non dovrebbe – ridimensionare radicalmente l’arroganza antropocentrica e la relativa esaltazione del razionalismo, ramo del materialismo.
Si tratta delle tradizioni sapienziali, a mezzo delle quali gli uomini di tutta la terra hanno precisato da millenni che la realtà è maschera, che indossarne una o l’altra e difenderla conduce al male, embrione di ogni conflitto intimo o relazionale.
Si tratta anche di pensatori noti e ignoti che, emancipati dalla egregore culturali che li aveva nutriti, hanno saputo riconoscere quanto il potere che è in noi sia regolarmente, indefessamente, mortificato, costretto entro gabbie di idee che crediamo nostre, con cui ci rappresentiamo, per le quali ci sentiamo in dovere di difenderle e combattere. E siamo di nuovo ad una vita vissuta nella sofferenza o, a volte, nell’esaltazione – nient’altro che un contraltare ugualmente vacuo – sotto il quale ci attende il buio del nichilismo. Un territorio in forma di centro commerciale dove credere di condurre una vita rispettabile o di tiro a segno, dove credere sia legittimo sopraffare il prossimo, convinti che le buone maniere possano bastare a sentirsi nel giusto. Un territorio virtuale che, al primo corto circuito, le reti della depressione e della disperazione ci agguantano per lasciarci nel secchio ad agonizzare, certi che la morte che vorremmo darci è il solo modo per uscirne.

Osservare

Se le tradizioni del mondo, ognuna a proprio modo, hanno precisato come e quando il malessere, e perciò anche il benessere, si attesta in noi, tra i pensatori più recenti, Nietzsche, con la sua Umwertung aller Werte, trasmutazione di tutti i valori, ha delineato un ulteriore, possibile, fase evolutiva dell’uomo e l’ha chiamata übermensch, oltre uomo. Ovvero di una figura capace di riconoscere le egregore che lo mortificavano e di emanciparsene mettendole così a tacere. Un uomo in grado di svincolarsi dall’egocentrismo, idoneo ad annullare il giogo del narcisistico vittimismo e di recuperare, perciò, la forza creativa a mezzo del potere della volontà, da lui definita di potenza, per distinguerla da quella dell’autoindulgenza. Una all’altezza della disciplina, l’altra inficiata dalla lassità.
Si tratta banalmente di un uomo realmente adulto, realmente all’altezza di prendersi la responsabilità di tutto e della propria condizione. Di un uomo consapevole che solo a mezzo dell’assunzione della responsabilità di tutto si passa dalla cruna dell’ago, dalla “porta stretta della conoscenza” (1), accedendo così alla miglior forza creativa, la stessa che Bergson ha definito slancio vitale.

Uomo compiuto

L’uomo compiuto è consapevole che non esiste ragione superiore, che ognuna ha la sua radice e diritto d’esistenza, che eleggerne una sopra le altre è all’origine della guerra, che ogni affermazione che distingue, classifica e gradua è assolutamente autoreferenziale, che ogni giudizio separa l’unità che siamo. Vede quanto l’”esportazione della democrazia” sia in seno una camicia di forza delle culture soggiogate e anche che, tale veste, dovrebbe indossarla proprio chi la vuole imporre al prossimo.
Sa che la ragione, il causa-effetto e la logica hanno diritto a un grande potere purché entro i limiti di contesti chiusi, tecnici, materiali, nei quali il meccanicismo a pieno diritto di dominio, ma totalmente fallace in quelli aperti, relazionali, umanistici.
Sa che la deriva illuminista ha sottratto all’uomo la dote per conoscere attraverso il sentire, quella per traguardare oltre le forme, per constatare che le sue novità sono fasulle e che si ripetono da sempre identiche, perché sa che i pochi sentimenti e le poche emozioni sono identiche in tutti gli uomini, in tutti i tempi e che, quindi, la loro combinazione non può che ripetersi frequentemente. Vede che ognuna di queste viene vantata da chi la esprime come fosse sua e nuova, ignaro della verità dell’iperuranio. Vede che ritorniamo con la medesima arroganza a difendere una nuova, dopo aver visto che la propria vecchia ora è in mano ad altri, al nemico.
Vede le ragioni energetiche che ci spingono ad un ruolo, che chiudono entro una condizione, che ci permettono la bellezza e l’amore.
Vede come vivere in pace con sé e il prossimo.
Vede che siamo prede di suggestioni dovute all’interpretazione egocentrica, vittimistica o prepotente.
Dunque, sa che la verità reclamata dagli uomini è solo entro il loro piccolo discorso biografico, necessariamente autobiografico, obbligatoriamente autoreferenziale.
Sa distinguere tra storia duale e uno universale, sa che nella prima risiede il conflitto e nel secondo la serenità.
Sa che porgere l’altra guancia non è un’allegoria per esprimerlo, in quanto significa soltanto emanciparsi dalla propria importanza personale per vedere cambiare il mondo. Che non farlo significa mantenerlo così com’è nonostante le intenzioni intellettuali nella bocca di tutte le parti in causa.
Sa che capire non conta nulla e ricreare è necessario.
Sa perciò cosa implica la guerra e come realizzare la pace. Infatti, ogni consapevole della parzialità obbligata delle proprie affermazioni, emancipato dall’importanza personale, avendo valicato le frontiere egoiche, libero dalle parassite imposizioni duali dell’io e del voi, esprime una forza di pace.

