Archivi categoria: SEGNALAZIONI

Mai indifferenti

a cura di E. A.

Gli interventi  sono del 15 aprile 2026. E dicono più o meno lucidamente in quale tragedia siamo caduti. Qui sotto copio la locandina. Per seguire cliccare sul  bottone rosso con il triangolo bianco.

CONTRO LA GUERRA DI NETANYAHU E TRUMP
organizzato da Casa della Cultura, Mai indifferenti-voci ebraiche per la pace

L’attacco condotto da Israele e Stati Uniti rappresenta una grave violazione dei diritti umani e del diritto internazionale e rischia di rafforzare un regime repressivo ed esecrabile come quello degli ayatollah, indebolendo chi nella società iraniana vi si oppone. È un’ulteriore estensione dello stato di guerra, che accresce i rischi globali. I troppi silenzi e le reticenze opportunistiche di fronte a questo arretramento della civiltà non riducono il pericolo: lo aggravano. È necessaria una presa di posizione chiara. Proponiamo una discussione pubblica su questi fatti e sulle loro conseguenze, che coinvolgono molti popoli e i rapporti tra la diaspora ebraica e Israele.

Intervengono: Renata Colorni, Lorenzo Cremonesi, Ida Dominijanni Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre

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La guerra d’Argo e altre cronache

Pubblico la Presentazione, l’Avvertenza e uno stralcio dia “Rosa. Una storia”  dell’ultimo libro appena uscito di Velio Abati [E.A.]

di Velio Abati

 

Due parole a chi legge

Per quanto la scrittura ammicchi a un oltre e persino a un sempre – come se diversamente dalla parola orale il supporto materiale che la regge e la lingua che la sostanzia non dovessero mai scomparire -, si scrive sempre in situazione. Anche le scritture più fantastiche, anche le pretese più orfiche, benché non lo sappiano o fingano di non saperlo, sono costrette a incontrare qui il limite-trampolino dei loro voli. Fatto noto per il materialista. Che poi lo scritto (ma perché non anche il detto?) non rimanga chiuso nella circostanza da cui origina, ossia riesca a giungere alla verità di questa in modo tanto intimo da attingere – senza smarrire quelle particolarità in una melassa che nulla più dice – alle verità antropologiche, cosicché possa rendersi disponibile alle risignificazioni future dipende dalla qualità sua, non dalle circostanze.

Tale caratteristica è forse più incombente nel teatro. Certo, tra le opere letterarie, è quello in cui più stretto è il legame con il destinatario, perché gli è intrinseca la messa in relazione diretta e collettiva con il fruitore: è una finzione che può avvenire solo in un’azione reale; non gioca su questa coincidentia oppositorum la geniale intuizione dei Sei personaggi in cerca di autore?

I sei testi qui raccolti, in quanto scritti, come specificato in Avvertenza, in un intervallo piuttosto ampio, portano su di loro i segni del variare delle circostanze, ivi comprese, naturalmente, quelle che concernono chi scrive. Tuttavia, sotto le evidenti differenze su vari loro aspetti e registri, rivendico il medesimo appello al fruitore da cui prendono vita, la mossa, resa urgente dalla ferita dello stato di cose, di sollecitare gli spettatori a uno snebbiamento che reclami l’impazienza di chi non ha tempo da perdere con le finzioni.

C’è poi un altro motivo comune, attinente alla natura, o se si preferisce alla valutazione storica, delle circostanze. Un passaggio, persino esplicito, della Nota scritta nel 2013 in accompagnamento a Una sera di primavera, già indicava la crisi del lungo periodo neoliberista, con cui il capitale ha sancito la sua vittoria contro le conquiste ottenute dai propri nemici di classe nei Trenta gloriosi successivi alla Seconda guerra mondiale. “Crisi”, beninteso, non nel senso di fine del capitalismo che, anzi, com’è ora sotto gli occhi di tutti, è quanto mai privo di avversari credibili, ma nel significato più ampio, venuto sempre più in chiaro in questo torno d’anni e addirittura di mesi, dello scrollarsi di dosso i lacci e lacciuoli, anche ideologici, che era stato costretto dalle forze anticapitaliste ad accollarsi. Voglio dire che sebbene le minacce e gli orrori più nefandi contro l’uomo, le distruzioni in buona parte irreparabili della Terra, le falsificazioni più iperboliche e insopportabili dei padroni del mondo siano oggi in piena luce e forsennato sviluppo, anche i testi qui più antichi ne avvertivano già i colpi e la natura, se non il grado. Di tutto questo i sei testi sono la cronaca.

Sotto la furia di genocidî, podere Tonale, gennaio 2026

 

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Avvertenza

Una sera di primavera è stata rappresentata il 15 maggio 2014, fuori concorso, nella XVII Rassegna provinciale Teatro della scuola, dalla classe V B del Liceo “Rosmini” con la regia di Daniela Marretti del Teatro Studio di Grosseto, ricevendone la menzione speciale della Giuria. È uscito su “Poliscritture”, n. 10, dicembre 2013. [scricabile gratis qui]

L’ultimo giorno di vacanza è stato pubblicato in “La Maremma Rivista”, numero 0, aprile 2012.
Il regista Mario Fraschetti nel 2023 ne ha diretto un podcast in una versione rivista e ampliata.

La guerra d’Argo è stata rappresentata il 5 e il 12 settembre 2020 ai Colloqui del Tonale, regia e adattamento di Lorenzo Scribani, musiche di Francesco Salvador, cantante Amanda Gentini.

Dell’Assassinio Lorenzo Scribani ha curato un reading ai Colloqui del Tonale, 11 settembre 2023.

Antigone vive e Rosa. Una storia, ultimi scritti, inediti, non sono mai stati rappresentati; i testi editi sono qui raccolti in nuove versioni riviste.

 

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 Stralcio da “Rosa. Una storia”

Personaggi
Rosa, la bisnonna
Franca, la nipote di secondo grado

Rosa Il bucato, eh? Parlo del bucato.

Franca Non capisco.

Rosa I lenzuoli! Si cambiavano una volta al mese.

Franca Ma come facevate, senza la lavatrice?

Rosa Eh, figlia mia, è stato strano anche per me, sai, quando quaggiù ci siamo comprati la lavatrice che ero già quasi nonna. Non ci volevo credere, che quella scatoletta di ferro lavasse davvero.

