Risibile apologia del «tema letterario»

di Marco Gaetani

  1. Andrea Gavosto su «La Stampa» del 17 Gennaio scorso commenta la notizia che tra «le nuove linee guida per la prova di italiano nell’esame di terza media» presentate dal Ministero dell’istruzione vi è la proposta di sostituire «il tema letterario» «con tre tipi di prova» alternativi: «una sintesi ragionata degli elementi essenziali di un testo; una narrazione costruita a partire da elementi forniti dal docente […]; l’argomentazione di una o più tesi, magari fra loro contrapposte».[1] Gavosto è il Direttore della Fondazione Agnelli. Il suo curriculum, reperibile in Rete, dice molte cose sul modo in cui uno come lui può pensare all’istruzione, alla scuola. E del resto già il fatto di considerare il «tema letterario» come «da sempre principale cimento per tutti gli studenti» e «uno degli ultimi tabù della nostra scuola» permette di comprendere quanto Gavosto sia realmente esperto di scuola italiana, perlomeno di ciò che oggi ne è rimasto.

            Gavosto plaude alle nuove linee-guida ministeriali, che sono «il frutto del lavoro di una commissione guidata da uno dei nostri migliori esperti, Luca Serianni». Non vede infatti di buon occhio «il classico tema», anche se prevede «che le novità saranno accolte dal solito fuoco di sbarramento di chi ritiene intoccabile la scuola che ha frequentato quarant’anni fa e difende un’astrattissima visione della creazione linguistica». Oltre che pensare alla scuola italiana come non è più da ormai qualche decennio, sembra confondere, Gavosto, il tema di argomento letterario (all’ingrosso: una composizione verbale scritta su autori, testi e problemi tratti dalla storia letteraria) con la forma-tema in generale, in se stessa da lui considerata forse ‘letteraria’. Egli vede nel tema (ma non si comprende bene, va ribadito un’ultima volta per tutte, se nel «classico tema» in generale o nel «tema letterario» in particolare) lo strumento favorito di «una scuola che privilegia la capacità di scrittura letteraria, l’erudizione, l’argomentazione retorica». Crede dunque davvero Gavosto che nella scuola italiana di oggi si riscontri ancora tutto questo? Può ritenerlo solo chi a essa guardi esclusivamente attraverso le statistiche – magari quelle della Fondazione Agnelli – e le carte ufficiali. Non lo pensano quanti invece la scuola conoscano per diretta e concreta esperienza. Mettere la questione in certi termini serve però a Gavosto per accreditarsi come fiancheggiatore del coraggioso manipolo di «esperti» innovatori, contrapposto a un presunto agguerritissimo fronte conservatore (probabilmente rappresentato soprattutto dai docenti, questi ostinati retrivi, come al solito insensibili alle ‘sfide del cambiamento’).

            La scuola italiana non è certo diventata quello che è diventata (vale a dire un’istituzione su tutta la linea fallimentare, ormai incapace di assolvere ogni pur basilare funzione formativa) per colpa del tema (letterario). Altrettanto folle è ritenere seriamente che esso sia in qualche modo responsabile di una scuola classista (soltanto «minoranze esigue» si sarebbero infatti avvantaggiate, afferma Gavosto, di un «tipo di scuola» imperniata – par di capire – sul «tema»). Al di là delle ostentate, nobilissime, pulsioni democratiche, a Gavosto interessa ben altro. La sua idea di scuola si evince per esempio da una domanda (retorica) come la seguente: «Quanti hanno utilizzato la forma del tema nel loro lavoro e nella vita quotidiana? Molto pochi, c’è da scommettere». Come se, illo tempore, si insegnasse (e si imparasse) a fare un buon tema (eventualmente letterario) per poterne fare poi una professione, un mestiere. Come se la scuola fosse ab eterno, insomma, quella che ora vorrebbero che fosse Gavosto e le forze sociali che egli rappresenta.

  1. Andrea Gavosto è tra coloro che prendono atto del fallimento della scuola italiana constatando l’eclissarsi, nelle nuove generazioni, delle competenze linguistiche di base, in particolare di quelle concernenti la lingua scritta. Si tratta, a voler chiamare le cose con il loro nome, di una vera e propria ondata di analfabetismo, che chiunque operi nella scuola (ma purtroppo anche nell’università) può verificare quotidianamente. Sono in particolare le competenze testuali, a cominciare dalla comprensione («premessa indispensabile di qualsiasi esercizio di pensiero e di scrittura», osserva Gavosto), a essere diffusamente in crisi (eufemismo). Le «nuove prove di italiano» proposte dalla commissione ministeriale dovrebbero rimediare a quella che per Gavosto, e per chi la pensa come lui, è verosimilmente solo una momentanea défaillance istituzionale, per quanto grave; un’inefficienza pur sempre contingente, quindi appunto rimediabile. Basterà procedere a una ristrutturazione o riconversione del genere di quelle cui pongono mano i capitani d’industria, quando la loro azienda non fa più l’utile atteso.

