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Convegno su Giancarlo Majorino a Milano



Pubblico volentieri l’avviso del Convegno su Giancarlo Majorino, ma ribadisco il dissenso per la sua impostazione, che ho già espresso pubblicamente agli organizzatori e qui

Da “Mancanza” di Henry Ariemma

QUATTRO PRELIEVI DALLE 4 SEZIONI E DALLA NOTA DI GIORGIO LINGUAGLOSSA

a cura di Ennio Abate


1.
Nella prima sezione, la mancanza è tematizzata come forza paradossale che toglie e insieme dona, oscura e al tempo stesso apre spazi inattesi.

Silenzio degli altri
a volerli generatori di cammini
sempre fermi ai sogni,
propri egoismi del muoversi
a vedere colori diversi,
propri grigiori.
Ma se l’opaco è tuo, lasciami
brillare… “Non se ne parla.”.
Ogni energia, approccio diverso,
porsi bene, i mille modi affrancanti abbracci,
– per altri – le mille parole migliori
sono state vane. “Devi essere grigio anzi nero,
se rifiuti percuoto e tolgo il poco.”.

Ma il poco era niente, l’ora
di svago comandata a cena
dopo giorno campato militare
senza amici, uscite e sogni:
“non parlare con quello
e con nessuno. Non permetterti
ascolto di musica e non essere
qualunque cosa sei, non devi essere.



2.
La sezione centrale, significativamente intitolata Lernen macht frei, introduce una dimensione ancora più perturbante, poiché il riferimento rovesciato allo slogan concentrazionario mette in crisi ogni retorica salvifica dell’istruzione e del progresso morale.

Ecco il lavoro, la nuova famiglia,
figli e gioie che perpetuano
gabbie ai loro comodi.
Il gioco di potere
mai muore,
l’amore?
qualcosa che non si ha,
non si vuole e non si trova…
E morire ancora
senza aver parlato,
dato una carezza e gesti:
solo magazzino di cose,
apparenze, interessati altri,
torta indivisa proprie golosità.
La linea disumana
è continua,
perseveranti diavoli?…



3.
Con la terza sezione, 33 approcci a Dio e una risposta, il libro compie una torsione teologica che non risolve, ma radicalizza il conflitto.

Lo so che sei tu
a farmi trovare le risposte
quasi per caso.
Lo so che sei tu
a togliermi i perché
su libri dedicati.
Lo so che sei tu
a darmi pace sul foglio
sfidato destino.
Lo so che sei tu
che porti, togli
persone alla vita.
Lo so che sei tu
a costruire un uomo
al togliere…
Lo so che sei tu
con occhi e cuore…
Lo so che sei tu
a sbriciolare un caso
sole d’amore.
Lo so che sei tu nel silenzio
come ogni sogno.

28

Lo so che sei tu
a volermi felice
quando piango per te.
Lo so che sei Tu.

29
Signore. Ho filtrato il mio dolore.
Lo stesso senza fiori ed alberi,
glicine ed olmi, fermo al silenzio
Tuo di tanto morire per noi.

30

Non ho fatto un passo
dai tramonti giovani,
tutto avvolgeva l’ambra
in ombre viola d’alberi
intorno a pareti
come pietre di un brillare.
E chiedo ancora a natura,
il cielo, l’aiuto immerso
stessa sostanza,
chiedo ancora a Dio
certo vedere,
aspettare al dolore
quasi notte farsi
pensiero e non pensarci
più non ho fatto un passo.



4.
Nell’ultima parte, Mancanze, il discorso si fa più frammentario e simbolico. Figure animali, paesaggi naturali e scene quotidiane diventano luoghi di una rivelazione minima, in cui la purezza e l’amore emergono proprio là dove l’umano ha fallito.

Quattro dopo la festa
Dei quattro moschettieri
neri al funerale, uno c’è perché morto
il ventotto, uno c’è perché morto
nel diciassette, uno non può venire
e l’altro viene contento,
unico di folla dolente,
folle a cappello davanti a Dio.
*
Trovarti purezza nelle cose
semplici è ritrovarti bellezza
a scrigno che nasconde
involucro da mille cuori:
uno nell’altro specchio
per sé stesso, riflesso
senza fine battito
materia, incontro di luce.

