SEGNALAZIONE

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Una bimba siriana piange, schiacciata dagli altri profughi, mentre tenta di passare il confine verso la Macedonia nei pressi del villaggio di Idomeni, Grecia, il 7 settembre 2015.

Odissea umana (fotoreportage)

Fotoreportage. Il lavoro del fotoreporter dell’agenzia Reuters Yannis Behrakis (distribuito in Italia da LaPresse)

(DA http://ilmanifesto.info/odissea-umana-fotoreportage/)

68 pensieri su “SEGNALAZIONE

  1. che significa questa segnalazione? ergo, parafrasando Fischer, d’altra pagina, tema e commento, viene da chiedere: ma cos’è una provocazione ai poeti rimasti banditi? per far scrivere loro dei “roghi” millenari della Storia, come fa Sagredo e non il solito dirittoumanitarista da pseudosinistra molto fascista?
    e se non è una provocazione, allora, siamo qui alla solita rappresentazione, che offende le stesse vittime, facendo felice lo zio Sam, la Nato, gli Emirati o il Qatar e tutti padroni del mondo alla rovescia?
    ps
    poi, magari ci stupiamo pure o financo piangiamo se vince il Fronte di Le Pen? Ma facciamoci il piacere!

    1. Se si pubblicano le foto delle torture ad Abu Ghraib si fanno felici ” lo zio Sam, la Nato, gli Emirati o il Qatar e tutti padroni del mondo alla rovescia”.
      Se si pubblicano le foto dei bombardamenti su Gaza si fanno felici Netanyahu e i coloni israeliani.
      Se si pubblicano le foto dei migranti trattati da bestie si fanno felici Renzi e il PD.
      C’è qualcosa che disturba il Leviatano mondiale USA ( ei suoi alleati)?
      Sì, i commenti di ro!
      Questa Totò in gonnella, imperterrita commentatrice che la sa lunga su Tutto, non stupisce mai, non piange mai.
      Ma facciamoci il piacere!

      1. Ah, quindi desumo da questi pantaloni, che la tua , Ennio, non fosse una provocazione, ma avessi bisogno di stupire e di piangere insieme in queste modalità ..

        1. io credo che ro si circondi di parole e di frasi per non trovarsi nuda di fronte agli immani disastri in cui nuotiamo
          tuffati, ro, magari con la muta in primo tempo, ma occorre attraversare

          1. Ti ringrazio Cristiana per questo interesse umano che esprimi nei confronti di una mia cecità sugli immani disastri che (ci hanno circondato, scusa se aggiungo parole) e che ci circondano. Inoltre ti ringrazio anche per la fiducia che hai nel darmi la possibilità di denudarmi e mutarmi in nuoto pronta per un attraversamento che non mi interessa, che non ho mai desiderato e che non fa parte di me, tanto come non fanno per me , per dirla alla Ottaviani, con parole (solo parole, e non pensiero, per te) su cui infatti non concordi: le trappole . Per me sei tu e con te altri, a non vederle, e a essere cieca , tanto come io per te . In questo perfettamente uguali.
            Per me le tue e non solo tue sono solo demagogie, facili sensazionalismi, immagini solo immagini, di cui ci hanno stra-saturato persino i famosi media mainstream, per giunta condite con il mitico amore per il diverso, per colui che scappa, per colui che non ha (più)terra, che affoga o crolla o che ha un ‘altra civiltà da offrirci, però poi quando il diverso si appalesa ogni giorno, ogni secondo, in ogni e dove, come anche qui, in questo contesto, ce lo divoriamo in qualsiasi forma, forma umanitaria claro, qualsiasi forma possibile e impossibile.

            Per me le parole e le frasi sono le tue, quelle di Ennio, quelle di Emy …Ci facciamo buoni, buoni, pieni di voglia di piangere orrore per gli immani disastri e il tutto per prepararci a sbranarci meglio il primo che capita a tiro per mille perché, tanto non è ancora morto ammazzato in un barcone, che ce ne frega, e sfanculandolo per un canto di troppo, insistendo perché fornisca dettagli, facendogli la psicanalisi, e parole a paroline su paroline ancora.

  2. Io da semplice italiana molto incazzata, chiedo che vengano messe sempre dipiù in circolazione queste immagini , molto più efficaci di milioni e milioni di parole.
    Questa gente, questi bambini siamo noi! Non dimentichiamolo!

  3. …è una tragedia certo quella che queste immagini rappresentano, ma di gente che crede di essere sfuggita al peggio: i roghi in Siria, l’odissea in mare…che crede di intravvedere uno spiraglio di lontana lontana speranza nella terra di approdo. Ma poi i fili spinati, le lunghe marce, il freddo, la fame…E voler proseguire comunque, tante le vittime rimaste sul cammino. Il pensiero va di corsa a chi ha provocato tale tragedia, a chi, non contento, si prodiga in tutti i modi per ampliare la spirale del massacro…Li vediamo sfilare, come un tempo verso i campi e ci chiediamo quando toccherà a noi, anzi, come dice Emy, loro sono già noi…”I poeti banditi” lancino pure pietre a sfidare i missili terra aria, le armi chimiche, i sorrisi umanitari dell’altra faccia e saranno decorati dagli uomini del tremila, Gavroche sulle barricate di Parigi… Qui e ora chi ascolta?

    1. “Odissea umana”? Ma qui non c’è nessuna “patria” a cui tornare, nessuna “penelope” e nessun “telemaco” ad attendere. Solo la tragica trappola di una impaurita speranza. Peggio, molto peggio di una “umana” odissea.

      1. Dissento da Ottaviani, un ritorno c’è sempre, il nostro paese di emigranti lo sa, perché scrive poesie.

        1. A ro
          in risposta al commento del 10 dic. ore 20.13

          Ascolta ro
          parla per te io non faccio parte di quella gente che tu descrivi con tanta rabbia.
          Anch’io mi arrabbio, cerco di capire, non mando a fanculo nessuno capito!
          Ma soffro e non ti permetto di giudicare così spudoratamente i miei sentimenti e le mie posizioni.
          Tu giudichi e allora se vuoi continua a farlo ma lasciami fuori.

  4. “Ci facciamo buoni, buoni, pieni di voglia di piangere orrore per gli immani disastri e il tutto per prepararci a sbranarci meglio il primo che capita a tiro per mille perché (ro)

    Smettiamola di cavarcela con la caricatura delle posizioni che non condividi, ro!
    Qui si vuole ragionare. O come ho detto altre volte, citando il solito Fortini, tentare di uscire di pianto in ragione”. E abbiamo cercato di farlo in passato su Gaza. E lo si può – se non ci si mette i tuoi paraocchi – anche a partire da *queste* immagini. Che tu semplicemente accantoni con i risibili pregiudizi che hai espresso nei commenti iniziali.
    Che si deve fare?
    Siccome i profughi e i migranti sono massa di manovra di scafisti, di infiltrati della Cia, dell’Isis e compagnia bella, accettiamo che gli sparino addosso? Siccome Renzi o il Papa dicono che bisogna accoglierli ma lo fanno spesso in modi ipocriti e strumentali, ci limitiamo a scrivere che sono ipocriti? Siccome Salvini dice che migranti e profughi sono degli invasori, davvero vediamo in essi dei barbari invasori?

    La situazione da un punto di vista sociale è pesante. Una parte di “noi” sicuramente non è *forte* né per condizioni economiche né per cultura adeguata ai mutamenti in corso. Non ha cioè capacità di né di assimilare quelli che arrivano né di confrontarsi con loro. E davvero finisce per sentirli come una minaccia. E vive nella paura. Migranti e profughi, “scaricati” in zone di periferia, che hanno già le loro povertà e precarietà, aggravatesi con la crisi, portano altri problemi che si aggiungono a quelli irrisolti. La questione non si affronta senza risorse economiche e con forze capaci di gestire gli inevitabili conflitti quotidiani invece di esasperarli.
    Un’altra parte sempre di “noi” ( i + ricchi, istruiti, provvisti di relazioni coi poteri che contano) è sicuramente *forte* (economicamente e politicamente) e mantiene una notevole capacità per intervenire in modi ambiguamente accoglienti e assimilanti. Non sarà affatto “destrutturata” o minacciata da questi arrivi. (In Italia non sono così massicci come dice la propaganda leghista. E la spesa per il mantenimento di profughi e migranti – in un altro commento su FB avevo riportato dati precisi che ora non trovo – è davvero minima).

    L’atteggiamento umanitario (parola oggi stravolta e ambiguissima), sul quale tanto ti accanisci, andrebbe depurato dalla melma che lo ricopre. Sia dalla melma del buonismo che del cattivismo, però. Perché riflettendo razionalmente in prospettiva, di fronte a un problema che ha dimensioni mondiali e che tutti gli studi indicano di lunga durata, tale atteggiamento è più produttivo e lungimirante. E poi fa parte della storia da cui veniamo. Per quanto essa sia in rovine. Ovviamente non è una faccenda per individui nobili d’animo o “buoni”. Dovrebbe diventare la base di una politica. Che oggi manca e d è sostituita da queste chiacchiere televisive in mano, appunto, a buonisti e cattivisti.
    Quando poi ci si sposta sul piano politico, che non deve essere separato da quello sociale, la situazione diventa ancora più complessa. Perché appunto intervengono le strategie geopolitiche degli Usa, della Russia, dell’Europa in disfacimento.
    Ma qui per ora mi fermo. Ne riparleremo quando avrò preparato uno scrap-book sui commenti alla vittoria del Front National di Marine Le Pen in Francia.

    1. Concordo – criticamente – con Ennio Abate quando dice che “la questione non si affronta senza risorse economiche e con forze capaci di gestire gli inevitabili conflitti quotidiani invece di esasperarli” e poi aggiunge che “l’atteggiamento umanitario… andrebbe depurato” perché esso “è più produttivo e lungimirante. E poi fa parte della storia da cui veniamo”. Tutto giusto, ma non basta. Occorre diffondere una nuova cultura e una nuova intelligenza del fenomeno migratorio. I concetti di “accoglienza”, “integrazione” ecc. ecc. rischiano l’obsolescenza. Forse sono già morti. Per questo è sbagliata anche la metafora dell’”odissea”. Il tema vero è quello dell’incontro tra uomini profondissimamente diversi tra loro. Un incontro che si sforzi, partendo dalle diversità, di essere il più possibile “paritario”, che metta cioè tutti “parimenti” in discussione. “Parimenti” deve significare in primo luogo aver soddisfatto in egual modo i bisogni umani elementari. Poi verranno le narrazioni delle diverse culture ed ogni cultura sarà chiamata al cambiamento. Certo le attuali classi dirigenti europee non sembrano affatto in grado di guidare questi processi inediti… ma lavoriamo e non fasciamoci la testa…

  5. Buongiorno Ennio, ero sicura che facessi l’intervento che poi hai fatto nel tuo secondo di ieri sera. Il mio primo era volutamente provocatorio, così il tuo di cui ti ringrazio. E, sappi che a proposito di altre caricature di buoni e altre caricature di cattivi, ho trovato più depistanti altri interventi. Fra i quali non ho intenzione di rispondere all’ultimo di Emy, semplicemente perché andrei fuori tema nell’affrontare un’altra modalità, tipica da pseudo-umana, che si è alimentata nei decenni, e che in sintesi può assentarsi da tutto, o può dire di tutto, ma importante sarebbe farlo “senza giudicare”, peraltro né argomentando quando e come il mettere giudizio , o addirittura giudizio di condanna sia lesivo o meno dell’altro, né rendendosi cristallino laddove dovrebbe sostenere, almeno in pari misura, tanto quando viene leso l’altro come se stesso, né articolando come il mantra, di cui sopra, abbia contribuito alla progressiva degenerazione della categoria degli intoccabili, sempre più trasversali, liquidi e presenti in ogni e dove .

    Veniamo al punto centrale che smuove questo fotoreportage se non si vuole appartenere né alle propagande dei cosiddetti buoni né a quelle dei cosiddetti cattivi. Entrambi, politicamente e di conseguenza mediaticamente, fanno leva sull’immagine, ma non hanno un reale progetto politico né per denunciare e pertanto rimuovere le cause che hanno eliminato le possibilità di trovare rifugio, vuoi nella propria terra di nascita, che in quella dell’esodo, né ( per i cosiddetti cattivi) di stabilire certezze, sicurezze o restauri identitari per coloro che non ne possono più di accogliere nel degrado iperconflittuale in cui vivono entrambi.

    Se io appartenessi ai cosiddetti buoni, e volessi esserlo fino in fondo tanto da non rischiare di essere giudicato mai e mai come pseudobuono, dovrei proteggere, anche a costo di morirne per prima io stessa, il mio voler dare rifugio a tutti e tutto da tutti coloro che più numerosamente, ritengono la mia postura “aperta” vuoi una scellerata utopia, vuoi un’ignorante complicità con i mondialisti stile Boldrini, che ci hanno spiegato molto bene cosa significa accogliere, ergo prepararsi a essere libici o siriani, perché prima o poi, nei progetti del “progresso” e dei “progressisti” alla cui èlite Boldrini ( e simili) appartiene, saranno le popolazioni europee a dover subire a ruota le stesse sorti.

    Se io fossi,invece, dei cosiddetti cattivi, mi limiterei alla posizione “chiusa”, dietro la solita xenofobia o il razzismo, o dentro un’ appendice-razza più evoluta(si fa per dire) mi accontenterei di vedere il mitico ” scontro di civiltà”, fino agli ultimi flussi dei più recenti anni (diciamo all’incirca 15) , concentrandomi sulle propagande del terrorismo e i nuovi migranti fra cui si nascondono orde di jihadisti.

    la postura, pertanto non può, a mio avviso stare, né nella “sofferenza ” reclamata e acclamata degli irriducibili e intoccabili “aperti”, né nell’ “insofferenza” altrettanto reclamata e acclamata dei mitici europei che nulla hanno più a vedere, come i primi, con le tradizioni e le identità mediterranee o mittel-europee e che come i primi, non denunceranno mai chi sono i veri padroni della colonia europea , le cause dei conflitti in m.o. o in africa, nonché i reali scopi del caos di cui una parte raggiunto anche con i cosiddetti flussi migratori, rifugiati, esodi etc etc

    La destra in europa, ascensore per l’inferno del secondo conflitto, non ha ancora insegnato ai “buoni”, come arginare il ritorno dei “cattivi” ? Visti questi buoni, ci meritiamo l’eterno ritorno dei cattivi? perché sono entrambi indissolubilmente collegati non solo per il buonismo peloso di chi , intoccabile, non vuole essere giudicato?