Brhad-aranyaka-upanisad IV.3.21

“Come nelle braccia di una donna amata perdiamo ogni distinzione fra l’esterno e l’interno, così l’essere umano abbracciato dall’assoluto onnisciente è soddisfatto in ogni suo desiderio; solo il desiderio dell’assoluto persiste, ogni altro sparisce, così come sparisce ogni dolore”.

 

 

Nota

  1. Raimon Panikkar, La porta stretta della conoscenza. Sensi, ragione e fede, Milano, Rizzoli, 2005.

Il patriota, l’alpinista e il filosofo

di lorenzo merlo ekarrrt – 240526

Pensare, sentire, verità. Non c’è altra realtà se non quella presente nella mente.

La realtà del dolore di una martellata sul dito, in caso di terremoto, o distrazione di pari portata, scompare.
Quel dolore varia in funzione della soglia individuale e della disponibilità/educazione a non farsene prevaricare.
L’attrazione per una donna ci piega la vita finché l’ammaliamento è vissuto come un’esigenza irrinunciabile. Tale realtà può cadere senza rumore in caso di un’emozione superiore.

Al pari del sentire estetico, anche la bolla cognitiva, in cui sempre ci troviamo in stato di veglia – e forse anche di sonno – determina la realtà, la descrizione che ne facciamo e dunque le verità che esprimiamo. Per esempio, ritenere che soltanto la scienza comporti conoscenza è più di una bolla, è un guscio e anche una corazza che si tramanda da sussidiario in sussidiario. Ma anche dedicare tutte le energie per pagare le rate della Bmw, far corrispondere il benessere al Pil, filtrare il mondo con gli occhi dell’economista, credere di salvare il mondo con il riciclo della plastica e l’auto elettrica senza uscire dal sistema che ha generato il problema, sono campioni di verità che fanno al caso del nostro discorso.

Il segnavento che ci indica come orientare la randa per solcare il mare della vita non è soltanto estetico e cognitivo, è anche intellettuale, riguarda il pensiero.
La vita, o la realtà, si mostra penosa entro i rovelli di una preoccupazione e gioiosa la mattina dei regali di Babbo Natale. Proiezioni di segno opposto a cui dedichiamo tutta la creatività di cui disponiamo. Un versamento di energia a flusso continuo che, figurativamente parlando, inconsapevolmente gettiamo avanti a noi per poi reificarlo – sempre inconsapevolmente – in realtà senza via di fuga.
Reificare, sì. È questo il termine nei confronti del quale sarebbe opportuno un confronto, soprattutto da parte di coloro che vagheggiano i pilastri della realtà oggettiva, unica per tutti.
Neppure la concretezza del rosso di un semaforo può fermare il pilota sopra pensiero, in cui la realtà materiale scompare, sostituita dalla visione in cui è immerso. La realtà è nella relazione e lui non l’aveva con la circostanza fisica, ma con la visione mentale in cui si trovava, anzi, in cui era, in cui tutta la sua vita risiedeva. Ciò che esiste, che fa presenza in noi richiede la posa della nostra attenzione, senza la quale tutto resta intonso nell’iperuranio in attesa di qualcuno che lo crei o lo colga.

È qui che l’appello all’ovvio, che il giudizio in sella al senno di poi e quello incapsulato nel “bastava un po’ di buon senso” si fanno affermazioni – cioè verità – burlesche, al pari di quelle di una farsa teatrale.
Chi le pronuncia investe l’altro con il proprio mondo e pensiero, la propria verità e visione. Dire “ma era ovvio” o “bastava un po’ di buon senso” è equipollente a passare con il rosso, nonostante la Bmw e le tre lauree. Non solo. A questi signori non è mai stato detto che “era ovvio”, che “bastava un po’ di buon senso”?
C’è di più. Dire “ovvio” in circostanze relazionali, non tecniche, regolate e condivise dalle parti in causa, impedisce la conoscenza, cioè chiude la sospensione del giudizio, interrompe la relazione con la ricerca delle cause di un certo comportamento considerato sbagliato. Giudicare gli effetti e non vedere la struttura che ne ha obbligato l’insorgenza equivale a tiranneggiare il prossimo e a farsi tiranneggiare, a impedire uno sguardo materno necessario per andare oltre le apparenze, a comprendere noi e il prossimo, a permanere nella suggestione della conoscenza.