Due saggi da “Letteratura e altro”

Pubblico due dei saggi del libro di Vincenzo Di Marco uscito da poco con le Edizioni Duende di Giulianova (Teramo). Il sottotitolo, Una risposta alla cultura dell’inevitabile, testimonia, sia pur constatando un disastro culturale – (Nella premessa dell’autore si legge: “La linguistica, lo strutturalismo, la psicanalisi, il marxismo, il formalismo sono venuti giù come gli idoli di un tempo venerati ai piedi del Sinai”) -, “un minimo tentativo di resistenza”. A me non pare minimo. E, comunque, va condiviso e rafforzato. [E. A.]

di Vincenzo Di Marco

Franco Fortini, Saggi italiani

Da qualche tempo, e non sono il solo a chiedermelo, vado cercando una risposta ad un quesito di natura storico-culturale: che fine ha fatto la Critica letteraria? L’inizio di un discorso, e quindi di risposte adeguate, richiederebbe uno sforzo enorme di ricostruzione filologica, entro le istituzioni accademiche e, va da sé, tra le scelte editoriali dell’ultimo decennio. Sono usciti per l’editore Garzanti due volumi dei Saggi italiani di Franco Fortini e sempre di più mi convinco che soprattutto e solo i grandi poeti siano stati capaci di dare vita in questo secolo a splendide pagine di critica letteraria, di “saggismo”, come volevasi chiamare una volta. La militanza poetica a fianco della vocazione a parlare su di sé per interposta persona è nella prosa letteraria di alcuni dei nostri grandi poeti del Novecento. Parlo principalmente di figure quali Pascoli e Saba, che gli studi scolastici ci fanno conoscere sempre nella esclusiva versione poetica, di quanto meticolosa fosse la loro verve stilistica e filologica. Ma pure di Noventa, Gadda, Montale, Sereni, che i nostri linguisti farebbero bene a riconsiderare per sorti, non certo “magnifiche e progressive”, della lingua italiana scritta e parlata.
Il cielo dell’attuale critica letteraria, ma il fenomeno è ben più vasto di come si immagini, è occupato dagli specialisti del settore. Da quelli che nelle università umanistiche occupano probabilmente le nuove cattedre di studi letterari, create dalle specializzazioni del sapere e che ripropongono alla pubblica opinione una cultura a brandelli, già sezionata dalla divisione sociale del lavoro intellettuale. Non parliamo qui, si può intuire, della kermesse editorial-giornalistica che segue, fenomeno negativo dopo l’altro, quella impostazione. Per fare un brutto nome del momento: Pietro Citati.
Ebbene il libro di Fortini, di cui solo il secondo volume esce per la prima volta nella collana Strumenti di studio, è, credo, poco conosciuto alla massa dei giovani lettori, dal momento che alcuni saggi risalgono alla data del 1950. La sua riproposta vale di sicuro come campanello d’allarme su un fenomeno che sembra aver preso piede da tempo nel grande calderone della produzione culturale, che passa, guarda caso, a forza di grosse dosi di audiences manipolate dai media di più facile accessibilità. Parlo della svendita totale, all’ingrosso e al miglior offerente, di una congrua produzione saggistica degli ultimi anni. Qualcuno sarebbe portato a rispondere con parole di bieco moralismo alla piega presa dalla cultura letteraria, peraltro irriconoscibile, del più recente passato; Montale ne parla in questi termini in pagine memorabili di Auto da fé e che in sostanza si sbagliasse, nonostante avesse avvertito, con straordinario acume, l’importanza del problema. L’uso di termini come “conformismo” o “idolatria” delle folle, finiva per ricordargli con tutta probabilità la volgarità del primo fascismo.
Fortini è nella tradizione di questa critica, che tenta di farsi solitaria ma che non vuole la solitudine della parola a tutti i costi. Sa con certezza che in ogni caso, quando si parla di un autore, anche se distante nei secoli come Ariosto o Tasso (familiarizzati ancorché ridicolizzati dalla pratica scolastica ancora idealistica dei nostri studi), miriamo alla ricostruzione dell’ideologia complessiva delle classi in lotta in ogni epoca, insomma allo “spessore storico” dell’opera. Seppure non sia un italianista, nel senso preciso del termine, cioè non occupi quell’importante posto che spetta agli studiosi di “patrie lettere”, come a un Contini, a un Sapegno o magari a uno storico della letteratura quale Asor Rosa, Fortini scrive da critico militante su un caleidoscopio di figure letterarie accomunate più da un percorso della memoria che da un debito scientifico verso la comunità.
La scelta è di quelle programmate, intesa a graffiare, per quanto è possibile, l’universo fortemente accentrato degli studi di critica letteraria, contesi fra la nostalgia di un ritorno al paradiso delle lettere (alla “salute” di certi ermetici) e la frastagliata osmosi delle avanguardie, dei tardo-futuristi, del disordine calcolato, ecc… Ritrovavamo un’identica preoccupazione in un testo apparso da qualche tempo presso Einaudi: La ragione critica di Berardinelli, Brioschi, Di Girolamo. In esso si avvertono gli echi di una ricostruzione lucida dei meandri editoriali, di cultura di massa e quindi non solo testuali, e sul senso da attribuire alla critica di professione che rischia di finire paradossalmente per chiudersi di nuovo sulla roccaforte, questa volta, degli specialismi. La questione è certamente di metodo, a voler dire che, se è giusto studiare il testo letterario con nuovi e più aggiornati formalismi, è necessario pervenire ad una nozione più allargata di letteratura, magari investigando a fondo il mondo dei lettori, i rimandi al megatesto della società, i dislivelli spaziali e temporali della narrazione ecc… Fortini insiste decisamente con una lezione che non dimentica l’importanza del momento ideologico rispetto alla limitatezza degli “orti chiusi” della nuova critica. Quasi a voler ricordare come quel gesto intellettuale conservi per miglior fortuna, e a futura memoria, le “alleanze e le contese” (come si legge sulla coperta del secondo volume) cresciute nel passato e celate per una società a venire.