  6. Tutti i sentimenti positivi vengono convogliati nella parola “bontà” fra virgolette e quelli negativi in “cattiveria” .Qui sta la tristezza. Il non cercare più nell’umanità la sua vera identità.
    Facciamoci costruire solo dalla politica e poi davvero non potremo mai più capire la differenza fra il “buono” e il “cattivo”.
    Facciamoci iniettare un po per volta del veleno, così riusciremo a sopportare tutto.
    Vi assicuro che in politica ce n’è tanto

    1. …ma il veleno, Emy, è già incorporato fin dalla prima creazione,nella natura umana di entrambi o altre dicotomie analoghe . Credo che tu non voglia proprio “aprirti” a una lettura diversa, se non puntando i piedi su una difesa senza argomenti di generiche identità pro umanitarie. Cerchiamo pertanto di vederli i veleni, e averli ben presente perché appunto le propagande, con cui la politica degli uni e degli altri si riveste di rispettive demagogie a seguito, non cancellino per sempre ciò che dici ti starebbe a cuore. Insomma, nè tu nè io nè nessunaltro dei cosiddetti buoni possiamo chiamarci fuori dai nostri “piccoli” veleni quotidiani, altrimenti quelli ben più organizzati, invasivi o industrializzati, avranno ogni volta sempre più successo, anche oltre gli immani disastri che abbiamo dvuto vivere/conoscere fino a oggi.

      1. Bene, Ro allora apriti tu e spiegami da dove cominciare o almeno dove trovare un antidoto contro i veleni della politica e del potere economico, magari facendo politica col cuore ahahaha! mi vien da ridere!

        1. a me non viene da ridere quando devo studiare qualsiasi problema, tema, dal più scemo al più complicato, quindi a questo punto sì giudicandoti apertamente, ti dico che è facile per te o tuoi simili condannare i vari berluscones o legaioli facilmente riconoscibili mettendoti dalla parte diametralmente opposta, come se questo ti garantisse di poterti mettere in salvo e per giunta, soffrendo, rivendicando la sede eletta a ogni legittima sofferenza, e per questo facendoti mettere in salvo l’umanità diseredata di ogni parte del mondo.

          Rinuncio quindi a qualsiasi mio stupido precedente tentativo di renderti interessanti altre strade per raggiungere quella forza, unica e necessaria, a portare avanti il tuo progetto. Fra i peones della lega e altri diametralmente opposti, non trovo alcuna differenza sul piano dell’ignoranza, però sono disposta a rivedere questo mio giudizio, se anche solo leggendo tutto il matemariale enciclopedico, proposto da Ennio, dai primi tempi di Poliscritture a oggi, fino ai documenti di oggi, fornirai interventi tipici di chi ha studiato a fondo. Rivendicare la politica del cuore è roba da bacetti perugina e campagne unilever ante e post giubileo, pertanto t’invito a qualcosa di diverso, altrimenti anche in poesia quali eresie potrai pensare di riversare?

          1. Non ho rivendicato la politica del cuore forse non hai letto bene.
            Ma non importa io sto percorrendo una strada diversa dalla tua, forse non ci incontreremo mai, ma se dovesse succedere ricordati di quel che tu non hai voluto capire.
            Ora interrompo questo discorso con te, non è questa la sede giusta.
            Per quanto riguarda la poesia…beh , è qualcosa di molto difficile e complesso, una lunga scala, io sto cercando di raggiungere il secondo gradino, per ora mi basta.

  7. Sul sito «La letteratura e noi» tra fine settembre e fine novembre, ho letto un interessante e argomentato scambio di riflessioni sul tema dell’immigrazione tra Valentino Baldi e Giovanni Pontolillo. Si tratta di tre testi che andrebbero letti interamente e in successione.
    Eccoli con l’indicazione dei link:

    1. Qualche considerazione su formazione di compromesso e crisi dei migranti
    Scritto da Valentino Baldi 21 Settembre 2015 (http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/interpretazione-e-noi/395-qualche-considerazione-su-formazione-di-compromesso-e-crisi-dei-migranti.html)

    2. Una risposta a Valentino Baldi sull’immigrazione
    Scritto da Giovanni Pontolillo 23 Novembre 2015. (http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/interpretazione-e-noi/413-una-risposta-a-valentino-baldi-sull-immigrazione.html)

    3. Formazione di compromesso e migranti. Una replica a Pontolillo
    Scritto da Valentino Baldi 25 Novembre 2015. (http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/interpretazione-e-noi/414-formazione-di-compromesso-e-migranti-una-replica-a-pontolillo.html)

    Qui, al fine di incoraggiare l’approfondimento delle questioni affiorate nella discussione di questo post, propongo gli stralci per me più significativi, che ho alleggerito dalle considerazioni più letterarie. Li ho tratti dal secondo e dal terzo intervento:

    Giovanni Pontolillo (2° intervento)

    « Alle spalle del Mediterraneo, su un fazzoletto di terra vasto non più di 20 chilometri, si estende la città di Ceuta, formalmente spagnola ma de facto in territorio marocchino. Il 6 febbraio 2014 la Guardia Civil lancia fumogeni in direzione dei migranti che provano a superare la barriera di confine tra il territorio spagnolo e quello marocchino. Raffiche di spari con proiettili di gomma provocano la morte per annegamento di 15 uomini che si tenevano a galla grazie a degli pneumatici. I 23 superstiti sono stati respinti e mandati indietro.[…] I fatti di Ungheria illuminano chiaramente la via del rifiuto dell’accoglienza decisa da alcuni paesi. Nuove mura stanno per essere edificate ai confini del Castello, per difendere la legittimità dei consumi e dello sfruttamento. Dal punto di vista di Baldi è «miope attaccare a testa bassa i migranti senza rendersi conto delle origini dei problemi», ma al tempo stesso «è rischioso ostentare un’apertura totale senza essere davvero pronti ad assumersene tutti i rischi». […] Mentre scrivo la Slovenia ha annunciato di voler costruire una barriera al confine con la Croazia. Il parlamento ungherese ha approvato l’invio di 3500 soldati ai confini con la Serbia autorizzandoli ad usare gas lacrimogeni, pallottole di gomma e granate assordanti per respingere i profughi. La barriera di filo spinato che segna il confine tra Ungheria e Serbia è compiuta, ma Orbàn già prevede l’estensione del diritto di segregazione fino alle frontiere romene e croate. Mi chiedo cosa succederà quando la chimica e il ferro non saranno più sufficienti ad allontanare quanti reclamano la possibilità di vivere in contraddizioni diverse da quelle che quotidianamente sperimentano. Angela Merkel ha fatto pubblica promessa di accoglienza, salvo poi ritrattare, specificando che l’ospitalità è riservata unicamente ai “profughi” – e non ai cosiddetti “migranti economici” – provenienti “da paesi insicuri”. Il Regno Unito ha seguito la direzione della cancelliera tedesca; le altre nazioni del gruppo Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) e i paesi del Baltico si rifiutano, ormai da anni, di accogliere chicchessia.[…] Non sbaglia chi dice «venite qui, c’è posto per tutti». È nell’errore chi progetta l’omogeneizzazione forzata, chi attraverso facili mitologemi contribuisce a rendere gli uomini tutti indistintamente funzionali al profitto. Sentiamo ripetere sempre più spesso che “non c’è posto e lavoro per tutti”; sembra lecito chiedersi se questo dipenda o meno da determinate scelte di politica economica. È compito di quanti intervengono pubblicamente contestualizzare i fatti umani mettendoli in relazione a scelte economiche più ampie, analizzandone i moventi politici, storicizzando i movimenti umani su un arco temporale di lunga durata. Significa nominare i nemici, perché tutti possano conoscerne i volti e comprendere le ragioni che li muovono. […]. L’isolamento è funzionale allo sfruttamento: i migranti accolti dal volto buono di Angela Merkel saranno presto utili ad oliare la macchina economica tedesca o utilizzati strategicamente da Schäuble per organizzare il consenso attorno al proprio partito. Se la Germania neoliberista del Cdu-Csu deciderà una politica di accoglienza lo farà unicamente per evitare lo spostamento di voti a sinistra o l’emergere di partiti nazional-populisti, che sulla scia del nostro Movimento 5 Stelle potrebbero acquisire consensi. Non possiamo aspettarci dall’Unione Europea e dagli attori che gli gravitano attorno una politica comune che vada in direzione dell’ospitalità. Non dobbiamo aspettarci nessuna disponibilità o apertura dall’Europa che ha organizzato la disfatta della sinistra greca, rea di aver messo in questione le politiche economiche che oggi decidono assai più spesso della morte che della vita di milioni di uomini e donne […]In Europa non si dà alloggio, ma si confiscano le case dei tanti inconsapevoli sottoposti al giogo del debito, alle fluttuazioni del mercato, alle divisioni sul lavoro. Non ci si unisce per cooperare ma per offendere le barche degli scafisti, che colano a picco – insieme ad alcune decine di uomini e donne – al largo delle coste libiche. Hanno chiamato EuNavForMed l’operazione che ha lo scopo di ridurre il flusso migratorio via mare dalla Libia verso il Mediterraneo centrale. Gli stati europei prevedono interventi militari via terra, con lo scopo dichiarato di arginare le operazioni degli scafisti; non si escludono azioni dirette nei pressi delle riserve petrolifere, che sono – ci insegna la storia di quel paese – il punto cruciale di queste guerre spacciate come operazioni di controllo delle frontiere. Ciò che si tenta di tutelare sono gli «scambi forzati», gli interessi commerciali dell’una e dell’altra parte. Quattro anni fa si decise di risolvere “il problema degli immigrati” inviando qualche decina di caccia a supportare i bombardamenti sulle postazioni di Gheddafi, mentre lo stesso raìs veniva assassinato dai miliziani ribelli, non senza il prezioso aiuto dei servizi francesi.[…] Le migliaia di migranti libici che attraversano il Mediterraneo sono solo una esigua parte dei milioni di profughi che nell’ultimo decennio si sono spostati in massa da altre regioni dell’Africa subsahariana: esseri in fuga dalle dittature, dalle violenze, dalla fame. Tanti di questi uomini e donne sono stati spinti a trasferirsi in territorio libico dalla svolta africanista di Gheddafi, che una dozzina di anni fa decise di cambiarsi il vecchio costume di custode del panarabismo per mettere in scena la nuova farsa. Da alfiere del terrorismo internazionale di matrice islamica a “protettore dei popoli d’Africa”. La costante ricerca di lavoratori sottoqualificati da impiegare nella piccola e media impresa lo ha spinto a richiamare uomini dalla Nigeria, dal Ciad e dal Sudan. In questo modo, egli si è illuso di poter svincolare l’economia libica dagli smottamenti del prezzo del greggio, salvando la nazione dalla crisi generale. È la disperazione dell’ingiustizia che ha mosso i giovani dei movimenti protagonisti delle rivolte arabe del 2010-2012. Sull’onda di quanto accadeva in Tunisia e in Egitto, i libici hanno innescato delle insurrezioni armate. Gli oppositori di Gheddafi si sono organizzati per lanciare un appello alla popolazione, sfociato nel “giorno della collera”. Dopo la rivolta, i media internazionali hanno presentato la guerra civile libica come uno scontro impari tra popolazione oppressa e un regime violento e oppressore. Sui termini del secondo non nutro alcun dubbio. Tuttavia, i ribelli “oppressi” non erano inermi, ma hanno ricevuto il supporto delle forze speciali e i servizi di intelligence americani, inglesi e francesi. Gli oppositori si sono compattati in un Comitato nazionale, supportato tatticamente dalle forze Nato, mentre Tripoli veniva assaltata da milizie che si richiamano al salafismo radicale e armato […]. È il vecchio modello “Cile 1973” che torna attualissimo. Lo abbiamo visto in azione in Egitto, dove in seguito alle proteste contro il neopresidente Morsi, l’esercito guidato dal generale al-Sisi ha preso il potere con un colpo di stato, finanziato dagli 1,3 miliardi di dollari annuali che gli USA hanno versato all’Egitto da Camp David ad oggi. Da quando gli Stati Uniti hanno stabilito che Israele deve essere l’ago della bilancia del Medio Oriente hanno cercato costantemente di mantenere viva la santa alleanza tra egiziani e israeliani. Il generale al-Sisi, alfiere dell’antislamismo, ha inaugurato il regno con il massacro di Rabaa. La polizia egiziana ha sparato sulla folla dei manifestanti, simpatizzanti dei Fratelli Musulmani che chiedevano la riabilitazione di Morsi, ammazzando oltre duemila uomini e donne. Non sarà, per caso, che alcuni sopravvissuti abbiano pensato di lasciare l’Egitto per la Libia e la Libia per Lampedusa?[…] L’attuale strategia americana di controllo dei conflitti intende evitare l’interventismo sbilenco alla Bush. Si preferisce aspettare che gli attori locali si scannino a dovere, intervenendo direttamente solo quando una potenza diventa egemone. Oppure si fa guerra per ragioni puramente mediatiche (gli americani e l’Europa devono difendere la democrazia dagli attentatori ecc.). Quando Asad ha mandato a morte a migliaia di persone usando le armi chimiche si è evitato l’intervento solo “grazie” all’intromissione della Russia, che ha scaricato la responsabilità della strage di Gutha sui ribelli. “Per fortuna” ora le scorie delle armi chimiche sono nel Mediterraneo a fare compagnia a centinaia di migliaia di cadaveri. Possiamo dimenticarci delle due guerre che hanno straziato il secolo breve, dove non era troppo complicato individuare vinti e vincitori. Dopo la parità atomica è difficile che un conflitto si risolva in uno scontro diretto. Quando non si organizzano raggiri e strozzature economiche si fa guerra per procura.
    È accaduto in Libia, dove Qatar, Arabia Saudita e Emirati hanno combattuto la loro guerra fredda. I primi hanno finanziato il jihadismo, i secondi hanno usato il pretesto della lotta al “terrorismo islamico” per spezzare il consenso dei Fratelli Musulmani, che durante le rivolte hanno avuto un ruolo di primo piano. I sauditi e i loro alleati hanno interesse a mantenere lontane dalle terre del petrolio le idee di libertà, dove è necessario che nessuno si sposti di un millimetro dagli indottrinamenti del wahabismo ortodosso […]Quando la “primavera araba” ha risvegliato i siriani, le proteste erano esplicitamente non violente. Il regime ha dovuto ammazzare molti uomini e donne prima che alcuni gruppi di protesta decidessero di imbracciare le armi. Alcuni di questi sono confluiti nell’ESL (Esercito siriano libero), che ha catalizzato la maggioranza dell’opposizione sunnita. Questa si è scatenata dopo che Asad ha colpito i luoghi sacri del sunnismo, per alimentare l’odio religioso tra alawiti e sunniti siriani, che nella narrazione del regime punterebbero a rovesciarlo per imporre la propria confessione. La verità è un’altra. Le rivolte arabe non avevano come fine ultimo l’istaurazione di una confessione religiosa, diversamente dalla rivoluzione khomeinista. Sebbene l’Islam sia presente come visione del mondo di una parte consistente dei ribelli, gli slogan sono altri, puntano alla restituzione dei valori violati. Le richieste sono di libertà, giustizia e dignità della persona.[…] L’avanzata dell’islamismo militarizzato ha provocato flussi migratori di migliaia di persone, in fuga verso la Turchia. Erdogan, quando non è impegnato ad attribuire ai jihadisti la colpa di indiscutibili stragi di stato, lascia che i miliziani siano liberi di attraversare il confine turco-siriano. Le stragi di Diyarbakir, Suruc e Ankara sono avvenute durante manifestazioni pacifiche della sinistra curda, che negli ultimi anni ha progressivamente guadagnando consensi elettorali. Li ha persi di colpo dopo le ultime elezioni. Erdogan ha vinto creando un clima di instabilità e insicurezza, riuscendo ad attirarsi le simpatie e i voti dei nazionalisti. Il sultano vorrebbe prendere il posto vuoto che Asad dovrebbe lasciare dopo la caduta. Parlo al condizionale perché non credo che Asad cadrà a breve. La spaccatura all’interno dell’opposizione è troppo forte e gli USA non hanno alcuna intenzione di perdere un importante fattore stabilizzante rispetto ad Israele, che continua abusivamente ad occupare 2/3 delle alture del Golan. L’intervento russo cancella ogni possibilità di risoluzione della crisi. Con il supporto dell’asse sciita, gli aerei russi con il pretesto dell’IS stanno colpendo i ribelli dell’ESL, coprendo l’avanzata dell’esercito lealista, che sta riguadagnando posizioni. Dopo il primo atto ucraino, che si è concluso con la federazione di alcune regioni al blocco russo e la ristrutturazione del debito di Kiev da parte dell’FMI, stiamo assistendo alla seconda parte della guerra fredda tra la Russia e il vecchio blocco atlantico. Rivediamo, come in un déja-vu, le immagini di un conflitto che noi – nati dopo il 1989 – abbiamo potuto conoscere solo attraverso i libri di storia, e ne intuiamo chiarissime le ragioni.[…] Non abbiamo nessun bisogno di essere rassicurati sul fatto «che alla seconda o terza aggressione il [nostro] punto di vista sull’immigrazione cambierà sensibilmente». La constatazione di un alto livello di conflittualità sul territorio non deve impedire di ragionare sui motivi politici che presiedono alla organizzazione umana di un determinato quartiere. Nella visione di Baldi la conoscenza politica dei fatti – preludio necessario a una scelta, a una presa di posizione – è rimandata alla coscienza morale dei singoli individui. Ma il problema non sta nella coscienza dei singoli individui, ma nella comprensione collettiva di quelle «origini» storiche che egli non si cura di nominare. […]». Deve finire la pratica intellettuale che tende a ridurre l’interpretazione a una questione binaria. Si deve evitare accuratamente l’analisi sociologica che ha la pretesa di decostruire oggettivamente senza scegliere una posizione politica. Mi rendo conto dell’attuale impossibilità di riconoscere delle forze che aprano spazi politici di contestazione dell’ideologia neoliberista e capitalista. Tuttavia, ritengo che non dobbiamo limitarci a denunciare l’incoerenza e l’altrui volgarità. Piuttosto è necessario riconoscere che questa diffusa impossibilità è il risultato di una sconfitta su cui dobbiamo tornare a ragionare. Gli interventi che si svincolano dal tentativo di chiarire l’attualità dei conflitti storici contribuiscono indirettamente alla produzione di una ideologia della non ideologia, di una non-scelta che è la scelta di curarsi unicamente del privato, contribuendo all’alimentazione del mondo in cui viviamo.[…] . È necessario unire le forze, unirsi in gruppi, usare le proprie energie mentali, abilità particolari, specializzazioni per rifunzionalizzare ogni spazio di discussione e intervento culturale, per informarsi a vicenda, tra gruppi e organizzazioni locali, avviando percorsi collettivi di autoformazione e intervento pubblico. Organizzarsi e organizzare il dissenso a partire dal disagio quotidiano, dagli spazi dove c’è aria (anche stantia) di cultura (scuola, università, ecc.), tenendo gli occhi ben aperti ai possibili spazi di lotta, che necessariamente torneranno ad aprirsi.