            Siamo invece di fronte al sintomo macroscopico del tracollo di un’intera civiltà, dello sprofondare epocale di valori non più socialmente riconosciuti. Per cui la scuola italiana, considerata in se stessa, non è più propriamente riformabile.

            Il Direttore della Fondazione Agnelli è ben consapevole che la padronanza della lingua, e in modo particolare della lingua scritta, non è fine a se stessa (posto che questa locuzione abbia un senso, in fatto di lingua) e che essa si connette direttamente alle capacità logico-discorsive, anch’esse infatti oggi gravemente compromesse (altro eufemismo), soprattutto nelle giovani generazioni. Sempre più viviamo in un mondo di autentici idioti, anche se non può essere detto apertis verbis senza che insorga qualcuno (tra gli idioti o tra chi lo è forse un po’ di meno, compensando con la malafede). La scuola italiana tuttavia – ritengono sempre Gavosto e compagnia –, liberandosi da quel vecchio arnese che è il tema (letterario) e adottando i più aggiornati strumenti suggeriti dalla commissione presieduta da Serianni, può pervenire a recuperare i giovani all’uso di procedure e abilità cognitive ormai inattingibili ai più tra di essi (per la verità non solo tra di essi, ormai). Per esempio: 1) «riuscire a sintetizzare un discorso, un testo, cogliendone i nessi fondamentali»; 2) «‘creare’ testi nel rispetto di una serie di vincoli»; 3) «riuscire ad argomentare logicamente date determinate premesse […] e capire che, se mutano le premesse, si modificano anche le tesi».

            La prima tra quelle ricordate sarebbe «una competenza essenziale al mondo d’oggi, in cui prevale una (eccessiva) tendenza alla semplificazione di questioni complesse». L’autore incidentalmente concede, per sua bontà, che la «semplificazione di questioni complesse» possa non essere sempre auspicabile, e che oggi se ne abusa alquanto: donde ovunque faciloneria, superficialità, banalizzazione, avventatezza, cialtroneria (tanto si aggiunge maliziosamente qui, però: per schietta malignità). Non si capisce perché, inoltre, la capacità di «sintetizzare un discorso, un testo, cogliendone i nessi fondamentali» non possa essere sviluppata riflettendo (in un tema) sui testi letterari, e scrivendone (anche Gavosto l’avrà imparata così). La seconda auspicata ‘competenza’ «è assai più difficile e oggi utile che scrivere seguendo liberamente il flusso dei propri pensieri»; «a meno che uno non sia Joyce», precisa Gavosto, che dev’essere persona spiritosa, e che cura di isolare tra virgolette l’equivoco, forse anche blasfemo, verbo «creare» (e si veda allora pure la più sopra già vituperata «astrattissima visione della creazione linguistica»). Ma scrivere un tema (letterario) senza sottostare al «rispetto di una serie di vincoli» è impossibile, e credere che nei temi scolastici si scriva (si scrivesse) «seguendo liberamente il flusso dei propri pensieri» è accogliere un cliché inammissibile per chiunque presuma di conoscere anche solo alla lontana la nostra scuola, passata e presente.

            L’ultima ‘competenza’ fra quelle auspicate da Andrea Gavosto per gli studenti italiani, infine, concerne la «logica argomentativa», a suo parere «una delle aree in cui la scuola italiana è più carente». E di nuovo ci viene prospettata l’immagine (obsoleta e falsa) di una scuola attenta a sviluppare la «capacità retorica» a detrimento dell’«argomentazione logica». L’opinionista di «La Stampa» non cura, oltre al resto, di rilevare le connessioni che in ambito argomentativo possono esistere tra i due piani, della logica e della retorica (forse Gavosto le avrebbe viste meglio se avesse fatto più temi, o se avesse dedicato un po’ più del suo tempo alla letteratura – intesa strictu sensu: non, beninteso, quella sul management scolastico, da lui forse fin troppo frequentata). Ci viene prospettata anche, incredibilmente, un’altra immagine vetustissima, quella di una istituzione in cui ancora prevarrebbe «l’idea di didattica trasmissiva, per cui quello che sostiene il docente è una verità ricevuta»: battaglia contro l’‘ipse dixit’ magistrale che è di retroguardia anche tra i pedagogisti e i didatti più scalcagnati. Resta oltre tutto valida, anche in quest’ultimo caso, l’obiezione più importante: chi autorizza Gavosto a ritenere che scrivere un tema (auspicabilmente sulla letteratura) non insegni ad argomentare? Generazioni non solo di intellettuali (inclusi, va da sé, Luca Serianni e lo stesso Gavosto) ma pure di ‘comuni cittadini’ hanno imparato a ragionare (anche) così.