Così, a causa del proprio pensiero e del proprio sentire avviene anche la realtà e la verità del patriota che va alla battaglia disponibile alla morte e alla pena. E quella dell’alpinista, attratto verso l’alto di una sua endemica bellezza, sola florida terraferma del suo piacere, atollo autopoietico emerso da un oceano di pericoli di cui, sostanzialmente, non si cura. E pure il filosofo che, certo della vena che lui solo ha individuato, annuncia al mondo dove sta la verità.
Patriota, alpinista e filosofo, per quanto in viaggio attraverso territori differenti, sono mossi dalla medesima energia, alla quale il loro pensare e sentire conferiscono il potere magico di farne realtà e verità.
Questioni di pari legittimità, che semantiche individuali e istituzionali costringono in arbitrarie gerarchie semantiche.

 

Al centro del tempo

di lorenzo merlo ekarrrt – 170526

L’immacolata concezione riguarda tutti e tutto. È a causa sua che il mondo che esiste è del tutto confinato entro la descrizione di ognuno. Oltre che tutto e tutti, coinvolge anche organismi aggregati in gruppi piccoli e grandi, familiari, amicali, tribali, sociali, morali, etici, educativi, politici, culturali, geografici, storici. Ognuno di questi ha a che fare con la realtà che concepisce, ovvero con le idee che in essi avvengono.

Ogni narrazione di realtà corrisponde sostanzialmente ad ogni romanzo. Tutti composti con un solo alfabeto, con medesime parole e identica sintassi, secondo una sequenza di affermazioni che forniscono semantiche differenti.  Vale a dire che, con pochi segni convenzionali ed autoreferenziali, riteniamo di poter descrivere il mondo, per lo più con la determinazione tratta dalla certezza che esso sia effettivamente così come crediamo di vederlo.

È però un epilogo, non di rado tragico, che analiticamente parlando – ovvero scomponendo il tutto in tessere da ricombinare secondo il nostro interesse, discorso o romanzo – origina dall’egocentrismo. Uno stato dal carattere del sortilegio che come un involucro ci contiene. Il quale perciò, a sua volta, non è che un generatore immacolato di concezioni del mondo.

Secondo questa narrazione il romanzo configura la pari verità di ogni affermazione. A chi può riconoscere tale banale conclusione – in senso dualistico di segno opposto a quella consuetudinaria – è riservata la consapevolezza dell’inconsistenza delle narrazioni che pretendono di essere superiori ad altre. Consapevolezza che porta dritto ad apprezzare il romanzo narrato da Marshall McLuhan, da Paul Watzlawick, da Heinz von Foerster, da Gregory Bateson, da Ernst von Glasersfeld, da Ludwing Wittgenstein, da Franco Fortini, da Kurt Gödel e certamente da altri, nel quale osservato e osservatore non sono due parti ma un solo organismo.

Se organizzativamente e amministrativamente parlando prediligere l’equipollenza delle affermazione – oltre che essere una posizione in conflitto con sé stessa – corrisponde a togliere la tessera più in basso del castello di carta sul quale abbiamo impiantato e coltivato le nostre convinzioni gerarchiche, da un punto di vista non tecnico, ma umanistico, aprirebbe l’accesso a vallate culturali di prosperità esistenziale.

La concezione della narrazione dell’osservato che, necessariamente, contiene quella dell’osservatore – sebbene sia implicitamente una radicale critica dello scientismo, quindi dell’evidenziazione della scienza come null’altro che una autoreferenziale idea di sé e del mondo – positivisticamente parlando, da sola basterebbe ad inseminare ragione e sentimento per dare il via ad una cultura non più inconsapevolmente antropocentrica ed egocentrica, quindi ad una armonica relazione con se stessi e con il mondo.

“Basterebbe”, ma non è – finora? – bastato. Contro la sua affermazione gioca un’altra inconsapevolezza. Quella imposta dalla concezione meccanicista ed oggettiva del mondo. Pezzi e non organismi, realtà fuori da noi e non dentro noi.