    Baldi (3° intervento)

    Ci tengo molto a rispondere anche perché temevo già, mentre scrivevo, che la tesi di fondo del mio scritto su migranti e formazione di compromesso potesse essere “rischiosa”. Pontolillo ha infatti subito colto una mia preoccupazione quando scrive, in apertura, che lasciare voce, anche per un attimo, a chi parteggia per i “respingimenti” dei migranti possa essere pericolosamente vicino alle posizioni della destra xenofoba. Ecco io penso che, da questo punto di vista, le posizioni di chi sostiene l’apertura incondizionata e quelle di chi, invece, sposa la tesi opposta di una chiusura delle frontiere siano davvero inconciliabili, di lì l’aspetto utopistico della formazione di compromesso con cui mi proponevo di leggere il fenomeno. Scrivevo anche in un momento in cui erano ancora fresche le immagini di una Germania che apriva le sue frontiere a qualche centinaio di profughi, sotto le telecamere e con gli auspici di una folla acclamante che brandiva cartelloni con scritte meravigliosamente ipocrite come “siate i benvenuti”. Una bella dimostrazione di tolleranza da parte di una potenza che tiene in scacco da anni l’Unione Europea, in particolare quel mercato dell’Europa orientale a cui non ha mai smesso di guardare e da cui attinge da decenni forza lavoro. Quelle immagini mi avevano estremamente impressionato, visto che, a proposito della necessità di andare alle radici dei problemi, l’apertura di un fronte “orientale” nell’Europa dell’immigrazione aveva anche riaperto ferite che risalgono a un secolo fa, o anche di più. Penso al problema di una Germania che ha sempre premuto politicamente, economicamente e militarmente su popolazioni polacche, slovene e ceche, vittime di un’occupazione violenta e sanguinosa durante il secondo conflitto mondiale. Ancora oggi la questione tedesca è una ferita aperta per quei popoli, che per i tedeschi lavorano, ma che mal tollerano la vicinanza geografico-economica: dunque la posizione di una Germania che, in nome di un’Europa monetaria, impone agli slovacchi (per fare un solo esempio) un’accoglienza forzata, un imperativo umanitario grottesco – visto che non c’è modo di rifiutarlo – mi ha fatto ripensare alle posizioni che ho sempre avuto, che sono, in sostanza, identiche a quelle di Pontolillo, così come a quelle di molti con un po’ di buon senso. Mentre scrivo, lo scenario è di nuovo mutato, la Svezia ha appena fatto sapere di aver sospeso gli accordi Schengen per questioni di sicurezza fino a dicembre, così ha fatto Malta, che fino al 5 dicembre sarà fuori dai medesimi accordi “per questioni di sicurezza” ed ora chissà quali saranno le reazioni di Parigi dopo i nuovi attentati a cui abbiamo appena assistito. Vivo da sei anni sull’isola di Malta ed è ovvio che questa posizione geografica mi ha molto sensibilizzato. Non ho mai studiato il fenomeno da un punto di vista statistico, l’ho seguito sui quotidiani e sulle riviste a disposizione del grande pubblico, però sono anni che visito gli open centers e i detention camps, intervisto guardie ed ex-detenuti oggi in libertà, mi informo sulla situazione locale, specchio di un fenomeno mostruoso e molto ampio. Dunque sono sei anni che mi interesso di simili questioni da una prospettiva strana, di chi è parte colpevole dell’Europa dei vantaggi, ma che vive da straniero in una terra in cui non è nato e di cui non parla la lingua (semitica).
    L’idea che mi ha mosso nella scrittura di quel pezzo è stata uno sforzo di comprensione, un tentativo di entrare dentro un punto di vista quanto mai lontano dal mio. Forse è stata una forma di masochismo, oppure un tentativo strano di trovare una mediazione: la scena della cena che ho inserito nel pezzo è vera. E non posso che ribadire il mio imbarazzo nel trovarmi davanti a persone che sostengono che “non c’è posto per i migranti”, ma l’imbarazzo è lo stesso che provo per chi, aproblematicamente, urla il contrario. Dal mio punto di vista la questione è così seria che è necessario capirne le ragioni profonde (questo lo riconosce Pontolillo) che spingono migliaia di persone a rifiutare di aprire le frontiere e dare ospitalità a flussi che continuano a susseguirsi copiosi, in altre parole devo, voglio, sforzarmi di capire quelle posizioni che sento così lontane dalle mie. Il punto critico è proprio l’Unione Europea, che è unione di monete e non di popoli. Fino ad oggi l’Europa è stato lo spauracchio di cui i politici nazionali hanno abusato per risolvere le questioni locali: ci sono troppi migranti? È colpa dell’Europa! Siamo in difficoltà economica? È colpa dell’Europa! Perdiamo il lavoro? È colpa dell’Europa e degli stranieri che vengono a prendercelo. Come straniero che va a prendere il lavoro di altri dico che così non può continuare: la crisi dei migranti sta mettendo in luce tutte le debolezze di simile sistema. È inutile e anche sbagliato prendersela con chi, a causa di problemi immediati e contingenti (di cui chi ci governa ha solo una vaghissima idea), protesta contro i migranti. L’unica cosa da fare è premere per un’unione politica effettiva, per un governo centrale europeo che possa davvero agire compatto, al di là degli interessi (economici) dei singoli paesi. Ma non ho visto Renzi, Merkel o Hollande guardare a questo: solo a soluzioni a brevissimo termine, mentre guardano la popolazione che subisce sulla propria pelle l’arrivo di un fiume di disperati. Quando senti che anche in città italiane con una tradizione di sinistra secolare la gente inizia a lamentarsi perché non si può più vivere nei centri storici, perché le ragazze non possono più girare sole, perché aumentano i disordini e precipita la qualità della vita, non mi sembra possibile chiudersi nelle proprie convinzioni (per quanto giuste) e ribadire all’infinito quello in cui si crede: la verità non basta da sola, il nostro è un esercizio di dialogo e conflitto, ma il dialogo è il punto iniziale in cui è fondamentale capire le ragioni dell’Altro, sia quando l’altro è un siriano affamato che ci chiede di sopravvivere, che quando si tratta di un cocciuto e poco tollerante vicino di casa sordo ai problemi umanitari. Chi paga veramente la crisi dei migranti? Non credo Renzi, e nemmeno chi vive in quartieri di lusso: la pagano, spesso, le classi più basse, chi è proiettato in una convivenza che non ha la forza di combattere. Radicalizzarsi non farà che aumentare il disagio, aumentare la xenofobia e arricchire le schiere di Alba Dorata, Lega o Movimento 5 Stelle (che è da sempre stato un movimento molto ambiguo sul problema dei migranti, dato l’ampio il bacino di estrema destra da cui attinge): è necessario capire che fra i tanti che rifiutano i migranti non c’è solo ignoranza o interesse, ma paura. È necessario fargli capire che anche noi abbiamo paura, ma che la nostra paura si può orientare nella giusta direzione. Noi intellettuali (non trovo una parola più adeguata, ma forse è questa la parola che dovremmo ricominciare ad utilizzare) dovremmo essere in grado di capire che chi paga immediatamente il prezzo delle migrazioni è spesso incapace di capirne le ragioni profonde e si lascia guidare da una irrazionalità oceanica e simmetrica: è qui che si focalizzava il mio discorso. Il nostro compito è convincere loro, sono loro il nostro pubblico, ripetere come litanie a noi stessi le cose che sappiamo già non ci porterà da nessuna parte. Prima di schierarci, o meglio, prima di urlare a nostra volta che le posizioni di chiusura sono inaccettabili, sarebbe auspicabile discutere, convincerli che siamo dalla stessa parte e che le nostre tante particolarità possono comporsi in una protesta finalmente nella direzione giusta. Forse questo è un modo errato di vedere la questione, ma è anche quella stupenda formazione di compromesso che leggo nel finale di Traducendo Brecht: fra i nomi dei nemici scrivi anche il tuo, è quello che ho sempre cercato di fare. Per combattere assieme, dunque, e non soli contro il mondo.

      1. Chiuso nel tempo
        un uomo aspetta il viso
        del vicino
        la chiusura del mercato
        gli avanzi a terra
        divorati da chi ha fame
        lui non saprà chi avrà più fame
        Aspetta un altro avanzo
        mentre altre bocche divorano
        quel che resta.

        E.B.