Era faticoso, ma d’inverno era anche peggio. Prima di tutto si portavano i lenzuoli al fosso. Gli uomini ci avevano fatto una buca, pulita dalla ghiaia e dalla rena, poi avevano sistemato alla proda due lastre di sasso, una più larga pelle donne, ma ci veniva quasi sempre la pora zia Ottavia e una più piccina per me. Si lavavano col pezzo di sapone fatto da noi donne quando s’ammazzava il maiale. La Pellegrina era troppo lontano, bisognava pigliare il somaro. Una volta a casa, i lenzuoli ancora bagnati si assettavano dentro una conca di coccio. Quando era quasi piena, ci si stendeva sopra una balla. Era diventata bianca anche lei, dalle lavate. Sopra a questa, la cenere, quella bellina, capata dai pezzetti di carbone, eh?, sennò addio bucato! Appena l’acqua della caldaia, che si teneva sempre sul fuoco, principiava a essere tiepida, s’iniziava a versarla dentro la conca con un ramaiolo. Mi raccomando, diceva la zia Ottavia, che non sia troppo calda, sennò incoce i lenzuoli e, addio!, non vengono più, si rovinano. Via via che dalla cannellina della conca l’acqua usciva dentro un tegame, si ripigliava e si rivuotava nella caldaia. Così più volte, intanto che l’acqua diventava piano piano sempre più calda. Quando da ultimo bolliva, usciva un ranno bello grigio, profumato. Ci si lavava anche i tegami che colle lavature normali non erano venuti bene, i pitali da notte e così via. Vedessi come li faceva diventare lustri!

Franca Ci voleva tutto il giorno!

Rosa Ma poi bisognava riportali al fosso, pe’ sciacquarli perbene.

Franca E i vestiti?

Rosa Tutto il resto una volta la settimana. Però si doveva capare i panni bianchi, le fasce dei citti e le pezzole del mestruo di noi donne. Questi si lavavano in casa, poi gli si faceva il bucato. Lo stesso colle camiciole di lana di grandi e piccini, che però avevano bisogno di un bucato coll’acqua solo tiepida, sennò infiltrivano. I panni di colore si portavano al fosso, dove si drusciavano bene a forza di spazzola finché non venivano. E d’inverno, se il viaggio era più corto e si poteva lasciare il somaro agli altri, perché il fosso del nostro podere tirava, nella stagione più fredda, a volte, gelava. Così la pora zia Ottavia pienava un pentolino d’acqua bollente per portarcela dietro. Quando i diti non si sentivano più e il sapone ti cascava di mano, ci s’infilavano dentro. Che brulichio!

 

Salzarulo su Antonia Pozzi

Dove va la scuola italiana?

In morte di Giorgio Mannacio

a cura di Ennio Abate

Mi è appena giunta  la notizia della morte di Giorgio Mannacio,  magistrato e poeta; e per lungo tempo  amico e collaboratore  prima del Laboratorio Moltinpoesia (2006 -2012) e poi di Poliscritture. Per il momento lo ricordo pubblicando  questa sua poesia:

RIMPROVERO ALL’ETERNITA’
  
Avresti dovuto arrivare
nel giorno della gran neve
quando stentavo a decifrare
un brusio così lieve, mio vicino.
E’ la seconda volta
nel tempo così breve
che un difetto d’amore ti sorprende.
Ma adesso anche tu
o forse tu soltanto
conosci la mia storia.
Il resto è letteratura e tu lo sia:
non so più leggere ormai.

E suggerendo la lettura del saggio di Ezio Partesana sulla raccolta che Giorgio pubblicò nel 2016:

“Gli anni, i luoghi, i pensieri”
(QUI)

specchio-riflesso-magritte per Mannacio

 

 

Appendice
La notizia data dal Corriere della Sera:

L’antitratta

L’Antitratta  è l’ultimo romanzo di Franco Tagliafierro. Iniziato a metà del 2022, è rimasto incompiuto per la sua morte (Madrid, 7 marzo 2024). Nella prima pagina della copia in Word che ha lasciato – 176 pagine, 53161 parole in corpo 18 – sotto al titolo in maiuscolo c’è l’indicazione «Prima bozza» e nell’ultima si legge: «Interruzione per modo di dire. In realtà cessazione. Causa la demenza provocata dalla chemioterapia. Ci sono speranze che la demenza non sia eterna. In ogni caso il romanzo rimarrà incompiuto.». Il testo del romanzo non è suddiviso in capitoli  ma  in 77 sezioni  con titoli in maiuscolo. La vicenda narrata è quella di una misteriosa scomparsa- fuga-migrazione- esodo  in varie città del ricco Nord Italia (dalla Valle d’Aosta a Trieste) di una coloritissima e  multiforme  collettività di prostitute, che  scompiglia  la quiete sociale e mette in allarme le autorità costrette ad affrontare inattese e preoccupate proteste di popolo.  Nella prima parte la narrazione   di questa epopea, che ha come protagoniste imprevedibili e audaci le  prostitute, insiste sulla loro dura vita da catena  di montaggio taylorista-fordista a cui vogliono sfuggire. Nella seconda parte si svolge a sorpresa in un mondo  comunitario ctonio e fantascientifico reso possibile dalla «Intelligenza Artificiale Biodinamica».  La voce narrante – sempre benevola, ironica e paradossale – si modula su una varietà di toni: freddi e distaccati, quasi da trattato sociologico-scientifico; veloci, fumettistici o da giallo; di disincantata riflessione politica sulle miserie della società italiana. Dalla bozza estraggo 5 pezzi e li pubblico oggi, 15 gennaio, data  di compleanno di Franco [E. A.]