Sulla via che ci allontana dalle maceriche lande bruciate dall’impero dell’egocentrismo – genitore di ogni avidità e conflitto – e che ci avvicina al valico oltre il quale si apre la fiorita vallata della bellezza si incontra la dissetante fonte filosofica della fisica quantistica. Una specie di profondo conforto e rivelazione della magia di tutte le narrazioni. Essa, infatti, ci mostra in che termini avviene la realtà. Come una sorta di setaccio, infatti, filtriamo dall’iperuranio – residenza di tutte le parole, gli alfabeti e idee – giusto il necessario all’alimentazione della nostra biografia. Un momento inavvertito dalla coscienza, nel quale avviene (Heidegger) la realtà. Un composto organico pregno di sentimento, emozione, esigenza. Pregno perciò di noi stessi e dello spirito del tempo indispensabile ossigeno del nostro mondo.

Quando Ilya Prigogine, David Bohm, Kurt Heisemberg, Niels Bohr ci parlano di multi-universo, di teoria unificata, di teoria delle stringhe di mente e materia come un’unica entità ci stanno chiamando dal fondo della vallata. “Siamo qui. Siamo qui”, ci gridano sventolando fazzoletti per richiamare la nostra attenzione. Chi arriva in sella al valico li sente e li vede, scorgendo vicino a loro, silenti e pazienti i totem della conoscenza delle Tradizioni sapienziali di tutto il mondo, da sempre residenti tra quei pascoli, quei ruscelli e quelle foreste.

Bolle di sapone

di lorenzo merlo ekarrrt – 240126

Escursione tra le bolle leggendarie in cui poniamo le nostre verità.

Nella silenziosa ma permanente e determinata ricerca della verità, costruiamo architetture d’ogni tipo che la sostenga. Ma forse è meglio chiamarle ragnatele con le quali catturare il nostro insetto, cibo per il sostentamento della propria biografia. In ogni caso, si tratta sempre di congetture autoreferenziali, scienza inclusa. Le servo-strutture più convincenti sono quelle razionalmente strutturate, logicamente stringenti, eloquentemente descritte e autorevolmente comunicate.
Più o meno tutti, quantomeno a rotazione, cerchiamo di rispettare tale modello che, in senso lato, si potrebbe definire scientifico. Infatti, appena cogliamo la contraddizione nell’altro, non esitiamo a screditarlo, nullificando il valore e la ragione del suo discorso verso la verità.

Tra gli elementi prima elencati – razionalità, logica, eloquenza, autorevolezza – strano a dirsi – il più necessario all’affermazione della verità è l’ultimo, l’autorevolezza.
A questo proposito è sostanzialmente esaustivo, tanto da fare scuola, il noto “l’ha detto il telegiornale”. Storico e innocente – ma psicologicamente universale – sostegno a sé stessi attraverso l’accredito conferito alla fonte. In esso, chi può permetterselo, ravvisa la vera natura della magia. Null’altro che correnti energetiche, la cui condensazione in nodi, gorghi, contrasti e flussi genera la realtà della storia.
L’aveva sostanzialmente già detto Marshall Mcluhan, ma pare non abbia fatto breccia nella cultura. Il suo “il medium è il messaggio” alludeva al potere magico della fonte, nei confronti di coloro che ne dipendono. Con l’accredito, infatti, l’oracolo è efficace e il miracolo è possibile. Per riconoscere in che termini lo siano, non è qui opportuno portare l’attenzione agli storpi che si alzano e camminano e neppure su Mino Damato – o altri come lui – che passeggia sulle braci. Lo è invece osservare come ogni nostro cambiamento avviene nel momento in cui ciò che avevamo respinto o mai incontrato entra in noi offrendoci prospettive prima sconosciute, modificando la struttura dell’io e generando bolle dedicate alle nuove verità vantate.
Ogni nuova consapevolezza ha la natura del miracolo. Viceversa, senza il tributo dell’accredito, le parole di un’affermazione, per erudita e scientificamente inappuntabile, passano via come il vento sulle orecchie.

Ma tutto ciò, oltre che la verità, riguarda la comunicazione. “La verità sta nel discorso” (Foucault) è una formula che contiene l’universo psicologico della costituzione delle idee – delle quali ci riteniamo i detentori dei diritti – la cui forza è di tipo mongolico, rispetto alle aste e ai cerchietti della prima elementare a disposizione della razionalità, sfacciato strumento che con la sua boriosa bolla ci ha incantati, tanto d’averci convinti che ci avrebbe condotti alla conoscenza.
Non è dunque un caso che, nonostante la supremazia che siamo soliti attribuire alla razionalità, questa vacilli e crolli sotto il peso di un potere ben più forte, sempre intelligentemente (sic) disprezzato. Mi riferisco alla devastante portata della nostra biografia. Un’entità per lo più tralasciata, quasi non avesse diritto di parola, né carico di pretese. Anch’essa è una struttura autoreferenziale sostenuta e picchettata con tutto quello che troviamo per il mondo, arbitrariamente raccolto se torna utile al suo sostentamento. Per alcuni di noi fino alla sua ipertrofia.

