Appunti politici (3): “Comunismo” di F. Fortini


COMMENTO A “COMUNISMO” DI FRANCO FORTINI (1-5) 
articolo apparso su “Cuore”, supplemento de “L’Unità”, 16 gennaio 1989 )

di Ennio Abate

Uno scambio improvvisato tra me e Alberto Rizzi su “Poliscritture FB” mi ha indotto a tentare questo commento a un vecchio testo di F. Fortini. (Per intero in Appendice). Può sembrare uno scritto “vecchio” o “superato”. Non mi pare, anche se lo si confronta coi risultati (per me criticabili ma senza lo spocchioso dileggio usato da alcuni commentatori) della «CONFERENZA DI ROMA SUL COMUNISMO – 18/22 gennaio 2017». Ho diviso il testo fortiniano (qui in maiuscolo) in vari punti, aggiungendo per ciascuno mie veloci considerazioni. Qui pubblico i primi cinque punti. [E. A.]

1.
«IL COMBATTIMENTO PER IL COMUNISMO È GIÀ IL COMUNISMO».

L’affermazione taglia corto sulle esperienze di contorno che non rientrano nel concetto di ‘combattimento’. Certo il combattimento può svolgersi anche a livello del pensiero e dei sentimenti e non solo nei comportamenti esteriorizzati, quelli che diventano ‘fatti’, ‘eventi’. Le opere di Marx o di Lenin, ad es., vi rientrano. Ma quanti (libri, articoli di riviste o giornali, video, ecc. sono soltanto decorazioni o rimasticature scolastiche dei “classici”? Tener conto che viene sottolineato anche lo scopo del combattimento. Deve essere «per il comunismo». Perché di combattimenti nella storia ce ne sono di continuo; e tanti. Spesso non «per il comunismo» ma contro. Non per affermare questa prospettiva che “accomuna” ma per soffocarla. (È un po’ come il discorso delle rivoluzioni. Ce ne sono dall’alto e dal basso. Ce ne sono per consolidare o estendere l’oppressione su una parte (a volte vasta, a volte minoritaria) dell’umanità. E ce ne sono – se fatte in vista del «comunismo» – per ridurla l’oppressione o – come dirà più avanti Fortini – per far sì che «il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante». (Tra parentesi. Ci sono oggi lotte o combattimenti per il comunismo? Dove?).

2.
«È LA POSSIBILITÀ (QUINDI SCELTA E RISCHIO, IN NOME DI VALORI NON DIMOSTRABILI) CHE IL MAGGIOR NUMERO DI ESSERI UMANI – E, IN PROSPETTIVA, LA LORO TOTALITÀ – PERVENGA A VIVERE IN UNA CONTRADDIZIONE DIVERSA DA QUELLA OGGI DOMINANTE. UNICO PROGRESSO, MA REALE, È E SARÀ IL RAGGIUNGIMENTO DI UN LUOGO PIÙ ALTO, VISIBILE E VEGGENTE, DOVE SIA POSSIBILE PROMUOVERE I POTERI E LA QUALITÀ DI OGNI SINGOLA ESISTENZA. RICONOSCERE E PROMUOVERE LA LOTTA DELLE CLASSI È CONDIZIONE PERCHÉ OGNI SINGOLA VITTORIA TENDA AD ESTINGUERE LA FORMA PRESENTE DI QUELLO SCONTRO E APRA ALTRO FRONTE, DI ALTRA LOTTA, RIFIUTANDO OGNI FAVOLA DI PROGRESSO LINEARE E SENZA CONFLITTI. ».