  8. Ringrazio Ennio Abate per la segnalazione del dibattito, che speravo avrebbe destato maggiore interesse da parte dei lettori – anche casuali – dei blog cultural-letterari.

  9. COMMENTO A UN BRANO DI VALENTINO BALDI SULLE MIGRAZIONI

    «dovremmo essere in grado di capire che chi paga immediatamente il prezzo delle migrazioni è spesso incapace di capirne le ragioni profonde e si lascia guidare da una irrazionalità oceanica e simmetrica: è qui che si focalizzava il mio discorso. Il nostro compito è convincere loro, sono loro il nostro pubblico, ripetere come litanie a noi stessi le cose che sappiamo già non ci porterà da nessuna parte. Prima di schierarci, o meglio, prima di urlare a nostra volta che le posizioni di chiusura sono inaccettabili, sarebbe auspicabile discutere, convincerli che siamo dalla stessa parte e che le nostre tante particolarità possono comporsi in una protesta finalmente nella direzione giusta… Per combattere assieme, dunque, e non soli contro il mondo» (Valentino Baldi)

    Io ritengo che le cose siano più problematiche e difficili da affrontare.
    Anche se avessimo occasioni per parlare con « chi paga immediatamente il prezzo delle migrazioni», cosa potremmo dirgli oggi (cioè nella pesante situazione in cui pure noi ci troviamo)? Se essi – ed è probabile nella maggioranza dei casi – sono preda di «una irrazionalità oceanica e simmetrica», ogni nostro discorso razionale o ragionevole non può raggiungerli e a noi stessi rischia di gelarsi in bocca.
    La questione del confronto noi/loro non è pedagogica (nei due sensi) né affrontabile solo sul piano dialogico. Questo può funzionare (e non sempre) tra persone affini e che abbiano raggiunto un “civile” (virgolettato indispensabile) controllo delle loro passioni. Questo coi migranti – diciamocelo – è un confronto non paritario e che avviene, sotto vari aspetti, in un contesto mobile, liquido, caotico. Nel senso che il rapporto di forza tra noi e loro è instabile; e può ribaltarsi da un momento all’altro. Almeno sul piano psicologico, credo. E questo anche se esso continuasse ad avvenire su un piano materiale-economico abbastanza stabile e vantaggioso per noi. (Avendo il Paese in cui viviamo accumulato una potenza materiale-economica di gran lunga superiore rispetto a quella di Paesi sconvolti dalle guerre, da cui gli immigrati o i profughi vengono).
    Noi comunque, anche se fossimo ben disposti e aperti al confronto (o alla “solidarietà”, all’”accoglienza” – giustamente Paolo Ottaviani nel suo commento fa notare quanto questi concetti di “accoglienza”, “integrazione” e, aggiungerei, di “assimilazione” sono logori e persino ambigui…), siamo *nemici* di fatto per buona parte dei migranti. ( E nella posizione – reale e/o immaginaria – dei “signori”, mentre essi sono in quella – reale e/o immaginaria – dei “servi).

    Nulla poi di sostanzioso possiamo fare individualmente. E qui davvero bisogna smetterla con gli appelli moralistici o al cuore. Credo che quasi tutti noi che qui discutiamo, non facendo più parte – per buone o cattive ragioni – di una forza politica organizzata, lasciamo fare alla Charitas o alle varie Ong. Le vere “supplenti” di un vuoto politico che “cattivisti” e “buonisti”, gtemendone il significati, nascondono con le chiacchiere invece di affrontarlo e cercare di colmarlo.

    Al momento non esiste per noi (non “cattivisti” né “buonisti”) la possibilità materiale di stabilire dei rapporti diretti con migranti e profughi ( l’”altro” da noi). A meno di non rassegnarsi a collaborare con Charitas e Ong – questi canali organizzativi (niente affatto *neutri*!) che monopolizzano di fatto i rapporti reali e concreti tra noi e loro, escludendo ogni altra forma (in teoria possibile) di rapporto. Da qui la coloritura “buonista” (o peggio da dame di S. Vincenzo) in fondo *cattolica*, che si percepisce in tutte le iniziative concrete di “accoglienza”, “integrazione”, ecc.

    E allora che *formazione di compromesso* (Baldi) (o semplicemente di ‘compromesso’) ci può essere, se le forme concrete di “accoglienza”, “integrazione”, ecc. sono di fatto tese a mascherare il conflitto tra noi e loro invece di proporsi di affrontarlo *politicamente* e portarlo ad un livello più alto?
    Questo, sì, sarebbe un *buon compromesso*, Giusto nella logica indicata da Fortini nella sua definizione di ‘comunismo’ più volte citata in recenti commenti qui su Poliscritture: ««Il combattimento per il comunismo è già il comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante».
    In fin dei conti questa definizione di comunismo è anch’essa un *compromesso* rispetto alle prospettive della Pace Assoluta o del Conflitto assoluto. Ma c’è una bella differenza rispetto ai compromessi che oggi vengono imposti “democraticamente” (persino con le guerre!), che a parole aboliscono differenze e conflitto e lo lasciano invece proseguire in forme “naturali” o subdole o mascherate, impedendo di fatto a noi e a loro di *combatterci al meglio* e di *riconoscersi al meglio*. Anche perché i loro fautori non hanno mai rinunciato a imporsi con la forza superiore della propria “civiltà” democratica, altruista, filantropa.

    (In proposito si potrebbe pensare – con tutte le enormi differenze del caso – anche alla nostra storia di migrazioni interne negli anni ’50-60 del Novecento. Anche allora ci fu *vero conflitto* tra i migranti provenienti dalle zone “povere” del Sud e del Veneto e le popolazioni delle città del triangolo industriale (MI-TO-GE). E mica si risolsero pacatamente o in modo soddisfacente per tutti. E si ebbero compromessi soprattutto al ribasso: gli imprenditori – i “noi” di allora – usarono una forza lavoro più addomesticabile e a prezzi più bassi, come continuano a fare oggi quelli tedeschi, di cui si esalta la capacità di “ accoglienza”(in realtà di “sfruttamento dolce”). Solo negli anni di lotte sociali dal ‘68’-69, gli immigrati, diventati operai massa e antagonisti nelle fabbriche – i “loro” di allora – poterono far sentire i loro bisogni ottenendo per breve tempo un compromesso appena più decente.)

    «Combattere assieme e non da soli», allora? Ma con chi?
    Si dovrebbe arrivare al riconoscimento di un interesse in comune tra una parte di noi (“indigeni”) con una parte di loro ( i“migranti”, i “profughi”).
    Ma su quale terreno oggi potrebbe avvenire?
    Sulla base di ragioni di classe?
    E dov’è più oggi una *cultura* classista?
    Sulla base della religione o di un ecumenismo religioso?
    Forse è su questo terreno che, di fatto, operano i volontari della Charitas. Con sotto traccia tensioni competitive e non del tutto risanate o sanabili tra cattolici e islamici, ad es.

    L’altra valutazione del fenomeno (e del rapporto noi/loro) è quella d’impostazione nazionalista o comunitaria. E non può che portare al respingimento: gli esempi di Ceuta, dell’Ungheria fatti da Pontolillo, la propaganda della Lega.
    In quest’ottica, noi e loro (noi italiani, noi europei; loro: gli “stranieri”) non siamo entità concrete, ma *noi* siamo compattamente “buoni” e “civili” e *loro* vengono indicati e vissuti esclusivamente come invasori che, pur provenendo da situazioni di guerra, disturbano o complicano l’assetto nazionale o comunitario e sono – pur essi in blocco – “cattivi”, ad es. massa manovrata (dagli Usa, dai jiahdisti) per indebolirci. Così, il conflitto, reale e soffocato e da non trascurare, come ho cercato di dire, viene semplicemente esasperato, deve diventare *guerra*, non dev’essere guidato, gestito, “incivilito” e portato a quel grado più alto, cui alludevano/alludono le parole di Fortini. Ed ecco l’insopportabile “cattivismo”, in cui sguazzano acriticamente molti solo per reazione all’altrettanto insopportabile “buonismo”.

    C’è infine la valutazione “scientifica”, quella tutta geopolitica.
    Qui il fenomeno emigrazione (e il rapporto noi/loro che la riguarda) viene considerato esclusivamente e rigidamente come una *variabile dipendente* del gioco strategico delle grandi potenze, gli unici attori che hanno fatto e faranno la storia. Migranti e profughi, ma in certa misura anche “noi”, siamo semplicemente “anime morte” o tifosi.

  10. …provo a dire qualcosa, perchè l’argomento è importante, senza avere grandi idee, ma riferendomi alla mia esperienza ed osservazione…la città è, secondo me, il terreno privilegiato di prova dell’incontro-scontro di civiltà, in particolare i quartieri, soprattutto quelli di periferia,che assumono un po’ le caratteristiche di “paesotti”, dove la gente esce in qualche modo dall’anonimato e finisce con l’incontrarsi ripetutamente sui pianerottoli dei condomini, a scuola, per le strade, al supermercato, nei bar, nei negozi (è più raro poichè spesso separati “per culture”)…Quel ritrovarsi fianco a fianco può abbattere le diffidenze e le paure reciproche o acuirle…Molto dipende dalle singole persone, ma ancor di più dalle istituzioni e dalle leggi in vigore, per esempio quelle sull’assegnazione di case popolari e bonus per le spese domestiche…E qui mi ritrovo d’accordo con Baldi sulla necessità di una “formazione di compromesso”, perchè si rischia di scaricare “il peso” dell’accoglienza sui già poveri e di scatenare così reazioni di rancore se non di odio…Mentre sono convinta che tutti proprio tutti i migranti possono essere accolti, e penso alle recenti migrazioni di massa, sia come rifugiati politici che come persone che fuggono dalla miseria, poichè l’Occidente può e come permetterselo, deve solo far pesare la cosa sui più ricchi, ad esempio aprire le porte dei conventi,dei santuari, delle caserme per una edilizia popolare, tassare gli abbienti, creare nuovi lavori, anche nel settore primario per chi si rende disponibile…volendo sarebbe un’occasione per dare inizio alla formazione di una società più giusta e ricca culturalmente…ma si vuole davvero? Tuttavia non basterebbe comunque, penso, occorrono momenti di ” fianco a fianco”, di guardarsi negli occhi anche per ragioni di quotidianità, incontri non organizzati da caritas o onlus, ma spontanei su un livello di parità: una spesa, una necessità per tutti, uno svago, uno reciprocamente svelarsi i più temibili fantasmi della diversità… Richiederebbe un tempo lungo lungo e soprattutto che nessuno dall’alto o dal basso (ma sempre manovrato dall’alto) voglia regalarci qualche confettone di piombo…

  11. Cara Annamaria, tu stai parlando di solidarietà.
    Avanti diamoci da fare subito.
    Io ho affittato due locali ad una famiglia di emigrati che non mi paga l’affitto, lui è senza lavoro…appena potrà? Quando? Come? Pazienza… io sono una “buonista”-
    Ma intanto i due bambini (uno di un mese ed uno di due anni) sono al caldo.
    Ciao Annamaria è sempre un piacere leggerti.

    1. @ Banfi

      Ma cosa c’entra questo con il discorso sull’emigrazione?
      Il tuo buon gesto – lasciamo perdere il “buonismo” – rimane gesto isolato.
      Vedi sotto questa foto di cui mi sono ricordato e ho ripescato: è l’ex banchiere Fazio che dà l’elemosina.
      Fa un buon gesto anche lui.
      Ma le banche continuano per la loro strada e altri finiscono in strada.

      fazioelemosina

      1. Ennio devo ammettere che hai sempre ragione.
        Il mio gesto rimane isolato?
        il mio non è un gesto è una scelta –
        Per quanto riguarda il banchiere invece, è solo un gesto.
        Mettiamoci tutti insieme per capire da dove si deve cominciare per rendere meno penose queste emigrazioni, vedrai Ennio che ne parleremo a lungo, con discorsi pieni di virtù , saggezza ,competenza politica che serviranno a riempire pagine di giornali e Blog.
        Intanto tutto va avanti e a noi ci resta di vedere terribili foto, di lottare contro i mulini a vento. Facciamo finta di essere noi quegli emigrati e ti assicuro che di tempo ne avremmo davvero poco per agire.
        Comunque sappi che continuo a seguire i tuoi discorsi e i tuoi dubbi.
        Spesso molti hanno certezze basate su niente, a quale fascia appartengono? io direi a quella degli imbecilli senza virgolette.
        Qualcuno disse:
        -Quando sei morto non senti più niente non sai di essere morto soffrono gli altri , lo stesso ti capita se sei imbecille.-

    2. ti senti miglioremy addirittura scrivendolo e dicendolo pertanto al mondo ? in modo che quello che legge questa poesia, possa dirti: cavolicchi che brava! e se non la pensa e non fa come te, come deve sentirsi? peggiore?

      Le tue proposte e purtroppo non solo tue, sono le solite, ergo un insulto all’Africa, il Medioriente, i bambini, tutto

      Invece di proporre e imporre la fine delle guerre e della miseria, con l’industrializzazione e la nascita almeno di un moderato capitalismo anche in quei continenti, non il turbocapitalismo o le multinazionali, no ! , tu proponi il favoloso sistema elemosine. Tanto del resto che le genera, che te ne frega, anzi! non dipendono da te, mentre nel tuo piccolo sei a posto e in salvo. Anziche centrare i discorsi sull’unico modo per creare ricchezza e cultura, rsipettando le terre di nascita, si va a bombardarle allegramente intanto poi c’è la solidarietà….si propone, ricattando anime e coscienze, la solidarietà, parola magica quanto subdola e tutta indiividualistica , atomica, tanto come popolo che me ne frega se sono popolo bue di un popolo servo dello zio sam? infida solidarietà quanto infido è chi crede di essere , del resto come i fascisti, dalla parte dell’uomo. In questo i turbo-buonisti sono in ottima compagnia, i vari califfatti islamici, hanno in orrore capitale e industria e condizioni diverse da Gaza modello . Al massimo qualche bottega di cavallucci di legno , tanto si può vivere di pane e cipolle.