Ed eccoci al punto. Se la propria biografia, quella psico-cosmogonia magicamente contenuta nella parola io, regolarmente impiegata per costruire, a nostro e altrui servizio, l’immagine di noi stessi con cui presenziare nel mondo e riempirlo di realtà, ha natura autoreferenziale, come è possibile che tutte le sue espressioni non lo siano?
In sostanza, da qualunque punto dell’architettura o della ragnatela traguardiamo il mondo, è come se ci muovessimo entro bolle di sapone – bolle, cioè sfere, cioè perfezione – certi che tutto il loro contenuto abbia a che vedere con la verità. Ma cosa ancor più interessante, non vediamo le bolle di sapone dentro le quali alloggiano gli altri e, comunque, quando questo accade non siamo disponibili alla pari dignità, ma del tutto inclini a, se necessario, sguainare la spada, lo spillo con cui far scoppiare le bolle altrui, “certamente” – ci diciamo – “inferiori alla nostra”. E anche la bugia, pompa per gonfiare la bolla, torna utile al proprio sostegno, alla propria vanità. E tutto ciò senza lo spunto per osservare quelle in cui siamo entrati e usciti, per poi improvvisamente ricordarcene, lasciandoci attoniti a chiederci come avevamo potuto pensare e fare in quel modo ora rinnegato; senza il necessario per mutuare l’indulgenza che abbiamo applicato a noi stessi, nei confronti delle bolle per noi inaccettabili in cui soggiorna il prossimo.

Siamo fatti della stessa mescolanza in percentuali variabili di sentimenti, emozioni, bisogni, esigenze, morali, gradienti di doti, difetti e sensibilità varie.
Una macedonia che ci fa diversi e identici – ma vale anche per culture ed epoche – secondo il frullatore delle circostanze di breve e lunga durata. Ciò dovrebbe indurci ad una politica di reciprocità, nella quale cessare di credersi padroni di noi stessi, di impiegare il giudizio, che separa dal prossimo e impone reazioni meccaniche, obbligandoci a restare prigionieri della nostra ragnatela, di constatare che siamo tutti assassini e santi, anarchici e magistrati, vittime e carnefici, solo in funzione della mescolanza accaduta in noi.
Ogni giudizio, ovvero ogni descrizione del mondo che abbiamo in osservazione, richiede la bolla che ne permetta/imponga l’esistenza.
Ogni bolla rappresenta la necessità dell’osservatore e la descrizione dell’osservato, e quindi, anche la verità che osservato e osservatore sono la diade di un solo corpo. Verità peraltro invisa dalle pretese della scienza analitico-materialista – quella dell’osservazione oggettiva del mondo – tutta esistente e contenuta a sua volta, solo e soltanto, nella sua propria bolla parziale e autoreferenziale.
Al di fuori di essa si può incontrare quella della fisica quantistica, una specie di allegoria delle relazioni umane o dei campi aperti, nei quali, ogni bolla, affermazione, scelta, eccetera, è rappresentabile dal collasso della funzione d’onda, in cui l’energia (onda) decanta in realtà materiale, concreta, sensibile.
In pratica, ogni struttura di idee, convinzioni, abitudini, criteri, governi, politiche, filosofie e saperi poggia su una base totalmente autoreferenziale, che diviene verità condivisibile ogni qualvolta si cade nel potere magico del discorso che le esprime.
Prendi l’origine della vita o dell’evoluzione darwiniana delle specie per esempio o anche quella della dimensione dell’universo o del suo incomincio. Tutte fandonie autoreferenziali, pretese a carico dell’idea illuminista che si possa conoscere la verità a mezzo della dimensione logico-razionale.
Pretese soddisfate, a dire il vero, in due occasioni: la prima, se l’unità di tempo con le quali le prendiamo in considerazione è quanto più ristretta, ma del tutto fasulle quando la dilatiamo oltre il momento, oltre la vita individuale, oltre l’epoca storica, oltre l’antopocentrismo; la seconda quando la verità riguarda un campo chiuso, un contesto limitato e condiviso da chi lo osserva.
Se ad ogni bolla corrisponde una verità, che può vivere al suo interno, si deve giungere ad una bolla entro cui la domanda centrale non è vera o no, ma in che termini lo è, in che termini quella bolla, affermazione, scelta, posizione, idea, convinzione, fede, eccetera ha potuto assurgere all’esistenza? Così facendo la conoscenza degli uomini si amplierebbe e, con essa, il rischio di pacifiche relazioni. Per quanto frequente, c’è soltanto una categoria di contesti in cui il criterio della bolla giusta e/o sbagliata può sussistere. Si tratta di situazioni cosiddette chiuse, ovvero delimitate da regole, linguaggio e sue accezioni note e condivise da coloro che si trovano al suo interno. Chi è alla guida di un mezzo, necessariamente ha conoscenza e ha sottoscritto le regole del codice della strada. Per qualsivoglia (bolla sbagliata in cui ci troviamo), compiamo un’infrazione, sappiamo che la bolla giusta del regolamento ci comporterà un provvedimento. L’aritmetica, qualunque gioco, dagli scacchi, al ping pong, al lancio di un missile sono esempi di contesti chiusi in cui la bolla del criterio del vero del falso hanno ragione d’essere.