Contro ogni determinismo, rifiutando qualsiasi “legge della storia” o finalismo (magari scientista e non più provvidenzialista) – una rottura dunque rispetto all’idea positivistica prevalsa nella nelle esperienze “social-comuniste” otto-novecentesche – il comunismo viene presentato soltanto come *possibilità*, come *scommessa*. Il comunismo non può essere (scientificamente) né *dimostrato* ma neppure * smentito”. [1] È un valore per gli uni. Mentre è solo disvalore o follia per altri. È pensato come possibilità per «il maggior numero di esseri umani» e, solo «in prospettiva» per tutti. Una visione sicuramente universalistica che ha le sue radici nel cristianesimo e nell’illuminismo. (Lukács parlava di «genere umano»). Ma in cosa consiste questa «possibilità»? Nel fatto che l’umanità possa arrivare « a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante», e cioè uscire dal sistema capitalistico di produzione e riproduzione della propria vita. Questa prospettiva distingue il comunismo (il combattimento per il comunismo!) dall’utopia. Esso non è realizzazione di un Eden o di una piena armonia tra natura e cultura, tra individuo e società o un ritorno a un paradiso perduto. Ma solo un passaggio a altra forma di conflitto o conflitti. Si tratterà di un «progresso» reale – e qui vengono scartate sia le tentazioni del nichilismo che quelle del relativismo ma anche quelle del progressismo evoluzionistico che favoleggia di un «progresso lineare e senza conflitti» – perché il raggiungimento di questo « luogo più alto, visibile e veggente» promuoverà o darà vigore ad «ogni singola esistenza». (Mi meraviglia ancora un po’ l’uso dell’aggettivo ‘veggente’ di origine religiosa e con risonanze profetiche oltre che letterario-poetiche: romanticismo; Rimbaud, “Lettera del Veggente”; ma metaforicamente rende bene una maggiore e più saggia capacità di osservare le cose: come dall’alto di un monte…) . L’accento è poi posto con forza sul singolo o sulla singolarità dell’esistenza (sicuramente per l’influsso su Fortini dell’esistenzialismo prima di Kierkegaard, di cui Fortini aveva tradotto alcune opere, come “Timore e tremore”, e poi di Sartre.
Contro dunque ogni annullamento omogeneizzante (o annullante) del singolo nel gruppo o partito (il Noi) ma anche nella classe o nelle masse. Ma, ancora una volta, Fortini respinge ogni determinismo o attesa del “crollo” del capitalismo per un suo esaurimento endogeno. Il «combattimento» è indispensabile se si vuole «estinguere la forma presente» del conflitto e passare ad un conflitto su un livello più alto. Senza illudersi di poter abolire per sempre lo scontro, il conflitto e godere di un “meritato riposo” o della “pace”.

3.
« MENO CONSAPEVOLE DI SÉ QUANTO PIÙ LACERANTE E REALE, IL CONFLITTO È FRA CLASSI DI INDIVIDUI DOTATI DI DISEGUALI GRADI E FACOLTÀ DI GESTIONE DELLA PROPRIA VITA».

L’attuale conflitto è fra «classi d’individui». Riguarda la società ma avviene anche nella mente e nei cuori degli individui. Che però stanno – storicamente – entro classi e non sono indipendenti (mai del tutto) da esse. Anche se possono credersi svincolati da queste aggregazioni (oggi più “liquide”). E’ da questa loro appartenenza a classi diverse che dipendono i «diseguali gradi e facoltà di gestione della propria vita». Fortini qui parla di diseguaglianza nella possibilità di gestire la propria vita, non di differenze per natura. (Digressione. Come, ad esempio, quella che distingue sciocchi e intelligenti. Non si nasce sciocchi o intelligenti. Nel vivere la propria esistenza ci si può trovare in condizioni in cui l’intelligenza viene conculcata, indebolita, resa inattiva fino a parere del tutto assente (o perfino ad “assentarsi” realmente). Oppure ci si può trovare nelle condizioni favorevoli per esprimerla e rafforzarla, coordinandosi positivamente con altre intelligenze. Questo per sottolineare sempre che l’uso diseguale anche di una sola facoltà – l’intelligenza – dipende – ripeto – dall’appartenenza a questa o a quella classe. (O, per aggiornare il discorso, dalle forme di aggregazioni “liquide” che le hanno o sembrano aver sostituito le classi, in passato più visibilmente marcate).