      La solidarietà è un modo da esercito della salvezza, molto anglo-americano, e rimanipolato a proprio uso e consumo, diventa molto latino e (pseudo)cristiano. Follia ideologica in cui si vuole far vivere di elemosina e altra miseria. Buonisti che non vogliono un sistema di ricchezza nel proprio paese, e che non lo vogliono per tutti gli altri , e che per questo propongono così tanta solidarietà. E’ la ricchezza dei lucciconi agli occhi, bellezza! ci si mangia, non lo sapevi? Assoldano le claque in Germania, per essere tutti felici di accoglierli, non vuoi essere solidale anche tu?

  12. sai miglioremy, io penso che tu (e altri a milioni come te), non solo non hai studiato e soprattutto non hai interiorizzato e rielaborato, tutto quanto proposto da Ennio Abate, in questo sito, ma che con la tua ideologia del cuore sei il miglior alleato del peggiore nemico dell’uomo.

    1. Ma ci sei tu …e questo sistema tutto.
      Che ci posso fare ro io sono così e non credere che non mi interessi di politica, lo faccio l’ho fatto…ma….e qui mi fermo, del resto tu sai benissimo che mondo è quello , le tue denunce lo spiegano molto bene.
      Forse con una Rivoluzione…

  13. Ma tu ro cosa fai di concreto per cambiare le cose? Oltre che constastare i danni causati dal potere economico, politico e religioso che ormai tutti conoscono. Dimmi ro, dimmi.

    1. 1 innanzitutto non faccio le pubblicità al mio fare
      2 secondo, ma primo, il fare come lo metti tu, é il fare di Berlusconi o Renzi o questa contemporaneità del fare
      3 prima del fare , ogni volta, per contenere il fare tanto per fare, mi impongo il pensare, e poi , soli poi, l’agire

      1. Brava ro continua così-
        Io non penso io sono Berluscorenziana
        io sono una illusa una buonista
        Spero che presto il tuo pensare dia anche dei buoni frutti tramite l’agire
        Io non ti giudico , anzi aspetto. Ciao

  14. Gli ebrei che volevano emigrare negli USA nel 43-44 (e prima in Svizzera) trovavano analoghe difficoltà. Racconta Murmelstein degli imbrogli che Eichmann faceva già da prima nell’impresa delle emigrazioni. Davvero non mi sembra che la situazione sia tanto diversa: lo è per la quantità di persone -che pure è importante- ma non per la disposizione degli stati all’accoglienza.
    Le grandi prediche sensibilizzano i lettori e i loro dintorni, come no!, ma si deve centrare l’attenzione sulle difficoltà della vita comune nei nostri paesi, sulla precarietà delle risorse da condividere, sugli spazi infoltiti di emarginati già adesso, senza dover aggiungere gli emigrati… questo è proprio quanto ci raccontano i media, dando ragione ai criptoleghisti.
    La Caritas gioca in prima persona, con i suoi amici, ma chi, me compresa, è disposta a spogliarsi del proprio mantello, farne almeno a metà, per scaldare il prossimo? E poi chi è, questo prossimo? Lontano, rappresentato, descritto, straniero, estraneo, anche pericoloso, hospes-hostis. Meglio dare un euro con l’SMS che lavorare per accogliere.
    Invece credo che l’unica strada è, sarebbe, sarà, il rapporto uno a uno. Mi arrendo, l’unica strada è questa.

  15. “Invece credo che l’unica strada è, sarebbe, sarà, il rapporto uno a uno. Mi arrendo, l’unica strada è questa” (Fischer).

    E allora si dia addio alla politica! Ma che discorsi son questi?

  16. Oh no, Ennio! La politica si fa a prescindere dal soggetto che la fa? Si fa per generalità e generalizzazioni? Per “idee” che vivono fuori da ogni incorporazione? (volevo scrivere “incarnazione”, ma dio mi protegga da certe tentazioni…)
    Non siamo ancora diventati cloni, avatar, copie, zombi, ma ancora titolari di scelte e di azioni, o basta il mi piace? o il non mi piace, secondo una riforma del voto proposta dai 5 stelle?

    1. Non sono un’esegeta delle fonti cerebrali di Ennio, quindi in attesa di sue considerazioni su questa tua (mi autocensuro, rimango neutra, senza qualificarla con ulteriore forza diaggettivi squalificanti), ti dico da esterna a questa conversazione pubblica/politica, fra te e lui, cosa mi arriva e stupisce del tuo intervento tanto da chiedermi:
      ma Cristiana tiene veramente alla sua battaglia?

      A me sembra proprio di no, e mi dico: se io tenessi alla stessa cosa che rivendica Cristiana, la proteggerei difenderei dalle sue stesse mancanze/criticità, perché mica è una legge universale come il calendario che per oggi ci dice trovarci al 13 dicembre.

      Perché, vedi Cristiana, anzichè rimanere sul piano della grammatica usata da chi solleva alcuni punti critici, o deboli, della battaglia dei “migliori”, sembra proprio che tu sfugga, che tu non rimanga su quello stesso piano, ma sposti l’intervento del tuo intelocutore ritenendolo né più né meno di un nemico del tuo individualissimo programma io io io io politico., dove ognuno salva se stesso salvandone almeno un altro, almeno uno a uno.

      Ora, sicuramente, il singolo individuo, uomo massa o uomo dio, avrà per natura o per diritto umano o divino, tutte le possibilità di essere per primo un animale politico, privato e pubblico tutto compreso, ma se rimettiamo alla sua bontà umana o divina, o alla sua cattiveria umana o bestiale, la soluzione degli “immani disastri” , progettata e realizzata dal rapporto, peraltro sempre uno a uno, molto elitario come uno a uno, ma parimenti “io”, dei centri strategici che fanno Politica, determinando dove come quando chi produce ricchezza contro miliardi da lasciare sempre più in miseria per questioni di maggiore ricavo ( a favore sempre dei sopradetti centri strategici), allora mi viene da chiederti:
      ma tu gli immani disastri, Cristiana, li conosci?

      E se li conosci, pensi di analizzarli e affrontarli con questo misero misero programma politico io io io io, uno a uno ?
      Campa cavallo che Le Pen cresce!

      p.s.
      Strano che per una come te, sia così facile spostare l’asse del discorso, come solo i grilleggianti casaleggianti sanno fare , credendo appunto di fare politica occupandosi esclusivamente o quasi delle mense scolastiche (che hanno per carità una loro valenza, ma insomma sono abbastanza fuori dal centro delle battaglie) .

      Immagino che laddove si appalesi una politica programmata di svuotamento istituzionale ( e appunto politico) da centri nevralgici, in cui vedevi all’opera il rapporto sociale fra stato e cittadini ( sanità o istruzione, energia o aziende pubbliche etc etc), una come te, credo, sia ben capace di lamentarne l’abbandono da parte della politica/ stato, di quei settori .

      Se una “femminista” come te non riesce, immagino, a pensare, ad esempio a una sostituzione della ex-rete dei consultori , ormai, smantellati dalla Politica, con il vangelo che esponi, della politica uno a uno , come mai, invece, improvvisamente ribalti il piano e credi, per il tema politico in questione, che l’unica salvezza possibile sia il singolo io, nel rapporto magico, uno a uno?
      E quand’anche tu ripuntassi i piedi, a dire mi piace cio che sostengo, perchè è l’unica politica possibile, chi sei o come la metti con te stessa e il fatto di non porti il problema di tutti coloro che non intendono adottare questo tuo vangelo politico, vuoi perché legaioli, vuoi perchè non legaioli,vuoi per altri mille e infiniti altri motivi tutti politici , né più né meno del tuo “uno”.

    2. @ Fischer

      Di sicuro, Cristiana, la politica non si riduce al “rapporto uno a uno”, dove ‘uno’ è il “signore, il “benefattore”, il “nobile d’animo”, il “buono” che mette a disposizione tutto o un parte del suo mantello (o straccio) quando ce l’ha (perché ci sono anche i disoccupati e i nullatenenti veri..); e l’altro ‘uno’ rientra ficcato – a torto o a ragione – nelle altrettanto astratte categorie del “povero”, della “vittima”.
      Altra cosa è quale tipo di politica serva oggi e a chi e per quali scopi.
      Ed è su tale questione che si tenta di ragionare, portando anche materiali su cui riflettere.
      Torniamo a quelli ( o ad altri più interessanti, puntuali, rivelatori) e non ci avvitiamo in battibecchi a due.
      Se poi non si ha fiducia che la discussione (seria) serva a chiarirsi le idee e a scegliere assieme ad altri ma è solo predica o chiacchiera inconcludente, meglio occuparsi d’altro.

      1. Spero che le discussioni cosidette serie, comprendano anche l’analisi di una coscienza individuale che cerca di cambiare le cose anche attraverso discorsi non politici che comunque dovrebbero fare anche i politici.
        Ma loro non possono farli non è previsto, meglio studiare piani di guerra o come fare per far tacere povera gente imbrogliata.
        Intanto profughi e poveri continuano a disperarsi in attesa che la politica (così com’è) cambi faccia, senza sapere che le facce vengono scelte da altre facce uguali. Parliamo pure di politica, ma non dimentichiamo tutte quelle forze che si battono ogni giorno in mezzo a chi soffre , e sono tante.
        Politicamente parlando , a noi non ci resta che fare una rivoluzione chi se la sente?
        Tutto comunque procede . Le bombe scoppiano senza tregua i profughi arrivano ed io con qualcun altro pensiamo che debbano ritornare quei sentimenti che sembrano persi forse per sempre.

        1. Le discussioni, se serie ( e cioè che non mirano a «meglio studiare piani di guerra o come fare per far tacere povera gente imbrogliata»), procedono anche verso « una coscienza individuale che cerca di cambiare le cose anche attraverso discorsi non politici» ( quella dei “poeti”, vero?) e – non si sa quando e se: non c’è garanzia! – arriveranno anche a stabilire un rapporto coi « profughi e poveri [che] continuano a disperarsi».
          Siamo tutte talpe cieche che scaviamo. Forse c’incontreremo e sarà “una rivoluzione” (quale?). Forse no.

          « La poesia
          non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.»
          >
          La discussione
          non muta nulla. Nulla è sicuro, ma discuti.

      2. Io non intendo fare battibecchi!!!
        Mi parrebbe evidente che l’uno a uno di cui scrivevo non sono il signore e il povero, ma sono io e l’altro con cui posso rapportarmi. Era del mio coinvolgimento che scrivevo, e anche del fatto che, per fare politica, occorre viverla in modo coinvolgente.
        Non capisco perché introdurre dei Soggetti susciti spesso reazioni francamente incomprensibili! Nel mondo umano si dà mai qualcosa -soprattutto le idee: si ricordino le tesi su Feuerbach- che non cammini con le gambe di concreti individui?

        1. fuori discussione

          Non sai quanto sei fortunata ad essere una scimmia, perché la consapevolezza è una vera maledizione: io penso, io ti sento, io soffro. (Essere John Malkovich)

  17. Ma nooo Cristiana! mi era venuta in mente questa battuta del film Essere.
    Per dire insomma che la consapevolezza di essere come sono spesso mi rende sofferente davanti alle infelicità di tutti gli essere viventi. Infatti ho premesso “fuori discussione”.
    Questa consapevolezza non mi giova di sicuro ma spesso mi spinge ad agire per rendere meno difficile la mia vita e l’altrui vita.
    Nessuno qui è scimmia!

  18. …nessuno di noi, credo, avrebbe voluto ritrovarsi in una situazione tragica come questa che stiamo vivendo o a cui stiamo assistendo…Avremmo preferito andare noi in terre d’Africa o d’Oriente per ammirare paesi (magari!) in piena solidità economica ( non da industrializzazione forsennata) e culturale, anche per scoprirne le radici comuni…Ma di mezzo ci sono stati colonialismo ed imperialismo, e le cause come i responsabili vanno indagati, così sono loro ad “invaderci”, provocando scosse telluriche fortissime e quelle di assestamento ancora lontane…I più poveri tra noi a subirne il contraccolpo e loro, arrivati controvoglia, a subire maltrattamenti o l’umiliazione delle elemosine…Secondo me, è inevitabile, dopo aver indagato le cause, passando attraverso una visione binaria del problema, per non voltare le spalle alla realtà, cercare di arrivare ad una visione unitaria, quando finalmente ci riconosceremo alleati e non nemici… Certo la fame e il freddo non stanno ad aspettare la nostra lucida visione e la politica ha dimostrato di non essere all’altezza, anzi di voler complicare le cose ( e capisco Emy e Cristiana)…Allora che fare? Forse più che fare l’elemosina conterebbe mostrare a nostra volta il volto della fragilità di gente manipolata e mortificata dall’opulento occidente ..Chissà che un giorno potremo intenderci, unire le nostre forze per costruire insieme qualcosa di meglio

  19. @ Banfi e Fischer

    Ecco ci voleva la citazione adatta per placcare certe tentazioni di risolvere problemi immensi col contagocce individuale. L’ho trovata casualmente stasera su LPLC in un commento di Brunello Mantelli (http://www.leparoleelecose.it/?p=21355&cpage=1#comment-317897):

    “Diceva un signore (senza barba, per inciso): “quando si ha un problema, uscirne assieme è politica, uscirne da soli è egoismo”.”

    Con affetto e non per dispetto, ovviamente.

    1. L’equivoco continua: chi ha mai proposto uscite solitarie dai problemi?, invece che coinvolgimenti più responsabili? Insomma, hai combattuto un falso problema.