Abusi razionalisti di potere in pericoloso equilibrio, in quanto obbligati a vivere sul filo della necessità di meccanizzazione dell’uomo, del mondo, della realtà, del sapere, di tutto. Un fatto eclatante, che normalmente passa sotto silenzio, al positivistico fine di mantenere in vita l’autobiografica convinzione del perseguimento della conoscenza. Nient’altro che una leggenda nella quale ci accomodiamo e prendiamo posto accondiscendendo – sebbene inconsapevolmente – al rispetto del regolamento vigente al suo interno, che crediamo essere il solo, l’unico, il tutto. “È un attimo farsi abbagliare dall’ultima invenzione, scambiando una subdola prigione dell’essere per un orizzonte di eternità”. (1)

Qualunque sapere cognitivo ha tali caratteristiche. Per acquisirlo e vederne la verità che afferma, basta imparare l’alfabeto con cui è stato scritto e raccontato. Una serie di segni la cui semantica diviene esplicita solo dopo averne acquisito e condiviso il significato. Più autoreferenziale di così!

E allora? Ci buttiamo dalla finestra? Ci tuffiamo nel nichilismo prima che questo ci divori da dentro? No! L’antidoto alla destabilizzazione dovuta alla presa di coscienza di tali arroganze di conoscenza umana – origine di tutti i conflitti, abusi e soprusi – è duplice. Da un lato consiste nella consapevolezza delle fragili, cangianti, replicanti e volatili bolle di sapone entro cui creiamo e custodiamo il nostro avido e pidocchioso sapere, dall’altro che soltanto a mezzo di successive consapevolezze possiamo spogliarci dall’architettura che ci siamo costruiti intorno e constatare che la conoscenza è già in noi, che l’io e un parassita idrovoro delle energie, che viviamo sotto la cappa logico-razionale nella quale comprimiamo l’infinito che siamo, mortificando così la nostra creatività fino a ridurla ad aste e cerchietti.
È così che avviene l’impensato. La lucidità che distingue l’artefatto, lo storico, l’imbroglio, dal perenne, dall’universale, dalla Verità. È così che possiamo trovare la strada del benessere, dell’armonia, della salute, del sé e lasciare quella sulla quale ci ha spinti la scuola dei saperi specializzati, della scienza analitica, la cultura razionalista, la logica della competizione, lo strapotere della mercificazione di tutto, anche di noi stessi.
Una via con un cuore lungo la quale, tutti saperi divengono semplici strumenti di vita al pari di un rastrello, necessario per radunare il fieno in covoni, che ha il suo diritto d’essere verità, solo dopo lo sfalcio del pascolo, per poi essere posato e divenire inutile. Su quella via si ridimensionano le bolle e i saperi e si trova tutta la conoscenza, che sta in una sola parola. Che non è scienza, che non è cognitiva né etica, ma estetica. Amore.

Note
(1) https://www.ereticamente.net/tra-archetipi-e-algoritmi-il-mito-delleterno-ritorno-rita-remagnino/

RNR

di lorenzo merlo ekarrrt – 240426

La realtà è nella relazione. 

In opposta direzione

La realtà è nella relazione del soggetto con il mondo. Un mondo che nell’immaginazione crediamo sia il solo, oggettivo e condiviso dagli altri. Il nostro io è una specie di vomere che avanza convinto di realizzare il solco giusto. Pensiamo infatti sia condiviso anche quando, con magnanimità intellettual-moralistica, sosteniamo di rispettare i portatori di idee opposte alle nostre. Invece quel mondo varia e dipende dallo stato intimo dell’osservatore, dall’imposizione delle sue emozioni, dallo zodiaco delle sue galassie, sistemi e pianeti, a mezzo del quale viene osservato. È una verità, per lo più ignota alla cultura del misurabile, che da sola basterebbe alla comprensione, al rispetto, alla conoscenza. La cui assenza nelle carni di tutti è forse una delle cause prime della storia, in qualunque ordine e grado la si voglia prendere in considerazione, come conflitto permanente.