di Franco Tagliafierro

1.
INIZIO DI TUTTO IL RESTO
Tutto comincia quando scende in piazza l’”indotto”. L’indotto è l’attività di industrie o imprese correlata alla attività di una impresa o industria principale, che può vantare eccezionali dimensioni, o enormi ambizioni, o in-calcolabili illusioni.
Scendono in piazza i proprietari dei piccoli alberghi etichettati come “hotel a ore” e i gestori delle lavanderie, perché non siamo più nel dopoguerra, o negli anni Cinquanta, quando le lenzuola non si cambiavano dopo una semplice “sveltina e fuga” a meno che non fossero ufficialmente sporche. Protestano anche i gestori dei bar situati nei pressi degli alberghi, visto il calo a picco dei clienti che erano clienti di quegli stessi alberghi.
I cartelli dei manifestanti, anziché enunciare la causa della protesta, se la prendono con la esosità delle imposte calcolate in base agli introiti che gli alberghi, le lavanderie e i bar ottenevano al tempo delle vacche grasse.
Quando una categoria protesta per la esosità delle imposte dirette e indirette ottiene dalle altre un consenso istantaneo, e la protesta diviene unanime. Unanime significa che esiste un malessere generale. Se non ci sono prove che esista un malessere generale, la protesta prima lo ipotizza e poi lo crea retrospettivamente. È così che si ricostruisce il passato di una collettività, purché giovi ai potentati della finanza e della politica.
I gestori delle lavanderie e dei bar situati nei pressi degli hotel a ore protestano anche perché gli affitti che pagano per i loro locali non sono stati adeguati alle attuali vacche magre, i proprietari si rifiutano di ridurli, gli avvocati alimentano il contenzioso mirando allo sfinimento di entrambi i fronti.
I delegati delle tre categorie scese in piazza vengono ricevuti dal Presidente della Regione Autonoma della Valle d’Aosta, il quale è anche il rappresentante del Governo della Repubblica, ossia ha anche mansioni di prefetto. Espongono la causa della loro protesta. Causa che il Presidente nonché prefetto conosce già. Chi gestisce un potere più di forma che di sostanza deve sapere perché il popolo soffre. E poi, che cos’è il potere, se non un vedere più in là dei sudditi, se non un sapere in anticipo ciò che succederà perché “deve” succedere? Che cosa è, se non un trarre tutti vantaggi possibili da ciò che “non deve” succedere?
Il prefetto non ha potuto fare a meno di preoccuparsi: di conseguenza si è accelerata la sua tachicardia. Qual è il problema? È un problema che può essere risolto solo adottando misure da stato di emergenza, tipo assegnazione al domicilio coatto di coloro che cercano di far perdere le proprie tracce. Un provvedimento simile susciterebbe scalpore in tutta Italia. La assegnazione al domicilio coatto può riguardare al massimo un centinaio di persone; se quelli che cercano di sottrarsi alla cattura sono mille o più di mille ci vuole un campo di concentramento. Domicilio coatto? Ma scherziamo? Tra l’altro: chi è che vuole far perdere le proprie tracce? Chi ha commesso un reato. Giustissimo! Ma a tutt’oggi nessuno risulta colpevole di nulla.
Il primo delegato espone le ragioni che hanno spinto gli animi alla protesta; il secondo le ripete; il terzo tira in ballo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino: tutti e tre sfoggiano una oratoria savonaroliana che nessuno trova ridicola. Chissà perché, dice soprappensiero il prefetto.
In quanto Presidente della Regione, è preoccupato per il danno economico subito dalle tre categorie scese in piazza e da quelle contigue. La più contigua è quella degli addetti alle pulizie dei piccoli alberghi, quasi tutti licenziati. Costoro non hanno nessuno che rappresenti la loro miseria di sottoproletari, perciò se ne incarica lui, e lo dichiara senza perifrasi, mentre con due dita si allenta il nodo della cravatta. I delegati dicono che non sono venuti a lamentarsi con il rappresentante del Governo per il crollo della attività prostitutiva, perché sanno perfettamente che lo Stato è tenuto a puntare, per ovvi motivi etici, sulla sua eliminazione, o per lo meno sul contenimento del fenomeno. Sono venuti bensì a sottoporre la drammaticità del problema alla valutazione del prefetto, solo del prefetto, e non del Presidente della Regione, perché, quando una provincia incappa in una calamità è il prefetto, e non altri, colui che per legge deve fronteggiarla. La sparizione di tutte le prostitute in attività nella Valle è una calamità senza precedenti, e il prefetto deve porci riparo.
Il prefetto annuisce. Chiunque, al suo posto, si sarebbe spazientito, lui no, lui ausculta i battiti del proprio cuore mentre gli si risveglia il tic sopraccigliare, che dura meno di cinque secondi perché lui aggrotta le sopracciglia mentre si interroga fuori tempo, ma non fuori luogo, se la spari-zione delle prostitute meriti la definizione di calamità.
«Sicché sono sparite tutte?» domanda fievolmente come chi sa che non ha senso domandare.
«Sì, non ne è rimasta nemmeno una. Per questo le chiediamo di intervenire immediatamente, prima che si perdano le loro tracce.»
«Io non posso intervenire perché mi sento male.»
«Come sarebbe a dire che si sente male?»
«Scusate la sconvenienza! Sono cose che succedono quando meno te le aspetti: ho un dolore forte, fortissimo, qui» e si mette una mano sul cuore.
Dopodiché muore.
Nell’esercizio delle proprie funzioni.



2.
AVIANO
Era fatale che le prostitute stanziatesi nella provincia di Pordenone entrassero in dialettica con la mitologia della Base Aerea di Aviano, base NATO che l’America governa col pugno alla Stalin. Da quando la guerra è concepita non più come continuazione della politica con altri mezzi, bensì come guerra che continua un’altra guerra, la Base è tornata in auge come negli anni minacciosi della Unione Sovietica. Le armi strategiche che ospita sono così segrete (come le Wunderwaffen di Hitler) che su di esse si conoscono solo i dati forniti dalla fantascienza guerrafondaia.
Una prostituta, che prima di essere brutalizzata per sempre era stata una professoressa di storia, e aveva scritto un romanzo surrealista sulla inesistenza mondiale della prostituzione, organizza una gita scolastica alla Base per mostrare pedagogicamente che esistono davvero, non solo nei videogiochi, i missili che in mezza giornata possono distruggere mezzo pianeta, e che ogni Paese della NATO gestisce un casino di Stato. Ottiene i visti di ingresso per sessanta unità. Sono escluse le moldave, le ucraine, le lituane e le bielorusse perché sospette di essere spie della Russia.
La Base è un aeroporto sconfinato con casermette civettuole in virtù dei vasi di gerani, e con hangar dove gli aerei vengono revisionati dagli “ingegneri teutonici” prima di essere immagazzinati nel sottosuolo insieme con gli ordigni nucleari. Nel sottosuolo c’è anche un quartiere Belle Époque con avenue e street ortogonali come a Manhattan. Gli edifici, tutti di due piani, hanno sopra di sé un cielo blu-notte punteggiato di stelle arancione, se è vero che l’arancione simboleggia la vitalità. Dai marcia-piedi si irradia una luce primaverile ambigua quanto basta per favorire le allucinazioni. Il Sex Village è costituito da postriboli, casinò, terme e centri commerciali con addobbi presuntuosi come a Las Vegas. Vi si circola a piedi o con veicoli a induzione. In certe zone vanno a piedi solo i soldati ubriachi.
Ogni Stato del Patto Atlantico ha un postribolo di rappresentanza con la bandiera che pende rigida da un’asta orizzontale come se fosse di cartone. Invece è di seta, ma sottoterra non ci sono i venti adatti per farla garrire.
Le visitatrici vengono trapassate dai raggi paracosmici a cui non sfuggono i nano chip e nemmeno i pico biochip, poi le infagottano in scafandri antisettici. Scortate da sei caporali, uno ogni dieci unità, cominciano la visita dal postribolo degli States. Si aspettavano la solita miscela di prostitute immigrate… invece sono tutte americane. Tutte bianche. Tutte bionde vere o bionde tinte. Tutte “fantastiche”.
Quindi tutte WAS (White Anglo Saxon Protestant)? Venute a prestare servizio in terra straniera? Per di più in un ambiente militare di tipo concentrazionario sempre in allarme? Per di più ingaggiate con un contratto che prevede solo doveri?
Nel Sex Village, però, c’è anche un asilo per bambini fino a tre anni: una modernità, anzi, una generosità che fa sgranare gli occhi alle visitatrici. Di norma il Comando offre parecchio denaro alle incinte per invogliarle ad abortire. Dato che c’è l’asilo, molte rifiutano.
«Tenersi vicino un figlio è una consolazione, ma per il resto non c’è da entusiasmarsi. Nessuna è libera di farsi pagare secondo la qualità delle proprie performance: le tariffe le fissa il Comando.»
«Quando c’è grande affluenza di assistiti, guai chiamarli clienti, siamo tenute a fare ore di lavoro straordinario, che ci viene pagato la metà di quello ordinario mentre dovrebbero pagarlo doppio. Questo è sfruttamento, ma lo considerano un nostro donativo allo Stato visto che non paghiamo le tasse. Per noi la base di Aviano non è terra straniera, è un pezzo di America.»
«Una che lavora qui, dopo quindicimila prestazioni mette da parte a malapena quanto basta per aprire un fruit and vegetables shop nel suo paese.»
Le visitatrici chiedono di sentire altre campane, a cominciare dalle col-leghe che nella Base rappresentano l’Italia. Incolonnate dai sei caporali, che fanno gli spiritosi complimentando ora l’una ora l’altra, arrivano nella avenue dove si trova il palazzetto con la bandiera tricolore. La bandiera pende rigidamente come tutte le altre, ma il postribolo è vuoto.