            Che un tema, correttamente svolto, non possa e non debba includere «una sintesi ragionata degli elementi essenziali di un testo; una narrazione costruita a partire da elementi forniti dal docente […]; l’argomentazione di una o più tesi, magari fra loro contrapposte» è comunque una petizione di principio, particolarmente insostenibile se assunta da chi lamenta nella popolazione scolastica un deficit diffuso di «logica argomentativa».

  1. Gavosto di scuola – di scuola italiana, di scuola italiana oggi – mostra di sapere poco più che nulla. Oggi le aule scolastiche non sono affatto il tempio della letteratura, meno che mai del «tema letterario» – e ciò a prescindere da quello che dicono i documenti ministeriali e le onnipresenti statistiche, tra cui di nuovo quelle che la Fondazione Agnelli dispensa con preoccupante puntualità. Se proprio si vuol parlare di cultura, di autentica formazione, allora va detto che le aule scolastiche sono oggi in Italia né più né meno che il ricettacolo del nulla.

            Alla scuola italiana oggi mancano, per prima cosa, l’autorevolezza e le risorse necessarie per proporre (e se serve – scandalo! – per imporre) lo studio delle singole discipline – che infatti non vengono più studiate da nessuno, e che basterebbero a se stesse. Autorevolezza e risorse adeguate conseguono, quando ci sono, dalla congruenza tra i valori incarnati e trasmessi dalla scuola e quelli circolanti nella società di cui quella scuola è, o dovrebbe essere, organicamente al servizio. La scuola italiana oggi non è credibile né efficace perché la società che finge (a parole) di sostenerla (di sostenerla in quanto scuola) nella realtà, cioè nelle sue stesse forme di esistenza storica, nega ogni valore alla conoscenza di ciò che vi si dovrebbe insegnare e imparare. Questa specie di double bind tra scuola e società non può che essere avvertita dai giovani e dalle loro famiglie – che magari la decodificano nei termini elementari, ma sostanzialmente appropriati, dell’ipocrisia e dell’inganno.

            Nel quadro ora sommariamente tratteggiato – definito dall’esaurirsi del mandato sociale per il sistema scolastico, così come fu concepito e venne progressivamente stabilizzandosi in epoca liberale e poi democratico-liberale – va eventualmente collocata, ed esaminata, la questione più circoscritta, ma correlata, della funzione e del valore sociali della letteratura; centrali mentre il modello della scuola borghese veniva elaborandosi, come minimo marginali oggi. Tuttavia, restando a quest’ultimo aspetto, va rivendicato un (impopolarissimo) carattere universale alla letteratura, nel quale carattere precisamente risiede la sua valenza umanamente progressiva. Questo significa che è ancora giusto dare centralità, nella scuola, alla formazione letteraria (insieme a quella scientifica): anche se oggi quasi nessuno legge più (letteratura), meno che mai i cosiddetti classici. Ma proprio per questo, a ben guardare, si rende necessaria, quanto mai prima, una rigorosa educazione letteraria. Per tutti.

            Gavosto è un tecnocrate della formazione, il fautore di un’istruzione come mero addestramento, come pratica che si risolva nella somministrazione di ‘competenze’ astratte e misurabili (dalle «rilevazioni internazionali»), meglio ancora se ‘spendibili’ dagli individui «nel loro lavoro e nella vita quotidiana». Qualcosa che rassomigli anche lontanamente a una Bildung non interessa granché alla Fondazione Agnelli; non riguarda infatti il ‘datore di lavoro’ e rischia oltre tutto di riuscire pericolosa per il complessivo andamento dei consumi. Se la prende – obliquamente, certo – con la letteratura, Andrea Gavosto; avvertendola come oggetto anacronistico ed estraneo in un mondo che ostenta di averla allegramente superata e che se ne infischia di chiunque sia in grado di ragionare liberamente, magari a partire da un testo letterario (non da un testo qualsiasi: proprio da un testo letterario).