      1. @ Abate

        Ho voluto solamente e chiaramente far capire ciò che mi spinge ad agire .
        Non sono la sola-
        Ma oggi è meglio indossare la maschera e via! Tutti con lo stesso pensiero (quello di un altro magari) , vietato ricordarsi delle nostre forze e delle nostre fragilità.
        Solo gli emigrati sono fragili e diversi, noi siamo sopra ogni cosa , noi siamo pronti a combattere.
        Noi siamo come loro né più nè meno siamo esseri umani e dobbiamo comprenderci e aiutarci.
        Spero che davvero la politica riesca a capirlo…ma siamo lontani e nel frattempo?
        Ognuno di noi deve esercitare la propria coscienza alla comprensione.
        Il nuovo mondo ha bisogno soprattutto di questo.
        Essere poveri oggi è un fallimento, figuriamoci poi se vieni da un altra etnia.
        Lo so il mio pensiero sembra quello di un’illusa o meglio di un’ ingenua, me lo sento dire spesso, ma non importa , l’importante è capirsi, per costruire abbiamo bisogno di tutti.

  20. “chi ha mai proposto uscite solitarie dai problemi?, invece che coinvolgimenti più responsabili? ” (Fischer)

    Emilia Banfi ha scritto: “Io ho affittato due locali ad una famiglia di emigrati che non mi paga l’affitto, lui è senza lavoro…appena potrà? Quando? Come? Pazienza… io sono una “buonista”-
    Ma intanto i due bambini (uno di un mese ed uno di due anni) sono al caldo”.

    Tu hai scritto: ” chi, me compresa, è disposta a spogliarsi del proprio mantello, farne almeno a metà, per scaldare il prossimo? […] credo che l’unica strada è, sarebbe, sarà, il rapporto uno a uno. Mi arrendo, l’unica strada è questa”

    Dal mio punto di vista, che pretende una soluzione politica al problema dell’emigrazione – ardua e forse impossibile negli attuali rapporti di forze sfavorevoli ( e vi pregherei di tener conto di tutte le cose che ho scritto nel commento 12 dicembre 2015 alle 14:06
    COMMENTO A UN BRANO DI VALENTINO BALDI SULLE MIGRAZIONI) -, alla base della vostre affermazioni c’è uno scetticismo verso la politica. Io lo *rifiuto* persino in questo momento che la politica è malata o agonizzante e sostituita dai viscidi intrighi dei politicanti. Che saranno anche una parte consistente della politica in generale (come spesso avverte G. La Grassa) ma solo oggi rischiano di esserne la totalità.
    Qui la ragione del contrasto *vero* tra noi emerso in questa discussione che ha rischiato di scivolare sul personale.

  21. Per quanto relativo e relativissimo, alla mia opinione, non vedo nulla di ” personale ” nelle conversazioni su questo tema, a meno che si voglia circoscrivere alla “natura” di certe origini per certe rivendicazioni ( ad esempio di Annamaria, Cristiana, Emilia e milioni di altri appartenenti alla stessa natura) la centralità e al contempo esclusività, monopolio e assolutezza, dell’egemonia di un solo tipo di bene, su tutto il resto delle visioni e delle soluzioni per la vita e la sua convivenza fra la propria e le altrui vite. Piacere, dispiacere, impegno e sofferenze comprese, che uniche così albergherebbero in chi sa attraversare ….

    Per altre nature, invece, meno ideologizzabili e condizionabili da un solo tipo di bene, ogni tema e immani disastri uno a uno compresi, ha più punti di osservazione, onde ricomporre una visione e un’insieme di azioni in cui nessuno più, sia nel singolo che nell’insieme di uno a uno, si eriga, come certi popoli eletti, america e israele in primis (solo per citare gli ultimi due nella storia degli ultimi cento e piu anni), facendo da modello del bene dicendo che per giunta fa tanto bene all’altro.

    In queste conversazioni, con buona pace per chi, come Luigi Paraboschi, ha vissuto il suo cerchio magico, infranto da altri stranieri /estranei , capisco che nella cerchia di molti in poesia esodante avvenga come fra altri insiemi in cui cane non mangia cane, e occorre menare duro come il primo intervento di Ennio nei confronti di un estranea, che non ha accettato fin dal primo giorno, nè uno nè altri locali gratis. E tuttavia, proprio per questo per nulla intimidita dal freddo e certe cartonate, ha preferito rimanere sul piano delle argomentazioni. Fa piacere che per una di queste, lanciate sulle differenze del fare e dell’agire, Emilia abbia copiaincollato ma forse anche raccolto, nel suo ultimo intervento, almeno la differenza che le scollega e collega.

    Non posso dire che sia un dispiacere invece aver notato, che una persona attenta al proprio pensiero, come Ennio Abate, abbia dovuto prendere in prestito da “cuor d’israele” le parole, di un rappresentante della lobby accademica nazi-sionista , per dire al suo gruppo di lavoro su questo tema, cosa eleverebbe a politica , la cultura di ricerca di soluzioni con ogni altro da sè, sempre che si voglia essere aderenti, a cio che lo stesso Luigi Paraboschi rivendica per sè e per questo gruppo di lavoro, ergo la condizione in primis di persona e di poeta.

    (….)

    In tutto ciò che si è svolto via via, da Isis = Nazismo? a Misantropia o questo, devo, da un punto di vista personale, questo si molto personale, cercare di autosmantellarmi ( i mantelli sono ricorrenti in questa pagina, però molto maschili, niente a che vedere con la mantella del mio amico ‘Gogol) da un mio unico giudizio su questo vostro insieme poetante in modo da poter risbucare nel futuro, forse, ma sempre in condizioni di straniera, tuttavia vergine, senz alcun pre-giudizio, perchè ora come ora vi rivivo come i catto-comunisti , ergo con scarse possibilità di denominatori comuni

    Nonostante quanto sopra, un carissimo augurio a tutti voi e i vostri cari di Buona Natività e Buon 2016

  22. “Ennio Abate, abbia dovuto prendere in prestito da “cuor d’israele” le parole, di un rappresentante della lobby accademica nazi-sionista , per dire al suo gruppo di lavoro su questo tema, cosa eleverebbe a politica ” (ro)

    A volte mi perdo nei meandri delle tue metafore troppo allusive e (per me)criptiche, ma, solo per capire… chi sarebbe ‘sto Tizio?

  23. Ennio, evitiamo etichette di allusività o cripticità davvero inutili, “i mantelli” sono “cronaca”, non di mia invenzione. Comprendo che il mio esprimermi ti è sempre risultato indigesto, ma a tutto c’è un limite.Se avessi ragionato e ragionassi con lo stesso metro, altro che etichette con ci avrei dovuto armarmi e difendermi, peraltro perchè, come, da cosa?

    Ricorrono in questo post, sia nella cronologia degli interventi ( vedi i mantelli per Cristiana) , sia nel tuo che ti lascio in calce. Se poi i narratori e i poeti vogliono prendere lo spunto “metaforico”, e auspico fino alla sua estensione femminile, o mantella di ‘Gogol, questo è un altro risvolto che nulla ha a che vedere con la semplice cronaca, o cronologia di questa pagina. A meno che tu non ricorda le tue parole di ieri, c’era il richiamo a tale suono, al suono “mantelli”. Peraltro sei molto efficace in certe ricerche, che danno modo peraltro di compensare gli enormi svantaggi di Infernet, rispetto ai suoi vantaggi documentaristici, formativi, informativi etc etc. Quindi se vuoi puoi approfondire i mantelli a cui facevi richiamo, come hai fatto, in quel post dedicato a Sagredo, laddove qualcuno gli suggerriva di conoscere fra alcuni suoi simili, un certo Zizzi. In realtà, grazie alla tua ricerca, più un Piazz(iz)ista che altro di simile a un Sagredo.

    —–

    Ennio Abate
    13 dicembre 2015 alle 20:37

    @ Banfi e Fischer

    Ecco ci voleva la citazione adatta per placcare certe tentazioni di risolvere problemi immensi col contagocce individuale. L’ho trovata casualmente stasera su LPLC in un commento di Brunello Mantelli (http://www.leparoleelecose.it/?p=21355&cpage=1#comment-317897):

    “Diceva un signore (senza barba, per inciso): “quando si ha un problema, uscirne assieme è politica, uscirne da soli è egoismo”.”

    Con affetto e non per dispetto, ovviamente.
    Rispondi

  24. @ ro

    Ancora per capire, perché davvero stento a capire…Cioè tu insinui che Brunello Mantelli, che insegna storia contemporanea mi pare ad Alessandria e che ho citato unicamente per la frase di don Milani (il che potrebbe essere un’ulteriore prova del “catto-comunismo” dei commentatori di questo blog, tanto per dire da chi viene il rifiuto delle “etichette”!), sia *un rappresentante della lobby accademica nazi-sionista* ?

    1. Ennio, capisco che rispetto al volume o quantità di svariate etichette a me affibiate, quella di mia di stamane, a conclusione dei tentativi di relazione, possa pesarvi e pensarti . Ma catto-comunista esprime bene la vostra forza, in relazione ai vangeli tanto del cuore /Emilia, tanto della poesia / Fortini, tanto della politica di riferimento. Dunque passando al professore che hai voluto citare, meno avresti rischiato se ti fossi affidato direttamente a Don Milani. Per dare autorità al tuo discorso di ieri, hai corso un rischio di fronte a tutti coloro che, dissidenti ebrei e altri con loro, hanno assistito nel corso del tempo alle performance del professore da te citato , all’interno di una comunità fatta a sua volta da vari esponenti ANPI e ANED. La sottoscritta, non da sola, in buona compagnia di una minoranza che non era d’accordo con le tesi e i teoremi del professore da te citato, è stata messa alla porta, ripeto insieme ad altri, via via , goccia a goccia, mentre avvenivano le prime operazioni d’israele, poi note sotto il nome “Piombo Fuso”.
      Non vogliamo chiamare il professore, come lo ha chiamato un altro esimio, fra gli esimi che a te piace citare, e che si chiama Alberto Caracciolo, a cui puoi rivolgerti per chiedere come mai lui gli assegno un posto importante nella lobby accademica dei nazisionisti. Io personalmente questi individui, come tutti gli altri che negano la storia (e non solo della base americana mediterranea chiamata Israele, mettendo peraltro in pericolo la propria stessa “etnia”) li chiamo negazionisti, al pari di quelli che hanno negato il nazismo, le deportazioni, lo sterminio.

      Per tua onestà intellettuale, visto che ti è complicato prendere posizione quando ovviamente occorre prenderla netta senza mezzi termini, dialettiche e cincischiamenti, e visto che ti è altrettanto complicato non voler rivedere perché non ti conveniva prendere ad esempio un mantello del genere, se vuoi continuare a insistere e insinuare, tu, non io, vedi almeno di non fare manco più un post su Gaza ( ripreciso per chi mi leggesse per la prima volta, che non sono minimamente delle posizioni di Hamas, ma di tutti quei dissidenti ebrei, per primo la rete ECO, e di tutti coloro che , come Gilad Atzmon o Ilan Pappe, sono per” il professor ” Mantelli, solo una minaccia per lo stato d’ Israele)

  25. @ ro

    Brevemente. Per rispetto a quanti seguono Poliscritture e sono infastiditi da commenti che divagano. Trovo inaccettabile che tu debba usare una citazione da me presa per sbrodolare quanto sopra. *In questo contesto* (la discussione di Poliscritture) la frase di don Milani che dice una verità resta una frase che dice una verità. E’ del tutto secondario che io l’abbia presa da un post di Bruno Mantelli.
    Non so quali siano le posizioni o le teorie di questo storico da te o da altri contestate. Non sono all’odg in questo post.

    P.s.
    Se hai altri rilievi o obiezioni, scrivi al mio indirizzo mail e non qui.

  26. @Ennio Abate.
    Grazie Ennio! Ti sei finalmente ricordato di “quanti seguono” Poliscritture. Devo dirti che ho letto questi “61 pensieri” (e solo alcuni dei rimandi) con stanchezza crescente e capendo sempre meno.
    Spero, di tutto cuore, che la mia sia un’impressione del tutto isolata e che altri sappiano trarre giovamento da questi “61 pensieri”. Ma forse ci si sarebbe dovuti fermare molto, molto prima… quando si dice che le immagini parlano da sole!!!… Un caro saluto