3.
SPIRITUALITÀ
Per distrarsi dalle chiacchiere schizzinose sui cibi sintetici e sulle nausee provocate dal gonfiore; per non dire ogni due per tre “eppur si muove qualcosa in me”; per non affollare di spettri i pomeriggi che si sbriciolano come biscotti vecchi… insomma, sentendosi emancipate dalla ignoranza e dalla ottusità a cui il mestiere le condannava (emancipate inconsciamente, si intende), le residenti si buttano nel gioco passatempo delle parole “intriganti”. La prima estratta in una città, e condivisa con le altre due, è: spiritualità. Che fa rima con la dirimpettaia sessualità. Ognuna appioppa alla spiritualità il significato che le sconfinfera, e immagina che, quando si metteranno insieme tutte le interpretazioni, anche il sottosuolo avrà la sua università. Intanto vanno in cerca di qualcuno che spieghi a cosa serva la spiritualità. “Qualcuno” non può essere altri che un prete, o un rabbino, o un iman, ossia un non-essere in un mondo di sole donne. Dunque, sarà una donna. E dove la si può trovare, se nelle tre città non si è mai vista una croce, o una mezzaluna, o un candelabro con sette bracci?
I robot, a cui non è sfuggita la confusione filosofico-teologica delle residenti, ne hanno trasmesso gli estremi a un think tank, il quale ha dettato che “ognuno è il sacerdote di sé stesso” (senza citare la fonte di questa affermazione che taglia la testa al toro). Il responso, tradotto dai robot in grammatica femminile, suona così: ogni donna è la sacerdotessa di sé medesima.
«Oh, che bello! Ma cambia qualcosa?»
«È come vincere milioni alla lotteria, che con un triplo salto mortale ti sbalza a una casta tre volte superiore.»
«Che bello se ci avessero detto, quando battevano il marciapiede con lo schifo nel cuore, che eravamo delle sacerdotesse!»
«Sì, ma sul piano pratico cambiava qualcosa?»
I robot dovrebbero dire no, che non cambiava un bel niente, ma fanno orecchie da mercante, e non mancano di ricordare epidermicamente a ciascuna che solo nei libri si trova la sapienza per uscire dai labirinti. Allora tutte cercano nelle biblioteche la bibbia della prostituzione. Non la trovano. Strano. Anzi, no, che orrore! Anche sottoterra vengono discriminate. Ci sono i vademecum di tutte le arti, di tutte le scienze e di tutti i mestieri: quello che le riguarda no!
Né gli algoritmi né i robot si sono mai presi la briga di distribuire la bibbia della prostituzione. Feroce lo scaricabarile finché non interviene l’ufficio Affari Riservati della Intelligenza Artificiale Biodinamica con un colpo di diplomazia che ristabilisce la presunta verità dei fatti. Il vademecum della prostituzione è stato ritirato dalle biblioteche per evitare che degli sconci stimoli libreschi, in contrasto con l’etica puritana del sottosuolo, ravvivassero alle residenti i ricordi delle pulsioni autodistruttive di cui è intriso il loro passato. Insomma, una delicatezza nei loro confronti.
Il passato non lo si ricorda, lo si immagina, direbbe Zaratustra. Senza aprire bocca lo direbbero volentieri anche le residenti. Costruirsi un passato di fantasia consiste, o no, nella assunzione di una responsabilità personale, e quindi nel godimento di una completa libertà psicologica? Il passato è, o non è, un sarcofago il cui ospite solleva il coperchio e va a decomporsi fuori scena? Le residenti non mollano, vogliono una risposta comunque, sia pure racchiusa in un indovinello. Alle colleghe che sono solite isolarsi accanto a una finestra, sedute con un libro in mano come se le stesse dipingendo Pierre Auguste Renoir, si consiglia di leggere qualche libro sapienziale, invece dei romanzi che trattano di pulzelle e maritate aspiranti alle beatitudini del sesso tantrico. Ora che sono al riparo dalla voracità degli sfruttatori, vogliono sapere quale vita le aspetta a breve scadenza. E a lunga? Dovranno morire sottoterra o verranno riportate in superficie una volta che sia stata abolita per legge e nei fatti la prostituzione? Si continua a fare domande senza avere la più peregrina idea di cosa domandare, finché i robot non le indirizzano a un ipotetico museo delle sculture enigmatiche. Museo soltanto di sculture? Sì, la pinacoteca si trova nella parte opposta della città.
Questo ipotetico museo costituisce soprattutto un pretesto per mettere a punto un po’ di suspense in relazione al problema del gonfiore che affligge le ex prostitute e per registrare in un video la loro reazione indigna-ta a certi schemi culturali che hanno “smerdato” la loro categoria.