            Si dà però il caso che chi un testo letterario sappia leggere, magari riuscendo addirittura a scriverne sensatamente, dimostri di possedere una sensibilità verso il mondo umano, cioè verso il mondo storico considerato nella sua complessità (rapporti, relazioni)  e profondità (stratificazione, prospettiva), che non è affatto riducibile a un’abilità di tipo (esclusivamente) retorico né a mere nozioni passivamente reçues. Serve attivare, per poter fare un simile esercizio passabilmente bene, un’intelligenza, anche metodologica, duttile e varia, e una serie di qualità spirituali (o se si preferisce culturali) tra le più fini. Tutta roba che non può venire surrogata dal laboratorio del linguista, ancorché insignito del bollino ministeriale.

            Non si capisce perché, inoltre, riflettere sul testo letterario, e imparare a scriverne, non dovrebbe condurre a «sviluppare la coscienza critica dei ragazzi». Un testo letterario è tale in virtù di  una complessità e di una profondità – di nuovo – per accostare le quali le ‘competenze’ ammannite ora come l’Eldorado della nuova scuola devono essere state preliminarmente acquisite: quale formazione elementare e intermedia, come accadeva ai tempi in cui anche Gavosto era scolaro.

            Formula peraltro generica, quella di «coscienza critica». Tanto più se sia risolta nella capacità di orientarsi e difendersi «in un’epoca in cui siamo circondati da fake news e false retoriche». Ma che cos’è una falsa retorica Gavosto lo sa, a prescindere dal fatto che nel suo articolo ne esibisce una? Che cos’è una notizia falsa Gavosto lo sa, al di là della falsa notizia sulle «fake news» che anch’egli propala? È proprio sicuro Gavosto di sapere bene che cosa sia una «notizia», intanto? Di sapere che cos’è vero davvero, oggi, nei discorsi sociali, e che cos’è invece veramente falso? Questo, e molto altro, una riflessione rigorosa sulla letteratura potrebbe forse farglielo intravedere.

            Northorp Frye (un critico e teorico fuori moda, che credeva inseparabili l’educazione linguistica e quella letteraria: non avrebbe forse facile accesso, oggi, dalle parti di viale Trastevere) faceva volentieri osservare che pensare non è un’attività naturale per l’essere umano, che occorre imparare come si fa. Esattamente come accade per il pianoforte o per la pittura. Per questo proponeva un cursus didattico imperniato – orrore! – sulla letteratura, cominciando – abominio! – dalla poesia.

            Naturalmente per insegnare alcunché a bambini e adolescenti – e particolarmente, però, per provare a insegnare loro la poesia, la letteratura – occorrono infinita pazienza e almeno un minimo di disciplina. Servono inoltre serietà e lieto rigore. Forse anche una certa allegra austerità (ossimoro) e – ‘pre-requisito’ non dispensabile – circa un grammo di operoso silenzio. Tutti articoli che sarebbe inutile cercare nella scuola italiana, specchio fedele di una società nazionale ridotta a rivoltante immondezzaio.

[1] Andrea Gavosto, Addio al tema letterario, la scuola infrange l’ultimo tabù. Qui l’articolo integrale:

http://www.lastampa.it/2018/01/17/cultura/opinioni/editoriali/addio-al-tema-letterario-la-scuola-infrange-lultimo-tab-X3F8zSruvHFawMlP1oDanM/pagina.html (ultimo controllo 2 Marzo 2018).

Un pensiero su “Risibile apologia del «tema letterario»

  1. …Marco Gaetani, non mi sembra risibile l’apologia del “tema letterario”, come testo d’esame o anche come uno degli esercizi proposti, durante l’ anno scolastico, finalizzato allo sviluppo nei ragazzi delle capacità logiche, argomentative e di una sensibilità idonea alla comprensione di un testo complesso con implicazioni estetiche, ma anche etiche e sociale, se inquadrato nel periodo storico. Un patrimonio, quello letterario, comunque da non disperdere. Tuttavia non penso che sia risolutivo dei problemi dei ragazzi della scuola odierna, se isolato dal contesto che è fortemente mutato, almeno su due fronti: l’uso da parte delle nuove generazioni delle nuove tecnologie a scuola e fuori, che va in qualche modo rielaborato e contenuto, la presenza di una popolazione scolastica multietnica, che può avere difficoltà linguistiche ma sicuramente apporta un suo bagaglio di influenze letterarie e diverse usanze e storie di popoli, di cui tenere conto..Quanto viene proposto dal ministero mi sembra piatto e riduttivo…i problemi sono lasciati fuori

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