Pubblicato su oggi e Domani, Anno XVI, n. 9, settembre 1988




Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi

La riproposizione dei Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht, L’orma editore, per l’ottima cura di Margherita Consentino e Eusebio Trabucchi, va salutata positivamente, in tempi di crisi politica e militare, che vede altri profughi ‒ non meno incrudeliti di quelli della seconda guerra mondiale ‒ varcare di nuovo i confini fra gli stati e ripopolare le strade di mezza Europa. I pregi di queste pagine sono molti. Brecht è sulla via dell’esilio finlandese (1940), in anni in cui il naufragio della “democratica” Repubblica di Weimar (sottolineato in copertina dall’opportuno richiamo ad un altro naufragio, quello della Medusa di Géricault), ha già fatto maturare nell’autore un lucido pessimismo, che non manca di spunti salaci e di analisi urticanti, con il suo tipico umorismo misurato e sommamente gradevole, suscitatore però di sensi di colpa nel lettore, poiché le arguzie dei due personaggi nascono a commento di vicende dolorosissime. Il linguaggio sarcastico, paradossale, non immune da cedimenti al patetismo di finti rassegnati privi di speranze (l’Alto e il Tarchiato sono i due profughi che poi prendono le sembianze di “Ziffel, di professione fisico” e “Kalle, e basta”), a stento è compensato dalla fiducia nel materialismo marxista, da parte di un Brecht dubbioso sulle magnifiche sorti del comunismo sovietico. Per il drammaturgo di Augusta sono anni di sofferta disillusione. L’appannamento dell’ideologia politica si riflette nella dissociazione mentale dei due personaggi e traspare dalla logica insensatezza dei loro discorsi.
Ma è bene non trarre comode conclusioni. Le rassomiglianze tra i tempi presenti e il recente passato sono evidenti ma non di certo convergenti, univoche. È abitudine “malsana” (per non incorrere in termini più vieti) vedere negli aggressori (oggi la Russia di Putin) la reincarnazione di fantasmi mentali che ancora non hanno finito di tormentarci (la ricomparsa dei dittatori sanguinari non soddisfa pienamente questa esigenza di rassicurazione?), e, al tempo stesso, si fa strada la presunzione di conoscere le leggi segrete della storia, che procura quella narcosi necessaria a fugare i dubbi e a scansare ben altre e più profonde inquietudini.
L’effetto di straniamento cercato da Brecht per ribaltare il senso comune delle cose emerge con forza anche nel poeta. In Chi sta in alto dice: pace e guerra si legge: «La loro pace e la loro guerra/ son come vento e tempesta./ La loro guerra uccide/ quel che alla loro pace/ è sopravvissuto». Se chi dice pace mira segretamente alla guerra, allora non può che derivarne questa sarcastica conclusione: «Quando chi sta in alto parla di pace/ la gente comune sa/ che ci sarà la guerra». L’illusione di vivere in un continente al riparo dalle ricadute in una “guerra civile europea”, come l’ha definita più di uno storico, è stata cancellata subito dopo la prima settimana di scontri in Ucraina. La reazione collettiva alle notizie che arrivavano dai fronti di guerra ha assunto i tratti della morbosità distruttiva. Ha evocato il rimosso, procurato malesseri inaspettati e sconosciuti, e risvegliato istinti di cui non si sospettava l’esistenza. Il resto lo ha fatto il sistema dell’informazione dei paesi coinvolti, più o meno direttamente, nelle operazioni militari, che non è esagerato definire “nevrotico”.