  27. @ Ennio.
    La questione che si è venuta a porre in questo Post nei giorni 12 e 13 è in effetti grave e seria. Partirò dalla tua certezza finale sulle posizioni (da te accomunate) mie e di Emilia: “alla base delle vostre affermazioni c’è uno scetticismo verso la politica”. Ho riletto il tuo COMMENTO A UN BRANO DI VALENTINO BALDI SULLE MIGRAZIONI per individuare una tua definizione di politica (ma io leggo sempre, e con attenzione, ciò che altri scrivono, magari poi penso diversamente).
    Nel Commento premetti due considerazioni: “Al momento non esiste per noi (non ‘cattivisti’ né ‘buonisti’) la possibilità materiale di stabilire dei rapporti diretti con migranti e profughi”, e: “le forme concrete di ‘accoglienza’, ‘integrazione’, ecc. sono di fatto tese a mascherare il conflitto tra noi e loro invece di proporsi di affrontarlo *politicamente* e portarlo ad un livello più alto”.
    Di nuovo la POLITICA. Qui richiami Fortini e la sua definizione di comunismo: “Il combattimento per il comunismo è già il comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante”.
    Ma che non esistano forze e collegamenti politici che oggi ci consentano di *combatterci al meglio* e di *riconoscersi al meglio* nella prospettiva unitaria e collettiva di vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante, sei tu ad affermarlo! Scrivi: “‘Combattere assieme e non da soli’, allora? Ma con chi? Si dovrebbe arrivare al riconoscimento di un interesse in comune tra una parte di noi (‘indigeni’) con una parte di loro (i ‘migranti’, i ‘profughi’). Ma su quale terreno oggi potrebbe avvenire? Sulla base di ragioni di classe? E dov’è più oggi una *cultura* classista?”
    Ti chiedo in nome di che cosa, che non c’è, ma che tu chiami politica, *rifiuti* quello che, sempre tu, chiami il mio scetticismo verso la politica! A questo punto non so di che cosa si stia parlando! Occorre, sembra, credere fermamente dentro di sè in una visione, una prospettiva, una teorizzazione, in cui molti hanno creduto ma non si è realizzata in passato, e di cui comunque oggi non si vede nessuna possibilità di realizzazione.
    Una discriminante che tu avanzi pare essere *l’uscirne collettivamente e non da soli*. Cioè un’intenzione di sentirsi con gli altri invece di immaginare cosa fare in proprio. Una pura intenzione, non un’azione (comunque impensabile e impossibile!). Be’, accusarmi di scetticismo verso un’intenzione è davvero curioso. E’… cattolicesimo, è controllo sulla devozione!
    Negli ultimi giorni ho letto tre testi interessanti che trattano di politica. In un’intervista riportata su Megachip, Marazzi avanza due concrete proposte. La prima è: rilanciare “forme di conflitto e antagonismo centrate sui luoghi in cui il terrorismo ha maggiore margine di manovra: le metropoli, le periferie. Non dimentichiamoci che questo odio, questa violenza che caratterizza i movimenti jihadisti è anche figlia di forme di redistribuzione, integrazione e welfare che negli ultimi venti e trent’anni sono venute meno.” Secondo Marazzi dunque sono pensabili un interesse in comune e ragioni di classe secondo cui combattere.
    La sua seconda proposta è quella di “un quantitative easing for the people, ossia una politica monetaria che invece di iniettare liquidità attraverso il sistema bancario … distribuisce liquidità direttamente ai cittadini europei”. Questo è anche parte del programma del leader laburista J. Corbyn. Trovo queste due vere e proprie proposte concrete, la loro praticabilità dipende da forze organizzate in singoli paesi che possono allearsi con altre forze analoghe in altri paesi. (E’ ben vero però che queste proposte realizzabili non si conciliano con quanto Marazzi scrive molte righe sopra, sulla contraddizione tra ristrutturazione dell’impero -nel senso di Negri e Hardt- e la tendenza *regressiva* a rinchiudersi in stati nazionali.)
    Un altro testo interessante è in “Carnefici e spettatori” di A.Dal Lago. La cancellazione della guerra e della crudeltà del potere nel mondo moderno risale alla secolarizzazione “che non coincide con la laicizzazione come vuole il discorso di senso comune. Il ritirarsi della presa del sacro sulle istituzioni umane crea un vuoto in cui, inevitabilmente e in nuove forme, si sacralizzano mitologie laiche e secolari. Così è per il diritto, la società, la democrazia e la giustizia, e l’economia. Solo che la sacralità di queste istituzioni, non potendosi ancorare ad alcun mito religioso, finisce per ancorarsi a se stessa, in una sorta di tautologia ripetuta incessantemente. Ed ecco affermarsi le mitologie umane della giustizia ‘giusta’, dell’umanitarismo, della pena come rieducazione e così via.” Questo per quanto riguarda l’inerzia, in cui non possiamo che stare, però mantenendoci *critici*.
    La terza lettura riguarda una relazione tenuta da Lia Cigarini, della Libreria delle donne di Milano, ad Alessandria, alla Fondazione LuigiLongo, questo ottobre “non possiamo affrontare il tema delle disuguaglianze e, quindi, della lotta politica per eliminarle, facendo finta che i soggetti politici siano quelli del secolo scorso. In realtà  sono molto più complessi. In essi infatti si intrecciano radicalmente vita e lavoro. Ed essi, come abbiamo visto, tendono a non delegare a un partito né a un sindacato, ma sono forse disponibili a partecipare in misura mobile e variabile alle lotte del lavoro e soprattutto a dire la loro su che cosa sono oggi un buon lavoro e una buona vita. Non si tratta più dunque di ripensare il soggetto politico solo come soggetto collettivo in senso classico. Si tratta di ripensare una conflittualità  a misura dei nuovi soggetti nella consapevolezza che sono vite di singoli tra loro in relazione e che i segmenti della vita del singolo o singola sono tra loro connessi.”
    Con questi tre testi, che ho ricordati citandone alcune parti, cerco di spiegare un’idea di politica (che possiedo e amo, altro che scetticismo!), che pretende di legare: 1. iniziative politiche concrete, riformiste si potrebbe dire, come in Marazzi; 2. visione critica globale sulla cultura politica dominante; 3. collegamento tra vita individuale in relazione, e dimensione collettiva da ripensare.
    Dopo questa lunga “spiega”, saresti ancora disposto a riscrivere questa frase: “alla base delle vostre (ma è meglio che io parli solo per me) affermazioni c’è uno scetticismo verso la politica. Io lo *rifiuto*” ecc…?

  28. @ Fischer

    Cara Cristiana,
    grazie della puntigliosa lettura di ciò che ho scritto. Facessero tutti/e così per tutti i testi e i commenti che qui compaiono!
    Parto dal finale del tuo commento: « Dopo questa lunga “spiega”, saresti ancora disposto a riscrivere questa frase: “alla base delle vostre (ma è meglio che io parli solo per me) affermazioni c’è uno scetticismo verso la politica. Io lo *rifiuto*” ecc…?».
    Riconosco un mio errore: ho accomunato la tua posizione con quella di Emilia [Banfi]. Avrei dovuto distinguere: nella posizione di Emilia questo scetticismo c’è e forte; nella tua posizione, invece, c’è una visione della politica (quella che tu hai delineato nei tre testi di riferimento: di Marazzi, Dal Lago e Cigarini) su cui ho varie riserve, che ora tenterò di spiegare per punti:

    1. Confermo (senza entrare nei dettagli) la mia convinzione di fondo: per me, al momento, non esistono «forze e collegamenti politici che oggi ci consentano di *combatterci al meglio* e di *riconoscersi al meglio* nella prospettiva unitaria e collettiva di vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante»;

    2. Il mio rifiuto sia dello scetticismo verso la politica (diffusissimo e, dunque, non solo di Emilia) sia verso la tua adesione a quelle che definisci « iniziative politiche concrete, riformiste si potrebbe dire, come in Marazzi» nasce da una visione della storia “per lungo” ( non di scorcio). Più precisamente mi dico: una politica d’altro tipo da quella oggi praticata (dai politicanti di destra e sinistra e centro) o praticabile ( ad es. quella desumibile dalle posizioni di Marazzi, Dal Lago e Cigarini) c’è stata in alcuni momenti storici e ci può – sottolineo l’elemento *possibilità* – essere. (O non è escluso che ci possa essere). Intendo dire – ma taglio parecchio – che tutte le tre «proposte concrete» hanno in sé dei buchi e, detto in modo sbrigativo, a me paiono accettare il solito piatto di lenticchie rinunciando al *piatto necessario*.

    3. La mia posizione è di *ricerca* ( del piatto necessario). Se vuoi, di ricerca più esigente. È in base a tale atteggiamento che rifiuto sia lo scetticismo verso la politica sia le «proposte concrete» che tu affacci. Se, scandalizzata, sbotti: «A questo punto non so di che cosa si stia parlando!», ti rispondo: «Si sta parlando della possibilità o meno, della volontà o meno di pensare a costruire quell’altro tipo di politica, che ci fu in alcuni momenti della storia ed ora è stato eclissato o addirittura cancellato.

    4. Il mio atteggiamento di ricerca (esigente) non va confuso col “credere”. No, non «occorre […] credere fermamente dentro di sè in una visione, una prospettiva, una teorizzazione, in cui molti hanno creduto ma non si è realizzata in passato, e di cui comunque oggi non si vede nessuna possibilità di realizzazione», come tu scrivi.
    L’atteggiamento di ricerca non va confuso con uno di *attesa* (più o meno messianica). Cercare non è attendere. Né esso è mosso dalla nostalgia: c’era il “comunismo”, tornerà. L’atteggiamento di ricerca contiene in sé la *memoria* di certi punti alti del passato («le nostre verità»), ma non fissati in modo statico (o mitico). Perché, se si cerca, anche la memoria è *in continua rielaborazione*, rinfrescata o revisionata o rimessa in discussione dai dati che la ricerca “macina” e seleziona criticamente oggi, nel presente. (È questa la funzione che attribuisco alle pur frammentarie letture che mi posso permettere, a certi sprazzi di discussione, agli scrap-book, quando riesco a prepararli…) .

    5. Nell’atteggiamento di ricerca è presente anche una volontà orientata a costruire qualcosa che sia degna di essere chiamata politica e non politicantismo. Ma tale volontà non si lascia accecare dal solo desiderio di costruzione. Sì, nell’atteggiamento di ricerca e nella volontà costruttiva c’è anche – sempre fissata nella memoria di cui ho detto prima – la «discriminante» di «uscirne collettivamente e non da soli». Che è pur essa *frutto di storia* e di esperienze esistenziali e generazionali. Non è però semplicemente «intenzione di sentirsi con gli altri invece di immaginare cosa fare in proprio». Non è, cioè, semplice desiderio di comunità o calore comunitario. Che uno può anche sentire. Ma senza illudersi che sia la base esclusiva sulla quale costruire. Da soli e col semplice desiderio non si colma il vuoto creato dall’assenza di un progetto e di un agire collettivo orientato. Non ci si può ridurre al sogno, al vagheggiamento in solitudine, alla “poesia”. (Non si può “sognare insieme”; Non si può “poetare insieme”).

    6. Può anche succedere che l’intenzione di «uscirne collettivamente e non da soli» diventi paralizzante e impedisca di « immaginare cosa fare in proprio». E qui il caso proposto da Emilia cade a puntino: mancando una politica, al posto delle chiacchiere dei politicanti, meglio «fare in proprio» quel tanto che si può. E tuttavia presto ci si accorge che quel vuoto (di progetto e di agire collettivo) resta tale, non viene riempito dalla azione pietosa o generosa di un singolo. Perciò ho sempre cercato di parlare di un *io/noi* e – aggiungerei – di una *politica dell’io/noi*. Per non restringere cioè il campo della riflessione e dell’azione solo alla dimensione dell’io. Perché l’io (il singolo) tende a fare “in proprio” o addirittura pretende – onnipotenza dell’io! – di pensare e fare tutto da solo. Ma per non restringere il campo neppure alla sola dimensione del noi, che è un altro tipo – altrettanto onnipotente – di un “fare in proprio”, comunque parziale e che taglia fuori parti sostanziose, vagamente definite “esistenziali” o “private” o “profonde”.

    7. Certamente nelle pratiche reali si è spesso costretti a *volare con una sola ala*. O quella dell’io o quella del noi. Quante volte il singolo si trova a pensare e a fare da solo, pur volendo *co-operare* con altri/e? E quante volte ci siamo trovati, nei tempi delle nostre militanze politiche, a *fare insieme*, ma avendo la sensazione netta che era una farsa, una commedia; e che la cooperazione era soltanto recitata? La questione è talmente complicata da far venire dubbi tremendi sulla possibilità di cooperare. Il punto di equilibrio tra esigenze vere dell’io e esigenze vere del noi è talmente difficile da individuare e praticare che facilmente prevalgono le spinte al solipsismo orgoglioso (con esclusione della stessa ipotesi di un ‘noi’) o al gregarismo rassegnato ( con rinuncia alle istanze e ai desideri dell’io). Noi siamo in questo dilemma.

    1. Credo di avere capito la “via stretta” che indichi, che mi pare non riguardi la sola politica ma un più ampio atteggiamento storico-culturale, di cui la politica è espressione e strumento:
      “Il punto di equilibrio tra esigenze vere dell’io e esigenze vere del noi è talmente difficile da individuare e praticare che facilmente prevalgono le spinte al solipsismo orgoglioso (con esclusione della stessa ipotesi di un ‘noi’) o al gregarismo rassegnato (con rinuncia alle istanze e ai desideri dell’io). Noi siamo in questo dilemma.”
      Una visione immanente e umanistica, un illuminismo materialista e critico, un io-noi che arricchisce le due parti. Come non condividerlo?
      Sono i passaggi che a volte mancano e a volte intralciano (come penso di dimostrare con la critica ai due testi che hai proposto in successione).
      Direi che i passaggi risultano insieme e troppo lunghi e troppo corti: non c’è nessun nesso necessario tra l’azione di Emilia e il “vuoto di progetto e di agire collettivo orientato”. Sono due cose che stanno da sole, irrelate. Sono appunto l’evidenza del dilemma che giustamente hai individuato.

  29. DUE RIFLESSIONI SU MISERIA POLITICA E SALVEZZA (O SALUTE POLITICA)

    1. DIALOGO TRA X E Y

    X:
    Mi rendo conto che tutto è politica, una politica che sempre, soprattutto oggi, si piega al potere economico. Contesto tutto questo sfacelo causato anche dalla sottomissione dell’occidente al messaggio del consumismo. Certo senza politica la società non potrebbe organizzarsi e vivere…ma se le cose vanno male , la politica è corrotta, la gente ormai succube di un sistema che fa solo vittime, perché ti sorprende tanto il fatto che un “io” disgustato con altri “io” altrettanto disgustati si tirino su le maniche per fare tutto ciò che possono per salvare il salvabile, per cambiare (forse lentamente) le coscienze. La storia è piena di gente che da sola o con pochi altri ha salvato migliaia di persone.

    Y:
    Sì, mancando una politica, al posto delle chiacchiere dei politicanti, meglio «fare in proprio» quel tanto che si può. E tuttavia presto ci si accorge che quel vuoto (di progetto e di agire collettivo) resta tale, non viene riempito dalla azione pietosa o generosa di un singolo”.
    Io non mi *sorprendo* per questi atti di generosità. Faccio soltanto notare che il vuoto della politica non si riempie con il singolo atto generoso. La storia è piena di gente che da sola o con pochi ha salvato migliaia di persone, ma milioni di persone non sono stati salvati. La quantità conta eccome.

    X:
    E secondo te gli altri milioni di persone li ha salvati la politica? E, comunque, quanti altri milioni sono morti?
    Fare politica senza un progetto personale e con una coscienza attiva contro le ingiustizie e un pensare che tutto comincia dal nostro sé e da un forte senso di solidarietà. Nulla si può cambiare. Oggi più che mai.