Nota

[1] In uno scritto del 1983 Fortini precisava:

« Il movimento socialista e comunista si è fondato per cent’anni su quel che si chiamava l’insegnamento di Marx. Ne era parte maggiore l’idea che il passaggio al comunismo dovesse essere conseguenza dello sviluppo delle forze produttive, della industrializzazione e della crescita della classe operaia; e compiersi con una pianificazione centralizzata. In questi nodi di verità e di errore si è legato il «socialismo reale». Oggi gli esiti del passato ci impediscono di guardare al futuro. Sono esiti tragici non solo per cadute politiche, economiche o culturali né solo per costi umani; ma perché, anche al di fuori dei paesi comunisti, il «marxismo reale» ha accettato il quadro mentale del suo antagonista: primato della tecnologia, etica della efficienza, sfruttamento dei più deboli. Sembrano falliti tutti i tentativi per uscire da questa logica: massimo quello cinese. Eppure, Bloch dice, non è stata data nessuna prova che quella uscita sia impossibile. L’eredità marxiana è divisa: una metà è la nostra, l’altra é dei nemici del socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera, anche rossa.»
 (da F. Fortini, Non solo oggi, pagg. 145 – 149, Editori Riuniti, Roma 1991)

4.
OPPRESSORI E SFRUTTATORI (IN OCCIDENTE, QUASI TUTTI; DIFFERENZIATI SOLO DAL GRADO DI POTERE CHE NE DERIVIAMO) CON LA NON-LIBERTÀ DI ALTRI UOMINI SI PAGANO L’ILLUSIONE DI POTER SCEGLIERE E REGOLARE LA PROPRIA INDIVIDUALE ESISTENZA. QUEL CHE STA OLTRE LA FRONTIERA DI TALE LORO “LIBERTÀ” NON LO VIVONO ESSI COME POSITIVO CONFINE DELLA CONDIZIONE UMANA, COME LIMITE DA RICONOSCERE E USARE, MA COME UN NERO *NULLA* DIVORATORE. PER DIMENTICARLO O PER RIMUOVERLO GLI SACRIFICANO QUOTE SEMPRE MAGGIORI DI LIBERTÀ, CIOÈ DI VITA, ALTRUI; E, INDIRETTAMENTE, DI QUELLA PROPRIA.

Fortini parla di oppressori e sfruttatori (aggiungendo:«in Occidente, quasi tutti» e «differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo»). Quindi anche noi che qui scriviamo e discutiamo? Certo, perché la nostra “libertà” ce la “paghiamo” (letteralmente, se si pensa alle spese militari o di polizia) per mantenere in una «non libertà» grandi masse di altri uomini, che non vivono nelle nostre condizioni di benessere (in calo ma ancora consistente) e che vi ambiscono. Senza la «non libertà» degli altri non ci potrebbe essere la nostra “libertà”. (Vedi in proposito la questione – fondamentale per capirci – dei migranti:http://www.poliscritture.it/2016/12/28/noi-e-loro-nello-specchio-di-facebook-verso-la-fine-del-2016/)
È questo il «nero Nulla divoratore» che ci minaccia: quello che sta appena «oltre la frontiera» del “noi” con cui ci identifichiamo (Europa, Italia, partito, gruppo) o in cui comunque viviamo. Nulla a cui riduciamo gli “altri”, i nemici (da annullare o eliminare, appunto) ma identificabile anche con l’Angoscia e la Morte.
E due sono le prospettive: o si continua con il *mors tua vita mea* o si combatte per quel comunismo che porterebbe ad integrare in una più piena “libertà” la parte di umanità e la parte di inconscio da noi respinte. Solo così la libertà (oggi di pochi e dunque minacciata dai molti da essa esclusi o ai margini) potrebbe – mai dimenticare che si tratta di un progresso solo *possibile*! – ampliarsi e arricchirsi e diventare tendenzialmente libertà più vera, libertà cioè per «il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità» che perverrebbero anch’essi a «vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante». (Vedi punto 1).
Per realizzare il comunismo – suggerisce Fortini – bisogna però riconoscere il «limite», il «positivo confine» della nostra condizione umana. Accettassimo questo Nulla – io interpreto: gli altri a cui siamo ostili e che ci sono ostili e il Nulla che circonda e limita l’umano – ci risparmieremmo – mi pare di capire da questa frase abbastanza oscura – la vana fatica per «dimenticarlo» o «rimuoverlo». Fatica alla quale, nella logica del *vita mea mors tua*, si condannano i superuomini che, non potendo « scegliere e regolare la propria individuale esistenza» (anche quando ha molto potere), per affermare una loro dubbia e illusoria onnipotenza sacrificano «quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e indirettamente, di quella propria», cioè distruggono gli altri e, in tale fatica, anche se stessi.