Perché va tenuto presente questo scenario che lo scritto di Brecht mostra in modo così efficace? Prendiamo due esempi rischiaranti: “il sistema delle false notizie”, di cui ha parlato Marc Bloch, e “la nazionalizzazione delle masse”, oggetto di un famoso saggio di George L. Mosse. Dalle guerre del Novecento perviene a noi questo insegnamento: non si combatte solo sui campi di battaglia. Anche nelle retrovie si prepara la guerra, con i dispacci, i giornali, il sistema di propaganda. Lo scritto di Brecht ricompare in un momento di massima tensione comunicativa per l’intera Europa e per gran parte del pianeta. La cruda saggezza che sembra provenire da due profughi per niente esperti di realtà serie come la guerra, suggerisce l’idea che nessuno è al riparo da giudizi frettolosi e superstiziosi che si vogliono spacciare per verità sacrosante. È bene ricordare che non sono in discussione la responsabilità dell’aggressore e il diritto dell’aggredito alla difesa. Su questo dilemma non serve insistere oltre. Si sta parlando della pretesa di avere chiare le ragioni del conflitto: quanto è necessario che avvenga a valle come diretta (e “risaputa”) conseguenza di quanto è avvenuto a monte.
Brecht non ci fornisce soluzioni facili o dottrine filosofiche pronte per l’uso. Questo scritto è una sorta di prontuario per esercizi di resistenza allo sfinimento cui sono costretti i popoli dal sistema martellante delle notizie di guerra, dal vizio propagandistico diffusissimo nei regimi totalitari, e dalla falsa sicumera dei paesi democratici convinti di essere sempre nel giusto. Che cosa c’è di più facile nel convincere il popolo al destino cui lo chiama il sacro amor di patria? Vi arrivi lo scherno di Brecht: tutti saremo destinati a combattere per la “giusta causa”, la nostra.
Mentre i due profughi chiacchierano al ristorante della stazione di Helsinki sulla buona birra, i sigari e i bottoni delle giacche, si insinuano discorsi più seri, ma sempre contrassegnati dal sarcasmo e dal piacere della contraddizione. Sullo stato omicida Brecht fa dire al fisico: «Negli ultimi anni le premure nei confronti degli esseri umani sono parecchio cresciute, specie all’interno dei nuovi organismi statali. Sulle prime non si veniva a capo del perché il Führer si fosse messo a racimolare gente dai territori di confine e a trasferirla verso l’interno della Germania. Solo ora, in guerra, lo si è capito. Ne consuma un bel po’ di quella gente, e gliene occorre a mucchi». Sull’amore dell’ordine: «L’essere umano non potrebbe mai svolgere determinate mansioni se non lo facesse con ordine. Intendo quelle prive di senso». Sulla virtù: (Kalle) «Noi dei quartieri più poveri siamo stati educati molto più virtuosamente di lei»; (Ziffel) «Così sono nate in voi una quantità di virtù. Nessuno può essere spremuto tanto quanto i poveri».
Ancora su Hitler: «Il Comediavolosichiama fu d’un tratto sulle labbra di tutti. Dopo essersi esibito qualche anno nei circhi, si guadagnò la fiducia del presidente del Reich, un generale che aveva perso la Prima guerra mondiale e che lo mise in grado di preparare la seconda». Su Mussolini: «Quando fu la prima volta che sentì parlare del fascismo? Anni fa, come di un movimento diretto contro l’eterno ritardo dei treni italiani e smanioso di restaurare la grandezza dell’antico Impero romano. Sentii dire che i suoi membri portavano camicie nere. Mi parve però un’idea sbagliata, questa che sul nero lo sporco non si veda, le camicie brune sono molto più pratiche. La cosa più importante mi sembrava che Coso promettesse al popolo italiano una vita pericolosa». Ma il sarcasmo non risparmia l’identità tedesca, Hegel, Marx, i paesi liberi (Svizzera, l’America, la Francia, la Danimarca), la democrazia, il capitalismo, la guerra e la razza dei signori.
Certo, non è sempre consigliabile scherzare sui fatti di guerra. Di solito la nostra memoria è affollata dai ricordi del destino comune deciso durante le guerre mondiali, dalla sacralità dei compiti cui sono chiamati i soldati e dalla santificazione delle gesta eroiche. Nella nostra storia l’eroismo nazionalista si trova tanto negli episodi risorgimentali quanto nella retorica futurista e fascista, nei prodi fiumani del poeta soldato D’Annunzio, perfino nella resistenza partigiana. Ma ci sono anche esempi di tendenza opposta, venati di umorismo nero, come Il buon soldato Sc’vèik di Hašek, la foga antibellica de Gli ultimi giorni dell’Umanità di Karl Kraus, e le avventure del topo Maus in giacca a strisce di Art Spiegelman, che ci parlano della necessità di non affrettare l’irreparabile.