4.
PROTESTA
Nel mondo sotterraneo è previsto che ogni ex prostituta senta la pulsione a disfarsi della propria sensibilità, perché non è questa l’essenza che contraddistingue una persona. La diversità fra gli individui si basa sulla “identità” che ciascuna, ora che non è più una schiava, si costruisce utilizzando le proprie elucubrazioni sulle bellurie e le brutture della “aiuola che ci fa tanto feroci”. L’identità si struttura anche con la nostalgia di ciò che sulla aiuola accade tutti i giorni. Le nostalgie sono strettamente per-sonali, si passa da quella degli ingorghi del traffico, a quella dei media che regolano i conti tra morti e tra vivi; dai borseggiatori che proliferano nelle stazioni ferroviarie e nelle metropolitane, alle minuzie dello shop-ping, agli scambi di persona, alle assurdità della beneficenza pubblica, eccetera, eccetera. Una volta abbozzata, l’’identità consolida la sua strut-tura mediante la rassegnazione alla vita ripetitiva in queste città catacombali, dove non ci sono le piogge che puliscono l’aria, né si ode quello stormire del vento tra le piante che può scrollarti di dosso sia la volontà che l’eventuale “nolontà” di vivere.
Se ciò che conta è la identità, allora bisogna costituire una intesa fra tutte le identità di Nordelia Centrilia Sudolia e scatenare una eruzione di proteste che metta alle corde gli umanoidi responsabili della mancata vaccinazione contro il virus del ventre gonfio. Se si giustificheranno dicendo che non esisteva alcun vaccino, la rabbia spingerà tutte le residenti a demolire le proprie case, visto che non sono accessibili le loro.

Poiché nessuna fantascienza ha avuto il ghiribizzo di collocare nelle città del sottomondo una Bastiglia, o un Palazzo di Inverno, o un tribunale speciale contro cui lanciare pietre e inveire, non resta che sfilare in manifestazione da un capo all’altro della città, e ritorno. O dal centro alla periferia, e ritorno. Le residenti gridano slogan a rima baciata, tendono striscioni che esigono il trattamento individualizzato secondo la identità di ciascuna, il che è una utopia più antidiluviana che vecchia come il cucco, e cantano le canzoni degli anarchici espulsi da ogni terra. Dopodiché ripercorrono la stessa strada con la stessa solfa, finché il languore di stomaco non le distoglie dalla inutilità delle loro rimostranze contro il Potere. Quel potere che si rifiuta di entrare in dialettica con gli esseri ancora umani, non diversamente dalla Parca che seduta in un angolo dello stanzone taglia i fili di ogni colore con le forbicine del nécessaire.
Durante l’ultimo andirivieni, il corteo viene improvvisamente rabbrividito dalle strida dei pellirosse che assalgono la diligenza in un set di Hollywood, e subito dopo viene scompigliato da bande di energumeni che indossano tute nere come quelle dei Black Bloc, cappucci neri come quelli dei penitenti, e impugnano manganelli neri come quelli della polizia. I manganelli sono contundenti per natura, perciò non hanno altra funzione che quella di colpire a destra e a manca e costringere il sangue a sgorgare da nasi, o da bocche o da squarci del cuoio capelluto. Integrano le gesta dei manganellatori centinaia di energumeni che recano ceste contenenti uova destinate a spiaccicarsi sui volti delle manifestanti. È tutto uno strilla-strilla, un fuggire all’impazzata, un chiedersi da dove siano spuntati quegli uomini.
Le manifestanti vorrebbero abbrancare almeno uno, togliergli cappuccio tuta pantaloni e mutande e ridurlo a morsi e graffi un ecce homo, ma per riuscirci dovrebbero passare dalla difesa alla offesa, il che per loro è impossibile, essendo da sempre incapsulate nel ruolo di vittime impotenti. D’altronde gli energumeni non si lascerebbero smascherare neppure da morti. Dopo un quarto d’ora di manganellate e uova in faccia si allontanano in varie direzioni frullando come stormi di colombi torraioli.
Ma chi erano gli energumeni? Erano forse degli schiavi occultati nei sotterranei delle città sotterranee per poterli utilizzare come truppe anti-sommossa? O erano teppisti scesi dalla superficie per esercitarsi alla violenza? Certo non erano robot, perché i robot sono privi di corpo visibile. E se per avere qualcosa di simile a un corpo avessero gonfiato le tute? Non esistono forse le vicende dei cavalieri inesistenti che partecipano a batta-glie e tornei pur non riempiendo l’armatura con le proprie carni? In certe situazioni tutto può essere realtà. Anche la non esistenza di un corpo dentro una armatura ben lubrificata può cambiare la storia.