Adottando binomi semplici, la realtà descritta dal vincitore non è la stessa di quando la vive nella demoralizzazione della sconfitta; il mondo in controluce non è quello descrivibile a favore; alcuni trovano offensive le pubblicità e il loro bombardamento, altri ne sono indifferenti e altri ancora entusiasti; per alcuni non è possibile mangiare polli industriali, si sentono complici della terribile condizione di vita inflitta agli animali, ma sono una minoranza; c’è chi sventola bandiere rosse e ritiene giusto censurare chi agita le nere. Se tale esempio riferisce di possibili estremi manichei, ognuno nella propria biografia ha a disposizione infinite modulazioni grigie, via via più bianche e più nere.

La banalità che il mondo è dentro noi e che fluttua secondo le burrasche e le bonacce sentimentali ed emozionali risulta assente nella cultura del progresso, la cui ansia di miglioramento è fisiologica e travestita da belle promesse e speranze che i demagoghi, con i loro commenti nei blog, i loro giornali, le loro politiche, spargono a destra e a manca. Bene che vada ciurlano nel manico, costringendo i mondi dei più semplici entro il comodo e tranquillizzante grafico cartesiano e le verità della scienza analitica, dell’eloquenza dialettica, della logica stringente. “La legge” – artefatta da alcuni di questi – “è uguale per tutti”, ne rappresenta un culmine eloquente. Ordinariamente che vada, appena ne hanno il potere, il congenito proselitismo insito nel loro pensare soggioga e sopraffà chiunque non disponga della consapevolezza che la realtà è nella relazione e che, quindi, le ideologie non sono che palloni gonfiati col perenne punto debole dello spillo.

 

La malattia

Se le ragioni socio-organizzative possono rendere accettabile l’obbligo alla sottomissione dell’uniformizzazione ad un modello centralizzato, senza il quale verrebbe meno molto della cosiddetta civiltà, è necessario fare presente che tale legittimazione fluttua e scema man mano che le società rimpiccioliscono verso i clan, le tribù, le piccole comunità. In queste l’organizzazione artefatta viene meno. Al suo posto emerge un’organizzazione naturale, basata sul talento individuale. Non a caso la cultura razionale e industriale è espressione delle società a grandi numeri e la spontaneo-artigianale di quella a piccoli numeri.

Se nella prima il male di vivere è fisiologico – cancro metafisico generato dalla perdita di identità o rotta da seguire secondo il senso di sé – nella seconda il rischio di realizzazione individuale-sociale tende a crescere e con esso la salute comunitaria. La prima avanza a petto in fuori verso la conquista violenta di un orizzonte oltre il quale la attende il vuoto sordido e disperante del nichilismo. La seconda, disponendo di un’umiltà spontanea, rispettosa dei ritmi, delle cadenze e dei cicli naturali, di qualunque raggio d’azione li si voglia considerare, realizza pensieri, azioni e opere fondate sull’armonia, ontologicamente sane.

 

La bit.malattia

Un’infelicità ampiamente riconosciuta, argomentata e descritta nella sua genesi fin dai primi decenni del secolo scorso, ora esponenzializzata dalla digitalizzazione dell’esistenza naturalmente venduta e concepita come progresso. Cioè dalla radicalizzazione della spersonalizzazione delle relazioni umane, dell’irrequietezza dell’attenzione, della sostituzione della morale comunitaria con quella mercificata e usa-e-getta.

Siamo precipitati dalla fune d’equilibrio dal lato dell’avere. L’essere non è più presente nel fare degli uomini.

Stimolati dalla carota fasulla della legge del più forte, abbiamo sempre meno remore a dimenticare comportamenti indulgenti e ad adottarne di cinici. Riconoscerlo è forse il solo pertugio per uscire dal guscio duale, razionalista, positivista e scientista, che ci ha costretti entro il centro commerciale della miserabilità sempre più a buon prezzo, impregnato di nientezze alla dj, di offensivi e ossessivi richiami al consumo, e cambiare il mondo. Un pianeta di bottegai contenti, al quale sì è diligentemente arrivati su un’auto elettrica, nel quale nessuno getta cartacce a terra, convinto così della propria partecipazione alla creazione di un mondo migliore.

 

Fino a che punto?