Pubblicato sulla rivista Studium, n. 4, luglio-agosto 2022



Vincenzo Di Marco, già docente di Filosofia e Storia nei licei, cultore di Estetica presso l’Università degli Studi di Chieti, è presidente del Centro Studi “Vincenzo Filippone-Thaulero” di Roseto degli Abruzzi.Di recente ha curato il volume Max Scheler, Ascesa e declino della borghesia, Mimesis, Milano 2020. Per l’editore Pazzini di Rimini ha pubblicato saggi su Emmanuel Lévinas, Günther Anders, Walter Benjamin, René Girard. È curatore dell’Opera omnia in cinque volumi di Vincenzo Filippone-Thaulero (2018-2023) per Studium Edizioni. Ha pubblicato un saggio su Thomas Bernhard nel volume Maestri ribelli, pubblicato
da Ombre Corte (settembre 2020); un saggio su Ospitalità e violenza in Lévinas e Derrida nel volume di AA.VV., L’ospitalità. Forme e declinazioni di una pratica millenaria, Carabba 2021. Collabora con le riviste Ágalma, Studium, Res Pubblica, Prospettiva Persona, Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto.Scrive per alcuni siti online.
Per Duende Edizioni 2022, ha pubblicato il volume di scritti giornalistici, Inimica civitas, il volume di prose, poesie e traduzioni, Il tempo occluso, e nel 2023 Intervista sul marxismo. Sempre per Pazzini di Rimini, con Biancamaria Di Domenico, Il male. Tra banalità e abisso, in corso di stampa.
È docente relatore nei corsi di aggiornamento di Psico-oncologia della ASL di Vasto-Lanciano-Ortona.


E’ morto Carlo Ginzburg

a cura di E. A.

Riordinadiario 30 novembre 2019

Da: angelo.australi

Ciao Ennio,
quando hai tempo leggi questa recensione di Claudio Piesranti a “Il formaggio e i vermi” di Carlo Ginzburg (https://www.doppiozero.com/materiali/il-formaggio-e-i-vermi)
Ne vale la pena, per ritornare a vedere con uno sguardo più lucido cosa sono stati gli anni settanta, e il bisogno di rileggere la storia dalla parte dei vinti. Fammi sapere cosa ne pensi. Sono quasi tentato di consigliarlo in lettura sotto quello che ho scritto su Cracking di Gianfranco Bettin. saluti, angelo

Caro Angelo,
l’ho già letto e messo da parte per tornarci sopra, anche se m’accorgo che le mie intenzioni di approfondire sono quasi sempre travolte da impegni improvvisi e altro ancora.
Lessi con molto entusiasmo “Il formaggio e i vermi” quando uscì; e nei miei appunti di letture o nel diario dovrei anche aver scritto qualcosa.
La figura di Menocchio mi aveva colpito perché mi parve almeno in parte un mio antenato  per quel suo essere esterno socialmente  al sistema culturale del suo tempo ma anche interno per la voracità intelligente delle sue conoscenze, sicuramente non ristrette, come Piersanti ben sottolinea. E sono d’accordo di parlarne su Poliscritture. Quindi va benissimo un tuo consiglio di lettura dell’articolo di Piersanti e del libro di Ginzburg.
Sulla possibilità di rilanciare una lettura della storia “dalla parte dei vinti” non so.
Ci furono tentativi sparsi tra anni 90 e inizi del 2000. L’aveva tentata Luciano Della Mea, sostenuto dalla Jaca Book che gli concesse una collana. Aveva poi ripreso quel discorso anche Attilio Mangano, scomparso purtroppo alcuni anni fa.[9 aprile 2016]  Oggi siamo proprio combinati male. Persino il tentativo di conservare la memoria di autori a suo tempo ben noti come Fortini è stentato e finisce in imbalsamazioni accademiche o quasi. Ma si può sempre tentare, se si ha la determinazione soggettiva per farlo.
Un caro saluto
Ennio