5.
RIVELAZIONE
Nelle tre città risuonano i vagiti dei neonati che vogliono la madre tutta per sé, mentre le madri hanno voglia di ballare anche senza musica rie-vocando il gonfiore aerofagico, che era stato lo scotto da pagare, così credono, per ottenere la maternità.
«Ma» domandano, «sarebbe cambiato qualcosa per i demiurghi della tecnologia neuronale, se avessero sbandierato che ognuna aveva una vita dentro la pancia?» Nessun robot risponde. Nessun algoritmo si accende. Nessun reo confessa.
Tra le centomila neomamme non può non esistere una percentuale di cristiane, che prima di diventare prostitute hanno avuto notizie di Maria di Nazaret, madre di Gesù detto il Messia. È scritto che Maria non aveva conosciuto uomo, ammesso che suo marito fosse un simbolo letterario e non un uomo, eppure partorì. Neanche loro hanno conosciuto uomini da quando sono scese nel sottosuolo, cioè da nove mesi, eppure hanno partorito. È scritto che Maria era vergine, pur risultando coniugata, quindi vergine e madre; nessuna di loro era vergine (salvo errore!) quando entrarono nelle grotte. Ma poiché non sono state violate né da un pene né da un catetere, hanno tutto il diritto di essere contrassegnate come vergini e madri. Scherzi a parte, come dove e quando è avvenuta la fecondazione? Unica ipotesi ragionevole è quella di essere state fecondate artificialmente a loro insaputa, cioè nel sonno, e che gli artefici siano stati quegli stessi omuncoli che le hanno assistite nel parto. Saranno entrati nelle case sincronicamente, le avranno cloroformizzate tutte nel momento della massima corposità del sonno, avranno rimosso l’eventuale pantalone del pigiama, le eventuali mutande, l’eventuale autoironica camicia da notte, avranno sorriso incontrando (anzi no, i robot non sorridono) una nudità pubica già pronta col suo sorriso verticale, come se aspettasse visite, e avranno deposto nell’utero di ciascuna una goccia di liquido seminale con dentro uno spermatozoo donato da un pelle bianca per le donne di pelle più o meno bianca, o donato da un pelle nera per donne di pelle più o meno nera. Poi avranno rimesso le mutande e i pantaloni del pigiama e la camicia al loro posto, visto che nessuna ha percepito alcunché di insolito al risveglio.
Per gli attuali narratori di fantascienza la simultaneità di interventi robotici su larga scala non è nulla di straordinario. Hanno già scritto che le realizzazioni nel sottomondo, o Mondo Alternativo Interno (MAI), coinvolgono miliardi di persone da quando la superficie terrestre è per lo più inabitabile. Secondo loro, la fecondazione non è avvenuta mediante inserimento di una goccia di sperma nell’utero di centomila donne da parte di centomila robot nello stesso segmento orario della stessa notte. No. Una procedura così macchinosa, da praticarsi all’ora ics di una notte ipsilon, è da scartare anche come ipotesi pubblicitaria. Gli ideologi dell’etica robotica invitano a credere che le cose seguono il loro corso naturale nono-stante tutto, perché, se non si crede in ciò che risulta tecnologicamente modificabile, l’immaginario dei singoli e della massa finisce per rattrappirsi sotto i colpi della oligarchia finanziaria neofeudale, che pratica lo sfruttamento indiscriminato della popolazione planetaria. Oggi è verità effettuale tutto ciò che ieri era fantascientifico.
Oggi si può dimostrare che la fecondazione è avvenuta nella Grande Caverna Gialla mediante il pulviscolo che cade da una altezza inconoscibile. Il pulviscolo non è pioggia d’oro come quella che penetra mitologicamente nei quadri dove c’è Danae nuda e pronta a riceverla, o nuda che finge di dormire. È un infinito di particelle infinitesimali che si con-densano in nuclei fecondanti, ognuno dei quali, una volta assorbito da un poro della pelle, va a incastonarsi dove si è realizzata una ovulazione.
Poiché ogni nucleo è uno spermatozoo, e tutti discendono dallo stesso cielo artificiale generatore di vita naturale, se ne deduce che il padre dei centomila neonati è uno solo, quindi tutti sono fratelli tra loro per parte di padre.
E invece no. Ogni nucleo fecondante è diverso dall’altro, perché ognuno è un fotone. Il fotone è un “quanto” di energia della radiazione elettromagnetica. È quanto di meglio esiste nella Madre Natura del piane-ta Terra, nel sistema solare e nel cosmo. È la quantità che niente e nessuno può dividere, è il valore più piccolo fisicamente possibile di qualsia-si grandezza. Ogni fotone è un “quanto di luce” che non assomiglia a nessun altro. Che non ha vincoli con nessun altro. È un assoluto. È un unicum. I filologi direbbero che è un apax legòmenon, ossia l’equivalente di una parola usata una sola volta nel corpus di una lingua.
Ciascun neonato ha la sua mamma, e questo si è visto, ma ha anche un papà solo suo, di cui col tempo verrà a sapere che è un fotone, cioè un uomo luce, che in fatto di luce non ha eguali, e che quindi riunisce in sé, in embrione, tutte le qualità umane e non umane possibili. I fotoni, come gli spermatozoi di tutti i mammiferi, non sono visibili a occhio nudo, e non si sa mai dove si trovino quando li si cerca.


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Franco Tagliafierro ( Teramo 15 gennaio 1941 – Madrid 7 marzo 2024). Laureato in  Lettere a La Sapienza di Roma, ha insegnato negli istituti superiori, soprattutto a Milano. Tra gli anni Settanta e Ottanta pubblicò  testi critici su Eugenio Montale, Attilio Bertolucci, Edoardo  Sanguineti e Romano Bilenchi e alcuni poemetti. Del 1991 è il suo primo romanzo storico: Il capocomico, ambientato nella Napoli di fine ‘700, uscito presso Sansoni. Successivamente ha pubblicato:  Strategia per una guerra corta  (Genesi, Torino, 1999), Racconti a orologeria (Lulu, 2008),  Il palazzo dei vecchi guerrieri (Lampi di stampa, 2009), Storie del terrorismo made in Italy (Ebook, 2012), La comisaria de las langostas (Edizione in spagnolo, 2023). Altri saggi e racconti sono comparsi sulle riviste Inoltre, Steve 31 e Poliscritture.


Ragionare sui “perdenti”. Un invito


di Maurilio Riva Rino

Cara amica e caro amico, ciao
Buon Anno. Ho voluto scriverti, sperando che tu accolga il mio invito: sabato 24 gennaio 2026, alle ore 17.00, sarò alla Lineadiconfine di via Cerami 20, nel cuore di Baggio Storico, proprio di fianco alla vecchia chiesa la cui leggenda racconta dell’organo dipinto sul muro perché non c’erano i soldi per acquistarne uno vero. Da lì, viene fuori la storica frase milanese: “Va a Bagg a sonà l’orghen” che è tutta un’altra storia.

Quel pomeriggio presenterò “Remiade“, il mio quinto e ultimo libro di 35 racconti lungo almeno un trentennio di vita italiana.

Mi accompagneranno Federica Ognibene, abile  relatrice e giovane docente di Filosofia, insieme a Paolo Colombo, poeta e musicista, che leggerà dei brani del libro e accompagnandosi con la chitarra eseguirà alcune canzoni pertinenti ai testi  presenti nel libro.

In “Remiade” non c’è la riscrittura dello scontro fratricida tra Remo e Romolo, i gemelli romani abbandonati e salvati in un primo tempo dal latte materno di una lupa e in un secondo tempo dalla famiglia di un pastore.

Si parla di “perdenti”. Ci ragiono sopra da anni innumerevoli. Non ho nessuna verità rivelata, nessun credo a cui affiliarsi, nessun verbo da cui dipendere. Le mie sono opinioni, punti di vista. Riflessioni. La mia storia, le mie vicende, le storie che racconto si basano innanzi tutto con questo spirito.

Nota

Quattro racconti da “Remiade” si possono leggere subito QUI

Addio a Gianfranco La Grassa

di Ennio Abate

Un incontro difficile (tra sconfitti) ma ci siamo sempre rispettati. E sono contento che su Poliscritture sono numerose (dal 2010) le tracce della tua presenza. Ciao Gianfranco. Per cominciare a ripensare la sua figura parto da uno dei suoi racconti firmati come Franco Nova:

L’uomo in ansia

di Franco Nova

Da due ore ormai, ancor prima che cominciasse ad imbrunire, l’“uomo in ansia” era sotto il lampione all’angolo tra via Fontina e via Gattinara, camminando su e giù a scatti, fermandosi e ripartendo, voltandosi bruscamente non appena si allontanava troppo dal lampione. Girava l’indice tutto dentro il collo della camicia come si sentisse stringere la gola pur avendo la camicia aperta. Subito dopo si fregava freneticamente le mani; soprattutto il polpastrello dell’indice destro continuava ad incalzare il palmo dell’altra mano, rischiando di provocargli qualche lesione cutanea. Poi tentava di fermarsi mettendosi in equilibrio su un piede solo, ma resisteva due secondi, sbandava, si riprendeva e ripartiva a testa bassa come un toro infuriato in piena carica. Si slacciava la cintura, contava quanti buchi fossero rimasti nel caso fosse ingrassato, si riallacciava, ma sembrava scontento come se l’avesse troppo stretta sulla pancia un po’ pingue; allora si slacciava nuovamente, contava i buchi e riallacciava. Tentò una variazione: camminare con un piede su e l’altro giù dal marciapiedi; uno sciocco diversivo di cui presto si stancò.
Intanto sbuffava e imprecava perché si faceva buio e non venivano accesi i lampioni; “spilorci di amministratori” – ringhiò – “sono economie da morti di fame!”. Alla fine, con un bagliore improvviso, il lampione si accese e la luce cominciò a prendere vigore; nel giro di 15-20 secondi fu al suo massimo. L’“uomo in ansia” ebbe così la sua ombra che si allungava e accorciava a scatti, seguendo i movimenti nervosi del suo portatore. Un’idea, che gli apparve geniale, attraversò la mente dell’agitato passeggiatore: porsi in una posizione tale rispetto al lampione che la sua ombra sul lastricato fosse lunga quanto lui era alto. Si ricordava di essere 1,78. Iniziò così a concentrarsi sul nuovo brillante compito, spostandosi lentamente e cercando di misurare la lunghezza della sua ombra. Complicatissimo; ora gli sembrava 1,80, ora 1,76. Stralunava gli occhi, fissi sull’ombra, evitando fino al bruciore più intenso di sbattere le palpebre. Adesso forse era a 1,79; no, più facile 1,77. “Accidenti, dovrei avere con me una persona dotata di metro per risolvere questo problema”.
Lasciò perdere, inutile tentare di calmarsi in quel modo. L’attesa era sfibrante, non ne poteva più, riprese il suo deambulare a scatti, come un pollo, sempre aggirandosi sotto il lampione, attanagliato dal terrore: “e se non venisse?”. No, impossibile, nemmeno quella sera! Era quasi un mese che attendeva, che ripeteva ogni giorno a quell’ora il suo rito; non avrebbe resistito alla delusione, avrebbe commesso qualche “sciocchezza”. In quel momento, apparve un po’ traballante, il rotondo “omino dell’osteria”. Aveva finito di cenare con la sua “vecchia”, in rigoroso silenzio; adesso aveva diritto alle sue due ore all’osteria lì vicino, a metà di via Fontina, con gli altri ubriaconi suoi amici. Amici? Si fa per dire: dieci-quindici “ombre”, qualche discorso sulla “vita da cani” di tutti i giorni, una sbirciata ogni tanto alla televisione senza nulla ascoltare nel frastuono del locale, risate incomprensibili tanto per tirarsi un po’ su e poi, con la lucidità di un lobotomizzato, il ritorno dalla “sua vecchia”, che avrebbe trovato già addormentata e in assordante russare.
L’“omino dell’osteria” si accorse subito dell’“uomo in ansia”; impossibile non notarlo per il suo atteggiamento di incontenibile agitazione. Rimase titubante, perché era omino schivo e non voleva disturbare, ma alla fine la sua naturale bonomia, unità a quella certa quantità d’alcol che aveva già ingurgitato a casa, prevalse: “Ha perso qualcosa signore, ha bisogno di aiuto?”. L’“uomo in ansia” fu come colpito da una pistolettata, non si aspettava di essere apostrofato; prese comunque l’occasione al balzo per allentare la sua tensione: “No grazie, non ho perso nulla, è semplicemente un bel po’ e non arriva nessuno”. “Capisco – disse l’“omino dell’osteria” – in effetti è noioso aspettare qualcuno che ritarda, la gente non si rende mai conto di come sta uno che attende”; “Mah, veramente non potrei dire che sia in ritardo, solo che lo aspetto da troppo tempo’”. L’“omino dell’osteria” rimase un po’ perplesso di fronte alla risposta, ma non ci fece troppo caso: “Se mi dice che tipo è, com’è fatto, magari vado fin nell’altra via a vedere se qualcuno attende, può essere che abbia capito male il luogo dell’appuntamento”.
A questo punto, l’“uomo in ansia” lo guardò con vera sorpresa e sconcerto: “Ma io non so come sia fatto, non so chi sia, nemmeno se è uomo o donna. Scusi, ma se sapessi chi deve arrivare, le pare che sarei così agitato solo per un banale ritardo? Non so chi deve arrivare e quando; è proprio questo che mi sconvolge”. Fu l’altro ad essere ora sconcertato, più precisamente a restare di sasso. Ebbe la netta sensazione che l’uomo nevrotico non dovesse essere proprio in sensi; forse aveva bevuto anche lui. Comunque, era educato e non si permise alcuna osservazione; solo disse: “Potrebbe forse farmi compagnia, vado all’osteria laggiù, dove passo un paio d’ore con amici. Lei potrebbe prendere quello che vuole, ad esempio una tisana, una camomilla, si riscalderebbe un po’ e poi vedrebbe se continuare l’attesa”. L’altro, a questo punto lo guardò proprio con commiserazione: “Scusi, ma se venissi con lei e poi l’altro arrivasse, per una tisana o qualsiasi altra cosa avrei perso l’incontro che attendo da quasi un mese. Ogni sera sono venuto qui e mi sono fermato finché non hanno spento i lampioni. Adesso, per qualche minuto di rilassamento, potrei dovermi pentire”.
L’“omino dell’osteria” era sconvolto, ma non lo diede a vedere, solo balbettò: “Come noterà, dall’osteria si vede questo lampione; starebbe sulla porta, ma dentro al caldo e anche seduto, così vedrebbe se arriva stando comodo”. L’“uomo in ansia” fu veramente scoraggiato: “Le ho detto che non so chi sia, come sia fatto; ovviamente nemmeno lui (o lei) mi conosce, se passa tira dritto e se ne va; da lontano non saprei se è quello giusto. Se sono qui ho qualche probabilità in più, potrei sentire che ha un odore speciale, una camminata assai diversa dalle solite, mi darebbe magari un’occhiata dalle quali si intuisce il destino; insomma, una qualsiasi cosa che denotasse che è esattamente chi attendo”.