    Y :
    Il verbo ‘salvare’ l’hai usato tu e pigramente l’ho usato io pure. Non va bene per la politica ma per la religione, che appunto promette ai buoni la salvezza e parte dal proprio *sé*. La politica non può mai partire dal proprio sé. O comunque mai soltanto dal proprio sé (desiderio di giustizia, di pace, ecc.), perché fa i conti con i reali rapporti esistenti in società. Che sono diseguale, di dominio per gli uni e di sottomissione per altri. Ci sono politiche di conservazione e di cambiamento (o rivoluzione). Se tu dici che “nulla può cambiare”, non ha senso occuparsi di politica.

    2. UN BRANO DI «GIOVANNI E LE MANI»

    – lo posso sbagliarmi, – disse il dottore, senza vol-
    tarsi alle parole di Giovanni, e come se parlasse a se
    stesso. – Me ne sono quasi dimenticato, ed è soltanto
    quando qualcuno viene a parlarmi della sua malattia,
    che me ne ricordo. Anch’io sono ammalato.
    Sono passati molti anni, ed ho rinunciato a cercare
    la guarigione assoluta. Ho combattuto come ho po-
    tuto. Ma ora sono vecchio, non ho quasi più speranza
    di vedere le nuove invenzioni che verranno. Quando
    seppi d’essere malato, volevo uccidermi. Mi pareva
    impossibile che ciò fosse accaduto a me.
    Lei sa che non ho più il diritto di esercitare la pro-
    fessione del medico. Sono stato condannato per mo-
    tivi politici. Lei capisce ora perché vivo qui.
    – Credo sia uno dei quartieri più sovversivi della
    città, questo; non è vero? – osservò Giovanni.
    – C’è molto da fare, fra questa gente, – rispose il
    dottore, con aria evasiva. Poi rimase in silenzio.
    Allora Giovanni Penna riprese a parlare e disse:
    – Hanno delle speranze?
    – Si, – disse il dottore. – Di soffrire meno. Quando
    ho qualche medicina la do loro volentieri. Ma è diffi-
    cile vivere senza lavoro. La mortalità, in questo quar-
    tiere, è molto alta.
    La conversazione cambiava argomento e lo cambiò,
    finché Giovanni non s’accorse del freddo che faceva
    nella stanza e che lo aveva intirizzito.
    – Nei tempi antichi, gli ammalati venivano traspor-
    tati nei santuari, nei templi, nelle piscine probatiche.
    Là i sacerdoti imponevano le mani, pronunciavano in-
    cantesimi. Qualche volta l’ammalato sanava, la piaga
    si richiudeva e le folle si confermavano nella loro fe-
    de. Più spesso la guarigione non veniva e i lebbrosi se-
    guitavano a cadere pezzo a pezzo, e gli appestati a
    imputridire, i ciechi a non vedere e i paralitici a con-
    templare la facciata del Tempio. Ma qualche volta av-
    veniva che il guarito si facesse a sua volta taumaturgo.
    Senza che egli lo sapesse, un potere incredibile gli ve-
    niva dal fatto di esser stato prima piagato e poi gua-
    rito. La gente lo riconosceva, a qualche segno miste-
    rioso, al tono della voce. Passavano, a piedi o a ca-
    vallo, ed erano seguiti da folle che chiedevano loro di
    essere mondate; o vivevano ritirati nelle montagne.
    seppi d’essere malato, volevo uccidermi. Mi pareva
    impossibile che ciò fosse accaduto a me.
    Lei sa che non ho più il diritto di esercitare la pro-
    fessione del medico. Sono stato condannato per mo-
    tivi politici. Lei capisce ora perché vivo qui.
    – Credo sia uno dei quartieri più sovversivi della
    città, questo; non è vero? – osservò Giovanni.
    – C’è molto da fare, fra questa gente, – rispose il
    dottore, con aria evasiva. Poi rimase in silenzio.
    Allora Giovanni Penna riprese a parlare e disse:
    – Hanno delle speranze?
    – Si, – disse il dottore. – Di soffrire meno. Quando
    ho qualche medicina la do loro volentieri. Ma è diffi-
    cile vivere senza lavoro. La mortalità, in questo quar-
    tiere, è molto alta.
    La conversazione cambiava argomento e lo cambiò,
    finché Giovanni non s’accorse del freddo che faceva
    nella stanza e che lo aveva intirizzito.
    – Nei tempi antichi, gli ammalati venivano traspor-
    tati nei santuari, nei templi, nelle piscine probatiche.
    Là i sacerdoti imponevano le mani, pronunciavano in-
    cantesimi. Qualche volta l’ammalato sanava, la piaga
    si richiudeva e le folle si confermavano nella loro fe-
    de. Più spesso la guarigione non veniva e i lebbrosi se-
    guitavano a cadere pezzo a pezzo, e gli appestati a
    imputridire, i ciechi a non vedere e i paralitici a con-
    templare la facciata del Tempio. Ma qualche volta av-
    veniva che il guarito si facesse a sua volta taumaturgo.
    Senza che egli lo sapesse, un potere incredibile gli ve-
    niva dal fatto di esser stato prima piagato e poi gua-
    rito. La gente lo riconosceva, a qualche segno miste-
    rioso, al tono della voce. Passavano, a piedi o a ca-
    vallo, ed erano seguiti da folle che chiedevano loro di
    essere mondate; o vivevano ritirati nelle montagne.
    Quando venivano a morte i loro corpi non si corrom-
    pevano, ma mandavano odore di rose e d’altri fiori. E
    anche se morivano in tardissima età, le loro carni era-
    no fresche e giovani come quelle dei bambini, e lisce.
    Ma queste sono leggende, ed ora, per le nostre gene-
    razioni, è diverso. I casi di guarigione, anche se avven-
    gono, non sono documentati, e non sappiamo piii ri-
    conoscerli con sicurezza; e, d’altronde, nessuno crede
    più ai miracoli.
    – Che cosa possiamo fare, allora, – disse Giovanni,
    – per riavere la salute?
    – Noi non possiamo riavere la salute di prima, a me-
    no di un miracolo, – disse il dottore. – Possiamo di-
    menticarla, dimenticare la malattia, dimenticare ogni
    cosa. Ma non possiamo riavere la salute di prima. Pos-
    siamo solo cercare di andare avanti, verso un’altra con-
    dizione, se ci sembra impossibile dimorare in questa
    presente. Ormai il tempo dei santi è passato. Non pos-
    siamo riavere la salute. Forse un giorno senza che
    nemmeno lo presentiamo, i più malati, e più decrepiti
    fra noi, sentiranno un sangue nuovo come il latte cor-
    rere nelle vene e la malattia lasciarli per sempre, il velo
    cadere dagli occhi, e il mondo tornare limpido e fre-
    sco. Questo è il contenuto di molte canzoni e di molti
    libri, lei lo sa bene. O forse in qualche paese lontano
    dove la scienza è più progredita, in America per esem-
    pio, scopriranno il medicinale che sanerà e comince-
    ranno a produrlo e ad inviarlo per il mondo. Anche
    questa è una ipotesi. Cori di benedizioni si leveranno
    dalle città dove quel medicamento sarà arrivato. E un
    giorno quel medicamento verrà anche fino a noi, in
    questa nostra parte del mondo, giungerà fin qui ed io
    potrò annunciarlo agli abitanti del quartiere. Forse è
    già stato scoperto, forse c’è già una parte del mondo
    che non è più tormentata dalla illusione e dalla paura,
    e l’invenzione viene dall’America, o da un altro paese,
    ‘verso di noi. Ma tanto l’ipotesi miracolosa come que-
    st’altra, scientifica, sono egualmente fuori della nostra
    portata. Come potrei io, uomo di scienza, accettare
    . soltanto la prima? E che cosa posso fare, per l’altra, in
    . queste condizioni, quando non ho che un po’ d’alcool,
    qualche garza, qualche pastiglia di chinino? È già un
    duro combattimento difendersi dalla dimenticanza,
    esser solidali fra noi, lottare con la città che ci ha di-
    menticati, sopravvivere.
    – E per ora, dunque? – disse Giovanni.
    – Per ora, non rimangono che le consuete medicine
    e questo darsi da fare ogni giorno per mangiare, dor-
    mire e scaldarsi. Molti sono quelli che dicono d’aver
    riacquistata praticamente la salute, o che la salute è
    un’illusione come la malattia e che è meglio non pen-
    sarei piii. La maggior parte, anzi, non ci pensa più, in-
    vecchia cosi e muore senza sapere perché, solo ricor-
    dandosi qualche volta della vera situazione, come di
    soprassalto. Per ora non c’è altro da fare.
    – E io dovrò rimanere cosi? – disse Giovanni.
    – Si, – disse il dottore.
    Si mosse ancora per la stanza, senza guardare in viso
    il visitatore. Poi si fermò e levò la testa verso di lui.
    Anche Giovanni lo guardò; e s’accorse che il vecchio
    aveva le pupille un poco storte, e le due lunghe pieghe
    ai lati della bocca, che gli tremavano un poco. Tutto
    ciò dava a quel viso un’espressione più giovane, dolo-
    rosa e pietosa, e quasi malsicura, come di chi debba
    scusarsi. Poi il dottore abbassò lo sguardo.
    – E ora, – disse, -la debbo salutare perché è tardi
    e devo scendere in cortile per prendere la minestra.

    (F. Fortini, Giovanni e le mani, pp. 107- 110, Einaudi, Torino 1948, 1972)

  30. Osservazioni critiche ai due testi. Al primo:
    Le prime due posizioni di X e di Y stanno in una contraddizione “storica”.
    X sostiene: “se le cose vanno male , la politica è corrotta, la gente ormai succube di un sistema che fa solo vittime, perché ti sorprende tanto il fatto che un ‘io’ disgustato con altri ‘io’ altrettanto disgustati si tirino su le maniche per fare tutto ciò che possono per salvare il salvabile, per cambiare (forse lentamente) le coscienze”.
    In queste poche parole vengono introdotte tre ipostasi: 1. che occorra salvare il salvabile, e non per esempio scegliere un percorso costruttivo; 2. cambiare le coscienze, ma cambiarle è notoriamente impossibile. (A parte la conversione dell’Innominato.) Piuttosto si potrà illuminarle, e su questo significato ne sappiamo di più; 3. “forse lentamente”, frecciata al gradualismo dei PC dopo il 3 convegno dell’internazionale se mi ricordo un po’, ma già la con-versione di Manzoni-Innominato apriva al cambiamento improvviso di prospettiva di cui poi scriverà Gramsci (sempre se mi ricordo) con cui ci si con-vince alla fine di qualcosa che finora si è rifiutato (convincere: legare con l’evidenza).
    A questo discorso l’obiezione di Y è un *auspicio*, consiste nel rovesciamento da “molti sono i chiamati e pochi gli eletti”, a “pochi chiameranno ma tutti saranno eletti”.
    Le seconde due posizioni aprono invece una contraddizione logica.
    X sostiene che qualcuno si può impegnare ma non cambiare tutto (“nulla si può cambiare”).
    Ma allora per Y non vale la pena di fare politica “Se tu dici che ‘nulla può cambiare’, non ha senso occuparsi di politica”.
    Alla lettera l’argomentazione equivale ad affermare che la politica cambia tutto. Ma su *nulla e tutto* non si possono fare argomentazioni sensate! X e Y non sono in contraddizione storica ma in una opposizione logica non mediabile.

    Il brano di Fortini da Giovanni e le mani parla di malattie sociali nel quartiere sovversivo e presumibilmente emarginato, o parla della malattia “mortale” di vivere?
    Scrive: “non possiamo riavere la salute di prima. Possiamo solo cercare di andare avanti, verso un’altra condizione … forse un giorno senza che nemmeno lo presentiamo, i più malati, e più decrepiti fra noi, sentiranno un sangue nuovo come il latte correre nelle vene e la malattia lasciarli per sempre, il velo cadere dagli occhi, e il mondo tornare limpido e fresco”, è l’antico sogno dell’età dell’oro, del miracolo, del Paradiso.
    La morale della storia (relativamente al brano riportato) sta in queste parole: “Molti sono quelli che dicono d’aver riacquistata praticamente la salute, o che la salute è un’illusione come la malattia e che è meglio non pensarci più. La maggior parte, anzi, non ci pensa più, invecchia cosi e muore senza sapere perché, solo ricordandosi qualche volta della vera situazione, come di soprassalto. Per ora non c’è altro da fare”.
    Dove: 1. per chi crede di aver riacquistato la salute si può intendere chi non vuole vedere l’oppressione; 2. per chi crede che salute e malattia siano uguali illusioni si può intendere il relativista che non critica il potere; e 3. l’ultimo non ci pensa più, è un rassegnato.
    Ma qui il piano storico-politico, degli illusi e dei relativisti, si continua in quelli che invecchiano e muoiono “senza sapere perchè”! (Come se, fuori da una prospettiva religiosa, si potesse invece “capire”.) In questo brano la visione della storia “per lungo” non si stacca da quella tradizionale: l’oppressione e l’ingiustizia ci sono ma comunque la salute vitale scema.

    1. Al Sig. Y

      Un’idea molto chiara ,sig. Y. Un’idea che come la religione ha fatto un sacco di vittime fra i più deboli fra coloro che hanno e avevano ben altro a cui pensare e che ben presto sono stati soggiogati dal potere. Comunque, siccome pare che senza politica e religione non si possa vivere, sarebbe meglio avere almeno la certezza di ciò che ognuno può fare per migliorare se stesso e di conseguenza anche coloro che ci stanno vicini. Questo non si è fatto da ormai troppo tempo, siamo caduti nell’indifferenza ed ora dobbiamo cambiare. La politica siamo soprattutto noi , con i nostri problemi che ci indeboliscono…ma questo l’ho già detto.
      La politica e la religione sono come la speranza, portano ad accettare di stare nelle mani di un altro.
      Tenendo le coscienze e gli occhi aperti dovremmo accorgerci che si può guarire dalla malattia dell’opportunismo causato dall’indifferenza anche se il messaggio attuale della politica sembra volerci dire :
      -Morirete fra un anno scegliete di che male preferite morire, noi possiamo assicurarvi che non soffrirete troppo.-
      Disfattismo? Forse sì.
      Ricostruirci per ricostruire ? Sicuramente sì.

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