Ne vale la pena, per ritornare a vedere con uno sguardo più lucido cosa sono stati gli anni settanta, e il bisogno di rileggere la storia dalla parte dei vinti. Fammi sapere cosa ne pensi. Sono quasi tentato di consigliarlo in lettura sotto quello che ho scritto su Cracking di Gianfranco Bettin.
saluti, angelo

https://www.doppiozero.com/materiali/il-formaggio-e-i-vermi

 

 

Caro Angelo,

l’ho già letto e messo da parte per tornarci sopra, anche se m’accorgo che le mie intenzioni di approfondire sono quasi sempre travolte da impegni improvvisi e altro ancora.
Lessi con molto entusiasmo “Il formaggio e i vermi” quando uscì; e nei miei appunti di letture o nel diario dovrei anche aver scritto qualcosa.
La figura di Menocchio mi aveva colpito perché mi parve almeno in parte un mio antenato  per quel suo essere esterno socialmente  al sistema culturale del suo tempo ma anche interno per la voracità intelligente delle sue conoscenze, sicuramente non ristrette, come Piersanti ben sottolinea. E sono d’accordo di parlarne su Poliscritture. Quindi va benissimo un tuo consiglio di lettura dell’articolo di Piersanti e del libro di Ginzburg.

Sulla possibilità di rilanciare una lettura della storia “dalla parte dei vinti” non so.
Ci furono tentativi sparsi tra anni 90 e inizi del 2000. L’aveva tentata Luciano Della Mea, sostenuto dalla Jaca Book che gli concesse una collana. Aveva poi ripreso quel discorso anche Attilio Mangano, scomparso purtroppo alcuni anni fa.[9 aprile 2016]  Oggi siamo proprio combinati male. Persino il tentativo di conservare la memoria di autori a suo tempo ben noti come Fortini è stentato e finisce in imbalsamazioni accademiche o quasi. Ma si può sempre tentare, se si ha la determinazione soggettiva per farlo.
Un caro saluto

Ennio

 

Contro la guerra. Ci si prova…




Oltre cento organizzazioni scendono in piazza il 24 maggio per sostenere pace e disarmo, criticando la militarizzazione.

Concentramento: ore 15 piazza Walter Bonatti Monza

INFORMAZIONI A QUESTI LINK

https://giornaledimonza.it/attualita/monza-si-mobilita-contro-la-guerra/?fbclid=IwY2xjawR9YmhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFBWm1YRUk0UUpnMjM4UE0xc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHnDJQSRE9o-Lcjzdz4u_tRO6zzz66r-2_svAykmTQLgEMr80nD8fshbdTrKC_aem_Q4EhZ_3zeRphhgMWLAcIpg

https://www.instagram.com/p/DYZi6kRDV0q/?igsh=MWJ2am1kbzM4aW5rYw%3D%3D

Marina Massenz


E’ uscita una nuova raccolta di poesie di Marina Massenz, “La ragazza dei macelli”, edita da Stampa2009, con prefazione di Maurizio Cucchi. Il libro si può acquistare in tutte le librerie online o ordinare nelle librerie normali.

Roberto Bugliani

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Mai indifferenti

a cura di E. A.

Gli interventi  sono del 15 aprile 2026. E dicono più o meno lucidamente in quale tragedia siamo caduti. Qui sotto copio la locandina. Per seguire cliccare sul  bottone rosso con il triangolo bianco.

CONTRO LA GUERRA DI NETANYAHU E TRUMP
organizzato da Casa della Cultura, Mai indifferenti-voci ebraiche per la pace

L’attacco condotto da Israele e Stati Uniti rappresenta una grave violazione dei diritti umani e del diritto internazionale e rischia di rafforzare un regime repressivo ed esecrabile come quello degli ayatollah, indebolendo chi nella società iraniana vi si oppone. È un’ulteriore estensione dello stato di guerra, che accresce i rischi globali. I troppi silenzi e le reticenze opportunistiche di fronte a questo arretramento della civiltà non riducono il pericolo: lo aggravano. È necessaria una presa di posizione chiara. Proponiamo una discussione pubblica su questi fatti e sulle loro conseguenze, che coinvolgono molti popoli e i rapporti tra la diaspora ebraica e Israele.

Intervengono: Renata Colorni, Lorenzo Cremonesi, Ida Dominijanni Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre

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