5.
OPPRESSI E SFRUTTATI (E TUTTI, IN QUALCHE MISURA, LO SIAMO; DIFFERENZIATI SOLO DAL GRADO DI IMPOTENZA CHE NE DERIVIAMO) VIVONO INGUARIBILITÀ E MISERIA DI UNA VITA INCONTROLLABILE, DISSOLTA ORA NELLA PRECARIETÀ E NELLA PAURA DELLA MORTE ORA NELLA INSENSATEZZA E NON-LIBERTÀ DELLA PRODUZIONE E DEI CONSUMI. NÉ GLI OPPRESSI E SFRUTTATI SONO MIGLIORI, FINTANTO CHE INGANNANO SE STESSI CON LA SPERANZA DI TRASFORMARSI, A LORO VOLTA, IN OPPRESSORI E SFRUTTATORI DI ALTRI UOMINI. MIGLIORI COMINCIANO AD ESSERLO INVECE DA QUANDO ASSUMONO LA VIA DELLA LOTTA PER IL COMUNISMO; CHE COMPORTA DUREZZA E ODIO PER TUTTO QUEL CHE, DENTRO E FUORI DEGLI INDIVIDUI, SI OPPONE ALLA GESTIONE SOVRAINDIVIDUALE DELLE ESISTENZE; MA ANCHE FLESSIBILITÀ E AMORE PER TUTTO QUEL CHE LA PROMUOVE E LA FA FIORIRE.

«Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo». Qui Fortini tocca l’altro lato della medaglia rispetto al punto 4, dove si riferiva a oppressori e sfruttatori. Dalla riflessione sui rapporti interni alla società capitalistica passa a quella tra natura e genere umano. (Sullo sfondo compare Leopardi…).
Se la vita è «incontrollabile» da tutti (oppressori e oppressi) e trascorre, dissolvendosi, tra «precarietà» e «paura della morte», perché la gigantesca macchina della produzione e dei consumi non dovrebbe – logicamente e razionalmente – essere indirizzata ad un maggior controllo della vita a beneficio di tutti? Perché, come dirà più avanti, milioni di uomini continuano ad essere usati « per un fine che non è mai la loro vita» (secondo la prospettiva comunista) ammassati in metropoli invivibili per i più, profughi da campagne immiserite, vittime di disastri ambientali? Perché mentre scienze e tecnologie progrediscono i rapporti sociali regrediscono o s’imbarbariscono?
A distrarci da questi problemi interviene l’ideologia, annebbiando i vincoli – materiali e psichici – che i nostri stessi corpi hanno con la natura e ci illude di essere “liberi”. Quando neppure i ricchi, i potenti, i famosi, sono capaci di controllare la vita (la loro e degli altri) e si spendono esclusivamente per conservare o aumentare i loro privilegi, per competere tra loro e – opprimendo e sfruttando – tenere sotto la massa che li incalza o resiste come può ai loro deliri di onnipotenza.
Da questo incastro di coazioni reciproche si uscirà mai? Sempre ci saranno oppressori e oppressi?
È questo uno dei punti ciechi e quasi insondabili della storia umana. E oggi vi siamo stati ricacciati. Dobbiamo, infatti, dirci senza infingimenti che nelle due vittoriose rivoluzioni socialiste del Novecento, in Russia e in Cina, non solo le élite degli oppressi ma gli stessi oppressi hanno poi accettato di opprimere e sfruttare. Hanno preso il potere statale ma non ne hanno trasformato la sua essenziale funzione repressiva al servizio dei dominatori. Questo fallimento ha rafforzato il pessimismo della ragione che fu del Manzoni: « Il forte si mesce col vinto nemico,/ Col novo signore rimane l’antico;» ( Manzoni, Adelchi– Coro dell’atto primo). E di Kant: «Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto». Dunque, dobbiamo ammettere che la lotta per il comunismo era un’illusione e abbandonarla?
Fortini spiega la sconfitta spazzando via le idealizzazioni. Gli oppressi e sfruttati non sono migliori (dei loro oppressori e sfruttatori). Possono ingannare se stessi, volere «trasformarsi, a loro volta, in oppressori e sfruttatori di altri uomini», strappare ad altri il potere di opprimere solo per meglio opprimere quelli ed altri. Ma evita d’incappare nella realpolitik, che non prevede alcuna possibilità che il conflitto porti gli uomini a «vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante», ma solo l’eterna ripetizione della *struggle for life*.
Sembrerà poca cosa oggi aggrapparsi, come fece Fortini, a Bloch [2]. Ma basta per non rinunciare a cercare altre vie per condurre «la lotta per il comunismo». Con «durezza e odio» – un odio selettivo, che non colpisca nel “mucchio”, motivato razionalmente, non istintivo) – «per tutto quel che» (e questo «tutto» va precisato di continuo: la leninista «analisi concreta della situazione concreta») «dentro e fuori degli individui si oppone alla gestione sovraindividuale» (e quindi non semplicemente individuale o individualistica) «delle esistenze» (che sono sempre singolari, anche quando condizionate dal gruppo o dalla classe a cui il singolo appartiene). Ma anche dimostrando «flessibilità e amore per tutto quel che la promuove e la fa fiorire» (contro ogni visione tenebrosa, paranoica, ascetica e tirannica dell’essere comunisti).
Non ci si può accontentare di rivolte, riforme e rivoluzioni qualsiasi. La «lotta per il comunismo» non è lotta qualsiasi. Non è lotta per «trasformarsi […], in oppressori e sfruttatori di altri uomini». O mira a portarli a «vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante» o non è lotta per il comunismo.


 [2] Eppure, Bloch dice, non è stata data nessuna prova che quella uscita sia impossibile. L’eredità marxiana è divisa: una metà è la nostra, l’altra é dei nemici del socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera, anche rossa.» (da F. Fortini, Non solo oggi, pagg. 145 – 149, Editori Riuniti, Roma 1991)