La concezione dell’uomo come essere nella relazione, che con difficoltà si manteneva a galla avvinghiandosi ai fasciami del vascello spirituale affondato dal siluro dell’individualismo lanciato dai sottomarini dell’opulenza, ora nell’epoca faustiana dei Saperi specialistici scambiati per Conoscenza, è spinta giù dall’occulto peso dei chip cibernetici e si può conclamare perduta, affogata nell’oceanico liquame baumiano.

La presenza della consapevolezza che gli esseri viventi, il loro ambiente e le loro strutture sociali siano organismi e come tali si comportino, è infatti assente nella cultura del vale solo il misurabile. Ma animali, piante ed entità da loro generate, non sono costituiti da assembramenti di cellule o idee specializzate e neppure l’ambiente in cui vivono può essere ridotto ad un elenco di parti. Essi organizzano la loro sopravvivenza a mezzo non di forza superiore al vicino o al nemico ma attraverso aggiornamenti interni che non compromettono la loro stessa esistenza come potrebbe, invece, un trauma di qualunque tipo.

Con criterio autopoietico (Humberto Maturana, Francisco Varela) la struttura di un’entità vivente può mutare quando è provocata dalle sollecitazioni dell’ambiente in cui vive.

In ogni momento l’identità è comunque sempre difesa e ciò avviene in modo bivalente. Chiudendosi se la sollecitazione è stimata inadeguata alla propria sopravvivenza, aprendosi in caso contrario. Così avviene l’evoluzione individuale, sociale, anatomica, spirituale, comportamentale, emozionale, sentimentale.

Non è quindi il contesto, l’ambiente, a spingere il cambiamento e a provocare l’evoluzione ma la relazione tra le parti e dalla consapevolezza di sé, senza la quale tendiamo alla dipendenza e all’involuzione.

Socialmente certe abitudini culturali, tendenzialmente definibili di natura opulente, edonistica e individualistica, possono assuefare gli spiriti delle persone fino all’accondiscendenza e all’indifferenza al cospetto delle uniformanti sollecitazioni esterne. Come in una fiera a ingresso gratuito si assiste, infatti, all’inermità generale nei confronti della mefistofelica politica europea, occidentale, nazionale e nella geopolitica di questi tempi.

Dunque, una perturbazione che genera timore in un organismo e interesse in un altro, sarà fuggita dal primo e cercata per il secondo. Entrambi, rifiutando o accettando, evolveranno secondo la propria struttura interna. In questi termini, ai quali siamo costantemente soggetti dalla nascita alla morte, si può rilevare in che termini la realtà è nella relazione.

 

L’equilibrio del bonsai

In conseguenza a quanto appena detto, tanto l’organismo individuale quanto quello sociale, adagiati entro il guscio fragile di spiccioli interessi, mantengono la loro sussistenza restando estranei alle perturbazioni provenienti dall’esterno e a quelle morali e razionali provenienti dal loro io. Affabulati dai mezzibusti, vorticano ignari dentro il guscio di piccole faccende dal valore volatile e di efemerica durata. Nessun argomento, nessuna dialettica e nessuna coercizione che non sia la menzogna, che non provenga dalle fonti che ascolta dal divano possono attraversare il diaframma intessuto da semplificazioni e luoghi comuni.

Uno stato delle cose che, nei consapevoli della corrente che ci sta trascinando in mare sempre più aperto genera uno stato d’impotenza, la cui simbiotica frustrazione ormai esasperante, è in piccola parte curata dalle loro invettive intellettuali. Ma, anche questi, pur avvertendo l’esizialità del momento, non riescono a produrre in se stessi quel cambiamento privato per realizzarlo nel politico. Anche la loro psicologia è un organismo che avverte l’insostenibile tanto che, come un faggio nato sulla cresta ventosa, invece di crescere imponente supportato dalle sue ragioni rivoluzionarie, sente che è più opportuno alla propria esistenza restare contenuto come un bonsai spontaneo.

Ma come biasimarli. Il loro come il nostro libero arbitrio non è che un portatore d’acqua al sistema intimo sempre assetato che ci sostiene. La lotta per l’equilibrio dell’organismo o universo che siamo, anticipa e informa ogni concezione, valore, verità e comportamento. Riconoscerlo e darsi da fare per incarnarlo affinché non sia solo un vessillo intellettuale da sguainare alla bisogna, ma lo si possa invece esprimere nel piccolo fare quotidiano e domestico è forse il solo pertugio per uscire dal guscio e cambiare il mondo. O almeno di credere di poterlo fare, visto che buttare le cartacce nel cestino non basterà. E non basteranno neppure i Cole Tomas Allen (ammesso non sia un attore), i Luigi Mangione, i Theodore Kaczyinski.