L’“omino dell’osteria” capì che non era aria per lui, meglio filare al più presto, quel tipo non era decisamente normale; non aveva nemmeno bevuto, ne era più che convinto, era proprio uno che non avrebbe dovuto trovarsi in quel posto. Salutò con gentilezza, ma anche un po’ freddamente, e si diresse alla “sua” osteria dove ormai, ne era sicuro, gli amici di bevuta si stavano spazientendo. L’“uomo in ansia” ricambiò appena il saluto e, per un momento, stette fermo a osservarlo mentre si avviava nel luogo fatale del suo serale rimbambimento. Scosse la testa e borbottò fra sé e sé: “Si può essere sicuri che mi avrà preso per matto e racconterà il suo bizzarro incontro, sollevando grasse risate tra quei semialcolizzati”.
Riprese il suo andirivieni a scatti sconnessi e la rabbia montò in lui: “Quel tanghero, come tutti gli altri tangheri che circolano normalmente per le strade. Non attendono nulla, non un incontro che apra loro nuove prospettive, non una persona che aspettano ma senza sapere chi sia e da dove possa arrivargli tra capo e collo. Hanno sempre bisogno dell’usuale, del sempre eguale, senza scosse, senza tumulti del cuore e della mente. Tutto è inscritto in loro come lo fosse da millenni in una specie animale primitiva. Hanno l’anima fissata a binari lunghi come tutta la loro vita, sui quali il loro treno corre senza che vi si aggiunga né si stacchi un solo vagone. Sempre gli stessi vagoni, con gli stessi passeggeri, con gli stessi controllori, con sguardi, discorsi, sollecitudini e svenevolezze sempre identici. Le fermate sono quelle ogni giorno, ogni giorno scendono e salgono quelle persone, viaggiano insieme annoiati, distratti, senza mai aspettarsi nulla che li emozioni, nulla che li coinvolga e magari stravolga”.
La sofferenza dell’attesa si era fatta insopportabile, i muscoli delle gambe rigidi, ma strinse i denti: “Che mi pensino pazzo, ma non farò la loro stessa fine. Che arrivi qualcuno oppure no, sarò sempre in attesa, pronto ad accogliere la sorpresa, a rimanere esaltato o annichilito dal nuovo incontro, a cadere nella delusione e amarezza ad ogni nuovo giorno che passa senza novità, ma rimettendomi in marcia ad ogni calar del Sole per accogliere il notturno visitatore, che mi si preannuncia ognora invano eppure con la tacita promessa che infine giungerà improvviso, mi sorriderà e dirà: ‘sono qui, adesso rinnovo la tua vita’. Questo è vivere, non lo scorrere dei giorni senza data, nel flusso indistinto che rende la vita un blocco compatto, da buttare tutto insieme nella fossa con una sola palata”.
Era comunque meno frenetico, la convinzione d’essere diverso lo rendeva appena meno ansioso, perfino un barlume di speranza si riaccendeva, non più per quella notte, ma per le future. Dopo un paio d’ore, l’“omino dell’osteria” uscì barcollando; per quanto ubriaco fradicio, prese le sue precauzioni per rifare la strada del ritorno con un giro più largo onde evitare d’incontrare il personaggio che vedeva aggirarsi ancora sotto il lampione. Si diresse a casa; e non ha alcuna rilevanza seguirlo nel suo normale rincasare, nel suo sbrigativo spogliarsi e buttarsi nel letto della moglie ronfante per sprofondare nel rauco russare di una notte come ogni altra, di ogni altro omino del suo genere sempre eguale.
Anche l’“uomo in ansia” fu sollevato nel vedere che l’omino aveva seguito una direzione diversa per non incontrarlo; due volte la stessa ottusa ovvietà in così breve tempo sarebbero state sfibranti. Doveva essere ormai notte inoltrata, fra non molto avrebbe cominciato ad albeggiare e poteva tornarsene verso il luogo da dove era venuto. Gli venne però subitanea in testa una considerazione fastidiosa: “E’ da quasi un mese che aspetto qui tutte le sere. Criticavo l’omino di prima per la sua ovvietà e la vita uniforme e piatta. Se aspetto tutte le sere l’incontro decisivo nello stesso posto, divento anch’io usuale, ripetitivo, un conformista. Divento l’‘uomo in attesa’ ma di un’attesa sempre la stessa, sempre nello stesso luogo. Rifaccio anch’io ogni sera la medesima strada da casa mia al lampione di questo incrocio e viceversa. Inutile allora criticare gli altri, i tangheri la cui vita scorre lungo vie obbligate dalla consuetudine dei mediocri. Da domani sera mi sposto nella via del Rigoglio, e lì attenderò per non più di una settimana e poi cambierò ancora”.
Si sentì sollevato, finalmente sarebbe stato diverso dagli uomini qualunque, dai beoni dell’osteria, da quelli che erano a casa a ronfare davanti alla TV. Si incamminò lungo la via del ritorno. Dopo sì e no dieci metri fece un nuovo gesto di scoramento: “Pur se anche cambio ogni settimana il luogo dell’attesa, sarò comunque l’‘uomo che muta ogni dato periodo il posto dell’attesa’. Sempre lo stesso compiersi del perpetuo finto rinnovamento, che è in realtà un’estenuante ripetizione. Devo rassegnarmi: non mai fermarmi in nessun posto fisso, tutta la notte a girare per ogni strada di questa insipida cittadina, e rigorosamente a casaccio senza nessun percorso prefissato”. Si immaginava la fatica della realizzazione di questo progetto, ma si sentì sollevato dalla soluzione. “Macché soluzione” – disse dopo qualche altro passo – “se quello o quella che attendo non arriva, sarò semplicemente l’‘uomo errante in perpetuo’, sempre eguale a se stesso, sempre in fremebonda attesa del ‘non arrivo’; solo se finalmente irrompesse questo ‘arrivo’, potrei essere diverso dagli altri, sarei autorizzato a sentirmi superiore ai ‘normali’ che infestano e imbruttiscono il mondo. Chi mi può garantire un tale arrivo, un incontro finalmente diverso? Nessuno, tutto è affidato al caso, alla cosiddetta fortuna, mai benigna verso chi è in consapevole attesa della sorprendente novità”.
Era scoraggiato, l’impossibilità di sfuggire all’immersione e annegamento nel flusso degli uomini medi, di coloro che s’incamminano lungo percorsi ad un certo punto ripetitivi, malgrado il tentativo di alcuni, come lui, di rompere i soliti ritmi, gli era ormai evidente; non vi era da nutrire alcuna speranza di reale rinnovamento se nessuno fosse arrivato, se l’attesa si fosse prolungata oltre ogni limite dell’umana resistenza. Era ormai sul “ponte dei Sospesi”, sotto scorreva un’acqua tranquilla, che sapeva profonda. Un lampo: “Ecco un atto unico che non si può ripetere, che mi renderà veramente diverso, non più mediocre”. Scavalcò il parapetto e si gettò di sotto.

da https://www.poliscritture.it/2015/05/27/luomo-in-ansia/