APPENDICE

COMUNISMO

«Il combattimento per il comunismo è già il comunismo. È la possibilità (quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità – pervenga a vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante. Unico progresso, ma reale, è e sarà il raggiungimento di un luogo più alto, visibile e veggente, dove sia possibile promuovere i poteri e la qualità di ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi è condizione perché ogni singola vittoria tenda ad estinguere la forma presente di quello scontro e apra altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti.
Meno consapevole di sé quanto più lacerante e reale, il conflitto è fra classi di individui dotati di diseguali gradi e facoltà di gestione della propria vita. Oppressori e sfruttatori (in Occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo) con la non-libertà di altri uomini si pagano l’illusione di poter scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Quel che sta oltre la frontiera di tale loro “libertà” non lo vivono essi come positivo confine della condizione umana, come limite da riconoscere e usare, ma come un nero Nulla divoratore. Per dimenticarlo o per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e, indirettamente, di quella propria. Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta ora nella precarietà e nella paura della morte ora nella insensatezza e non-libertà della produzione e dei consumi. Né gli oppressi e sfruttati sono migliori, fintanto che ingannano se stessi con la speranza di trasformarsi, a loro volta, in oppressori e sfruttatori di altri uomini. Migliori cominciano ad esserlo invece da quando assumono la via della lotta per il comunismo; che comporta durezza e odio per tutto quel che, dentro e fuori degli individui, si oppone alla gestione sovraindividuale delle esistenze; ma anche flessibilità e amore per tutto quel che la promuove e la fa fiorire.
Il comunismo in cammino (un altro non esiste) è dunque un percorso che passa anche attraverso errori e violenze, tanto più avvertiti come intollerabili quanto più chiara si faccia la consapevolezza di che cosa gli altri siano, di che cosa noi si sia e di quanta parte di noi costituisca anche gli altri; e viceversa. Il comunismo in cammino comporta che uomini siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce invece che, come oggi avviene, per un fine che non è mai la loro vita. Usati, ma sempre meno, come mezzi per un fine, un fine che sempre più dovrà coincidere con loro stessi. Ma chi dalla lotta sia costretto ad usare altri uomini come mezzi (e anche chi accetti volontariamente di venir usato così) mai potrà concedersi buona coscienza o scarico di responsabilità sulle spalle della necessità o della storia.
Chi quella lotta accetta si fa dunque, e nel medesimo tempo, amico e nemico degli uomini. Non solo amico di quelli in cui si riconosce e ai quali, come a se stesso, indirizza la propria azione; e non solo nemico di quanti riconosce, di quel fine, nemici. Ma anche nemico, sebbene in altro modo e misura, anche dei propri fratelli e compagni e di se stesso; perché non darà requie né a sé medesimo né a loro, per strappare essi e se stesso agli inganni della dimenticanza, delle apparenze e del sempre-uguale.
Dovrà evitare l’errore di credere in un perfezionamento illimitato; ossia che l’uomo possa uscire dai propri limiti biologici e temporali. Questo errore, con le più varie manipolazioni, ha già prodotto, e può produrre, dei sottouomini o dei sovrauomini; egualmente negatori degli uomini in cui ci riconosciamo. Ereditato dall’Illuminismo e dallo scientismo, depositato dalla cultura faustiana della borghesia vittoriosa dell’Ottocento, quell’errore ottimistico fu presente anche in Marx e in Lenin e oggi trionfa nella maschera tecnocratica del capitale. Quando si parla di un al di là dell’uomo, è dunque necessario intendere un al di là dell’uomo presente, non un al di là della specie. Comunismo è rifiutare anche ogni sorta di mutanti per preservare la capacità di riconoscersi nei passati e nei venturi.
Il comunismo in cammino adempie l’unità tendenziale tanto di eguaglianza, fraternità e condivisione quanto quella di sapere scientifico e di sapienza etico-religiosa. La gestione individuale, di gruppo e internazionale, dell’esistenza (con i suoi insuperabili nessi di libertà e necessità, di certezza e rischio) implica la conoscenza delle frontiere della specie umana e quindi della sua infermità radicale (anche nel senso leopardiano). Quella umana è una specie che si definisce dalla capacità (o dalla speranza) di conoscere e dirigere se stessa e di avere pietà di sé. In essa, identificarsi con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate è un atto di rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi; ed è allegoria e figura di coloro che saranno.
Il comunismo è il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialità delle cose dette spirituali. Fino al punto di sapere leggere nel libro del nostro medesimo corpo tutto quel che gli uomini fecero e furono sotto la sovranità del tempo; e interpretarvi le tracce del passaggio della specie umana sopra una terra che non lascerà traccia.»

( Da  F. Fortini, «Extrema ratio» pag 99- 101, Garzanti, Milano 1990 )

2 pensieri su “Appunti politici (3): “Comunismo” di F. Fortini

  1. Fortini e Abate condividono una “filosofia della prassi” in cui un soggetto collettivo (“il maggior numero di esseri umani – e, in prospettiva, la loro totalità”) è diviso in classi, ma si rappresenta in prospettiva come universale, in superamento tendenziale dei conflitti: “Unico progresso, ma reale, è e sarà il raggiungimento di un luogo più alto, visibile e veggente, dove sia possibile promuovere i poteri e la qualità di ogni singola esistenza”.
    Il soggetto è movimento: “il combattimento per il comunismo è già il comunismo”. Movimento dialettico: posizione, negazione, negazione della negazione, “riconoscere e promuovere la lotta delle classi è condizione perché ogni singola vittoria tenda ad estinguere la forma presente di quello scontro e apra altro fronte, di altra lotta”, ma la negazione è momento interno allo sviluppo, non lotta con qualcosa fuori dal soggetto.
    Fortini usa anche figure di retorica del pensiero, chiasmi, antitesi, antimetaboli (la commutatio). Esempio di antitesi e commutatio: quello che per noi “Oppressori e sfruttatori (in Occidente, quasi tutti)” è libertà, per gli oppressi è schiavitù; ma è insieme schiavitù degli oppressori che “vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile … nella … non-libertà della produzione e dei consumi”. Il chiasma incrocia oppressi e oppressori nei due assi, quello materiale e quello della mancata “libertà che l’altro rappresenterebbe per me”. Altro chiasma nell’incrocio tra schiavitù e libertà, che si incrocia con attivo e passivo, gli oppressori immobilizzati nel dominio di classe, gli oppressi attivi nella lotta.
    Il commento di Abate valorizza piuttosto i temi esistenziali. Se Fortini scrive: “Quel che sta oltre la frontiera di tale loro ‘libertà’ non lo vivono essi [oppressori] come positivo confine della condizione umana, come limite da riconoscere e usare, ma come un nero Nulla divoratore”, Abate accosta senz’altro il Nero nulla divoratore all’Angoscia e alla Morte.
    Io leggerei piuttosto nella frase proiezioni e paure storiche: la subalternità/sottoumanità attribuita agli oppressi e ai popoli colonizzati produce nell’oppressore il timore del proprio oscuro inconscio. Di questo avevamo già discusso su facebook il 9 febbraio.
    Il breve testo di Fortini prosegue con il “comunismo in cammino”, che si fa storia e universalismo kantiano: “Il comunismo in cammino comporta che gli uomini siano usati […] sempre meno, come mezzi per un fine, un fine che sempre più dovrà coincidere con loro stessi”. Infine -negazione della negazione- si arriva a una tendenziale unità ideale “un al di là dell’uomo presente, non un al di là della specie” sostenuto da sentimenti di pietà e amore per la comune finitezza e mortalità: “identificarsi con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate è un atto di rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi; ed è allegoria e figura di coloro che saranno.”
    L’argomentazione è una narrazione totale, basata su un’etica laica, una versione indebolita e altrettanto fideistica della teologia politica retta dall’amore universale. A essere brutale vale come il due di coppe quando briscola è spade. Non c’è da stupirsi se molti preferiscono le antiche riflessioni religiose piuttosto che il secolarismo smart del ‘900.
    Di fronte a questa idea di comunismo la concreta Castellina scrive almeno di una “esperienza storica […] che ha coinvolto milioni di persone nel tentativo di uscire dal sistema capitalista e dalle sue miserie […] e ha governato, nel bene e nel male, i più grandi paesi della terra”, un fenomeno che ha segnato un secolo, ma dove incarnato ha tralignato.

  2. La parte più interessante è la seconda nella quale, Fortini, preso atto della fine del socialismo reale, tenta di farne un bilancio teorico ed anche esistenziale. Mi sembra che Ennio prosegua questa strada che è anche la mia sotto molti aspetti, nel senso che se rimaniamo legati a un’idea di liberazione dell’umanità dal giogo capitalistico, il bilancio teorico, esistenziale e antropologico del primo tentativo di costruire una società diversa da quella capitalistica è il solo bilancio utile e possibile perché quello politico lo ha già fatto inesorabilmente la storia.

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